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DENGUE E WEST NILE VIRUS Bollettino Arbovirosi 11 settembre 2026

CESMET – CLINICA DEL VIAGGIATORE

direttore e redattore dr. Paolo Meo — medico tropicalista infettivologo

Via Piave 76, Roma · clinicadelviaggiatore.com

BOLLETTINO ARBOVIROSI · AGGIORNAMENTO DELL’11 SETTEMBRE 2026

Dengue e West Nile in Italia: la stagione entra nella fase più delicata

Dati ISS dal 1° gennaio all’8-9 settembre 2026, confrontati con ECDC e con le stagioni precedenti. Un focolaio di dengue di 20 casi in provincia di Livorno, il West Nile che raggiunge e supera il 2025 e 41 decessi: che cosa dicono davvero i numeri e che cosa fare.

DENGUE · casi confermati
265
+38 in una settimana
DENGUE · autoctoni
24
2 focolai: Livorno e Lecce
WEST NILE · casi confermati
594
+73 in una settimana
WEST NILE · decessi
41
letalità WNND 13,3%

Nota di trasparenza Meo–Claude

Le ricerche e il confronto fra le fonti sono stati effettuati con l’ausilio di Claude AI (Anthropic); impaginazione e veste grafica sono state studiate insieme fra Claude e il dr. Meo. I dati sono stati poi valutati e verificati sulle fonti primarie (ISS, ECDC) e il testo rivisto dal dr. Paolo Meo, che ne porta l’intera responsabilità. Lo strumento cerca, ordina e dà forma alla pagina; il medico decide e firma.

In sintesi

  • Dengue: 265 casi confermati (erano 227 una settimana fa), 241 importati e 24 autoctoni, nessun decesso. Oltre metà dei casi importati viene dalle Maldive (56%).
  • Due focolai autoctoni attivi: 20 casi in un Comune della provincia di Livorno e 4 casi in alcuni Comuni della provincia di Lecce, tutti sintomatici.
  • Il salto è recente: al 2 settembre l’ECDC registrava per l’Italia appena 3 casi autoctoni in 2 cluster. La storia 2023-2024 insegna che il grosso della dengue autoctona arriva dopo metà settembre.
  • West Nile: 594 casi confermati, 306 neuroinvasivi, 81 donatori di sangue positivi, 41 decessi. La stagione, partita in ritardo, ha ormai raggiunto e superato il 2025 (582 casi e 39 decessi nello stesso periodo).
  • Il virus circola in 79 Province di 19 Regioni: mancano all’appello solo Basilicata e Alto Adige. Lombardia, Veneto, Lazio e Piemonte guidano la classifica.
  • Due zanzare, due orari: la dengue viaggia con la zanzara tigre, che punge di giorno; il West Nile con la zanzara comune (Culex), che punge dal tramonto e di notte. La protezione va quindi estesa all’intera giornata.

Parte I — Dengue

1. I numeri della settimana

Il sistema nazionale di sorveglianza coordinato dall’ISS registra, dal 1° gennaio all’8 settembre 2026, 265 casi confermati di dengue, 38 in più rispetto ai 227 del bollettino precedente [1][2]. Di questi, 24 sono autoctoni, cioè contratti in Italia senza viaggi all’estero; tutti gli altri sono associati a viaggi. Il 56% dei casi importati indica come luogo di esposizione le Maldive. Non si registrano decessi [1].

Indicatore Al 1° settembre All’8 settembre Commento
Casi confermati totali 227 265 +38 (+17%) in 7 giorni
di cui importati 241 Maldive 56% (circa 135 casi)
di cui autoctoni 24 2 focolai distinti
Decessi 0 0

Tabella 1. Dengue in Italia, 2026. Fonte: ISS, sorveglianza nazionale arbovirosi [1][2]. Il dettaglio importati/autoctoni al 1° settembre non è riportato nelle fonti consultate.

2. I due focolai autoctoni

Focolaio Casi confermati Caratteristiche Stato
Provincia di Livorno (Toscana) — un Comune 20 Tutti sintomatici Indagini epidemiologiche e lotta al vettore in corso
Provincia di Lecce (Puglia) — più Comuni 4 Tutti sintomatici Indagini epidemiologiche e lotta al vettore in corso

Tabella 2. Episodi di trasmissione locale identificati al 8/9/2026. Fonte: ISS [1].

Il focolaio salentino è quello che il nostro Centro segue dalla fine di agosto (casi dei Comuni del basso Salento, compreso il paziente diagnosticato in Liguria ma infettatosi in Puglia). La vera novità della settimana è Livorno: un solo Comune, 20 casi confermati, tutti con sintomi. L’ISS non ha ancora comunicato il sierotipo né il nome del Comune.

3. Il confronto con le stagioni precedenti

Stagione Casi totali a metà settembre Autoctoni a metà settembre Autoctoni a fine stagione
2023 165 (11 set) 19 82 (Lodi, Roma, Latina)
2024 450 (17 set) 25 213 al 5 novembre (Fano 144)
2025 4
2026 265 (8 set) 24 ?

Tabella 3. Fonti: ISS/Quotidiano Sanità 2023 [5]; ISS 2024 [6][7]; ECDC 2025 e serie storica [8][9].

dengue stagione

Figura 1. Nel 2023 e nel 2024 i casi autoctoni presenti a metà settembre erano una piccola frazione del totale di fine stagione.

4. Lo sguardo europeo

Al 2 settembre l’ECDC contava in Europa 8 casi autoctoni di dengue: 5 in Francia, dove nell’ultima settimana non erano emersi nuovi casi, e 3 in Italia, distribuiti in 2 cluster [3]. Sei giorni dopo il dato italiano dell’ISS è di 24. Il divario riflette in parte il tempo di notifica verso Stoccolma, ma soprattutto la rapida emersione del cluster livornese. Per chiudere un focolaio l’ECDC attende 45 giorni dall’ultimo esordio di sintomi: il tempo necessario perché una zanzara infettata possa ancora trasmettere e perché eventuali nuovi casi si manifestino [4].

5. Lettura della situazione

Il virus arriva in valigia, riparte dal quartiere. Il meccanismo è quello già descritto: un viaggiatore rientra con il virus in circolo, la zanzara tigre lo punge, dopo una o due settimane la stessa zanzara trasmette ai vicini. Lo studio ISS pubblicato su Eurosurveillance a luglio sul grande focolaio 2024 ha confermato che la trasmissione avviene per lo più entro poche centinaia di metri [10]: è per questo che le disinfestazioni si fanno per raggi di quartiere e non per città intere.

Venti casi sintomatici non sono venti infezioni. Nella dengue la maggior parte delle infezioni decorre senza sintomi o con sintomi lievi che non portano al test. Venti casi confermati e tutti sintomatici indicano che la circolazione reale nel Comune livornese è con ogni probabilità più ampia, e che le prossime settimane porteranno altri casi, anche con esordio già avvenuto ma non ancora notificato.

Settembre è il mese peggiore, non l’ultimo. Nel 2024 i casi autoctoni passarono da 25 a metà settembre a 213 all’inizio di novembre: quasi nove su dieci arrivarono dopo la data a cui ci troviamo oggi [6][7]. Con un autunno mite la zanzara tigre resta attiva fino a ottobre inoltrato. Il dato di 24 va letto come un punto di partenza, non come un bilancio.

Il turismo di fine estate esporta il rischio. Un focolaio in una provincia costiera a settembre coinvolge anche persone che poi rientrano altrove. È già successo: nel 2024 due persone che avevano soggiornato a Fano durante il focolaio si ammalarono al rientro in Toscana e un loro familiare contrasse la dengue a Sesto Fiorentino, diventando il primo caso autoctono toscano [11]. Chi ha soggiornato nelle aree dei focolai e sviluppa febbre nelle due settimane successive deve dirlo al medico.

Maldive: la quota scende, i numeri no. La percentuale di casi importati dalle Maldive, oltre l’80% a inizio stagione secondo i dati raccolti nel capitolo di apertura della nostra collana sulla dengue, è oggi al 56%: non perché le Maldive siano meno rischiose, ma perché con l’estate si sono aggiunti i rientri da Sud-Est asiatico, Americhe e Oceano Indiano. In valore assoluto le Maldive restano la prima destinazione a rischio per i viaggiatori italiani.

Parte II — West Nile

1. I numeri della settimana

Il report ISS n. 7 del 10 settembre, con dati al 9 settembre, registra 594 casi confermati di infezione da West Nile virus nell’uomo, contro i 521 del report precedente [12]. Le forme neuroinvasive sono 306 (5 importate: Maldive, Francia, Belgio, Grecia e Paesi Bassi), i donatori di sangue asintomatici risultati positivi 81, i casi di febbre 202 (uno importato dal Burkina Faso). I decessi notificati sono 41 (uno in un caso importato). La letalità calcolata sulle forme neuroinvasive autoctone è del 13,3%, contro il 15,0% dello stesso periodo del 2025 [12][2].

Classificazione Casi di cui importati Note
Forma neuroinvasiva (WNND) 306 5 Meningite, encefalite, paralisi flaccida
Febbre da West Nile 202 1 Burkina Faso
Donatori di sangue asintomatici 81 Individuati dallo screening trasfusionale
Altri sintomi / asintomatici 4 + 1
Totale 594 6 588 autoctoni
Decessi 41 1 Letalità WNND autoctona 13,3%

Tabella 4. West Nile in Italia al 9/9/2026. Fonte: ISS, report n. 7 [12].

2. Come è cresciuta la stagione

Report ISS (dati al) Casi confermati Decessi Province / Regioni con circolazione
28 luglio 84 2 47 / 12
5 agosto 141 6 50 / 16
12 agosto 226 7 55 / 16
19 agosto 312 13 60 / 16
26 agosto 66 / 17
2 settembre 521 75 / 19
9 settembre 594 41 79 / 19

Tabella 5. Fonti: ISS, report 2026 n. 1-7 [12][13][14]; Open per il dato al 12 agosto [15]. Il trattino indica un valore non ricavato dalle fonti consultate.

wnv andamento

Figura 2. Casi (barre) e decessi (linea) cumulativi per report ISS.

3. Dove circola il virus

I 588 casi autoctoni si distribuiscono in 17 tra Regioni e Province autonome. Il bacino padano resta il cuore dell’epidemia: Lombardia, Veneto, Piemonte ed Emilia-Romagna sommano 389 casi, due su tre. Il secondo polo è l’asse Lazio-Campania (121 casi), con Roma, Latina, Caserta e Napoli. Spicca il cluster sardo di Oristano con 25 casi. Le province con più casi sono Padova (50), Milano (48), Roma (46), Latina (34), Torino (30), Oristano (25), Caserta e Cremona (21 ciascuna) [12].

wnv regioni

Figura 3. Casi autoctoni di West Nile per Regione di esposizione. Fonte: ISS, report n. 7 [12].

Considerando anche la sorveglianza su zanzare e animali, le Province con circolazione dimostrata sono 79 in 19 Regioni, compresa per la prima volta la Valle d’Aosta: restano fuori soltanto la Basilicata e la Provincia autonoma di Bolzano [12].

4. Lo sguardo europeo

Il report settimanale ECDC con dati al 3 settembre conta in Europa 1.086 casi autoctoni in 15 Paesi e 144 aree colpite. L’Italia ne concentra 516, quasi la metà, seguita da Grecia (284), Spagna (88), Romania (56), Macedonia del Nord (55) e Francia (36); casi sono segnalati anche nei Paesi Bassi (9), in Croazia, Cipro, Austria, Ungheria e Germania [16]. Il dato ECDC coincide in sostanza con quello ISS della stessa settimana, a conferma della solidità dei numeri. Da notare che quattro dei cinque casi neuroinvasivi importati in Italia provengono da Paesi europei, tre dei quali (Francia, Belgio, Paesi Bassi) fino a pochi anni fa erano considerati estranei al West Nile.

5. Lettura della situazione

La partenza lenta era un’illusione ottica. A metà agosto il 2026 sembrava una stagione più mite del 2025: meno casi e una letalità del 7,7% contro il 13,9% [13]. Oggi i casi sono 594 contro 582 e i decessi 41 contro 39 [2]. La letalità è salita al 13,3% non perché il virus sia diventato più aggressivo, ma perché i decessi arrivano e vengono notificati con giorni o settimane di ritardo rispetto alla diagnosi. In tre settimane i decessi sono passati da 13 a 41: la letalità di inizio stagione va sempre letta con cautela.

La crescita settimanale rallenta, ma la stagione non è finita. Gli incrementi sono stati di circa 85 casi a settimana a metà agosto, di oltre 100 a settimana tra il 19 agosto e il 2 settembre, di 73 nell’ultima settimana. Il segnale di rallentamento va preso con prudenza: l’ISS avverte che i casi delle ultime quattro settimane non sono consolidati [12], e la zanzara Culex resta attiva per tutto settembre.

Ogni caso neuroinvasivo è la punta di un iceberg. Circa l’80% delle infezioni da West Nile non dà sintomi, circa il 20% dà febbre e meno dell’1% evolve nella forma neuroinvasiva. Oltre 300 forme neuroinvasive autoctone significano, con il rapporto classico di una ogni 150 infezioni circa, una circolazione nell’ordine delle decine di migliaia di infezioni in gran parte inapparenti. Gli 81 donatori positivi ne sono la prova indiretta e mostrano il valore dello screening trasfusionale.

Chi rischia davvero. Le forme gravi colpiscono soprattutto le persone oltre i 65 anni, gli immunodepressi, i trapiantati e chi ha patologie croniche. Per il West Nile non esiste un vaccino umano: la prevenzione è interamente affidata alla protezione dalle punture, con la particolarità che la zanzara comune punge al tramonto e di notte, spesso dentro casa.

Parte III — Le altre arbovirosi in breve

Virus Casi 2026 Autoctoni Note
Chikungunya 25 1 42% dei casi importati dalle Seychelles; nessun decesso
Zika 3 0 Tutti importati; nessun decesso
Usutu 12 12 7 Lombardia, 1 ciascuno Emilia-Romagna, Marche, Lazio, Piemonte, Veneto

Tabella 6. Fonte: ISS, dati all’8-9 settembre 2026 [1][12].

Dengue e West Nile a confronto

Dengue West Nile
Vettore Zanzara tigre (Aedes albopictus) Zanzara comune (Culex pipiens)
Quando punge Di giorno, soprattutto mattino e tardo pomeriggio Dal tramonto e di notte, anche in casa
Serbatoio L’uomo viremico Gli uccelli; uomo e cavallo sono ospiti a fondo cieco
Come arriva in Italia Con il viaggiatore di rientro dai tropici Circola stabilmente ogni estate negli uccelli
Decorso tipico Febbre alta, dolori ossei e muscolari, esantema 80% asintomatica, 20% febbre, <1% neuroinvasiva
Chi rischia forme gravi Seconda infezione da sierotipo diverso, fragili Over 65, immunodepressi, trapiantati
Vaccino umano Sì (Qdenga) No
Contromisura chiave Repellente di giorno, eliminare ristagni domestici, isolare dalle punture il febbrile Repellente e zanzariere dalla sera, eliminare ristagni
Sorveglianza Ogni caso attiva la disinfestazione nel raggio del domicilio Integrata uomo-animali-zanzare, screening dei donatori

Tabella 7. Le due arbovirosi a confronto: stesso genere virale, ecologia opposta.

Che cosa fare, a chi

Destinatario Indicazione pratica
Chi vive o ha soggiornato nelle province di Livorno e Lecce Febbre nelle 2 settimane successive: segnalarlo al medico e chiedere il test per dengue (NS1/PCR nei primi giorni)
Chi rientra da Maldive e tropici Febbre al rientro: test subito, e protezione dalle punture anche a casa per non infettare la zanzara del quartiere
Chi parte per aree endemiche di dengue Valutare Qdenga anche per viaggi brevi; protezione dalle punture diurne
Anziani e fragili nelle aree con West Nile Repellente e abiti coprenti dal tramonto, zanzariere, niente acqua stagnante in giardino e sui balconi
Medici di famiglia e Pronto Soccorso Febbre con cefalea, confusione o debolezza muscolare in un over 65: pensare al West Nile. Febbre e dolori senza viaggi ma in area di focolaio: pensare alla dengue
Tutti, fino a esclusione della dengue Paracetamolo sì; aspirina e FANS no

Tabella 8. Indicazioni operative CESMET – Clinica del Viaggiatore.

Commento del dr. Paolo Meo

Se dovessi riassumere questo bollettino in una riga direi: due virus, due zanzare, due orari. La dengue ci arriva con chi torna dai tropici e la zanzara tigre la ridistribuisce di giorno nel raggio di un isolato; il West Nile è ormai di casa, vive negli uccelli e ce lo porta la zanzara comune, di sera e di notte. Proteggersi solo in uno dei due momenti significa lasciare scoperto l’altro.

Il focolaio di Livorno non mi sorprende e non deve spaventare, ma deve farci lavorare. Settembre è il mese in cui la dengue autoctona dà il meglio di sé: negli anni scorsi la gran parte dei casi è arrivata dopo questa data. Chi rientra con la febbre da un Paese tropicale deve fare il test subito e, nel frattempo, evitare di farsi pungere: è il gesto più semplice e più sottovalutato per non consegnare il virus alla zanzara del proprio quartiere. Fino a quando la dengue non è esclusa, paracetamolo e mai aspirina o antinfiammatori.

Per la dengue abbiamo un’arma che per il West Nile non esiste: il vaccino. Nella nostra esperienza su migliaia di persone vaccinate, soprattutto lavoratori che viaggiano spesso in America Latina, non abbiamo osservato casi fra i vaccinati, e il vaccino si è dimostrato efficace e sicuro. Lo raccomando anche per i viaggi brevi alle Maldive, come oggi prevedono le indicazioni aggiornate della SIMVIM.

Per il West Nile la difesa resta tutta nelle nostre mani: repellente sulla pelle scoperta dal tramonto, zanzariere, niente sottovasi pieni d’acqua. Gli oli naturali come il neem (NOZETA) possono affiancare il repellente di sintesi, ma integrare non significa sostituire. E a chi ha un genitore anziano dico: una febbre con confusione o debolezza alle gambe, in questa stagione, merita un Pronto Soccorso, non un’attesa.

Fonti

Parte I — Dengue

[1] ISS – EpiCentro, Sistema nazionale di sorveglianza delle arbovirosi: situazione epidemiologica all’8 settembre 2026 (aggiornamento del 10/9/2026).

[2] Quotidiano Sanità, «Arbovirosi. Iss: 265 casi confermati di Dengue (+38 dalla scorsa settimana), 594 di West Nile (+73)», 10/9/2026.

[3] Quotidiano Sanità, «Dengue. Ecdc: 8 casi autoctoni in Europa nel 2026. Segnalazioni in Francia e Italia», 8/9/2026 (dati ECDC al 2/9/2026).

[4] ECDC, Seasonal surveillance of dengue in the EU/EEA, weekly report 2026 – definizione di cluster chiuso (45 giorni).

[5] Quotidiano Sanità, «Dengue: Iss, 19 casi autoctoni, 165 in totale da inizio anno», settembre 2023 (dati all’11/9/2023).

[6] ISS, sorveglianza arbovirosi, dati al 17/9/2024 (450 casi, 25 autoctoni), riportati da Outbreak News Today, settembre 2024.

[7] Quotidiano Sanità / Il Resto del Carlino, bollettino ISS al 5/11/2024: 678 casi, 213 autoctoni; focolaio di Fano 144 casi, novembre 2024.

[8] ECDC, Seasonal surveillance of dengue in the EU/EEA 2025, dati al 19/11/2025 (Italia 4 casi autoctoni, Francia 29).

[9] ECDC, Historical data on local transmission of dengue in the EU/EEA (Italia 2023: 82 casi autoctoni).

[10] ISS – EpiCentro, «Focolai dengue in Italia: un articolo su Eurosurveillance», 15/7/2026.

[11] Quotidiano Sanità, «Dengue. In Toscana 2 casi provenienti da Fano e uno autoctono a Sesto Fiorentino», ottobre 2024.

Parte II — West Nile

[12] ISS – Dipartimento Malattie Infettive, Report della sorveglianza dei casi umani di West Nile e Usutu virus in Italia, stagione 2026, n. 7 del 10/9/2026 (dati al 9/9/2026).

[13] ISS – EpiCentro, West Nile: ultimi aggiornamenti 2026 (report n. 1 del 28/7, n. 2 del 6/8, n. 4 del 20/8/2026).

[14] ISS, Report WNV/USUV 2026 n. 3 del 13/8 e n. 5 del 27/8/2026 (province e regioni con circolazione).

[15] Open, «West Nile, i casi aumentano del 60% in una settimana: 226 contagi e 7 morti in Italia», 19/8/2026.

[16] ECDC, Surveillance of West Nile virus infections in humans in Europe, weekly report, week 36/2026 (pubblicato 4/9/2026, dati al 3/9/2026).

