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Regno Unito – Scheda Paese – Clima, meteo e salute

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Il clima della Gran Bretagna è molto influenzato dall’Oceano Atlantico.  E’ relativamente mite e le precipitazioni sono abbastanza contenute. Umido, con sbalzi di temperatura relativamente contenuti tra l’inverno e l’estate. Il tempo è  variabile, con frequenti cambiamenti da un giorno all’altro o anche nell’arco della stessa giornata.

Le temperature medie in pianura sono sempre superiori allo zero anche in gennaio, quando oscillano intorno ai 4/5 ºC nelle città principali, e arrivano a 6 gradi nella punta sudoccidentale del Paese; in luglio oscillano tra i 12 gradi del nord della Scozia e i 18,5 °C nella regione di Londra.
Le precipitazioni sono ovunque frequenti, ma sono particolarmente frequenti e abbondanti al nord e sui versanti occidentali. In Scozia occidentale si raggiungono i 1.500 millimetri, con circa 200 giorni all’anno di pioggia (più di un giorno su due!), mentre a Manchester, nell’Inghilterra occidentale, cadono 800 mm di pioggia in 141 giorni; a Plymouth, sulla costa sudoccidentale, cadono 1.000 mm di pioggia in 142 giorni.

Il sud-est è meno piovoso: a Londra cadono appena 600 mm di pioggia l’anno, distribuiti comunque in 109 giorni.

I mesi più inospitali per i turisti sono quelli invernali, da novembre a febbraio, quando fa freddo e le giornate sono corte. Marzo e ottobre sono mesi intermedi, durante i quali le giornate sono più lunghe, ma le temperature possono essere rigide. I mesi primaverili ed estivi, da aprile a settembre, sono indubbiamente i migliori e i più sfruttati dai visitatori.

Il periodo migliore per visitare la Gran Bretagna è quindi l’estate, da giugno ad agosto: è una stagione molto fresca in Scozia, e progressivamente più calda man mano che si procede verso sud; è ovunque abbastanza piovosa ma anche relativamente soleggiata.

Nella Scozia settentrionale e occidentale (v. le isole e Glasgow), in luglio e agosto si registra un aumento delle precipitazioni e una diminuzione del soleggiamento: qui il mese più soleggiato è giugno, che però è anche più fresco rispetto ai due mesi centrali dell’estate.

In tutta la Gran Bretagna giugno è un ottimo mese: le giornate sono molto lunghe, il paese è in fiore, le piogge e le nubi non mancano, ma esse si alternano al sole. Anche maggio (che però al nord e in Scozia è molto fresco, e a volte persino freddo), offre spesso un tempo discreto.
L’estate piena (luglio-agosto) al centro-sud è piacevolmente calda, e tra un rovescio e l’altro può anche spuntare il sole.

Il mare è freddo anche in estate: la temperatura dell’Atlantico raggiunge appena i 12 gradi nelle Shetland, i 13/14 °C in Scozia, i 17 °C nella Manica e in Cornovaglia.
Non essendo il clima della Gran Bretagna caratterizzato da estremi climatici, non esiste una stagione da evitare assolutamente, anche se va detto che da novembre a gennaio le giornate sono molto corte e il cielo è spesso grigio o nuvoloso, inoltre, in inverno, da dicembre a febbraio, ma a volte anche a novembre e marzo, ci possono essere periodi freddi, con nevicate e gelate.
In valigia – cosa portare

In inverno: vestiti caldi, maglione, cappotto, impermeabile. Per la Scozia e per le highlands, e per i periodi più freddi: guanti, berretto, sciarpa.
In estate: vestiti di mezza stagione, giacca e felpa, impermeabile o ombrello. Nella zona di Londra è più facile che in alcune giornate ci si possa vestire leggeri, con t-shirt e pantaloncini.

(da clima e viaggi nel mondo)

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Febbre Gialla – Vaccinazione

Aggiornamento 15 settembre 2021

VACCINAZIONE PER LA FEBBRE GIALLA e CERTIFICAZIONE INTERNAZIONALE
DECRETO 9 luglio 2021 Centri autorizzati a praticare la vaccinazione contro la febbre gialla ed al rilascio del relativo certificato – 2021 (21A04930) (GU Serie Generale n.195 del 16-08-2021)
Presso Etimedica – Cesmet Clinica del viaggiatore è possibile effettuare la vaccinazione per la febbre gialla con certificazione internazionale. La vaccinazione viene effettuata presso il centro medico specializzato in medicina tropicale, da personale specializzato ed esperto nella materia. Richiedi una consulenza prima del viaggio con il dr. Paolo Meo, medico tropicalista.
Per INFO e prenotazioni chiama il numero 0639030481 o scrivi fornendo i tuoi dati cliccando qui

La Febbre Gialla è l’unica malattia per la quale può essere richiesto un certificato di vaccinazione per l’accesso ad un paese. Solo alcuni paesi la richiedono obbligatoriamente per entrare nel proprio territorio. In altre aree del mondo la presenza del virus e dell’insetto vettore la rendono fortemente raccomandata, in molti paesi può essere tralasciata a meno che non si passi da paesi dove è presente la malattia, in questo caso è obbligatoria per legge. Leggi anche la sezione Tutto sulla Febbre Gialla

 

SCHEDA MALATTIA FEBBRE GIALLA

 

Certificato di Vaccinazione

CERTIFICATO INTERNAZIONALE FEBBRE GIALLA
CERTIFICATO INTERNAZIONALE FEBBRE GIALLA

E’ valido solo se conforme al modello approvato dall’OMS; deve essere rilasciato da un Centro di Vaccinazioni autorizzato dal Ministero della Salute. Il Certificato

di Vaccinazione Internazionale è un Documento Individuale. L’eventuale controindicazione all’effettuazione del vaccino per cause mediche individuali, nel caso di entrata in un paese che richieda obbligatoriamente la vaccinazione, va certificata da parte del Centro Vaccinale, preferibilmente in lingua inglese e francese.

Composizione del vaccino

Dopo ricostituzione, 1 dose (0,5 ml) contiene:
Virus della febbre gialla ceppo 17 D-204 (vivo, attenuato) coltivato in embrioni di gallina esenti da patogeni.

Indicazioni

Limite di età per la somministrazione: 9-12 mesi. L’OMS indica il limite di 6 mesi per il rischio di encefalite postvaccinale.

  • Raccomandata o consigliata per altri (Brasile, Regioni amazzoniche del Perù e della Bolivia, paesi africani dell’area endemica, non inclusi nell’elenco della vaccinazione obbligatoria).
  • Obbligatoria per l’ingresso in alcuni paesi


Efficacia

Efficace dopo 10 giorni dalla somministrazione

Durata

10 anni

Modalità di somministrazione

È preferibile che il vaccino venga iniettato per via sottocutanea.
L’iniezione intramuscolare può essere eseguita se è in accordo con le raccomandazioni ufficiali applicabili.
Per l’uso intramuscolare i siti di iniezione raccomandati sono la regione anterolaterale della coscia nei lattanti e nei bambini piccoli (di età compresa tra 6 mesi a 2 anni di età) ed il muscolo deltoide nei bambini più grandi e negli adulti.

Effetti collaterali

– Comuni: localmente lieve rossore, dolenzia, indurimento della parte momentaneo. Febbre (lieve-moderata); generalmente questi sintomi sono di lieve entità e durano 5-10 giorni.
– Molto Rari (casi isolati): reazioni allergiche gravi, nausea, vomito, dolori addominali, encefalite, meningite, grave insufficienza d’organo multipla.

Controindicazioni

In generale la vaccinazione deve essere rimandata se il soggetto è affetto da malattia acuta moderata-grave, con o senza febbre.

La vaccinazione è controindicata se sono presenti:

  • Allergia accertata alle proteine dell’uovo;
  • Stato di gravidanza a meno di altissimo rischio di esposizione;
  • Immunodeficienza cellulare congenita o acquisita;

Somministrazione contemporanea:

I vaccini inattivati non interferiscono con la risposta immune verso altri vaccini inattivati o verso vaccini vivi. Se somministrato non contemporaneamente con altri vaccini allestiti con microrganismi viventi attenuati (es. Polio orale, morbillo) deve essere osservato un intervallo di 2 settimane se il vaccino anti-febbre gialla precede gli altri vaccini, altrimenti di 4 settimane se il vaccino antiamarillico segue gli altri vaccini o di 6 settimane se segue alla vaccinazione con polio orale. Tuttavia è dimostrata l’assenza di interferenza tra il vaccino contro la febbre gialla e quello monovalente contro il morbillo o antitifico: esso possono essere somministrati simultaneamente o a qualsiasi intervallo, prima o dopo, l’uno dall’altro.

Calendario

Non è obbligatoria in Italia. Si rende obbligatoria 10 giorni prima di partire per coloro che si recano nei paesi tropicali o subtropicali che la richiedono in base al Regolamento Internazionale, o che passano o soggiornano in paesi infetti o endemici prima di recarsi in altri paesi dove è presente la zanzara.

