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India – Scheda Paese


India – Scheda Paese – ottobre 2026

CESMET – CLINICA DEL VIAGGIATORE
INDIA
Scheda Paese · edizione sintetica di aggiornamento
Direttore e redattore Dr. Paolo Meo — medico tropicalista infettivologo
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Mappa India

Redazione: 2 ottobre 2026 · Dati epidemiologici chiusi al 1° ottobre 2026

Fonti più recenti: OMS SEARO, bollettino epidemiologico n. 12 del 17 giugno 2026; OMS Disease Outbreak News (Nipah, gennaio e giugno 2026); KDCA (giugno 2026).

Questa è la versione sintetica e gratuita. La scheda completa e dettagliata, curata personalmente dal Dr. Paolo Meo con oltre 40 anni di esperienza in medicina tropicale, contiene tutti i capitoli approfonditi, le mappe del rischio mese per mese e i suoi consigli pratici per il vostro viaggio. Uno strumento utilissimo per conoscere in modo approfondito le mete del tuo viaggio e per viaggiare in sicurezza.

👶 NOVITÀ – Viaggi con i tuoi bambini? Nella scheda completa trovi l’Appendice Bambini (0–10 anni): vaccini per età, profilassi antimalarica in base al peso, repellenti adatti, località consigliate e farmacia pediatrica da portare con te.

🧭 NOVITÀ – Over 60, il mondo è ancora tutto da scoprire. L’Appendice Over 60 ti spiega come preparare il viaggio insieme alle tue terapie. Trovi i vaccini consigliati alla tua età, come affrontare volo, caldo, altitudine e mare, e gli ospedali affidabili del Paese.

💊 NOVITÀ – Una malattia cronica non deve fermare il tuo viaggio. L’Appendice Malattie Croniche è dedicata a chi convive con cardiopatie, diabete, ipertensione, malattie respiratorie, renali o del fegato, a chi ha difese immunitarie ridotte e a chi segue terapie continue, come anticoagulanti, insulina, farmaci biologici o psicofarmaci. Trovi come portare i farmaci tra dogane e fusi orari e quali antimalarici e vaccini sono compatibili con la tua cura.

Potete prenotarla e acquistarla al costo di 59 € scrivendo a seg.cesmet@gmail.com.

SICUREZZA — LEGGERE PRIMA DI PARTIRE

La Farnesina sconsiglia le zone di confine con il Pakistan e la Linea di controllo in Kashmir, e raccomanda prudenza nel Manipur e in alcune aree del Centro-Est (Chhattisgarh, Jharkhand). Le principali mete turistiche sono visitabili con le normali precauzioni.

Molestie verso le donne e truffe ai turisti sono frequenti nelle grandi città. Registrate il viaggio su Viaggiare Sicuri e Dove siamo nel mondo.

Alert in evidenza

Allerta Situazione al 1° ottobre 2026 Livello
Dengue Endemica in tutto il Paese, con picco da luglio a novembre; casi e decessi numerosi ogni anno. ALTO
Chikungunya Epidemie ricorrenti in molti Stati (Maharashtra, Karnataka, Tamil Nadu, Kerala). MEDIO-ALTO
Rabbia L’India ha circa un terzo dei decessi per rabbia del mondo; cani randagi e scimmie ovunque. ALTO
Virus Nipah Focolaio nel Bengala Occidentale a gennaio 2026 (anche fra operatori sanitari) e un caso grave nel Kerala (Kozhikode) a giugno 2026. BASSO
Malaria Presente in molte zone rurali e forestali (Est, Nord-Est, Centro); rischio basso nelle grandi città turistiche. MEDIO
Inquinamento dell’aria Livelli fra i più alti al mondo a Delhi e nella pianura del Gange da ottobre a febbraio. ALTO

1. Introduzione alla scheda sanitaria

IL PARERE DEL DR. MEO
L’India è un continente di oltre un miliardo e quattrocento milioni di persone, con tutti i climi e quasi tutte le malattie. La preparazione deve essere accurata: vaccini, profilassi dove serve e grande attenzione ad acqua, cibo, cani e smog.

Questa «nuova edizione sintetica delle schede» riporta gli alert al 1° ottobre 2026, le vaccinazioni e tutte le notizie aggiornate e le regole essenziali verificate dal Dr. Paolo Meo.

Paese immenso: Himalaya al Nord, pianura del Gange, deserto del Thar, altopiano del Deccan, coste tropicali e il Nord-Est forestale. Ottimi ospedali privati nelle metropoli; sanità pubblica sovraccarica.

2. Epidemie e alert sanitari

IL PARERE DEL DR. MEO
Il virus Nipah è raro ma letale; si previene evitando il succo di palma crudo e i frutti morsicati dai pipistrelli, e lavando bene la frutta. Per il viaggiatore il rischio è molto basso.

Dengue e chikungunya: epidemie annuali nel monsone e nel post-monsone. Nipah: casi sporadici nel Kerala e nel Bengala Occidentale nel 2026, gestiti con tracciamento dei contatti. Rabbia: endemica ovunque. Morbillo: circolazione nella regione, con grande epidemia nel vicino Bangladesh.

3. Clima e malattie

IL PARERE DEL DR. MEO
Ottobre-marzo è la stagione migliore per gran parte dell’India, ma a Delhi è anche quella dello smog peggiore.

Previsioni meteo: 3bmeteo.com — India

Tre stagioni: caldo estremo (aprile-giugno, oltre i 45 °C nel Nord), monsone (giugno-settembre), stagione fresca e secca (ottobre-marzo); alpino in Himalaya.

  • Aprile-giugno: colpo di calore.
  • Giugno-novembre: dengue, chikungunya, malaria, leptospirosi, encefalite giapponese.
  • Ottobre-febbraio: smog nel Nord.

4. Cambiamenti climatici e malattie

IL PARERE DEL DR. MEO
Ondate di calore record e monsoni irregolari portano dengue e malaria in zone e stagioni nuove.

Ondate di calore estreme, monsoni più violenti con alluvioni, scioglimento dei ghiacciai himalayani, inquinamento atmosferico. Le zanzare Aedes si espandono in nuove città.

5. Ambienti, caratteristiche geografiche e malattie

IL PARERE DEL DR. MEO
Il Triangolo d’oro, il Kerala, Goa, il Ladakh: quattro viaggi molto diversi, con rischi diversi.
  • Metropoli (Delhi, Mumbai, Kolkata, Bangalore): dengue, smog, diarree, traffico.
  • Rajasthan e Triangolo d’oro: caldo, diarree, rabbia (scimmie e cani).
  • Kerala e Sud: dengue, chikungunya, leptospirosi, Nipah (sporadico).
  • Goa e coste: dengue, correnti, intossicazioni alimentari.
  • Himalaya (Ladakh, Sikkim, Himachal): alta quota.
  • Nord-Est e Centro-Est: malaria, encefalite giapponese.

6. Malattie endemiche

IL PARERE DEL DR. MEO
La diarrea del viaggiatore in India colpisce più di metà dei viaggiatori. Acqua sigillata, cibo cotto e caldo, frutta sbucciata da sé.
  • Zanzare: dengue, chikungunya, malaria, encefalite giapponese, filariosi.
  • Acqua e cibo: diarree, febbre tifoide (con resistenze), epatite A ed E, colera.
  • Animali: rabbia (cani, scimmie).
  • Pipistrelli e frutta: Nipah.
  • Flebotomi: leishmaniosi viscerale (Bihar).
  • Acari: tifo delle boscaglie.
  • Via respiratoria: tubercolosi (prima al mondo per numero di casi), morbillo.

7. Vaccinazioni

IL PARERE DEL DR. MEO
Per l’India il pacchetto è ampio: epatite A, tifo, rabbia, dengue e chikungunya, morbillo, e l’encefalite giapponese per le campagne nel monsone.

A — Vaccinazioni richieste

  • Febbre gialla — certificato richiesto a chi proviene da Paesi a rischio di trasmissione (anche solo in transito oltre 12 ore); senza certificato è prevista la quarantena. Chi deve vaccinarsi

B — Vaccinazioni consigliate

  • Dengue (Qdenga) — consigliata a tutti i viaggiatori dai 4 anni di età, anche a chi non ha mai avuto la dengue e anche per viaggi brevi; due dosi a distanza di 3 mesi, la prima dose da effettuare prima della partenza.
  • Chikungunya (VIMKUNYA) — consigliata ai viaggiatori dai 12 anni di età; dose singola, da fare prima della partenza.
  • Morbillo-parotite-rosolia — consigliato a chi non ha due dosi documentate o non ha avuto la malattia; dose anticipata dai 6 mesi per i bambini piccoli.
  • Rabbia — preesposizione con 2 dosi (schema 0-7 giorni) per chi entra in contatto con animali: fortemente consigliata per quasi tutti i viaggi, vista la diffusione della rabbia. Vaccinazione
  • Epatite A — sempre. Vaccinazione
  • Febbre tifoide — sempre; vaccino Vi, richiamo a 2 anni. Vaccinazione
  • Encefalite giapponese — per soggiorni rurali nel monsone o di lunga durata. Vaccinazione
  • Epatite B, poliomielite (IPV), dTpa — secondo età e tipo di viaggio.
  • Influenza, pneumococco ed herpes zoster — per over 60.

8. Malaria PRESENTE — aree rurali

IL PARERE DEL DR. MEO
Per Delhi, Agra, Jaipur, Mumbai e Goa la profilassi di regola non serve, ma il repellente sì. Per il Nord-Est, l’Orissa e le foreste del Centro la consiglio.

Rischio nelle zone rurali e forestali di Orissa, Chhattisgarh, Jharkhand, Madhya Pradesh, Bengala Occidentale e Stati del Nord-Est, nel monsone; rischio basso nelle grandi città e nelle mete turistiche principali. Circolano P. falciparum e P. vivax.

  • Doxiciclina 100 mg, 1 compressa al giorno a pranzo, con un bel bicchiere d’acqua — prima scelta: dal giorno di arrivo fino a 10 giorni dopo l’uscita dall’area a rischio (sufficienti secondo l’esperienza del Dr. Paolo Meo); l’indicazione ufficiale è di continuare per 4 settimane dopo l’uscita. Approfondisci
  • Atovaquone-proguanil — alternativa. Approfondisci
  • Protezione dalle punture: repellente, zanzariera; come complemento NOZETA. NOZETA

9. Arbovirosi e altre virosi PRESENTI

IL PARERE DEL DR. MEO
Dengue e chikungunya in India sono un rischio reale anche nelle città: repellente di giorno, paracetamolo e niente antinfiammatori in caso di febbre.
  • Dengue — in tutto il Paese.
  • Chikungunya — epidemie ricorrenti.
  • Encefalite giapponese — zone rurali, monsone.
  • Nipah — casi sporadici (Kerala, Bengala Occidentale).
  • Zika — casi sporadici.

Non presente: febbre gialla.

10. Piante e medicina tradizionale

IL PARERE DEL DR. MEO
L’ayurveda è una tradizione millenaria. Alcuni preparati, però, sono stati trovati contaminati da metalli pesanti: con farmaci abituali o in gravidanza meglio evitarli.

Ayurveda, siddha e unani sono riconosciuti dal governo. Alcuni preparati ayurvedici possono contenere piombo, mercurio o arsenico. Il succo di palma crudo può trasmettere il virus Nipah.

11. Farmacia da viaggio

IL PARERE DEL DR. MEO
In India i farmaci costano poco ma i contraffatti esistono. Porto tutto dall’Italia, compreso l’antibiotico per la diarrea.
  • Antimalarico per tutta la durata del soggiorno più 10 giorni (sufficienti secondo il Dr. Paolo Meo) o 4 settimane (indicazione ufficiale).
  • Azitromicina per la diarrea con febbre: 1 g in dose singola oppure 500 mg al giorno per 3 giorni; rifaximina per le forme senza febbre.
  • Loperamide (da usare il meno possibile): è solo un sintomatico, non va mai usata da sola ma sempre insieme all’antibiotico (doxiciclina o altro), e mai in presenza di febbre alta o di sangue nelle feci.
  • Sali reidratanti orali: essenziali durante il soggiorno, insieme a oltre 2 litri d’acqua al giorno, contro la disidratazione.
  • Paracetamolo, antistaminico, cortisone orale.
  • Acetazolamide su prescrizione per il Ladakh e l’Himalaya.
  • Adrenalina autoiniettabile per chi ha già avuto reazioni allergiche gravi.
  • Repellente e NOZETA (multiuso: repellente, lenitivo dopo la puntura, antiparassitario, antisettico potente per la disinfezione di ferite e acqua, anti-ustione ed eritema solare), zanzariera, crema solare. NOZETA
  • Mascherine FFP2 per lo smog.
  • Scorta dei farmaci abituali con ricetta in inglese.

Le medicine in viaggio

12. Pillole sanitarie

IL PARERE DEL DR. MEO
Chi vola direttamente a Leh, in Ladakh, atterra a 3.500 metri: i primi due giorni riposo assoluto.
  • Sole e calore — caldo estremo prima del monsone: acqua, sali, ore fresche.
  • Acque dolci e mare — niente bagni nel Gange e nei fiumi; correnti forti a Goa e in Kerala nel monsone.
  • Montagna — Ladakh oltre i 3.500 m, passi oltre i 5.000 m: acclimatamento, scendere ai primi segni gravi.
  • Serpenti e ragni — cobra, vipera di Russell, krait: decine di migliaia di decessi l’anno nelle campagne; scarponi e torcia.
  • Meduse — in alcune stagioni: risciacquo con aceto.

13. Strutture sanitarie nel Paese

IL PARERE DEL DR. MEO
Nelle metropoli indiane ci sono ospedali privati eccellenti. Fuori dalle città la qualità cala molto.

Ospedali privati di alto livello a Delhi, Mumbai, Bangalore, Chennai, Kolkata (gruppi Apollo, Fortis, Max e altri). Nelle zone rurali strutture limitate. Numero di emergenza 112.

Rappresentanza italiana: Ambasciata d’Italia a Nuova Delhi e consolati generali a Mumbai, Calcutta e Bangalore.

Al rientro: i segnali da non trascurare

Febbre con dolori muscolari e articolari (dengue, chikungunya); febbre alta continua con mal di testa (tifo); febbre dopo soggiorni in zone malariche (test entro 24 ore); febbre con confusione (encefalite giapponese, Nipah: urgenza); qualsiasi morso o graffio di cane o scimmia non trattato (rabbia); tosse che dura più di tre settimane (tubercolosi).

Visite di medicina tropicale al rientro →

Appendice — Le località più ricercate

Clima, ambiente e malattie presenti nelle mete più richieste da chi visita o lavora in India.

Delhi

Clima e quota: Caldo estremo in primavera, smog in inverno.

Ambiente: Capitale, Forte Rosso, Qutb Minar.

Malattie e rischi: Smog, dengue, diarree.

Consiglio: FFP2 da ottobre a febbraio, acqua sigillata.

Agra e Jaipur

Clima e quota: Caldo secco.

Ambiente: Taj Mahal, Forte Amber, Triangolo d’oro.

Malattie e rischi: Caldo, diarree, scimmie e cani.

Consiglio: Vaccino rabbia, non avvicinare le scimmie.

Varanasi

Clima e quota: Caldo, monsone.

Ambiente: Ghat sul Gange, città sacra.

Malattie e rischi: Diarree, epatiti, acqua del fiume contaminata.

Consiglio: Nessun contatto con l’acqua del Gange.

Kerala (Kochi, backwaters)

Clima e quota: Tropicale umido.

Ambiente: Lagune, piantagioni di tè, ayurveda.

Malattie e rischi: Dengue, chikungunya, leptospirosi, Nipah sporadico.

Consiglio: Vaccini dengue e chikungunya, frutta lavata e sbucciata.

Goa

Clima e quota: Tropicale costiero.

Ambiente: Spiagge, chiese portoghesi.

Malattie e rischi: Dengue, correnti, intossicazioni.

Consiglio: Bagni prudenti, repellente.

Ladakh (Leh)

Clima e quota: Alta quota, secco, freddo.

Ambiente: Monasteri buddhisti, passi himalayani.

Malattie e rischi: Mal di montagna, ustioni solari.

Consiglio: Acclimatamento, acetazolamide su prescrizione.

Fonti principali

  1. OMS SEARO, bollettino epidemiologico n. 12, 17 giugno 2026.
  2. OMS, Disease Outbreak News: Nipah, India (gennaio e giugno 2026); KDCA, 18 giugno 2026.
  3. ESCMID EpiAlert, 3 febbraio e 16 giugno 2026.
  4. CDC, India — Traveler view.
  5. Ministero degli Affari Esteri, Viaggiare Sicuri — scheda India, consultata il 3 ottobre 2026.

La scheda completa India a 13 capitoli è in preparazione. Per una consulenza prima della partenza, anche a distanza: WhatsApp 346 6000899 · seg.cesmet@gmail.com · Consulenze online

NOTA METODOLOGICA E DI TRASPARENZA — MODELLO MEO–CLAUDE

Questa scheda è stata preparata con il metodo Meo–Claude. Le ricerche sulle fonti internazionali, l’ordinamento dei dati e l’impaginazione sono stati svolti con Claude (Anthropic); la veste grafica è stata studiata insieme. I dati sono stati poi valutati e verificati sulle fonti primarie dal Dr. Paolo Meo, che ha riscritto le parti cliniche e ne porta l’intera responsabilità. Lo strumento cerca, ordina e dà forma alla pagina; il medico decide e firma.

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INFLUENZA: il virus che non aspetta il freddo

POLO VIAGGI CESMET – ARTEMISIA

Clinica del Viaggiatore

direttore e responsabile scientifico dr. Paolo Meo, medico infettivologo e tropicalista

Via Piave 76, Roma · clinicadelviaggiatore.com

APPROFONDIMENTO · VIRUS RESPIRATORI · OTTOBRE 2026

Il virus che non aspetta il freddo

Influenza 2026/27: perché vaccinarsi adesso, come il virus convive con decine di altri virus respiratori, che ruolo ha davvero il tempo atmosferico, chi rischia di più e quali vaccini utilizzare

Dal 1° ottobre
campagna vaccinale (settimana 40)
Trivalente
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Gratis
dai 60 anni e per le categorie a rischio
Mai tardi
si può fare in qualsiasi momento della stagione

1. Il paradosso dell’autunno mite

Le giornate di ottobre sono ancora tiepide, si cena all’aperto, i cappotti restano nell’armadio. È naturale pensare che l’influenza sia un problema di dicembre. È un errore di prospettiva: il virus non segue il termometro della strada, segue le persone, e le persone in autunno tornano a scuola, in ufficio, sui mezzi pubblici, nelle stanze chiuse. Le condizioni per la trasmissione si creano molto prima che arrivi il primo vero freddo.

Quest’anno c’è un elemento in più. Dall’emisfero nord arrivano segnali di una partenza anticipata: nel Regno Unito e sulla costa occidentale degli Stati Uniti la quota di tamponi positivi all’influenza è insolitamente alta per il periodo, e in Giappone alcuni focolai tra agosto e settembre hanno costretto scuole appena riaperte a chiudere di nuovo. Gli epidemiologi avvertono però che i numeri sono ancora piccoli e che un inizio precoce non significa automaticamente una stagione più grave [1].

Il messaggio, quindi, non è allarmistico ma pratico: la prevenzione va programmata sul calendario, non sulla sensazione climatica. La circolare del Ministero della Salute fa partire la campagna dall’inizio di ottobre e ricorda che il vaccino va offerto in qualunque momento della stagione, anche a chi arriva in ritardo o ha già avuto episodi simil-influenzali [2, 3].

2. Che cos’è davvero l’influenza

Nel linguaggio comune “ho l’influenza” significa quasi sempre “ho febbre e tosse”. In medicina il termine indica una cosa precisa: l’infezione da virus influenzali, che appartengono alla famiglia degli Orthomyxoviridae. Quelli che contano per l’uomo sono due tipi:

  • Tipo A, suddiviso in sottotipi in base a due proteine di superficie, l’emoagglutinina (H) e la neuraminidasi (N). Oggi circolano stabilmente A(H1N1)pdm09 e A(H3N2). Il tipo A infetta anche uccelli e mammiferi: è il serbatoio da cui possono nascere le pandemie.
  • Tipo B, quasi esclusivamente umano. Delle due linee storiche, Victoria e Yamagata, la seconda non viene più rilevata da anni: per questo OMS ed EMA l’hanno tolta dai vaccini, che dal 2024 sono tornati trivalenti [4].

Perché ci si deve rivaccinare ogni anno

I virus influenzali copiano il proprio genoma con molti errori. Ogni stagione accumulano piccole mutazioni nelle proteine H e N che gli anticorpi riconoscono: è la deriva antigenica (drift). Gli anticorpi dell’anno prima riconoscono sempre meno il virus nuovo. A questo si aggiunge il calo naturale della protezione nei mesi successivi alla vaccinazione, più marcato negli anziani. Il vaccino viene quindi riformulato ogni anno sulla base della sorveglianza mondiale dell’OMS, che a febbraio indica i ceppi per l’inverno successivo [5].

Come si riconosce

La vera influenza ha un esordio brusco: febbre di solito sopra i 38 °C, almeno un sintomo respiratorio (tosse, mal di gola, naso chiuso) e almeno un sintomo generale (dolori muscolari e articolari, mal di testa, spossatezza intensa). Si sta male “di colpo”, spesso si sa indicare l’ora in cui è cominciata. Nei bambini sono frequenti anche vomito e diarrea. Negli anziani il quadro può essere ingannevole: la febbre può mancare o essere modesta, e i segnali da cercare sono confusione, sonnolenza insolita, respiro accelerato, peggioramento rapido delle condizioni generali.

3. L’influenza e il tempo che fa

Il legame tra freddo e influenza è antico quanto il nome stesso: “influenza” viene dall’idea medievale di un influsso degli astri e delle stagioni. La scienza moderna conferma che il clima conta, ma in modo più sottile di come lo immaginiamo. Il freddo non “fa venire” l’influenza: crea condizioni che la favoriscono.

Fattore Che cosa succede Peso reale
Umidità assoluta bassa Nell’aria secca dell’inverno le goccioline evaporano in fretta e i nuclei residui, più leggeri, restano sospesi più a lungo; il virus nell’aerosol secco resta infettante più a lungo. È il fattore climatico meglio documentato [6]. Alto nelle zone temperate
Riscaldamento domestico L’aria riscaldata è molto secca: il muco delle vie respiratorie si addensa e le ciglia che lo spingono fuori lavorano peggio. La prima barriera si indebolisce. Medio
Vita al chiuso Più tempo in ambienti poco aerati, più persone nello stesso spazio, più aria rirespirata. È il motore principale della trasmissione. Alto
Scuole I bambini eliminano più virus e più a lungo degli adulti e lo portano in famiglia. La riapertura di settembre e la chiusura natalizia si vedono nelle curve epidemiche. Alto
Sbalzi termici Non trasmettono il virus. Possono favorire raffreddori (più spesso da altri virus) e far sentire peggio chi è già infetto. Basso
Luce e vitamina D L’ipotesi che meno sole significhi difese più basse è plausibile ma le prove sono deboli e contrastanti. Incerto

Questo spiega perché un autunno mite può spostare di qualche settimana il picco, ma non cancella la stagione. Spiega anche un fatto che chi viaggia deve conoscere: ai tropici l’influenza non ha un “inverno”. Circola tutto l’anno, spesso con aumenti nella stagione delle piogge, quando la gente si raccoglie al riparo. Nell’emisfero sud (Australia, Sudafrica, Argentina, Cile) la stagione va invece da maggio a settembre, a calendario rovesciato rispetto al nostro.

4. Un condominio affollato: l’influenza e gli altri virus

L’influenza non è mai sola. Nelle nostre vie respiratorie, durante l’autunno e l’inverno, si alternano decine di virus diversi: rhinovirus, virus respiratorio sinciziale (RSV), SARS-CoV-2, virus parainfluenzali, metapneumovirus, adenovirus, coronavirus stagionali. Molti producono sintomi simili, e per questo nel linguaggio comune finiscono tutti sotto l’etichetta “influenza”.

I dati italiani lo mostrano bene. Nell’ultima settimana di novembre 2025, su oltre duemila campioni analizzati dalla rete di sorveglianza, l’influenza era presente in circa un caso su cinque; il rhinovirus in più di uno su otto; SARS-CoV-2 nel 4% e RSV nel 2% [7]. Proprio per dare conto di questo mosaico, dalla stagione 2025/26 l’Istituto Superiore di Sanità non sorveglia più le sole “sindromi simil-influenzali” ma tutte le infezioni respiratorie acute (ARI), in linea con l’ECDC [8].

Una convivenza fatta di competizione

Questi virus non si limitano a coesistere: competono per lo stesso territorio, le cellule che rivestono naso, gola e bronchi. Quando un virus infetta una cellula, l’organismo produce interferoni, molecole d’allarme che mettono in stato di difesa anche le cellule vicine. Il risultato è che, per qualche giorno, un secondo virus fa più fatica ad attecchire. È la cosiddetta interferenza virale: in laboratorio il rhinovirus riduce la replicazione del virus influenzale nelle colture di epitelio bronchiale umano [9], e si ritiene che un fenomeno simile abbia contribuito a ritardare in alcuni paesi europei la seconda ondata della pandemia del 2009.

Ne derivano alcune conseguenze pratiche:

  • Le ondate si succedono: spesso a inizio autunno dominano rhinovirus e altri virus “minori”, poi entra l’influenza, mentre l’RSV colpisce soprattutto lattanti e anziani in un periodo che può sovrapporsi o alternarsi.
  • Le coinfezioni esistono e, soprattutto nei bambini piccoli e nei fragili, possono essere più impegnative.
  • Ammalarsi una volta non “immunizza” per l’inverno: si possono prendere tre o quattro virus respiratori diversi nella stessa stagione.
  • Il vaccino antinfluenzale protegge solo dall’influenza. Chi si vaccina e poi ha un raffreddore non ha avuto un “vaccino che non funziona”: ha incontrato uno degli altri inquilini del condominio.

Per questo esistono più vaccini “di stagione”

Oltre all’antinfluenzale, per anziani e fragili sono disponibili il vaccino anti-COVID aggiornato, quello antipneumococcico (contro la principale complicanza batterica dell’influenza) e quello contro l’RSV; per i neonati c’è la protezione con anticorpo monoclonale. Si possono somministrare nella stessa seduta o a breve distanza: la visita vaccinale d’autunno è l’occasione per fare il punto su tutto [10].

5. Che cosa ci ha insegnato l’ultima stagione

L’inverno 2025/26 è stato un esempio quasi didattico di come funziona l’influenza. Una nuova variante di A(H3N2), il sottoclade K, comparsa nell’estate 2025, si è diffusa rapidamente in tutto il mondo. In Italia la stagione è partita con quattro-cinque settimane di anticipo [11], il sottoclade K è diventato nettamente prevalente tra i ceppi H3N2 [12] e i più colpiti sono stati come sempre i bambini sotto i cinque anni, con un’incidenza settimanale che nel pieno dell’ondata superava i 40 casi ogni mille [13].

La variante K era antigenicamente diversa dal ceppo H3N2 contenuto nel vaccino. Molti hanno concluso che il vaccino “non servisse”. I dati raccolti dopo dicono il contrario: nove studi europei condotti in 19 paesi hanno stimato un’efficacia contro l’influenza A del 25–45% in tutte le età, simile alle altre stagioni, e del 47–72% nei bambini [14]. Una protezione parziale, ma reale, proprio nel momento in cui il virus era meno “centrato”.

La lezione

Il vaccino antinfluenzale non è uno scudo perfetto e non va presentato come tale. È una cintura di sicurezza: non impedisce tutti gli incidenti, ma riduce in modo consistente la probabilità di farsi male sul serio. E funziona anche quando la stagione non è quella che ci si aspettava.

6. Che cosa sappiamo della stagione 2026/27

A oggi il quadro è ancora in formazione, ma alcuni elementi sono chiari.

  • Cambio di protagonista. Negli Stati Uniti, a fine settembre, il 96% dei virus tipizzati era A(H1N1) e solo il 4% A(H3N2); il tipo B non era rilevato [1]. L’anno scorso era esattamente il contrario. Quale sottotipo prevarrà in Italia lo diranno le prossime settimane di sorveglianza.
  • Una mutazione da seguire. In una parte dei virus H1N1 circolanti è comparsa una mutazione, chiamata G155E, che in laboratorio rende alcuni ceppi meno riconoscibili dagli anticorpi già presenti nella popolazione, in particolare in adolescenti e giovani adulti, che probabilmente non hanno mai incontrato virus H1N1 con caratteristiche simili [1]. È un dato preliminare, non ancora sottoposto a revisione, da osservare senza drammatizzare.
  • Il vaccino è aggiornato. Per questa stagione l’OMS ha rinnovato tutte e tre le componenti: un ceppo A/Missouri/11/2025 (H1N1)pdm09, un ceppo A/Darwin/2025 (H3N2) e un ceppo B/Victoria del 2025, con lievi differenze di ceppo tra i vaccini prodotti su uova e quelli su colture cellulari [5].
  • Novità italiana. La circolare 2026/27 abbassa a 60 anni l’età da cui sono raccomandati i vaccini “potenziati” (ad alto dosaggio o adiuvati), che offrono una protezione maggiore contro le forme gravi [2].

7. Perché vaccinarsi: le ragioni, con onestà

Un articolo equilibrato deve dire che cosa il vaccino fa e che cosa non fa.

Che cosa fa

  • Riduce il rischio di ammalarsi di influenza confermata, in genere di circa un terzo-metà a seconda della stagione e dell’età.
  • Riduce soprattutto le forme gravi: polmoniti, ricoveri, ingressi in terapia intensiva, decessi. È il beneficio più importante per anziani e fragili.
  • Protegge il cuore. Nei sette giorni successivi a un’influenza confermata il rischio di infarto è circa sei volte più alto [15]: l’infiammazione e la febbre mettono sotto sforzo coronarie già malate. Vaccinare un cardiopatico è anche prevenzione cardiovascolare.