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Sprue tropicale

Polo Viaggi CESMET — Artemisia

Dipartimento di Medicina Tropicale e Malattie Infettive · clinicadelviaggiatore.com

Scheda malattia

Sprue Tropicale

Malassorbimento post-infettivo dei tropici — la “malattia dimenticata” del viaggiatore e dell’espatriato

Edizione 1.0 — settembre 2026 · direttore e redattore dr. Paolo Meo — medico tropicalista infettivologo

In sintesi

La sprue tropicale è una sindrome da malassorbimento cronico dell’intestino tenue, di verosimile origine infettiva, che colpisce chi vive o soggiorna a lungo in alcune aree tropicali. Si manifesta con diarrea cronica, steatorrea, calo ponderale e anemia megaloblastica da carenza di folati e vitamina B12.

Non ha un test diagnostico specifico: la diagnosi nasce
– dalla storia di viaggio,
– dall’esclusione sistematica delle altre cause di malassorbimento
– e dalla risposta alla terapia.
Risponde in modo spesso spettacolare all’associazione di tetraciclina (o doxiciclina) e acido folico.

È in netta riduzione nel mondo, ed è proprio questo il problema: essendo diventata rara, oggi viene sospettata tardi, o non viene sospettata affatto, nel viaggiatore che torna con una diarrea che non finisce.

Nota metodologica e di trasparenza

Le ricerche bibliografiche e la raccolta dei dati di questo documento sono state effettuate con il supporto di Claude AI. L’impaginazione e la veste grafica sono state studiate insieme fra Claude e il dr. Paolo Meo. I dati sono stati successivamente valutati e verificati sulle fonti primarie, e le bozze riscritte, dal dr. Paolo Meo, che ne porta l’intera responsabilità scientifica e redazionale.

Lo strumento cerca, ordina e dà forma alla pagina: il medico decide e firma.

1. Che cos’è la sprue tropicale

Il parere del Dr. Paolo Meo — Polo Viaggi CESMET

Nei miei anni di lavoro in Africa e nel Sud-est asiatico ho imparato che le diarree che contano davvero non sono quelle che arrivano con la febbre e passano in tre giorni:
sono quelle che restano.
Il paziente non muore, ma si consuma.
Dimagrisce, si spegne, diventa pallido,
perde la voglia di mangiare,
e intanto passano i mesi.

La sprue tropicale appartiene a questa categoria di malattie lente, e chi fa medicina dei viaggi deve tenerla nell’elenco mentale delle diagnosi possibili anche quando i libri la danno per rara.

Al Polo Viaggi la incontriamo raramente in forma conclamata, ma la sospettiamo più spesso di quanto la confermiamo:

e va bene così, perché il danno vero non è pensarci e poi escluderla, è non pensarci affatto.

La sprue tropicale è una sindrome da malassorbimento acquisita, che interessa in modo diffuso l’intestino tenue e che compare in soggetti che risiedono o hanno soggiornato a lungo in determinate aree tropicali, in assenza di un’altra causa identificabile di malassorbimento.

È definita, in altre parole, per sottrazione: quando in un paziente con storia tropicale si documenta un malassorbimento con atrofia dei villi e si sono escluse celiachia, parassitosi, malattie infiammatorie croniche intestinali e le altre enteropatie note, resta la sprue tropicale.

Il termine sprue deriva dall’olandese sprouw, che indicava le lesioni aftose del cavo orale, uno dei segni che accompagnava i malati.

In letteratura la malattia compare anche come malassorbimento tropicale post-infettivo — una denominazione più moderna e per molti versi più corretta, perché descrive il meccanismo anziché il sintomo.

L’aggettivo “tropicale” serve a distinguerla dalla sprue celiaca (nontropical sprue nella letteratura anglosassone), cioè dalla malattia celiaca, con la quale condivide una parte importante del quadro istologico ma non l’eziologia né la terapia.

Gli elementi che definiscono la malattia

  • Diarrea cronica o subacuta, spesso preceduta da un episodio di enterite acuta.
  • Malassorbimento documentabile, con steatorrea e calo ponderale.
  • Carenza di folati e/o vitamina B12, con anemia megaloblastica.
  • Atrofia villare parziale della mucosa del tenue, estesa anche all’ileo.
  • Storia di residenza o soggiorno prolungato in area endemica.
  • Risposta alla terapia antibiotica associata alla supplementazione vitaminica.

Il punto che conta

La sprue tropicale non ha un marcatore sierologico, un test genetico o un esame strumentale che la certifichi. È una diagnosi clinica, costruita su tre gambe:
– la storia geografica,

– l’esclusione delle alternative,

– la risposta al trattamento.

Chi cerca “il test della sprue” non lo troverà.

Fonti del capitolo
1. Ortiz-Prado E, Vasconez-Gonzalez J, Villavicencio-Gomezjurado M, et al. Tropical sprue: a narrative review of a neglected malabsorption syndrome. Gut Pathogens 2026;18:15. doi:10.1186/s13099-026-00803-x (pubblicato 8 febbraio 2026).
2. Goosenberg E, Aloysius MM, Afzal M. Tropical Sprue. StatPearls, aggiornamento 14 settembre 2025.
3. Malik Z. Tropical Sprue. MSD Manual — Professional Edition, revisione completa marzo 2025.
4. Walker MM. What is tropical sprue? J Gastroenterol Hepatol 2003;18:887-890.

2. Cenni storici

La prima descrizione riconoscibile della malattia risale al 1759, quando William Hillary riferì alle Barbados di una comunità colpita da diarrea cronica con deperimento progressivo. Poco più di un secolo dopo, nel 1880, Patrick Manson — uno dei padri della medicina tropicale — introdusse il termine sprue per indicare le diarree persistenti che osservava nei Paesi asiatici.

Il Novecento è il secolo in cui la sprue tropicale entra nella grande medicina militare e coloniale. Durante la Seconda guerra mondiale si registrarono vere epidemie fra le truppe britanniche in India e fra i prigionieri di guerra italiani internati nel Paese, ed è in quel contesto che venne documentato per la prima volta il beneficio del trattamento antibiotico: si usarono i sulfamidici, poi progressivamente sostituiti dalle tetracicline, che restano ancora oggi il cardine della terapia. Negli anni Sessanta lo studio dei volontari dei Peace Corps americani in Pakistan da parte di Lindenbaum e Kent fornì una delle descrizioni più solide del malassorbimento e della digiunite acquisiti dall’occidentale trapiantato nei tropici.

Fra gli anni Sessanta e Ottanta, i lavori di Klipstein, di Mathan e della scuola di Vellore in India, e successivamente di Tomkins a Londra, definirono il quadro moderno: colonizzazione del tenue da parte di batteri coliformi, enterotossigenicità di alcuni ceppi, alterazioni funzionali della mucosa. In tempi recenti la scuola di Ghoshal, in India, ha ripreso il tema collegando la sprue tropicale alla contaminazione batterica del tenue e al prolungamento reversibile del tempo di transito oro-ciecale.

Anno Tappa Significato
1759 William Hillary descrive alle Barbados una diarrea cronica con deperimento Prima descrizione clinica riconoscibile
1880 Patrick Manson introduce il termine “sprue” per le diarree persistenti in Asia Nasce l’entità nosologica
1940-45 Epidemie fra le truppe britanniche in India e i prigionieri di guerra italiani; uso dei sulfamidici Prima dimostrazione del beneficio antibiotico
1966 Lindenbaum e Kent studiano i volontari dei Peace Corps in Pakistan Il malassorbimento dell’espatriato entra in letteratura
1972-78 Bhat, Mathan, Klipstein: flora batterica del tenue ed enterotossine Consolidamento dell’ipotesi infettiva
2003-2014 Ghoshal e coll.: contaminazione batterica e transito oro-ciecale prolungato Lettura moderna della patogenesi
2026 Revisione narrativa su Gut Pathogens Richiamo su una malattia trascurata

Fonti del capitolo
1. Ortiz-Prado E, et al. Gut Pathogens 2026;18:15 (sezione introduttiva e storica).
2. Lindenbaum J, Kent TH. Malabsorption and jejunitis in American Peace Corps volunteers in Pakistan. Ann Intern Med 1966;65:1201-1209.
3. Bhat P, Shantakumari S, Rajan D, Mathan VI, et al. Bacterial flora of the gastrointestinal tract in Southern Indian control subjects and patients with tropical sprue. Gastroenterology 1972;62:11-21.
4. Klipstein FA, Engert RF, Short HB. Enterotoxigenicity of colonising coliform bacteria in tropical sprue and blind-loop syndrome. Lancet 1978;2:342-344.
5. Stefanini M. Clinical features and pathogenesis of tropical sprue; observations on a series of cases among Italian prisoners of war in India. Medicine (Baltimore) 1948;27:379-427.
6. Westergaard H. Tropical sprue. Curr Treat Options Gastroenterol 2004;7 (nota storica sui sulfamidici nelle truppe in India).

3. Eziologia: che cosa la provoca

Il parere del Dr. Paolo Meo — Polo Viaggi CESMET

Dopo oltre due secoli non abbiamo ancora un nome e cognome per l’agente causale, e questo dà fastidio a chi, come me, è abituato a ragionare per agente eziologico.

Ma la sprue tropicale ci insegna qualcosa di importante: non tutte le malattie infettive hanno un microrganismo unico.
Alcune nascono da un’alterazione dell’ecosistema intestinale, e l’ecosistema non si isola in una piastra.
Nel viaggiatore che passa mesi in condizioni igieniche precarie, ripetutamente esposto a enteropatogeni, quello che si rompe non è un organo: è un equilibrio.

L’agente causale specifico della sprue tropicale non è mai stato identificato. L’ipotesi infettiva resta però ampiamente prevalente, e si fonda su un insieme di argomenti clinici ed epidemiologici convergenti.

Gli argomenti a favore dell’origine infettiva

  • L’esordio segue tipicamente un episodio di enterite acuta.
  • La malattia si presenta in forma sia endemica sia epidemica, con andamento stagionale in alcune aree.
  • La risposta al trattamento antibiotico è netta e riproducibile.
  • L’incidenza è maggiore nelle aree rurali con condizioni igienico-sanitarie carenti.
  • I viaggiatori provenienti da Paesi industrializzati che soggiornano in area endemica sono particolarmente vulnerabili.
  • Nei pazienti si documenta colonizzazione e sovracrescita batterica del tenue prossimale.

I microrganismi chiamati in causa

Gli studi condotti fra gli anni Sessanta e Ottanta hanno isolato dal tenue dei pazienti soprattutto bacilli Gram-negativi.
Nei viaggiatori che hanno acquisito la malattia sono stati isolati con particolare frequenza
– Alcaligenes (Alcaligenes faecalis),
– Enterobacter aerogenes —
– oggi Klebsiella aerogenes —
– e Hafnia spp.
Altri isolati comprendono
– Escherichia coli,
– Klebsiella spp.
– ed Enterobacter cloacae.

In alcuni pazienti, in particolare fra i nativi di India, Haiti e Portorico, sono stati identificati ceppi coliformi fortemente enterotossigeni.

Sono stati chiamati in causa anche protozoi e miceti —
– Cryptosporidium parvum,
– Cystoisospora (Isospora) belli,
– Blastocystis hominis,
– Cyclospora cayetanensis

sono stati identificati in campioni fecali e in biopsie del tenue — e si è discussa l’ipotesi di un ruolo             – dell’anchilostomiasi
– e della strongiloidiasi.

In campioni fecali di pazienti indiani sono state osservate particelle virus-simili riferibili a orthomyxovirus e coronavirus, un dato che negli ultimi anni è tornato di attualità per l’analogia con le sindromi gastrointestinali post-infettive prolungate osservate dopo COVID-19.

Le ipotesi non infettive e i cofattori

Accanto alla componente microbica sono stati descritti fattori che contribuiscono al mantenimento del danno:
– una disregolazione neuro-ormonale intestinale,
– una risposta immunitaria dell’ospite alterata con infiammazione protratta,
– il deficit di disaccaridasi della mucosa
– e la deconiugazione degli acidi biliari.

A questi si aggiunge il cosiddetto freno ileale (ileal brake), che rallenta il transito oro-ciecale e favorisce la sovracrescita batterica, e la riduzione delle difese intestinali — ipocloridria gastrica, in alcuni casi ipogammaglobulinemia — che facilita la colonizzazione.

Sintesi eziologica

Non un patogeno unico, ma un circolo vizioso:
– infezione enterica acuta —
– colonizzazione persistente del tenue da coliformi —
– danno mucosale
– e rallentamento del transito —
– ulteriore sovracrescita batterica —
– malassorbimento e carenze —
– riduzione delle difese mucosali.

L’antibiotico funziona perché interrompe l’anello centrale della catena.

Fonti del capitolo
1. Ortiz-Prado E, et al. Gut Pathogens 2026;18:15 (sezione “Etiology”).
2. Wanke CA. Tropical Sprue. In: Mandell, Douglas and Bennett’s Principles and Practice of Infectious Diseases, 2015:1297-1301.
3. Ghoshal UC, Srivastava D, Verma A, Ghoshal U. Tropical sprue in 2014: the new face of an old disease. Curr Gastroenterol Rep 2014;16:391.
4. Tomkins AM, Drasar BS, James WP. Bacterial colonisation of jejunal mucosa in acute tropical sprue. Lancet 1975;1:59-62.
5. Ramakrishna BS. Tropical sprue: a forgotten entity. Curr Opin Gastroenterol (revisione 2026) — riapertura dell’ipotesi coronavirus dopo la pandemia COVID-19.

4. Distribuzione geografica

La geografia della sprue tropicale è una delle sue caratteristiche più curiose e meno spiegate.
La malattia si osserva prevalentemente fra i 30° di latitudine nord e i 30° di latitudine sud, ma non in tutti i Paesi compresi in questa fascia: aree contigue, con clima e condizioni sanitarie simili, possono avere incidenze radicalmente diverse.

Area Situazione Note
Asia meridionale Area di massima endemia: India (soprattutto meridionale), Pakistan, Bangladesh Storicamente la principale causa di malassorbimento dell’adulto in molte regioni indiane
Asia sud-orientale Endemia riconosciuta, con casi documentati nei viaggiatori di ritorno Segnalazioni classiche di sprue diagnosticata in Europa dopo viaggi nell’area
Caraibi Portorico, Repubblica Dominicana, Haiti, Cuba A Haiti è stata riportata una prevalenza fino al 43%; a Portorico picco stagionale in gennaio-marzo
Caraibi — eccezioni Giamaica e Bahamas: casi rari o assenti Anomalia geografica classica, mai spiegata
America centrale e meridionale Messico, Venezuela, Colombia, Costa Rica: casistiche limitate In Messico circa il 22% delle steatorree croniche nei centri di riferimento
Africa Rara; segnalazioni da Nigeria, Africa centrale e australe, Uganda, Sudan Distribuzione sporadica, non paragonabile all’Asia
Medio Oriente, Cina, Himalaya, Filippine, Myanmar Rara o non comune Aree tropicali dove la malattia non ha mai preso piede

Il parere del Dr. Paolo Meo — Polo Viaggi CESMET

Questa geografia a macchia di leopardo è la ragione per cui, quando raccolgo l’anamnesi di viaggio, non mi accontento mai del continente. Chiedo il Paese, la regione, la stagione, il tipo di alloggio e con chi si è mangiato. “Sono stato in Asia” non è un’anamnesi: è un titolo di capitolo. La differenza fra il Kerala e le Filippine, in questa malattia, è tutta.

Fonti del capitolo
1. Ortiz-Prado E, et al. Gut Pathogens 2026;18:15 (sezione “Epidemiology”).
2. Tropical Sprue: Background, Pathophysiology, Epidemiology. Medscape/eMedicine, aggiornamento 2026.
3. Wanke CA. Tropical Sprue. Mandell, Douglas and Bennett’s, 2015.
4. Nath SK. Tropical sprue. Curr Gastroenterol Rep 2005;7:343-349.

5. Epidemiologia e andamento nel tempo

Nei Paesi endemici la sprue tropicale è stata, ed è in parte ancora, una causa maggiore di malassorbimento.
In India, nel 1969, fu riconosciuta come una delle principali cause di malassorbimento in età pediatrica, con un’epidemia che provocò decine di migliaia di decessi. Nelle casistiche indiane più recenti la quota di malassorbimento attribuibile alla sprue tropicale resta consistente: in una serie di 124 pazienti con malassorbimento seguiti fra il 2000 e il 2008 la diagnosi fu posta nel 29% dei casi; in un’altra casistica su 94 pazienti con diarrea cronica e malassorbimento la percentuale fu del 21%; in uno studio successivo su 275 pazienti con sindrome da malassorbimento la sprue tropicale rappresentava il 37% delle diagnosi. È stato riportato che, in adulti e bambini dell’Asia meridionale, la malattia sia responsabile di circa il 40% di tutti i casi di malassorbimento.

Il quadro globale, tuttavia, è in chiara contrazione.
L’incidenza in India e in Pakistan appare in riduzione, verosimilmente per il miglioramento delle condizioni igieniche e per l’ampio uso di antibiotici; la stessa tendenza è descritta a livello mondiale, e viene messa in relazione anche con il trattamento antibiotico ormai diffuso delle diarree acute del viaggiatore.
Negli Stati Uniti la prevalenza riportata è dello 0,5% e la malattia è di fatto osservata solo in chi ha vissuto o viaggiato in area endemica.

Il paradosso della rarefazione

La riduzione dei casi non è una buona notizia sul piano diagnostico. Una malattia che diventa rara esce dal ragionamento clinico quotidiano, e il risultato è che la diagnosi arriva tardi o non arriva. Le revisioni recenti insistono proprio su questo: la sprue tropicale è oggi soprattutto una diagnosi mancata, spesso etichettata come celiachia refrattaria, steatorrea inspiegata o sindrome dell’intestino irritabile post-infettiva.

Non esistono differenze significative fra i sessi. La malattia interessa prevalentemente gli adulti, ma sono descritti casi pediatrici. Sono state riportate forme latenti anche in Paesi non endemici, il che impone di mantenere un elevato indice di sospetto anche fuori dai tropici, in un’epoca di viaggi e migrazioni intensi.

Fonti del capitolo
1. Ortiz-Prado E, et al. Gut Pathogens 2026;18:15 (sezione “Epidemiology” e “Discussion”).
2. Goosenberg E, Aloysius MM, Afzal M. Tropical Sprue. StatPearls, aggiornamento 14 settembre 2025.
3. Dutta AK, Balekuduru A, Chacko A. Spectrum of malabsorption in India – tropical sprue is still the leader. J Assoc Physicians India 2011;59:420-422.
4. Ghoshal UC, Mehrotra M, Kumar S, et al. Spectrum of malabsorption syndrome among adults. Indian J Med Res 2012;136:451.
5. Malik Z. Tropical Sprue. MSD Manual — Professional Edition, marzo 2025.
6. Dargavel C, Kassam Z, Hunt R, Greenwald E. A presentation of latent tropical sprue in a Canadian hospital. Eur J Gastroenterol Hepatol 2013;25:996-1000.

6. Chi si ammala: residenti, viaggiatori, espatriati

La sprue tropicale colpisce sia le popolazioni autoctone delle aree endemiche sia i viaggiatori e gli espatriati che vi risiedono.
Il fattore determinante, per questi ultimi, è la durata dell’esposizione:
– la malattia interessa tipicamente chi soggiorna in area endemica per più di un mese,
– mentre è rara in chi si ferma meno di due settimane.
– Non è però impossibile nei soggiorni brevi,

e la letteratura di medicina dei viaggi segnala che anche il viaggiatore di breve durata resta a rischio, seppure minore.

Fattori che aumentano il rischio nel viaggiatore

  • Permanenza superiore a un mese in area endemica, soprattutto in ambiente rurale.
  • Contatto stretto e continuativo con la popolazione locale, condivisione di cibo, acqua e ambiente domestico.
  • Pregresso episodio di diarrea acuta infettiva durante il soggiorno: è l’evento scatenante più frequente.
  • Condizioni igienico-sanitarie precarie del luogo di residenza.
  • Soggiorni ripetuti o prolungati per lavoro, cooperazione, missione, volontariato.

Il parere del Dr. Paolo Meo — Polo Viaggi CESMET

Il profilo che vedo più spesso in ambulatorio non è il turista di due settimane: è il cooperante, il missionario, il tecnico di cantiere, il ricercatore, il volontario che ha passato sei mesi o due anni in un villaggio mangiando quello che mangiavano tutti.

È esattamente il paziente che al rientro dice “ho avuto una brutta dissenteria a marzo e da allora non sono più tornato come prima”. Quella frase, in medicina dei viaggi, va ascoltata fino in fondo.

Al Polo Viaggi insistiamo perché chi rientra da un soggiorno lungo faccia un controllo di ritorno anche se sta discretamente: molte di queste storie si chiariscono in una visita e due esami, e si perdono in due anni di gastroenterologia generica.

Fonti del capitolo
1. Goosenberg E, Aloysius MM, Afzal M. Tropical Sprue. StatPearls, aggiornamento 14 settembre 2025.
2. Klipstein FA. Tropical sprue in travelers and expatriates living abroad. Gastroenterology 1981;80:590-600.
3. Malik Z. Tropical Sprue. MSD Manual — Professional Edition, marzo 2025.
4. Connor BA. Persistent travelers’ diarrhea (capitolo sulla sprue tropicale come causa di diarrea persistente del viaggiatore), in trattatistica di medicina dei viaggi.