Se vuoi richiedere ulteriori informazioni, contattaci via e-mail oppure telefona al numero:

Telefono (08.30 – 18.30) – 06/39030481

 

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Chikungunya – Scheda malattia

Il pacchetto di esami diagnostici per diagnosi di Chikungunya comprende:
– test sierologico per la ricerca degli anticorpi contro il virus;
– emocromo, ves, PCR, mucoproteine, elettroforesi proteica.
La diagnosi finale è elaborata dal medico anche con la valutazione di altre analisi cliniche
Per informazioni e prenotazioni di visita e test telefona al numero: 06/39030481 oppure scrivi una mail all’indirizzo [email protected]
Per le urgenze puoi contattare il Call Center Travel Health, attivo 24 ore su 24 al numero 06/43236290

SCHEDA MALATTIA

Descrizione: La Chikungunya è una malattia infettiva, virale acuta febbrile, presente nelle aree tropicali ed equatoriali, e sempre più negli ambienti tropicalizzati, degli USA, del bacino del mediterraneo, oltre che della Cina, Giappone e Filippine, e dell’Australia. E’ trasmessa attraverso la puntura di zanzare, femmine, infette, di diversi generi, presenti sia in ambiente urbano che in ambiente silvestre e selvaggio. Si manifesta con sintomi simili a quelli di altri virus, quali quelli influenzali, ma con caratteristiche precise ed inequivocabili: febbre elevata, cefalea persistente, stanchezza ingravescente e profonda, e soprattutto, una infiammazione delle articolazioni e dei muscoli con importanti dolori che talora costringono il paziente ad assumere una posizione piegata, contorta, nel tentativo di alleviare la sofferenza (nella lingua africana swahili, “chikungunya” significa “ciò che curva” o “contorce”).   Il quadro è spesso accompagnato da manifestazioni cutanee maculo papulari, pruriginose, che talora possono assumere caratteristiche di tipo emorragico transitorio quali petecchie, ecchimosi, epistassi, gengivorragie. Il serbatoio è l’uomo, portatore del virus, che può essere sano, pauci sintomatico (lievi sintomi) oppure malato. E’ da chiarire bene che la trasmissione del virus non avviene per contatto diretto tra persona e persona, ma sono le zanzare, in particolari Aedes, che, attraverso la puntura, trasmettono la malattia, da uomo ad uomo.

Agente infettivo
Ciclo vitale
Porta di ingresso
Distribuzione
Incubazione
Sintomi
Controllo e prevenzione
Trattamento
Diagnosi

Agente infettivo:
l virus responsabile della “Chikungunya” appartiene alla famiglia delle “Togaviridae” (Arbovirus), del genere degli “Alphavirus”. Tra questi virus importanti West Nile Virus, l’encefalite equina dell’Est, altri virus neurotropi, i cui serbatoi sono sia uccelli che animali, ed in particolare equinidi. Virus simili sono l’ O’nyong-nyong virus ed il Sindbis virus.

Ciclo vitale:
Diverse sono le specie di zanzare coinvolte nella trasmissione nella diffusione e nel mantenimento del virus chikungunya (CHIKV) in natura. I vettori specifici sono la Aedes, Aegypti e Polynesiensis, nelle epidemie urbane con principale serbatoio umano. La Aedes Albopictus, conosciuta in Europa come ‘zanzara tigre’, presente in Oriente, ma anche nelle aree temperate del vecchio continente e degli USA, mantiene i livelli di trasmissione. La zanzara Culex, presente nel bacino del mediterraneo, ha dimostrato capacità di infettarsi e trasmettere il virus. In Africa, in particolare nelle savane e nelle aree silvestri, Aedes Africanus ed artropodi del genere Mansonia sono responsabili della trasmissione. In ambiente rurale e delle savane i serbatoi prevalenti sono costituiti da scimmie (babbuini) e circopitechi, oltre che altri piccoli mammiferi e roditori. Per questo motivo la malattia si mantiene e si diffonde.
La trasmissione verticale (da zanzara madre alla larvac/ figlia) del virus Chikungunja è presente e dimostrata in Aedes  Aegypti, Africanus ed altri…, anche per altri virus quali dengue o Zika, e questo è uno dei motivi del mantenimento della trasmissione della malattia nei territori coinvolti. Ma la trasmissione verticale non è stata dimostrata in Aedes Albopictus, nel bacino del mediterraneo, e questo costituirebbe un altro motivo di difficoltà di attecchimento del virus nei territori europei. Quindi la competenza vettoriale di Aedes Albopictus è fortemente ridotta e l’efficacia di trasmissione difficoltosa, fino ad oggi.

La vita della zanzara della CHIKV è stimata tra 15 e 30 giorni. Il tempo di replicazione del virus nelle ghiandole salivari della zanzara è di circa 10 giorni. Questi dati confermano la possibilità dello sviluppo di una popolazione di zanzare infette in un ambiente favorevole. Inoltre bisogna tener presente che le uova di Aedes Albopictus possono sopravvivere disseccate per molti mesi, anche in ambienti secchi e freddi. Una volta inoculato il virus dalla zanzara all’uomo, e passata la barriera cutanea e dermica indenne, la viremia, la presenza del virus nel sangue, dura tra i 3 ed i 10 giorni, periodo immediatamente precedente l’inizio dei sintomi, fino al 5 giorno in cui il paziente è sintomatico. Durante questo periodo la zanzara ha possibilità di contagiarsi ed innescare nuovamente il processo.

Porta d’ingresso:
Gli Alphavirus e tra questi diversi Togavirus (chikungunya) sono diffusi in tutto il mondo tropicale, equatoriale ed anche, per il surriscaldamento del pianeta, come era stato previsto da decenni, in molte parti dei paesi temperati, sempre più caldi. Sono considerate antropo zoonosi, presenti in diversi animali, in grado di causare malattie anche all’uomo. La causa dei contagi e quindi delle infezioni da Alfavirus sono alcuni artropodi, che diventano vettori, vettori, soprattutto zanzare del genere Aedes, ma anche Culex. Anopheles non può contagiarsi con questo microrganismo. il virus non si trasmette da persona a persona con i normali contatti di vita quotidiana, né per via aerea o rapporto sessuale. Comunque non si può escludere in modo assoluto la possibilità di un contagio interumano (per via aerea, per contatto con fluidi organici…) specialmente tra soggetti che restano in prolungato contatto con malati. Possibile ma difficile la trasmissione attraverso le trasfusioni.

Modalità di infezione:
Gli artropodi, ed in particolare le zanzare, si contagiano con i virus cibandosi ed ingerendo, piccolissime quantità di sangue infettato dal virus. Durante la viremia, presenza di virus nel sangue, in soggetti sani o malati, i virus ingeriti, si moltiplicano nei tessuti della zanzara, ed in particolare nelle “ghiandole salivari”. Occorre sottolineare, per motivo epidemiologico, che nella maggior parte dei casi gli animali, ma anche l’uomo appaiono sani e non malati, anche leggermente. Molti gli esempi di portatori di virus (SERBATOIO) sia negli uccelli, che nei mammiferi. Si ribadisce che l’uomo, portatore sano, che non manifesta i sintomi, può infettare una zanzara che punge, in fase di viremia.
Una volta che un vertebrato, uccello o mammifero, viene morso da una zanzara infetta, questa attraverso la sua saliva, inietta il virus, nel derma e da qui, attraverso le cellule endoteliali dei capillari, nel flusso sanguigno, causando la “viremia” (presenza del virus nel sangue). In questa prima fase le difese naturali della cute e del derma, con i loro sistemi immuni e le reazioni infiammatorie, possono neutralizzare, come avviene nella maggior parte degli individui punti, il virus inoculato, ed il contagio e l’infezione non avviene. In questo caso possono essere rilevati movimenti immunitari tramite diagnostica sierologica. (ma l’infezione non è avvenuta).
Questa è una delle motivazioni per cui il virus, presente sporadicamente (in pochi individui portatori del microrganismo), difficilmente può attecchire in altri individui presenti nel territorio in modo stabile (autoctoni) e che non hanno mai avuto il contatto con il virus. Per innescare un focolaio epidemico e diffondere la malattia, occorre la presenza di molti serbatoi (individui o animali) infetti e di zanzare che ripetutamente pungono il serbatoio. Evento veramente eccezionale. E’ più verosimile che si presentino casi di malattia sporadica che non l’innesco di un fenomeno che si eradica sul territorio.
Talvolta quindi compare la malattia, che si manifesta ad episodi singoli nei territori dove la malattia non esiste. Nel singolo individuo la comparsa delle malattie da Alphaviridae, e tra queste Chikungunia, trova nel sistema immunitario di superficie ( cutaneo – dermico) ed in quello profondo, un sistema di sicurezza importante. Nell’immunità specifica, indotta dai virus sono coinvolti Linfociti di tipo T, cellule di tipo B con formazione di anticorpi neutralizzanti. Vengono innescati i processi infiammatori di protezione tissutale, e si attiva anche la produzione di interferone.