 

  • Protegge chi ci sta accanto: neonati troppo piccoli per essere vaccinati, nonni, malati oncologici, persone immunodepresse. Vaccinare la donna in gravidanza trasmette anticorpi al bambino, che resta protetto nei primi mesi di vita [3].
  • Alleggerisce gli ospedali proprio nelle settimane in cui pronto soccorso e reparti sono più sotto pressione.

Che cosa non fa

  • Non protegge dagli altri virus respiratori.
  • Non garantisce di non ammalarsi: chi si ammala da vaccinato ha in genere una malattia più breve e più lieve.
  • Non può causare l’influenza: i vaccini iniettabili contengono virus inattivati o loro frammenti. Il dolore nel punto dell’iniezione, un po’ di stanchezza o qualche linea di febbre per un giorno sono la normale risposta del sistema immunitario.

Il dato che preoccupa

Le coperture restano lontane dagli obiettivi. Nel 2024 solo il 53,3% degli italiani sopra i 65 anni risultava vaccinato contro l’influenza, contro un obiettivo minimo del 75% [16]; i dati provvisori della stagione 2025/26 indicavano valori intorno al 50% in questa fascia. Dopo il picco raggiunto durante la pandemia, l’adesione si è progressivamente erosa.

8. Quando vaccinarsi

Dopo la vaccinazione servono circa due settimane perché si formino anticorpi protettivi. La protezione poi si mantiene per l’intera stagione, con un calo graduale più marcato nelle persone molto anziane. Per questo il periodo ideale nel nostro emisfero è tra ottobre e la metà di novembre: abbastanza presto da essere protetti quando la circolazione aumenta, non così presto da arrivare “scarichi” a febbraio.

Con i segnali di un possibile anticipo, ottobre è il momento giusto. Ma vale anche la regola opposta: non è mai troppo tardi. Se si arriva a dicembre o gennaio non vaccinati, conviene vaccinarsi comunque, perché la stagione dura fino a marzo-aprile.

Ci si può vaccinare dal medico di famiglia o dal pediatra, nei centri vaccinali delle ASL e nelle farmacie aderenti. Le Regioni stabiliscono calendari, priorità e quali prodotti rendere disponibili.

9. Chi rischia di più: le categorie a rischio

La circolare raccomanda la vaccinazione a tutti a partire dai 6 mesi di età, e la offre attivamente e gratuitamente a chi ha più probabilità di complicanze o di trasmettere il virus a persone fragili [2, 3].

Categoria Perché è a rischio Indicazioni pratiche
Persone dai 60 anni Con l’età il sistema immunitario risponde meno (immunosenescenza) e aumentano le malattie croniche. Qui si concentra la gran parte dei decessi. Preferire i vaccini potenziati: ad alto dosaggio o adiuvato.
Donne in gravidanza e nel post-partum In gravidanza cambiano cuore, polmoni e immunità: l’influenza è più spesso grave. Il neonato sotto i 6 mesi non può essere vaccinato. In qualsiasi trimestre; protegge anche il bambino nei primi mesi.
Bambini da 6 mesi a 6 anni Hanno le incidenze più alte, si ammalano più a lungo e sono il principale veicolo del virus in famiglia. Dai 2 anni disponibile anche lo spray nasale. Sotto i 9 anni, alla prima vaccinazione, due dosi a 4 settimane.
Malattie croniche (da 6 mesi a 59 anni) Malattie di cuore e polmoni (asma, BPCO, fibrosi), diabete, insufficienza renale, malattie del fegato, tumori, immunodepressione, obesità grave, malattie neuromuscolari, malattie infiammatorie croniche. Priorità assoluta: l’influenza può scompensare la malattia di base.
Ricoverati in lungodegenza e RSA Età avanzata, fragilità e convivenza ravvicinata favoriscono focolai. Vaccinare ospiti e personale.
Familiari e caregiver di persone fragili Sono il ponte attraverso cui il virus raggiunge chi non può difendersi. Vaccinarsi per proteggere chi si assiste.
Operatori sanitari e servizi essenziali Esposizione elevata e rischio di contagiare i pazienti; necessità di garantire i servizi durante il picco. Medici, infermieri, personale delle strutture, forze dell’ordine, vigili del fuoco.
Lavoratori a contatto con animali Allevatori, veterinari, addetti alla macellazione: riduce il rischio di coinfezione con virus influenzali animali e di rimescolamenti genetici. Rilevante con la circolazione dell’influenza aviaria.
Donatori di sangue Tutela la continuità delle donazioni nei mesi invernali. Offerta gratuita.

E chi viaggia?

Il viaggiatore non compare come categoria a sé nella circolare, ma per la medicina dei viaggi è una figura da considerare con attenzione. Aeroporti, voli lunghi, navi da crociera, grandi raduni e pellegrinaggi concentrano persone provenienti da tutto il mondo. Chi parte tra aprile e settembre verso l’emisfero sud trova l’influenza in piena stagione, chi va ai tropici la trova in qualunque mese. Per chi ha più di 60 anni o una malattia cronica, il vaccino è parte della preparazione al viaggio come le altre vaccinazioni.

10. I vaccini disponibili

Per la stagione 2026/27 AIFA ed EMA hanno autorizzato nove vaccini, tutti aggiornati ai ceppi indicati dall’OMS [3]. Non tutti sono necessariamente in commercio: le Regioni scelgono tramite gara quali rendere disponibili.

Vaccino Tipo Età autorizzata
Efluelda Inattivato ad alto dosaggio (potenziato) Dai 60 anni
Fluad Inattivato adiuvato (potenziato) Dai 50 anni
Fluarix / Fluarix Tetra Inattivato Dai 6 mesi
Influvac S / Influvac S Tetra Inattivato Dai 6 mesi
Vaxigrip Inattivato Dai 6 mesi, anche in gravidanza
Flucelvax Inattivato prodotto su colture cellulari Dai 6 mesi
Fluenz Vivo attenuato, spray nasale Da 2 a 18 anni

I vaccini potenziati compensano la risposta immunitaria più debole dell’anziano con una quantità maggiore di antigene o con un adiuvante che ne amplifica l’effetto. Lo spray nasale evita l’iniezione ai bambini, ma essendo un vaccino vivo non va usato nelle persone immunodepresse né in chi vive a stretto contatto con persone gravemente immunodepresse. Le uniche vere controindicazioni ai vaccini inattivati sono una reazione allergica grave a una dose precedente o a un componente; una malattia febbrile in corso consiglia solo di rimandare di qualche giorno.

11. Falsi miti

Si dice… In realtà
«Il vaccino mi ha fatto venire l’influenza.» Impossibile con i vaccini iniettabili, che non contengono virus vivo. Spesso ci si ammala di un altro virus respiratorio, o ci si era già infettati prima che il vaccino facesse effetto.
«Sono sano, non mi serve.» Anche gli adulti sani possono ammalarsi in modo serio, e soprattutto possono trasmettere il virus a chi è fragile.
«Fa ancora caldo, c’è tempo.» Il virus circola con la vita al chiuso, non con il termometro. Servono due settimane per essere protetti.
«L’ho già fatto l’anno scorso.» Il virus cambia e la protezione cala: serve la dose della nuova stagione.
«Ho già avuto l’influenza quest’anno.» Spesso era un altro virus. E anche dopo una vera influenza ci si può reinfettare con un altro sottotipo.
«Contro l’influenza basta l’antibiotico.» L’influenza è virale: l’antibiotico non serve e favorisce le resistenze. Va usato solo se il medico sospetta una complicanza batterica.
«Il vaccino indebolisce le difese.» Le allena verso un bersaglio preciso, senza effetto sulle difese contro gli altri microrganismi.

12. Oltre il vaccino: le difese di tutti i giorni

  • Aria. Aprire le finestre più volte al giorno, anche pochi minuti: è il gesto più sottovalutato contro tutti i virus respiratori.
  • Mani. Acqua e sapone o gel alcolico, soprattutto prima di mangiare e dopo i mezzi pubblici.
  • Tosse e starnuti nel fazzoletto monouso o nella piega del gomito.
  • Se si hanno sintomi, restare a casa e indossare la mascherina quando si incontrano persone fragili o in luoghi affollati.
  • Riposo e liquidi quando ci si ammala; i farmaci da banco attenuano i sintomi ma non accorciano la malattia.
  • Antivirali specifici esistono e, iniziati presto, sono utili nelle persone ad alto rischio: la decisione spetta al medico.

Quando chiamare il medico o il 112

Respiro difficile o affanno a riposo, dolore al petto, labbra bluastre.

Confusione, sonnolenza marcata, difficoltà a svegliarsi (soprattutto negli anziani e nei bambini).

Febbre che torna dopo essere scesa, o che dura oltre 3–4 giorni senza migliorare: può indicare una polmonite batterica.

Nei lattanti: rifiuto del cibo, poche urine, respiro rapido o rientramenti del torace.

Peggioramento rapido di una malattia cronica (diabete scompensato, scompenso cardiaco).

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Commento del dr. Paolo Meo

Il calendario, non il termometro

Chi ha lavorato a lungo ai tropici sa che l’influenza non è una malattia “del freddo”. Nei paesi dove l’inverno non esiste il virus circola lo stesso, segue le piogge, le scuole, i mercati, le stanze affollate. È una lezione utile anche a Roma in un ottobre tiepido: il virus non ci aspetta, si sposta con noi.

Dico ai miei pazienti una cosa semplice: il vaccino antinfluenzale non è perfetto e non va venduto come tale. In una stagione può proteggere molto, in un’altra meno. Ma l’inverno scorso, con una variante che il vaccino non conosceva, ha comunque dimezzato o quasi il rischio nei bambini e ridotto i ricoveri negli adulti. Nessun altro gesto di prevenzione, a questo costo e con questa sicurezza, fa altrettanto.

Il mio invito, quindi, è concreto. Chi ha più di 60 anni, chi ha una malattia di cuore, polmoni, reni o metabolismo, chi aspetta un bambino, chi vive con un neonato o con un anziano fragile, si vaccini adesso, a ottobre. E approfitti della visita per controllare anche le altre vaccinazioni di stagione. Chi sta per partire verso l’emisfero sud o i tropici ne parli con noi: l’influenza è una delle infezioni prevenibili più frequenti nei viaggiatori, e una delle più trascurate.

— dr. Paolo Meo, POLO VIAGGI CESMET – Artemisia · Clinica del Viaggiatore

Domande frequenti

Il vaccino antinfluenzale può farmi venire l’influenza?

No. I vaccini iniettabili contengono virus inattivati o loro frammenti, che non possono replicarsi. Un po’ di dolore al braccio, stanchezza o qualche linea di febbre per un giorno sono la normale risposta del sistema immunitario.

Fa ancora caldo: non è troppo presto per vaccinarsi?

No. Il virus circola con la vita al chiuso, non con la temperatura esterna, e servono circa due settimane per essere protetti. Il periodo ideale va da ottobre a metà novembre.

Ho già fatto il vaccino l’anno scorso: devo rifarlo?

Sì. Il virus cambia ogni anno e la protezione cala nei mesi: serve la dose aggiornata della nuova stagione.

Mi sono vaccinato e ho preso il raffreddore: il vaccino non ha funzionato?

Il vaccino protegge solo dall’influenza. In autunno e inverno circolano molti altri virus respiratori (rhinovirus, RSV, SARS-CoV-2 e altri) che danno sintomi simili.

Il vaccino è gratuito?

Sì, per chi ha compiuto 60 anni, donne in gravidanza e nel post-partum, bambini da 6 mesi a 6 anni, persone con malattie croniche, familiari e caregiver di persone fragili, operatori sanitari e dei servizi essenziali, donatori di sangue e alcune categorie di lavoratori. Le modalità variano da Regione a Regione.

Posso fare insieme l’antinfluenzale e il vaccino anti-COVID?

Sì: si possono somministrare nella stessa seduta. Per anziani e fragili è l’occasione per valutare anche l’antipneumococcico e il vaccino contro l’RSV.

Parto per l’emisfero sud o per i tropici: mi serve?

Ai tropici l’influenza circola tutto l’anno; nell’emisfero sud la stagione va da maggio a settembre. Se ha più di 60 anni o una malattia cronica, il vaccino fa parte della preparazione al viaggio: ne parli con noi.

Fonti

  1. M. Lenharo, «Flu season could kick off “incredibly” early — what scientists are watching», Nature, 6 ottobre 2026. doi:10.1038/d41586-026-03150-8. www.nature.com/articles/d41586-026-03150-8
  2. Ministero della Salute, Circolare n. 5134 del 23 giugno 2026 «Prevenzione e controllo dell’influenza: raccomandazioni per la stagione 2026-2027»; sintesi ISS-EpiCentro, 30 luglio 2026. www.epicentro.iss.it/influenza/aggiornamenti
  3. AIFA, Comunicato n. 31 del 16 settembre 2026 «Influenza: 9 i vaccini autorizzati per la stagione 2026-2027». www.aifa.gov.it/-/influenza-9-i-vaccini-autorizzati-per-la-stagione-2026-2027
  4. OMS/EMA: raccomandazione di vaccini trivalenti senza componente B/Yamagata; sintesi in My-Personaltrainer, 8 settembre 2026. www.my-personaltrainer.it/news/influenza-2026-2027-le-nuove-regole-addio-a-un-ceppo-storico-e-vaccini-potenziati-dai-60-anni.html
  5. WHO, «Recommended composition of influenza virus vaccines for use in the 2026-2027 northern hemisphere influenza season», 27 febbraio 2026. www.who.int/publications/m/item/recommended-composition-of-influenza-virus-vaccines-for-use-in-the-2026-2027-northern-hemisphere-influenza-season
  6. J. Shaman, M. Kohn, «Absolute humidity modulates influenza survival, transmission, and seasonality», PNAS 2009;106(9):3243-3248.
  7. ISS, Rapporto RespiVirNet, settimana 24-30 novembre 2025 (sintesi ANSA, 5 dicembre 2025). www.ansa.it/amp/english/news/2025/12/05/nearly-600000-italians-got-flu-in-7-days-3.3-mn-in-total_1f4a37e7-9ef7-4020-92ef-a1af460b1334.html
  8. ISS-EpiCentro, «Al via il primo Rapporto integrato della sorveglianza RespiVirNet», 31 ottobre 2025. www.epicentro.iss.it/influenza/2025
  9. A. Wu et al., «Interference between rhinovirus and influenza A virus: a clinical data analysis and experimental infection study», Lancet Microbe 2020;1(6):e254-e262.
  10. Ministero della Salute, Circolare 2026-2027 (co-somministrazione con anti-COVID, antipneumococcico e anti-RSV); circolare Regione Lombardia, 23 luglio 2026, sintesi Quotidiano Sanità. www.quotidianosanita.it/?p=152809
  11. Regione Lombardia – DG Welfare, nota del 28 novembre 2025 sull’andamento epidemiologico della stagione 2025-2026 (anticipo di 4-5 settimane, sottoclade K).
  12. ISS, Rapporto RespiVirNet 15-21 dicembre 2025, citato da Adnkronos/Ecoseven. www.ecoseven.net/?p=303292
  13. ISS, Rapporto RespiVirNet, settimana 8-14 dicembre 2025 (incidenza 0-4 anni 42/1.000), sintesi La Sicilia, 29 dicembre 2025. www.lasicilia.it/news/attualita/3011531/influenza-londata-di-dicembre-accelera-ecco-perche-i-casi-corrono-e-come-proteggersi-davvero.html
  14. H. Lucaccioni et al. and European IVE group, «Influenza vaccine effectiveness from nine studies during drifted A(H3N2) subclade K predominance, Europe, September 2025 to January 2026», Eurosurveillance 2026;31(7), 19 febbraio 2026. www.eurosurveillance.org/content/eurosurveillance/31/7
  15. J.C. Kwong et al., «Acute myocardial infarction after laboratory-confirmed influenza infection», N Engl J Med 2018;378:345-353.
  16. OCSE, dati 2024 sulla copertura antinfluenzale negli over 65 (53,3%); dati provvisori ministeriali a marzo 2026; sintesi RIFday, 17 settembre 2026. www.rifday.it/2026/09/17/influenza-nellultimo-anno-dimezzato-rispetto-al-2021-il-numero-di-italiani-vaccinati/

Nota metodologica e di trasparenza · Meo–Claude

Questo articolo prende spunto da notizie di stampa di inizio ottobre 2026, rielaborate in forma originale e senza riportare dichiarazioni di terzi. Le ricerche bibliografiche e la raccolta dei dati sono state effettuate con l’aiuto di Claude AI; impaginazione e veste grafica sono state studiate insieme da Claude e dal dr. Meo. I dati sono stati poi valutati e verificati sulle fonti primarie, e il testo rivisto dal dr. Paolo Meo, che ne porta l’intera responsabilità. Lo strumento cerca, ordina e dà forma alla pagina; il medico decide e firma.

Le informazioni hanno scopo divulgativo e non sostituiscono il parere del proprio medico. In caso di emergenza chiamare il 112. Dati aggiornati all’11 ottobre 2026.

POLO VIAGGI CESMET – Artemisia · Clinica del Viaggiatore

Direttore e responsabile scientifico dr. Paolo Meo, medico infettivologo e tropicalista · Via Piave 76, Roma

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Covid, autunno 2026: che cosa sapere

CESMET – CLINICA DEL VIAGGIATORE
direttore e redattore dr. Paolo Meo — medico tropicalista infettivologo · Via Piave 76, Roma

IN DUE MINUTI · AGGIORNATO AL 7 OTTOBRE 2026

Covid, autunno 2026: che cosa sapere

Il virus circola poco ma è in risalita. Ecco chi rischia, come comportarsi e quando vaccinarsi.

SITUAZIONE
Bassa, in risalita
VARIANTE
XFG dominante
DA SEGUIRE
BA.3.2
VACCINO
Comirnaty XFG

1. Quanti casi ci sono

In Italia l’Istituto Superiore di Sanità ha contato 180 diagnosi nella settimana 14–20 settembre, contro le 140 della settimana prima: meno di 1 caso ogni 100.000 abitanti, con la Lombardia in testa. Il Ministero della Salute ha segnalato 128 nuovi casi al 30 settembre, 74 dei quali in Lombardia.

In Europa l’ECDC registra un lieve aumento nelle visite dal medico di famiglia e un aumento nei ricoveri, soprattutto tra gli over 65. In Francia le visite per sospetto Covid sono salite del 76% in una settimana.

Da ricordare. I numeri ufficiali sono bassi perché si fanno pochissimi tamponi: in una settimana di fine agosto, in tutta Italia, appena 8.377. Il segnale che conta è quello degli ospedali: l’indice di trasmissione calcolato sui ricoveri è 1,86, cioè il virus sta tornando a crescere.

2. Le «nuove» varianti

  • XFG (chiamata dai media «Stratus») è oggi la variante dominante in Europa, oltre la metà dei virus sequenziati. È anche quella in Italia.
  • NB.1.8.1 («Nimbus») circola ancora, ma in quota ridotta.
  • BA.3.2 è rara, ma molto diversa dalle altre: è quella da tenere d’occhio nei prossimi mesi.

Da ricordare. Nessuna di queste varianti risulta più pericolosa delle precedenti e nessuna è classificata come «variante di preoccupazione». I sintomi sono quelli di sempre e la variante non si riconosce dai sintomi: Covid e influenza si distinguono solo con un test.

3. I sintomi di oggi

Mal di gola, tosse secca, naso chiuso o che cola, febbre (a volte alta), mal di testa, stanchezza, dolori muscolari; talvolta nausea o diarrea, soprattutto nei bambini. La perdita di gusto e olfatto è oggi meno frequente. I sintomi compaiono in genere 3–4 giorni dopo il contagio e nelle forme lievi durano pochi giorni.

4. Chi rischia davvero

Chi Rischio di forma grave
Adulti sani sotto i 60 anni, vaccinati o già infettati; bambini sani Basso: di solito pochi giorni di malattia simil-influenzale
Persone tra 60 e 79 anni; donne in gravidanza Moderato, cresce con l’età e con le malattie croniche
Over 80, ospiti di RSA, immunodepressi, trapiantati, malati oncologici in terapia, dializzati, malati cronici gravi Alto: sono loro a finire in ospedale

Da ricordare. Chi è giovane e sano rischia poco per sé, ma può contagiare un anziano o un fragile. In inverno al Covid si aggiungono influenza e virus respiratorio sinciziale, che colpiscono le stesse persone.

5. Come comportarsi

  • Con sintomi respiratori fai un test e resta a casa finché non stai meglio. Non c’è più l’obbligo di isolamento, ma il Ministero raccomanda prudenza.
  • Se devi uscire usa una mascherina FFP2 e lavati spesso le mani. Evita ospedali, RSA e contatti con anziani e fragili.
  • Per febbre e dolori bastano paracetamolo o antinfiammatori, sentito il medico. Gli antibiotici non servono.
  • Se sei anziano o fragile chiama subito il medico: esistono antivirali efficaci se presi nei primi giorni.
  • Chiama il 118 se hai difficoltà a respirare, dolore al petto che non passa, confusione o sonnolenza marcata.
  • In viaggio il rischio sta negli ambienti chiusi e affollati (aerei, crociere, grandi eventi): porta con te qualche test e alcune FFP2.

6. Il vaccino 2026/2027: chi, quando, dove

Il nuovo vaccino Comirnaty XFG è aggiornato alla variante dominante; secondo l’Agenzia europea dei medicinali protegge anche contro BA.3.2. Si può fare dai 6 mesi di età. La circolare del Ministero del 6 ottobre ha avviato la campagna: una dose di richiamo all’anno, gratuita.

Vaccino XFG In pratica
A chi è raccomandato Over 60 · ospiti di RSA · donne in gravidanza, post-partum e allattamento · operatori sanitari e sociosanitari · persone dai 6 mesi ai 59 anni con malattie croniche o fragilità. Consigliato anche a familiari e caregiver dei fragili; gratuito per chiunque lo chieda.
Chi per primo Over 80, ospiti di RSA, immunodepressi e malati gravi, operatori sanitari.
Quando Adesso, tra ottobre e novembre, per arrivare protetti al picco invernale e alle feste. Chi ha avuto il Covid di recente può vaccinarsi lo stesso.
Con l’antinfluenzale? Sì, anche nella stessa seduta: due vaccini, un solo appuntamento.
Dove Medico di famiglia, pediatra, farmacie, centri vaccinali della ASL.

Gli effetti collaterali più comuni (braccio dolente, stanchezza, mal di testa, qualche linea di febbre) passano in uno o due giorni. Dopo l’iniezione si resta 15 minuti in osservazione. Se nei giorni successivi compaiono dolore al petto, affanno o palpitazioni, bisogna rivolgersi subito al medico.

I cinque punti da ricordare

# In una riga
1 Il Covid circola poco ma è in risalita: i ricoveri lo confermano più dei tamponi.
2 XFG domina, BA.3.2 va seguita: nessuna variante è più pericolosa delle precedenti.
3 Il rischio è alto per over 80, RSA, immunodepressi e malati cronici gravi, basso per i giovani sani.
4 Con sintomi: test, casa, FFP2 e lontano dai fragili; se sei a rischio chiama subito il medico.
5 Vaccino XFG adesso, gratuito, anche insieme all’antinfluenzale, per over 60, fragili, gravide e sanitari.

Il consiglio del dr. Paolo Meo

Il Covid di oggi non è quello del 2020, ma non è sparito. Se avete più di 60 anni, una malattia cronica, siete in gravidanza o lavorate in sanità, fate il richiamo adesso, insieme all’antinfluenzale. Se siete giovani e sani, e avete febbre o tosse, state lontani da nonni e persone fragili: la prudenza di uno protegge chi è più debole.

CESMET – Clinica del Viaggiatore · Via Piave 76, Roma

Telefono e WhatsApp 346 6000899 · seg.cesmet@gmail.com · clinicadelviaggiatore.com

Nota metodologica e di trasparenza (Meo–Claude). Ricerche sulle fonti ufficiali (ISS, Ministero della Salute, ECDC, EMA, OMS; dati al 7 ottobre 2026) svolte con l’assistenza di Claude AI; impaginazione studiata insieme fra Claude e il dr. Paolo Meo, che ha verificato i dati e rivisto il testo e ne porta l’intera responsabilità. Testo informativo: non sostituisce il parere del proprio medico.

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Bollettino Ebola n. 4 – kenya 7 ottobre 2026

 

POLO VIAGGI CESMET – ARTEMISIA · Dipartimento di Medicina Tropicale e Malattie Infettive

BOLLETTINO DI AGGIORNAMENTO N. 4 · EDIZIONE SPECIALE

Ebola Bundibugyo: primo caso importato in Kenya

Che cosa è successo a Nairobi e che cosa cambia per chi viaggia in Kenya

Roma, 7 ottobre 2026 · POLO VIAGGI CESMET – ARTEMISIA · a cura del Dr. Paolo Meo, infettivologo-tropicalista

1

caso importato, deceduto

28

contatti identificati

23

passeggeri del volo in tracciamento

8.442

casi confermati in RDC (2 ott)

In sintesi

Un cittadino keniota che viveva da sette anni nella Repubblica Democratica del Congo, malato da circa un mese, è rientrato a Nairobi via Uganda sabato 3 ottobre ed è morto lunedì 5 al Nairobi Hospital. È il primo caso di Ebola mai confermato in Kenya, legato all’epidemia da virus Bundibugyo in corso in RDC.

Per il viaggiatore che si reca in Kenya per turismo, safari, mare o lavoro ordinario la valutazione del POLO VIAGGI è netta: il rischio è praticamente inesistente. L’OMS non raccomanda restrizioni a viaggi e commerci. Il dato da seguire nelle prossime tre settimane è l’esito della sorveglianza sui contatti.

1. Il caso: cronologia ricostruita

La ricostruzione si basa sulle dichiarazioni del Ministro della Salute keniota Aden Duale del 6 ottobre e sui resoconti delle agenzie internazionali [1–5].

Quando

Che cosa

Da 7 anni

Il paziente, cittadino keniota, vive nella RDC [1,2].

Inizio settembre circa

Si ammala e viene curato in diversi ospedali congolesi [1,2].

Fine settembre / inizio ottobre

Raggiunge Kampala (Uganda) via terra; secondo Africa CDC trascorre lì una notte [1,5].

Sab 3 ottobre, 13:10

Atterra al Jomo Kenyatta di Nairobi con un volo Jambojet (23 passeggeri). Passa lo screening sanitario d’ingresso [3,4].

Sab 3 ottobre

Un parente lo accompagna in auto al Nairobi Hospital: isolamento e trasferimento nell’unità di isolamento della East Wing [3].

3–5 ottobre

Febbre, brividi, astenia intensa, mialgie, emorragie sottocutanee. Sospetto di febbre emorragica virale; positività per Bundibugyo al National Virology Reference Laboratory e al KEMRI [3,5].

Lun 5 ottobre, sera

Decesso in corso di trattamento [2].

Mar 6 ottobre

Annuncio ufficiale; sepoltura sicura entro 24 ore [2,3].

I punti che ancora non conosciamo

  • In quale area della RDC vivesse il paziente e come si sia infettato (contatto familiare, ambiente sanitario, altro).
  • Perché abbia potuto viaggiare per via terrestre e aerea dopo circa un mese di malattia, attraversando due frontiere.
  • Perché lo screening all’aeroporto di Nairobi non lo abbia fermato: lo screening termico intercetta solo chi ha febbre in quel momento.

Fonti del capitolo

[1] Reuters, «Kenya confirms first Ebola case imported from Congo after man dies in Nairobi», 6 ottobre 2026.

[2] Associated Press (via The Hill), «Kenya confirms first Ebola case imported from Congo after patient dies in Nairobi», 6 ottobre 2026.

[3] The Standard (Nairobi), «Patient zero: Kenya confirms first ever imported Ebola case», 6 ottobre 2026.

[4] TRT World, «Kenya confirms first Ebola case after traveller dies in Nairobi», 6 ottobre 2026.

[5] The Observer (Kampala), «Kenya confirms first imported Ebola case», 6 ottobre 2026.

2. L’epidemia in RDC: il quadro al 2 ottobre

Secondo i CDC statunitensi, al 2 ottobre la RDC conta 8.442 casi confermati e 4.080 decessi confermati, a cui si aggiungono i 20 casi e 2 decessi dell’Uganda, dichiarata libera dall’epidemia a fine agosto [1,3]. È la seconda epidemia di Ebola più grande mai registrata e la diciassettesima nella storia della RDC [1].

Le province colpite sono sette: Ituri, Nord-Kivu, Sud-Kivu, Haut-Uélé, Bas-Uélé, Tshopo e Sud-Ubangi [1]. Il dato più preoccupante viene dal Nord-Kivu, che secondo MSF a inizio ottobre pesava per quasi il 40% dei nuovi casi confermati, contro il 24% di fine agosto [2]. L’OMS ha più volte avvertito che l’epidemia corre più veloce della risposta e che è sulla strada per superare quella dell’Africa occidentale 2014–2016 [3,4].

Il Kenya è il quarto paese con un caso legato a questa epidemia, dopo RDC, Uganda e Francia; alcune fonti lo indicano come terzo perché escludono il caso francese [5]. Resta valido un punto fermo: per il virus Bundibugyo non esistono ancora vaccini né terapie approvate; il vaccino Ervebo è attivo solo contro il ceppo Zaire.

Fonti del capitolo

[1] CDC, «Ebola Outbreak: Current Situation», dati al 2 ottobre 2026.

[2] Medici Senza Frontiere, «Ebola disease outbreak 2026: How MSF is responding», aggiornamento del 2 ottobre 2026.

[3] Al Jazeera, «Kenya confirms first Ebola case as man dies in Nairobi after DRC return», 6 ottobre 2026.

[4] UN News, «Ebola outbreak becomes deadliest in DR Congo’s history», 17 agosto 2026.

[5] Associated Press (via The Hill), 6 ottobre 2026; Arab News, 6 ottobre 2026.