7. Patogenesi e alterazioni intestinali

Il meccanismo del danno è multifattoriale e coinvolge tutto l’intestino tenue, dal duodeno all’ileo, con un interessamento anche della funzione colica.
È questa diffusione a distinguere la sprue tropicale dalla celiachia, che ha invece una distribuzione prossimale prevalente.

Alterazioni funzionali del tenue

Nelle forme acute si osserva una secrezione netta di acqua, sodio e cloro nel lume intestinale, mentre nelle forme croniche questa fase secretoria non è più presente.

A livello ileale si documenta malassorbimento della vitamina B12 e degli acidi biliari: la mancata riassorbimento degli acidi biliari conduce al malassorbimento dei grassi e, di conseguenza, delle vitamine liposolubili A, D, E e K. È descritto inoltre malassorbimento di lattosio, xilosio, glucosio, folati e di minerali come calcio e magnesio.

Permeabilità e transito

La permeabilità intestinale risulta aumentata:
gli studi che hanno utilizzato l’escrezione urinaria di lattulosio e mannitolo hanno documentato un rapporto lattulosio/mannitolo più elevato nei pazienti con sindrome da malassorbimento rispetto ai controlli sani, e un aumento specifico della permeabilità al lattulosio nei pazienti con sprue tropicale.
In parallelo, il tempo di transito oro-ciecale risulta prolungato: i batteri patogeni restano più a lungo a contatto con gli enterociti, aggravando il danno cellulare.
Si tratta di un’alterazione reversibile, che si corregge con il trattamento.

Difese mucosali ridotte

Nei pazienti sono state descritte una ridotta secrezione acida gastrica e, in alcuni casi, ipogammaglobulinemia.

Il risultato è una minore immunità innata a livello intestinale, che facilita la colonizzazione e la sovracrescita batterica del tenue prossimale, normalmente povero di flora.

La funzione colica

Il colon perde la capacità di aumentare l’assorbimento di acqua ed elettroliti — quel compenso che normalmente limita la diarrea quando il tenue funziona male. Viene così a mancare l’ultima linea di difesa contro la perdita idro-elettrolitica, e la diarrea si cronicizza.

La catena patogenetica in sei passaggi

  1. Episodio infettivo acuto intestinale in area endemica.
  2. Colonizzazione persistente del tenue da parte di coliformi, alcuni enterotossigeni.
  3. Danno enterocitario e appiattimento dei villi, con deficit di disaccaridasi.
  4. Deconiugazione degli acidi biliari e rallentamento del transito (freno ileale).
  5. Malassorbimento di grassi, folati, B12, vitamine liposolubili e minerali.
  6. Perdita del compenso colico e diarrea cronica autoalimentante.

Fonti del capitolo
1. Ortiz-Prado E, et al. Gut Pathogens 2026;18:15 (sezione “Intestinal alterations”).
2. Ghoshal UC, Ghoshal U, Ayyagari A, et al. Tropical sprue is associated with contamination of small bowel with aerobic bacteria and reversible prolongation of orocecal transit time. J Gastroenterol Hepatol 2003;18:540-547.
3. Cook GC, Menzies IS. Intestinal absorption and unmediated permeation of sugars in post-infective tropical malabsorption. Digestion 1986;33:109-116.
4. Tomkins A. Tropical malabsorption: recent concepts in pathogenesis and nutritional significance. Clin Sci 1981;60:131-137.
5. Walker MM. What is tropical sprue? J Gastroenterol Hepatol 2003;18:887-890.

8. Istopatologia

Il reperto istologico caratteristico è l’atrofia dei villi dell’intestino tenue. Nelle fasi iniziali la biopsia può essere ancora normale; con la progressione si assiste a una riduzione graduale dell’altezza dei villi fino all’atrofia conclamata, che è tipicamente parziale e non totale.

Reperti descritti

  • Riduzione dell’altezza dei villi, fino ad atrofia parziale (villous blunting).
  • Allungamento e iperplasia delle cripte, con aumento dell’indice mitotico dell’epitelio criptico.
  • Linfocitosi intraepiteliale e infiltrato linfoplasmacellulare della lamina propria.
  • Immaturità nucleare e ingrandimento delle cellule epiteliali (aspetti megaloblastici da carenza di folati e B12).
  • Aumento delle cellule caliciformi e depositi lipidici in sede sottobasale.

Un elemento distintivo importante emerge dallo studio di Brown e colleghi: nelle biopsie duodenali l’appiattimento dei villi era presente nel 75% dei casi, ma un certo grado di accorciamento villare era presente in tutti i campioni ileali. È la conferma istologica di una malattia che interessa l’intero tenue, mentre nella celiachia il danno è prevalentemente prossimale e l’ileo è di regola risparmiato.

Il parere del Dr. Paolo Meo — Polo Viaggi CESMET

Sull’istologia voglio essere netto: un referto di “atrofia villare parziale” non è una diagnosi di celiachia. È un reperto, e va letto insieme alla sierologia, alla storia di viaggio e alla sede delle biopsie. Ho visto pazienti messi a dieta senza glutine per anni sulla base di quel referto, senza mai migliorare, semplicemente perché nessuno aveva chiesto dove avessero vissuto. Se il patologo vede l’ileo coinvolto e la sierologia celiaca è negativa, il tropico entra nel ragionamento.

Fonti del capitolo
1. Brown IS, Bettington A, Bettington M, Rosty C. Tropical sprue: revisiting an underrecognized disease. Am J Surg Pathol 2014;38:666-672.
2. Ortiz-Prado E, et al. Gut Pathogens 2026;18:15 (sezione “Histopathology”).
3. Goosenberg E, Aloysius MM, Afzal M. Tropical Sprue. StatPearls, aggiornamento 14 settembre 2025.
4. Enache I, Nedelcu IC, Balaban M, et al. Diagnostic challenges in enteropathies: a histopathological review. Diagnostics 2025;15(12).

9. Quadro clinico

La presentazione clinica è ampia e varia dalla forma acuta esplosiva, che segue di poco un episodio di enterite, alla forma cronica insidiosa che si costruisce nell’arco di mesi. Schematicamente si riconoscono tre fasi, che nel singolo paziente possono sovrapporsi o non essere tutte evidenti.

Fase Quadro Durata indicativa
1. Fase enteritica acuta Diarrea acquosa, spesso febbre, dolori addominali crampiformi, malessere. Corrisponde all’episodio infettivo iniziale. Giorni-settimane
2. Fase di malassorbimento Diarrea che non si risolve, feci chiare, voluminose, untuose e maleodoranti (steatorrea), meteorismo, borborigmi, anoressia, calo ponderale progressivo, astenia. Settimane-mesi
3. Fase carenziale Anemia megaloblastica, glossite e stomatite angolare, edemi da ipoalbuminemia, parestesie e disturbi neurologici da deficit di B12, dolori ossei, tendenza emorragica, in casi estremi dermatite pellagroide (collana di Casal). Mesi

Sintomi digestivi

  • Diarrea cronica o intermittente, in genere non ematica.
  • Steatorrea: feci chiare, voluminose, untuose, difficili da scaricare, particolarmente maleodoranti.
  • Distensione addominale, meteorismo, borborigmi, crampi.
  • Anoressia e nausea; intolleranza secondaria al lattosio.

Sintomi extradigestivi ed espressione carenziale

  • Astenia, pallore, dispnea da sforzo, cardiopalmo (anemia da carenza di folati e/o B12).
  • Glossite dolorosa, cheilite angolare, ulcere orali.
  • Parestesie, ipoestesia distale, alterazioni dell’equilibrio e del tono dell’umore (deficit di B12).
  • Cecità crepuscolare (vitamina A), dolori ossei e demineralizzazione (vitamina D e calcio), ecchimosi e sanguinamenti (vitamina K).
  • Edemi declivi da ipoalbuminemia nei quadri avanzati.
  • Amenorrea, calo della libido, riduzione della massa muscolare nelle forme protratte.

Attenzione al viaggiatore “quasi guarito”

La presentazione più insidiosa non è quella drammatica, ma quella sfumata: il paziente che dopo un viaggio lungo riferisce due o tre scariche molli al giorno, un po’ di gonfiore, qualche chilo perso e una stanchezza che non passa. Sta in piedi, lavora, non allarma nessuno — e intanto perde folati, B12, ferro e massa. È il quadro che più spesso viene archiviato come “colon irritabile dopo il viaggio”.

Fonti del capitolo
1. Goosenberg E, Aloysius MM, Afzal M. Tropical Sprue. StatPearls, aggiornamento 14 settembre 2025.
2. Malik Z. Tropical Sprue. MSD Manual — Professional Edition, marzo 2025.
3. Sethi SS, Sachdeva S, Puri AS. Casal’s necklace: extraintestinal manifestation of tropical sprue. Clin Gastroenterol Hepatol 2022;20(3):e349-e350.
4. Khokhar N, Gill ML. Tropical sprue: revisited. J Pak Med Assoc 2004;54:133-134.

10. Conseguenze nutrizionali e carenze

Il malassorbimento della sprue tropicale è globale, ma alcune carenze hanno un peso clinico dominante e sono anche le più utili sul piano diagnostico.

Nutriente Sede di assorbimento e meccanismo del deficit Espressione clinica
Folati Digiuno prossimale; atrofia villare diffusa Anemia megaloblastica, glossite, alterazioni megaloblastiche dell’epitelio intestinale che aggravano il malassorbimento
Vitamina B12 Ileo terminale; danno ileale e sovracrescita batterica che consuma la vitamina Anemia macrocitica, neuropatia periferica, disturbi cognitivi e dell’umore
Grassi Deconiugazione degli acidi biliari, danno mucosale Steatorrea, calo ponderale, malnutrizione
Vitamine A, D, E, K Assorbimento legato ai grassi Cecità crepuscolare e xerosi (A), osteomalacia e dolori ossei (D), disturbi neurologici (E), sanguinamenti e allungamento del PT (K)
Ferro Duodeno e digiuno prossimale Anemia sideropenica, spesso combinata con quella megaloblastica (quadro dimorfico)
Calcio e magnesio Malassorbimento diretto e legame ai grassi non assorbiti Tetania, crampi, demineralizzazione ossea
Lattosio, xilosio, glucosio Deficit di disaccaridasi dell’orletto a spazzola Intolleranza secondaria al lattosio, aggravamento della diarrea osmotica
Proteine Malassorbimento e perdita intestinale Ipoalbuminemia, edemi, sarcopenia

Il parere del Dr. Paolo Meo — Polo Viaggi CESMET

Una regola pratica che uso da sempre: davanti a un’anemia macrocitica in un paziente con storia tropicale, non fermarsi al dosaggio della B12. Bisogna chiedere anche i folati, la ferritina, l’albumina, il calcio, la vitamina D e l’assetto coagulativo. Le carenze in questa malattia non vengono mai da sole, e l’anemia dimorfica — sideropenica e megaloblastica insieme — può mascherare i valori corpuscolari e far apparire “normale” un midollo che normale non è.

Fonti del capitolo
1. Ortiz-Prado E, et al. Gut Pathogens 2026;18:15 (sezioni “Intestinal alterations” e abstract).
2. Toriello S. Nutritional approach in tropical sprue patients. Curr Trop Med Rep 2018;5.
3. Wanke CA. Tropical Sprue. Mandell, Douglas and Bennett’s, 2015.
4. Nasrin NN, Shanmugasundaram S, Kartikayan RK. The value of duodenal biopsies in the evaluation of megaloblastic anemia. J Lab Physicians 2021;13(4):291-295.

11. Diagnosi

Non esiste un test specifico. La diagnosi si costruisce combinando anamnesi geografica, documentazione del malassorbimento, reperto bioptico compatibile ed esclusione delle altre cause. La risposta al trattamento rappresenta, di fatto, l’ultimo criterio diagnostico.

1. Anamnesi

È il punto di partenza e non è delegabile a un questionario generico: Paese e regione di soggiorno, durata, stagione, tipo di alloggio e alimentazione, contatto con la popolazione locale, episodi di diarrea acuta durante il viaggio, farmaci e antibiotici assunti, andamento dei sintomi dal rientro.

2. Esami di primo livello

  • Emocromo con indici corpuscolari e striscio periferico (macrocitosi, ipersegmentazione dei neutrofili, quadro dimorfico).
  • Folati sierici ed eritrocitari, vitamina B12, ferritina, sideremia.
  • Albumina, protidogramma, elettroliti, calcio, magnesio, fosforo.
  • Vitamina D, tempo di protrombina (indicatore indiretto della vitamina K).
  • Indici di flogosi, funzionalità tiroidea, funzione epatica e renale.

3. Documentazione del malassorbimento

  • Grassi fecali (steatocrito o dosaggio quantitativo), elastasi fecale per escludere l’insufficienza pancreatica.
  • Test del D-xilosio, dove disponibile, per la valutazione dell’assorbimento mucosale.
  • Calprotectina fecale per orientare verso o contro una componente infiammatoria.
  • Breath test al lattosio e, nel sospetto di sovracrescita batterica, breath test al glucosio o al lattulosio.

4. Esclusione delle cause infettive e parassitarie

  • Esame parassitologico delle feci ripetuto su almeno tre campioni; ricerca specifica di Giardia (antigene o PCR).
  • Ricerca di Cryptosporidium, Cystoisospora belli, Cyclospora cayetanensis, microsporidi.
  • Sierologia e ricerca larvale per Strongyloides stercoralis, obbligatoria prima di eventuali terapie immunosoppressive.
  • Coprocolture per enteropatogeni batterici; test per tossine di Clostridioides difficile se pregressa antibioticoterapia.
  • Test HIV, da considerare sempre nel malassorbimento cronico.

5. Endoscopia con biopsie

L’esofagogastroduodenoscopia con biopsie duodenali multiple è l’esame chiave. Le biopsie vanno prelevate dal duodeno distale e, quando possibile, va valutato anche l’ileo mediante ileoscopia retrograda: il coinvolgimento ileale è uno degli elementi che orientano verso la sprue tropicale e contro la celiachia. Va sempre eseguita in parallelo la sierologia celiaca (anticorpi anti-transglutaminasi IgA con dosaggio delle IgA totali, ed eventualmente anti-endomisio).

Criteri diagnostici operativi

  • Storia di residenza o soggiorno prolungato in area endemica.
  • Diarrea cronica con documentato malassorbimento e calo ponderale.
  • Carenza di folati e/o vitamina B12, con anemia macrocitica.
  • Atrofia villare parziale alla biopsia del tenue, con interessamento anche ileale.
  • Sierologia celiaca negativa e assenza di risposta alla dieta priva di glutine.
  • Esclusione di parassitosi, insufficienza pancreatica, MICI, immunodeficienze.
  • Risposta clinica alla terapia antibiotica associata a folati entro 3-4 settimane.

Fonti del capitolo
1. Goosenberg E, Aloysius MM, Afzal M. Tropical Sprue. StatPearls, aggiornamento 14 settembre 2025.
2. Ortiz-Prado E, et al. Gut Pathogens 2026;18:15 (sezione “Discussion and future directions”).
3. Malik Z. Tropical Sprue. MSD Manual — Professional Edition, marzo 2025.
4. Langenberg M, Wismans P, van Genderen PJ. Distinguishing tropical sprue from celiac disease in returning travellers with chronic diarrhoea: a diagnostic challenge? Travel Med Infect Dis 2014;12.
5. Sharma P, Baloda V, Gahlot GP, et al. Clinical, endoscopic, and histological differentiation between celiac disease and tropical sprue: a systematic review. J Gastroenterol Hepatol 2019;34(1):74-83.

12. Diagnosi differenziale

È il capitolo decisivo. La sprue tropicale è una diagnosi di esclusione, e la maggior parte degli errori clinici nasce qui: o si attribuisce alla sprue un quadro che ha un’altra causa trattabile, o — molto più spesso — si attribuisce a un’altra causa un quadro che è sprue tropicale.

Condizione Elementi in comune Che cosa la distingue
Malattia celiaca Atrofia villare, linfocitosi intraepiteliale, malassorbimento, anemia Sierologia anti-transglutaminasi/anti-endomisio positiva; danno prevalentemente prossimale con ileo risparmiato; risposta alla dieta priva di glutine; assetto HLA DQ2/DQ8
Giardiasi e altre parassitosi Diarrea cronica, steatorrea, calo ponderale Identificazione del parassita su feci, antigene o PCR, o su biopsia; risposta a metronidazolo/tinidazolo o albendazolo
SIBO (sovracrescita batterica del tenue) Meteorismo, diarrea, deficit di B12, risposta agli antibiotici Breath test positivo; assenza di atrofia villare marcata; spesso presente un fattore predisponente anatomico o motorio
Sindrome dell’intestino irritabile post-infettiva Esordio dopo enterite acuta in viaggio, sintomi persistenti Assenza di malassorbimento documentato, di calo ponderale significativo e di carenze; biopsia normale
Enteropatia ambientale (EED) Alterazioni mucosali e malassorbimento in aree a bassa igiene Quadro subclinico di popolazione, senza sindrome carenziale conclamata; non risponde in modo drammatico all’antibiotico
Insufficienza pancreatica esocrina Steatorrea marcata, calo ponderale Elastasi fecale ridotta; imaging pancreatico; assenza di atrofia villare
Malattia di Whipple Diarrea, malassorbimento, calo ponderale Artralgie, febbre, sintomi neurologici; PAS-positività dei macrofagi e PCR per Tropheryma whipplei
Morbo di Crohn del tenue Diarrea cronica, calo ponderale, carenze Lesioni segmentarie, granulomi, calprotectina elevata, quadro endoscopico e radiologico caratteristico
Linfoma del tenue e sprue refrattaria Atrofia villare non responsiva Popolazione linfocitaria monoclonale, imaging, evoluzione clinica; va sospettata nella celiachia che non risponde
Enteropatia da HIV Diarrea cronica e malassorbimento nel viaggiatore Sierologia HIV; quadro immunologico
Ipertiroidismo, diabete, farmaci Alvo accelerato, calo ponderale Anamnesi farmacologica ed esami mirati; assenza di steatorrea vera

Il parere del Dr. Paolo Meo — Polo Viaggi CESMET

Nella mia esperienza l’errore più frequente non è confondere la sprue con la celiachia: è non prendere in considerazione né l’una né l’altra e fermarsi alla diagnosi comoda di “colon irritabile post-infettivo”. È un’etichetta che chiude la porta e manda a casa il paziente con un probiotico. Un paziente che cala di peso e ha un’anemia macrocitica non ha un colon irritabile: ha un malassorbimento, e va studiato come tale.

La seconda regola che raccomando ai colleghi del Polo Viaggi: prima di iniziare qualunque terapia immunosoppressiva o cortisonica in un paziente con storia tropicale, escludere lo Strongyloides. È una verifica che costa poco e che, se saltata, può costare la vita al paziente.

Fonti del capitolo
1. Sharma P, Baloda V, Gahlot GP, et al. Clinical, endoscopic, and histological differentiation between celiac disease and tropical sprue: a systematic review. J Gastroenterol Hepatol 2019;34(1):74-83.
2. Langenberg M, Wismans P, van Genderen PJ. Travel Med Infect Dis 2014;12.
3. Ghoshal UC, Gwee KA. Post-infectious IBS, tropical sprue and small intestinal bacterial overgrowth: the missing link. Nat Rev Gastroenterol Hepatol 2017;14:435-441.
4. Keusch GT, Denno DM, Black RE, et al. Environmental enteric dysfunction: pathogenesis, diagnosis, and clinical consequences.
5. Ortiz-Prado E, et al. Gut Pathogens 2026;18:15 (sezione “Discussion”).

13. Terapia

Il parere del Dr. Paolo Meo — Polo Viaggi CESMET

Questa è una delle poche malattie tropicali croniche in cui la terapia funziona in modo che si vede a occhio nudo. Nel giro di due o tre settimane il paziente riprende appetito, l’alvo si normalizza, il peso risale. Quando ottengo questa risposta so di avere la diagnosi giusta, anche senza un test che me la certifichi. E quando invece a quattro settimane non è cambiato nulla, non insisto: rifaccio il ragionamento diagnostico da capo, perché quasi certamente sto curando la malattia sbagliata.

Sul piano pratico, nella nostra esperienza al Polo Viaggi la doxiciclina è il farmaco più maneggevole di questa classe: monosomministrazione o due somministrazioni al giorno anziché quattro, migliore aderenza, buona tollerabilità. Va assunta con abbondante acqua, seduti o in piedi, mai coricandosi subito dopo, e con attenzione alla fotosensibilizzazione — un punto tutt’altro che teorico in chi vive ai tropici.

Il trattamento è duplice: eradicare la componente microbica e correggere le carenze nutrizionali. Le due componenti sono entrambe necessarie: la sola supplementazione vitaminica corregge l’anemia e la glossite e migliora l’appetito, ma anche protratta a lungo non ripristina l’architettura dei villi e il malassorbimento in genere persiste. È l’antibiotico, associato ai folati, che normalizza la struttura mucosale.