Distribuzione:
Il virus della “Chikungunya” è stato descritto la prima volta nel 1952 in Tanzania, nelle savane al confine con il Kenia ed in diversi villaggi sulle coste del lago Vittoria e nell’entroterra. Le prime segnalazione cliniche di febbri “spaccaossa” risalgono al 1779, in Indonesia dove venne descritta un’epidemia di febbri dolorose forse attribuibile allo stesso agente virale. Dagli anni ‘50 diverse epidemie di chikungunya si sono verificate in Asia ed Africa. A partire dal 2005, sono stati riportati ampi focolai nell’area dell’Oceano Indiano (India, Malaysia, La Reunion, Madagascar, Indonesia, Mauritius, Mayotte, Seychelles). In tutte queste aree, comprese le isole dell’Oceano Indiano, il virus trova il suo habitat ideale. In molte aree orientali africane e da qualche anno in molti paesi dell’America Latina, questa malattia coesiste con la dengue ed i sintomi delle due malattie si sovrappongono. Molto spesso non è facile fare la diagnosi differenziale fra le due malattie. L’incidenza di “chikungunya” è sicuramente  sottostimata sia per i casi lievi e paucisintomatici che si presentano e non vengono diagnosticati, sia per la diffusione mediante l’alta percentuale di portatori sani del virus. Nei paesi dell’area tropicale ed equatoriale la diagnosi è prevalentemente clinica e non di laboratorio per mancanza dei kit. Nei sistemi sanitari di questi paesi è quasi impossibile la conferma con test di laboratorio, e difficilmente viene  eseguita la diagnosi clinica. Per i tropicalisti che lavorano e conoscono i sistemi clinici è facile capire come, in questi paesi, tutte le malattie vengono classificate come malaria e tifo. Le altre ipotesi di patologie, soprattutto virali, non vengono prese in considerazione. Dove il virus circola, durante le epidemie, il virus può infettare da un terzo a quattro quinti dell’intera popolazione, con drammatiche conseguenze sullo stato fisico di interi cluster di abitanti.   A fine 2013 la prima epidemia di Chikungunja, riportata in America Latina, in alcune isole Caraibiche. Dalla fine del 2014 oltre un milione di casi sono stati riportati in diversi paesi Caraibici, dell’America Centrale e del Sud. Il virus continua a circolare e sono spesso coinvolti anche viaggiatori che provengono da aree temperate.

Commenti sui casi di Chikungunya nel Lazio (Settembre 2017)
Casi di Chikungunya nel mondo al 29 Maggio 2018. Sono esclusi  i paesi che hanno registrato solo casi importati.

CDC- YELLOW BOOK, 2018 – Paesi in cui è diffuso il rischio di malattie trasmesse da zanzare del genere Aedes.

A partire da marzo del 2005, a La Rèunion e in altre zone dell’Oceano Indiano è scoppiata un’importante epidemia di chikungunya. A distanza di un anno (17 marzo 2006), l’Organizzazione mondiale della sanità ha stimato circa 204.000 persone infettate a La Rèunion, pari a circa un terzo della popolazione totale (705.000 abitanti). In India, tra febbraio e ottobre 2006, l’epidemia di chikungunya ha coinvolto 8 stati o province: i casi sospetti arrivano fino a 1,25 milioni. Dal 2013 al 2016 i casi si sono moltiplicati e diffusi a macchia d’olio. Si calcola che diverse centinaia di milioni di individui siano stati affetti dal virus e mantengano la presenza di virus nel sangue.

In Europa prevalentemente la zanzara tigre (Aedes Albopictus), vettore dell’infezione, è ampiamente diffusa in particolare nelle aree rivierasche del mediterraneo. Il numero di casi segnalati in Europa al 13 giugno 2006 è stato rispettivamente di: 307 casi in Francia, 17 casi in Germania, 12 casi in Belgio, 9 casi nel regno Unito, 1 caso in Norvegia, 1 caso nella Repubblica Ceca. In Italia sono stati confermati, alla stessa data, 11 casi in pazienti che avevano viaggiato in paesi endemici. Oltre a questi pazienti, che avevano acquisito l’infezione all’estero, in Francia è stato segnalato un probabile caso autoctono. Si trattava di un infermiere che aveva assistito un paziente con chikungunya, acquisendo probabilmente l’infezione attraverso esposizione accidentale al sangue, durante la fase viremica.
In Europa, la possibilità di trasmettere l’infezione da parte della zanzare tigre, dipende da caratteristiche climatiche, di densità di popolazione suscettibile e densità dei flussi migratori, data da persone asintomatiche o sintomatiche che hanno contratto la malattia in altri luoghi. Importanti aspetti da analizzare sono costituiti dallo stato d’interazione ospite/vettore, dati dallo stato immunitario dell’ospite, dalla concentrazione di virus nel sangue dell’ospite, da precedenti infezioni da ceppi virali diversi. In molti Paesi europei (Francia, Germania, Norvegia, Svizzera) la febbre chikungunya è stata diagnosticata a viaggiatori provenienti da aree epidemiche, ma la trasmissione in loco da parte delle zanzare non era mai stata riportata. Il rischio, al momento attuale, è comunque considerato limitato a piccole aree, soprattutto nelle nazioni dell’Europa meridionale, tra cui l’Italia, ossia l’Europa mediterranea.

In Italia nella seconda metà di agosto 2007, la regione Emilia Romagna ha notificato un focolaio epidemico di casi d’infezione virale, trasmessa da insetti, nella provincia di Ravenna. E’ stato poi tempestivamente confermato che i casi sono stati causati da infezione da virus Chikungunya. I casi riportati al 4 settembre 2007 sono in totale 197. Di questi, 166 rientrano completamente nei criteri di definizione di caso: 147 provengono dal focolaio iniziale che si è verificato nell’area di Castiglione di Cervia e Castiglione di Ravenna, due piccole cittadine separate da un fiume, mentre 19 da cluster secondari nelle periferie di Cesena (13 casi) e Cervia (6 casi). Sul fronte dei casi confermati di laboratorio, al 14 settembre risultano 101 casi positivi, 33 negativi e 133 in attesa di esito. 2 casi di malattia sono stati inoltre segnalati, tempestivamente, dalla Regione Lombardia, in soggetti che avevano soggiornato nelle suddette aree. Inoltre, il virus chikungunya è stato ritrovato nella zanzara Aedes albopictus.
Nell’Agosto 2017 sono stati segnalati e denunciati tre casi accertati di Chikungunja nel comune di Anzio, in provincia di Roma. Sono state trovate alcune zanzare infette, ed i focolai sono stati immediatamente bonificati. Il focolaio sembra essere costituito da casi sporadici.

Incubazione:
Il periodo di incubazione da vai 3 ai 10 giorni, in media 4-6 giorni. La malattia ha un andamento tipicamente bifasico.

Sintomi:
Nella prima fase della malattia manifesta, che dura dai 6 ai 10 giorni, si presentano febbre generalmente elevata, cefalea persistente e importanti artralgie e dolori muscolari, che limitano molto i movimenti. Il dolore diffuso e l’infiammazione delle articolazioni rendono i pazienti immobili, in posizione antalgica. La febbre si risolve dopo 3-7 giorni dall’esordio.

Nella seconda fase della malattia, di 2-3 giorni, si presenta sporadicamente la comparsa di un esantema maculopapulare pruriginoso su tutto il corpo ed un secondo picco febbrile.
Sintomi aggravanti il quadro clinico: (1) Occasionalmente in questa fase possono aversi manifestazioni neurologiche, soprattutto nei bimbi piccoli (convulsioni), ma nel complesso il virus è poco o per nulla neurotropo. (2) Raramente si assiste al manifestarsi di miocarditi e scompenso cardiaco acuto secondario. (3) Le rare complicanze emorragiche si registrano soprattutto nelle epidemie asiatiche, ma non sono mai gravi come nella dengue: possono comparire petecchie, ma mai importanti sanguinamenti. (4) Le complicanze più gravi sono rappresentate dalla meningoencefalite e dallo shock settico da coagulazione vasale disseminata.
La Chikungunya è generalmente a decorso benigno, si autolimita, la mortalità è bassa (0.4%), ma può essere fatale, particolarmente in soggetti anziani con sottostanti patologie di base (pazienti oncologici, trapiantati, pazienti affetti da malattie croniche quali broncopneumopatia cronica ostruttiva, cardiopatie, diabete).
La malattia si risolve spontaneamente, ma i dolori articolari possono persistere per mesi. E’ essenziale un trattamento di supporto per il dolore e per la riduzione della infiammazione. La reidratazione, possibilmente infusiva con supporti di sostegno. L’utilizzo di antinfiammatori e di glutatione si è dimostrato utile per accelerare la fase di ripresa. Non sono state identificate terapie antivirali efficaci.