3. La risposta del Kenya

  • Contatti. Il Ministero ha identificato 28 contatti, tra familiari e operatori sanitari, e sta rintracciando i 23 passeggeri del volo dall’Uganda [1]. Il Presidente Ruto ha parlato di almeno 8 familiari e 21 operatori sanitari in quarantena [2]: le cifre delle due fonti non coincidono perfettamente.
  • Preparazione. Dal maggio scorso il Kenya ha formato quasi 5.000 operatori sanitari sulla gestione dell’Ebola [3] e testato 267 campioni sospetti in cinque laboratori: questo è il primo positivo [1].
  • Supporto internazionale. Africa CDC ha inviato subito una squadra di alto livello a Nairobi [3]. Gli Stati Uniti mantengono nel Kenya centrale un centro di quarantena da 50 posti per i propri cittadini [3].
  • Posizione dell’OMS. Il rischio è giudicato alto per i paesi confinanti con la RDC e basso per gli altri [4]. L’OMS sconsiglia restrizioni a viaggi e commerci verso Kenya, RDC e Uganda [2].

Fonti del capitolo

[1] Associated Press, 6 ottobre 2026.

[2] Al Jazeera, 6 ottobre 2026.

[3] Reuters, 6 ottobre 2026.

[4] Arab News, «Kenya confirms first Ebola case imported from Congo after man dies in Nairobi», 6 ottobre 2026.

4. Valutazione del rischio per chi va in Kenya

Il commento del Dr. Paolo Meo · POLO VIAGGI

Un caso importato, isolato in ospedale e deceduto, non è un focolaio. Per chi va in Kenya oggi, il rischio di contrarre Ebola è praticamente inesistente. Lo dico con la serenità di chi ha passato una vita professionale in Africa.

L’Ebola non si trasmette per via aerea, né con il cibo, l’acqua o le zanzare. Si prende solo per contatto diretto con sangue e liquidi biologici di un malato con sintomi, o del suo corpo dopo la morte. Il turista al Masai Mara, a Tsavo, a Mombasa o a Malindi, e chi lavora negli uffici e negli hotel di Nairobi, non incontra queste condizioni.

Il paziente è stato isolato all’arrivo in ospedale, i contatti sono noti e il sistema sanitario keniota si prepara da cinque mesi. Il vero banco di prova saranno le prossime tre settimane: se tra gli operatori sanitari del Nairobi Hospital non comparirà nessun caso, l’episodio potrà considerarsi chiuso.

Il discorso è diverso per chi lavora in ospedali e dispensari, per chi assiste malati o partecipa a funerali, e soprattutto per chi prosegue verso l’Uganda o la RDC orientale. Per queste persone serve una consulenza specifica prima di partire.

Non annullate il viaggio in Kenya. Preoccupatevi piuttosto di malaria, dengue e diarrea del viaggiatore: per un italiano in Kenya restano rischi incomparabilmente più concreti dell’Ebola.

— Dr. Paolo Meo, Direttore POLO VIAGGI CESMET – ARTEMISIA

Profilo di viaggiatore

Che cosa fa

Rischio Ebola

Turista

Safari, parchi, mare (Mombasa, Malindi, Watamu), soggiorni in hotel e lodge

Praticamente inesistente

Viaggiatore d’affari

Nairobi: uffici, hotel, ristoranti, trasporti, aeroporto

Praticamente inesistente

In visita a parenti e amici

Vita in famiglia, comunità locali, nessun contatto con malati

Trascurabile

Operatore sanitario o volontario

Lavoro in ospedali, cliniche, dispensari kenioti

Basso, se si applicano le precauzioni standard

Chi prosegue verso Uganda o RDC orientale

Spostamenti oltre confine, assistenza ai malati, funerali

Reale: consulenza specifica obbligatoria

5. Comportamenti da adottare

Per chi si reca in Kenya non servono misure straordinarie, ma alcune regole di buon senso che il POLO VIAGGI raccomanda in ogni viaggio in Africa orientale. Lavarsi spesso le mani con acqua e sapone o con gel alcolico. Evitare il contatto stretto con persone visibilmente malate, specie se arrivano da paesi con trasmissione attiva. Non toccare sangue o liquidi biologici e non partecipare a veglie o sepolture con contatto con la salma. In caso di malessere, rivolgersi solo a strutture sanitarie riconosciute. Sono le stesse indicazioni diffuse dal Ministero della Salute keniota il 6 ottobre [1].

Prima di partire

  1. Prenotare una consulenza di medicina dei viaggi: il Kenya richiede valutazione per febbre gialla, profilassi antimalarica e vaccinazioni di routine.
  2. Stipulare un’assicurazione sanitaria di viaggio che copra ricovero ed eventuale rimpatrio sanitario.
  3. Portare gel alcolico, termometro e repellenti cutanei (DEET o icaridina, con NOZETA a base di olio di neem come complemento naturale).

Durante il soggiorno

  1. Seguire le indicazioni delle autorità sanitarie locali e accettare con collaborazione gli eventuali controlli negli aeroporti.
  2. Chi lavora in ambito sanitario applichi sempre le precauzioni standard e usi i dispositivi di protezione davanti a ogni paziente febbrile.
  3. Evitare di avere contatti con animali selvatici, vivi o morti, e di consumare carne di selvaggina.

Al rientro in Italia

  1. Una febbre al rientro dal Kenya è malaria fino a prova contraria: va esclusa subito, entro 24 ore.
  2. Solo chi ha avuto un contatto a rischio (con malati, liquidi biologici, funerali o soggiorni in RDC e Uganda) e sviluppa febbre entro 21 giorni deve chiamare il 112 o il proprio medico. Non va al Pronto Soccorso da solo e segnala il viaggio.
  3. Per qualsiasi dubbio, contattare il POLO VIAGGI.

Fonti del capitolo

[1] Ministero della Salute del Kenya, dichiarazione del CS Aden Duale riportata da The Observer (Kampala), 6 ottobre 2026.

6. Che cosa seguiremo nei prossimi bollettini

Data indicativa

Evento da monitorare

Fino al 24 ottobre

Fine dei 21 giorni di sorveglianza per i passeggeri del volo del 3 ottobre

Fino al 26 ottobre circa

Fine dei 21 giorni per familiari e operatori sanitari esposti fino al 5 ottobre

Settimanale

Andamento dei casi in RDC, con attenzione al Nord-Kivu e alle province di confine

Settimanale

Eventuali nuovi casi importati in Africa orientale e fuori dall’Africa

Quando disponibili

Risultati dei trial su vaccini e terapie anti-Bundibugyo

Le date sono calcolate sul periodo massimo di incubazione di 21 giorni dall’ultima esposizione nota e saranno aggiornate se le autorità keniote renderanno pubblici dati diversi.

Nota metodologica e di trasparenza Meo–Claude

Le ricerche per questo bollettino sono state effettuate con Claude AI. L’impaginazione e la veste grafica sono state studiate insieme da Claude e dal Dr. Paolo Meo. I dati sono stati poi valutati e verificati sulle fonti primarie dal Dr. Meo, che ha riscritto le bozze e porta l’intera responsabilità del testo nell’ambito del POLO VIAGGI. Lo strumento cerca, ordina e dà forma alla pagina: il medico decide e firma. I dati sono aggiornati al 7 ottobre 2026 e possono cambiare rapidamente.

POLO VIAGGI CESMET – ARTEMISIA

Dipartimento di Medicina Tropicale e Malattie Infettive · Direttore: Dr. Paolo Meo, infettivologo-tropicalista

CESMET – Clinica del Viaggiatore · Via Piave 76, Roma · clinicadelviaggiatore.com · Tel./WhatsApp 346 6000899 · seg.cesmet@gmail.com

Bollettino Ebola n. 4 – kenya 7 ottobre 2026 Leggi tutto »

BELIZE scheda paese

CESMET – CLINICA DEL VIAGGIATORE
BELIZE
Scheda Paese · edizione sintetica di aggiornamento
Direttore e redattore Dr. Paolo Meo — medico tropicalista infettivologo
BandieraStemma

Redazione: 2 ottobre 2026 · Dati epidemiologici chiusi al 1° ottobre 2026

Fonti più recenti: Ministero della Salute del Belize (dengue 2023-2024), OMS (certificazione dell’eliminazione della malaria, 2023), CDC. Dati nazionali 2026 non pubblicati.

Questa è la versione sintetica e gratuita. La scheda completa e dettagliata, curata personalmente dal Dr. Paolo Meo con oltre 40 anni di esperienza in medicina tropicale, contiene tutti i capitoli approfonditi, le mappe del rischio mese per mese e i suoi consigli pratici per il vostro viaggio. Potete prenotarla e acquistarla al costo di 39 € scrivendo a seg.cesmet@gmail.com.
SICUREZZA — LEGGERE PRIMA DI PARTIRE

Belize City, soprattutto in alcuni quartieri a sud, ha tassi elevati di criminalità violenta: evitate di spostarvi a piedi la sera e usate taxi ufficiali. Le isole e le zone turistiche sono più tranquille. Prudenza nelle aree di confine con il Guatemala.

Le strutture sanitarie sono limitate: per i casi gravi si ricorre all’evacuazione verso Messico o Stati Uniti. Serve un’assicurazione con evacuazione sanitaria. Registrate il viaggio su Viaggiare Sicuri e Dove siamo nel mondo.

Alert in evidenza

Allerta Situazione al 1° ottobre 2026 Livello
Dengue Endemica: 3.054 casi nel 2023, in calo del 23% nel 2024, soprattutto nei distretti di Toledo, Stann Creek e Cayo. Dati 2026 non ancora pubblicati. MEDIO
Uragani Stagione 2026 finora poco attiva, aperta fino al 30 novembre. MEDIO
Malaria Paese certificato libero dalla malaria nel 2023; casi importati possibili al confine. BASSO
Leishmaniosi cutanea e Chagas Presenti nelle aree forestali e rurali. BASSO

1. Introduzione alla scheda sanitaria

IL PARERE DEL DR. MEO
Il Belize unisce la seconda barriera corallina del mondo e la foresta maya. Due ambienti, due serie di rischi: in mare decompressione e meduse, nella foresta zanzare, flebotomi e mosca della pelle.

Questa edizione sintetica sostituisce la vecchia scheda Belize del sito in attesa della scheda completa a 13 capitoli. Riporta la situazione al 1° ottobre 2026, le vaccinazioni aggiornate e le regole essenziali.

Piccolo Paese centroamericano sul Mar dei Caraibi, fra Messico e Guatemala, con foresta tropicale, siti maya, isole (cayes) e barriera corallina. Nel 2023 l’OMS lo ha dichiarato libero dalla malaria.

2. Epidemie e alert sanitari

IL PARERE DEL DR. MEO
La notizia buona è la malaria: il Belize l’ha eliminata dopo anni di lavoro. La dengue invece resta, soprattutto nel Sud e nel Cayo, ed è lì che va concentrata la protezione.

Al 1° ottobre 2026 non risultano epidemie dichiarate. La dengue è endemica, con picchi nella stagione delle piogge; nel 2024 i casi sono calati senza decessi. Nella regione centroamericana circolano anche l’Oropouche (Cuba, Panama, Honduras) e la miasi da Cochliomyia negli animali; il Belize dichiara di non avere casi di quest’ultima.

3. Clima e malattie

IL PARERE DEL DR. MEO
La stagione secca, da febbraio a maggio, è quella giusta per la foresta: meno zanzare, strade percorribili, fiumi bassi.

Previsioni meteo: 3bmeteo.com — Belize

Clima tropicale: stagione secca da febbraio a maggio, piovosa da giugno a novembre, più intensa al Sud (Toledo). Uragani da giugno a novembre.

  • Febbraio-maggio: stagione secca, caldo forte ad aprile-maggio.
  • Giugno-novembre: piogge, dengue, uragani, leptospirosi, insetti nella foresta.

4. Cambiamenti climatici e malattie

IL PARERE DEL DR. MEO
Barriera corallina sbiancata, siccità seguite da piogge torrenziali, più zanzare: il Belize vive in prima linea il cambiamento del clima.

Mare più caldo e sbiancamento della barriera, uragani intensi, siccità prolungate seguite da piogge improvvise che fanno esplodere le zanzare. L’innalzamento del mare minaccia le cayes e Belize City.

5. Ambienti, caratteristiche geografiche e malattie

IL PARERE DEL DR. MEO
In Belize si passa in un giorno dalle grotte maya del Cayo alle immersioni ad Ambergris. Il kit sanitario deve servire per entrambi.
  • Cayes e barriera (Ambergris Caye, Caye Caulker, Blue Hole): decompressione, meduse, scottature, ciguatera.
  • Foresta e siti maya (Cayo, Toledo): dengue, leishmaniosi cutanea, mosca della pelle (Dermatobia), serpenti, Chagas nelle abitazioni rurali.
  • Costa e Belize City: dengue, criminalità, allagamenti.

6. Malattie endemiche

IL PARERE DEL DR. MEO
La leishmaniosi cutanea dei boschi del Belize la conoscono i boscaioli come ulcera dei chicleros. Una piaga sull’orecchio o sul braccio che non guarisce dopo il rientro va mostrata al tropicalista.
  • Zanzare: dengue, chikungunya, Zika.
  • Flebotomi: leishmaniosi cutanea (foresta).
  • Cimici triatomine: malattia di Chagas nelle abitazioni rurali.
  • Insetti: miasi da Dermatobia hominis (mosca della pelle).
  • Acqua e cibo: diarree, epatite A, febbre tifoide.
  • Animali: rabbia (pipistrelli vampiri, cani).
  • Fango e acqua dolce: leptospirosi.

7. Vaccinazioni

IL PARERE DEL DR. MEO
Per il Belize consiglio epatite A a tutti, tifo a chi va nelle zone rurali, e rabbia a chi esplora grotte o resta a lungo nella foresta.

A — Vaccinazioni richieste

  • Febbre gialla — certificato richiesto solo a chi proviene da Paesi a rischio di trasmissione. Chi deve vaccinarsi

B — Vaccinazioni consigliate

  • Epatite A — consigliata. Vaccinazione
  • Febbre tifoide — per zone rurali e soggiorni lunghi; vaccino Vi, richiamo a 2 anni. Vaccinazione
  • Rabbia — preesposizione 0-7 per speleologia, foresta, lavoro con animali. Vaccinazione
  • Epatite B — soggiorni lunghi e lavoratori. Vaccinazione
  • Tetano-difterite-pertosse e MPR — verificare richiamo dTpa e due dosi di MPR.
  • Dengue (Qdenga) — non di routine: si valuta per chi ha già avuto la dengue o per soggiorni lunghi.
  • Influenza, pneumococco ed herpes zoster — per over 60.

Non indicate: encefalite giapponese.

8. Malaria NON PRESENTE

IL PARERE DEL DR. MEO
Dopo la certificazione del 2023 non prescrivo più la profilassi per il Belize. Chi prosegue verso le zone forestali di Guatemala o Honduras ne parli con me.

L’OMS ha certificato il Belize libero dalla malaria nel giugno 2023. Sono possibili casi importati nelle zone di confine. La chemioprofilassi non è indicata; protezione dalle punture comunque consigliata nella foresta.

9. Arbovirosi e altre virosi PRESENTI

IL PARERE DEL DR. MEO
La zanzara della dengue punge di giorno, anche ai siti maya. Repellente al mattino e nel pomeriggio, e paracetamolo in caso di febbre.
  • Dengue — endemica, picco nella stagione delle piogge, soprattutto Toledo, Stann Creek e Cayo.
  • Chikungunya e Zika — sporadiche; in gravidanza parlarne con il medico.
  • Oropouche — circola in altri Paesi della regione; non segnalato in Belize.

Non presenti: febbre gialla, encefalite giapponese.

10. Piante e medicina tradizionale

IL PARERE DEL DR. MEO
La medicina maya delle piante è affascinante e c’è perfino un sentiero dedicato a Cayo. Ma conoscere una pianta non significa curarsi da soli.

La medicina tradizionale maya e garifuna è ancora viva, con percorsi botanici aperti ai visitatori. Nella foresta crescono il poisonwood (dermatiti) e alberi con spine e linfe irritanti; sulle cayes la manchineel.

11. Farmacia da viaggio

IL PARERE DEL DR. MEO
A Belize City e San Pedro si trovano farmacie, nella foresta niente. Chi va nel Cayo o a Toledo porta un kit completo.
  • Azitromicina per la diarrea con febbre: 1 g in dose singola oppure 500 mg al giorno per 3 giorni; rifaximina per le forme senza febbre.
  • Loperamide: è solo un sintomatico, non va mai usata da sola ma sempre insieme all’antibiotico, e mai in presenza di febbre alta o di sangue nelle feci.
  • Paracetamolo (evitare aspirina e antinfiammatori in caso di febbre), sali reidratanti, antistaminico, cortisone orale.
  • Adrenalina autoiniettabile per chi ha già avuto reazioni allergiche gravi.
  • Repellente con DEET 30-50% o icaridina e NOZETA, crema solare reef-safe, aceto per le meduse, gocce auricolari per i subacquei.
  • Scorta dei farmaci abituali.

Le medicine in viaggio

12. Pillole sanitarie

IL PARERE DEL DR. MEO
Nella grotta di Actun Tunichil Muknal si nuota e si cammina per ore al buio: è un’esperienza unica, ma richiede una buona forma fisica e una guida autorizzata.
  • 12a Sole e calore — caldo umido e UV estremo: acqua, crema, cappello.
  • 12b Acque dolci e mare — immersioni al Blue Hole solo per subacquei esperti (profondità oltre 40 m); niente bagni in fiumi torbidi (leptospirosi, coccodrilli in alcune lagune).
  • 12c Montagna — rilievi modesti nei Maya Mountains (Doyle’s Delight 1.124 m); grotte e sentieri scivolosi.
  • 12d Serpenti e ragni — fer-de-lance (Bothrops asper) e corallo nella foresta: scarponi, torcia, mai mani sotto foglie e rocce.
  • 12e Meduse — meduse e larve urticanti (sea lice) stagionali: risciacquo con aceto o acqua di mare.

13. Strutture sanitarie nel Paese

IL PARERE DEL DR. MEO
In Belize le strutture sono adeguate per le urgenze semplici. Per un incidente subacqueo o un trauma serio si parte: l’assicurazione deve prevedere l’evacuazione aerea.

L’ospedale di riferimento è il Karl Heusner Memorial Hospital a Belize City, con alcune cliniche private; camera iperbarica a San Pedro. Fuori dalle città le strutture sono essenziali. Per i casi gravi si ricorre all’evacuazione verso Messico o Stati Uniti.

Rappresentanza italiana: consultare Viaggiare Sicuri per la sede consolare competente.

Al rientro: i segnali da non trascurare

Febbre con dolori muscolari e articolari nelle due settimane successive (dengue); una piaga che non guarisce nelle settimane dopo il rientro (leishmaniosi); un foruncolo che sembra muoversi o da cui esce liquido (miasi da mosca della pelle); dolori articolari dopo immersioni (decompressione); febbre e dolori ai polpacci dopo bagni in acqua dolce (leptospirosi).

Visite di medicina tropicale al rientro →

Appendice — Le località più ricercate

Clima, ambiente e malattie presenti nelle mete più richieste da chi visita o lavora in Belize.

Ambergris Caye (San Pedro) e Caye Caulker

Clima e quota: Tropicale ventilato, mare calmo dentro la barriera.

Ambiente: Isole turistiche, snorkeling a Hol Chan, vita da spiaggia.

Malattie e rischi: Scottature, meduse, ciguatera, incidenti subacquei, zanzare d’estate.

Consiglio: Crema reef-safe, pesce pelagico, immersioni con centri certificati.

Great Blue Hole e barriera

Clima e quota: Mare aperto, condizioni variabili.

Ambiente: Dolina marina patrimonio UNESCO, atolli di Lighthouse Reef e Turneffe.

Malattie e rischi: Decompressione, narcosi da profondità, mal di mare.

Consiglio: Solo subacquei esperti, rispettare i profili, 24 ore prima del volo.

Cayo e San Ignacio

Clima e quota: Collinare, più fresco la notte.

Ambiente: Siti maya di Xunantunich e Caracol, grotta ATM, fiumi.

Malattie e rischi: Dengue, leishmaniosi, mosca della pelle, serpenti, leptospirosi nei fiumi.

Consiglio: Abiti lunghi e chiari, repellente, guida autorizzata nelle grotte.

Placencia e Stann Creek

Clima e quota: Caldo umido, piogge abbondanti.

Ambiente: Penisola sabbiosa, cultura garifuna, riserva dei giaguari di Cockscomb.

Malattie e rischi: Dengue (distretto con molti casi), sea lice, zanzare e moscerini.

Consiglio: Repellente al tramonto e di giorno, risciacquo dopo il bagno.

Toledo (Punta Gorda)

Clima e quota: Il più piovoso del Paese.

Ambiente: Foresta, villaggi maya, confine con il Guatemala.

Malattie e rischi: Dengue (primo distretto per casi), leishmaniosi, Chagas nelle abitazioni rurali, serpenti.

Consiglio: Zanzariera, abiti lunghi, kit sanitario completo.

Fonti principali

  1. Ministero della Salute e del Benessere del Belize, dati dengue 2023-2024 (San Pedro Sun, Amandala, Channel 5 Belize).
  2. OMS, certificazione dell’eliminazione della malaria in Belize, giugno 2023.
  3. CDC, Areas with Risk of Dengue, settembre 2026.
  4. Colorado State University, previsione della stagione degli uragani atlantici 2026.
  5. Ministero degli Affari Esteri, Viaggiare Sicuri — scheda Belize, consultata il 2 ottobre 2026.

La scheda completa Belize a 13 capitoli è in preparazione. Per una consulenza prima della partenza, anche a distanza: WhatsApp 346 6000899 · seg.cesmet@gmail.com · Consulenze online

NOTA METODOLOGICA E DI TRASPARENZA — MODELLO MEO–CLAUDE

Questa scheda è stata preparata con il metodo Meo–Claude. Le ricerche sulle fonti internazionali, l’ordinamento dei dati e l’impaginazione sono stati svolti con Claude (Anthropic); la veste grafica è stata studiata insieme. I dati sono stati poi valutati e verificati sulle fonti primarie dal Dr. Paolo Meo, che ha riscritto le parti cliniche e ne porta l’intera responsabilità. Lo strumento cerca, ordina e dà forma alla pagina; il medico decide e firma.

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L’inverno che arriva

CESMET – CLINICA DEL VIAGGIATORE
direttore e redattore dr. Paolo Meo — medico tropicalista infettivologo

Le malattie attese nella stagione 2026-2027, come affrontarle e come preparare il nostro organismo

PROTAGONISTA
Influenza A(H3N2)
INSIEME A
H1N1, COVID-19, RSV
PICCO ATTESO
dicembre–febbraio
VACCINARSI
ottobre–metà novembre

In sintesi

Nella stagione 2026-2027 il virus guida è l’influenza A(H3N2) sottogruppo K, insieme a H1N1, COVID-19 e RSV; il picco è atteso fra dicembre e febbraio. Le stime italiane indicano 12-14 milioni di infezioni respiratorie complessive (prof. Pregliasco). Il segnale dall’Australia — meno casi ma più ricoveri — invita a non abbassare la guardia sui fragili. Il vaccino antinfluenzale, aggiornato ai ceppi A/Missouri (H1N1), A/Darwin (H3N2) e B/Victoria, va fatto fra ottobre e metà novembre; over 65, bambini piccoli, donne in gravidanza e malati cronici dovrebbero valutare con il medico anche i vaccini contro COVID-19, RSV e pneumococco. A questo si aggiungono sonno regolare, attività fisica, alimentazione varia e l’abbandono del fumo: nessun integratore sostituisce il vaccino.

1. Che inverno ci aspetta

Ogni anno, con l’autunno, tornano i virus respiratori. Per la stagione 2026-2027 gli esperti italiani concordano su chi saranno i protagonisti, ma non ancora su quanto sarà pesante la stagione. È bene dirlo con onestà: le previsioni divergono.

  • Il virus da tenere d’occhio è l’influenza A(H3N2), in particolare il sottogruppo K che ha dominato la circolazione internazionale nella stagione passata. Accanto a esso circolerà, in misura più moderata, l’A(H1N1), mentre l’influenza B dovrebbe restare marginale.
  • L’Australia, che vive l’inverno prima di noi, ha registrato un numero complessivo di casi più basso dell’anno scorso, ma con più ricoveri e più forme gravi. È un segnale che non va sottovalutato.
  • Le stime italiane vanno da 12-14 milioni di infezioni respiratorie complessive (influenza, RSV, COVID-19, rhinovirus) secondo il prof. Pregliasco, a scenari più pesanti ipotizzati da altre analisi. Nessuna previsione è ancora definitiva.
  • La stagione è già partita in sordina: l’H1N1 ha circolato in Italia già ad agosto. Il picco è atteso, come di consueto, fra metà dicembre e i mesi di gennaio-febbraio.

2. I protagonisti della stagione

Malattia Che cosa aspettarsi Chi rischia di più Protezione principale
Influenza Febbre alta improvvisa, dolori muscolari, tosse, grande spossatezza. Può complicarsi con polmonite e peggiorare le malattie croniche. Over 65, bambini piccoli, donne in gravidanza, malati cronici Vaccino antinfluenzale annuale
COVID-19 Circolazione continua durante l’anno, con aumenti stagionali. Quadri più gravi nei fragili. Anziani, immunodepressi, pluripatologici Richiamo con vaccino aggiornato
Virus respiratorio sinciziale (RSV) Bronchiolite nel lattante; nell’anziano bronchite e polmonite, scompenso di malattie cardiache e respiratorie. Neonati e lattanti; anziani e fragili Anticorpo monoclonale nel neonato; vaccino nell’anziano e in gravidanza
Polmonite da pneumococco Complicanza batterica frequente dopo un’influenza. Over 65, malati cronici, immunodepressi Vaccino antipneumococcico
Raffreddori e rhinovirus Frequenti, fastidiosi, quasi sempre benigni. Nessun vaccino disponibile. Tutti Igiene delle mani, ricambio d’aria
Gastroenteriti virali (norovirus) Vomito e diarrea improvvisi, molto contagiosi nelle comunità. Anziani, bambini, comunità chiuse, crociere Lavaggio delle mani, igiene degli alimenti

3. Influenza o raffreddore? I segnali da non ignorare

L’influenza inizia di colpo: febbre spesso sopra i 38 °C, brividi, dolori muscolari e articolari, mal di testa, tosse e una stanchezza che obbliga a letto. Il raffreddore arriva invece gradualmente e resta confinato a naso e gola. Il periodo di incubazione dell’influenza è di circa due giorni, e si è contagiosi da un giorno prima dei sintomi fino a 5-7 giorni dopo.

Quando chiamare subito il medico (o il 112)

Respiro affannoso o difficoltà a respirare; dolore al petto; febbre alta che non scende dopo 3 giorni o che ritorna dopo un miglioramento; confusione, sonnolenza marcata, labbra o unghie bluastre; nel bambino: respiro rapido, rientramenti del torace, rifiuto di bere, pochi pannolini bagnati. Nei soggetti fragili ogni peggioramento improvviso va valutato senza attendere.

4. Il sistema migliore: le vaccinazioni

Non esiste un rimedio che “rinforzi le difese” quanto un vaccino mirato. La vaccinazione non garantisce di non ammalarsi, ma riduce in modo netto il rischio di forme gravi, ricoveri e complicanze. Il Ministero della Salute raccomanda il vaccino antinfluenzale a tutti a partire dai 6 mesi di vita, e in particolare alle categorie a rischio.

I vaccini antinfluenzali di quest’anno sono aggiornati ai ceppi attesi: A/Missouri (H1N1), A/Darwin (H3N2) e B/Victoria. La determina AIFA è stata pubblicata in Gazzetta Ufficiale il 15 settembre 2026, e i lotti della stagione precedente sono stati ritirati.

Vaccinazione A chi è raccomandata Note pratiche
Antinfluenzale Tutti dai 6 mesi; offerta attiva a over 60, bambini 6 mesi-6 anni, donne in gravidanza, malati cronici, operatori sanitari Ogni anno. Negli over 65 preferire le formulazioni potenziate (alto dosaggio, adiuvate, ricombinanti), ma non rimandare se non disponibili
COVID-19 (richiamo aggiornato) Anziani, fragili, immunodepressi, secondo le indicazioni nazionali e regionali Può essere somministrato nella stessa seduta dell’antinfluenzale
RSV Anziani e adulti con fattori di rischio secondo le indicazioni regionali; donne in gravidanza nelle settimane previste; anticorpo monoclonale ai neonati Nell’adulto è una dose singola, non annuale
Antipneumococcico Over 65 e persone con malattie croniche o immunodepressione Se non già eseguito, è il momento giusto per farlo

Quando vaccinarsi

Il periodo ideale va da ottobre a metà novembre: la protezione si costruisce in circa due settimane e deve essere pronta prima del picco di dicembre-gennaio. Chi arriva in ritardo può comunque vaccinarsi finché il virus circola.

5. Preparare l’organismo: ciò che funziona davvero

Molti chiedono quale sia “il miglior sistema” per preparare il corpo all’inverno. La risposta seria è che non esiste un integratore miracoloso: esiste un insieme di abitudini, semplici e documentate, che mantengono efficiente il sistema immunitario e riducono i danni se l’infezione arriva.

Misura Che cosa dicono le prove Indicazione
Sonno Dormire poco riduce la risposta immunitaria e anche la risposta ai vaccini 7-8 ore, orari regolari
Attività fisica Il movimento moderato e regolare è associato a meno infezioni respiratorie Camminare 30 minuti al giorno; evitare sforzi estremi quando si è già malati
Alimentazione Una dieta varia fornisce i micronutrienti necessari; le carenze peggiorano le difese Frutta e verdura di stagione, legumi, pesce, poco alcol
Vitamina D Utile a chi è carente, soprattutto anziani e chi esce poco; inutile a chi ha valori normali Dosarla e integrarla solo se bassa, su indicazione medica
Fumo Danneggia le difese delle vie respiratorie e aumenta le complicanze Smettere: è la misura con il beneficio maggiore
Malattie croniche Diabete, BPCO, scompenso non ben controllati aumentano il rischio di forme gravi Controllo dal medico in autunno, terapia aggiornata
Vitamina C, echinacea, “immunostimolanti” Prove deboli o assenti nel prevenire l’influenza Non sostituiscono il vaccino

Le misure di igiene restano fondamentali: lavare spesso le mani, arieggiare gli ambienti, tossire nel gomito, restare a casa quando si hanno sintomi, e per i più fragili usare una mascherina FFP2 nei luoghi chiusi e affollati durante il picco.