Terapia antibiotica

Farmaco Schema riportato in letteratura Note
Tetraciclina 250 mg quattro volte al giorno per via orale Schema storico e di riferimento; durata da 1 a 6 mesi secondo il contesto
Doxiciclina 100 mg due volte al giorno per via orale, in alternativa alla tetraciclina Preferita per la maggiore maneggevolezza e la migliore aderenza; controindicata in gravidanza, in allattamento e nel bambino sotto gli otto anni
Trimetoprim-sulfametossazolo 160/800 mg (formulazione a dosaggio pieno) due volte al giorno per via orale Alternativa riportata quando le tetracicline non siano utilizzabili. Il trimetoprim è un antagonista dei folati: in un paziente trattato proprio per carenza di folati la supplementazione con acido folico va mantenuta per tutta la durata del ciclo e l’emocromo va monitorato
Chinoloni Riportati come alternativa terapeutica Da valutare caso per caso, tenendo conto del profilo di sicurezza e delle resistenze locali

Una nota pratica per il paziente che resta o rientra in area endemica: la doxiciclina a 100 mg al giorno è anche uno degli schemi di chemioprofilassi antimalarica. Nell’espatriato che deve assumerla comunque, la scelta di questa molecola per il trattamento della sprue copre entrambe le indicazioni ed evita prescrizioni sovrapposte. Va però verificato che la posologia impostata sia adeguata a entrambe e che la durata prevista per la sprue non venga confusa con quella della profilassi.

Durata

  • Viaggiatore con malattia di recente insorgenza: tetraciclina 250 mg quattro volte al giorno associata ad acido folico 5 mg al giorno per un mese può essere sufficiente.
  • Residente in area tropicale o malattia di lunga durata: il trattamento va protratto per sei mesi o più.
  • Indicazione generale: associazione di antibiotico e acido folico per 3-6 mesi; nei pazienti con sintomi che persistono oltre i sei mesi il trattamento può essere prolungato fino a un anno.
  • Regola di verifica: la mancata risposta dopo quattro settimane di terapia depone per un’altra diagnosi e impone di rivedere l’inquadramento.

Correzione delle carenze

Prima di iniziare i folati: dosare la vitamina B12

L’acido folico ad alte dosi somministrato in presenza di un deficit di vitamina B12 non ancora corretto normalizza l’anemia megaloblastica ma non arresta il danno neurologico, che può progredire — fino alla degenerazione combinata subacuta del midollo spinale — proprio mentre l’emocromo migliora e rassicura il medico. Nella sprue tropicale i due deficit coesistono quasi sempre, perché il danno interessa insieme il digiuno prossimale, dove si assorbono i folati, e l’ileo terminale, dove si assorbe la B12. La regola operativa è quindi: dosare la B12 prima di avviare la supplementazione folica, oppure iniziare le due supplementazioni contemporaneamente.

  • Acido folico 5 mg al giorno per via orale; in letteratura sono riportate durate di supplementazione fino a 12-24 mesi nelle forme carenziali importanti. È il farmaco che dà la risposta clinica più rapida: appetito e peso migliorano nel giro di pochi giorni.
  • Vitamina B12 (cianocobalamina) per via intramuscolare: 1000 mcg una volta alla settimana per 4-6 settimane come dose di carico, quindi 1000 mcg al mese di mantenimento, da proseguire finché persiste il malassorbimento ileale — che si risolve più lentamente del quadro clinico. In letteratura sono riportati schemi di mantenimento da 100 a 1000 mcg al mese.
  • Ferro, calcio, vitamina D, magnesio, vitamine liposolubili secondo i deficit documentati.
  • Reidratazione e correzione elettrolitica nelle fasi diarroiche; nei casi gravi può rendersi necessaria la trasfusione.
  • Supporto nutrizionale: dieta inizialmente povera di lattosio e di grassi a catena lunga per l’intolleranza secondaria, con progressiva reintroduzione; apporto calorico-proteico adeguato al recupero.

Avvertenze pratiche sulle tetracicline

Assumere il farmaco con abbondante acqua e in posizione eretta, evitando il decubito nell’ora successiva, per ridurre il rischio di esofagite. Distanziare l’assunzione da latticini, antiacidi e integratori di calcio, ferro e magnesio, che ne riducono l’assorbimento. Proteggersi dal sole per la fotosensibilizzazione, aspetto rilevante nei pazienti che restano in area tropicale. Controindicate in gravidanza, in allattamento e nei bambini sotto gli otto anni.

Che cosa usare in questi casi. Nel bambino sotto gli otto anni l’alternativa abituale è il trimetoprim-sulfametossazolo a posologia pediatrica, associato alla supplementazione folica. In gravidanza non esiste un’alternativa antibiotica consolidata per questa indicazione: il trimetoprim-sulfametossazolo è a sua volta sconsigliato nel primo trimestre, per l’antagonismo sui folati, e in prossimità del parto, per il rischio di ittero nucleare nel neonato. La scelta va quindi fatta caso per caso e in ambito specialistico; nel frattempo la correzione dei folati e della B12 e il supporto nutrizionale possono e devono essere avviati subito, perché sono la parte di trattamento che non ha controindicazioni e che dà il miglioramento clinico più rapido.

Fonti del capitolo
1. Ortiz-Prado E, et al. Gut Pathogens 2026;18:15 (sezione “Treatment of tropical sprue”).
2. Wanke CA. Tropical Sprue. Mandell, Douglas and Bennett’s, 2015 (durata differenziata viaggiatore/residente).
3. Malik Z. Tropical Sprue. MSD Manual — Professional Edition, marzo 2025 (mancata risposta a 4 settimane).
4. Tropical Sprue Treatment & Management. Medscape/eMedicine, aggiornamento gennaio 2026 (durata 3-6 mesi, fino a 12 mesi nei casi protratti).
5. Westergaard H. Tropical sprue. Curr Treat Options Gastroenterol 2004;7 (limiti della sola terapia vitaminica).
6. Bourée P. Sprue tropicale. Presse Med 2007;36:723-726.

14. Decorso, prognosi e recidive

Trattata correttamente, la sprue tropicale ha prognosi buona. La risposta clinica è in genere rapida: l’anemia megaloblastica si corregge prontamente, la glossite regredisce, l’appetito e il peso risalgono; le casistiche che hanno utilizzato tetraciclina 1 g al giorno e acido folico 5 mg al giorno documentano risposta entro quattro settimane nella totalità dei pazienti, con risoluzione completa dei sintomi e recupero ponderale dopo tre mesi complessivi di terapia.

Il recupero istologico è più lento del recupero clinico: la normalizzazione della struttura mucosale richiede mesi ed è il motivo per cui il trattamento va protratto oltre la scomparsa dei sintomi. Non trattata, invece, la malattia ha andamento recidivante e può condurre a malnutrizione grave, con le complicanze carenziali che ne derivano — anemia, demineralizzazione ossea, neuropatia.

Il rischio di recidiva

Il punto critico è il ritorno o la permanenza in area endemica. Il tasso di ricaduta è sostanziale nei pazienti trattati che restano nei tropici o vi rientrano, mentre alcune casistiche condotte in contesti diversi riportano follow-up prolungati — fino a una media di cinque anni — senza recidive. Le variazioni regionali nella risposta al trattamento e nel rischio di ricaduta sono probabilmente legate alle differenze della flora enterica locale, alle coinfezioni, alla risposta immunitaria dell’ospite e ai ritardi diagnostici.

Che cosa dire al paziente che deve ripartire

Chi ha avuto una sprue tropicale e torna a vivere in area endemica va informato che il rischio di ricaduta esiste, va istruito sulle misure igienico-alimentari e va programmato per un controllo clinico e laboratoristico al ritorno, o prima se ricompaiono diarrea, calo di peso o astenia. Non è una controindicazione a ripartire: è una ragione per farlo con un piano.

Fonti del capitolo
1. Khokhar N, Gill ML. Tropical sprue: revisited. J Pak Med Assoc 2004;54:133-134.
2. Westergaard H. Tropical sprue. Curr Treat Options Gastroenterol 2004;7 (recidive nei pazienti che restano in area endemica).
3. Malik Z. Tropical Sprue. MSD Manual — Professional Edition, marzo 2025.
4. Ortiz-Prado E, et al. Gut Pathogens 2026;18:15 (variabilità regionale della risposta e delle recidive).

15. Prevenzione e indicazioni al viaggiatore

Non esiste un vaccino né una profilassi farmacologica specifica per la sprue tropicale. La prevenzione coincide con la prevenzione delle infezioni enteriche in viaggio e con un’attenzione clinica strutturata prima, durante e dopo il soggiorno. Il Polo Viaggi applica questo schema a tutti i soggiorni di lunga durata in area tropicale.

Prima della partenza

  • Visita di medicina dei viaggi con valutazione della destinazione, della durata e delle condizioni di permanenza.
  • Aggiornamento vaccinale, compresa la copertura per le patologie a trasmissione oro-fecale previste per la destinazione.
  • Educazione igienico-alimentare mirata: acqua, ghiaccio, verdure crude, frutta non sbucciata, latticini non pastorizzati, cibo di strada.
  • Farmacia da viaggio con reidratanti orali e istruzioni scritte su quando e come usarli.
  • Per i soggiorni lunghi: valori basali di emocromo, ferritina, folati, B12 e albumina, utilissimi come termine di paragone al rientro.

Durante il soggiorno

  • Rispetto costante delle norme igienico-alimentari, che nei soggiorni lunghi tendono fisiologicamente a rilassarsi.
  • Gestione corretta delle diarree acute: reidratazione come priorità, uso ragionato e non automatico degli antibiotici, evitando cicli ripetuti e non necessari.
  • Non trascurare una diarrea che si prolunga oltre due settimane: va valutata sul posto, non rimandata al rientro.
  • Monitoraggio del peso corporeo: il calo ponderale progressivo è il segnale d’allarme più semplice e più affidabile.

Al rientro

  • Visita di controllo per tutti i soggiorni superiori al mese, anche in assenza di sintomi evidenti.
  • Esami mirati in presenza di alvo alterato, calo ponderale, astenia o pallore.
  • Riferire sempre al medico i Paesi e le regioni visitate, la durata, e gli episodi di diarrea avuti durante il viaggio, anche se risolti.

Quando sospettare la sprue tropicale — sintesi per il clinico

  • Diarrea che persiste oltre 2-4 settimane dopo un soggiorno tropicale prolungato.
  • Feci untuose e maleodoranti, difficili da scaricare (steatorrea).
  • Calo ponderale progressivo non altrimenti spiegato.
  • Anemia macrocitica con carenza di folati e/o vitamina B12.
  • Glossite, cheilite angolare, astenia marcata.
  • Sierologia celiaca negativa con atrofia villare alla biopsia.
  • Nessuna risposta alla dieta priva di glutine.
  • Esame parassitologico ripetutamente negativo.

Commento conclusivo del dr. Paolo Meo — Polo Viaggi CESMET

Chiudo con l’indicazione che ripeto sempre ai viaggiatori del Polo Viaggi: non esiste una pastiglia che prevenga la sprue tropicale, ma esiste una cosa che funziona quasi altrettanto bene, ed è raccontare bene la propria storia al medico giusto. Chi torna da un anno di lavoro in India o ad Haiti e dice “ho avuto una brutta diarrea otto mesi fa e da allora non sono più lo stesso” ha già fornito, con quella frase, il novanta per cento della diagnosi. Il resto lo fanno un emocromo, un dosaggio dei folati e un po’ di mestiere.

La medicina tropicale, dopo quarant’anni, continua a insegnarmi che le malattie dimenticate non spariscono: aspettano soltanto qualcuno che si ricordi di cercarle.

Polo Viaggi CESMET — Artemisia

Dipartimento di Medicina Tropicale e Malattie Infettive

Direttore: Dr. Paolo Meo — medico tropicalista infettivologo

clinicadelviaggiatore.com

Telefono e WhatsApp 346 6000899 · seg.cesmet@gmail.com

Scheda malattia “Sprue tropicale” — edizione 1.0, settembre 2026

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DENGUE -FAQ: 45 domande e risposte sintetiche

POLO VIAGGI CESMET – ARTEMISIA
Dipartimento di Medicina Tropicale e Malattie Infettive · clinicadelviaggiatore.com
DENGUE
Ka-dinga pepo, la febbre che spezza le ossa
Dai tropici al Mediterraneo
Collana POLO VIAGGI CESMET – ARTEMISIA · Appendice A

Le domande che ci fanno

Quarantacinque domande sulla dengue, con le risposte che diamo in ambulatorio

Domande
45
in sette sezioni
Aggiornate al
1.9.2026
dati e linee guida
Per
Tutti
pazienti e colleghi
Formato
Web
pronte per il sito
Nota metodologica e di trasparenza

Le ricerche documentali di questa appendice sono state effettuate con l’assistenza di Claude AI. L’impaginazione e la veste grafica della collana sono state studiate insieme fra Claude e il dr. Paolo Meo. I contenuti sono stati valutati, verificati sulle fonti primarie e le bozze riscritte dal dr. Paolo Meo, che ne porta l’intera responsabilità scientifica ed editoriale.

Come si usa. Le risposte sono volutamente brevi e autosufficienti: ciascuna può essere letta da sola e pubblicata da sola. Per gli approfondimenti si rimanda ai capitoli della collana. Nulla di quanto scritto qui sostituisce una valutazione clinica individuale.

Le sette sezioni

Sezione Domande Argomento
I 1-7 Che cos’è la dengue
II 8-14 Come ci si contagia
III 15-21 Sintomi e diagnosi
IV 22-27 Cura e decorso
V 28-38 Il vaccino
VI 39-43 Viaggio e prevenzione
VII 44-45 La dengue in Italia

I. Che cos’è la dengue

Il parere del Dr. Meo — POLO VIAGGI  ·  Le domande non sono mai banali

In quarant’anni ho imparato che le domande che i pazienti fanno per prime sono quasi sempre quelle giuste, anche quando sembrano ingenue. «Si prende una volta sola?» è una domanda da manuale di immunologia. «Se mi vaccino posso smettere col repellente?» è la domanda su cui si gioca l’efficacia reale della prevenzione.

Ho raccolto qui le domande che ci arrivano davvero, in ambulatorio e per posta, e ho risposto come rispondo di persona: senza tecnicismi inutili e senza semplificazioni che tradiscono. Dove la risposta onesta è «non lo sappiamo», l’ho scritto.

1. Che cos’è esattamente la dengue?

È una malattia virale trasmessa dalla puntura di zanzare del genere Aedes. Il virus appartiene alla famiglia dei flavivirus, la stessa della febbre gialla e di Zika. Nella maggior parte dei casi si manifesta con una febbre alta accompagnata da cefalea intensa e dolori articolari, ma in una minoranza dei pazienti può evolvere in una forma grave.

2. Perché si chiama «febbre spezzaossa»?

Per il dolore muscolare e articolare che accompagna la fase febbrile, descritto dai pazienti come una sensazione di ossa rotte. Il nome dengue deriva probabilmente dall’espressione swahili ka-dinga pepo, che indicava una malattia attribuita a uno spirito maligno.

3. È una malattia grave?

Nella maggioranza dei casi no: si guarisce in una settimana, con una convalescenza faticosa ma completa. Una minoranza dei pazienti sviluppa però una forma grave, con fuga di plasma dai vasi, e in questi casi la malattia può essere pericolosa per la vita se non riconosciuta e trattata.

Nel viaggiatore europeo, che di solito è alla prima infezione e ha accesso a cure adeguate, il decorso è di regola favorevole.

4. Quante volte si può prendere?

Fino a quattro volte, una per ciascuno dei quattro sierotipi del virus. Chi ha avuto la dengue è immune per tutta la vita verso quel sierotipo, ma resta suscettibile agli altri tre.

5. Perché si dice che la seconda volta è peggio?

Perché gli anticorpi lasciati dalla prima infezione riconoscono un sierotipo diverso senza riuscire a neutralizzarlo, e possono facilitarne l’ingresso nelle cellule. È il fenomeno chiamato potenziamento anticorpo-dipendente, o ADE, ed è il motivo per cui le forme gravi si concentrano nelle seconde infezioni.

Va detto con equilibrio: il rischio aumenta, non diventa una certezza. La dengue grave resta un evento raro nel viaggiatore.

6. Esiste un quinto sierotipo?

Nel 2013 fu annunciato in Malaysia l’isolamento di un ceppo geneticamente distinto, proveniente da un ciclo silvestre fra primati. Non è però entrato né nella classificazione clinica né nella diagnostica corrente: i sierotipi che contano nella pratica restano quattro.

7. La dengue è la stessa cosa della chikungunya o di Zika?

No, sono tre virus diversi, ma sono trasmessi dalle stesse zanzare, circolano nelle stesse aree e all’esordio possono somigliarsi molto. La chikungunya lascia artralgie molto più intense e persistenti; Zika ha un rilievo particolare in gravidanza.

II. Come ci si contagia

8. La dengue è contagiosa da persona a persona?

No. Non esiste trasmissione diretta fra esseri umani: serve sempre la puntura di una zanzara infetta. Attorno a un malato non è necessaria alcuna precauzione da contatto.

9. Quale zanzara la trasmette?

Nel mondo il vettore principale è Aedes aegypti. In Europa continentale, e quindi in Italia, il vettore è Aedes albopictus, la zanzara tigre.

10. A che ora punge la zanzara della dengue?

Di giorno, con picchi nelle prime ore dopo l’alba e nel tardo pomeriggio. È la differenza più importante rispetto alla zanzara comune, che punge di notte.

Ne consegue che le abitudini italiane — la spirale a cena, il diffusore notturno — non proteggono dalla dengue. Il repellente va messo la mattina e riapplicato nel pomeriggio.

11. Quanto si allontana la zanzara tigre da dove è nata?

Raramente più di un centinaio o due di metri. È per questo che un focolaio di dengue è un fenomeno di isolato e non di città, e che gli interventi di disinfestazione si concentrano in un raggio ristretto attorno ai luoghi frequentati dal malato. Ma occorre comunque tener conto del vento e degli spostamenti d’aria, che possono trasportare le zanzare lontano.

12. Si può prendere la dengue in piscina, con l’acqua o con il cibo?

No. Il virus non sopravvive nell’ambiente, non si trasmette per via aerea, non si prende con l’acqua, con il cibo o toccando superfici.

13. Esistono altre vie di trasmissione?

Sì, rare ma documentate: trasfusione di sangue e trapianto d’organo da donatore viremico, trasmissione dalla madre al neonato in prossimità del parto, esposizione professionale accidentale con ago.

14. Per quanto tempo una persona malata può infettare le zanzare?

Per circa cinque giorni, da poco prima della comparsa della febbre fino a quattro o cinque giorni dopo. È la finestra in cui una diagnosi rapida permette di interrompere la catena di trasmissione.

III. Sintomi e diagnosi

15. Quanto tempo passa fra la puntura e i sintomi?

Da quattro a dieci giorni. Una febbre che compare oltre due settimane dopo il rientro non è, con ogni probabilità, una dengue.

16. Quali sono i sintomi tipici?

Febbre alta a esordio brusco, cefalea intensa con dolore dietro gli occhi che peggiora muovendoli, dolori muscolari e articolari diffusi, spesso un esantema, nausea e inappetenza. La stanchezza è marcata e dura a lungo.

17. Quali sono i segnali che devono preoccupare?

Dolore addominale intenso e continuo, vomito che non si ferma, sanguinamento dalle gengive o dal naso, sonnolenza o agitazione insolita, mani e piedi freddi, e la sensazione di peggiorare proprio quando la febbre scende.

La comparsa di uno solo di questi segni richiede una valutazione medica immediata.

18. È vero che il momento pericoloso è quando la febbre passa?

Sì, ed è la cosa più importante da sapere sulla dengue. La fase critica comincia con lo sfebbramento, di solito fra il terzo e il settimo giorno: il paziente sembra migliorare mentre inizia la fuga di plasma dai vasi. La regola è rivalutare il paziente quando la febbre scende.

19. Quali esami servono per la diagnosi?

Dipende dal giorno di malattia.

Nella prima settimana si cerca il virus, con il test per l’antigene NS1 e, dove disponibile, la PCR.

Dalla seconda settimana si cerca la risposta immunitaria, con le IgM e le IgG.

Chiedere la sierologia al secondo giorno di febbre significa quasi sempre buttare via un esame.

20. Il test rapido fatto all’estero è affidabile?

Un risultato positivo, in un contesto compatibile, è molto informativo. Un risultato negativo non esclude la malattia: la sensibilità dei test rapidi è nettamente inferiore a quella degli esami di laboratorio.

Al ritorno gli esami vanno rifatti.

21. Ho fatto il vaccino per la febbre gialla: può falsare gli esami?

La sierologia sì. Gli anticorpi contro i diversi flavivirus si somigliano abbastanza da confondere i test, e una IgG positiva in chi ha fatto il vaccino contro la febbre gialla o l’encefalite giapponese, o ha avuto Zika, non dimostra una pregressa dengue.