Controllo e prevenzione:
Per ridurre il possibile rischio di contrarre la “febbre da virus chikungunya”, come altre malattie trasmesse da artropodi, sia i viaggiatori, ma anche la popolazione che vive in aree del mediterraneo, divenute a rischio malattia per la presenza di insetti vettori e di serbatoi umani, portatori del virus, occorre ridurre l’esposizione alle punture d’insetti, applicando, per quanto possibile, tutte le misure comportamentali comunemente indicate in questi casi. L’attività degli insetti vettori del genere Aedes è generalmente presente durante tutto il giorno, ma più intensa nella fascia oraria pomeridiana e verso l’alba. Per quanto possibile, ma difficile soprattutto in corso di viaggio, è opportuno:

• indossare abiti di colore chiaro (i colori scuri ed accesi attirano gli insetti), con maniche lunghe e pantaloni lunghi, che coprano la maggior parte del corpo; e passare spray sui vestiti;
• evitare l’uso di profumi che possono attirare gli insetti;
• alloggiare in stanze dotate di impianto di condizionamento d’aria o in mancanza di questo, di zanzariere alle finestre, curando che queste siano tenute in ordine e siano chiuse;
• usare zanzariere sopra il letto, rimboccandone i margini sotto il materasso, verificandone le condizioni e controllando che non ci siano zanzare all’interno di esse. E’ utile impregnare le zanzariere con insetticidi a base di permetrina;
• utilizzare gli zampironi, presenti in commercio oppure spruzzare insetticidi a base di piretro o di permetrina nelle stanze di soggiorno o utilizzare diffusori di insetticida operanti a corrente elettrica (in tal caso bisogna informarsi del voltaggio della corrente elettrica utilizzata dal Paese in cui si soggiorna, per poter eventualmente disporre l’acquisto di adattatori o di batterie). E’ necessario, comunque, attenersi scrupolosamente alle norme indicate sui foglietti illustrativi dei prodotti repellenti, non utilizzarli sulle mucose o su regioni cutanee lese e porre particolare attenzione al loro utilizzo sui bambini.
· reti alle finestre o zanzariere nelle stanze in cui si soggiorna (meglio se impregnate con insetticidi)
· utilizzare repellenti sulle parti del corpo che rimangono scoperte, tenendo presente che il sudore ne riduce l’effetto.

UTILIZZO DI OLIO DI “NEEM COMPOSITUM” formulazione umana a base di “Azadirachta indica” e “Corymbia citriodora” per la protezione dalla puntura delle zanzare.
E’ un prodotto multiuso, naturale, sicuro, efficace, da utilizzare anche sui neonati, bambini, donne in gravidanza, soggetti iper reattivi, estratto dal frutto dell’albero di NEEM, utilizzabile anche in coloro che desiderano evitare prodotti chimici. Ha mostrato grande efficacia come repellente dalle punture degli insetti in generale, ed in modo particolare nei confronti delle punture delle zanzare. Questo prodotto è efficace anche nei confronti delle zecche. Nella formulazione per i viaggiatori questo olio, con l’ aggiunta di “essenze” quali “corymbria citrodora”, che ne potenzia l’efficacia e che ne migliora la fragranza e l’odore, possiede un utilizzo “multiplo”, nei confronti di parassiti e microbi, ed anche nelle ustioni.

UTILIZZO DURANTE I VIAGGI

RIMEDIO CONTRO INSETTI di vari tipi, ANTIZANZARE, API e VESPE, ZECCHE
RIMEDIO PER PARASSITI DELLA PELLE e CAPELLI (SCABBIA, PIDOCCHI, PULCI) ed azione ANTISETTICA contro BATTERI, FUNGHI E VIRUS);
PROTEZIONE e RIVITALIZZAZIONE CUTANEA,  PROTEZIONE DEI CAPELLI; anti ustione, anti eritema solare;

  • PREVENZIONE DA PUNTURE DI INSETTI ED IN PARTICOLARE DA ZANZARA
    • ha una azione preventiva per le punture di tutti gli insetti ma in particolare per le punture di zanzara; allontana le zecche
    • ha una forte uso: applicare sulle parti scoperte del volto, braccia e gambe, al bisogno in particolare nelle ore pomeridiane o notturne. Applicare sulla zona infiammata dalle punture per azione lenitiva ed antinfiammatoria.
  • PREVENZIONE PARASSITI CUTANEI E CUOIO CAPELLUTO
    • Azione anti parassitaria cutanea (scabbia, pidocchi, pulci ed altre),uccide i parassiti e toglie ponfi ed infiammazione;
      uso: applicare sulle parti attaccate dai parassiti, sulle zone infiammate per le punture, sui capelli in presenza di pidocchi, anche con lo shampoo.
    • Azione antisettica contro i batteri e funghi e virus presenti nelle acque utilizzate per docce, bagni, lavaggio del corpo. Azione protettiva cutanea e parti intime; molto utile nelle lavande ginecologiche (candida e batteri);
      uso: in aggiunta a bagnoschiuma e shampoo (1 -2 gocce), prodotto idrosolubile;
  •  AZIONE PROTETTIVA CUTANEA,  SOLARE ed ANTI USTIONE
    • Azione protettiva e rivitalizzante cutanea da agenti atmosferici (vento, sabbia, polvere, altitudine, sole)
    • Azione anti eritema solare ed antinfiammatorio dopo le esposizioni al sole;
      uso: una piccola quantità in aggiunta alle  creme solari; da passare dopo l’esposizione al sole come azione rinfrescante ed emolliente; da applicare sulle aree infiammate da eritema solare;
    • Azione anti USTIONE: azione efficace ed immediata sulle ustioni da calore (olio, acqua, fuoco);
      uso: da applicare immediatamente e continuare l’applicazione per 10 minuti; continuare ad applicare fino alla cessazione dei sintomi.

E’ possibile richiedere informazioni sul prodotto inviando una mail ad ambulatorio @ cesmet.com (con telefono, indirizzo) o telefonando alla segreteria del CESMET 06-39030481.

Nonostante i casi importati in Europa, non ci sono evidenze che indichino di limitare scambi commerciali e viaggi in queste zone, considerando il numero limitato dei casi importati e la non severità del quadro clinico. Tuttavia categorie particolari come le donne in gravidanza e le persone con malattie croniche o scarse difese immunitarie dovrebbero chiedere consigli al proprio medico sull’opportunità di intraprendere un viaggio in una zona endemica per chikungunya.
La chikungunya è tipicamente una malattia associata a viaggi, come altre malattie da artropodi. Tuttavia, poiché Aedes albopictus è presente anche in Europa e in Italia, è importante monitorare la presenza di casi sul territorio nazionale, per identificare tempestivamente, oltre i possibili casi importati, eventuali casi di trasmissione autoctona.
Non esiste allo stato un vaccino specifico nei confronti del viurs Chikungunya. Un vaccino per tale virus potrebbe essere pronto per il 2012. Ad affermarlo è Top Institute Pharma (TI Pharma) che ha deciso di investire 2,3 milioni di euro nella ricerca di un vaccino per questa malattia.

Trattamento:
Per il momento non esistono antivirali specifici ed efficaci per il trattamento contro il virus della febbre chikungunya. Quindi il virus non può essere attaccato direttamente, ma viene lentamente eliminato dalle difese naturali messe in campo dall’organismo.
Perciò la terapia è prettamente sintomatica, ossia vengono somministrati farmaci contro i sintomi acuti e cronici. L’ utilizzo di farmaci sintomatici (antipiretici, antiinfiammatori, detossificanti) è l’unica azione che può essere efficace ed aiutare il paziente per ridurre lentamente il forte stato di malessere e di dolore. L’esperienza ci dice che il riposo a letto è fondamentale per accelerare la ripresa. Una azione terapeutica importante consiste nella infusione di liquidi. Opportune infondere soluzione fisiologica ed anche reintegro di sali e lattato. Nella pratica clinica abbiamo da tempo osservato che infondere i farmaci con abbondanti liquidi favorisce e velocizza la diminuzione di febbre e dolore, e soprattutto aiuta la ripresa energetica dell’organismo.
Nelle aree endemiche e nelle zone dove si manifestano anche piccole epidemie o casi sporadici, tutte le persone affette da febbre da virus della chikungunya dovrebbero essere protette da punture degli insetti vettori, ossia dalle zanzare, per evitare che questi ultimi possano propagare l’infezione..

Diagnosi:
I metodi per la diagnosi di CHIKV possono essere sierologici o molecolari.
Non esistono, al momento attuale, kit commerciali per diagnosi di febbre chikungunya e l’allestimento dei test sierologici deve avvenire in un laboratorio a livello di biosicurezza 3 (BSL 3) dal momento che è necessario coltivare il virus.

  • Saggi sierologici I test utilizzati per la diagnosi sierologica sono l’inibizione dell’emoagglutinazione (HI) e la neutralizzazione. Questi test misurano il titolo anticorpale, ma non permettono di differenziare gli anticorpi di tipo IgG da quelli di tipo IgM (indice di una infezione recente). Per effettuare diagnosi con questi test è dunque necessario disporre di due campioni di siero, uno prelevato in fase acuta ed uno prelevato in fase convalescente. Tecniche come l’ELISA o l’Immunofluorescenza (IFA) consentono di distinguere le classi di anticorpi e di definire un profilo anticorpale sia dal punto di vista qualitativo che quantitativo, permettendo di effettuare diagnosi anche in quei casi nei quali sia disponibile un solo campione di siero.
  • Metodi molecolari Real time PCR, RT-PCR, Nested-PCR: sul sangue del paziente può essere eseguita la ricerca dell’acido nucleico virale, mediante l’utilizzo di primer specifici che individuino una regione conservata del genoma virale. Tali tecniche sono necessariamente allestite con reagenti preparati in laboratorio, data la mancanza di kit commerciali, e necessitano di una standardizzazione del metodo.