6. Se ci si ammala

  • Riposo, liquidi e farmaci sintomatici (antipiretici e analgesici) sono sufficienti nella maggior parte dei casi. Leggere sempre il foglietto e rispettare le dosi. Nei bambini e negli adolescenti con influenza l’aspirina è controindicata per il rischio di Sindrome di Reye: usare solo paracetamolo o ibuprofene, secondo età e peso, seguendo le indicazioni del foglietto illustrativo.
  • Gli antibiotici non curano i virus: vanno usati solo quando il medico sospetta o accerta una sovrainfezione batterica. L’uso improprio alimenta le resistenze.
  • Nelle persone ad alto rischio il medico può valutare un farmaco antivirale, che funziona meglio se iniziato nelle prime 48 ore: per questo i fragili devono contattare presto il proprio medico.
  • Non tornare al lavoro o a scuola con la febbre: si prolunga la malattia e si contagiano gli altri.

7. Chi viaggia durante l’inverno

Per chi parte, l’inverno italiano non è l’unico calendario da considerare. Nell’emisfero australe la stagione influenzale va all’incirca da aprile a settembre, mentre nei paesi tropicali l’influenza circola durante tutto l’anno, spesso con aumenti nella stagione delle piogge.

  • Chi parte in autunno o in inverno per un viaggio lungo dovrebbe vaccinarsi prima della partenza, non al rientro.
  • Aeroporti, voli lunghi, navi da crociera e viaggi di gruppo sono ambienti di forte trasmissione di virus respiratori e di norovirus.
  • La febbre al rientro da un paese tropicale non va mai attribuita all’influenza senza aver prima escluso la malaria: entro tre mesi per la forma più pericolosa (P. falciparum), ma anche oltre — fino a un anno o più — per le forme da P. vivax e P. ovale, che possono dare recidive tardive.
  • Una visita di medicina dei viaggi alla Clinica del Viaggiatore permette di aggiornare, nella stessa occasione, sia le vaccinazioni stagionali sia quelle specifiche per la destinazione.

8. Dieci regole per l’inverno

  1. Vaccinarsi contro l’influenza tra ottobre e metà novembre.
  2. Se si è anziani o fragili, chiedere al medico anche di COVID-19, RSV e pneumococco.
  3. Dormire a sufficienza e muoversi ogni giorno.
  4. Mangiare in modo vario, con frutta e verdura di stagione.
  5. Smettere di fumare.
  6. Controllare in autunno le malattie croniche e la terapia.
  7. Lavare spesso le mani e arieggiare le stanze.
  8. Restare a casa con la febbre; mascherina FFP2 nei luoghi affollati se si è fragili.
  9. Niente antibiotici senza indicazione del medico.
  10. Conoscere i segnali di allarme e chiamare presto il medico se compaiono.

Commento del dr. Paolo Meo

Ogni autunno mi viene chiesto quale sia il segreto per arrivare in forma all’inverno. La risposta non è affascinante, ma è quella che funziona: vaccinarsi al momento giusto, dormire, muoversi, non fumare, tenere sotto controllo le proprie malattie. Tutto il resto viene dopo.

Mi preoccupa il calo dell’adesione alla vaccinazione: poco più di un italiano su cinque — dato sulla popolazione generale — dichiara di essersi vaccinato nell’ultimo anno; il target specifico del 75% riguarda gli over 65 e resta ancora lontano. La stanchezza accumulata dopo la pandemia è comprensibile, ma i virus non si stancano.

Il segnale che arriva dall’Australia, con meno casi ma più ricoveri, ci dice che il vero obiettivo non è evitare qualche giorno di febbre, ma proteggere chi rischia di finire in ospedale: i nostri anziani, i malati cronici, le donne in gravidanza e i bambini piccoli. Vaccinare loro, e vaccinare chi vive accanto a loro, è il gesto più utile che possiamo fare questo inverno.

Fonti

1. Ministero della Salute. Circolare n. 5134 del 23 giugno 2026 – Prevenzione e controllo dell’influenza: raccomandazioni per la stagione 2026-2027.
2. ISS EpiCentro. Influenza – aggiornamenti e raccomandazioni del Ministero, consultato 17/09/2026.
3. AIFA. Determina n. 497/2026 dell’11 settembre 2026 (G.U. 15/09/2026) – composizione dei vaccini antinfluenzali 2026-2027; sintesi in Quotidiano Sanità, 16/09/2026.
4. FIMMG Roma. Influenza: quali virus circoleranno in Europa e in Italia nella stagione 2026–2027, 16/03/2026.
5. Assosalute-Federchimica / IQVIA, intervento del prof. F. Pregliasco. AgenSalute, 16/09/2026.
6. LaPresse Salute. Influenza in Italia, come sarà nel 2026-27, 08/09/2026.
7. Leggo / Adnkronos Salute. Intervista al prof. M. Bassetti sulla stagione 2026-2027, 10/09/2026.
8. Microbiologia Italia. Raccomandazioni vaccinali autunnali 2026: COVID, influenza e RSV, settembre 2026.
9. PNPV 2023-2025 – obiettivi di copertura antinfluenzale negli over 65 (minimo 75%, ottimale 95%).


Nota Meo–Claude

Le ricerche per questo documento sono state effettuate con Claude AI; impaginazione e veste grafica sono state studiate insieme fra Claude e il dr. Meo. I dati sono stati poi valutati e verificati sulle fonti primarie, e le bozze riscritte dal dr. Paolo Meo, che ne porta l’intera responsabilità. Lo strumento cerca, ordina e dà forma alla pagina: il medico decide e firma. Aggiornato al 17 settembre 2026.

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DENGUE E WEST NILE VIRUS Bollettino Arbovirosi 11 settembre 2026

CESMET – CLINICA DEL VIAGGIATORE

direttore e redattore dr. Paolo Meo — medico tropicalista infettivologo

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BOLLETTINO ARBOVIROSI · AGGIORNAMENTO DELL’11 SETTEMBRE 2026

Dengue e West Nile in Italia: la stagione entra nella fase più delicata

Dati ISS dal 1° gennaio all’8-9 settembre 2026, confrontati con ECDC e con le stagioni precedenti. Un focolaio di dengue di 20 casi in provincia di Livorno, il West Nile che raggiunge e supera il 2025 e 41 decessi: che cosa dicono davvero i numeri e che cosa fare.

DENGUE · casi confermati
265
+38 in una settimana
DENGUE · autoctoni
24
2 focolai: Livorno e Lecce
WEST NILE · casi confermati
594
+73 in una settimana
WEST NILE · decessi
41
letalità WNND 13,3%

Nota di trasparenza Meo–Claude

Le ricerche e il confronto fra le fonti sono stati effettuati con l’ausilio di Claude AI (Anthropic); impaginazione e veste grafica sono state studiate insieme fra Claude e il dr. Meo. I dati sono stati poi valutati e verificati sulle fonti primarie (ISS, ECDC) e il testo rivisto dal dr. Paolo Meo, che ne porta l’intera responsabilità. Lo strumento cerca, ordina e dà forma alla pagina; il medico decide e firma.

In sintesi

  • Dengue: 265 casi confermati (erano 227 una settimana fa), 241 importati e 24 autoctoni, nessun decesso. Oltre metà dei casi importati viene dalle Maldive (56%).
  • Due focolai autoctoni attivi: 20 casi in un Comune della provincia di Livorno e 4 casi in alcuni Comuni della provincia di Lecce, tutti sintomatici.
  • Il salto è recente: al 2 settembre l’ECDC registrava per l’Italia appena 3 casi autoctoni in 2 cluster. La storia 2023-2024 insegna che il grosso della dengue autoctona arriva dopo metà settembre.
  • West Nile: 594 casi confermati, 306 neuroinvasivi, 81 donatori di sangue positivi, 41 decessi. La stagione, partita in ritardo, ha ormai raggiunto e superato il 2025 (582 casi e 39 decessi nello stesso periodo).
  • Il virus circola in 79 Province di 19 Regioni: mancano all’appello solo Basilicata e Alto Adige. Lombardia, Veneto, Lazio e Piemonte guidano la classifica.
  • Due zanzare, due orari: la dengue viaggia con la zanzara tigre, che punge di giorno; il West Nile con la zanzara comune (Culex), che punge dal tramonto e di notte. La protezione va quindi estesa all’intera giornata.

Parte I — Dengue

1. I numeri della settimana

Il sistema nazionale di sorveglianza coordinato dall’ISS registra, dal 1° gennaio all’8 settembre 2026, 265 casi confermati di dengue, 38 in più rispetto ai 227 del bollettino precedente [1][2]. Di questi, 24 sono autoctoni, cioè contratti in Italia senza viaggi all’estero; tutti gli altri sono associati a viaggi. Il 56% dei casi importati indica come luogo di esposizione le Maldive. Non si registrano decessi [1].

Indicatore Al 1° settembre All’8 settembre Commento
Casi confermati totali 227 265 +38 (+17%) in 7 giorni
di cui importati — 241 Maldive 56% (circa 135 casi)
di cui autoctoni — 24 2 focolai distinti
Decessi 0 0 —

Tabella 1. Dengue in Italia, 2026. Fonte: ISS, sorveglianza nazionale arbovirosi [1][2]. Il dettaglio importati/autoctoni al 1° settembre non è riportato nelle fonti consultate.

2. I due focolai autoctoni

Focolaio Casi confermati Caratteristiche Stato
Provincia di Livorno (Toscana) — un Comune 20 Tutti sintomatici Indagini epidemiologiche e lotta al vettore in corso
Provincia di Lecce (Puglia) — più Comuni 4 Tutti sintomatici Indagini epidemiologiche e lotta al vettore in corso

Tabella 2. Episodi di trasmissione locale identificati al 8/9/2026. Fonte: ISS [1].

Il focolaio salentino è quello che il nostro Centro segue dalla fine di agosto (casi dei Comuni del basso Salento, compreso il paziente diagnosticato in Liguria ma infettatosi in Puglia). La vera novità della settimana è Livorno: un solo Comune, 20 casi confermati, tutti con sintomi. L’ISS non ha ancora comunicato il sierotipo né il nome del Comune.

3. Il confronto con le stagioni precedenti

Stagione Casi totali a metà settembre Autoctoni a metà settembre Autoctoni a fine stagione
2023 165 (11 set) 19 82 (Lodi, Roma, Latina)
2024 450 (17 set) 25 213 al 5 novembre (Fano 144)
2025 — — 4
2026 265 (8 set) 24 ?

Tabella 3. Fonti: ISS/Quotidiano Sanità 2023 [5]; ISS 2024 [6][7]; ECDC 2025 e serie storica [8][9].

dengue stagione

Figura 1. Nel 2023 e nel 2024 i casi autoctoni presenti a metà settembre erano una piccola frazione del totale di fine stagione.

4. Lo sguardo europeo

Al 2 settembre l’ECDC contava in Europa 8 casi autoctoni di dengue: 5 in Francia, dove nell’ultima settimana non erano emersi nuovi casi, e 3 in Italia, distribuiti in 2 cluster [3]. Sei giorni dopo il dato italiano dell’ISS è di 24. Il divario riflette in parte il tempo di notifica verso Stoccolma, ma soprattutto la rapida emersione del cluster livornese. Per chiudere un focolaio l’ECDC attende 45 giorni dall’ultimo esordio di sintomi: il tempo necessario perché una zanzara infettata possa ancora trasmettere e perché eventuali nuovi casi si manifestino [4].

5. Lettura della situazione

Il virus arriva in valigia, riparte dal quartiere. Il meccanismo è quello già descritto: un viaggiatore rientra con il virus in circolo, la zanzara tigre lo punge, dopo una o due settimane la stessa zanzara trasmette ai vicini. Lo studio ISS pubblicato su Eurosurveillance a luglio sul grande focolaio 2024 ha confermato che la trasmissione avviene per lo più entro poche centinaia di metri [10]: è per questo che le disinfestazioni si fanno per raggi di quartiere e non per città intere.

Venti casi sintomatici non sono venti infezioni. Nella dengue la maggior parte delle infezioni decorre senza sintomi o con sintomi lievi che non portano al test. Venti casi confermati e tutti sintomatici indicano che la circolazione reale nel Comune livornese è con ogni probabilità più ampia, e che le prossime settimane porteranno altri casi, anche con esordio già avvenuto ma non ancora notificato.

Settembre è il mese peggiore, non l’ultimo. Nel 2024 i casi autoctoni passarono da 25 a metà settembre a 213 all’inizio di novembre: quasi nove su dieci arrivarono dopo la data a cui ci troviamo oggi [6][7]. Con un autunno mite la zanzara tigre resta attiva fino a ottobre inoltrato. Il dato di 24 va letto come un punto di partenza, non come un bilancio.

Il turismo di fine estate esporta il rischio. Un focolaio in una provincia costiera a settembre coinvolge anche persone che poi rientrano altrove. È già successo: nel 2024 due persone che avevano soggiornato a Fano durante il focolaio si ammalarono al rientro in Toscana e un loro familiare contrasse la dengue a Sesto Fiorentino, diventando il primo caso autoctono toscano [11]. Chi ha soggiornato nelle aree dei focolai e sviluppa febbre nelle due settimane successive deve dirlo al medico.

Maldive: la quota scende, i numeri no. La percentuale di casi importati dalle Maldive, oltre l’80% a inizio stagione secondo i dati raccolti nel capitolo di apertura della nostra collana sulla dengue, è oggi al 56%: non perché le Maldive siano meno rischiose, ma perché con l’estate si sono aggiunti i rientri da Sud-Est asiatico, Americhe e Oceano Indiano. In valore assoluto le Maldive restano la prima destinazione a rischio per i viaggiatori italiani.

Parte II — West Nile

1. I numeri della settimana

Il report ISS n. 7 del 10 settembre, con dati al 9 settembre, registra 594 casi confermati di infezione da West Nile virus nell’uomo, contro i 521 del report precedente [12]. Le forme neuroinvasive sono 306 (5 importate: Maldive, Francia, Belgio, Grecia e Paesi Bassi), i donatori di sangue asintomatici risultati positivi 81, i casi di febbre 202 (uno importato dal Burkina Faso). I decessi notificati sono 41 (uno in un caso importato). La letalità calcolata sulle forme neuroinvasive autoctone è del 13,3%, contro il 15,0% dello stesso periodo del 2025 [12][2].

Classificazione Casi di cui importati Note
Forma neuroinvasiva (WNND) 306 5 Meningite, encefalite, paralisi flaccida
Febbre da West Nile 202 1 Burkina Faso
Donatori di sangue asintomatici 81 — Individuati dallo screening trasfusionale
Altri sintomi / asintomatici 4 + 1 — —
Totale 594 6 588 autoctoni
Decessi 41 1 Letalità WNND autoctona 13,3%

Tabella 4. West Nile in Italia al 9/9/2026. Fonte: ISS, report n. 7 [12].

2. Come è cresciuta la stagione

Report ISS (dati al) Casi confermati Decessi Province / Regioni con circolazione
28 luglio 84 2 47 / 12
5 agosto 141 6 50 / 16
12 agosto 226 7 55 / 16
19 agosto 312 13 60 / 16
26 agosto — — 66 / 17
2 settembre 521 — 75 / 19
9 settembre 594 41 79 / 19

Tabella 5. Fonti: ISS, report 2026 n. 1-7 [12][13][14]; Open per il dato al 12 agosto [15]. Il trattino indica un valore non ricavato dalle fonti consultate.

wnv andamento

Figura 2. Casi (barre) e decessi (linea) cumulativi per report ISS.

3. Dove circola il virus

I 588 casi autoctoni si distribuiscono in 17 tra Regioni e Province autonome. Il bacino padano resta il cuore dell’epidemia: Lombardia, Veneto, Piemonte ed Emilia-Romagna sommano 389 casi, due su tre. Il secondo polo è l’asse Lazio-Campania (121 casi), con Roma, Latina, Caserta e Napoli. Spicca il cluster sardo di Oristano con 25 casi. Le province con più casi sono Padova (50), Milano (48), Roma (46), Latina (34), Torino (30), Oristano (25), Caserta e Cremona (21 ciascuna) [12].

wnv regioni

Figura 3. Casi autoctoni di West Nile per Regione di esposizione. Fonte: ISS, report n. 7 [12].

Considerando anche la sorveglianza su zanzare e animali, le Province con circolazione dimostrata sono 79 in 19 Regioni, compresa per la prima volta la Valle d’Aosta: restano fuori soltanto la Basilicata e la Provincia autonoma di Bolzano [12].

4. Lo sguardo europeo

Il report settimanale ECDC con dati al 3 settembre conta in Europa 1.086 casi autoctoni in 15 Paesi e 144 aree colpite. L’Italia ne concentra 516, quasi la metà, seguita da Grecia (284), Spagna (88), Romania (56), Macedonia del Nord (55) e Francia (36); casi sono segnalati anche nei Paesi Bassi (9), in Croazia, Cipro, Austria, Ungheria e Germania [16]. Il dato ECDC coincide in sostanza con quello ISS della stessa settimana, a conferma della solidità dei numeri. Da notare che quattro dei cinque casi neuroinvasivi importati in Italia provengono da Paesi europei, tre dei quali (Francia, Belgio, Paesi Bassi) fino a pochi anni fa erano considerati estranei al West Nile.

5. Lettura della situazione

La partenza lenta era un’illusione ottica. A metà agosto il 2026 sembrava una stagione più mite del 2025: meno casi e una letalità del 7,7% contro il 13,9% [13]. Oggi i casi sono 594 contro 582 e i decessi 41 contro 39 [2]. La letalità è salita al 13,3% non perché il virus sia diventato più aggressivo, ma perché i decessi arrivano e vengono notificati con giorni o settimane di ritardo rispetto alla diagnosi. In tre settimane i decessi sono passati da 13 a 41: la letalità di inizio stagione va sempre letta con cautela.

La crescita settimanale rallenta, ma la stagione non è finita. Gli incrementi sono stati di circa 85 casi a settimana a metà agosto, di oltre 100 a settimana tra il 19 agosto e il 2 settembre, di 73 nell’ultima settimana. Il segnale di rallentamento va preso con prudenza: l’ISS avverte che i casi delle ultime quattro settimane non sono consolidati [12], e la zanzara Culex resta attiva per tutto settembre.

Ogni caso neuroinvasivo è la punta di un iceberg. Circa l’80% delle infezioni da West Nile non dà sintomi, circa il 20% dà febbre e meno dell’1% evolve nella forma neuroinvasiva. Oltre 300 forme neuroinvasive autoctone significano, con il rapporto classico di una ogni 150 infezioni circa, una circolazione nell’ordine delle decine di migliaia di infezioni in gran parte inapparenti. Gli 81 donatori positivi ne sono la prova indiretta e mostrano il valore dello screening trasfusionale.

Chi rischia davvero. Le forme gravi colpiscono soprattutto le persone oltre i 65 anni, gli immunodepressi, i trapiantati e chi ha patologie croniche. Per il West Nile non esiste un vaccino umano: la prevenzione è interamente affidata alla protezione dalle punture, con la particolarità che la zanzara comune punge al tramonto e di notte, spesso dentro casa.

Parte III — Le altre arbovirosi in breve

Virus Casi 2026 Autoctoni Note
Chikungunya 25 1 42% dei casi importati dalle Seychelles; nessun decesso
Zika 3 0 Tutti importati; nessun decesso
Usutu 12 12 7 Lombardia, 1 ciascuno Emilia-Romagna, Marche, Lazio, Piemonte, Veneto

Tabella 6. Fonte: ISS, dati all’8-9 settembre 2026 [1][12].

Dengue e West Nile a confronto

Dengue West Nile
Vettore Zanzara tigre (Aedes albopictus) Zanzara comune (Culex pipiens)
Quando punge Di giorno, soprattutto mattino e tardo pomeriggio Dal tramonto e di notte, anche in casa
Serbatoio L’uomo viremico Gli uccelli; uomo e cavallo sono ospiti a fondo cieco
Come arriva in Italia Con il viaggiatore di rientro dai tropici Circola stabilmente ogni estate negli uccelli
Decorso tipico Febbre alta, dolori ossei e muscolari, esantema 80% asintomatica, 20% febbre, <1% neuroinvasiva
Chi rischia forme gravi Seconda infezione da sierotipo diverso, fragili Over 65, immunodepressi, trapiantati
Vaccino umano Sì (Qdenga) No
Contromisura chiave Repellente di giorno, eliminare ristagni domestici, isolare dalle punture il febbrile Repellente e zanzariere dalla sera, eliminare ristagni
Sorveglianza Ogni caso attiva la disinfestazione nel raggio del domicilio Integrata uomo-animali-zanzare, screening dei donatori

Tabella 7. Le due arbovirosi a confronto: stesso genere virale, ecologia opposta.

Che cosa fare, a chi

Destinatario Indicazione pratica
Chi vive o ha soggiornato nelle province di Livorno e Lecce Febbre nelle 2 settimane successive: segnalarlo al medico e chiedere il test per dengue (NS1/PCR nei primi giorni)
Chi rientra da Maldive e tropici Febbre al rientro: test subito, e protezione dalle punture anche a casa per non infettare la zanzara del quartiere
Chi parte per aree endemiche di dengue Valutare Qdenga anche per viaggi brevi; protezione dalle punture diurne
Anziani e fragili nelle aree con West Nile Repellente e abiti coprenti dal tramonto, zanzariere, niente acqua stagnante in giardino e sui balconi
Medici di famiglia e Pronto Soccorso Febbre con cefalea, confusione o debolezza muscolare in un over 65: pensare al West Nile. Febbre e dolori senza viaggi ma in area di focolaio: pensare alla dengue
Tutti, fino a esclusione della dengue Paracetamolo sì; aspirina e FANS no

Tabella 8. Indicazioni operative CESMET – Clinica del Viaggiatore.

Commento del dr. Paolo Meo

Se dovessi riassumere questo bollettino in una riga direi: due virus, due zanzare, due orari. La dengue ci arriva con chi torna dai tropici e la zanzara tigre la ridistribuisce di giorno nel raggio di un isolato; il West Nile è ormai di casa, vive negli uccelli e ce lo porta la zanzara comune, di sera e di notte. Proteggersi solo in uno dei due momenti significa lasciare scoperto l’altro.

Il focolaio di Livorno non mi sorprende e non deve spaventare, ma deve farci lavorare. Settembre è il mese in cui la dengue autoctona dà il meglio di sé: negli anni scorsi la gran parte dei casi è arrivata dopo questa data. Chi rientra con la febbre da un Paese tropicale deve fare il test subito e, nel frattempo, evitare di farsi pungere: è il gesto più semplice e più sottovalutato per non consegnare il virus alla zanzara del proprio quartiere. Fino a quando la dengue non è esclusa, paracetamolo e mai aspirina o antinfiammatori.

Per la dengue abbiamo un’arma che per il West Nile non esiste: il vaccino. Nella nostra esperienza su migliaia di persone vaccinate, soprattutto lavoratori che viaggiano spesso in America Latina, non abbiamo osservato casi fra i vaccinati, e il vaccino si è dimostrato efficace e sicuro. Lo raccomando anche per i viaggi brevi alle Maldive, come oggi prevedono le indicazioni aggiornate della SIMVIM.

Per il West Nile la difesa resta tutta nelle nostre mani: repellente sulla pelle scoperta dal tramonto, zanzariere, niente sottovasi pieni d’acqua. Gli oli naturali come il neem (NOZETA) possono affiancare il repellente di sintesi, ma integrare non significa sostituire. E a chi ha un genitore anziano dico: una febbre con confusione o debolezza alle gambe, in questa stagione, merita un Pronto Soccorso, non un’attesa.

Fonti

Parte I — Dengue

[1] ISS – EpiCentro, Sistema nazionale di sorveglianza delle arbovirosi: situazione epidemiologica all’8 settembre 2026 (aggiornamento del 10/9/2026).

[2] Quotidiano Sanità, «Arbovirosi. Iss: 265 casi confermati di Dengue (+38 dalla scorsa settimana), 594 di West Nile (+73)», 10/9/2026.

[3] Quotidiano Sanità, «Dengue. Ecdc: 8 casi autoctoni in Europa nel 2026. Segnalazioni in Francia e Italia», 8/9/2026 (dati ECDC al 2/9/2026).

[4] ECDC, Seasonal surveillance of dengue in the EU/EEA, weekly report 2026 – definizione di cluster chiuso (45 giorni).

[5] Quotidiano Sanità, «Dengue: Iss, 19 casi autoctoni, 165 in totale da inizio anno», settembre 2023 (dati all’11/9/2023).

[6] ISS, sorveglianza arbovirosi, dati al 17/9/2024 (450 casi, 25 autoctoni), riportati da Outbreak News Today, settembre 2024.

[7] Quotidiano Sanità / Il Resto del Carlino, bollettino ISS al 5/11/2024: 678 casi, 213 autoctoni; focolaio di Fano 144 casi, novembre 2024.

[8] ECDC, Seasonal surveillance of dengue in the EU/EEA 2025, dati al 19/11/2025 (Italia 4 casi autoctoni, Francia 29).

[9] ECDC, Historical data on local transmission of dengue in the EU/EEA (Italia 2023: 82 casi autoctoni).

[10] ISS – EpiCentro, «Focolai dengue in Italia: un articolo su Eurosurveillance», 15/7/2026.

[11] Quotidiano Sanità, «Dengue. In Toscana 2 casi provenienti da Fano e uno autoctono a Sesto Fiorentino», ottobre 2024.

Parte II — West Nile

[12] ISS – Dipartimento Malattie Infettive, Report della sorveglianza dei casi umani di West Nile e Usutu virus in Italia, stagione 2026, n. 7 del 10/9/2026 (dati al 9/9/2026).

[13] ISS – EpiCentro, West Nile: ultimi aggiornamenti 2026 (report n. 1 del 28/7, n. 2 del 6/8, n. 4 del 20/8/2026).

[14] ISS, Report WNV/USUV 2026 n. 3 del 13/8 e n. 5 del 27/8/2026 (province e regioni con circolazione).

[15] Open, «West Nile, i casi aumentano del 60% in una settimana: 226 contagi e 7 morti in Italia», 19/8/2026.

[16] ECDC, Surveillance of West Nile virus infections in humans in Europe, weekly report, week 36/2026 (pubblicato 4/9/2026, dati al 3/9/2026).

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Sprue tropicale

Polo Viaggi CESMET — Artemisia

Dipartimento di Medicina Tropicale e Malattie Infettive · clinicadelviaggiatore.com

Scheda malattia

Sprue Tropicale

Malassorbimento post-infettivo dei tropici — la “malattia dimenticata” del viaggiatore e dell’espatriato

Edizione 1.0 — settembre 2026 · direttore e redattore dr. Paolo Meo — medico tropicalista infettivologo

In sintesi

La sprue tropicale è una sindrome da malassorbimento cronico dell’intestino tenue, di verosimile origine infettiva, che colpisce chi vive o soggiorna a lungo in alcune aree tropicali. Si manifesta con diarrea cronica, steatorrea, calo ponderale e anemia megaloblastica da carenza di folati e vitamina B12.

Non ha un test diagnostico specifico: la diagnosi nasce
– dalla storia di viaggio,
– dall’esclusione sistematica delle altre cause di malassorbimento
– e dalla risposta alla terapia.
Risponde in modo spesso spettacolare all’associazione di tetraciclina (o doxiciclina) e acido folico.

È in netta riduzione nel mondo, ed è proprio questo il problema: essendo diventata rara, oggi viene sospettata tardi, o non viene sospettata affatto, nel viaggiatore che torna con una diarrea che non finisce.

Nota metodologica e di trasparenza

Le ricerche bibliografiche e la raccolta dei dati di questo documento sono state effettuate con il supporto di Claude AI. L’impaginazione e la veste grafica sono state studiate insieme fra Claude e il dr. Paolo Meo. I dati sono stati successivamente valutati e verificati sulle fonti primarie, e le bozze riscritte, dal dr. Paolo Meo, che ne porta l’intera responsabilità scientifica e redazionale.

Lo strumento cerca, ordina e dà forma alla pagina: il medico decide e firma.

1. Che cos’è la sprue tropicale

Il parere del Dr. Paolo Meo — Polo Viaggi CESMET

Nei miei anni di lavoro in Africa e nel Sud-est asiatico ho imparato che le diarree che contano davvero non sono quelle che arrivano con la febbre e passano in tre giorni:
– sono quelle che restano.
– Il paziente non muore, ma si consuma.
– Dimagrisce, si spegne, diventa pallido,
– perde la voglia di mangiare,
e intanto passano i mesi.

La sprue tropicale appartiene a questa categoria di malattie lente, e chi fa medicina dei viaggi deve tenerla nell’elenco mentale delle diagnosi possibili anche quando i libri la danno per rara.

Al Polo Viaggi la incontriamo raramente in forma conclamata, ma la sospettiamo più spesso di quanto la confermiamo:

e va bene così, perché il danno vero non è pensarci e poi escluderla, è non pensarci affatto.

La sprue tropicale è una sindrome da malassorbimento acquisita, che interessa in modo diffuso l’intestino tenue e che compare in soggetti che risiedono o hanno soggiornato a lungo in determinate aree tropicali, in assenza di un’altra causa identificabile di malassorbimento.

È definita, in altre parole, per sottrazione: quando in un paziente con storia tropicale si documenta un malassorbimento con atrofia dei villi e si sono escluse celiachia, parassitosi, malattie infiammatorie croniche intestinali e le altre enteropatie note, resta la sprue tropicale.

Il termine sprue deriva dall’olandese sprouw, che indicava le lesioni aftose del cavo orale, uno dei segni che accompagnava i malati.

In letteratura la malattia compare anche come malassorbimento tropicale post-infettivo — una denominazione più moderna e per molti versi più corretta, perché descrive il meccanismo anziché il sintomo.

L’aggettivo “tropicale” serve a distinguerla dalla sprue celiaca (nontropical sprue nella letteratura anglosassone), cioè dalla malattia celiaca, con la quale condivide una parte importante del quadro istologico ma non l’eziologia né la terapia.

