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DENGUE E WEST NILE VIRUS Bollettino Arbovirosi 11 settembre 2026

CESMET – CLINICA DEL VIAGGIATORE

direttore e redattore dr. Paolo Meo — medico tropicalista infettivologo

Via Piave 76, Roma · clinicadelviaggiatore.com

BOLLETTINO ARBOVIROSI · AGGIORNAMENTO DELL’11 SETTEMBRE 2026

Dengue e West Nile in Italia: la stagione entra nella fase più delicata

Dati ISS dal 1° gennaio all’8-9 settembre 2026, confrontati con ECDC e con le stagioni precedenti. Un focolaio di dengue di 20 casi in provincia di Livorno, il West Nile che raggiunge e supera il 2025 e 41 decessi: che cosa dicono davvero i numeri e che cosa fare.

DENGUE · casi confermati
265
+38 in una settimana
DENGUE · autoctoni
24
2 focolai: Livorno e Lecce
WEST NILE · casi confermati
594
+73 in una settimana
WEST NILE · decessi
41
letalità WNND 13,3%

Nota di trasparenza Meo–Claude

Le ricerche e il confronto fra le fonti sono stati effettuati con l’ausilio di Claude AI (Anthropic); impaginazione e veste grafica sono state studiate insieme fra Claude e il dr. Meo. I dati sono stati poi valutati e verificati sulle fonti primarie (ISS, ECDC) e il testo rivisto dal dr. Paolo Meo, che ne porta l’intera responsabilità. Lo strumento cerca, ordina e dà forma alla pagina; il medico decide e firma.

In sintesi

  • Dengue: 265 casi confermati (erano 227 una settimana fa), 241 importati e 24 autoctoni, nessun decesso. Oltre metà dei casi importati viene dalle Maldive (56%).
  • Due focolai autoctoni attivi: 20 casi in un Comune della provincia di Livorno e 4 casi in alcuni Comuni della provincia di Lecce, tutti sintomatici.
  • Il salto è recente: al 2 settembre l’ECDC registrava per l’Italia appena 3 casi autoctoni in 2 cluster. La storia 2023-2024 insegna che il grosso della dengue autoctona arriva dopo metà settembre.
  • West Nile: 594 casi confermati, 306 neuroinvasivi, 81 donatori di sangue positivi, 41 decessi. La stagione, partita in ritardo, ha ormai raggiunto e superato il 2025 (582 casi e 39 decessi nello stesso periodo).
  • Il virus circola in 79 Province di 19 Regioni: mancano all’appello solo Basilicata e Alto Adige. Lombardia, Veneto, Lazio e Piemonte guidano la classifica.
  • Due zanzare, due orari: la dengue viaggia con la zanzara tigre, che punge di giorno; il West Nile con la zanzara comune (Culex), che punge dal tramonto e di notte. La protezione va quindi estesa all’intera giornata.

Parte I — Dengue

1. I numeri della settimana

Il sistema nazionale di sorveglianza coordinato dall’ISS registra, dal 1° gennaio all’8 settembre 2026, 265 casi confermati di dengue, 38 in più rispetto ai 227 del bollettino precedente [1][2]. Di questi, 24 sono autoctoni, cioè contratti in Italia senza viaggi all’estero; tutti gli altri sono associati a viaggi. Il 56% dei casi importati indica come luogo di esposizione le Maldive. Non si registrano decessi [1].

Indicatore Al 1° settembre All’8 settembre Commento
Casi confermati totali 227 265 +38 (+17%) in 7 giorni
di cui importati 241 Maldive 56% (circa 135 casi)
di cui autoctoni 24 2 focolai distinti
Decessi 0 0

Tabella 1. Dengue in Italia, 2026. Fonte: ISS, sorveglianza nazionale arbovirosi [1][2]. Il dettaglio importati/autoctoni al 1° settembre non è riportato nelle fonti consultate.

2. I due focolai autoctoni

Focolaio Casi confermati Caratteristiche Stato
Provincia di Livorno (Toscana) — un Comune 20 Tutti sintomatici Indagini epidemiologiche e lotta al vettore in corso
Provincia di Lecce (Puglia) — più Comuni 4 Tutti sintomatici Indagini epidemiologiche e lotta al vettore in corso

Tabella 2. Episodi di trasmissione locale identificati al 8/9/2026. Fonte: ISS [1].