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Per donne e bambini

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Poliomelite – Scheda malattia

Poliomelite

poliomenite

  • Agente patogeno
  • Porta di ingresso
  • Aspetti clinici
  • Trasmissione
  • Incubazione
  • Controllo e prevenzione

Agente patogeno:
Poliovirus.

Porta di ingresso:
cavità orale, quindi faringe, intestino e talora SNC.

Aspetti clinici:
Sintomatologia poco caratteristica se non è interessato il SNC, altrimenti manifestazioni tipiche con paralisi muscolari ed esiti permanenti di paralisi flaccida (poliomielite paralitica). Può determinare grave insufficienza respiratoria e morte se colpisce rispettivamente i muscoli respiratori o i centri del respiro. Prima dell’avvento della vaccinazione in tutto il mondo erano presenti epidemie gravissime di polio paralitica; strategie vaccinali di massa hanno portato alla eradicazione della malattia in molti Paesi.

Trasmissione:
la sorgente di infezione è l’uomo, il contagio avviene per via oro – fecale.

Incubazione:
3-35 giorni (media 14 giorni).

Controllo e prevenzione:
Vaccinazione:

  • Orale

Efficacia: 100%
Efficacia dopo: dopo la terza dose
Durata: tutta la vita
Limite di età: 6 settimane
Indicazioni:Raccomandata. Non indicata per gli adulti.
Modalità di somministrazione: prima dose al tempo 0, IIa dopo 6-8 settimane, IIIa dopo 6-12 mesi dalla prima; richiamo a 6 anni.

Principali precauzioni e controindicazioni: tutte le limitazioni di ordine generale relativamente all’uso dei vaccini vivi.
I bambini che non possono effettuare il vaccino vivo, attenuato, i loro fratelli e i familiari conviventi riceveranno vaccino antipolio parenterale a virus uccisi tipo Salk, con il seguente calendario: prime tre dosi con un intervallo di 6-8 settimane, 4° dose dopo 6-12 mesi, 5° dose all’ingresso nella scuola elementare, quindi una dose ogni cinque anni fino ai 18 anni di età.
–   Non consigliata in gravidanza e in soggetti immunocompromessi; –   non somministrare se tra i contatti abituali del soggetto vi sono persone immunodepresse

Effetti collaterali più comuni: Rarissimi casi di infezione del sistema nervoso

Calendario: 1° dose 2-3° mese; 2° dose 4-5° mese; 3° dose 11-12° mese; 4° dose 3° anno. Un ritardo di somministrazione di una delle dosi di vaccino non richiede mai di ricominciare il ciclo.

Viaggiatori internazionali: E’ consigliato il richiamo antipolio a tutti i viaggiatori che si recano in paesi dove sono segnalate epidemie o situazione di endemia diffusa su tutto il territorio con rischi reali di contatto con il virus.

Obbligatoria in Italia dal 1966. Il vaccino adottato è quello a base di virus vivi attenuati secondo Sabin, somministrato per via orale, a distanza di almeno due ore dal pasto. E’ utilizzato anche il vaccino iniettivo IPV che ha preso il posto di quello orale in diversi schemi vaccinali.

  • Iniettabile

efficacia: 96% – efficacia dopo la terza dose
Durata: tutta la vita
Limite di età: 6 settimane
Indicazioni: raccomandata
Modalità di somministrazione: tre dosi per via intramuscolare. Richiamo a 6 anni.
Principali precauzioni e controindicazioni: Reazioni anafilattiche a streptomicina o neomicina
Effetti collaterali più comuni: Rare reazioni locali di lieve entità

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Febbre Tifoide – Scheda malattia

Febbre Tifoide

febbre tifoide

  • Descrizione
  • Agente infettivo
  • Ciclo vitale
  • Distribuzione
  • Porta di ingresso
  • Trasmissione
  • Incubazione
  • Sintomi
  • Mortalità
  • Periodo di contagiosità
  • Controllo e prevenzione
  • Precauzioni
  • Trattamento
  • Vaccino antitifico
  • Diagnosi

Agente causale della febbre tifoide, (da www.nlm.nih.gov/medlineplus/ency/imagepages/1048.htm)

Descrizione:
è una malattia infettiva, contagiosa, di origine batterica, a carattere sistemico, cioè che coinvolge l’intero organismo; talvolta  asintomatica o paucisintomatica, talvolta caratterizzata da esordio insidioso, talvolta fin dall’inizio da febbre elevata, cefalea, malessere generale, anoressia, bradicardia relativa, esantema papuloso localizzato al tronco, tosse secca e disturbi gastrointestinali quali costipazione o diarrea.  Nella maggior parte dei casi l’infezione decorre in forma sub-clinica. Si instaura frequentemente uno stato di portatore sano cronico, che può essere anche molto prolungato nel tempo.

Agente infettivo:
La febbre tifoide, anche detta tifo addominale, è provocata da un batterio, la Salmonella typhi, appartenente al numerosissimo genere di Salmonella, di cui fanno parte anche le S. paratyphi A e B, responsabili dei paratifi e delle cosiddette salmonelle minori, responsabili di infezioni e tossinfezioni a trasmissione alimentare. Genere: Salmonella; Famiglia: Enterobacteriaceae; morfologia: sono batteri bastoncellari, diritti, asporigeni, in genere mobili per la presenza di flagelli peritrichi; esigenze metaboliche: sono microrganismi che fermentano il glucosio, producendo gas, non fermentano il lattosio e il saccarosio, non producono indolo, mentre producono idrogeno solfato, riducono i nitrati, sono positivi alla reazione rosso di metile e negativi al test di Voges Proskauer; habitat naturale: è l’intestino degli animali domestici, selvatici e dell’uomo, ma solo per alcune specie. Essi sono sensibili a molti disinfettanti chimici e fisici.

Ciclo vitale:
La Salmonella typhi, in alcuni casi può superare la barriera gastrica, è infatti molto sensibile all’ambiente acido, e raggiungere l’intestino tenue da cui può passare ai linfonodi mesenterici e poi giungere per mezzo dei vasi linfatici ed il dotto toracico il torrente circolatorio. Alla conclusione del ciclo, dopo un certo periodo, le salmonelle ritornano nel piccolo intestino attraverso l’escrezione biliare. Distribuzione: è ubiquitaria in tutto il mondo. Ancora oggi, malgrado le campagne di vaccinazione, il tifo è molto diffuso in particolare nelle zone del Mediterraneo, in Africa, in Asia e nell’America centrale e meridionale.

Porta d’ingresso:
attraverso il cavo orale, per ingestione, le Salmonelle, superata la barriera acida gastrica, raggiungono l’intestino. Trasmissione: La febbre tifoide rientra nell’ambito delle malattie a trasmissione orofecale; può quindi essere contratta in seguito all’ingestione di acqua o alimenti (mitili, frutta, verdura, latte non pastorizzato) contaminati da materiali fecali contenenti Salmonelle. Le Salmonelle sono dotate di una notevole resistenza nell’ambiente esterno, soprattutto se contenute in materiali organici e possono persistere per mesi nei liquami e nel fango; resistono a lungo anche nell’acqua e nel ghiaccio. Gli insetti, in particolar modo le mosche, possono fungere da vettori passivi dei germi patogeni. L’uomo, malato o portatore è l’unica sorgente di infezione.

Incubazione:
Il periodo di incubazione può variare da 3 giorni a 3 mesi a seconda della carica infettante, ma abitualmente è di 1-3 settimane.

Sintomi:
Nel sangue è caratteristica una leucopenia (diminuzione dei globuli bianchi), con scomparsa dei polinucleati eosinofili. La malattia si presenta molto spesso paucisintomatica con malessere generale, febbricola e malessere addominale con fastidi, lieve dolenzia e alvo irregolare o diarroico. Talvolta si presenta con febbre elevata che permane per circa una settimana, con lievi remissioni mattutine, e quindi inizia il periodo delle oscillazioni e delle intermittenze, con alterazioni dell’alvo e sintomi addominali importanti ed ingravescenti. La maggior parte dei casi evolve verso la  convalescenza. Altri sintomi frequenti sono: cefalea anche assai violenta, mialgie, epistassi, un notevole grado di ottundimento psichico, che può passare fino a coma profondo, ed esantemi cutanei roseoliformi, di preferenza localizzati al tronco ed al dorso.
Mortalità:
legata ai rari casi di enterorragia e perforazione intestinale, sempre più rari dopo l’introduzione della terapia antibiotica.