Il test per l’antigene NS1 e la PCR non hanno questo problema.

IV. Cura e decorso

22. Esiste una cura specifica?

No. Non esiste a oggi alcun farmaco antivirale approvato contro la dengue. Il trattamento è di supporto e si basa soprattutto sulla corretta gestione dei liquidi, con l’idratazione orale nelle forme non gravi.

23. Che cosa si può prendere per la febbre e i dolori?

il paracetamolo.

NO aspirina e antinfiammatori non steroidei, che vanno evitati perché interferiscono con le piastrine e aumentano il rischio di sanguinamento, in una malattia che già riduce le piastrine.

24. Le piastrine basse sono il vero problema?

Non da sole. Quello che conta è la tendenza: piastrine che scendono rapidamente insieme a un ematocrito che sale indicano il passaggio alla fase critica. Un valore basso ma stabile, in un paziente che beve e urina, è meno allarmante di un valore più alto in rapida discesa.

25. Serve la trasfusione di piastrine?

Non in via preventiva. Le linee guida OMS del 2025 suggeriscono di non ricorrere alla trasfusione piastrinica profilattica nei pazienti con meno di 50.000 piastrine per microlitro in assenza di sanguinamento attivo.

26. Il cortisone aiuta nelle forme gravi?

No. Le linee guida OMS del 2025 ne suggeriscono l’esclusione sia nella malattia grave sia in quella non grave, così come non raccomandano le immunoglobuline.

27. Quanto dura la convalescenza?

La febbre dura in genere dai due ai sette giorni, ma la stanchezza si protrae per settimane e talvolta oltre il mese. Può comparire un secondo esantema, spesso pruriginoso e desquamante a mani e piedi: è un segno di guarigione, non di peggioramento.

V. Il vaccino

Il parere del Dr. Meo — POLO VIAGGI  ·  La sezione che genera più domande, e il motivo

Nessun altro vaccino che somministro produce tante domande come questo, e la ragione è che sulla dengue circolano insieme due storie: 1. quella di un vaccino ritirato dopo un disastro, 2. quella di un vaccino nuovo con dati solidi. Il paziente le trova entrambe su internet, spesso confuse in una sola.

Separarle è la prima cosa da fare, e queste risposte servono a quello. La seconda è dire con precisione dove il dubbio è ancora legittimo — perché c’è, ed è circoscritto — senza lasciar credere che sia tutto incerto.

28. Esiste un vaccino contro la dengue?

Sì. In Europa è disponibile Qdenga, sigla TAK-003, autorizzato dal dicembre 2022: è un vaccino vivo attenuato tetravalente, si somministra in due dosi a tre mesi di distanza ed è indicato dai quattro anni di età in su, senza limite superiore.

29. Quanto protegge?

A quattro anni e mezzo dalla seconda dose l’efficacia cumulativa è del 61,2% contro la dengue confermata e dell’84,1% contro il ricovero. Nelle persone che non avevano mai avuto la dengue i valori sono rispettivamente del 53,5% e del 79,3%.

30. E se non ho mai avuto la dengue? Ho letto che può essere pericoloso.

Quello che ha letto riguarda il vaccino precedente, Dengvaxia, ed è stato ipotizzato anche per Qdenga perché in chi non ha mai avuto la dengue l’efficacia contro il sierotipo 3 è inferiore agli altri.

È un’ipotesi che è stata presa sul serio, cercata attivamente e non confermata: la Società Italiana di Medicina dei Viaggi e delle Migrazioni, nella revisione delle sue indicazioni del gennaio 2026, osserva che dopo quasi sette anni di monitoraggio e milioni di dosi somministrate quelle preoccupazioni teoriche non hanno trovato conferma nella pratica clinica.

Ed io confermo la sicurezza del vaccino, nella mia pratica clinica, ma anche l’efficacia.

31. Ho già avuto la dengue: devo vaccinarmi lo stesso?

È anzi la situazione in cui l’indicazione è più forte. Chi ha già avuto la dengue è la categoria più a rischio di forma grave in caso di seconda infezione, ed è quella in cui il vaccino funziona meglio, con efficacia dimostrata contro tutti e quattro i sierotipi.

32. Serve un esame del sangue prima di vaccinarsi?

No. Nessuna linea guida lo richiede per Qdenga. Un test può rafforzare l’indicazione se documenta una pregressa infezione, ma non è un prerequisito.

33. Parto fra due settimane: ha senso fare una dose sola?

Sì. Anche se non è possibile completare il ciclo prima della partenza, è comunque raccomandabile somministrare la prima dose: l’efficacia comincia con la stimolazione delle cellule linfocitarie, poi dopo 7-8 giorni interviene la stimolazione anticorpale, e il livello massimo si raggiunge dopo circa due settimane.

Una dose singola induce sieroconversione in oltre il 90% di bambini e adolescenti e in almeno il 70% degli adulti. Non è una protezione completa, ma non è niente. La seconda dose andrà poi eseguita non prima di tre mesi e auspicabilmente entro dodici.

34. Vado solo per una settimana: vale la pena?

Assolutamente sì. Le indicazioni italiane aggiornate al gennaio 2026 raccomandano la vaccinazione per chi si reca in aree endemiche o con epidemie in corso indipendentemente dalla durata del soggiorno. Il vincolo delle tre settimane presente nelle versioni precedenti è caduto: per prendersi la dengue basta una puntura, anche dopo qualche ora di soggiorno o di passaggio in area endemica.

35. Quali sono gli effetti collaterali?

Più comunemente dolore e arrossamento nel punto di iniezione, cefalea, dolori muscolari e malessere nei due giorni successivi. È descritta inoltre, a una o due settimane dalla somministrazione, una sindrome simil-influenzale con qualche giorno di febbre: è attesa e va conosciuta in anticipo per non allarmarsi.

36. Chi non può fare il vaccino?

È controindicato in gravidanza e in allattamento, nelle immunodeficienze congenite o acquisite, in chi assume terapie immunosoppressive o corticosteroidi ad alte dosi, nell’infezione da HIV sintomatica o con compromissione immunitaria, e in caso di ipersensibilità nota. Non è indicato sotto i quattro anni.

37. Sto cercando una gravidanza: posso vaccinarmi?

È un aspetto da discutere in consulenza prima di prenotare il viaggio. È raccomandato evitare una gravidanza per 15 giorni, tempo necessario alla neutralizzazione dei virus iniettati. Se la gravidanza è in programma a breve, la vaccinazione va pianificata per tempo o rimandata.

38. Quanto dura la protezione? Servirà un richiamo?

A quattro anni e mezzo la protezione contro il ricovero è ancora sopra l’80%. Un richiamo somministrato a quel punto l’ha riportata al 90,6% due anni dopo. Non esiste però, a oggi, una raccomandazione ufficiale su quando offrire un richiamo ai viaggiatori: è una delle domande ancora aperte.

VI. Viaggio e prevenzione

39. Se mi vaccino posso lasciare a casa il repellente?

No, e questa è la risposta su cui insistiamo di più. La protezione non è totale, non copre allo stesso modo tutti e quattro i sierotipi in chi non ha mai avuto la dengue, e la stessa zanzara trasmette anche chikungunya e Zika, contro cui il vaccino non fa nulla. Il vaccino si aggiunge al repellente, non lo sostituisce.

40. Quale repellente devo usare?

Per le aree tropicali a rischio i principi attivi di riferimento sono il DEET e l’icaridina. L’IR3535 è ben tollerato ma dà una protezione più breve. L’olio di neem, come nel formulato NOZETA, è un ottimo complemento naturale per le riapplicazioni della giornata, ma non sostituisce il repellente principale nelle ore e nelle aree a maggior rischio.

41. Un repellente più concentrato protegge di più?

No: protegge più a lungo. La concentrazione determina la durata dell’effetto, non il grado di protezione. L’errore più comune non è scegliere la concentrazione sbagliata, è metterne troppo poco e non riapplicarlo.

42. Braccialetti e apparecchi a ultrasuoni funzionano?

No, e il problema non è solo che sono inefficaci: danno una sensazione di protezione che porta a trascurare ciò che funziona davvero. Lo stesso vale per la vitamina B, il lievito di birra e l’aglio per via orale.

43. Sono tornato con la febbre: che cosa faccio?

Consulto entro ventiquattro-quarantotto ore, senza aspettare. Al medico va detto dove si è stati e quando. La malaria va sempre esclusa per prima, perché è l’unica di queste malattie che può uccidere in due giorni. Una diagnosi rapida serve anche a impedire che il virus passi alle zanzare del quartiere.

VII. La dengue in Italia

44. Si può prendere la dengue in Italia?

Sì. Dal 2020 in Italia si verificano ogni anno casi autoctoni, cioè contratti sul territorio nazionale: dieci in Veneto nel 2020, ottantadue nel 2023 fra Lodi e Roma, alcune centinaia nel 2024 con i focolai di Fano e Cavezzo, quattro nel 2025.

Nel 2026 i primi episodi sono stati notificati alla fine di agosto in Salento. La zanzara tigre è ormai presente in tutte le 107 unità territoriali italiane, e la finestra di trasmissione va da giugno a novembre, con il periodo critico fra metà agosto e fine settembre.

45. Che cosa posso fare io, praticamente?

Togliere l’acqua. Svuotare e strofinare i sottovasi due volte a settimana — strofinare, perché le uova restano attaccate alla parete asciutta — coprire o capovolgere secchi e bidoni, pulire le grondaie, cambiare ogni giorno l’acqua delle ciotole degli animali, far trattare tombini e caditoie.

E una cosa che quasi nessuno dice: chi rientra da un’area endemica con la febbre dovrebbe proteggersi dalle punture nella prima settimana di malattia. Non per sé, ma per non consegnare il virus alla zanzara del proprio quartiere.

Se la domanda non c’è

Questa appendice raccoglie le domande che arrivano più spesso, ma non le esaurisce. Il POLO VIAGGI CESMET – ARTEMISIA offre consulenza pre-viaggio e valutazione al ritorno, in sede e a distanza, e i capitoli della collana approfondiscono per esteso ciascuno dei temi qui riassunti. Le domande nuove sono benvenute: le risposte a quelle che tornano più spesso finiranno nella prossima edizione di queste pagine.

POLO VIAGGI CESMET – ARTEMISIA
Dipartimento di Medicina Tropicale e Malattie Infettive
Direttore: Dr. Paolo Meo, infettivologo-tropicalista
clinicadelviaggiatore.com  ·  dengueonline.com

Appendice chiusa il 1° settembre 2026. Contenuto divulgativo: non sostituisce la valutazione clinica individuale.

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Diabete e viaggio: Le cose essenziali e i consigli da seguire, in due pagine

POLO VIAGGI CESMET – ARTEMISIA · Scheda di sintesi per il viaggiatore

Diabete e viaggio

Le cose essenziali e i consigli da seguire, in due pagine

Sintesi del documento internazionale “Diabete e viaggio” · Edizione settembre 2026 · Dipartimento di Medicina Tropicale e Malattie Infettive · Direttore: Dr. Paolo Meo, infettivologo-tropicalista · clinicadelviaggiatore.com

Preparazione
4–6 settimane prima
Scorte
Il doppio, in 2 kit
Insulina
Bagaglio a mano
Fusi orari
4% per ora

Nota metodologica e di trasparenza

Ricerche effettuate con l’ausilio di Claude AI; impaginazione studiata insieme fra Claude e il dr. Paolo Meo. Dati verificati sulle fonti primarie (ADA Standards of Care 2026, LG SID-AMD/ISS 2025, NaTHNaC-UKHSA, CDC Yellow Book 2026, IDF Diabetes Atlas 2025) e bozze riscritte dal dr. Paolo Meo, che ne porta l’intera responsabilità. Documento divulgativo: non sostituisce il parere del proprio diabetologo.

Il punto in poche righe

Il diabete non impedisce di viaggiare: impedisce di improvvisare. Quasi tutti i problemi che vediamo al ritorno nascono da tre errori — partire senza scorte doppie, non aver deciso prima come si spostano gli orari della terapia, non sapere che cosa si mangerà a destinazione. La regola che conta più di ogni altra: davanti a un malessere in viaggio si misura la glicemia prima di cercare spiegazioni.

Che tipo di viaggiatore sono Rischio di ipoglicemia Che cosa serve
Prediabete, oppure tipo 2 in dieta, metformina o DPP-4 Basso o nullo Scorte doppie, lettera medica, regole del giorno di malattia.
Tipo 2 con sulfaniluree, glinidi, GLP-1 o gliflozine Moderato (sulfaniluree) Zuccheri rapidi sempre in tasca; regole scritte per sospendere le gliflozine in caso di malattia.
Insulino-trattato (tipo 1, LADA, tipo 2 in insulina) Elevato Piano scritto per i fusi orari, doppio kit separato, chetoni, glucagone, assicurazione con rimpatrio.
Diabete instabile o con complicanze attive Elevato e imprevedibile Valutazione diabetologica prima di confermare il viaggio; talvolta rinvio.

Se ci si ammala in viaggio (febbre, vomito, diarrea)

Da sospendere temporaneamente Da NON sospendere mai
Gliflozine (SGLT2), ACE inibitori, diuretici, metformina, sartani, FANS, sulfaniluree — l’acronimo internazionale è SADMANS. Si riprendono quando si torna a bere e mangiare normalmente. L’insulina basale. Nel diabete di tipo 1 la sospensione dell’insulina durante una malattia acuta è la prima causa di chetoacidosi. Si riducono semmai i boli, non la basale.

Attenzione alle gliflozine: possono provocare una chetoacidosi con glicemia normale (chetoacidosi euglicemica). Nausea, vomito, dolore addominale, respiro profondo o stanchezza estrema con glicemia normale richiedono comunque la ricerca dei chetoni e l’assistenza medica.

Fusi orari: come si sposta la terapia

Direzione Effetto Correzione della basale nella sola giornata di viaggio
Verso EST
(es. Europa → Asia)
Giornata accorciata Ridurre circa del 4% per ogni fuso attraversato (6 fusi = −24%). Rischio: ipoglicemia.
Verso OVEST
(es. Europa → Americhe)
Giornata allungata Aumentare circa del 4% per ogni fuso, oppure coprire il pasto in più con insulina rapida. Rischio: iperglicemia.
Nord–Sud
(es. Europa → Africa australe)
Giornata invariata Nessuna modifica.

Si applica oltre i cinque fusi, va concordata prima con il diabetologo e scritta su carta. I boli di rapida si fanno davanti al pasto, non secondo l’orologio. Chi non vuole fare calcoli: tenere l’ora di partenza durante il transito, misurare ogni 4–6 ore, passare all’ora locale il mattino dopo l’arrivo.

In aereo

  • Insulina, farmaci e dispositivi sempre nel bagaglio a mano: in stiva possono congelare. Le limitazioni sui liquidi non valgono per i medicinali necessari. Dichiarare i presidi al controllo di sicurezza e chiedere l’ispezione manuale di microinfusore e sensore.
  • Microinfusore: eliminare le bolle prima dell’imbarco; molti centri consigliano di scollegarlo prima del decollo e ricollegarlo in quota (circa mezza unità in più in salita, mezza in meno in discesa).
  • Zuccheri rapidi in tasca, non in cappelliera. Bolo di rapida solo quando il vassoio è davvero davanti. Bere acqua, muovere le gambe ogni ora.
  • Nell’ultima mezz’ora di volo misurare la glicemia: sotto 120 mg/dL (6,7 mmol/L), mangiare prima di scendere.

A tavola, in qualunque continente

Cambiano i nomi, non la sostanza: riso, pane, mais, manioca, plantano, noodles, cous cous, chapati, tortilla, injera, ugali e fufu sono la stessa famiglia. Davanti a un piatto sconosciuto la domanda è dov’è l’amido e quanto ce n’è. Iniziare da verdure e proteine abbassa il picco. Le bevande sono la trappola che nessuno conta: tè al latte zuccherato, succhi, bibite, birra, succo di canna. E la sicurezza alimentare viene prima della glicemia: cibo cotto e caldo, frutta sbucciata da sé, acqua sicura.

Il parere del Dr. Meo — POLO VIAGGI

Il piatto non si rifiuta: in quasi tutte le culture in cui ho lavorato è un insulto. Si accetta sempre, si mangia la parte proteica e la salsa, si riduce l’amido e si dice con semplicità che si è in cura per lo zucchero. In Africa e in Asia il diabete lo conoscono tutti, e la reazione non è mai di offesa: è di solidarietà.

E poi i piedi: ho visto amputazioni nate da una vescica di scarpe nuove comprate per il viaggio. Le calzature si comprano due mesi prima e si camminano a casa.

Le dieci regole

  1. Prepara il viaggio 4–6 settimane prima: il colloquio deve produrre un foglio scritto.
  2. Porta il doppio di tutto: in due kit identici, mai nella stessa borsa.
  3. Insulina nel bagaglio a mano: sempre. Se congela si butta: il freddo la rovina più del caldo.
  4. Zuccheri rapidi in tasca: non nello zaino, non in valigia.
  5. Non sospendere mai l’insulina basale: nemmeno se non mangi: riduci i boli e controlla i chetoni.
  6. Malattia acuta: sospendi SADMANS: gliflozine, ACE-i, diuretici, metformina, sartani, FANS, sulfaniluree. E bevi.
  7. Fusi orari: est meno, ovest più: circa 4% per ora, oltre le cinque ore. Meglio un po’ alti che ipoglicemici in volo.
  8. Guarda dov’è l’amido: comincia da verdure e proteine; diffida delle bevande.
  9. Mai a piedi nudi, mai scarpe nuove: ispeziona i piedi ogni sera. Nel Sud-est asiatico niente fango (melioidosi).
  10. Istruisci chi viaggia con te: dove sono i farmaci, dov’è il glucagone, come si usa. Se è confusa: prima la glicemia.

Al ritorno

Qualunque febbre entro tre mesi dal rientro dai tropici è malaria fino a prova contraria e va valutata da un medico esperto. Nel diabetico vanno considerate anche melioidosi (Sud-est asiatico, anche dopo settimane) e tubercolosi. Ispezionare i piedi; controllo con emoglobina glicata e funzione renale.

Domande frequenti

Posso comprare l’insulina all’estero se finisco le scorte?

È sconsigliato e va evitato pianificando scorte doppie. Se è inevitabile, rivolgersi a una farmacia ospedaliera o a un centro diabetologico, verificare la concentrazione (U-100, U-40 o altro) e procurarsi le siringhe corrispondenti: usare una siringa U-100 con una fiala U-40 significa iniettare meno della metà della dose, e viceversa due volte e mezzo. Nomi commerciali e formulazioni cambiano da paese a paese.

L’insulina si rovina davvero con il caldo tropicale?

Meno di quanto si creda. Uno studio di Medici Senza Frontiere e Università di Ginevra (PLOS One, 2021) ha mostrato che l’insulina in uso mantiene la sua potenza dopo quattro settimane a temperature oscillanti fra 25 e 37 °C. Restano da evitare il sole diretto, il cruscotto dell’auto e soprattutto il congelamento: un’insulina congelata si butta.

Il microinfusore può passare ai raggi X dell’aeroporto?

La raccomandazione generale, condivisa da CDC e dai produttori, è di segnalare il dispositivo e chiedere l’ispezione manuale invece del passaggio nelle apparecchiature radiogene o negli scanner corporei. Ogni produttore pubblica indicazioni specifiche per il proprio modello: vanno consultate e stampate prima di partire.

Le vaccinazioni per il viaggio cambiano se ho il diabete?

Le raccomandazioni sui vaccini del viaggiatore sono le stesse. Vanno però assicurate le vaccinazioni indicate per le patologie croniche (influenza, pneumococco) e va tenuto presente che chi ha un diabete steroideo, causato da terapia cortisonica ad alte dosi, è anche immunodepresso e non può ricevere vaccini vivi.

Posso fare trekking in alta quota?

Sì, se il compenso è buono e non ci sono complicanze significative. Tre avvertenze: chi ha una retinopatia diabetica deve essere valutato da un oculista prima della salita; il fabbisogno insulinico si riduce nettamente con lo sforzo prolungato, anche nelle ore notturne; freddo e altitudine alterano le prestazioni di glucometro e strisce.

Che cosa scrivo nella lettera medica?

Diagnosi, farmaci con il nome generico oltre a quello commerciale, dosaggi, dispositivi indossati, necessità di trasportare aghi e siringhe nel bagaglio a mano, richiesta di ispezione manuale dei dispositivi e recapito del medico curante. In italiano e in inglese, su carta intestata, datata e firmata a ridosso della partenza. Il modello completo è nell’Appendice A del documento esteso.

POLO VIAGGI CESMET – ARTEMISIA

Centro di Medicina Tropicale e dei Viaggi · Dipartimento di Medicina Tropicale e Malattie Infettive · Direttore: Dr. Paolo Meo, infettivologo-tropicalista · clinicadelviaggiatore.com

Sintesi del documento completo “Diabete e viaggio” (14 capitoli, appendici e bibliografia). Documento divulgativo di medicina dei viaggi: nessuna modifica della terapia, in particolare dell’insulina, va decisa sulla base di questo testo senza il parere del proprio medico. Edizione settembre 2026.