Il focolaio salentino è quello che il nostro Centro segue dalla fine di agosto (casi dei Comuni del basso Salento, compreso il paziente diagnosticato in Liguria ma infettatosi in Puglia). La vera novità della settimana è Livorno: un solo Comune, 20 casi confermati, tutti con sintomi. L’ISS non ha ancora comunicato il sierotipo né il nome del Comune.

3. Il confronto con le stagioni precedenti

Stagione Casi totali a metà settembre Autoctoni a metà settembre Autoctoni a fine stagione
2023 165 (11 set) 19 82 (Lodi, Roma, Latina)
2024 450 (17 set) 25 213 al 5 novembre (Fano 144)
2025 4
2026 265 (8 set) 24 ?

Tabella 3. Fonti: ISS/Quotidiano Sanità 2023 [5]; ISS 2024 [6][7]; ECDC 2025 e serie storica [8][9].

dengue stagione

Figura 1. Nel 2023 e nel 2024 i casi autoctoni presenti a metà settembre erano una piccola frazione del totale di fine stagione.

4. Lo sguardo europeo

Al 2 settembre l’ECDC contava in Europa 8 casi autoctoni di dengue: 5 in Francia, dove nell’ultima settimana non erano emersi nuovi casi, e 3 in Italia, distribuiti in 2 cluster [3]. Sei giorni dopo il dato italiano dell’ISS è di 24. Il divario riflette in parte il tempo di notifica verso Stoccolma, ma soprattutto la rapida emersione del cluster livornese. Per chiudere un focolaio l’ECDC attende 45 giorni dall’ultimo esordio di sintomi: il tempo necessario perché una zanzara infettata possa ancora trasmettere e perché eventuali nuovi casi si manifestino [4].

5. Lettura della situazione

Il virus arriva in valigia, riparte dal quartiere. Il meccanismo è quello già descritto: un viaggiatore rientra con il virus in circolo, la zanzara tigre lo punge, dopo una o due settimane la stessa zanzara trasmette ai vicini. Lo studio ISS pubblicato su Eurosurveillance a luglio sul grande focolaio 2024 ha confermato che la trasmissione avviene per lo più entro poche centinaia di metri [10]: è per questo che le disinfestazioni si fanno per raggi di quartiere e non per città intere.

Venti casi sintomatici non sono venti infezioni. Nella dengue la maggior parte delle infezioni decorre senza sintomi o con sintomi lievi che non portano al test. Venti casi confermati e tutti sintomatici indicano che la circolazione reale nel Comune livornese è con ogni probabilità più ampia, e che le prossime settimane porteranno altri casi, anche con esordio già avvenuto ma non ancora notificato.

Settembre è il mese peggiore, non l’ultimo. Nel 2024 i casi autoctoni passarono da 25 a metà settembre a 213 all’inizio di novembre: quasi nove su dieci arrivarono dopo la data a cui ci troviamo oggi [6][7]. Con un autunno mite la zanzara tigre resta attiva fino a ottobre inoltrato. Il dato di 24 va letto come un punto di partenza, non come un bilancio.

Il turismo di fine estate esporta il rischio. Un focolaio in una provincia costiera a settembre coinvolge anche persone che poi rientrano altrove. È già successo: nel 2024 due persone che avevano soggiornato a Fano durante il focolaio si ammalarono al rientro in Toscana e un loro familiare contrasse la dengue a Sesto Fiorentino, diventando il primo caso autoctono toscano [11]. Chi ha soggiornato nelle aree dei focolai e sviluppa febbre nelle due settimane successive deve dirlo al medico.

Maldive: la quota scende, i numeri no. La percentuale di casi importati dalle Maldive, oltre l’80% a inizio stagione secondo i dati raccolti nel capitolo di apertura della nostra collana sulla dengue, è oggi al 56%: non perché le Maldive siano meno rischiose, ma perché con l’estate si sono aggiunti i rientri da Sud-Est asiatico, Americhe e Oceano Indiano. In valore assoluto le Maldive restano la prima destinazione a rischio per i viaggiatori italiani.

Parte II — West Nile

1. I numeri della settimana

Il report ISS n. 7 del 10 settembre, con dati al 9 settembre, registra 594 casi confermati di infezione da West Nile virus nell’uomo, contro i 521 del report precedente [12]. Le forme neuroinvasive sono 306 (5 importate: Maldive, Francia, Belgio, Grecia e Paesi Bassi), i donatori di sangue asintomatici risultati positivi 81, i casi di febbre 202 (uno importato dal Burkina Faso). I decessi notificati sono 41 (uno in un caso importato). La letalità calcolata sulle forme neuroinvasive autoctone è del 13,3%, contro il 15,0% dello stesso periodo del 2025 [12][2].