Periodo di contagiosità:
I pazienti affetti da febbre tifoide sono infettanti fintanto che S. typhi è presente nelle feci, ovvero dalla prima settimana di malattia per tutta la durata della convalescenza. Il 2-5% dei pazienti diviene portatore sano cronico, potendo eliminare le salmonelle del tifo per molti mesi e, in casi estremi, per anni.
Controllo e prevenzione:
Come per tutte le malattie a trasmissione fecale, lo scrupoloso rispetto di elementari norme igieniche sia individuali, che ambientali, che per la manipolazione e la conservazione degli alimenti è fondamentale. A livello collettivo la prevenzione delle malattie a trasmissione oro-fecale si realizza attraverso il corretto smaltimento ed allontanamento dei rifiuti solidi e liquidi e la disponibilità di acqua per uso umano sicura e controllata. Le salmonelle presentano una notevole resistenza all’ambiente esterno ma sono comunque sensibili all’azione dei comuni disinfettanti. Una buona soluzione disinfettante ad uso domestico può essere ottenuta diluendo 1 cucchiaio da tavola di comune varechina in 1 litro d’acqua. La soluzione così ottenuta può essere utilizzata per la disinfezione di posate, stoviglie ed altri utensili, come per la disinfezione di servizi igienici e di biancheria. Questa soluzione può essere utilizzata anche per disinfettare frutta e verdura da consumare crude, che dovranno successivamente essere abbondantemente risciacquate con acqua pura, potabile (anche bollita altrimenti disinfettata). Derivati della comune varechina, presenti in commercio, possono essere usati anche per “disinfettare” l’acqua da bere: in questo caso, per evitare sapori sgradevoli, il quantitativo da usare è un cucchiaino da tè in un litro d’acqua. La soluzione così preparata deve essere lasciata riposare per circa un’ora prima del consumo. In commercio sono disponibili preparati già pronti per la disinfezione domestica di ambienti, acqua e altri potenziali veicoli di infezione. Approfondisci vaccinazione Febbre Tifoidea Nei confronti della febbre tifoide sono disponibili diversi vaccini – contenenti germi uccisi, da somministrare per via intramuscolare (due dosi a distanza di un mese), oppure – costituiti da germi viventi attenuati, da somministrare per via orale (tre capsule da assumere a giorni alterni), oppure – vaccini contenenti l’antigene polisaccaridico Vi della S. typhi, da somministrare ugualmente per via intramuscolare (una sola dose, con richiami ogni 2-3 anni). Questi vaccini conferiscono una protezione dal 75 al 90%, della durata presumibile di 2-3 anni; sono indicati in situazioni epidemiche e per viaggiatori diretti in zone endemico-epidemiche, oppure per soggetti maggiormente esposti al rischio di contagio per motivi professionali (tecnici di laboratorio, addetti allo smaltimento di rifiuti, etc).

Precauzioni nei confronti del paziente, di conviventi e di contatti:
Nell’assistenza a pazienti affetti da febbre tifoide, dopo trattamento idoneo, debbono essere effettuate in laboratorio 3 coprocolture consecutive, eseguite su campioni fecali prelevati a non meno di 24 ore di distanza l’uno dall’altro e a non meno di 48 ore dalla sospensione di qualsiasi antibiotico. In caso di positività anche di una sola coprocoltura, l’intera procedura terapeutica deve iniziare nuovamente e gli esami ripetuti dopo un mese. Fino a negativizzazione delle coprocolture i soggetti colpiti da febbre tifoide debbono essere allontanati dalle attività che comportino la manipolazione o distribuzione di alimenti, l’assistenza sanitaria e quella all’infanzia. I conviventi ed i contatti di un caso di febbre tifoide vanno sottoposti a sorveglianza e ricercati altri eventuali casi di infezione determinati dalla fonte di esposizione. Con l’effettuazione di 2 coprocolture e di 2 urinocolture eseguite su campioni prelevati a non meno di 24 ore di distanza l’uno dall’altro e dopo sospensione per 48 ore di qualsiasi trattamento antimicrobico.

Trattamento:
Tramite antibiotici, quali l’ampicillina e il cloramfenicolo, si è arrivati a trattare definitivamente il tifo, abbreviandone il decorso a pochi giorni. Di efficacia attualmente i chinolonici. Terapia: cloramfenicolo in 4 somministrazioni/die fino 1mg x Kg peso; la terapia si prosegue per 15 giorni. Si accerta la guarigione clinica con 3 coprocolture consecutive negative. In alternativa si possono impiegare il tiamfenicolo, oppure l’ampicillina 100 mg/Kg/die oppure il cotrimoxazolo. Farmaci attualmente di seconda scelta per il sopraggiungere di importanti forme di resistenza. Il completamento della cura prevede la reidratazione del soggetto (la lingua del paziente diventa impaniata, asciutta fino all’aspetto di “lingua a pappagallo”); saranno, dunque, somministrati liquidi in via infusiva, soluzioni saline alternate a soluzioni zuccherine; in caso di enterorragia, in attesa del primo soccorso medico è indicata la borsa di ghiaccio sull’addome e la somministrazione in caso di tossiemia grave di cortisonici. I soggetti portatori di Salmonella vanno comunque bonificati previo impiego di ampicillina, o ancora meglio di chinolonici . La profilassi per chi è venuto a contatto si effettua con vaccini iniettivi o per os, anche con agenti vivi ed attenuati. Vaccino antitifico: La vaccinazione contro il tifo è consigliata a tutti i viaggiatori, in particolare a coloro che si recano in zone ove esiste maggior rischio di esposizione ad alimenti o bevande infette. Benchè il rischio sia ubiquitario, esso è più alto in quelle aree in cui le condizioni igienico sanitarie sono più precarie. La vaccinazione può essere effettuata con:

1)Vaccino orale. È un vaccino preparato con germi vivi attenuati. Viene realizzata mediante l’assunzione di 3 dosi da assumere a giorni alterni e a digiuno. È controindicato nei bambini al di sotto dei 2 anni. Non può essere assunto insieme ad antibiotici o ad antimalarici quali la Meflochina (Lariam). La dose di richiamo viene effettuata a distanza minima di un anno.

2) Vaccino iniettabile Vi. È un vaccino costituito dal polisaccaride capsulare purificato (Antigene Vi) agente di virulenza della Salmonella Typhi.  Si somministra in unica dose, per via intramuscolare, con richiamo a distanza di due o tre anni.

Assai rare le reazioni alla vaccinazione che si manifestano con: arrossamento, dolore e tumefazione nella sede di inoculazione e/o, più raramente, febbre, cefalea, nausea. Controindicazioni: è controindicato effettuare il vaccino in corso di malattia infettiva acuta, patologia cronica grave o ipersensibilità al vaccino. La vaccinazione è sconsigliata ai bambini al di sotto dei 2 anni e non deve essere effettuata contemporaneamente all’assunzione di antibiotici o antimalarici se orale. Effetti collaterali: rari i casi di eritema, tumefazione e dolore in sede di iniezione L’immunità dura 2 anni. Diagnosi: isolamento della S. Typhi da campioni di sangue, feci o altri campioni.

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Colera – Scheda malattia

Descrizione

Il colera è una malattia infettiva acuta causata da batteri del genere Vibrio Cholerae. I vibrioni del colera sono di diversi tipi e si distinguono in base al sierogruppo, biotipo e sierotipo a cui appartengono. Il colera provoca diarrea profusa causata dall’infezione dell’intestino del batterio. L’infezione spesso è asintomatica o paucisintomatica ma a volte può essere severa e mortale.

Dal punto di vista epidemiologico una persona su 20 manifesta una forma severa di infezione con diarrea profusa, acquosa, vomito e crampi alle gambe. In questi individui si ha una rapida perdita dei liquidi corporei che portano a disidratazione e stato di shock. Senza idoneo trattamento, vi è la morte anche in poche ore. Oggigiorno comunque l’infezione può essere facilmente prevenuta e curata, con una adeguata reidratazione e somministrazione di sali bilanciati.

Vibrio Cholerae

Sommario

  • Agente infettivo
  • Ciclo vitale
  • Distribuzione
  • Porta di ingresso
  • Trasmissione
  • Incubazione
  • Sintomi
  • Controllo e prevenzione
  • Trattamento
  • Diagnosi

Agente infettivo

Batterio del genere Vibrio Cholera. Quello maggiormente responsabile della malattia nell’uomo è il Vibrio Cholerae sierogruppo 01 o 0139, biotipo El Tor, sierotipo Ogawa.

Ciclo vitale

Ci sono diversi fattori che influenzano la patogenicità del V. Cholerae e che sono importanti nella fase di colonizzazione. Questi fattori includono le adesine, la mobilità, la chemiotassi e la produzione di tossine. Se il batterio è in grado di sopravvivere alle secrezioni gastriche ed al Ph acido dello stomaco, è poi in grado di adattarsi e sopravvivere nell’intestino. Il V. Cholerae è resistente ai sali biliari ed è inoltre in grado di attraversare le mucose dell’intestino mediante l’aiuto di secrezioni di proteasi.

Questi batteri sono in grado di muoversi mediante una mobilità di tipo propulsivo e riescono ad attraversare le mucose dell’intestino mediante un processo di chemiotassi. Si pensa che l’aderenza specifica alla mucosa intestinale avvenga mediante i pili, lunghi filamenti presenti sulla superficie del batterio; oltretutto il gene per la produzione dei pili si è osservato essere co-regolato con l’espressione delle tossine del batterio. In realtà non si sa molto sulla interazione dei pili con le cellule ospiti e il recettore delle cellule ospiti alle quali aderiscono non è stato identificato. Esistono altri due tipi di adesine nel V. Colerae presenti sulla sua superficie in grado di agglutinare i globuli rossi.