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Peste suina africana (PSA): un caso probabile a Riano, provincia di Roma

POLO VIAGGI CESMET – ARTEMISIA · Scheda malattia

Peste suina africana (PSA)

Il virus dei cinghiali che non tocca l’uomo — e perché ci riguarda comunque

Edizione 1.0 — dati aggiornati al 29 agosto 2026 · Redazione: Dr. Paolo Meo, infettivologo-tropicalista, Direttore del POLO VIAGGI CESMET – ARTEMISIA, Dipartimento di Medicina Tropicale e Malattie Infettive

Rischio per l’uomo
NULLO
Rischio per i suini
MOLTO ALTO
Lazio al 29.08.2026
INDENNE
Vaccino in UE
NON ESISTE

Nota Meo–Claude · Metodologia e trasparenza

Questa scheda nasce da un fatto accaduto a poche centinaia di metri da casa mia: il ritrovamento di un cinghiale morto a Riano, a nord di Roma, rilanciato sui social con l’etichetta «peste suina». Ho voluto capire, verificare e poi spiegare.

Le ricerche bibliografiche ed epidemiologiche sono state effettuate con l’assistenza di Claude AI (Anthropic). L’impaginazione e la veste grafica sono state studiate insieme fra Claude e il dr. Meo. Tutti i dati sono stati poi valutati, verificati sulle fonti primarie — bollettini degli Istituti Zooprofilattici Sperimentali, EFSA, WOAH, FAO, Ministero della Salute, Regione Lazio — e le bozze riscritte dal dr. Paolo Meo, che ne porta l’intera responsabilità scientifica ed editoriale.

Il principio è semplice: lo strumento cerca, ordina e dà forma alla pagina; il medico decide, corregge e firma.

Avvertenza sul caso di Riano: alla chiusura di questa edizione non esiste alcuna conferma di laboratorio di positività alla PSA né a Riano né in alcun altro comune del Lazio. Il capitolo 1 va letto come cronaca di un sospetto, non di un focolaio. La scheda verrà aggiornata all’esito delle analisi.

 

Potrebbe essere un'immagine raffigurante il seguente testo "R Roma RIANO Peste suina, primo caso nel Lazio dopo 2 anni: virus trovato sulla carcassa di un cinghiale"

Indice ragionato dei contenuti

Tredici capitoli. Sotto ogni titolo, due righe che dicono che cosa vi troverete.

1. Il fatto: un cinghiale morto a Riano

Che cosa è successo, che cosa sappiamo e che cosa non sappiamo. Perché un animale trovato morto non è un animale positivo, e perché va segnalato comunque.

2. Che cos’è la peste suina africana

Definizione, inquadramento normativo europeo, letalità negli animali. Una malattia di categoria A che non ha né cura né vaccino disponibile in Europa.

3. Il virus: microbiologia dell’ASFV

Famiglia, genoma, struttura del virione, tropismo per i macrofagi, genotipi e straordinaria resistenza ambientale. Qui si capisce perché il vaccino non arriva.

4. Serbatoi, vettori e i quattro cicli epidemiologici

Il ciclo selvatico africano con le zecche molli, il ciclo domestico, il ciclo cinghiale-carcassa che domina in Europa. Chi tiene davvero in vita il virus.

5. Come si trasmette

Contatto diretto, ingestione di carni e salumi, fomiti, artropodi vettori dove esistono. E il ruolo dell’uomo come vettore passivo meccanico.

6. La malattia nel maiale e nel cinghiale

Incubazione, forme acuta subacuta e cronica, sindrome emorragica, mortalità, portatori cronici. Che cosa vede l’allevatore prima di chiamare il veterinario.

7. L’uomo si infetta? No, e vale la pena spiegare perché

La risposta netta e la sua base biologica. Perché prosciutto, salame e carne di maiale restano sicuri, e perché nessun caso umano è mai stato documentato.

8. Le vere zoonosi della carcassa

Quello che i comunicati non dicono: la carcassa di cinghiale è pericolosa da toccare, ma per leptospirosi, brucellosi, epatite E, trichinellosi. Non per la PSA.

9. La situazione in Italia al 29 agosto 2026

I numeri regione per regione: Piemonte e Liguria, il nuovo fronte toscano, l’Emilia, la Sardegna difesa nei porti. Bollettini ufficiali e date di riferimento.

10. Il Lazio e l’area a nord di Roma

Dall’epidemia dell’Insugherata 2022 all’eradicazione del gennaio 2025. Perché la Regione considera «concreta e molto elevata» la possibilità di reintroduzione.

11. La situazione in Europa

Il record del 2025 secondo l’EFSA, i quattordici Stati membri coinvolti, il ritorno in Spagna dopo trentun anni e il primo caso finlandese. Le zone I, II e III.

12. La situazione nel mondo

Dall’Africa subsahariana alla Georgia 2007, dalla Cina 2018 ai Caraibi 2021. Il quadro FAO per l’Asia-Pacifico e il segnale di rallentamento registrato dalla WOAH.

13. Prevenzione: che cosa fare, in concreto

Regole distinte per chi cammina nei boschi, per chi alleva anche un solo maiale, per chi caccia e per chi viaggia. Numeri utili e decalogo finale.

1. Il fatto: un cinghiale morto a Riano

Il parere del Dr. Meo — POLO VIAGGI

Quando una notizia sanitaria riguarda la strada dove abiti, la tentazione è di reagire prima di capire. Ho fatto il contrario: ho cercato la fonte. E la fonte, per ora, è una fotografia su Facebook.

In quarant’anni di lavoro sul campo, dall’Africa occidentale al Corno d’Africa, ho imparato che le epidemie si combattono con due strumenti che sembrano poveri: la segnalazione tempestiva e la verifica di laboratorio. Tutto il resto viene dopo. Vale a Bumbuna come vale a Riano.

Nei giorni scorsi è circolata la notizia del ritrovamento di un cinghiale morto nel territorio di Riano, comune della campagna a nord di Roma. La segnalazione è stata rilanciata sui social già accompagnata dall’espressione «peste suina». Chi scrive abita in quella zona, e proprio per questo ha ritenuto necessario ricostruire i fatti prima di commentarli.

Due paletti da fissare subito

Primo. Un cinghiale trovato morto non è un cinghiale positivo. I cinghiali muoiono per investimenti stradali, traumi, parassitosi, denutrizione, avvelenamenti, abbattimenti e per numerose malattie che con la peste suina africana non hanno alcun rapporto. La diagnosi di PSA non si formula guardando una carcassa né una fotografia: richiede esame anatomo-patologico e ricerca del genoma virale in PCR, con conferma dell’Istituto Zooprofilattico Sperimentale del Lazio e della Toscana e, in ultima istanza, del Centro di referenza nazionale per le pesti suine (CEREP) dell’IZS dell’Umbria e delle Marche.

Secondo. Anche nell’ipotesi peggiore, cioè se l’animale risultasse positivo, per la salute delle persone non cambierebbe assolutamente nulla. La peste suina africana non è una zoonosi: non si trasmette all’uomo né per contatto con gli animali né attraverso il consumo di carne. È il punto su cui tutte le autorità sanitarie sono sempre state esplicite, ed è quello che nelle catene di messaggi si perde per primo.

Perché quella carcassa va comunque segnalata

Non per proteggere noi: per proteggere il sistema. Nel 2025 l’Unione Europea ha analizzato oltre 518.000 campioni di suini domestici e 618.000 campioni di cinghiali. Eppure, secondo l’EFSA, è stata la sorveglianza passiva — cioè l’indagine sugli animali trovati morti o sospetti — a individuare il 73% dei focolai nei cinghiali. La telefonata del cittadino che trova una carcassa è, letteralmente, lo strumento diagnostico principale dell’intero sistema europeo di allerta precoce.

È esattamente ciò che è avvenuto il 10 luglio 2026 sull’Appennino modenese: una carcassa segnalata da un escursionista nel territorio di Fanano, a circa tre chilometri dal confine con il Parco regionale del Corno alle Scale, è risultata positiva alla PSA. Da quella singola segnalazione è derivato l’inserimento di diversi comuni bolognesi nelle zone di restrizione.

Come si segnala nel Lazio

  • Numero verde Protezione Civile regionale: 803555, attivo 24 ore su 24
  • Servizio Veterinario ASL Roma 4 (competente per Riano): 0766/5911, h24
  • Non toccare, non spostare, non fotografare da vicino la carcassa
  • Tenere il cane al guinzaglio e allontanarlo immediatamente
  • Annotare la posizione GPS e comunicarla all’operatore

2. Che cos’è la peste suina africana

La peste suina africana (PSA; in inglese African Swine Fever, ASF) è una malattia virale emorragica altamente contagiosa dei suidi. Colpisce il maiale domestico e il cinghiale eurasiatico, entrambi appartenenti alla specie Sus scrofa. Con i ceppi oggi circolanti in Europa la letalità si avvicina al 100%.

Il Ministero della Salute la classifica fra le malattie di categoria A, quelle per le quali la normativa dell’Unione Europea impone misure immediate di eradicazione non appena individuate. Non esiste alcuna terapia. Non esiste, allo stato attuale, alcun vaccino utilizzabile in Europa.

Il danno che produce non è sanitario in senso umano, è economico e sistemico: quando il virus entra in un allevamento scattano abbattimento totale, restrizioni alla movimentazione, blocchi commerciali e sospensione delle esportazioni. In Italia, negli ultimi anni, i focolai negli allevamenti hanno portato all’abbattimento di oltre 120.000 maiali.

Elemento Peste suina africana
Agente African swine fever virus (ASFV), famiglia Asfarviridae
Specie colpite Solo suidi: maiale domestico, cinghiale, suidi selvatici africani
Trasmissibile all’uomo NO — nessun caso mai documentato
Letalità nei suini Fino al 100% con il genotipo II europeo
Vaccino Nessuno registrato in UE
Terapia Nessuna
Classificazione UE Malattia di categoria A (eradicazione obbligatoria)
Prima comparsa in Italia 1978 in Sardegna; gennaio 2022 in Italia continentale (Ovada, AL)

3. Il virus: microbiologia dell’ASFV

Il parere del Dr. Meo — POLO VIAGGI

Questo è il capitolo più tecnico della scheda e chiedo al lettore non specialista di non saltarlo. Le stranezze biologiche di questo virus non sono curiosità accademiche: spiegano perché non abbiamo un vaccino, perché un salame può portare l’infezione a mille chilometri di distanza e perché una carcassa nel bosco resta pericolosa per mesi. La microbiologia, qui, è già prevenzione.

Tassonomia e struttura

L’ASFV appartiene alla famiglia Asfarviridae, genere Asfivirus, di cui costituisce l’unica specie. È l’unico arbovirus a DNA conosciuto al mondo: una singolarità assoluta nella virologia, perché tutti gli altri virus trasmessi da artropodi sono virus a RNA.

  • Genoma: DNA bicatenario lineare di 170–194 kilobasi, con 150–170 sequenze codificanti
  • Proteine strutturali: oltre cinquanta, molte con funzione di evasione immunitaria
  • Virione: icosaedrico complesso, circa 200 nanometri, con architettura a strati concentrici — nucleoide, core shell, capside interno, membrana interna, envelope esterno acquisito per gemmazione
  • Replicazione: prevalentemente citoplasmatica, con una fase nucleare precoce

Il bersaglio cellulare, e perché il vaccino non arriva

Il virus replica in monociti e macrofagi del suino. Da questo tropismo derivano tutte le caratteristiche cliniche della malattia: l’immunosoppressione precoce, la tempesta citochinica con danno endoteliale diffuso che produce la sindrome emorragica, e soprattutto la mancata induzione di anticorpi neutralizzanti efficaci.

È qui che si spiega il fallimento di decenni di ricerca vaccinale. Un vaccino classico funziona perché induce anticorpi che neutralizzano il virus prima che infetti la cellula bersaglio: con l’ASFV questo meccanismo non si instaura. Alcuni vaccini vivi attenuati sono impiegati in Asia, in particolare in Vietnam, ma la WOAH ha ripetutamente avvertito sui rischi legati all’uso di prodotti non conformi, che possono non conferire protezione e diffondere virus vaccinali capaci di causare malattia acuta o cronica.

Genotipi

Sono descritti ventiquattro genotipi, definiti sulla sequenza del gene p72 (B646L) che codifica la principale proteina capsidica. In Europa e in Asia circola il genotipo II, quello uscito dalla Georgia nel 2007 e progressivamente diffusosi verso occidente. La Sardegna storica, dal 1978, ospitava il genotipo I.

La resistenza ambientale: il dato che cambia tutto

L’ASFV è uno dei virus più resistenti che si conoscano. La WOAH lo dice senza mezzi termini: il virus sopravvive su vestiti, stivali, ruote e altri materiali. Le autorità sanitarie italiane precisano che persiste per diversi mesi nell’ambiente e nelle carcasse degli animali morti, nella carne cruda o poco cotta, e per mesi in alcuni salumi.

Matrice o condizione Sopravvivenza del virus
Carcassa nell’ambiente Mesi, più a lungo con il freddo; le ossa restano infettanti
Carne fresca refrigerata Mesi
Sangue refrigerato Anni
Salumi crudi e stagionati brevemente Mesi
Congelamento Non inattiva il virus
Salagione e stagionatura breve Non sufficienti a inattivarlo
Calore Inattivato a 70 °C per 30 minuti
Disinfettanti efficaci Ipoclorito di sodio, glutaraldeide, formalina, composti a ossigeno attivo
Tradotto in pratica: un panino con il salame dimenticato in un’area di sosta, mangiato da un cinghiale, può fondare un focolaio. Non è un’ipotesi teorica, è il meccanismo con cui il virus ha compiuto i suoi salti intercontinentali.

4. Serbatoi, vettori e i quattro cicli epidemiologici

Confondere i quattro cicli è l’errore all’origine di metà delle informazioni sbagliate che circolano. Vanno tenuti distinti, perché in Italia continentale ne opera in pratica uno solo.

Ciclo Protagonisti Dove opera
Selvatico africano Facoceri (Phacochoerus), potamoceri (Potamochoerus), ilocheri + zecche molli Ornithodoros moubata Africa subsahariana. È il serbatoio originario e vero: i suidi africani si infettano senza ammalarsi
Zecca–suino Ornithodoros erraticus e suini domestici in stalle tradizionali Storicamente penisola iberica
Domestico Maiale–maiale per contatto diretto e per somministrazione di scarti di cucina Ovunque, soprattutto in allevamenti a bassa biosicurezza e familiari
Cinghiale–habitat Cinghiale vivo + carcassa infetta persistente nell’ambiente È il motore dell’epidemia europea, ed è quello che riguarda l’Italia

Il ciclo che conta per noi

Nel ciclo cinghiale–habitat il serbatoio non è tanto l’animale vivo quanto la carcassa infetta lasciata nell’ambiente. Il cinghiale sano si contagia annusando o consumando i resti di un conspecifico morto, e quella carcassa resta infettante per mesi. È il motivo per cui il recupero delle carcasse è, in tutti i piani nazionali ed europei, l’attività di controllo numero uno, affidata ai servizi veterinari delle ASL con il concorso di guardiaparco, polizia provinciale, carabinieri forestali e volontari.

Va detto con chiarezza: in Italia continentale le zecche molli non hanno alcun ruolo epidemiologico. Chi parla di «zecche che trasmettono la peste suina» nel Lazio sta trasferendo sul Tevere un meccanismo che appartiene alla savana africana.

E l’uomo, in questo schema?

L’uomo è un vettore passivo meccanico. Il commissario straordinario alla PSA, Giorgio Briganti, lo ha formulato in modo efficace: una persona non si ammala, ma può diventare vettore passivo, perché fango e materiale organico rimasti sulle scarpe o sulle ruote di una bicicletta possono contribuire a spostare il virus.

La conseguenza epidemiologica è decisiva. Il cinghiale si sposta di pochi chilometri l’anno: da solo non percorre le distanze che il virus ha percorso. I salti di centinaia o migliaia di chilometri — Roma nel 2022, la Catalogna nel 2025, la Finlandia nel 2026 — li ha compiuti l’uomo, attraverso prodotti alimentari, veicoli e materiali contaminati.

5. Come si trasmette

Via di trasmissione Peso epidemiologico
Contatto diretto fra animali (sangue, saliva, feci, urine, secrezioni) Molto alto: il sangue contiene cariche virali elevatissime
Contatto con carcasse infette nell’ambiente Molto alto nel ciclo selvatico europeo
Ingestione di carni o prodotti a base di carne infetta, scarti di cucina Alto: è la via che apre i focolai negli allevamenti
Fomiti: calzature, indumenti, attrezzature, veicoli, mangimi, lettiera Alto per la diffusione a media e lunga distanza
Movimentazione illegale di animali vivi e smaltimento illegale di carcasse Alto: fra le modalità più importanti secondo gli IZS
Puntura di zecche molli Ornithodoros Rilevante solo in Africa e storicamente in Iberia; nullo in Italia
Trasmissione all’uomo Inesistente

6. La malattia nel maiale e nel cinghiale

Il periodo di incubazione è breve, generalmente da 4 a 19 giorni. La forma acuta, quella dominante con il genotipo II, si manifesta con febbre elevata, anoressia improvvisa, prostrazione, difficoltà di movimento, cianosi di orecchie, addome e arti, emorragie cutanee ed emorragie interne, aborto nelle scrofe. La morte sopraggiunge in 6–13 giorni.

Esistono forme subacute e croniche, con quadri meno drammatici. Il dato epidemiologicamente più importante riguarda i sopravvissuti: gli animali che superano la malattia possono restare portatori del virus per circa un anno, e proprio questo ruolo è fondamentale per la persistenza del virus nelle aree endemiche e per la sua diffusione.

La diagnosi

La conferma è esclusivamente di laboratorio. Gli esami impiegati sono l’immunofluorescenza, il test di immunodiffusione in gel di agar (AGID), la fissazione del complemento, la PCR per la ricerca del genoma virale e l’ELISA per la ricerca anticorpale. Nella pratica corrente il riscontro anatomo-patologico sulla carcassa orienta, la PCR conferma.

7. L’uomo si infetta? No, e vale la pena spiegare perché

Il parere del Dr. Meo — POLO VIAGGI

Questa è la domanda che mi arriva in ambulatorio e al telefono, ed è la ragione per cui ho scritto questa scheda. Rispondo con la stessa frase che uso con i pazienti: no, non si prende, e non è una rassicurazione di cortesia — è una impossibilità biologica.

Nel Dipartimento di Medicina Tropicale e Malattie Infettive del POLO VIAGGI passiamo metà del nostro tempo a spiegare quali malattie animali passano davvero all’uomo. Sono tante e alcune sono terribili. Proprio per questo è importante non sprecare l’allarme su quelle che non lo fanno: chi grida al lupo sulla peste suina non sarà creduto il giorno dell’influenza aviaria.

La peste suina africana non è una zoonosi. Non è trasmissibile agli esseri umani, né per contatto con gli animali né attraverso il consumo di carne. In quasi un secolo dalla prima descrizione della malattia, avvenuta in Kenya nel 1921, non è mai stato documentato un solo caso di infezione umana.

La base biologica

La ragione è nel tropismo del virus: l’ASFV replica in monociti e macrofagi del suino. Le cellule umane non sono permissive alla sua replicazione, perché mancano le condizioni molecolari di ingresso e di replicazione produttiva. L’uomo non è semplicemente un ospite «poco suscettibile»: non è un ospite.

Le conseguenze pratiche

  • Carne di maiale, prosciutto, salame e insaccati regolarmente controllati si consumano senza alcun problema
  • Non esiste alcun rischio nel frequentare boschi, sentieri, aree agricole o parchi in zona di restrizione
  • Non esiste alcun rischio per chi convive con cani, gatti o altri animali domestici non suidi
  • Le limitazioni imposte nelle zone di restrizione hanno lo scopo di proteggere i suini, non le persone
Il rischio reale della PSA per l’uomo è economico e sociale: perdita di patrimonio zootecnico, blocchi commerciali, danno alla filiera dei prodotti DOP e IGP, limitazioni alla caccia e alle attività all’aperto. È un rischio serio. Ma non è un rischio sanitario.

8. Le vere zoonosi della carcassa

Il parere del Dr. Meo — POLO VIAGGI

Questo è il capitolo che nei comunicati istituzionali non si legge mai, e che come infettivologo mi preme di più.

Tutti ripetono: «non toccare la carcassa perché c’è la peste suina». L’indicazione è giusta, la motivazione è sbagliata. Non toccatela per la peste suina non ha senso dal punto di vista della vostra salute, perché quel virus a voi non fa nulla. Non toccatela per le zoonosi vere, quelle che ci sono davvero e che nessuno nomina.

Il cinghiale è, in Italia, uno dei principali serbatoi di agenti zoonotici della fauna selvatica. Chi manipola una carcassa senza protezioni si espone a rischi concreti, che nulla hanno a che vedere con la PSA.