Classificazione Casi di cui importati Note
Forma neuroinvasiva (WNND) 306 5 Meningite, encefalite, paralisi flaccida
Febbre da West Nile 202 1 Burkina Faso
Donatori di sangue asintomatici 81 Individuati dallo screening trasfusionale
Altri sintomi / asintomatici 4 + 1
Totale 594 6 588 autoctoni
Decessi 41 1 Letalità WNND autoctona 13,3%

Tabella 4. West Nile in Italia al 9/9/2026. Fonte: ISS, report n. 7 [12].

2. Come è cresciuta la stagione

Report ISS (dati al) Casi confermati Decessi Province / Regioni con circolazione
28 luglio 84 2 47 / 12
5 agosto 141 6 50 / 16
12 agosto 226 7 55 / 16
19 agosto 312 13 60 / 16
26 agosto 66 / 17
2 settembre 521 75 / 19
9 settembre 594 41 79 / 19

Tabella 5. Fonti: ISS, report 2026 n. 1-7 [12][13][14]; Open per il dato al 12 agosto [15]. Il trattino indica un valore non ricavato dalle fonti consultate.

wnv andamento

Figura 2. Casi (barre) e decessi (linea) cumulativi per report ISS.

3. Dove circola il virus

I 588 casi autoctoni si distribuiscono in 17 tra Regioni e Province autonome. Il bacino padano resta il cuore dell’epidemia: Lombardia, Veneto, Piemonte ed Emilia-Romagna sommano 389 casi, due su tre. Il secondo polo è l’asse Lazio-Campania (121 casi), con Roma, Latina, Caserta e Napoli. Spicca il cluster sardo di Oristano con 25 casi. Le province con più casi sono Padova (50), Milano (48), Roma (46), Latina (34), Torino (30), Oristano (25), Caserta e Cremona (21 ciascuna) [12].

wnv regioni

Figura 3. Casi autoctoni di West Nile per Regione di esposizione. Fonte: ISS, report n. 7 [12].

Considerando anche la sorveglianza su zanzare e animali, le Province con circolazione dimostrata sono 79 in 19 Regioni, compresa per la prima volta la Valle d’Aosta: restano fuori soltanto la Basilicata e la Provincia autonoma di Bolzano [12].

4. Lo sguardo europeo

Il report settimanale ECDC con dati al 3 settembre conta in Europa 1.086 casi autoctoni in 15 Paesi e 144 aree colpite. L’Italia ne concentra 516, quasi la metà, seguita da Grecia (284), Spagna (88), Romania (56), Macedonia del Nord (55) e Francia (36); casi sono segnalati anche nei Paesi Bassi (9), in Croazia, Cipro, Austria, Ungheria e Germania [16]. Il dato ECDC coincide in sostanza con quello ISS della stessa settimana, a conferma della solidità dei numeri. Da notare che quattro dei cinque casi neuroinvasivi importati in Italia provengono da Paesi europei, tre dei quali (Francia, Belgio, Paesi Bassi) fino a pochi anni fa erano considerati estranei al West Nile.

5. Lettura della situazione

La partenza lenta era un’illusione ottica. A metà agosto il 2026 sembrava una stagione più mite del 2025: meno casi e una letalità del 7,7% contro il 13,9% [13]. Oggi i casi sono 594 contro 582 e i decessi 41 contro 39 [2]. La letalità è salita al 13,3% non perché il virus sia diventato più aggressivo, ma perché i decessi arrivano e vengono notificati con giorni o settimane di ritardo rispetto alla diagnosi. In tre settimane i decessi sono passati da 13 a 41: la letalità di inizio stagione va sempre letta con cautela.

La crescita settimanale rallenta, ma la stagione non è finita. Gli incrementi sono stati di circa 85 casi a settimana a metà agosto, di oltre 100 a settimana tra il 19 agosto e il 2 settembre, di 73 nell’ultima settimana. Il segnale di rallentamento va preso con prudenza: l’ISS avverte che i casi delle ultime quattro settimane non sono consolidati [12], e la zanzara Culex resta attiva per tutto settembre.

Ogni caso neuroinvasivo è la punta di un iceberg. Circa l’80% delle infezioni da West Nile non dà sintomi, circa il 20% dà febbre e meno dell’1% evolve nella forma neuroinvasiva. Oltre 300 forme neuroinvasive autoctone significano, con il rapporto classico di una ogni 150 infezioni circa, una circolazione nell’ordine delle decine di migliaia di infezioni in gran parte inapparenti. Gli 81 donatori positivi ne sono la prova indiretta e mostrano il valore dello screening trasfusionale.