Distribuzione

A causa delle scarse condizioni igienico sanitarie, della carenza di acqua potabile, spesso associate a condizioni di povertà e degrado, i Paesi in via di sviluppo rappresentano le aree a maggior rischio di diffusione della malattia. Grave l’epidemia di colera che alla fine degli anni ’90 ha coinvolto molti paesi dell’America Latina, in particolare lungo la costa del pacifico. Nel 2006 i casi sono notevolmente aumentati, raggiungendo i livelli degli ultimi anni Novanta, per un totale di 236.896 contagi in 52 diversi Paesi. Tuttavia, il numero è sicuramente sottostimato visto che si calcola che venga segnalato all’Oms solo il 10% dei casi effettivi.

Per il 2007 e il 2008 l’Oms ha segnalato la presenza di epidemie di colera in Iraq e Zimbabwe; qui, in particolare, sono stati registrati all’inizio di febbraio 2009, oltre 65 mila casi che hanno provocato la morte di circa 2 mila persone in tutte e dieci le Province del Paese. Si è trattata della più grande e grave epidemia mai registrata sul suolo nazionale, con una mortalità del 5,7%, e un risvolto transnazionale, estendendosi ai Paesi limitrofi, in particolare in Sud Africa e in Botswana. Nel corso del 2010, si sono registrati focolai epidemici in Africa (Camerun, Uganda, Nigeria, Niger, Kenya), in Cina, in India e in Pakistan, dove le devastanti inondazioni, le peggiori nella storia del Paese, hanno aggravato le già scarse condizioni igienico-sanitarie della popolazione, nonché la scarsità di acqua potabile, cibo e  medicinali.

In Europa e nei Paesi industrializzati il colera è una malattia di importazione. In Italia, l’ultima importante epidemia di colera risale al 1973 in Campania e Puglia. Nel 1994 si è verificata a Bari un’epidemia di limitate proporzioni, in cui sono stati segnalati meno di 10 casi.

Porta di ingresso

Cavo orale, per ingestione di acqua, alimenti contaminati dal batterio, trasmissione oro-fecale.

Trasmissione

Si verifica perchè il vibrione, eliminato con le feci, non viene distrutto e per carenze del sistema di depurazione dei liquami o di potabilizzazione dell’acqua, può arrivare all’uomo sano, attraverso gli alimenti e le bevande. Senza la contaminazione di cibo o acqua, il contagio diretto da persona a persona è molto raro in condizioni igienico-sanitarie normali. La carica batterica necessaria per la tramissione dell’infezione è, infatti, superiore al milione: pertanto risulta molto difficile contagiare altri individui attraverso il semplice contatto.

Gli alimenti a maggior rischio sono i frutti di mare o comunque il pesce, ingeriti senza adeguata cottura; la verdura, la frutta, l’acqua da bere e le bevande prodotte con acqua inquinata.

Incubazione

Da 1 a 5 giorni.

Sintomi

La malattia, si manifesta con diarrea improvvisa e intensa con scariche sempre più liquide e incolori, con la caratteristica “acqua di riso” e quindi con enormi perdite di liquidi, calcio e potassio. Segue il vomito che aggrava lo stato di disidratazione. Il paziente è ipoteso, tachicardico e con diuresi ridotta o addirittura assente (anuria).

Se non interviene la cura reidratante, con l’aggiunta di Sali bilanciati, la situazione clinica può evolvere verso lo stato di shock irreversibile e, in seguito ad ulteriore peggioramento verso la morte. A volte però la malattia si presenta in forma molto attenuata e quindi benigna. Essa è comunque sempre grave quando interessa i bambini, in quanto in questi l’equilibrio idrico ed elettrolitico è molto delicato.

Controllo e prevenzione

il controllo delle epidemie di colera si ottiene mediante il controllo ambientale, la purificazione delle acque, una informazione mirata delle popolazioni più esposte sull’utilizzo dei cibi o sul loro trattamento prima di essere ingeriti, sul controllo dell’ igiene personale per evitare la diffusione dell’infezione.

Per chi viaggia in Paesi a rischio, la prevenzione si basa soprattutto sulla cottura degli alimenti e sull’uso di bevande sicure (imbottigliate o in lattina). L’acqua da bere può essere bollita o trattata con disinfettante a base di cloro. Inoltre è bene sbucciare la frutta cruda, evitare di acquistare alimenti, anche cotti, da ambulanti, e di mangiare in locali con evidenti carenze igieniche.

Vaccinazione

Il vaccino iniettivo tradizionale contro il colera, costituito da cellule intere di batteri uccisi col fenolo, non viene da tempo più raccomandato dall’OMS a causa della sua modesta efficacia (30- 50% dei vaccinati), la breve durata dell’immunità (3-6 mesi) e perché può indurre nei vaccinati un immotivato e pericoloso senso di sicurezza.

Un nuovo vaccino, a disposizione dei viaggiatori, autorizzato dalla Unione Europea dallo scorso Aprile 2004, si distingue dal vecchio vaccino innanzitutto per composizione: oltre alle cellule intere di batteri, uccisi col calore e la formalina, contiene la subunità B non tossica della tossina del colera (ottenuta attraverso procedimenti di sintesi di ingegneria genetica), la quale stimola una risposta anticorpale migliore delle precedenti e permette la protezione crociata dalla Diarrea da ETEC (Escherichia Coli Enterotossigena che produce enterotossina termolabile).

Il nuovo vaccino è diverso inoltre anche per via di somministrazione: somministrazione per via orale, anziché parenterale.

Consulta il nostro approfondimento sul vaccino contro il Colera

Trattamento

L’aspetto più importante nel trattamento del colera è la reintegrazione dei liquidi e dei sali persi con la diarrea e il vomito. La reidratazione orale ha successo nel 90% dei casi, può avvenire tramite assunzione di soluzioni ricche di zuccheri, elettroliti e acqua, e deve essere intrapresa immediatamente. I casi più gravi necessitano, invece, di un ripristino dei fluidi intravenoso che, soprattutto all’inizio, richiede grandi volumi di liquidi, fino ai 4-6 litri.

Con un’adeguata reidratazione solo l’1% dei pazienti muore e, di solito, in seguito al ripristino dei fluidi, la malattia si risolve autonomamente.

Gli antibiotici, generalmente tetracicline o ciprofloxacina, possono abbreviare il decorso della malattia e ridurre l’intensità dei sintomi e sono utilizzati soprattutto per le forme più gravi o nei pazienti più a rischio, come gli anziani.

Diagnosi

La diagnosi è confermata dall’isolamento di V.Cholerae nelle colture da tamponi rettali diretti o da feci fresche e dalla successiva identificazione come sierogruppo 01 o 0139 mediante agglutinazione con antisiero specifico.

Il colera deve essere distinto dalla malattia clinicamente simile provocata dai ceppi di Escherichia Coli producenti enterotossina e dai microrganismi Salmonella e Shigella.

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Amebiasi – Scheda malattia

Descrizione

L’ Amebiasi è una malattia parassitaria, che provoca  infestazione, spesso sintomatica, talvolta asintomatica, causata da un parassita mono-cellulare chiamato Entamoeba histolytica.

amebiasi

  • Agente infettivo
  • Ciclo vitale
  • Distribuzione
  • Porta di ingresso
  • Trasmissione
  • Incubazione
  • Sintomi
  • Controllo e prevenzione
  • Trattamento
  • Diagnosi

 

Agente infettivo

Diverse specie di protozoi del genere Entamoeba infettano l’uomo, ma non tutte sono patogene. Entamoeba histolytica è uno dei generi riconosciuti come ameba patogena, associato ad infezioni di tipo intestinale e extra-intestinale. Le altre specie sono comunque importanti in quanto possono essere confuse con l’E. histolytica durante l’investigazione diagnostica di laboratorio, e clinicamente, in certe occasioni possono manifestare sintomi, talvolta gravi.

Ciclo vitale

  1. Le cisti delle amebe, forme di resistenza e protezione vengono espulse dall’individuo affetto tramite le feci.
  2. L’infezione da Entamoeba histolytica , in un individuo, avviene mediante l’ingestione delle cisti mature da cibi, acqua o mani contaminati da residui fecali. (trasmissione orofecale)
  3. Le cisti raggiungono l’intestino.
  4. I trofozoiti vengono rilasciati mediante una mutazione delle cisti in ambiente intestinale favorevole. In particolare i trofozoiti si formano a livello colico…
  5. si moltiplicano mediante fissione binaria…
  6. producono cisti che passano nelle feci…
  7. che vengono emesse quindi in ambiente esterno. A causa della protezione dovuta alla loro membrana esterna, le cisti possono sopravvivere giorni e anche settimane nell’ambiente esterno e sono causa della trasmissione della patologia. (I trofozoiti possono essere eliminati dal corpo in caso di diarrea, ma in questo caso vengono rapidamente distrutti quando si trovano all’esterno dell’organismo e se ingeriti non sono in grado di sopravvivere al contatto con i succhi gastrici). La maggior parte delle volte i trofozoiti rimangono comunque confinati nel lume intestinale.
  • A) Infezione non invasiva asintomatica: avviene in individui portatori asintomatici ma che eliminano comunque le cisti mediante le feci.
  • B) Patologia intestinale: in alcuni pazienti le cisti invadono la mucosa intestinale e provocano i classici sintomi dell’ameba.
  • C) patologia extraintestinale: i trofozoiti dell’ameba invadono il circolo sanguigno ed organi interni quali il fegato, il cervello o i polmoni con patologie annesse. E’ stato determinato che esistono forme invasive, in particolare epatiche e forme non invasive. Queste due distinte forme patogene sono determinate da due tipi ben distinti di parassiti chiamati rispettivamente  E. histolytica e E. dispar, ma non è detto che i pazienti infettati con E. histolytica subiscano una infezione di tipo invasiva. Queste due specie sono morfologicamente non distinguibili, ma hanno caratteristiche cliniche ben diverse.