Gli elementi che definiscono la malattia

  • Diarrea cronica o subacuta, spesso preceduta da un episodio di enterite acuta.
  • Malassorbimento documentabile, con steatorrea e calo ponderale.
  • Carenza di folati e/o vitamina B12, con anemia megaloblastica.
  • Atrofia villare parziale della mucosa del tenue, estesa anche all’ileo.
  • Storia di residenza o soggiorno prolungato in area endemica.
  • Risposta alla terapia antibiotica associata alla supplementazione vitaminica.

Il punto che conta

La sprue tropicale non ha un marcatore sierologico, un test genetico o un esame strumentale che la certifichi. È una diagnosi clinica, costruita su tre gambe:
– la storia geografica,

– l’esclusione delle alternative,

– la risposta al trattamento.

Chi cerca “il test della sprue” non lo troverà.

Fonti del capitolo
1. Ortiz-Prado E, Vasconez-Gonzalez J, Villavicencio-Gomezjurado M, et al. Tropical sprue: a narrative review of a neglected malabsorption syndrome. Gut Pathogens 2026;18:15. doi:10.1186/s13099-026-00803-x (pubblicato 8 febbraio 2026).
2. Goosenberg E, Aloysius MM, Afzal M. Tropical Sprue. StatPearls, aggiornamento 14 settembre 2025.
3. Malik Z. Tropical Sprue. MSD Manual — Professional Edition, revisione completa marzo 2025.
4. Walker MM. What is tropical sprue? J Gastroenterol Hepatol 2003;18:887-890.

2. Cenni storici

La prima descrizione riconoscibile della malattia risale al 1759, quando William Hillary riferì alle Barbados di una comunità colpita da diarrea cronica con deperimento progressivo. Poco più di un secolo dopo, nel 1880, Patrick Manson — uno dei padri della medicina tropicale — introdusse il termine sprue per indicare le diarree persistenti che osservava nei Paesi asiatici.

Il Novecento è il secolo in cui la sprue tropicale entra nella grande medicina militare e coloniale. Durante la Seconda guerra mondiale si registrarono vere epidemie fra le truppe britanniche in India e fra i prigionieri di guerra italiani internati nel Paese, ed è in quel contesto che venne documentato per la prima volta il beneficio del trattamento antibiotico: si usarono i sulfamidici, poi progressivamente sostituiti dalle tetracicline, che restano ancora oggi il cardine della terapia. Negli anni Sessanta lo studio dei volontari dei Peace Corps americani in Pakistan da parte di Lindenbaum e Kent fornì una delle descrizioni più solide del malassorbimento e della digiunite acquisiti dall’occidentale trapiantato nei tropici.

Fra gli anni Sessanta e Ottanta, i lavori di Klipstein, di Mathan e della scuola di Vellore in India, e successivamente di Tomkins a Londra, definirono il quadro moderno: colonizzazione del tenue da parte di batteri coliformi, enterotossigenicità di alcuni ceppi, alterazioni funzionali della mucosa. In tempi recenti la scuola di Ghoshal, in India, ha ripreso il tema collegando la sprue tropicale alla contaminazione batterica del tenue e al prolungamento reversibile del tempo di transito oro-ciecale.

Anno Tappa Significato
1759 William Hillary descrive alle Barbados una diarrea cronica con deperimento Prima descrizione clinica riconoscibile
1880 Patrick Manson introduce il termine “sprue” per le diarree persistenti in Asia Nasce l’entità nosologica
1940-45 Epidemie fra le truppe britanniche in India e i prigionieri di guerra italiani; uso dei sulfamidici Prima dimostrazione del beneficio antibiotico
1966 Lindenbaum e Kent studiano i volontari dei Peace Corps in Pakistan Il malassorbimento dell’espatriato entra in letteratura
1972-78 Bhat, Mathan, Klipstein: flora batterica del tenue ed enterotossine Consolidamento dell’ipotesi infettiva
2003-2014 Ghoshal e coll.: contaminazione batterica e transito oro-ciecale prolungato Lettura moderna della patogenesi
2026 Revisione narrativa su Gut Pathogens Richiamo su una malattia trascurata

Fonti del capitolo
1. Ortiz-Prado E, et al. Gut Pathogens 2026;18:15 (sezione introduttiva e storica).
2. Lindenbaum J, Kent TH. Malabsorption and jejunitis in American Peace Corps volunteers in Pakistan. Ann Intern Med 1966;65:1201-1209.
3. Bhat P, Shantakumari S, Rajan D, Mathan VI, et al. Bacterial flora of the gastrointestinal tract in Southern Indian control subjects and patients with tropical sprue. Gastroenterology 1972;62:11-21.
4. Klipstein FA, Engert RF, Short HB. Enterotoxigenicity of colonising coliform bacteria in tropical sprue and blind-loop syndrome. Lancet 1978;2:342-344.
5. Stefanini M. Clinical features and pathogenesis of tropical sprue; observations on a series of cases among Italian prisoners of war in India. Medicine (Baltimore) 1948;27:379-427.
6. Westergaard H. Tropical sprue. Curr Treat Options Gastroenterol 2004;7 (nota storica sui sulfamidici nelle truppe in India).

3. Eziologia: che cosa la provoca

Il parere del Dr. Paolo Meo — Polo Viaggi CESMET

Dopo oltre due secoli non abbiamo ancora un nome e cognome per l’agente causale, e questo dà fastidio a chi, come me, è abituato a ragionare per agente eziologico.

Ma la sprue tropicale ci insegna qualcosa di importante: non tutte le malattie infettive hanno un microrganismo unico.
Alcune nascono da un’alterazione dell’ecosistema intestinale, e l’ecosistema non si isola in una piastra.
Nel viaggiatore che passa mesi in condizioni igieniche precarie, ripetutamente esposto a enteropatogeni, quello che si rompe non è un organo: è un equilibrio.

L’agente causale specifico della sprue tropicale non è mai stato identificato. L’ipotesi infettiva resta però ampiamente prevalente, e si fonda su un insieme di argomenti clinici ed epidemiologici convergenti.

Gli argomenti a favore dell’origine infettiva

  • L’esordio segue tipicamente un episodio di enterite acuta.
  • La malattia si presenta in forma sia endemica sia epidemica, con andamento stagionale in alcune aree.
  • La risposta al trattamento antibiotico è netta e riproducibile.
  • L’incidenza è maggiore nelle aree rurali con condizioni igienico-sanitarie carenti.
  • I viaggiatori provenienti da Paesi industrializzati che soggiornano in area endemica sono particolarmente vulnerabili.
  • Nei pazienti si documenta colonizzazione e sovracrescita batterica del tenue prossimale.

I microrganismi chiamati in causa

Gli studi condotti fra gli anni Sessanta e Ottanta hanno isolato dal tenue dei pazienti soprattutto bacilli Gram-negativi.
Nei viaggiatori che hanno acquisito la malattia sono stati isolati con particolare frequenza
– Alcaligenes (Alcaligenes faecalis),
– Enterobacter aerogenes —
– oggi Klebsiella aerogenes —
– e Hafnia spp.
Altri isolati comprendono
– Escherichia coli,
– Klebsiella spp.
– ed Enterobacter cloacae.

In alcuni pazienti, in particolare fra i nativi di India, Haiti e Portorico, sono stati identificati ceppi coliformi fortemente enterotossigeni.

Sono stati chiamati in causa anche protozoi e miceti —
– Cryptosporidium parvum,
– Cystoisospora (Isospora) belli,
– Blastocystis hominis,
– Cyclospora cayetanensis

sono stati identificati in campioni fecali e in biopsie del tenue — e si è discussa l’ipotesi di un ruolo             – dell’anchilostomiasi
– e della strongiloidiasi.

In campioni fecali di pazienti indiani sono state osservate particelle virus-simili riferibili a orthomyxovirus e coronavirus, un dato che negli ultimi anni è tornato di attualità per l’analogia con le sindromi gastrointestinali post-infettive prolungate osservate dopo COVID-19.

Le ipotesi non infettive e i cofattori

Accanto alla componente microbica sono stati descritti fattori che contribuiscono al mantenimento del danno:
– una disregolazione neuro-ormonale intestinale,
– una risposta immunitaria dell’ospite alterata con infiammazione protratta,
– il deficit di disaccaridasi della mucosa
– e la deconiugazione degli acidi biliari.

A questi si aggiunge il cosiddetto freno ileale (ileal brake), che rallenta il transito oro-ciecale e favorisce la sovracrescita batterica, e la riduzione delle difese intestinali — ipocloridria gastrica, in alcuni casi ipogammaglobulinemia — che facilita la colonizzazione.

Sintesi eziologica

Non un patogeno unico, ma un circolo vizioso:
– infezione enterica acuta —
– colonizzazione persistente del tenue da coliformi —
– danno mucosale
– e rallentamento del transito —
– ulteriore sovracrescita batterica —
– malassorbimento e carenze —
– riduzione delle difese mucosali.

L’antibiotico funziona perché interrompe l’anello centrale della catena.

Fonti del capitolo
1. Ortiz-Prado E, et al. Gut Pathogens 2026;18:15 (sezione “Etiology”).
2. Wanke CA. Tropical Sprue. In: Mandell, Douglas and Bennett’s Principles and Practice of Infectious Diseases, 2015:1297-1301.
3. Ghoshal UC, Srivastava D, Verma A, Ghoshal U. Tropical sprue in 2014: the new face of an old disease. Curr Gastroenterol Rep 2014;16:391.
4. Tomkins AM, Drasar BS, James WP. Bacterial colonisation of jejunal mucosa in acute tropical sprue. Lancet 1975;1:59-62.
5. Ramakrishna BS. Tropical sprue: a forgotten entity. Curr Opin Gastroenterol (revisione 2026) — riapertura dell’ipotesi coronavirus dopo la pandemia COVID-19.

4. Distribuzione geografica

La geografia della sprue tropicale è una delle sue caratteristiche più curiose e meno spiegate.
La malattia si osserva prevalentemente fra i 30° di latitudine nord e i 30° di latitudine sud, ma non in tutti i Paesi compresi in questa fascia: aree contigue, con clima e condizioni sanitarie simili, possono avere incidenze radicalmente diverse.

Area Situazione Note
Asia meridionale Area di massima endemia: India (soprattutto meridionale), Pakistan, Bangladesh Storicamente la principale causa di malassorbimento dell’adulto in molte regioni indiane
Asia sud-orientale Endemia riconosciuta, con casi documentati nei viaggiatori di ritorno Segnalazioni classiche di sprue diagnosticata in Europa dopo viaggi nell’area
Caraibi Portorico, Repubblica Dominicana, Haiti, Cuba A Haiti è stata riportata una prevalenza fino al 43%; a Portorico picco stagionale in gennaio-marzo
Caraibi — eccezioni Giamaica e Bahamas: casi rari o assenti Anomalia geografica classica, mai spiegata
America centrale e meridionale Messico, Venezuela, Colombia, Costa Rica: casistiche limitate In Messico circa il 22% delle steatorree croniche nei centri di riferimento
Africa Rara; segnalazioni da Nigeria, Africa centrale e australe, Uganda, Sudan Distribuzione sporadica, non paragonabile all’Asia
Medio Oriente, Cina, Himalaya, Filippine, Myanmar Rara o non comune Aree tropicali dove la malattia non ha mai preso piede

Il parere del Dr. Paolo Meo — Polo Viaggi CESMET

Questa geografia a macchia di leopardo è la ragione per cui, quando raccolgo l’anamnesi di viaggio, non mi accontento mai del continente. Chiedo il Paese, la regione, la stagione, il tipo di alloggio e con chi si è mangiato. “Sono stato in Asia” non è un’anamnesi: è un titolo di capitolo. La differenza fra il Kerala e le Filippine, in questa malattia, è tutta.

Fonti del capitolo
1. Ortiz-Prado E, et al. Gut Pathogens 2026;18:15 (sezione “Epidemiology”).
2. Tropical Sprue: Background, Pathophysiology, Epidemiology. Medscape/eMedicine, aggiornamento 2026.
3. Wanke CA. Tropical Sprue. Mandell, Douglas and Bennett’s, 2015.
4. Nath SK. Tropical sprue. Curr Gastroenterol Rep 2005;7:343-349.

5. Epidemiologia e andamento nel tempo

Nei Paesi endemici la sprue tropicale è stata, ed è in parte ancora, una causa maggiore di malassorbimento.
In India, nel 1969, fu riconosciuta come una delle principali cause di malassorbimento in età pediatrica, con un’epidemia che provocò decine di migliaia di decessi. Nelle casistiche indiane più recenti la quota di malassorbimento attribuibile alla sprue tropicale resta consistente: in una serie di 124 pazienti con malassorbimento seguiti fra il 2000 e il 2008 la diagnosi fu posta nel 29% dei casi; in un’altra casistica su 94 pazienti con diarrea cronica e malassorbimento la percentuale fu del 21%; in uno studio successivo su 275 pazienti con sindrome da malassorbimento la sprue tropicale rappresentava il 37% delle diagnosi. È stato riportato che, in adulti e bambini dell’Asia meridionale, la malattia sia responsabile di circa il 40% di tutti i casi di malassorbimento.

Il quadro globale, tuttavia, è in chiara contrazione.
L’incidenza in India e in Pakistan appare in riduzione, verosimilmente per il miglioramento delle condizioni igieniche e per l’ampio uso di antibiotici; la stessa tendenza è descritta a livello mondiale, e viene messa in relazione anche con il trattamento antibiotico ormai diffuso delle diarree acute del viaggiatore.
Negli Stati Uniti la prevalenza riportata è dello 0,5% e la malattia è di fatto osservata solo in chi ha vissuto o viaggiato in area endemica.

Il paradosso della rarefazione

La riduzione dei casi non è una buona notizia sul piano diagnostico. Una malattia che diventa rara esce dal ragionamento clinico quotidiano, e il risultato è che la diagnosi arriva tardi o non arriva. Le revisioni recenti insistono proprio su questo: la sprue tropicale è oggi soprattutto una diagnosi mancata, spesso etichettata come celiachia refrattaria, steatorrea inspiegata o sindrome dell’intestino irritabile post-infettiva.

Non esistono differenze significative fra i sessi. La malattia interessa prevalentemente gli adulti, ma sono descritti casi pediatrici. Sono state riportate forme latenti anche in Paesi non endemici, il che impone di mantenere un elevato indice di sospetto anche fuori dai tropici, in un’epoca di viaggi e migrazioni intensi.

Fonti del capitolo
1. Ortiz-Prado E, et al. Gut Pathogens 2026;18:15 (sezione “Epidemiology” e “Discussion”).
2. Goosenberg E, Aloysius MM, Afzal M. Tropical Sprue. StatPearls, aggiornamento 14 settembre 2025.
3. Dutta AK, Balekuduru A, Chacko A. Spectrum of malabsorption in India – tropical sprue is still the leader. J Assoc Physicians India 2011;59:420-422.
4. Ghoshal UC, Mehrotra M, Kumar S, et al. Spectrum of malabsorption syndrome among adults. Indian J Med Res 2012;136:451.
5. Malik Z. Tropical Sprue. MSD Manual — Professional Edition, marzo 2025.
6. Dargavel C, Kassam Z, Hunt R, Greenwald E. A presentation of latent tropical sprue in a Canadian hospital. Eur J Gastroenterol Hepatol 2013;25:996-1000.

6. Chi si ammala: residenti, viaggiatori, espatriati

La sprue tropicale colpisce sia le popolazioni autoctone delle aree endemiche sia i viaggiatori e gli espatriati che vi risiedono.
Il fattore determinante, per questi ultimi, è la durata dell’esposizione:
– la malattia interessa tipicamente chi soggiorna in area endemica per più di un mese,
– mentre è rara in chi si ferma meno di due settimane.
– Non è però impossibile nei soggiorni brevi,

e la letteratura di medicina dei viaggi segnala che anche il viaggiatore di breve durata resta a rischio, seppure minore.

Fattori che aumentano il rischio nel viaggiatore

  • Permanenza superiore a un mese in area endemica, soprattutto in ambiente rurale.
  • Contatto stretto e continuativo con la popolazione locale, condivisione di cibo, acqua e ambiente domestico.
  • Pregresso episodio di diarrea acuta infettiva durante il soggiorno: è l’evento scatenante più frequente.
  • Condizioni igienico-sanitarie precarie del luogo di residenza.
  • Soggiorni ripetuti o prolungati per lavoro, cooperazione, missione, volontariato.

Il parere del Dr. Paolo Meo — Polo Viaggi CESMET

Il profilo che vedo più spesso in ambulatorio non è il turista di due settimane: è il cooperante, il missionario, il tecnico di cantiere, il ricercatore, il volontario che ha passato sei mesi o due anni in un villaggio mangiando quello che mangiavano tutti.

È esattamente il paziente che al rientro dice “ho avuto una brutta dissenteria a marzo e da allora non sono più tornato come prima”. Quella frase, in medicina dei viaggi, va ascoltata fino in fondo.

Al Polo Viaggi insistiamo perché chi rientra da un soggiorno lungo faccia un controllo di ritorno anche se sta discretamente: molte di queste storie si chiariscono in una visita e due esami, e si perdono in due anni di gastroenterologia generica.

Fonti del capitolo
1. Goosenberg E, Aloysius MM, Afzal M. Tropical Sprue. StatPearls, aggiornamento 14 settembre 2025.
2. Klipstein FA. Tropical sprue in travelers and expatriates living abroad. Gastroenterology 1981;80:590-600.
3. Malik Z. Tropical Sprue. MSD Manual — Professional Edition, marzo 2025.
4. Connor BA. Persistent travelers’ diarrhea (capitolo sulla sprue tropicale come causa di diarrea persistente del viaggiatore), in trattatistica di medicina dei viaggi.

7. Patogenesi e alterazioni intestinali

Il meccanismo del danno è multifattoriale e coinvolge tutto l’intestino tenue, dal duodeno all’ileo, con un interessamento anche della funzione colica.
È questa diffusione a distinguere la sprue tropicale dalla celiachia, che ha invece una distribuzione prossimale prevalente.

Alterazioni funzionali del tenue

Nelle forme acute si osserva una secrezione netta di acqua, sodio e cloro nel lume intestinale, mentre nelle forme croniche questa fase secretoria non è più presente.

A livello ileale si documenta malassorbimento della vitamina B12 e degli acidi biliari: la mancata riassorbimento degli acidi biliari conduce al malassorbimento dei grassi e, di conseguenza, delle vitamine liposolubili A, D, E e K. È descritto inoltre malassorbimento di lattosio, xilosio, glucosio, folati e di minerali come calcio e magnesio.

Permeabilità e transito

La permeabilità intestinale risulta aumentata:
gli studi che hanno utilizzato l’escrezione urinaria di lattulosio e mannitolo hanno documentato un rapporto lattulosio/mannitolo più elevato nei pazienti con sindrome da malassorbimento rispetto ai controlli sani, e un aumento specifico della permeabilità al lattulosio nei pazienti con sprue tropicale.
In parallelo, il tempo di transito oro-ciecale risulta prolungato: i batteri patogeni restano più a lungo a contatto con gli enterociti, aggravando il danno cellulare.
Si tratta di un’alterazione reversibile, che si corregge con il trattamento.

Difese mucosali ridotte

Nei pazienti sono state descritte una ridotta secrezione acida gastrica e, in alcuni casi, ipogammaglobulinemia.

Il risultato è una minore immunità innata a livello intestinale, che facilita la colonizzazione e la sovracrescita batterica del tenue prossimale, normalmente povero di flora.

La funzione colica

Il colon perde la capacità di aumentare l’assorbimento di acqua ed elettroliti — quel compenso che normalmente limita la diarrea quando il tenue funziona male. Viene così a mancare l’ultima linea di difesa contro la perdita idro-elettrolitica, e la diarrea si cronicizza.

La catena patogenetica in sei passaggi

  1. Episodio infettivo acuto intestinale in area endemica.
  2. Colonizzazione persistente del tenue da parte di coliformi, alcuni enterotossigeni.
  3. Danno enterocitario e appiattimento dei villi, con deficit di disaccaridasi.
  4. Deconiugazione degli acidi biliari e rallentamento del transito (freno ileale).
  5. Malassorbimento di grassi, folati, B12, vitamine liposolubili e minerali.
  6. Perdita del compenso colico e diarrea cronica autoalimentante.

Fonti del capitolo
1. Ortiz-Prado E, et al. Gut Pathogens 2026;18:15 (sezione “Intestinal alterations”).
2. Ghoshal UC, Ghoshal U, Ayyagari A, et al. Tropical sprue is associated with contamination of small bowel with aerobic bacteria and reversible prolongation of orocecal transit time. J Gastroenterol Hepatol 2003;18:540-547.
3. Cook GC, Menzies IS. Intestinal absorption and unmediated permeation of sugars in post-infective tropical malabsorption. Digestion 1986;33:109-116.
4. Tomkins A. Tropical malabsorption: recent concepts in pathogenesis and nutritional significance. Clin Sci 1981;60:131-137.
5. Walker MM. What is tropical sprue? J Gastroenterol Hepatol 2003;18:887-890.

8. Istopatologia

Il reperto istologico caratteristico è l’atrofia dei villi dell’intestino tenue. Nelle fasi iniziali la biopsia può essere ancora normale; con la progressione si assiste a una riduzione graduale dell’altezza dei villi fino all’atrofia conclamata, che è tipicamente parziale e non totale.

Reperti descritti

  • Riduzione dell’altezza dei villi, fino ad atrofia parziale (villous blunting).
  • Allungamento e iperplasia delle cripte, con aumento dell’indice mitotico dell’epitelio criptico.
  • Linfocitosi intraepiteliale e infiltrato linfoplasmacellulare della lamina propria.
  • Immaturità nucleare e ingrandimento delle cellule epiteliali (aspetti megaloblastici da carenza di folati e B12).
  • Aumento delle cellule caliciformi e depositi lipidici in sede sottobasale.

Un elemento distintivo importante emerge dallo studio di Brown e colleghi: nelle biopsie duodenali l’appiattimento dei villi era presente nel 75% dei casi, ma un certo grado di accorciamento villare era presente in tutti i campioni ileali. È la conferma istologica di una malattia che interessa l’intero tenue, mentre nella celiachia il danno è prevalentemente prossimale e l’ileo è di regola risparmiato.

Il parere del Dr. Paolo Meo — Polo Viaggi CESMET

Sull’istologia voglio essere netto: un referto di “atrofia villare parziale” non è una diagnosi di celiachia. È un reperto, e va letto insieme alla sierologia, alla storia di viaggio e alla sede delle biopsie. Ho visto pazienti messi a dieta senza glutine per anni sulla base di quel referto, senza mai migliorare, semplicemente perché nessuno aveva chiesto dove avessero vissuto. Se il patologo vede l’ileo coinvolto e la sierologia celiaca è negativa, il tropico entra nel ragionamento.

Fonti del capitolo
1. Brown IS, Bettington A, Bettington M, Rosty C. Tropical sprue: revisiting an underrecognized disease. Am J Surg Pathol 2014;38:666-672.
2. Ortiz-Prado E, et al. Gut Pathogens 2026;18:15 (sezione “Histopathology”).
3. Goosenberg E, Aloysius MM, Afzal M. Tropical Sprue. StatPearls, aggiornamento 14 settembre 2025.
4. Enache I, Nedelcu IC, Balaban M, et al. Diagnostic challenges in enteropathies: a histopathological review. Diagnostics 2025;15(12).

9. Quadro clinico

La presentazione clinica è ampia e varia dalla forma acuta esplosiva, che segue di poco un episodio di enterite, alla forma cronica insidiosa che si costruisce nell’arco di mesi. Schematicamente si riconoscono tre fasi, che nel singolo paziente possono sovrapporsi o non essere tutte evidenti.

Fase Quadro Durata indicativa
1. Fase enteritica acuta Diarrea acquosa, spesso febbre, dolori addominali crampiformi, malessere. Corrisponde all’episodio infettivo iniziale. Giorni-settimane
2. Fase di malassorbimento Diarrea che non si risolve, feci chiare, voluminose, untuose e maleodoranti (steatorrea), meteorismo, borborigmi, anoressia, calo ponderale progressivo, astenia. Settimane-mesi
3. Fase carenziale Anemia megaloblastica, glossite e stomatite angolare, edemi da ipoalbuminemia, parestesie e disturbi neurologici da deficit di B12, dolori ossei, tendenza emorragica, in casi estremi dermatite pellagroide (collana di Casal). Mesi

Sintomi digestivi

  • Diarrea cronica o intermittente, in genere non ematica.
  • Steatorrea: feci chiare, voluminose, untuose, difficili da scaricare, particolarmente maleodoranti.
  • Distensione addominale, meteorismo, borborigmi, crampi.
  • Anoressia e nausea; intolleranza secondaria al lattosio.

Sintomi extradigestivi ed espressione carenziale

  • Astenia, pallore, dispnea da sforzo, cardiopalmo (anemia da carenza di folati e/o B12).
  • Glossite dolorosa, cheilite angolare, ulcere orali.
  • Parestesie, ipoestesia distale, alterazioni dell’equilibrio e del tono dell’umore (deficit di B12).
  • Cecità crepuscolare (vitamina A), dolori ossei e demineralizzazione (vitamina D e calcio), ecchimosi e sanguinamenti (vitamina K).
  • Edemi declivi da ipoalbuminemia nei quadri avanzati.
  • Amenorrea, calo della libido, riduzione della massa muscolare nelle forme protratte.

Attenzione al viaggiatore “quasi guarito”

La presentazione più insidiosa non è quella drammatica, ma quella sfumata: il paziente che dopo un viaggio lungo riferisce due o tre scariche molli al giorno, un po’ di gonfiore, qualche chilo perso e una stanchezza che non passa. Sta in piedi, lavora, non allarma nessuno — e intanto perde folati, B12, ferro e massa. È il quadro che più spesso viene archiviato come “colon irritabile dopo il viaggio”.

Fonti del capitolo
1. Goosenberg E, Aloysius MM, Afzal M. Tropical Sprue. StatPearls, aggiornamento 14 settembre 2025.
2. Malik Z. Tropical Sprue. MSD Manual — Professional Edition, marzo 2025.
3. Sethi SS, Sachdeva S, Puri AS. Casal’s necklace: extraintestinal manifestation of tropical sprue. Clin Gastroenterol Hepatol 2022;20(3):e349-e350.
4. Khokhar N, Gill ML. Tropical sprue: revisited. J Pak Med Assoc 2004;54:133-134.

10. Conseguenze nutrizionali e carenze

Il malassorbimento della sprue tropicale è globale, ma alcune carenze hanno un peso clinico dominante e sono anche le più utili sul piano diagnostico.

Nutriente Sede di assorbimento e meccanismo del deficit Espressione clinica
Folati Digiuno prossimale; atrofia villare diffusa Anemia megaloblastica, glossite, alterazioni megaloblastiche dell’epitelio intestinale che aggravano il malassorbimento
Vitamina B12 Ileo terminale; danno ileale e sovracrescita batterica che consuma la vitamina Anemia macrocitica, neuropatia periferica, disturbi cognitivi e dell’umore
Grassi Deconiugazione degli acidi biliari, danno mucosale Steatorrea, calo ponderale, malnutrizione
Vitamine A, D, E, K Assorbimento legato ai grassi Cecità crepuscolare e xerosi (A), osteomalacia e dolori ossei (D), disturbi neurologici (E), sanguinamenti e allungamento del PT (K)
Ferro Duodeno e digiuno prossimale Anemia sideropenica, spesso combinata con quella megaloblastica (quadro dimorfico)
Calcio e magnesio Malassorbimento diretto e legame ai grassi non assorbiti Tetania, crampi, demineralizzazione ossea
Lattosio, xilosio, glucosio Deficit di disaccaridasi dell’orletto a spazzola Intolleranza secondaria al lattosio, aggravamento della diarrea osmotica
Proteine Malassorbimento e perdita intestinale Ipoalbuminemia, edemi, sarcopenia

Il parere del Dr. Paolo Meo — Polo Viaggi CESMET

Una regola pratica che uso da sempre: davanti a un’anemia macrocitica in un paziente con storia tropicale, non fermarsi al dosaggio della B12. Bisogna chiedere anche i folati, la ferritina, l’albumina, il calcio, la vitamina D e l’assetto coagulativo. Le carenze in questa malattia non vengono mai da sole, e l’anemia dimorfica — sideropenica e megaloblastica insieme — può mascherare i valori corpuscolari e far apparire “normale” un midollo che normale non è.

Fonti del capitolo
1. Ortiz-Prado E, et al. Gut Pathogens 2026;18:15 (sezioni “Intestinal alterations” e abstract).
2. Toriello S. Nutritional approach in tropical sprue patients. Curr Trop Med Rep 2018;5.
3. Wanke CA. Tropical Sprue. Mandell, Douglas and Bennett’s, 2015.
4. Nasrin NN, Shanmugasundaram S, Kartikayan RK. The value of duodenal biopsies in the evaluation of megaloblastic anemia. J Lab Physicians 2021;13(4):291-295.

11. Diagnosi

Non esiste un test specifico. La diagnosi si costruisce combinando anamnesi geografica, documentazione del malassorbimento, reperto bioptico compatibile ed esclusione delle altre cause. La risposta al trattamento rappresenta, di fatto, l’ultimo criterio diagnostico.

1. Anamnesi

È il punto di partenza e non è delegabile a un questionario generico: Paese e regione di soggiorno, durata, stagione, tipo di alloggio e alimentazione, contatto con la popolazione locale, episodi di diarrea acuta durante il viaggio, farmaci e antibiotici assunti, andamento dei sintomi dal rientro.

2. Esami di primo livello

  • Emocromo con indici corpuscolari e striscio periferico (macrocitosi, ipersegmentazione dei neutrofili, quadro dimorfico).
  • Folati sierici ed eritrocitari, vitamina B12, ferritina, sideremia.
  • Albumina, protidogramma, elettroliti, calcio, magnesio, fosforo.
  • Vitamina D, tempo di protrombina (indicatore indiretto della vitamina K).
  • Indici di flogosi, funzionalità tiroidea, funzione epatica e renale.