Agente Come si contrae dalla carcassa Nota clinica
Leptospirosi Contatto di cute lesa e mucose con urine e acque contaminate Forme itteroemorragiche potenzialmente gravi; sottodiagnosticata
Brucellosi (Brucella suis) Manipolazione ed eviscerazione senza guanti Classica dei cacciatori; febbre ondulante, forme osteoarticolari
Epatite E (HEV genotipo 3) Carne poco cotta, contatto con visceri Sieroprevalenze elevate nei cinghiali italiani; grave nell’immunodepresso e in gravidanza
Trichinellosi Consumo di carne cruda o insufficientemente cotta Obbligo di esame trichinoscopico sui capi destinati al consumo
Tularemia Contatto con tessuti infetti, anche via congiuntivale Rara ma presente; forme ulceroghiandolari
Salmonellosi e Yersinia Contaminazione fecale e manipolazione Enteriti anche severe
Malattia di Aujeszky (pseudorabbia) Il cane annusa, lecca o morde la carcassa Non colpisce l’uomo ma è invariabilmente mortale per il cane

La regola operativa «non avvicinarsi, non toccare, cane al guinzaglio, segnalare e allontanarsi» è quindi corretta due volte, ma per due ragioni diverse: una riguarda la salute dei suini e l’economia del Paese, l’altra riguarda direttamente voi e il vostro cane.

9. La situazione in Italia al 29 agosto 2026

Piemonte e Liguria: il cluster storico

Secondo l’aggiornamento dell’Istituto Zooprofilattico Sperimentale del Piemonte, Liguria e Valle d’Aosta al 23 agosto 2026, il totale cumulativo dei positivi nei cinghiali è salito a 2.209 casi: 827 in Piemonte e 1.382 in Liguria. I focolai negli allevamenti suinicoli restano stabili a 10. La curva ligure continua a crescere di poche unità a settimana, quella piemontese è sostanzialmente ferma.

Toscana: il fronte caldo del 2026

Dal primo gennaio 2026 la Toscana ha registrato 638 casi positivi tra i cinghiali, il dato più alto d’Italia nell’anno in corso, comunicato il 18 agosto durante un incontro fra Anci Toscana e Regione. L’epidemia era partita dalla provincia di Massa-Carrara e ha poi raggiunto Lucca e Pistoia; il passaggio alla specie domestica è già avvenuto, con due allevamenti colpiti a Comano (Massa-Carrara) e a San Marcello Piteglio (Pistoia). Le zone soggette a restrizione interessano territori delle province di Lucca, Massa-Carrara, Pistoia e Prato.

Emilia-Romagna, Lombardia, Sardegna

Il fronte nei cinghiali si è ormai esteso senza soluzione di continuità dal Piemonte fino all’Emilia; il 10 luglio 2026 la positività di una carcassa a Fanano ha portato la malattia alle porte del Parco del Corno alle Scale. In Lombardia si sono registrati focolai in allevamento in provincia di Pavia.

La Sardegna, isola dove la malattia fu introdotta nel 1978 e dove è rimasta endemica per quarant’anni, è oggi indenne e si difende con controlli portuali sistematici: nel quadrimestre aprile–luglio 2026 la ASL di Sassari ha eseguito 443 controlli a Porto Torres, 260 a Olbia e 126 a Golfo Aranci, con cani molecolari addestrati a individuare prodotti suini nei bagagli.

Area Dato Aggiornato al
Piemonte + Liguria 2.209 cinghiali positivi cumulativi (827 + 1.382); 10 focolai in allevamento 23 agosto 2026 (IZS PLV)
Toscana 638 cinghiali positivi dal 1° gennaio 2026; 2 allevamenti colpiti 18 agosto 2026
Emilia-Romagna Fronte attivo sull’Appennino modenese e bolognese 10 luglio 2026
Lombardia Focolai in allevamento in provincia di Pavia 2026
Sardegna Indenne; sorveglianza attiva nei porti Agosto 2026
Lazio Indenne; nessun caso confermato 29 agosto 2026

10. Il Lazio e l’area a nord di Roma

Il parere del Dr. Meo — POLO VIAGGI

Il Lazio ha già vissuto questa storia. Nel 2022 il virus comparve nella Riserva dell’Insugherata e l’intera città dentro il Grande Raccordo divenne zona rossa: divieti di pic-nic, cani al guinzaglio, cancellate ai varchi, oltre millecinquecento cinghiali abbattuti. Ci sono voluti quasi tre anni per uscirne.

Chi come me abita nei comuni a nord del Raccordo ricorda bene che Riano, Castelnuovo di Porto, Sacrofano, Formello, Morlupo e Capena erano dentro la zona di restrizione. Uscirne è costato molto. Rientrarci per un panino abbandonato in un’area di sosta sarebbe assurdo.

La cronologia è netta. Fine aprile 2022: nell’area nord di Roma vengono rinvenuti cinghiali morti o moribondi, risultati positivi alla PSA, quasi tutti nella Riserva Naturale dell’Insugherata all’interno del Grande Raccordo Anulare. Maggio 2022: istituzione della zona rossa e delle zone di restrizione, estese ai comuni a nord fra cui Riano. Gennaio 2025: il Ministero della Salute annuncia l’eradicazione dalla Capitale e il 22 gennaio il Comitato permanente di Bruxelles vota la revoca delle zone di restrizione in provincia di Roma.

Oggi il Lazio è quindi ufficialmente indenne, e al 29 agosto 2026 non risulta alcun caso di PSA confermato sul territorio regionale. Ma la Regione non considera chiusa la partita: il virus circola nelle regioni a nord e la possibilità che la malattia venga nuovamente introdotta nel Lazio è giudicata «concreta e molto elevata». Per la stagione venatoria 2026/2027 sono stati fissati obiettivi di riduzione della popolazione di cinghiali per almeno 38.500 capi, di cui 11.837 nella sola provincia di Viterbo e 8.254 in provincia di Roma. Un piano di questa portata in una regione formalmente indenne dice quanto sia sottile il margine.

La distanza reale. Il fronte epidemico più vicino a Riano è quello tosco-emiliano, a circa trecento chilometri. Il cinghiale, da solo, quella distanza non la percorre: si sposta di pochi chilometri l’anno. Se la peste suina tornasse nel Lazio non arriverebbe camminando. Arriverebbe in automobile, dentro un panino, su una suola di scarpa.

11. La situazione in Europa

Il 2025 è stato l’anno peggiore dell’ultimo quinquennio. Secondo la relazione annuale dell’EFSA, gli episodi nei cinghiali sono arrivati a 11.036, il livello più alto dal 2021 e il 44% in più rispetto ai 7.677 del 2024. I focolai nei suini domestici sono aumentati del 76%, raggiungendo quota 585. La malattia è inoltre ricomparsa in Spagna dopo trentun anni, portando a quattordici il numero degli Stati membri interessati, e la Finlandia ha registrato il suo primo caso in assoluto a fine luglio 2026.

Casi nei cinghiali nell’UE, 2024 vs 2025

2024 — 7.677 casi

2025 — 11.036 casi (+44%)

Fonte: EFSA, relazione annuale PSA, maggio 2026. Focolai nei suini domestici: 585 nel 2025, +76% sul 2024.

Gli Stati membri oggi coinvolti sono Italia, Spagna, Finlandia, Polonia, Germania, Estonia, Lettonia, Lituania, Slovacchia, Ungheria, Romania, Bulgaria, Grecia e Croazia. Fuori dall’Unione il virus circola in Serbia, Bosnia-Erzegovina, Moldova, Ucraina, Bielorussia e Russia.

Il sistema delle zone di restrizione

Zona Definizione Effetti principali
Zona I Area ad alto rischio, senza casi accertati Sorveglianza rafforzata, biosicurezza, controlli sulle movimentazioni
Zona II Presenza della malattia nei cinghiali Limitazioni alle attività all’aperto e venatorie, restrizioni commerciali
Zona III Presenza della malattia nei suini domestici Misure più severe: abbattimenti, blocco delle movimentazioni e delle esportazioni

Un dato merita attenzione perché riguarda direttamente il lettore: nel 2025 nell’UE sono stati analizzati oltre 518.000 campioni di suini domestici e 618.000 di cinghiali, e la sorveglianza passiva ha permesso di individuare il 73% dei focolai nei cinghiali. Per l’EFSA questo tipo di controllo deve continuare ad avere un ruolo centrale.

12. La situazione nel mondo

La peste suina africana è stata per decenni una malattia africana. La WOAH ricostruisce così la sua espansione: presente tradizionalmente in Africa fino al 1978, quando venne introdotta nell’isola italiana della Sardegna; nel 2007 confermata in Georgia, nella regione del Caucaso, da cui si è progressivamente diffusa ai paesi vicini; prima comparsa nell’Unione Europea nel 2014; nel 2018 il salto in Cina, prima comparsa in Asia, con successiva diffusione nella regione e in Oceania; nel luglio 2021 il ritorno nelle Americhe dopo decenni di assenza, in Repubblica Dominicana e ad Haiti. Solo due paesi europei sono riusciti a eradicarla: la Repubblica Ceca nell’aprile 2018 e il Belgio nel marzo 2020.

Area Situazione attuale
Africa subsahariana Endemica, con il ciclo selvatico e le zecche molli come serbatoio permanente
Europa Quattordici Stati membri UE più i paesi balcanici e dell’Est; 2025 anno record
Asia e Pacifico L’aggiornamento FAO del 18 giugno 2026 copre venti paesi e territori, con nuovi focolai in India e crisi del comparto suinicolo in Sri Lanka
Caraibi Repubblica Dominicana e Haiti dal luglio 2021
Oceania Papua Nuova Guinea, Timor Est
Tendenza globale Secondo il rapporto WOAH di maggio 2026 i focolai nei suini domestici sono in calo da agosto 2025; i casi nei cinghiali, dopo il picco fra ottobre 2025 e gennaio 2026, hanno anch’essi iniziato a diminuire

13. Prevenzione: che cosa fare, in concreto

Il parere del Dr. Meo — POLO VIAGGI

Nelle indicazioni che seguono ho voluto separare i destinatari, perché le regole valide per l’allevatore non servono all’escursionista e viceversa. Segnalo in particolare il paragrafo dedicato a chi viaggia: al POLO VIAGGI vediamo ogni settimana persone che rientrano da paesi con circolazione attiva del virus portando salumi artigianali nel bagaglio, convinte di fare una cosa innocua. È il singolo comportamento a più alto rischio di tutta questa scheda.

Per chi cammina nei boschi e nelle campagne

  1. Segnalare ogni carcassa di cinghiale, comprese ossa e resti, al 803555 o al servizio veterinario della ASL competente
  2. Non toccare, non spostare, non avvicinarsi: la rimozione spetta solo al personale incaricato
  3. Tenere sempre il cane al guinzaglio nelle aree naturali e agricole
  4. Al rientro, pulire e disinfettare accuratamente calzature, ruote di bicicletta e pneumatici
  5. Non abbandonare rifiuti alimentari nell’ambiente e smaltirli in contenitori chiusi
  6. Non alimentare i cinghiali: è vietato dalla legge 221/2015 ed è la principale abitudine che li avvicina agli abitati

Per chi alleva suini, anche un solo capo familiare

  • Recinzione efficace, zona filtro all’ingresso, cambio di calzature e indumenti
  • Divieto assoluto di somministrare scarti di cucina o avanzi contenenti carne
  • Controllo dell’origine di mangimi, foraggio e lettiera, che possono essere contaminati
  • Disinfezione sistematica di mezzi e attrezzature in entrata
  • Denuncia immediata di ogni aumento anomalo della mortalità: il ritardo di quarantotto ore è ciò che trasforma un caso in un’epidemia

Per chi caccia

  • Kit di biosicurezza personale, guanti monouso sempre
  • Eviscerazione nei punti attrezzati e gestione controllata dei visceri
  • Disinfezione di coltelli, stivali, indumenti e veicoli dopo ogni uscita
  • Nessun accesso ad allevamenti suinicoli nelle ore successive alla battuta
  • Rispetto dell’obbligo di esame trichinoscopico sui capi destinati al consumo

Per chi viaggia — indicazioni del POLO VIAGGI

  • Non introdurre in Italia carni o salumi suini provenienti da paesi con PSA, neppure sottovuoto o di produzione domestica: il regolamento UE lo vieta e il virus sopravvive nei prodotti crudi per mesi
  • La carne di cinghiale è quella a maggior rischio in assoluto
  • Chi visita allevamenti, mercati di animali vivi o macelli in aree endemiche deve cambiare calzature e indumenti prima di rientrare in qualsiasi ambiente zootecnico italiano
  • La stessa regola vale per i rientri dalla Sardegna e per gli spostamenti dalle zone di restrizione del Nord e della Toscana
  • Rispettare i controlli portuali e aeroportuali: la consegna spontanea dei prodotti non comporta sanzione

In sintesi, per chi ha poco tempo

La peste suina africana non si trasmette all’uomo, in nessun modo. Un cinghiale morto va segnalato e non toccato: per la peste suina non rischiate nulla, per leptospirosi, brucellosi ed epatite E sì. Il Lazio oggi è indenne e non ci sono casi confermati. Il virus non cammina: viaggia con noi, in una suola infangata, in una ruota, in un panino. Quando tornate dal bosco, pulite le scarpe.

Domande frequenti

Posso continuare a mangiare prosciutto e salame?

Sì, senza alcuna limitazione. La peste suina africana non si trasmette all’uomo attraverso il consumo di carne. I prodotti a marchio sanitario provengono da filiere controllate. Il divieto di trasportare salumi da paesi infetti serve a proteggere i maiali italiani, non i consumatori.

Ho toccato una carcassa di cinghiale. Devo preoccuparmi?

Per la peste suina no, in nessun modo. Per leptospirosi, brucellosi, epatite E e tularemia sì: lavatevi accuratamente mani e avambracci con acqua e sapone, disinfettate ogni ferita anche minima e, se nei giorni successivi compare febbre, riferite al medico il contatto avvenuto. È un’informazione che cambia l’orientamento diagnostico.

Il mio cane ha annusato una carcassa. C’è un rischio?

Non per la peste suina, che non colpisce i cani. Ma la malattia di Aujeszky, o pseudorabbia, sì: si contrae proprio annusando, leccando o mordendo carcasse e visceri di cinghiale, ed è invariabilmente mortale per il cane, con decorso rapidissimo. Se compaiono prurito intenso al muso, salivazione e alterazioni del comportamento, andate immediatamente dal veterinario. È la ragione più seria per tenere il cane al guinzaglio.

Le zecche trasmettono la peste suina anche in Italia?

No. I vettori biologici sono zecche molli del genere Ornithodoros, che appartengono al ciclo africano e, storicamente, ad alcune stalle tradizionali iberiche. In Italia continentale non hanno alcun ruolo epidemiologico. Le zecche che troviamo nei nostri boschi sono zecche dure, che trasmettono altre malattie ma non la PSA.

Perché abbattere migliaia di cinghiali se il virus non riguarda l’uomo?

Perché la densità della popolazione di cinghiali determina la velocità con cui il virus circola e la probabilità che raggiunga gli allevamenti. È una misura di sanità animale e di tutela economica, non di sanità pubblica. Va detto che la sua efficacia è oggetto di discussione: alcune associazioni sostengono che le battute collettive possano disperdere i branchi e favorire la diffusione, ed è un’obiezione che merita risposte con dati, non con slogan.

Esiste un vaccino?

Non in Europa. La ragione è biologica: il virus replica nei macrofagi e non induce anticorpi neutralizzanti efficaci, quindi l’approccio vaccinale classico non funziona. In alcuni paesi asiatici sono impiegati vaccini vivi attenuati, ma la WOAH ha messo in guardia sui rischi dei prodotti non conformi.

Che cosa succede se il cinghiale di Riano risulta positivo?

Sarebbe una notizia sanitaria di rilievo nazionale, perché segnerebbe il ritorno del virus in una regione dichiarata indenne nel gennaio 2025. Scatterebbero l’istituzione di una zona infetta, la ricerca attiva delle carcasse, la sospensione della caccia di selezione, limitazioni alle attività all’aperto e restrizioni alla filiera suinicola. Per la salute delle persone, invece, non cambierebbe nulla. Aggiorneremo questa scheda all’esito delle analisi.

Bibliografia e fonti ragionate

Tutte le fonti sono state consultate e verificate fra il 29 e il 30 agosto 2026.

Dati epidemiologici italiani

  • Istituto Zooprofilattico Sperimentale del Piemonte, Liguria e Valle d’Aosta — I controlli per la PSA, aggiornamento al 23 agosto 2026
  • Regione Toscana e Anci Toscana — Incontro del 18 agosto 2026 sui dati regionali e sui Gruppi Operativi Territoriali
  • Regione Toscana — Peste suina africana: biosicurezza e zone di restrizione, agosto 2026
  • Ministero della Salute — Dati epidemiologici nazionali e internazionali; Bollettino epidemiologico nazionale PSA (IZSAM)
  • Centro di Referenza Nazionale per le Pesti Suine (CEREP), IZS dell’Umbria e delle Marche

Lazio e area romana

  • Regione Lazio — Emergenza PSA: situazione nel Lazio; come contenere l’epidemia
  • Ministero della Salute e Struttura commissariale PSA — Eradicazione dalla provincia di Roma; voto del Comitato permanente PAFF del 22 gennaio 2025
  • Regione Lazio — Piano venatorio 2026/2027 e obiettivi di riduzione della popolazione di cinghiali
  • Roma Capitale — Misure per il contenimento della PSA e numeri per la segnalazione delle carcasse

Dati europei e mondiali

  • EFSA — Relazione annuale sulla peste suina africana, maggio 2026
  • EFSA — Rapporto scientifico su fattori di rischio e di protezione contro la PSA, compreso il ruolo dei vettori
  • Regolamento di esecuzione (UE) 2023/594 e successivi aggiornamenti delle zone soggette a restrizione
  • WOAH — African swine fever: scheda di malattia e situation report di maggio 2026
  • FAO EMPRES-AH — ASF situation update in Asia & Pacific, 18 giugno 2026
  • GF-TADs — Global control of African swine fever: a GF-TADs initiative (2026–2030)

Virologia e zoonosi della fauna selvatica

  • IZS del Lazio e della Toscana — Peste suina africana: agente eziologico, trasmissione, diagnosi, diffusione
  • African swine fever in the era of global expansion: epidemiology, transmission dynamics, viral evolution, and One Health control strategies. Veterinary World 2026;19(8):3351-3371
  • EFSA-ECDC — The European Union One Health Zoonoses Report, edizioni recenti
  • Letteratura nazionale sulla sieroprevalenza di HEV, Brucella suis e Leptospira spp. nel cinghiale in Italia

POLO VIAGGI CESMET – ARTEMISIA

Centro di Medicina Tropicale e dei Viaggi · Dipartimento di Medicina Tropicale e Malattie Infettive

Direttore: Dr. Paolo Meo, infettivologo-tropicalista

clinicadelviaggiatore.com

Scheda malattia a scopo divulgativo e di educazione sanitaria, edizione 1.0 del 29 agosto 2026. Non sostituisce il parere del medico curante né le disposizioni delle autorità sanitarie e veterinarie competenti. Per la segnalazione di carcasse di cinghiale nel Lazio: numero verde Protezione Civile regionale 803555 o servizio veterinario della ASL territorialmente competente.

Peste suina africana (PSA): un caso probabile a Riano, provincia di Roma Leggi tutto »

Vaccinare in Gravidanza: una Strategia per Due Vite

Collana CESMET · Vaccini in Gravidanza

Vaccinare in Gravidanza: una Strategia per Due Vite

Quali vaccini proporre e utilizzare prima, durante e dopo la gravidanza:
raccomandati, da valutare con attenzione, controindicati

Documento introduttivo della collana — per ginecologi, medici e future mamme

Redazione Dr. Paolo Meo — Direttore POLO VIAGGI · tropicalista – infettivologo

In sintesi

Vaccinare una donna in gravidanza significa proteggere due pazienti con un solo gesto: la madre, più vulnerabile ad alcune infezioni, e il neonato, che nei primi mesi di vita non può ancora essere vaccinato e si difende soltanto con gli anticorpi ricevuti dalla mamma. È il principio dell’immunizzazione materna.

Per anni le vaccinazioni in gravidanza sono state guardate con un eccesso di prudenza, come se il periodo gestazionale fosse di per sé una controindicazione. È un equivoco che ha lasciato scoperte molte donne e molti neonati. Oggi le evidenze sono solide e la strategia è chiara:

(1) alcuni vaccini non solo sono sicuri, ma vanno attivamente raccomandati;

(2) altri vaccini si somministrano solo quando il rischio di contrarre la malattia supera il rischio teorico del vaccino;

(3) altri ancora — i vivi attenuati — vanno rimandati.

Questo documento apre la collana CESMET dedicata alle vaccinazioni prima e durante la gravidanza e ne fissa la cornice generale: i singoli vaccini saranno poi approfonditi, ciascuno in un proprio capitolo.