La trasmissione di questa patologia può avvenire anche mediante il contatto con residui fecali durante rapporti sessuali, caso nel quale non solo le cisti ma anche i trofozoiti possono diventare causa di infezione.

Distribuzione

Il parassita è ubiquitario, con una prevalenza elevata nei paesi in via di sviluppo, soprattutto quando le condizione sanitarie sono degradate. Nei paesi industrializzati i gruppi a rischio di infezione sono considerati gli omosessuali, i viaggiatori e recentemente gli immigrati.

Porta di ingresso

Cavo orale mediante ingestione delle cisti

Trasmissione

Ingestione accidentale delle cisti che si trovano in alimenti o bevande contaminate.

Incubazione

Da 1 a 4 settimane (valori variabili)

Sintomi

Lo spettro dei sintomi per questa infezione è alquanto vasto. Si può avere una infezione di tipo asintomatica (amebiasi luminale), una amebiasi di tipo invasiva intestinale (che si presenta con dissenteria, coliti, appendiciti) o può presentarsi come una amebiasi extraintestinale (ascessi al fegato, peritoniti, ascessi pleuropolmonari, lesioni amebiche cutanee o genitali).

Controllo e prevenzione

In caso si pensi di avere una amebiasi è bene consultare immediatamente un medico specialista. In caso debba essere intrapreso un viaggio in un paese con condizioni sanitarie scarse è bene porre attenzione ad alcune semplici regole:

  • bere solo acqua imbottigliata o acqua bollita (almeno per cinque minuti) o bere bevande gassate in lattina o bottiglia. Non bere acqua dalle fontane e nessuna bevanda con ghiaccio
  • non mangiare frutta fresca o vegetali senza che siano stati precedentemente sbucciati
  • non mangiare o bere latte, formaggio o comunque prodotti caseari freschi che non siano stati pastorizzati

La trasmissione interumana, in particolare ai contatti stretti, è possibile, ma comunque limitata se la persona infetta viene trattata con farmaci adeguati. È  controllabile anche seguendo alcune regole semplici di igiene personale quali lavarsi le mani con sapone dopo avere utilizzato i servizi igienici e prima di toccare i cibi.

Terapia

Per il trattamento possono essere utilizzati diversi farmaci. In caso di infezione asintomatica o di amebe non histolitiche, è possibile utilizzare accanto al metronidazolo la paramomicina; la diloxanide furoato è il farmaco alternativo. In caso di una patologia leggera, media o severa e in caso di infezione extraintestinale, i farmaci di prima scelta sono il metronidazolo e il tinidazolo, seguiti da iodochinolo, paramomicina o diloxanide furoato.

Diagnosi

La diagnosi della amebiasi è microscopica ed avviene mediante ricerca delle cisti, e raramente delle forme trofozoite. È possibile richiedere esami su diversi campioni di feci, se non si trovano i parassiti. Non sempre E. histolytica viene ritrovata nei campioni. Esiste un problema di diagnosi differenziale delle amebiasi, e questo è dovuto al fatto che altri parassiti possono rassomigliare molto alla E. histolytica. Esistono due tipi di infezioni da Amebe, simili morfologicamente ma diverse nella manifestazione clinica: infezioni da  E. dispar  e quelle da E. histolytica. Nel primo caso l’infezione non è mai sintomatica, ma il parassita può essere confuso con il secondo. L’ infezione da E. Histolytica invece è quasi sempre sintomatica, ma in laboratorio i reperti sono microscopicamente indistinguibili. Attraverso la tecnica di biologia molecolare della PCR (Polimerase Chain Reaction) è possibile arrivare ad una distinzione di specie tra dispar ed histolitica. È disponibile anche un test sierologico per l’identificazione degli anticorpi. L’Entamoeba histolytica deve essere differenziata da altre amebe scarsamente patogene quali: E. coli, E. hartmanni, E. gingivalis, Endolimax nana, e Iodamoeba buetschlii (l’ameba non patogena), Dientamoeba fragilis (che è un flagellato) basandosi sulle caratteristiche morfologiche delle cisti e dei trofozoi.

Amebiasi – Scheda malattia Leggi tutto »

IXIARO, il vaccino contro l’encefalite giapponese

Domande e risposte per conoscere IXIARO, il vaccino utile per la prevenzione dell’encefalite giapponese.

Cos’è IXIARO?

IXIARO è un vaccino indicato nella prevenzione dell’encefalite giapponese, una malattia virale veicolata dalle zanzare del genere Culex, prevalentemente endemica in Asia.

Cos’è l’Encefalite Giapponese?

L’Encefalite Giapponese (JE) è una infezione virale acuta, trasmessa all’uomo da zanzare infette del tipo Culex, ed è responsabile della più comune forma di encefalite in quasi tutta l’Asia e parte del Pacifico occidentale.
la maggior parte delle infezioni da tale virus è asintomatica; meno dell’1% degli individui infetti manifesta segni clinici. Le forme lievi o pauci sintomatiche sono caratterizzate da cefalea, febbre remittente, forte astenia ingravescente, vomito con tendenza a vomito a getto. I casi peggiorano manifestando rigidità del collo, convulsioni, alterazione dello stato di coscienza, disturbi motori, paralisi spastica. Nelle forme cliniche evidenti la malattia si manifesta con una grave encefalite acuta gravata da un tasso di letalità del 25%. Un segno clinico tipico di encefalite giapponese è rappresentato da una sindrome parkinsoniana conseguenza dell’interessamento extrapiramidale. La progressione di questa sindrome evidenzia un peggioramento della malattia. Fino al 50% di coloro che sopravvivono alla malattia può manifestare sequele neurologiche o psichiatriche significative, anche dopo anni dalla malattia acuta.

Ma l’Asia è grande, il rischio è uguale dappertutto?

La malattia è endemica in una vasta fascia dell’Asia che va dal Pakistan per giungere attraverso l’India e Sri Lanka, al Nepal, il Buthan e il Bangladesh fino alle regioni estremo orientali quali Myanmar, Laos, Thailandia, Vietnam, per arrivare al Giappone, alla Corea ed alle Filippine. Coinvolte anche vaste aree della Cina Centro meridionale fino ed alle estreme regioni orientali della Russia. Nelle regioni del Sud, Malesia, Indonesia, Giacarta, Bali, Brunei e la Papua Nuova Guinea sono segnalati casi sporadici.
Generalmente la trasmissione si verifica nelle zone agricole o rurali, spesso associata alla produzione di riso, ma è sempre più presente anche nelle aree urbane.
Nelle zone temperate dell’Asia, la trasmissione è stagionale, e la malattia ha il suo picchio in estate e in autunno. Nelle regioni subtropicali e tropicali, la trasmissione stagionale varia con le piogge monsoniche e le pratiche di irrigazione, potendo così prolungarsi per buona parte dell’anno.
Nelle aree equatoriali,la trasmissione è continua.

Da cosa è costituito il vaccino?

Il vaccino IXIARO è costituito dal virus dell’encefalite giapponese ( inattivato), coltivato su cellule Vero.

Posso vaccinare i miei figli?

IXIARO può essere somministrato ad adulti, adolescenti, bambini e neonati a partire dai 2 mesi di età.

Posso essere vaccinata se sono incinta o se sto allattando?

Esistono solo informazioni limitate relative all’uso di IXIARO in donne in gravidanza o in allattamento. Il suo utilizzo, deve pertanto essere sottoposto a giudizio di un medico.

Come si somministra il vaccino?

IXIARO viene somministrato da un medico o un infermiere tramite iniezione intramuscolare.
La dose raccomandata per adulti, adolescenti e bambini è un totale di 2 iniezioni:
1. una prima dose il Giorno 0
2. una seconda dose 28 giorni dopo la prima iniezione (Giorno 28).
A discrezione, esiste uno schema “accorciato”, che prevede:
1. una prima dose il Giorno 0
2. una seconda iniezione 7 giorni dopo la prima dose (Giorno 7).
La copertura vaccinale è ottenuta al compimento del protocollo.

Ci sono effetti collaterali?

Come tutti i medicinali, IXIARO può causare effetti indesiderati sebbene non tutte le persone li manifestino.
Tali reazioni si verificano solitamente entro i primi tre giorni dalla somministrazione del vaccino, generalmente sono di grado lieve e scompaiono entro qualche ora/giorno.Più comunemente si può riscontrare: mal di testa, mialgia, dolore nel sito di iniezione, affaticamento,nausea, malattia simil-influenzale, febbre, arrossamento/gonfiore nel sito di iniezione.

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