3. Documentazione del malassorbimento

  • Grassi fecali (steatocrito o dosaggio quantitativo), elastasi fecale per escludere l’insufficienza pancreatica.
  • Test del D-xilosio, dove disponibile, per la valutazione dell’assorbimento mucosale.
  • Calprotectina fecale per orientare verso o contro una componente infiammatoria.
  • Breath test al lattosio e, nel sospetto di sovracrescita batterica, breath test al glucosio o al lattulosio.

4. Esclusione delle cause infettive e parassitarie

  • Esame parassitologico delle feci ripetuto su almeno tre campioni; ricerca specifica di Giardia (antigene o PCR).
  • Ricerca di Cryptosporidium, Cystoisospora belli, Cyclospora cayetanensis, microsporidi.
  • Sierologia e ricerca larvale per Strongyloides stercoralis, obbligatoria prima di eventuali terapie immunosoppressive.
  • Coprocolture per enteropatogeni batterici; test per tossine di Clostridioides difficile se pregressa antibioticoterapia.
  • Test HIV, da considerare sempre nel malassorbimento cronico.

5. Endoscopia con biopsie

L’esofagogastroduodenoscopia con biopsie duodenali multiple è l’esame chiave. Le biopsie vanno prelevate dal duodeno distale e, quando possibile, va valutato anche l’ileo mediante ileoscopia retrograda: il coinvolgimento ileale è uno degli elementi che orientano verso la sprue tropicale e contro la celiachia. Va sempre eseguita in parallelo la sierologia celiaca (anticorpi anti-transglutaminasi IgA con dosaggio delle IgA totali, ed eventualmente anti-endomisio).

Criteri diagnostici operativi

  • Storia di residenza o soggiorno prolungato in area endemica.
  • Diarrea cronica con documentato malassorbimento e calo ponderale.
  • Carenza di folati e/o vitamina B12, con anemia macrocitica.
  • Atrofia villare parziale alla biopsia del tenue, con interessamento anche ileale.
  • Sierologia celiaca negativa e assenza di risposta alla dieta priva di glutine.
  • Esclusione di parassitosi, insufficienza pancreatica, MICI, immunodeficienze.
  • Risposta clinica alla terapia antibiotica associata a folati entro 3-4 settimane.

Fonti del capitolo
1. Goosenberg E, Aloysius MM, Afzal M. Tropical Sprue. StatPearls, aggiornamento 14 settembre 2025.
2. Ortiz-Prado E, et al. Gut Pathogens 2026;18:15 (sezione “Discussion and future directions”).
3. Malik Z. Tropical Sprue. MSD Manual — Professional Edition, marzo 2025.
4. Langenberg M, Wismans P, van Genderen PJ. Distinguishing tropical sprue from celiac disease in returning travellers with chronic diarrhoea: a diagnostic challenge? Travel Med Infect Dis 2014;12.
5. Sharma P, Baloda V, Gahlot GP, et al. Clinical, endoscopic, and histological differentiation between celiac disease and tropical sprue: a systematic review. J Gastroenterol Hepatol 2019;34(1):74-83.

12. Diagnosi differenziale

È il capitolo decisivo. La sprue tropicale è una diagnosi di esclusione, e la maggior parte degli errori clinici nasce qui: o si attribuisce alla sprue un quadro che ha un’altra causa trattabile, o — molto più spesso — si attribuisce a un’altra causa un quadro che è sprue tropicale.

Condizione Elementi in comune Che cosa la distingue
Malattia celiaca Atrofia villare, linfocitosi intraepiteliale, malassorbimento, anemia Sierologia anti-transglutaminasi/anti-endomisio positiva; danno prevalentemente prossimale con ileo risparmiato; risposta alla dieta priva di glutine; assetto HLA DQ2/DQ8
Giardiasi e altre parassitosi Diarrea cronica, steatorrea, calo ponderale Identificazione del parassita su feci, antigene o PCR, o su biopsia; risposta a metronidazolo/tinidazolo o albendazolo
SIBO (sovracrescita batterica del tenue) Meteorismo, diarrea, deficit di B12, risposta agli antibiotici Breath test positivo; assenza di atrofia villare marcata; spesso presente un fattore predisponente anatomico o motorio
Sindrome dell’intestino irritabile post-infettiva Esordio dopo enterite acuta in viaggio, sintomi persistenti Assenza di malassorbimento documentato, di calo ponderale significativo e di carenze; biopsia normale
Enteropatia ambientale (EED) Alterazioni mucosali e malassorbimento in aree a bassa igiene Quadro subclinico di popolazione, senza sindrome carenziale conclamata; non risponde in modo drammatico all’antibiotico
Insufficienza pancreatica esocrina Steatorrea marcata, calo ponderale Elastasi fecale ridotta; imaging pancreatico; assenza di atrofia villare
Malattia di Whipple Diarrea, malassorbimento, calo ponderale Artralgie, febbre, sintomi neurologici; PAS-positività dei macrofagi e PCR per Tropheryma whipplei
Morbo di Crohn del tenue Diarrea cronica, calo ponderale, carenze Lesioni segmentarie, granulomi, calprotectina elevata, quadro endoscopico e radiologico caratteristico
Linfoma del tenue e sprue refrattaria Atrofia villare non responsiva Popolazione linfocitaria monoclonale, imaging, evoluzione clinica; va sospettata nella celiachia che non risponde
Enteropatia da HIV Diarrea cronica e malassorbimento nel viaggiatore Sierologia HIV; quadro immunologico
Ipertiroidismo, diabete, farmaci Alvo accelerato, calo ponderale Anamnesi farmacologica ed esami mirati; assenza di steatorrea vera

Il parere del Dr. Paolo Meo — Polo Viaggi CESMET

Nella mia esperienza l’errore più frequente non è confondere la sprue con la celiachia: è non prendere in considerazione né l’una né l’altra e fermarsi alla diagnosi comoda di “colon irritabile post-infettivo”. È un’etichetta che chiude la porta e manda a casa il paziente con un probiotico. Un paziente che cala di peso e ha un’anemia macrocitica non ha un colon irritabile: ha un malassorbimento, e va studiato come tale.

La seconda regola che raccomando ai colleghi del Polo Viaggi: prima di iniziare qualunque terapia immunosoppressiva o cortisonica in un paziente con storia tropicale, escludere lo Strongyloides. È una verifica che costa poco e che, se saltata, può costare la vita al paziente.

Fonti del capitolo
1. Sharma P, Baloda V, Gahlot GP, et al. Clinical, endoscopic, and histological differentiation between celiac disease and tropical sprue: a systematic review. J Gastroenterol Hepatol 2019;34(1):74-83.
2. Langenberg M, Wismans P, van Genderen PJ. Travel Med Infect Dis 2014;12.
3. Ghoshal UC, Gwee KA. Post-infectious IBS, tropical sprue and small intestinal bacterial overgrowth: the missing link. Nat Rev Gastroenterol Hepatol 2017;14:435-441.
4. Keusch GT, Denno DM, Black RE, et al. Environmental enteric dysfunction: pathogenesis, diagnosis, and clinical consequences.
5. Ortiz-Prado E, et al. Gut Pathogens 2026;18:15 (sezione “Discussion”).

13. Terapia

Il parere del Dr. Paolo Meo — Polo Viaggi CESMET

Questa è una delle poche malattie tropicali croniche in cui la terapia funziona in modo che si vede a occhio nudo. Nel giro di due o tre settimane il paziente riprende appetito, l’alvo si normalizza, il peso risale. Quando ottengo questa risposta so di avere la diagnosi giusta, anche senza un test che me la certifichi. E quando invece a quattro settimane non è cambiato nulla, non insisto: rifaccio il ragionamento diagnostico da capo, perché quasi certamente sto curando la malattia sbagliata.

Sul piano pratico, nella nostra esperienza al Polo Viaggi la doxiciclina è il farmaco più maneggevole di questa classe: monosomministrazione o due somministrazioni al giorno anziché quattro, migliore aderenza, buona tollerabilità. Va assunta con abbondante acqua, seduti o in piedi, mai coricandosi subito dopo, e con attenzione alla fotosensibilizzazione — un punto tutt’altro che teorico in chi vive ai tropici.

Il trattamento è duplice: eradicare la componente microbica e correggere le carenze nutrizionali. Le due componenti sono entrambe necessarie: la sola supplementazione vitaminica corregge l’anemia e la glossite e migliora l’appetito, ma anche protratta a lungo non ripristina l’architettura dei villi e il malassorbimento in genere persiste. È l’antibiotico, associato ai folati, che normalizza la struttura mucosale.

Terapia antibiotica

Farmaco Schema riportato in letteratura Note
Tetraciclina 250 mg quattro volte al giorno per via orale Schema storico e di riferimento; durata da 1 a 6 mesi secondo il contesto
Doxiciclina 100 mg due volte al giorno per via orale, in alternativa alla tetraciclina Preferita per la maggiore maneggevolezza e la migliore aderenza; controindicata in gravidanza, in allattamento e nel bambino sotto gli otto anni
Trimetoprim-sulfametossazolo 160/800 mg (formulazione a dosaggio pieno) due volte al giorno per via orale Alternativa riportata quando le tetracicline non siano utilizzabili. Il trimetoprim è un antagonista dei folati: in un paziente trattato proprio per carenza di folati la supplementazione con acido folico va mantenuta per tutta la durata del ciclo e l’emocromo va monitorato
Chinoloni Riportati come alternativa terapeutica Da valutare caso per caso, tenendo conto del profilo di sicurezza e delle resistenze locali

Una nota pratica per il paziente che resta o rientra in area endemica: la doxiciclina a 100 mg al giorno è anche uno degli schemi di chemioprofilassi antimalarica. Nell’espatriato che deve assumerla comunque, la scelta di questa molecola per il trattamento della sprue copre entrambe le indicazioni ed evita prescrizioni sovrapposte. Va però verificato che la posologia impostata sia adeguata a entrambe e che la durata prevista per la sprue non venga confusa con quella della profilassi.

Durata

  • Viaggiatore con malattia di recente insorgenza: tetraciclina 250 mg quattro volte al giorno associata ad acido folico 5 mg al giorno per un mese può essere sufficiente.
  • Residente in area tropicale o malattia di lunga durata: il trattamento va protratto per sei mesi o più.
  • Indicazione generale: associazione di antibiotico e acido folico per 3-6 mesi; nei pazienti con sintomi che persistono oltre i sei mesi il trattamento può essere prolungato fino a un anno.
  • Regola di verifica: la mancata risposta dopo quattro settimane di terapia depone per un’altra diagnosi e impone di rivedere l’inquadramento.

Correzione delle carenze

Prima di iniziare i folati: dosare la vitamina B12

L’acido folico ad alte dosi somministrato in presenza di un deficit di vitamina B12 non ancora corretto normalizza l’anemia megaloblastica ma non arresta il danno neurologico, che può progredire — fino alla degenerazione combinata subacuta del midollo spinale — proprio mentre l’emocromo migliora e rassicura il medico. Nella sprue tropicale i due deficit coesistono quasi sempre, perché il danno interessa insieme il digiuno prossimale, dove si assorbono i folati, e l’ileo terminale, dove si assorbe la B12. La regola operativa è quindi: dosare la B12 prima di avviare la supplementazione folica, oppure iniziare le due supplementazioni contemporaneamente.

  • Acido folico 5 mg al giorno per via orale; in letteratura sono riportate durate di supplementazione fino a 12-24 mesi nelle forme carenziali importanti. È il farmaco che dà la risposta clinica più rapida: appetito e peso migliorano nel giro di pochi giorni.
  • Vitamina B12 (cianocobalamina) per via intramuscolare: 1000 mcg una volta alla settimana per 4-6 settimane come dose di carico, quindi 1000 mcg al mese di mantenimento, da proseguire finché persiste il malassorbimento ileale — che si risolve più lentamente del quadro clinico. In letteratura sono riportati schemi di mantenimento da 100 a 1000 mcg al mese.
  • Ferro, calcio, vitamina D, magnesio, vitamine liposolubili secondo i deficit documentati.
  • Reidratazione e correzione elettrolitica nelle fasi diarroiche; nei casi gravi può rendersi necessaria la trasfusione.
  • Supporto nutrizionale: dieta inizialmente povera di lattosio e di grassi a catena lunga per l’intolleranza secondaria, con progressiva reintroduzione; apporto calorico-proteico adeguato al recupero.

Avvertenze pratiche sulle tetracicline

Assumere il farmaco con abbondante acqua e in posizione eretta, evitando il decubito nell’ora successiva, per ridurre il rischio di esofagite. Distanziare l’assunzione da latticini, antiacidi e integratori di calcio, ferro e magnesio, che ne riducono l’assorbimento. Proteggersi dal sole per la fotosensibilizzazione, aspetto rilevante nei pazienti che restano in area tropicale. Controindicate in gravidanza, in allattamento e nei bambini sotto gli otto anni.

Che cosa usare in questi casi. Nel bambino sotto gli otto anni l’alternativa abituale è il trimetoprim-sulfametossazolo a posologia pediatrica, associato alla supplementazione folica. In gravidanza non esiste un’alternativa antibiotica consolidata per questa indicazione: il trimetoprim-sulfametossazolo è a sua volta sconsigliato nel primo trimestre, per l’antagonismo sui folati, e in prossimità del parto, per il rischio di ittero nucleare nel neonato. La scelta va quindi fatta caso per caso e in ambito specialistico; nel frattempo la correzione dei folati e della B12 e il supporto nutrizionale possono e devono essere avviati subito, perché sono la parte di trattamento che non ha controindicazioni e che dà il miglioramento clinico più rapido.

Fonti del capitolo
1. Ortiz-Prado E, et al. Gut Pathogens 2026;18:15 (sezione “Treatment of tropical sprue”).
2. Wanke CA. Tropical Sprue. Mandell, Douglas and Bennett’s, 2015 (durata differenziata viaggiatore/residente).
3. Malik Z. Tropical Sprue. MSD Manual — Professional Edition, marzo 2025 (mancata risposta a 4 settimane).
4. Tropical Sprue Treatment & Management. Medscape/eMedicine, aggiornamento gennaio 2026 (durata 3-6 mesi, fino a 12 mesi nei casi protratti).
5. Westergaard H. Tropical sprue. Curr Treat Options Gastroenterol 2004;7 (limiti della sola terapia vitaminica).
6. Bourée P. Sprue tropicale. Presse Med 2007;36:723-726.

14. Decorso, prognosi e recidive

Trattata correttamente, la sprue tropicale ha prognosi buona. La risposta clinica è in genere rapida: l’anemia megaloblastica si corregge prontamente, la glossite regredisce, l’appetito e il peso risalgono; le casistiche che hanno utilizzato tetraciclina 1 g al giorno e acido folico 5 mg al giorno documentano risposta entro quattro settimane nella totalità dei pazienti, con risoluzione completa dei sintomi e recupero ponderale dopo tre mesi complessivi di terapia.

Il recupero istologico è più lento del recupero clinico: la normalizzazione della struttura mucosale richiede mesi ed è il motivo per cui il trattamento va protratto oltre la scomparsa dei sintomi. Non trattata, invece, la malattia ha andamento recidivante e può condurre a malnutrizione grave, con le complicanze carenziali che ne derivano — anemia, demineralizzazione ossea, neuropatia.

Il rischio di recidiva

Il punto critico è il ritorno o la permanenza in area endemica. Il tasso di ricaduta è sostanziale nei pazienti trattati che restano nei tropici o vi rientrano, mentre alcune casistiche condotte in contesti diversi riportano follow-up prolungati — fino a una media di cinque anni — senza recidive. Le variazioni regionali nella risposta al trattamento e nel rischio di ricaduta sono probabilmente legate alle differenze della flora enterica locale, alle coinfezioni, alla risposta immunitaria dell’ospite e ai ritardi diagnostici.

Che cosa dire al paziente che deve ripartire

Chi ha avuto una sprue tropicale e torna a vivere in area endemica va informato che il rischio di ricaduta esiste, va istruito sulle misure igienico-alimentari e va programmato per un controllo clinico e laboratoristico al ritorno, o prima se ricompaiono diarrea, calo di peso o astenia. Non è una controindicazione a ripartire: è una ragione per farlo con un piano.

Fonti del capitolo
1. Khokhar N, Gill ML. Tropical sprue: revisited. J Pak Med Assoc 2004;54:133-134.
2. Westergaard H. Tropical sprue. Curr Treat Options Gastroenterol 2004;7 (recidive nei pazienti che restano in area endemica).
3. Malik Z. Tropical Sprue. MSD Manual — Professional Edition, marzo 2025.
4. Ortiz-Prado E, et al. Gut Pathogens 2026;18:15 (variabilità regionale della risposta e delle recidive).

15. Prevenzione e indicazioni al viaggiatore

Non esiste un vaccino né una profilassi farmacologica specifica per la sprue tropicale. La prevenzione coincide con la prevenzione delle infezioni enteriche in viaggio e con un’attenzione clinica strutturata prima, durante e dopo il soggiorno. Il Polo Viaggi applica questo schema a tutti i soggiorni di lunga durata in area tropicale.

Prima della partenza

  • Visita di medicina dei viaggi con valutazione della destinazione, della durata e delle condizioni di permanenza.
  • Aggiornamento vaccinale, compresa la copertura per le patologie a trasmissione oro-fecale previste per la destinazione.
  • Educazione igienico-alimentare mirata: acqua, ghiaccio, verdure crude, frutta non sbucciata, latticini non pastorizzati, cibo di strada.
  • Farmacia da viaggio con reidratanti orali e istruzioni scritte su quando e come usarli.
  • Per i soggiorni lunghi: valori basali di emocromo, ferritina, folati, B12 e albumina, utilissimi come termine di paragone al rientro.

Durante il soggiorno

  • Rispetto costante delle norme igienico-alimentari, che nei soggiorni lunghi tendono fisiologicamente a rilassarsi.
  • Gestione corretta delle diarree acute: reidratazione come priorità, uso ragionato e non automatico degli antibiotici, evitando cicli ripetuti e non necessari.
  • Non trascurare una diarrea che si prolunga oltre due settimane: va valutata sul posto, non rimandata al rientro.
  • Monitoraggio del peso corporeo: il calo ponderale progressivo è il segnale d’allarme più semplice e più affidabile.

Al rientro

  • Visita di controllo per tutti i soggiorni superiori al mese, anche in assenza di sintomi evidenti.
  • Esami mirati in presenza di alvo alterato, calo ponderale, astenia o pallore.
  • Riferire sempre al medico i Paesi e le regioni visitate, la durata, e gli episodi di diarrea avuti durante il viaggio, anche se risolti.

Quando sospettare la sprue tropicale — sintesi per il clinico

  • Diarrea che persiste oltre 2-4 settimane dopo un soggiorno tropicale prolungato.
  • Feci untuose e maleodoranti, difficili da scaricare (steatorrea).
  • Calo ponderale progressivo non altrimenti spiegato.
  • Anemia macrocitica con carenza di folati e/o vitamina B12.
  • Glossite, cheilite angolare, astenia marcata.
  • Sierologia celiaca negativa con atrofia villare alla biopsia.
  • Nessuna risposta alla dieta priva di glutine.
  • Esame parassitologico ripetutamente negativo.

Commento conclusivo del dr. Paolo Meo — Polo Viaggi CESMET

Chiudo con l’indicazione che ripeto sempre ai viaggiatori del Polo Viaggi: non esiste una pastiglia che prevenga la sprue tropicale, ma esiste una cosa che funziona quasi altrettanto bene, ed è raccontare bene la propria storia al medico giusto. Chi torna da un anno di lavoro in India o ad Haiti e dice “ho avuto una brutta diarrea otto mesi fa e da allora non sono più lo stesso” ha già fornito, con quella frase, il novanta per cento della diagnosi. Il resto lo fanno un emocromo, un dosaggio dei folati e un po’ di mestiere.

La medicina tropicale, dopo quarant’anni, continua a insegnarmi che le malattie dimenticate non spariscono: aspettano soltanto qualcuno che si ricordi di cercarle.

Polo Viaggi CESMET — Artemisia

Dipartimento di Medicina Tropicale e Malattie Infettive

Direttore: Dr. Paolo Meo — medico tropicalista infettivologo

clinicadelviaggiatore.com

Telefono e WhatsApp 346 6000899 · seg.cesmet@gmail.com

Scheda malattia “Sprue tropicale” — edizione 1.0, settembre 2026

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DENGUE -FAQ: 45 domande e risposte sintetiche

POLO VIAGGI CESMET – ARTEMISIA
Dipartimento di Medicina Tropicale e Malattie Infettive · clinicadelviaggiatore.com
DENGUE
Ka-dinga pepo, la febbre che spezza le ossa
Dai tropici al Mediterraneo
Collana POLO VIAGGI CESMET – ARTEMISIA · Appendice A

Le domande che ci fanno

Quarantacinque domande sulla dengue, con le risposte che diamo in ambulatorio

Domande
45
in sette sezioni
Aggiornate al
1.9.2026
dati e linee guida
Per
Tutti
pazienti e colleghi
Formato
Web
pronte per il sito
Nota metodologica e di trasparenza

Le ricerche documentali di questa appendice sono state effettuate con l’assistenza di Claude AI. L’impaginazione e la veste grafica della collana sono state studiate insieme fra Claude e il dr. Paolo Meo. I contenuti sono stati valutati, verificati sulle fonti primarie e le bozze riscritte dal dr. Paolo Meo, che ne porta l’intera responsabilità scientifica ed editoriale.

Come si usa. Le risposte sono volutamente brevi e autosufficienti: ciascuna può essere letta da sola e pubblicata da sola. Per gli approfondimenti si rimanda ai capitoli della collana. Nulla di quanto scritto qui sostituisce una valutazione clinica individuale.

Le sette sezioni

Sezione Domande Argomento
I 1-7 Che cos’è la dengue
II 8-14 Come ci si contagia
III 15-21 Sintomi e diagnosi
IV 22-27 Cura e decorso
V 28-38 Il vaccino
VI 39-43 Viaggio e prevenzione
VII 44-45 La dengue in Italia

I. Che cos’è la dengue

Il parere del Dr. Meo — POLO VIAGGI  ·  Le domande non sono mai banali

In quarant’anni ho imparato che le domande che i pazienti fanno per prime sono quasi sempre quelle giuste, anche quando sembrano ingenue. «Si prende una volta sola?» è una domanda da manuale di immunologia. «Se mi vaccino posso smettere col repellente?» è la domanda su cui si gioca l’efficacia reale della prevenzione.

Ho raccolto qui le domande che ci arrivano davvero, in ambulatorio e per posta, e ho risposto come rispondo di persona: senza tecnicismi inutili e senza semplificazioni che tradiscono. Dove la risposta onesta è «non lo sappiamo», l’ho scritto.

1. Che cos’è esattamente la dengue?

È una malattia virale trasmessa dalla puntura di zanzare del genere Aedes. Il virus appartiene alla famiglia dei flavivirus, la stessa della febbre gialla e di Zika. Nella maggior parte dei casi si manifesta con una febbre alta accompagnata da cefalea intensa e dolori articolari, ma in una minoranza dei pazienti può evolvere in una forma grave.

2. Perché si chiama «febbre spezzaossa»?

Per il dolore muscolare e articolare che accompagna la fase febbrile, descritto dai pazienti come una sensazione di ossa rotte. Il nome dengue deriva probabilmente dall’espressione swahili ka-dinga pepo, che indicava una malattia attribuita a uno spirito maligno.

3. È una malattia grave?

Nella maggioranza dei casi no: si guarisce in una settimana, con una convalescenza faticosa ma completa. Una minoranza dei pazienti sviluppa però una forma grave, con fuga di plasma dai vasi, e in questi casi la malattia può essere pericolosa per la vita se non riconosciuta e trattata.

Nel viaggiatore europeo, che di solito è alla prima infezione e ha accesso a cure adeguate, il decorso è di regola favorevole.

4. Quante volte si può prendere?

Fino a quattro volte, una per ciascuno dei quattro sierotipi del virus. Chi ha avuto la dengue è immune per tutta la vita verso quel sierotipo, ma resta suscettibile agli altri tre.

5. Perché si dice che la seconda volta è peggio?

Perché gli anticorpi lasciati dalla prima infezione riconoscono un sierotipo diverso senza riuscire a neutralizzarlo, e possono facilitarne l’ingresso nelle cellule. È il fenomeno chiamato potenziamento anticorpo-dipendente, o ADE, ed è il motivo per cui le forme gravi si concentrano nelle seconde infezioni.

Va detto con equilibrio: il rischio aumenta, non diventa una certezza. La dengue grave resta un evento raro nel viaggiatore.

6. Esiste un quinto sierotipo?

Nel 2013 fu annunciato in Malaysia l’isolamento di un ceppo geneticamente distinto, proveniente da un ciclo silvestre fra primati. Non è però entrato né nella classificazione clinica né nella diagnostica corrente: i sierotipi che contano nella pratica restano quattro.

7. La dengue è la stessa cosa della chikungunya o di Zika?

No, sono tre virus diversi, ma sono trasmessi dalle stesse zanzare, circolano nelle stesse aree e all’esordio possono somigliarsi molto. La chikungunya lascia artralgie molto più intense e persistenti; Zika ha un rilievo particolare in gravidanza.

II. Come ci si contagia

8. La dengue è contagiosa da persona a persona?

No. Non esiste trasmissione diretta fra esseri umani: serve sempre la puntura di una zanzara infetta. Attorno a un malato non è necessaria alcuna precauzione da contatto.

9. Quale zanzara la trasmette?

Nel mondo il vettore principale è Aedes aegypti. In Europa continentale, e quindi in Italia, il vettore è Aedes albopictus, la zanzara tigre.

10. A che ora punge la zanzara della dengue?

Di giorno, con picchi nelle prime ore dopo l’alba e nel tardo pomeriggio. È la differenza più importante rispetto alla zanzara comune, che punge di notte.

Ne consegue che le abitudini italiane — la spirale a cena, il diffusore notturno — non proteggono dalla dengue. Il repellente va messo la mattina e riapplicato nel pomeriggio.

11. Quanto si allontana la zanzara tigre da dove è nata?

Raramente più di un centinaio o due di metri. È per questo che un focolaio di dengue è un fenomeno di isolato e non di città, e che gli interventi di disinfestazione si concentrano in un raggio ristretto attorno ai luoghi frequentati dal malato. Ma occorre comunque tener conto del vento e degli spostamenti d’aria, che possono trasportare le zanzare lontano.

12. Si può prendere la dengue in piscina, con l’acqua o con il cibo?

No. Il virus non sopravvive nell’ambiente, non si trasmette per via aerea, non si prende con l’acqua, con il cibo o toccando superfici.

13. Esistono altre vie di trasmissione?

Sì, rare ma documentate: trasfusione di sangue e trapianto d’organo da donatore viremico, trasmissione dalla madre al neonato in prossimità del parto, esposizione professionale accidentale con ago.

14. Per quanto tempo una persona malata può infettare le zanzare?

Per circa cinque giorni, da poco prima della comparsa della febbre fino a quattro o cinque giorni dopo. È la finestra in cui una diagnosi rapida permette di interrompere la catena di trasmissione.

III. Sintomi e diagnosi

15. Quanto tempo passa fra la puntura e i sintomi?

Da quattro a dieci giorni. Una febbre che compare oltre due settimane dopo il rientro non è, con ogni probabilità, una dengue.

16. Quali sono i sintomi tipici?

Febbre alta a esordio brusco, cefalea intensa con dolore dietro gli occhi che peggiora muovendoli, dolori muscolari e articolari diffusi, spesso un esantema, nausea e inappetenza. La stanchezza è marcata e dura a lungo.

17. Quali sono i segnali che devono preoccupare?

Dolore addominale intenso e continuo, vomito che non si ferma, sanguinamento dalle gengive o dal naso, sonnolenza o agitazione insolita, mani e piedi freddi, e la sensazione di peggiorare proprio quando la febbre scende.

La comparsa di uno solo di questi segni richiede una valutazione medica immediata.

18. È vero che il momento pericoloso è quando la febbre passa?

Sì, ed è la cosa più importante da sapere sulla dengue. La fase critica comincia con lo sfebbramento, di solito fra il terzo e il settimo giorno: il paziente sembra migliorare mentre inizia la fuga di plasma dai vasi. La regola è rivalutare il paziente quando la febbre scende.

19. Quali esami servono per la diagnosi?

Dipende dal giorno di malattia.

Nella prima settimana si cerca il virus, con il test per l’antigene NS1 e, dove disponibile, la PCR.

Dalla seconda settimana si cerca la risposta immunitaria, con le IgM e le IgG.

Chiedere la sierologia al secondo giorno di febbre significa quasi sempre buttare via un esame.

20. Il test rapido fatto all’estero è affidabile?

Un risultato positivo, in un contesto compatibile, è molto informativo. Un risultato negativo non esclude la malattia: la sensibilità dei test rapidi è nettamente inferiore a quella degli esami di laboratorio.

Al ritorno gli esami vanno rifatti.

21. Ho fatto il vaccino per la febbre gialla: può falsare gli esami?

La sierologia sì. Gli anticorpi contro i diversi flavivirus si somigliano abbastanza da confondere i test, e una IgG positiva in chi ha fatto il vaccino contro la febbre gialla o l’encefalite giapponese, o ha avuto Zika, non dimostra una pregressa dengue.

Il test per l’antigene NS1 e la PCR non hanno questo problema.

IV. Cura e decorso

22. Esiste una cura specifica?

No. Non esiste a oggi alcun farmaco antivirale approvato contro la dengue. Il trattamento è di supporto e si basa soprattutto sulla corretta gestione dei liquidi, con l’idratazione orale nelle forme non gravi.

23. Che cosa si può prendere per la febbre e i dolori?

SÌ il paracetamolo.

NO aspirina e antinfiammatori non steroidei, che vanno evitati perché interferiscono con le piastrine e aumentano il rischio di sanguinamento, in una malattia che già riduce le piastrine.

24. Le piastrine basse sono il vero problema?

Non da sole. Quello che conta è la tendenza: piastrine che scendono rapidamente insieme a un ematocrito che sale indicano il passaggio alla fase critica. Un valore basso ma stabile, in un paziente che beve e urina, è meno allarmante di un valore più alto in rapida discesa.