Perché vaccinare in gravidanza

La gravidanza modifica l’assetto immunitario, cardiovascolare e respiratorio della donna, rendendola più esposta alle complicanze di infezioni che in altre condizioni sarebbero banali. L’influenza, per esempio, aumenta il rischio di ospedalizzazione, di parto prematuro e di basso peso alla nascita. Ma il beneficio più prezioso della vaccinazione materna è indiretto e riguarda il neonato. Gli anticorpi materni (IgG) attraversano la placenta, soprattutto nel terzo trimestre, e conferiscono al bambino una protezione passiva proprio nella finestra più fragile: i primi mesi di vita, quando il sistema immunitario è immaturo e molte vaccinazioni dirette non sono ancora possibili.

È lo stesso meccanismo — collaudato da decenni con il tetano e la pertosse — che oggi si estende a nuove minacce come il virus respiratorio sinciziale. Vaccinare la madre nel momento giusto significa consegnare al neonato uno scudo pronto all’uso già dal primo giorno di vita.

Un principio guida semplice

Dietro l’apparente complessità delle raccomandazioni c’è una regola di lettura che orienta quasi tutte le decisioni:

(1) I vaccini inattivati (virus/batteri uccisi),

(2) i tossoidi,

(3) i vaccini ricombinanti / a subunità sono considerati sicuri in gravidanza.

(4) I vaccini vivi attenuati sono controindicati a scopo cautelativo, per il rischio teorico — mai dimostrato — legato alla replicazione del microrganismo.

Un punto rassicurante, da comunicare sempre alla donna: la somministrazione accidentale di un vaccino vivo attenuato — per esempio in una gravidanza non ancora nota — non ha mai fatto registrare un aumento di aborti o malformazioni e non costituisce indicazione all’interruzione di gravidanza. La prudenza è precauzionale, non il segnale di un danno atteso.

La mappa delle vaccinazioni in gravidanza

La tabella che segue riassume, a colpo d’occhio, le tre categorie. È uno schema di orientamento: ogni scelta va poi calata nella singola paziente, nella sua storia clinica e nella specifica situazione epidemiologica.

Livello Vaccino Indicazione in gravidanza
● Raccomandati — da offrire attivamente
dTpa Difterite-tetano-pertosse acellulare. Ad ogni gravidanza, 27ª–36ª sett. (idealmente ~28ª).
Influenza (inattivato) In qualsiasi trimestre, se la gestazione cade in stagione influenzale.
COVID-19 (mRNA) Raccomandato, in particolare nel 2º–3º trimestre.
VRS / RSV (Abrysvo) Dose singola nel 3º trimestre, in alternativa al monoclonale nel neonato — cap. dedicato.
▲ Con attenzione — solo se il rischio di malattia supera il rischio teorico
Epatite B Se suscettibile e con esposizione in corso o prevista.
Epatite A In caso di rischio concreto (viaggio, esposizione).
Meningococco ACWY / B In situazioni epidemiche o di rischio individuale elevato.
Poliomielite (IPV) Solo se esposizione inevitabile; formulazione inattivata.
Rabbia Post-esposizione: sempre indicata, mai controindicata. Pre-esposizione: se rischio elevato.
Pneumococco Non di routine; da valutare in presenza di comorbidità.
Colera / TBE (inattivati) Solo per rischio di esposizione documentato.
■ Controindicati — vaccini vivi attenuati (da rimandare)
Morbillo-Parotite-Rosolia (MPR) Vivo attenuato. Prima della gravidanza; poi rimandare al post-partum.
Varicella Vivo attenuato. Come sopra.
Herpes zoster (vivo att.) Controindicato in gravidanza.
Febbre gialla Vivo attenuato. Solo se esposizione inevitabile e non differibile.
Tubercolosi (BCG) Controindicato.
Tifo orale (Ty21a) · Influenza LAIV (spray) Formulazioni vive: controindicate. Esistono alternative inattivate.
HPV Non un vivo attenuato, ma rimandato al post-partum per dati insufficienti.

● Raccomandati: da offrire attivamente

Sono il cuore della strategia.

(1) La dTpa va ripetuta ad ogni gravidanza — anche se la donna è già vaccinata o in regola con i richiami — perché lo scopo non è proteggere lei, ma far arrivare al neonato un alto livello di anticorpi contro la pertosse, malattia che nei primi mesi di vita può essere mortale. La finestra ottimale è la 27ª–36ª settimana, idealmente intorno alla 28ª.

(2) La vaccinazione antinfluenzale (inattivata) è offerta in qualunque trimestre durante la stagione epidemica;

(3) la vaccinazione anti-COVID-19 con vaccino a mRNA è raccomandata, soprattutto nel secondo e terzo trimestre;

(4) il vaccino anti-VRS, la vera novità degli ultimi anni.

▲ Con attenzione: la logica del rischio-beneficio

Questa categoria non è una “zona grigia” di incertezza, ma il territorio del giudizio clinico. Si tratta in larga parte di vaccini inattivati che non si somministrano di routine, ma che diventano indicati quando la donna è realmente esposta al contagio:

(1) una gestante suscettibile all’epatite B con partner infetto, un viaggio in area a rischio;

(2) una situazione epidemica di meningococco;

(3) merita una nota a parte la profilassi antirabbica: dopo un morso a rischio la vaccinazione post-esposizione non è mai controindicata in gravidanza, perché la rabbia è invariabilmente mortale.

In tutti questi casi la domanda non è “si può?”, ma “il rischio della malattia, qui e ora, supera il rischio teorico del vaccino?”.

■ Controindicati: i vivi attenuati

(1) Morbillo-parotite-rosolia (MPR),

(2) varicella, herpes zoster vivo,

(3) febbre gialla,

(4) BCG,

(5) tifo orale e influenza in spray nasale: sono tutti vaccini vivi attenuati, da rimandare.

La strategia corretta è anticiparli, verificando l’immunità della donna prima del concepimento. Un caso particolare è la febbre gialla: in un viaggio inevitabile verso un’area endemica, la vaccinazione può essere valutata quando l’esposizione non è differibile. L’HPV, pur non essendo un vivo attenuato, si rimanda al dopo-parto per dati insufficienti in gravidanza.

Prima della gravidanza: la finestra da non perdere

La miglior vaccinazione in gravidanza è spesso quella fatta prima. La consulenza preconcezionale è il momento ideale per mettere in ordine proprio i vaccini che poi non si potranno somministrare: verificare l’immunità verso morbillo, parotite, rosolia e varicella e, se la donna è suscettibile, vaccinarla — rimandando l’inizio della gravidanza di almeno un mese (28 giorni) dopo l’ultima dose. È anche l’occasione per completare l’HPV e aggiornare il richiamo dTpa. Rosolia e varicella contratte in gravidanza possono avere conseguenze gravi sul nascituro: prevenirle prima significa togliere dal tavolo un rischio importante.

Dopo il parto: recuperare e proteggere

Il puerperio è la seconda finestra utile. Le donne risultate suscettibili a MPR o varicella vanno vaccinate prima della dimissione dal reparto di maternità, per non affrontare una successiva gravidanza di nuovo esposte. È anche il momento della cosiddetta strategia “a bozzolo” (cocoon): vaccinare i conviventi e i contatti stretti — in primis il padre — per costruire attorno al neonato un anello di persone immuni che riducono la probabilità di portargli in casa l’infezione.

Un focus sul VRS: la novità che cambia la prevenzione perinatale

Il virus respiratorio sinciziale è la prima causa di bronchiolite e una delle principali cause di ricovero nel primo anno di vita. Fino a poco tempo fa la prevenzione era limitata ai bambini più fragili. Oggi disponiamo di due strumenti complementari:

(1) il vaccino materno Abrysvo, somministrato alla gestante nel terzo trimestre per trasferire anticorpi al feto;

(2) l’anticorpo monoclonale (nirsevimab), somministrato direttamente al neonato.

In Italia i monoclonali per i nuovi nati sono già operativi e, per la stagione 2025-2026, si aggiunge l’offerta del vaccino in gravidanza.

Punto chiave sul VRS

Le due strategie:

vaccino alla madre

monoclonale al neonato

non vanno combinate di routine nella stessa coppia madre-bambino: si sceglie l’una o l’altra in base alle circostanze cliniche e stagionali. Finestre di somministrazione, tempistiche, intervallo con la dTpa ed efficacia saranno oggetto del capitolo dedicato.

Il parere del Dr. Meo

Nella mia esperienza il vero ostacolo non è la sicurezza dei vaccini, ma la paura — spesso alimentata da un’informazione confusa. La donna in gravidanza non chiede certezze assolute: chiede di capire.

Il nostro compito, come ginecologi e medici, è trasformare un elenco di raccomandazioni in una decisione consapevole, spiegando che qui non si protegge un paziente, ma due. Ogni vaccino fatto al momento giusto è un dono che la madre consegna al proprio bambino ancor prima che nasca. Questa collana nasce per dare a colleghi e future mamme uno strumento chiaro, onesto e aggiornato.

Dr. Paolo Meo · Direttore POLO VIAGGI CESMET – ARTEMISIA

Come è organizzata la collana

Questo documento introduttivo fornisce la cornice. Ogni vaccinazione avrà poi un capitolo dedicato, con la stessa struttura: malattia e rischio in gravidanza, tipo di vaccino, tempistiche, sicurezza, controindicazioni e messaggi per il counseling. I capitoli previsti:

dTpa — difterite, tetano, pertosse: lo scudo contro la pertosse neonatale.
Influenza — perché vaccinare in ogni stagione epidemica.
COVID-19 — vaccini a mRNA e sicurezza in gravidanza.
VRS / RSV — vaccino materno e monoclonale: come scegliere.
MPR e Varicella — la prevenzione preconcezionale e post-partum.
Epatiti A e B — quando l’esposizione cambia le regole.
Meningococco e Pneumococco — le indicazioni selettive.
Vaccini del viaggiatore in gravidanza — febbre gialla, rabbia, tifo, colera, TBE, encefalite giapponese.
HPV — perché si rimanda e come recuperare.

Messaggi chiave

  • Vaccinare in gravidanza è proteggere due vite: la madre e, tramite gli anticorpi transplacentari, il neonato.
  • Regola d’oro: inattivati, tossoidi e ricombinanti sono sicuri; i vivi attenuati sono controindicati e vanno rimandati.
  • Raccomandati attivamente: dTpa ad ogni gravidanza, influenza, COVID-19 e — novità — il vaccino anti-VRS.
  • La categoria “con attenzione” è governata dal rapporto rischio-beneficio, non dall’incertezza.
  • La somministrazione accidentale di un vaccino vivo non è mai indicazione all’interruzione di gravidanza.
  • La finestra preconcezionale e il post-partum sono momenti preziosi quanto la gravidanza stessa.

Riferimenti essenziali

  1. Ministero della Salute. Vaccinazioni raccomandate per le donne in età fertile e in gravidanza — Circolare e aggiornamenti (2019; revisione 2025).
  2. Istituto Superiore di Sanità — EpiCentro. Vaccinazioni per le donne in gravidanza e in età fertile.
  3. SIGO, AOGOI, AGUI, SIN, SIP, FNOPO. Position paper sulla vaccinazione anti-VRS in gravidanza (Abrysvo).
  4. European Medicines Agency (EMA). Abrysvo — Riassunto delle Caratteristiche del Prodotto.
  5. Kampmann B, Madhi SA, Munjal I, et al. Bivalent Prefusion F Vaccine in Pregnancy to Prevent RSV Illness in Infants. N Engl J Med 2023;388:1451-1464.
  6. Ministero della Salute. Prevenzione dell’infezione da Virus Respiratorio Sinciziale (RSV): monoclonali per i neonati e vaccino in gravidanza — stagione 2025-2026.
  7. Ministero della Salute. Circolare sulle raccomandazioni per la vaccinazione antinfluenzale, stagione 2025-2026.
  8. Piano Nazionale di Prevenzione Vaccinale (PNPV).

Redazione Dr. Paolo Meo — Direttore POLO VIAGGI · tropicalista – infettivologo

POLO VIAGGI CESMET – ARTEMISIA · Centro di Medicina Tropicale e dei Viaggi

Clinica del Viaggiatore · Roma — www.clinicadelviaggiatore.com

Documento a fini informativi e di aggiornamento professionale. Non sostituisce la valutazione clinica individuale né le indicazioni ministeriali vigenti.

 

Vaccinare in Gravidanza: una Strategia per Due Vite Leggi tutto »

L’estate che non si dimentica

CESMET — CLINICA DEL VIAGGIATORE

COLLANA: SOTTO IL SOLE CHE SCOTTA

Redazione dr. Paolo meo

Articolo 1 di 6

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L’ondata di calore che sta cambiando tutto

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Caldo, clima estremo e salute: quello che devi sapere — e quello che forse preferiresti non sapere.

UNA CRONACA DAL PIANETA IN EBOLLIZIONE

Roma, 26 giugno 2026. Il termometro della stazione del Collegio Romano — la più antica d’Italia, attiva dal 1782 — segna 36 gradi. Ma questa non è la notizia. La notizia è che il picco, secondo i meteorologi, deve ancora arrivare. Nei prossimi giorni, nelle zone interne del Paese, le temperature supereranno i 40 gradi. E questo non è più un’eccezione: è la nuova normalità.

Benvenuti nell’estate 2026. Un’estate che, come molte di quelle che l’hanno preceduta nell’ultimo decennio, si sta scrivendo nei libri dei record. Un’estate che parla di anticicloni africani poderosi, di città trasformate in forni, di fiumi di aria rovente che scorrono da Casablanca a Berlino senza chiedere il permesso a nessuno.

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“Il picco di caldo per il Nord e Centro Italia deve ancora arrivare. Nei prossimi giorni le temperature supereranno i 40 gradi nelle zone interne.” — Massimo Ciccazzo, climatologo

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Ma prima di cedere al panico — o, peggio, all’abitudine — facciamo un passo indietro. Perché capire cosa sta succedendo davvero, al di là dei titoli dei giornali, è il primo atto di una prevenzione intelligente.
E la prevenzione intelligente è esattamente quello che, al CESMET, pratichiamo ogni giorno.

L’EUROPA CHE SUDAVA: I NUMERI CHE FANNO IMPRESSIONE

I dati di questa ondata di calore sono impressionanti. Non tanto per i singoli valori assoluti, quanto per dove questi valori vengono registrati. Perché una cosa è che a Siviglia si tocchino i 42 gradi — ci siamo quasi abituati — un’altra è che Parigi superi per la prima volta in assoluto la soglia dei 40 gradi in giugno, frantumando un record che resisteva dal lontano 1947 (quando la temperatura massima registrata era stata di 37,6°C).

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Non è solo una curiosità statistica. È un segnale, un brutto segnale. Come lo è il fatto che a nord di Bordeaux si siano toccati 44,7 gradi, in una città francese che probabilmente non aveva mai visto simili temperature dall’inizio della sua storia. O che a Berlino e Varsavia si prevedano punte tra i 35 e i 40 gradi nel giro di pochi giorni.

I NUMERI DELL’ONDATA — ESTATE 2026

Roma (stazione Collegio Romano) – 36°C registrati → previsti 38°C

Milano – Previsti 36–37°C

Firenze – Previsti 40°C

Parigi (stazione Montsouris, attiva dal 1800) – Superata per la prima volta la soglia dei 40°C in giugno

Nord di Bordeaux, Francia – 44,7°C — dato straordinario

Berlino / Varsavia – Previsti 35–40°C nei giorni successivi

Roma — media giugno anni ’90 – 27°C (massima media)

Roma — media giugno 2025 – 32,6°C (massima media)

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L’anticiclone africano — il protagonista di questa storia — si muove come un esercito invisibile. Prima ha colpito Spagna e Francia, poi l’Italia, e ora punta verso est: Germania e Polonia nel mirino. Non c’è difesa territoriale che tenga contro di lui. L’unica risposta è la preparazione individuale e collettiva.

NON È LA PRIMA VOLTA — MA QUESTA VOLTA È DIVERSO

Chi ha qualche anno di memoria ricorderà le estati del 2003 e del 2022. Erano state definite eccezionali, anomale, irripetibili. Eppure eccoci qui, a sfidare quegli stessi record. La differenza rispetto ad allora non sta solo nei numeri: sta nella frequenza. Quello che un tempo era un evento straordinario che capitava forse una volta ogni vent’anni, oggi si ripete con cadenza quasi annuale.

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I climatologi parlano chiaro: negli ultimi dieci anni c’è stata una progressiva e netta accelerazione del riscaldamento, con un aumento delle temperature di 0,5–0,56 gradi ogni decennio rispetto alla media climatica 1991–2020. Già negli ultimi tre anni, la media dell’anomalia termica rispetto all’epoca pre-industriale ha superato la soglia di 1,5°C — quella soglia che gli Accordi di Parigi del 2015 avevano indicato come limite da non superare entro il 2030.

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Abbiamo bruciato dieci anni di anticipo. Qualcuno potrebbe dire che è andata male. Noi preferiamo dire che è arrivato il momento di essere seri — e anche un po’ creativi — su come adattarci.

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“Statisticamente, prendendo la media climatica dell’ultimo trentennio, negli ultimi dieci anni c’è stata una progressiva e netta accelerazione. Un aumento di 0,5/0,56 gradi ogni decennio.” — Massimo Ciccazzo, Associazione Edmondo Bernacca

LA TREGUA CHE VERRÀ — E I TEMPORALI DEVASTANTI

C’è una buona notizia e una cattiva notizia. La buona: il caldo non durerà per sempre. Già dalla prossima settimana è previsto un primo miglioramento, con un progressivo assestamento delle temperature intorno ai 30–32°C. Niente di fresco, beninteso, ma almeno respiriamo.
La cattiva notizia: quella “tregua” non arriverà in punta di piedi. Quando l’aria più fresca incontrerà quella ancora rovente, il risultato sarà una serie di temporali violentissimi, potenzialmente devastanti. Grandine, vento forte, allagamenti lampo. L’estate italiana, si sa, non va mai in vacanza per davvero.

E poi? Secondo i climatologi, ci saranno “sicuramente altre fasi calde” nel corso dell’estate. Ovvero: questa non è l’unica ondata che dovremo affrontare. È più probabile che sia la prima di una serie.

IL CALDO VISTO DAL CESMET: UN RISCHIO DA CONOSCERE PER PREVENIRE

Da noi al CESMET — Centro di Medicina Tropicale e dei Viaggi — il caldo estremo non è una novità. Lavoriamo ogni giorno con persone che si spostano verso climi tropicali, che affrontano ambienti ostili, che portano con sé fragilità fisiologiche o patologie preesistenti. Sappiamo bene che il calore non è semplicemente una questione di comfort: è un rischio medico reale, con meccanismi fisiopatologici precisi e conseguenze che possono essere gravi.

Ma sappiamo anche un’altra cosa: il calore si affronta. Con le giuste informazioni, con i comportamenti corretti, con una comprensione lucida di chi è più vulnerabile e perché. Questa collana nasce da questa convinzione.

Nei prossimi articoli parleremo:
(1)
di chi rischia di più (anziani, bambini, cardiopatici, lavoratori all’aperto),
(2)
di come il caldo trasforma gli ambienti in cui viviamo,
(3)
di cosa succede al nostro corpo quando la temperatura sale troppo,
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di come difendersi in modo concreto ed efficace.
Non con liste di banalità, ma con una guida medica scritta per essere letta — e usata.

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♥ Il mio parere (del Dr. Meo e del CESMET)

L’ondata di calore del giugno 2026 non è un episodio isolato: è la conferma di una tendenza che i dati scientifici mostravano già da anni. Come medico di medicina tropicale e dei viaggi, ho visto crescere nei nostri ambulatori la consapevolezza che il cambiamento climatico non è un problema astratto: riguarda la salute di ciascuno di noi, qui e ora. Chi parte per un Paese tropicale porta con sé i rischi di quel clima. Ma sempre di più, il clima tropicale viene a trovare noi — nei nostri cortili, nelle nostre città, nelle nostre case. E con il clima diffondono sempre di più i vettori di malattia, insetti, zanzare, zecche, ed altri vettori che trasmettono microbi. E con questi cambiamenti è sempre più evidente che i microrganismi virulentizzano sempre di più. La prevenzione comincia dall’informazione. E l’informazione comincia qui.

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Collana editoriale CESMET CLINICA DEL VIAGGIATORE  
“Sotto il sole che scotta — Caldo, clima e salute: quello che devi sapere”

www.clinicadelviaggiatore.com | CESMET — Centro di Medicina dei Viaggi e delle Migrazioni

Articolo 1 di 6 · Prossimo: “Chi suda di più — Le persone a rischio nell’estate torrida”

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Influenza stagionale: come prevenirla al meglio

Sta per arrivare la nuova stagione influenzale: sai davvero come proteggerti?
Nel nostro nuovo video, il dott. Paolo Meo, specialista in Malattie Infettive e Medicina Preventiva, spiega in modo chiaro e pratico come ridurre il rischio di contagio, chi dovrebbe vaccinarsi e quali sono le novità per la stagione 2025-2026.

👉 Guarda il video  e scopri le strategie più efficaci per difendere te stesso e chi ti sta vicino.

Influenza stagionale: come prevenirla al meglio Leggi tutto »

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