25. Serve la trasfusione di piastrine?

Non in via preventiva. Le linee guida OMS del 2025 suggeriscono di non ricorrere alla trasfusione piastrinica profilattica nei pazienti con meno di 50.000 piastrine per microlitro in assenza di sanguinamento attivo.

26. Il cortisone aiuta nelle forme gravi?

No. Le linee guida OMS del 2025 ne suggeriscono l’esclusione sia nella malattia grave sia in quella non grave, così come non raccomandano le immunoglobuline.

27. Quanto dura la convalescenza?

La febbre dura in genere dai due ai sette giorni, ma la stanchezza si protrae per settimane e talvolta oltre il mese. Può comparire un secondo esantema, spesso pruriginoso e desquamante a mani e piedi: è un segno di guarigione, non di peggioramento.

V. Il vaccino

Il parere del Dr. Meo — POLO VIAGGI  ·  La sezione che genera più domande, e il motivo

Nessun altro vaccino che somministro produce tante domande come questo, e la ragione è che sulla dengue circolano insieme due storie: 1. quella di un vaccino ritirato dopo un disastro, 2. quella di un vaccino nuovo con dati solidi. Il paziente le trova entrambe su internet, spesso confuse in una sola.

Separarle è la prima cosa da fare, e queste risposte servono a quello. La seconda è dire con precisione dove il dubbio è ancora legittimo — perché c’è, ed è circoscritto — senza lasciar credere che sia tutto incerto.

28. Esiste un vaccino contro la dengue?

Sì. In Europa è disponibile Qdenga, sigla TAK-003, autorizzato dal dicembre 2022: è un vaccino vivo attenuato tetravalente, si somministra in due dosi a tre mesi di distanza ed è indicato dai quattro anni di età in su, senza limite superiore.

29. Quanto protegge?

A quattro anni e mezzo dalla seconda dose l’efficacia cumulativa è del 61,2% contro la dengue confermata e dell’84,1% contro il ricovero. Nelle persone che non avevano mai avuto la dengue i valori sono rispettivamente del 53,5% e del 79,3%.

30. E se non ho mai avuto la dengue? Ho letto che può essere pericoloso.

Quello che ha letto riguarda il vaccino precedente, Dengvaxia, ed è stato ipotizzato anche per Qdenga perché in chi non ha mai avuto la dengue l’efficacia contro il sierotipo 3 è inferiore agli altri.

È un’ipotesi che è stata presa sul serio, cercata attivamente e non confermata: la Società Italiana di Medicina dei Viaggi e delle Migrazioni, nella revisione delle sue indicazioni del gennaio 2026, osserva che dopo quasi sette anni di monitoraggio e milioni di dosi somministrate quelle preoccupazioni teoriche non hanno trovato conferma nella pratica clinica.

Ed io confermo la sicurezza del vaccino, nella mia pratica clinica, ma anche l’efficacia.

31. Ho già avuto la dengue: devo vaccinarmi lo stesso?

È anzi la situazione in cui l’indicazione è più forte. Chi ha già avuto la dengue è la categoria più a rischio di forma grave in caso di seconda infezione, ed è quella in cui il vaccino funziona meglio, con efficacia dimostrata contro tutti e quattro i sierotipi.

32. Serve un esame del sangue prima di vaccinarsi?

No. Nessuna linea guida lo richiede per Qdenga. Un test può rafforzare l’indicazione se documenta una pregressa infezione, ma non è un prerequisito.

33. Parto fra due settimane: ha senso fare una dose sola?

Sì. Anche se non è possibile completare il ciclo prima della partenza, è comunque raccomandabile somministrare la prima dose: l’efficacia comincia con la stimolazione delle cellule linfocitarie, poi dopo 7-8 giorni interviene la stimolazione anticorpale, e il livello massimo si raggiunge dopo circa due settimane.

Una dose singola induce sieroconversione in oltre il 90% di bambini e adolescenti e in almeno il 70% degli adulti. Non è una protezione completa, ma non è niente. La seconda dose andrà poi eseguita non prima di tre mesi e auspicabilmente entro dodici.

34. Vado solo per una settimana: vale la pena?

Assolutamente sì. Le indicazioni italiane aggiornate al gennaio 2026 raccomandano la vaccinazione per chi si reca in aree endemiche o con epidemie in corso indipendentemente dalla durata del soggiorno. Il vincolo delle tre settimane presente nelle versioni precedenti è caduto: per prendersi la dengue basta una puntura, anche dopo qualche ora di soggiorno o di passaggio in area endemica.

35. Quali sono gli effetti collaterali?

Più comunemente dolore e arrossamento nel punto di iniezione, cefalea, dolori muscolari e malessere nei due giorni successivi. È descritta inoltre, a una o due settimane dalla somministrazione, una sindrome simil-influenzale con qualche giorno di febbre: è attesa e va conosciuta in anticipo per non allarmarsi.

36. Chi non può fare il vaccino?

È controindicato in gravidanza e in allattamento, nelle immunodeficienze congenite o acquisite, in chi assume terapie immunosoppressive o corticosteroidi ad alte dosi, nell’infezione da HIV sintomatica o con compromissione immunitaria, e in caso di ipersensibilità nota. Non è indicato sotto i quattro anni.

37. Sto cercando una gravidanza: posso vaccinarmi?

È un aspetto da discutere in consulenza prima di prenotare il viaggio. È raccomandato evitare una gravidanza per 15 giorni, tempo necessario alla neutralizzazione dei virus iniettati. Se la gravidanza è in programma a breve, la vaccinazione va pianificata per tempo o rimandata.

38. Quanto dura la protezione? Servirà un richiamo?

A quattro anni e mezzo la protezione contro il ricovero è ancora sopra l’80%. Un richiamo somministrato a quel punto l’ha riportata al 90,6% due anni dopo. Non esiste però, a oggi, una raccomandazione ufficiale su quando offrire un richiamo ai viaggiatori: è una delle domande ancora aperte.

VI. Viaggio e prevenzione

39. Se mi vaccino posso lasciare a casa il repellente?

No, e questa è la risposta su cui insistiamo di più. La protezione non è totale, non copre allo stesso modo tutti e quattro i sierotipi in chi non ha mai avuto la dengue, e la stessa zanzara trasmette anche chikungunya e Zika, contro cui il vaccino non fa nulla. Il vaccino si aggiunge al repellente, non lo sostituisce.

40. Quale repellente devo usare?

Per le aree tropicali a rischio i principi attivi di riferimento sono il DEET e l’icaridina. L’IR3535 è ben tollerato ma dà una protezione più breve. L’olio di neem, come nel formulato NOZETA, è un ottimo complemento naturale per le riapplicazioni della giornata, ma non sostituisce il repellente principale nelle ore e nelle aree a maggior rischio.

41. Un repellente più concentrato protegge di più?

No: protegge più a lungo. La concentrazione determina la durata dell’effetto, non il grado di protezione. L’errore più comune non è scegliere la concentrazione sbagliata, è metterne troppo poco e non riapplicarlo.

42. Braccialetti e apparecchi a ultrasuoni funzionano?

No, e il problema non è solo che sono inefficaci: danno una sensazione di protezione che porta a trascurare ciò che funziona davvero. Lo stesso vale per la vitamina B, il lievito di birra e l’aglio per via orale.

43. Sono tornato con la febbre: che cosa faccio?

Consulto entro ventiquattro-quarantotto ore, senza aspettare. Al medico va detto dove si è stati e quando. La malaria va sempre esclusa per prima, perché è l’unica di queste malattie che può uccidere in due giorni. Una diagnosi rapida serve anche a impedire che il virus passi alle zanzare del quartiere.

VII. La dengue in Italia

44. Si può prendere la dengue in Italia?

Sì. Dal 2020 in Italia si verificano ogni anno casi autoctoni, cioè contratti sul territorio nazionale: dieci in Veneto nel 2020, ottantadue nel 2023 fra Lodi e Roma, alcune centinaia nel 2024 con i focolai di Fano e Cavezzo, quattro nel 2025.

Nel 2026 i primi episodi sono stati notificati alla fine di agosto in Salento. La zanzara tigre è ormai presente in tutte le 107 unità territoriali italiane, e la finestra di trasmissione va da giugno a novembre, con il periodo critico fra metà agosto e fine settembre.

45. Che cosa posso fare io, praticamente?

Togliere l’acqua. Svuotare e strofinare i sottovasi due volte a settimana — strofinare, perché le uova restano attaccate alla parete asciutta — coprire o capovolgere secchi e bidoni, pulire le grondaie, cambiare ogni giorno l’acqua delle ciotole degli animali, far trattare tombini e caditoie.

E una cosa che quasi nessuno dice: chi rientra da un’area endemica con la febbre dovrebbe proteggersi dalle punture nella prima settimana di malattia. Non per sé, ma per non consegnare il virus alla zanzara del proprio quartiere.

Se la domanda non c’è

Questa appendice raccoglie le domande che arrivano più spesso, ma non le esaurisce. Il POLO VIAGGI CESMET – ARTEMISIA offre consulenza pre-viaggio e valutazione al ritorno, in sede e a distanza, e i capitoli della collana approfondiscono per esteso ciascuno dei temi qui riassunti. Le domande nuove sono benvenute: le risposte a quelle che tornano più spesso finiranno nella prossima edizione di queste pagine.

POLO VIAGGI CESMET – ARTEMISIA
Dipartimento di Medicina Tropicale e Malattie Infettive
Direttore: Dr. Paolo Meo, infettivologo-tropicalista
clinicadelviaggiatore.com  ·  dengueonline.com

Appendice chiusa il 1° settembre 2026. Contenuto divulgativo: non sostituisce la valutazione clinica individuale.

DENGUE -FAQ: 45 domande e risposte sintetiche Leggi tutto »

Diabete e viaggio: Le cose essenziali e i consigli da seguire, in due pagine

POLO VIAGGI CESMET – ARTEMISIA · Scheda di sintesi per il viaggiatore

Diabete e viaggio

Le cose essenziali e i consigli da seguire, in due pagine

Sintesi del documento internazionale “Diabete e viaggio” · Edizione settembre 2026 · Dipartimento di Medicina Tropicale e Malattie Infettive · Direttore: Dr. Paolo Meo, infettivologo-tropicalista · clinicadelviaggiatore.com

Preparazione
4–6 settimane prima
Scorte
Il doppio, in 2 kit
Insulina
Bagaglio a mano
Fusi orari
4% per ora

Nota metodologica e di trasparenza

Ricerche effettuate con l’ausilio di Claude AI; impaginazione studiata insieme fra Claude e il dr. Paolo Meo. Dati verificati sulle fonti primarie (ADA Standards of Care 2026, LG SID-AMD/ISS 2025, NaTHNaC-UKHSA, CDC Yellow Book 2026, IDF Diabetes Atlas 2025) e bozze riscritte dal dr. Paolo Meo, che ne porta l’intera responsabilità. Documento divulgativo: non sostituisce il parere del proprio diabetologo.

Il punto in poche righe

Il diabete non impedisce di viaggiare: impedisce di improvvisare. Quasi tutti i problemi che vediamo al ritorno nascono da tre errori — partire senza scorte doppie, non aver deciso prima come si spostano gli orari della terapia, non sapere che cosa si mangerà a destinazione. La regola che conta più di ogni altra: davanti a un malessere in viaggio si misura la glicemia prima di cercare spiegazioni.

Che tipo di viaggiatore sono Rischio di ipoglicemia Che cosa serve
Prediabete, oppure tipo 2 in dieta, metformina o DPP-4 Basso o nullo Scorte doppie, lettera medica, regole del giorno di malattia.
Tipo 2 con sulfaniluree, glinidi, GLP-1 o gliflozine Moderato (sulfaniluree) Zuccheri rapidi sempre in tasca; regole scritte per sospendere le gliflozine in caso di malattia.
Insulino-trattato (tipo 1, LADA, tipo 2 in insulina) Elevato Piano scritto per i fusi orari, doppio kit separato, chetoni, glucagone, assicurazione con rimpatrio.
Diabete instabile o con complicanze attive Elevato e imprevedibile Valutazione diabetologica prima di confermare il viaggio; talvolta rinvio.

Se ci si ammala in viaggio (febbre, vomito, diarrea)

Da sospendere temporaneamente Da NON sospendere mai
Gliflozine (SGLT2), ACE inibitori, diuretici, metformina, sartani, FANS, sulfaniluree — l’acronimo internazionale è SADMANS. Si riprendono quando si torna a bere e mangiare normalmente. L’insulina basale. Nel diabete di tipo 1 la sospensione dell’insulina durante una malattia acuta è la prima causa di chetoacidosi. Si riducono semmai i boli, non la basale.

Attenzione alle gliflozine: possono provocare una chetoacidosi con glicemia normale (chetoacidosi euglicemica). Nausea, vomito, dolore addominale, respiro profondo o stanchezza estrema con glicemia normale richiedono comunque la ricerca dei chetoni e l’assistenza medica.

Fusi orari: come si sposta la terapia

Direzione Effetto Correzione della basale nella sola giornata di viaggio
Verso EST
(es. Europa → Asia)
Giornata accorciata Ridurre circa del 4% per ogni fuso attraversato (6 fusi = −24%). Rischio: ipoglicemia.
Verso OVEST
(es. Europa → Americhe)
Giornata allungata Aumentare circa del 4% per ogni fuso, oppure coprire il pasto in più con insulina rapida. Rischio: iperglicemia.
Nord–Sud
(es. Europa → Africa australe)
Giornata invariata Nessuna modifica.

Si applica oltre i cinque fusi, va concordata prima con il diabetologo e scritta su carta. I boli di rapida si fanno davanti al pasto, non secondo l’orologio. Chi non vuole fare calcoli: tenere l’ora di partenza durante il transito, misurare ogni 4–6 ore, passare all’ora locale il mattino dopo l’arrivo.

In aereo

  • Insulina, farmaci e dispositivi sempre nel bagaglio a mano: in stiva possono congelare. Le limitazioni sui liquidi non valgono per i medicinali necessari. Dichiarare i presidi al controllo di sicurezza e chiedere l’ispezione manuale di microinfusore e sensore.
  • Microinfusore: eliminare le bolle prima dell’imbarco; molti centri consigliano di scollegarlo prima del decollo e ricollegarlo in quota (circa mezza unità in più in salita, mezza in meno in discesa).
  • Zuccheri rapidi in tasca, non in cappelliera. Bolo di rapida solo quando il vassoio è davvero davanti. Bere acqua, muovere le gambe ogni ora.
  • Nell’ultima mezz’ora di volo misurare la glicemia: sotto 120 mg/dL (6,7 mmol/L), mangiare prima di scendere.

A tavola, in qualunque continente

Cambiano i nomi, non la sostanza: riso, pane, mais, manioca, plantano, noodles, cous cous, chapati, tortilla, injera, ugali e fufu sono la stessa famiglia. Davanti a un piatto sconosciuto la domanda è dov’è l’amido e quanto ce n’è. Iniziare da verdure e proteine abbassa il picco. Le bevande sono la trappola che nessuno conta: tè al latte zuccherato, succhi, bibite, birra, succo di canna. E la sicurezza alimentare viene prima della glicemia: cibo cotto e caldo, frutta sbucciata da sé, acqua sicura.

Il parere del Dr. Meo — POLO VIAGGI

Il piatto non si rifiuta: in quasi tutte le culture in cui ho lavorato è un insulto. Si accetta sempre, si mangia la parte proteica e la salsa, si riduce l’amido e si dice con semplicità che si è in cura per lo zucchero. In Africa e in Asia il diabete lo conoscono tutti, e la reazione non è mai di offesa: è di solidarietà.

E poi i piedi: ho visto amputazioni nate da una vescica di scarpe nuove comprate per il viaggio. Le calzature si comprano due mesi prima e si camminano a casa.

Le dieci regole

  1. Prepara il viaggio 4–6 settimane prima: il colloquio deve produrre un foglio scritto.
  2. Porta il doppio di tutto: in due kit identici, mai nella stessa borsa.
  3. Insulina nel bagaglio a mano: sempre. Se congela si butta: il freddo la rovina più del caldo.
  4. Zuccheri rapidi in tasca: non nello zaino, non in valigia.
  5. Non sospendere mai l’insulina basale: nemmeno se non mangi: riduci i boli e controlla i chetoni.
  6. Malattia acuta: sospendi SADMANS: gliflozine, ACE-i, diuretici, metformina, sartani, FANS, sulfaniluree. E bevi.
  7. Fusi orari: est meno, ovest più: circa 4% per ora, oltre le cinque ore. Meglio un po’ alti che ipoglicemici in volo.
  8. Guarda dov’è l’amido: comincia da verdure e proteine; diffida delle bevande.
  9. Mai a piedi nudi, mai scarpe nuove: ispeziona i piedi ogni sera. Nel Sud-est asiatico niente fango (melioidosi).
  10. Istruisci chi viaggia con te: dove sono i farmaci, dov’è il glucagone, come si usa. Se è confusa: prima la glicemia.

Al ritorno

Qualunque febbre entro tre mesi dal rientro dai tropici è malaria fino a prova contraria e va valutata da un medico esperto. Nel diabetico vanno considerate anche melioidosi (Sud-est asiatico, anche dopo settimane) e tubercolosi. Ispezionare i piedi; controllo con emoglobina glicata e funzione renale.

Domande frequenti

Posso comprare l’insulina all’estero se finisco le scorte?

È sconsigliato e va evitato pianificando scorte doppie. Se è inevitabile, rivolgersi a una farmacia ospedaliera o a un centro diabetologico, verificare la concentrazione (U-100, U-40 o altro) e procurarsi le siringhe corrispondenti: usare una siringa U-100 con una fiala U-40 significa iniettare meno della metà della dose, e viceversa due volte e mezzo. Nomi commerciali e formulazioni cambiano da paese a paese.

L’insulina si rovina davvero con il caldo tropicale?

Meno di quanto si creda. Uno studio di Medici Senza Frontiere e Università di Ginevra (PLOS One, 2021) ha mostrato che l’insulina in uso mantiene la sua potenza dopo quattro settimane a temperature oscillanti fra 25 e 37 °C. Restano da evitare il sole diretto, il cruscotto dell’auto e soprattutto il congelamento: un’insulina congelata si butta.

Il microinfusore può passare ai raggi X dell’aeroporto?

La raccomandazione generale, condivisa da CDC e dai produttori, è di segnalare il dispositivo e chiedere l’ispezione manuale invece del passaggio nelle apparecchiature radiogene o negli scanner corporei. Ogni produttore pubblica indicazioni specifiche per il proprio modello: vanno consultate e stampate prima di partire.

Le vaccinazioni per il viaggio cambiano se ho il diabete?

Le raccomandazioni sui vaccini del viaggiatore sono le stesse. Vanno però assicurate le vaccinazioni indicate per le patologie croniche (influenza, pneumococco) e va tenuto presente che chi ha un diabete steroideo, causato da terapia cortisonica ad alte dosi, è anche immunodepresso e non può ricevere vaccini vivi.

Posso fare trekking in alta quota?

Sì, se il compenso è buono e non ci sono complicanze significative. Tre avvertenze: chi ha una retinopatia diabetica deve essere valutato da un oculista prima della salita; il fabbisogno insulinico si riduce nettamente con lo sforzo prolungato, anche nelle ore notturne; freddo e altitudine alterano le prestazioni di glucometro e strisce.

Che cosa scrivo nella lettera medica?

Diagnosi, farmaci con il nome generico oltre a quello commerciale, dosaggi, dispositivi indossati, necessità di trasportare aghi e siringhe nel bagaglio a mano, richiesta di ispezione manuale dei dispositivi e recapito del medico curante. In italiano e in inglese, su carta intestata, datata e firmata a ridosso della partenza. Il modello completo è nell’Appendice A del documento esteso.

POLO VIAGGI CESMET – ARTEMISIA

Centro di Medicina Tropicale e dei Viaggi · Dipartimento di Medicina Tropicale e Malattie Infettive · Direttore: Dr. Paolo Meo, infettivologo-tropicalista · clinicadelviaggiatore.com

Sintesi del documento completo “Diabete e viaggio” (14 capitoli, appendici e bibliografia). Documento divulgativo di medicina dei viaggi: nessuna modifica della terapia, in particolare dell’insulina, va decisa sulla base di questo testo senza il parere del proprio medico. Edizione settembre 2026.

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Peste suina africana (PSA): un caso probabile a Riano, provincia di Roma

POLO VIAGGI CESMET – ARTEMISIA · Scheda malattia

Peste suina africana (PSA)

Il virus dei cinghiali che non tocca l’uomo — e perché ci riguarda comunque

Edizione 1.0 — dati aggiornati al 29 agosto 2026 · Redazione: Dr. Paolo Meo, infettivologo-tropicalista, Direttore del POLO VIAGGI CESMET – ARTEMISIA, Dipartimento di Medicina Tropicale e Malattie Infettive

Rischio per l’uomo
NULLO
Rischio per i suini
MOLTO ALTO
Lazio al 29.08.2026
INDENNE
Vaccino in UE
NON ESISTE

Nota Meo–Claude · Metodologia e trasparenza

Questa scheda nasce da un fatto accaduto a poche centinaia di metri da casa mia: il ritrovamento di un cinghiale morto a Riano, a nord di Roma, rilanciato sui social con l’etichetta «peste suina». Ho voluto capire, verificare e poi spiegare.

Le ricerche bibliografiche ed epidemiologiche sono state effettuate con l’assistenza di Claude AI (Anthropic). L’impaginazione e la veste grafica sono state studiate insieme fra Claude e il dr. Meo. Tutti i dati sono stati poi valutati, verificati sulle fonti primarie — bollettini degli Istituti Zooprofilattici Sperimentali, EFSA, WOAH, FAO, Ministero della Salute, Regione Lazio — e le bozze riscritte dal dr. Paolo Meo, che ne porta l’intera responsabilità scientifica ed editoriale.

Il principio è semplice: lo strumento cerca, ordina e dà forma alla pagina; il medico decide, corregge e firma.

Avvertenza sul caso di Riano: alla chiusura di questa edizione non esiste alcuna conferma di laboratorio di positività alla PSA né a Riano né in alcun altro comune del Lazio. Il capitolo 1 va letto come cronaca di un sospetto, non di un focolaio. La scheda verrà aggiornata all’esito delle analisi.

 

Potrebbe essere un'immagine raffigurante il seguente testo "R Roma RIANO Peste suina, primo caso nel Lazio dopo 2 anni: virus trovato sulla carcassa di un cinghiale"

Indice ragionato dei contenuti

Tredici capitoli. Sotto ogni titolo, due righe che dicono che cosa vi troverete.

1. Il fatto: un cinghiale morto a Riano

Che cosa è successo, che cosa sappiamo e che cosa non sappiamo. Perché un animale trovato morto non è un animale positivo, e perché va segnalato comunque.

2. Che cos’è la peste suina africana

Definizione, inquadramento normativo europeo, letalità negli animali. Una malattia di categoria A che non ha né cura né vaccino disponibile in Europa.

3. Il virus: microbiologia dell’ASFV

Famiglia, genoma, struttura del virione, tropismo per i macrofagi, genotipi e straordinaria resistenza ambientale. Qui si capisce perché il vaccino non arriva.

4. Serbatoi, vettori e i quattro cicli epidemiologici

Il ciclo selvatico africano con le zecche molli, il ciclo domestico, il ciclo cinghiale-carcassa che domina in Europa. Chi tiene davvero in vita il virus.

5. Come si trasmette

Contatto diretto, ingestione di carni e salumi, fomiti, artropodi vettori dove esistono. E il ruolo dell’uomo come vettore passivo meccanico.

6. La malattia nel maiale e nel cinghiale

Incubazione, forme acuta subacuta e cronica, sindrome emorragica, mortalità, portatori cronici. Che cosa vede l’allevatore prima di chiamare il veterinario.

7. L’uomo si infetta? No, e vale la pena spiegare perché

La risposta netta e la sua base biologica. Perché prosciutto, salame e carne di maiale restano sicuri, e perché nessun caso umano è mai stato documentato.

8. Le vere zoonosi della carcassa

Quello che i comunicati non dicono: la carcassa di cinghiale è pericolosa da toccare, ma per leptospirosi, brucellosi, epatite E, trichinellosi. Non per la PSA.

9. La situazione in Italia al 29 agosto 2026

I numeri regione per regione: Piemonte e Liguria, il nuovo fronte toscano, l’Emilia, la Sardegna difesa nei porti. Bollettini ufficiali e date di riferimento.

10. Il Lazio e l’area a nord di Roma

Dall’epidemia dell’Insugherata 2022 all’eradicazione del gennaio 2025. Perché la Regione considera «concreta e molto elevata» la possibilità di reintroduzione.

11. La situazione in Europa

Il record del 2025 secondo l’EFSA, i quattordici Stati membri coinvolti, il ritorno in Spagna dopo trentun anni e il primo caso finlandese. Le zone I, II e III.

12. La situazione nel mondo

Dall’Africa subsahariana alla Georgia 2007, dalla Cina 2018 ai Caraibi 2021. Il quadro FAO per l’Asia-Pacifico e il segnale di rallentamento registrato dalla WOAH.

13. Prevenzione: che cosa fare, in concreto

Regole distinte per chi cammina nei boschi, per chi alleva anche un solo maiale, per chi caccia e per chi viaggia. Numeri utili e decalogo finale.

1. Il fatto: un cinghiale morto a Riano

Il parere del Dr. Meo — POLO VIAGGI

Quando una notizia sanitaria riguarda la strada dove abiti, la tentazione è di reagire prima di capire. Ho fatto il contrario: ho cercato la fonte. E la fonte, per ora, è una fotografia su Facebook.

In quarant’anni di lavoro sul campo, dall’Africa occidentale al Corno d’Africa, ho imparato che le epidemie si combattono con due strumenti che sembrano poveri: la segnalazione tempestiva e la verifica di laboratorio. Tutto il resto viene dopo. Vale a Bumbuna come vale a Riano.

Nei giorni scorsi è circolata la notizia del ritrovamento di un cinghiale morto nel territorio di Riano, comune della campagna a nord di Roma. La segnalazione è stata rilanciata sui social già accompagnata dall’espressione «peste suina». Chi scrive abita in quella zona, e proprio per questo ha ritenuto necessario ricostruire i fatti prima di commentarli.

Due paletti da fissare subito

Primo. Un cinghiale trovato morto non è un cinghiale positivo. I cinghiali muoiono per investimenti stradali, traumi, parassitosi, denutrizione, avvelenamenti, abbattimenti e per numerose malattie che con la peste suina africana non hanno alcun rapporto. La diagnosi di PSA non si formula guardando una carcassa né una fotografia: richiede esame anatomo-patologico e ricerca del genoma virale in PCR, con conferma dell’Istituto Zooprofilattico Sperimentale del Lazio e della Toscana e, in ultima istanza, del Centro di referenza nazionale per le pesti suine (CEREP) dell’IZS dell’Umbria e delle Marche.

Secondo. Anche nell’ipotesi peggiore, cioè se l’animale risultasse positivo, per la salute delle persone non cambierebbe assolutamente nulla. La peste suina africana non è una zoonosi: non si trasmette all’uomo né per contatto con gli animali né attraverso il consumo di carne. È il punto su cui tutte le autorità sanitarie sono sempre state esplicite, ed è quello che nelle catene di messaggi si perde per primo.

Perché quella carcassa va comunque segnalata

Non per proteggere noi: per proteggere il sistema. Nel 2025 l’Unione Europea ha analizzato oltre 518.000 campioni di suini domestici e 618.000 campioni di cinghiali. Eppure, secondo l’EFSA, è stata la sorveglianza passiva — cioè l’indagine sugli animali trovati morti o sospetti — a individuare il 73% dei focolai nei cinghiali. La telefonata del cittadino che trova una carcassa è, letteralmente, lo strumento diagnostico principale dell’intero sistema europeo di allerta precoce.

È esattamente ciò che è avvenuto il 10 luglio 2026 sull’Appennino modenese: una carcassa segnalata da un escursionista nel territorio di Fanano, a circa tre chilometri dal confine con il Parco regionale del Corno alle Scale, è risultata positiva alla PSA. Da quella singola segnalazione è derivato l’inserimento di diversi comuni bolognesi nelle zone di restrizione.

Come si segnala nel Lazio

  • Numero verde Protezione Civile regionale: 803555, attivo 24 ore su 24
  • Servizio Veterinario ASL Roma 4 (competente per Riano): 0766/5911, h24
  • Non toccare, non spostare, non fotografare da vicino la carcassa
  • Tenere il cane al guinzaglio e allontanarlo immediatamente
  • Annotare la posizione GPS e comunicarla all’operatore

2. Che cos’è la peste suina africana

La peste suina africana (PSA; in inglese African Swine Fever, ASF) è una malattia virale emorragica altamente contagiosa dei suidi. Colpisce il maiale domestico e il cinghiale eurasiatico, entrambi appartenenti alla specie Sus scrofa. Con i ceppi oggi circolanti in Europa la letalità si avvicina al 100%.

Il Ministero della Salute la classifica fra le malattie di categoria A, quelle per le quali la normativa dell’Unione Europea impone misure immediate di eradicazione non appena individuate. Non esiste alcuna terapia. Non esiste, allo stato attuale, alcun vaccino utilizzabile in Europa.

Il danno che produce non è sanitario in senso umano, è economico e sistemico: quando il virus entra in un allevamento scattano abbattimento totale, restrizioni alla movimentazione, blocchi commerciali e sospensione delle esportazioni. In Italia, negli ultimi anni, i focolai negli allevamenti hanno portato all’abbattimento di oltre 120.000 maiali.

Elemento Peste suina africana
Agente African swine fever virus (ASFV), famiglia Asfarviridae
Specie colpite Solo suidi: maiale domestico, cinghiale, suidi selvatici africani
Trasmissibile all’uomo NO — nessun caso mai documentato
Letalità nei suini Fino al 100% con il genotipo II europeo
Vaccino Nessuno registrato in UE
Terapia Nessuna
Classificazione UE Malattia di categoria A (eradicazione obbligatoria)
Prima comparsa in Italia 1978 in Sardegna; gennaio 2022 in Italia continentale (Ovada, AL)

3. Il virus: microbiologia dell’ASFV

Il parere del Dr. Meo — POLO VIAGGI

Questo è il capitolo più tecnico della scheda e chiedo al lettore non specialista di non saltarlo. Le stranezze biologiche di questo virus non sono curiosità accademiche: spiegano perché non abbiamo un vaccino, perché un salame può portare l’infezione a mille chilometri di distanza e perché una carcassa nel bosco resta pericolosa per mesi. La microbiologia, qui, è già prevenzione.

Tassonomia e struttura

L’ASFV appartiene alla famiglia Asfarviridae, genere Asfivirus, di cui costituisce l’unica specie. È l’unico arbovirus a DNA conosciuto al mondo: una singolarità assoluta nella virologia, perché tutti gli altri virus trasmessi da artropodi sono virus a RNA.

  • Genoma: DNA bicatenario lineare di 170–194 kilobasi, con 150–170 sequenze codificanti
  • Proteine strutturali: oltre cinquanta, molte con funzione di evasione immunitaria
  • Virione: icosaedrico complesso, circa 200 nanometri, con architettura a strati concentrici — nucleoide, core shell, capside interno, membrana interna, envelope esterno acquisito per gemmazione
  • Replicazione: prevalentemente citoplasmatica, con una fase nucleare precoce

Il bersaglio cellulare, e perché il vaccino non arriva

Il virus replica in monociti e macrofagi del suino. Da questo tropismo derivano tutte le caratteristiche cliniche della malattia: l’immunosoppressione precoce, la tempesta citochinica con danno endoteliale diffuso che produce la sindrome emorragica, e soprattutto la mancata induzione di anticorpi neutralizzanti efficaci.

È qui che si spiega il fallimento di decenni di ricerca vaccinale. Un vaccino classico funziona perché induce anticorpi che neutralizzano il virus prima che infetti la cellula bersaglio: con l’ASFV questo meccanismo non si instaura. Alcuni vaccini vivi attenuati sono impiegati in Asia, in particolare in Vietnam, ma la WOAH ha ripetutamente avvertito sui rischi legati all’uso di prodotti non conformi, che possono non conferire protezione e diffondere virus vaccinali capaci di causare malattia acuta o cronica.

Genotipi

Sono descritti ventiquattro genotipi, definiti sulla sequenza del gene p72 (B646L) che codifica la principale proteina capsidica. In Europa e in Asia circola il genotipo II, quello uscito dalla Georgia nel 2007 e progressivamente diffusosi verso occidente. La Sardegna storica, dal 1978, ospitava il genotipo I.

La resistenza ambientale: il dato che cambia tutto

L’ASFV è uno dei virus più resistenti che si conoscano. La WOAH lo dice senza mezzi termini: il virus sopravvive su vestiti, stivali, ruote e altri materiali. Le autorità sanitarie italiane precisano che persiste per diversi mesi nell’ambiente e nelle carcasse degli animali morti, nella carne cruda o poco cotta, e per mesi in alcuni salumi.

Matrice o condizione Sopravvivenza del virus
Carcassa nell’ambiente Mesi, più a lungo con il freddo; le ossa restano infettanti
Carne fresca refrigerata Mesi
Sangue refrigerato Anni
Salumi crudi e stagionati brevemente Mesi
Congelamento Non inattiva il virus
Salagione e stagionatura breve Non sufficienti a inattivarlo
Calore Inattivato a 70 °C per 30 minuti
Disinfettanti efficaci Ipoclorito di sodio, glutaraldeide, formalina, composti a ossigeno attivo
Tradotto in pratica: un panino con il salame dimenticato in un’area di sosta, mangiato da un cinghiale, può fondare un focolaio. Non è un’ipotesi teorica, è il meccanismo con cui il virus ha compiuto i suoi salti intercontinentali.

4. Serbatoi, vettori e i quattro cicli epidemiologici

Confondere i quattro cicli è l’errore all’origine di metà delle informazioni sbagliate che circolano. Vanno tenuti distinti, perché in Italia continentale ne opera in pratica uno solo.

Ciclo Protagonisti Dove opera
Selvatico africano Facoceri (Phacochoerus), potamoceri (Potamochoerus), ilocheri + zecche molli Ornithodoros moubata Africa subsahariana. È il serbatoio originario e vero: i suidi africani si infettano senza ammalarsi
Zecca–suino Ornithodoros erraticus e suini domestici in stalle tradizionali Storicamente penisola iberica
Domestico Maiale–maiale per contatto diretto e per somministrazione di scarti di cucina Ovunque, soprattutto in allevamenti a bassa biosicurezza e familiari
Cinghiale–habitat Cinghiale vivo + carcassa infetta persistente nell’ambiente È il motore dell’epidemia europea, ed è quello che riguarda l’Italia

Il ciclo che conta per noi

Nel ciclo cinghiale–habitat il serbatoio non è tanto l’animale vivo quanto la carcassa infetta lasciata nell’ambiente. Il cinghiale sano si contagia annusando o consumando i resti di un conspecifico morto, e quella carcassa resta infettante per mesi. È il motivo per cui il recupero delle carcasse è, in tutti i piani nazionali ed europei, l’attività di controllo numero uno, affidata ai servizi veterinari delle ASL con il concorso di guardiaparco, polizia provinciale, carabinieri forestali e volontari.

Va detto con chiarezza: in Italia continentale le zecche molli non hanno alcun ruolo epidemiologico. Chi parla di «zecche che trasmettono la peste suina» nel Lazio sta trasferendo sul Tevere un meccanismo che appartiene alla savana africana.

E l’uomo, in questo schema?

L’uomo è un vettore passivo meccanico. Il commissario straordinario alla PSA, Giorgio Briganti, lo ha formulato in modo efficace: una persona non si ammala, ma può diventare vettore passivo, perché fango e materiale organico rimasti sulle scarpe o sulle ruote di una bicicletta possono contribuire a spostare il virus.

La conseguenza epidemiologica è decisiva. Il cinghiale si sposta di pochi chilometri l’anno: da solo non percorre le distanze che il virus ha percorso. I salti di centinaia o migliaia di chilometri — Roma nel 2022, la Catalogna nel 2025, la Finlandia nel 2026 — li ha compiuti l’uomo, attraverso prodotti alimentari, veicoli e materiali contaminati.

5. Come si trasmette

Via di trasmissione Peso epidemiologico
Contatto diretto fra animali (sangue, saliva, feci, urine, secrezioni) Molto alto: il sangue contiene cariche virali elevatissime
Contatto con carcasse infette nell’ambiente Molto alto nel ciclo selvatico europeo
Ingestione di carni o prodotti a base di carne infetta, scarti di cucina Alto: è la via che apre i focolai negli allevamenti
Fomiti: calzature, indumenti, attrezzature, veicoli, mangimi, lettiera Alto per la diffusione a media e lunga distanza
Movimentazione illegale di animali vivi e smaltimento illegale di carcasse Alto: fra le modalità più importanti secondo gli IZS
Puntura di zecche molli Ornithodoros Rilevante solo in Africa e storicamente in Iberia; nullo in Italia
Trasmissione all’uomo Inesistente

6. La malattia nel maiale e nel cinghiale

Il periodo di incubazione è breve, generalmente da 4 a 19 giorni. La forma acuta, quella dominante con il genotipo II, si manifesta con febbre elevata, anoressia improvvisa, prostrazione, difficoltà di movimento, cianosi di orecchie, addome e arti, emorragie cutanee ed emorragie interne, aborto nelle scrofe. La morte sopraggiunge in 6–13 giorni.

Esistono forme subacute e croniche, con quadri meno drammatici. Il dato epidemiologicamente più importante riguarda i sopravvissuti: gli animali che superano la malattia possono restare portatori del virus per circa un anno, e proprio questo ruolo è fondamentale per la persistenza del virus nelle aree endemiche e per la sua diffusione.

La diagnosi

La conferma è esclusivamente di laboratorio. Gli esami impiegati sono l’immunofluorescenza, il test di immunodiffusione in gel di agar (AGID), la fissazione del complemento, la PCR per la ricerca del genoma virale e l’ELISA per la ricerca anticorpale. Nella pratica corrente il riscontro anatomo-patologico sulla carcassa orienta, la PCR conferma.

7. L’uomo si infetta? No, e vale la pena spiegare perché

Il parere del Dr. Meo — POLO VIAGGI

Questa è la domanda che mi arriva in ambulatorio e al telefono, ed è la ragione per cui ho scritto questa scheda. Rispondo con la stessa frase che uso con i pazienti: no, non si prende, e non è una rassicurazione di cortesia — è una impossibilità biologica.

Nel Dipartimento di Medicina Tropicale e Malattie Infettive del POLO VIAGGI passiamo metà del nostro tempo a spiegare quali malattie animali passano davvero all’uomo. Sono tante e alcune sono terribili. Proprio per questo è importante non sprecare l’allarme su quelle che non lo fanno: chi grida al lupo sulla peste suina non sarà creduto il giorno dell’influenza aviaria.

La peste suina africana non è una zoonosi. Non è trasmissibile agli esseri umani, né per contatto con gli animali né attraverso il consumo di carne. In quasi un secolo dalla prima descrizione della malattia, avvenuta in Kenya nel 1921, non è mai stato documentato un solo caso di infezione umana.

La base biologica

La ragione è nel tropismo del virus: l’ASFV replica in monociti e macrofagi del suino. Le cellule umane non sono permissive alla sua replicazione, perché mancano le condizioni molecolari di ingresso e di replicazione produttiva. L’uomo non è semplicemente un ospite «poco suscettibile»: non è un ospite.

Le conseguenze pratiche

  • Carne di maiale, prosciutto, salame e insaccati regolarmente controllati si consumano senza alcun problema
  • Non esiste alcun rischio nel frequentare boschi, sentieri, aree agricole o parchi in zona di restrizione
  • Non esiste alcun rischio per chi convive con cani, gatti o altri animali domestici non suidi
  • Le limitazioni imposte nelle zone di restrizione hanno lo scopo di proteggere i suini, non le persone
Il rischio reale della PSA per l’uomo è economico e sociale: perdita di patrimonio zootecnico, blocchi commerciali, danno alla filiera dei prodotti DOP e IGP, limitazioni alla caccia e alle attività all’aperto. È un rischio serio. Ma non è un rischio sanitario.

8. Le vere zoonosi della carcassa

Il parere del Dr. Meo — POLO VIAGGI

Questo è il capitolo che nei comunicati istituzionali non si legge mai, e che come infettivologo mi preme di più.

Tutti ripetono: «non toccare la carcassa perché c’è la peste suina». L’indicazione è giusta, la motivazione è sbagliata. Non toccatela per la peste suina non ha senso dal punto di vista della vostra salute, perché quel virus a voi non fa nulla. Non toccatela per le zoonosi vere, quelle che ci sono davvero e che nessuno nomina.

Il cinghiale è, in Italia, uno dei principali serbatoi di agenti zoonotici della fauna selvatica. Chi manipola una carcassa senza protezioni si espone a rischi concreti, che nulla hanno a che vedere con la PSA.

Agente Come si contrae dalla carcassa Nota clinica
Leptospirosi Contatto di cute lesa e mucose con urine e acque contaminate Forme itteroemorragiche potenzialmente gravi; sottodiagnosticata
Brucellosi (Brucella suis) Manipolazione ed eviscerazione senza guanti Classica dei cacciatori; febbre ondulante, forme osteoarticolari
Epatite E (HEV genotipo 3) Carne poco cotta, contatto con visceri Sieroprevalenze elevate nei cinghiali italiani; grave nell’immunodepresso e in gravidanza
Trichinellosi Consumo di carne cruda o insufficientemente cotta Obbligo di esame trichinoscopico sui capi destinati al consumo
Tularemia Contatto con tessuti infetti, anche via congiuntivale Rara ma presente; forme ulceroghiandolari
Salmonellosi e Yersinia Contaminazione fecale e manipolazione Enteriti anche severe
Malattia di Aujeszky (pseudorabbia) Il cane annusa, lecca o morde la carcassa Non colpisce l’uomo ma è invariabilmente mortale per il cane

La regola operativa «non avvicinarsi, non toccare, cane al guinzaglio, segnalare e allontanarsi» è quindi corretta due volte, ma per due ragioni diverse: una riguarda la salute dei suini e l’economia del Paese, l’altra riguarda direttamente voi e il vostro cane.

9. La situazione in Italia al 29 agosto 2026

Piemonte e Liguria: il cluster storico

Secondo l’aggiornamento dell’Istituto Zooprofilattico Sperimentale del Piemonte, Liguria e Valle d’Aosta al 23 agosto 2026, il totale cumulativo dei positivi nei cinghiali è salito a 2.209 casi: 827 in Piemonte e 1.382 in Liguria. I focolai negli allevamenti suinicoli restano stabili a 10. La curva ligure continua a crescere di poche unità a settimana, quella piemontese è sostanzialmente ferma.

Toscana: il fronte caldo del 2026

Dal primo gennaio 2026 la Toscana ha registrato 638 casi positivi tra i cinghiali, il dato più alto d’Italia nell’anno in corso, comunicato il 18 agosto durante un incontro fra Anci Toscana e Regione. L’epidemia era partita dalla provincia di Massa-Carrara e ha poi raggiunto Lucca e Pistoia; il passaggio alla specie domestica è già avvenuto, con due allevamenti colpiti a Comano (Massa-Carrara) e a San Marcello Piteglio (Pistoia). Le zone soggette a restrizione interessano territori delle province di Lucca, Massa-Carrara, Pistoia e Prato.

Emilia-Romagna, Lombardia, Sardegna

Il fronte nei cinghiali si è ormai esteso senza soluzione di continuità dal Piemonte fino all’Emilia; il 10 luglio 2026 la positività di una carcassa a Fanano ha portato la malattia alle porte del Parco del Corno alle Scale. In Lombardia si sono registrati focolai in allevamento in provincia di Pavia.

La Sardegna, isola dove la malattia fu introdotta nel 1978 e dove è rimasta endemica per quarant’anni, è oggi indenne e si difende con controlli portuali sistematici: nel quadrimestre aprile–luglio 2026 la ASL di Sassari ha eseguito 443 controlli a Porto Torres, 260 a Olbia e 126 a Golfo Aranci, con cani molecolari addestrati a individuare prodotti suini nei bagagli.

Area Dato Aggiornato al
Piemonte + Liguria 2.209 cinghiali positivi cumulativi (827 + 1.382); 10 focolai in allevamento 23 agosto 2026 (IZS PLV)
Toscana 638 cinghiali positivi dal 1° gennaio 2026; 2 allevamenti colpiti 18 agosto 2026
Emilia-Romagna Fronte attivo sull’Appennino modenese e bolognese 10 luglio 2026
Lombardia Focolai in allevamento in provincia di Pavia 2026
Sardegna Indenne; sorveglianza attiva nei porti Agosto 2026
Lazio Indenne; nessun caso confermato 29 agosto 2026

10. Il Lazio e l’area a nord di Roma

Il parere del Dr. Meo — POLO VIAGGI

Il Lazio ha già vissuto questa storia. Nel 2022 il virus comparve nella Riserva dell’Insugherata e l’intera città dentro il Grande Raccordo divenne zona rossa: divieti di pic-nic, cani al guinzaglio, cancellate ai varchi, oltre millecinquecento cinghiali abbattuti. Ci sono voluti quasi tre anni per uscirne.

Chi come me abita nei comuni a nord del Raccordo ricorda bene che Riano, Castelnuovo di Porto, Sacrofano, Formello, Morlupo e Capena erano dentro la zona di restrizione. Uscirne è costato molto. Rientrarci per un panino abbandonato in un’area di sosta sarebbe assurdo.

La cronologia è netta. Fine aprile 2022: nell’area nord di Roma vengono rinvenuti cinghiali morti o moribondi, risultati positivi alla PSA, quasi tutti nella Riserva Naturale dell’Insugherata all’interno del Grande Raccordo Anulare. Maggio 2022: istituzione della zona rossa e delle zone di restrizione, estese ai comuni a nord fra cui Riano. Gennaio 2025: il Ministero della Salute annuncia l’eradicazione dalla Capitale e il 22 gennaio il Comitato permanente di Bruxelles vota la revoca delle zone di restrizione in provincia di Roma.

Oggi il Lazio è quindi ufficialmente indenne, e al 29 agosto 2026 non risulta alcun caso di PSA confermato sul territorio regionale. Ma la Regione non considera chiusa la partita: il virus circola nelle regioni a nord e la possibilità che la malattia venga nuovamente introdotta nel Lazio è giudicata «concreta e molto elevata». Per la stagione venatoria 2026/2027 sono stati fissati obiettivi di riduzione della popolazione di cinghiali per almeno 38.500 capi, di cui 11.837 nella sola provincia di Viterbo e 8.254 in provincia di Roma. Un piano di questa portata in una regione formalmente indenne dice quanto sia sottile il margine.

La distanza reale. Il fronte epidemico più vicino a Riano è quello tosco-emiliano, a circa trecento chilometri. Il cinghiale, da solo, quella distanza non la percorre: si sposta di pochi chilometri l’anno. Se la peste suina tornasse nel Lazio non arriverebbe camminando. Arriverebbe in automobile, dentro un panino, su una suola di scarpa.

11. La situazione in Europa

Il 2025 è stato l’anno peggiore dell’ultimo quinquennio. Secondo la relazione annuale dell’EFSA, gli episodi nei cinghiali sono arrivati a 11.036, il livello più alto dal 2021 e il 44% in più rispetto ai 7.677 del 2024. I focolai nei suini domestici sono aumentati del 76%, raggiungendo quota 585. La malattia è inoltre ricomparsa in Spagna dopo trentun anni, portando a quattordici il numero degli Stati membri interessati, e la Finlandia ha registrato il suo primo caso in assoluto a fine luglio 2026.

Casi nei cinghiali nell’UE, 2024 vs 2025

2024 — 7.677 casi

2025 — 11.036 casi (+44%)

Fonte: EFSA, relazione annuale PSA, maggio 2026. Focolai nei suini domestici: 585 nel 2025, +76% sul 2024.

Gli Stati membri oggi coinvolti sono Italia, Spagna, Finlandia, Polonia, Germania, Estonia, Lettonia, Lituania, Slovacchia, Ungheria, Romania, Bulgaria, Grecia e Croazia. Fuori dall’Unione il virus circola in Serbia, Bosnia-Erzegovina, Moldova, Ucraina, Bielorussia e Russia.

Il sistema delle zone di restrizione

Zona Definizione Effetti principali
Zona I Area ad alto rischio, senza casi accertati Sorveglianza rafforzata, biosicurezza, controlli sulle movimentazioni
Zona II Presenza della malattia nei cinghiali Limitazioni alle attività all’aperto e venatorie, restrizioni commerciali
Zona III Presenza della malattia nei suini domestici Misure più severe: abbattimenti, blocco delle movimentazioni e delle esportazioni

Un dato merita attenzione perché riguarda direttamente il lettore: nel 2025 nell’UE sono stati analizzati oltre 518.000 campioni di suini domestici e 618.000 di cinghiali, e la sorveglianza passiva ha permesso di individuare il 73% dei focolai nei cinghiali. Per l’EFSA questo tipo di controllo deve continuare ad avere un ruolo centrale.

12. La situazione nel mondo

La peste suina africana è stata per decenni una malattia africana. La WOAH ricostruisce così la sua espansione: presente tradizionalmente in Africa fino al 1978, quando venne introdotta nell’isola italiana della Sardegna; nel 2007 confermata in Georgia, nella regione del Caucaso, da cui si è progressivamente diffusa ai paesi vicini; prima comparsa nell’Unione Europea nel 2014; nel 2018 il salto in Cina, prima comparsa in Asia, con successiva diffusione nella regione e in Oceania; nel luglio 2021 il ritorno nelle Americhe dopo decenni di assenza, in Repubblica Dominicana e ad Haiti. Solo due paesi europei sono riusciti a eradicarla: la Repubblica Ceca nell’aprile 2018 e il Belgio nel marzo 2020.

Area Situazione attuale
Africa subsahariana Endemica, con il ciclo selvatico e le zecche molli come serbatoio permanente
Europa Quattordici Stati membri UE più i paesi balcanici e dell’Est; 2025 anno record
Asia e Pacifico L’aggiornamento FAO del 18 giugno 2026 copre venti paesi e territori, con nuovi focolai in India e crisi del comparto suinicolo in Sri Lanka
Caraibi Repubblica Dominicana e Haiti dal luglio 2021
Oceania Papua Nuova Guinea, Timor Est
Tendenza globale Secondo il rapporto WOAH di maggio 2026 i focolai nei suini domestici sono in calo da agosto 2025; i casi nei cinghiali, dopo il picco fra ottobre 2025 e gennaio 2026, hanno anch’essi iniziato a diminuire

13. Prevenzione: che cosa fare, in concreto

Il parere del Dr. Meo — POLO VIAGGI

Nelle indicazioni che seguono ho voluto separare i destinatari, perché le regole valide per l’allevatore non servono all’escursionista e viceversa. Segnalo in particolare il paragrafo dedicato a chi viaggia: al POLO VIAGGI vediamo ogni settimana persone che rientrano da paesi con circolazione attiva del virus portando salumi artigianali nel bagaglio, convinte di fare una cosa innocua. È il singolo comportamento a più alto rischio di tutta questa scheda.

Per chi cammina nei boschi e nelle campagne

  1. Segnalare ogni carcassa di cinghiale, comprese ossa e resti, al 803555 o al servizio veterinario della ASL competente
  2. Non toccare, non spostare, non avvicinarsi: la rimozione spetta solo al personale incaricato
  3. Tenere sempre il cane al guinzaglio nelle aree naturali e agricole
  4. Al rientro, pulire e disinfettare accuratamente calzature, ruote di bicicletta e pneumatici
  5. Non abbandonare rifiuti alimentari nell’ambiente e smaltirli in contenitori chiusi
  6. Non alimentare i cinghiali: è vietato dalla legge 221/2015 ed è la principale abitudine che li avvicina agli abitati

Per chi alleva suini, anche un solo capo familiare

  • Recinzione efficace, zona filtro all’ingresso, cambio di calzature e indumenti
  • Divieto assoluto di somministrare scarti di cucina o avanzi contenenti carne
  • Controllo dell’origine di mangimi, foraggio e lettiera, che possono essere contaminati
  • Disinfezione sistematica di mezzi e attrezzature in entrata
  • Denuncia immediata di ogni aumento anomalo della mortalità: il ritardo di quarantotto ore è ciò che trasforma un caso in un’epidemia

Per chi caccia

  • Kit di biosicurezza personale, guanti monouso sempre
  • Eviscerazione nei punti attrezzati e gestione controllata dei visceri
  • Disinfezione di coltelli, stivali, indumenti e veicoli dopo ogni uscita
  • Nessun accesso ad allevamenti suinicoli nelle ore successive alla battuta
  • Rispetto dell’obbligo di esame trichinoscopico sui capi destinati al consumo

Per chi viaggia — indicazioni del POLO VIAGGI

  • Non introdurre in Italia carni o salumi suini provenienti da paesi con PSA, neppure sottovuoto o di produzione domestica: il regolamento UE lo vieta e il virus sopravvive nei prodotti crudi per mesi
  • La carne di cinghiale è quella a maggior rischio in assoluto
  • Chi visita allevamenti, mercati di animali vivi o macelli in aree endemiche deve cambiare calzature e indumenti prima di rientrare in qualsiasi ambiente zootecnico italiano
  • La stessa regola vale per i rientri dalla Sardegna e per gli spostamenti dalle zone di restrizione del Nord e della Toscana
  • Rispettare i controlli portuali e aeroportuali: la consegna spontanea dei prodotti non comporta sanzione

In sintesi, per chi ha poco tempo

La peste suina africana non si trasmette all’uomo, in nessun modo. Un cinghiale morto va segnalato e non toccato: per la peste suina non rischiate nulla, per leptospirosi, brucellosi ed epatite E sì. Il Lazio oggi è indenne e non ci sono casi confermati. Il virus non cammina: viaggia con noi, in una suola infangata, in una ruota, in un panino. Quando tornate dal bosco, pulite le scarpe.

Domande frequenti

Posso continuare a mangiare prosciutto e salame?

Sì, senza alcuna limitazione. La peste suina africana non si trasmette all’uomo attraverso il consumo di carne. I prodotti a marchio sanitario provengono da filiere controllate. Il divieto di trasportare salumi da paesi infetti serve a proteggere i maiali italiani, non i consumatori.

Ho toccato una carcassa di cinghiale. Devo preoccuparmi?

Per la peste suina no, in nessun modo. Per leptospirosi, brucellosi, epatite E e tularemia sì: lavatevi accuratamente mani e avambracci con acqua e sapone, disinfettate ogni ferita anche minima e, se nei giorni successivi compare febbre, riferite al medico il contatto avvenuto. È un’informazione che cambia l’orientamento diagnostico.

Il mio cane ha annusato una carcassa. C’è un rischio?

Non per la peste suina, che non colpisce i cani. Ma la malattia di Aujeszky, o pseudorabbia, sì: si contrae proprio annusando, leccando o mordendo carcasse e visceri di cinghiale, ed è invariabilmente mortale per il cane, con decorso rapidissimo. Se compaiono prurito intenso al muso, salivazione e alterazioni del comportamento, andate immediatamente dal veterinario. È la ragione più seria per tenere il cane al guinzaglio.

Le zecche trasmettono la peste suina anche in Italia?

No. I vettori biologici sono zecche molli del genere Ornithodoros, che appartengono al ciclo africano e, storicamente, ad alcune stalle tradizionali iberiche. In Italia continentale non hanno alcun ruolo epidemiologico. Le zecche che troviamo nei nostri boschi sono zecche dure, che trasmettono altre malattie ma non la PSA.

Perché abbattere migliaia di cinghiali se il virus non riguarda l’uomo?

Perché la densità della popolazione di cinghiali determina la velocità con cui il virus circola e la probabilità che raggiunga gli allevamenti. È una misura di sanità animale e di tutela economica, non di sanità pubblica. Va detto che la sua efficacia è oggetto di discussione: alcune associazioni sostengono che le battute collettive possano disperdere i branchi e favorire la diffusione, ed è un’obiezione che merita risposte con dati, non con slogan.

Esiste un vaccino?

Non in Europa. La ragione è biologica: il virus replica nei macrofagi e non induce anticorpi neutralizzanti efficaci, quindi l’approccio vaccinale classico non funziona. In alcuni paesi asiatici sono impiegati vaccini vivi attenuati, ma la WOAH ha messo in guardia sui rischi dei prodotti non conformi.

Che cosa succede se il cinghiale di Riano risulta positivo?

Sarebbe una notizia sanitaria di rilievo nazionale, perché segnerebbe il ritorno del virus in una regione dichiarata indenne nel gennaio 2025. Scatterebbero l’istituzione di una zona infetta, la ricerca attiva delle carcasse, la sospensione della caccia di selezione, limitazioni alle attività all’aperto e restrizioni alla filiera suinicola. Per la salute delle persone, invece, non cambierebbe nulla. Aggiorneremo questa scheda all’esito delle analisi.

Bibliografia e fonti ragionate

Tutte le fonti sono state consultate e verificate fra il 29 e il 30 agosto 2026.

Dati epidemiologici italiani

  • Istituto Zooprofilattico Sperimentale del Piemonte, Liguria e Valle d’Aosta — I controlli per la PSA, aggiornamento al 23 agosto 2026
  • Regione Toscana e Anci Toscana — Incontro del 18 agosto 2026 sui dati regionali e sui Gruppi Operativi Territoriali
  • Regione Toscana — Peste suina africana: biosicurezza e zone di restrizione, agosto 2026
  • Ministero della Salute — Dati epidemiologici nazionali e internazionali; Bollettino epidemiologico nazionale PSA (IZSAM)
  • Centro di Referenza Nazionale per le Pesti Suine (CEREP), IZS dell’Umbria e delle Marche

Lazio e area romana

  • Regione Lazio — Emergenza PSA: situazione nel Lazio; come contenere l’epidemia
  • Ministero della Salute e Struttura commissariale PSA — Eradicazione dalla provincia di Roma; voto del Comitato permanente PAFF del 22 gennaio 2025
  • Regione Lazio — Piano venatorio 2026/2027 e obiettivi di riduzione della popolazione di cinghiali
  • Roma Capitale — Misure per il contenimento della PSA e numeri per la segnalazione delle carcasse

Dati europei e mondiali

  • EFSA — Relazione annuale sulla peste suina africana, maggio 2026
  • EFSA — Rapporto scientifico su fattori di rischio e di protezione contro la PSA, compreso il ruolo dei vettori
  • Regolamento di esecuzione (UE) 2023/594 e successivi aggiornamenti delle zone soggette a restrizione
  • WOAH — African swine fever: scheda di malattia e situation report di maggio 2026
  • FAO EMPRES-AH — ASF situation update in Asia & Pacific, 18 giugno 2026
  • GF-TADs — Global control of African swine fever: a GF-TADs initiative (2026–2030)

Virologia e zoonosi della fauna selvatica

  • IZS del Lazio e della Toscana — Peste suina africana: agente eziologico, trasmissione, diagnosi, diffusione
  • African swine fever in the era of global expansion: epidemiology, transmission dynamics, viral evolution, and One Health control strategies. Veterinary World 2026;19(8):3351-3371
  • EFSA-ECDC — The European Union One Health Zoonoses Report, edizioni recenti
  • Letteratura nazionale sulla sieroprevalenza di HEV, Brucella suis e Leptospira spp. nel cinghiale in Italia

POLO VIAGGI CESMET – ARTEMISIA

Centro di Medicina Tropicale e dei Viaggi · Dipartimento di Medicina Tropicale e Malattie Infettive

Direttore: Dr. Paolo Meo, infettivologo-tropicalista

clinicadelviaggiatore.com

Scheda malattia a scopo divulgativo e di educazione sanitaria, edizione 1.0 del 29 agosto 2026. Non sostituisce il parere del medico curante né le disposizioni delle autorità sanitarie e veterinarie competenti. Per la segnalazione di carcasse di cinghiale nel Lazio: numero verde Protezione Civile regionale 803555 o servizio veterinario della ASL territorialmente competente.

Peste suina africana (PSA): un caso probabile a Riano, provincia di Roma Leggi tutto »

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