Chi rischia davvero. Le forme gravi colpiscono soprattutto le persone oltre i 65 anni, gli immunodepressi, i trapiantati e chi ha patologie croniche. Per il West Nile non esiste un vaccino umano: la prevenzione è interamente affidata alla protezione dalle punture, con la particolarità che la zanzara comune punge al tramonto e di notte, spesso dentro casa.

Parte III — Le altre arbovirosi in breve

Virus Casi 2026 Autoctoni Note
Chikungunya 25 1 42% dei casi importati dalle Seychelles; nessun decesso
Zika 3 0 Tutti importati; nessun decesso
Usutu 12 12 7 Lombardia, 1 ciascuno Emilia-Romagna, Marche, Lazio, Piemonte, Veneto

Tabella 6. Fonte: ISS, dati all’8-9 settembre 2026 [1][12].

Dengue e West Nile a confronto

Dengue West Nile
Vettore Zanzara tigre (Aedes albopictus) Zanzara comune (Culex pipiens)
Quando punge Di giorno, soprattutto mattino e tardo pomeriggio Dal tramonto e di notte, anche in casa
Serbatoio L’uomo viremico Gli uccelli; uomo e cavallo sono ospiti a fondo cieco
Come arriva in Italia Con il viaggiatore di rientro dai tropici Circola stabilmente ogni estate negli uccelli
Decorso tipico Febbre alta, dolori ossei e muscolari, esantema 80% asintomatica, 20% febbre, <1% neuroinvasiva
Chi rischia forme gravi Seconda infezione da sierotipo diverso, fragili Over 65, immunodepressi, trapiantati
Vaccino umano Sì (Qdenga) No
Contromisura chiave Repellente di giorno, eliminare ristagni domestici, isolare dalle punture il febbrile Repellente e zanzariere dalla sera, eliminare ristagni
Sorveglianza Ogni caso attiva la disinfestazione nel raggio del domicilio Integrata uomo-animali-zanzare, screening dei donatori

Tabella 7. Le due arbovirosi a confronto: stesso genere virale, ecologia opposta.

Che cosa fare, a chi

Destinatario Indicazione pratica
Chi vive o ha soggiornato nelle province di Livorno e Lecce Febbre nelle 2 settimane successive: segnalarlo al medico e chiedere il test per dengue (NS1/PCR nei primi giorni)
Chi rientra da Maldive e tropici Febbre al rientro: test subito, e protezione dalle punture anche a casa per non infettare la zanzara del quartiere
Chi parte per aree endemiche di dengue Valutare Qdenga anche per viaggi brevi; protezione dalle punture diurne
Anziani e fragili nelle aree con West Nile Repellente e abiti coprenti dal tramonto, zanzariere, niente acqua stagnante in giardino e sui balconi
Medici di famiglia e Pronto Soccorso Febbre con cefalea, confusione o debolezza muscolare in un over 65: pensare al West Nile. Febbre e dolori senza viaggi ma in area di focolaio: pensare alla dengue
Tutti, fino a esclusione della dengue Paracetamolo sì; aspirina e FANS no

Tabella 8. Indicazioni operative CESMET – Clinica del Viaggiatore.

Commento del dr. Paolo Meo

Se dovessi riassumere questo bollettino in una riga direi: due virus, due zanzare, due orari. La dengue ci arriva con chi torna dai tropici e la zanzara tigre la ridistribuisce di giorno nel raggio di un isolato; il West Nile è ormai di casa, vive negli uccelli e ce lo porta la zanzara comune, di sera e di notte. Proteggersi solo in uno dei due momenti significa lasciare scoperto l’altro.

Il focolaio di Livorno non mi sorprende e non deve spaventare, ma deve farci lavorare. Settembre è il mese in cui la dengue autoctona dà il meglio di sé: negli anni scorsi la gran parte dei casi è arrivata dopo questa data. Chi rientra con la febbre da un Paese tropicale deve fare il test subito e, nel frattempo, evitare di farsi pungere: è il gesto più semplice e più sottovalutato per non consegnare il virus alla zanzara del proprio quartiere. Fino a quando la dengue non è esclusa, paracetamolo e mai aspirina o antinfiammatori.

Per la dengue abbiamo un’arma che per il West Nile non esiste: il vaccino. Nella nostra esperienza su migliaia di persone vaccinate, soprattutto lavoratori che viaggiano spesso in America Latina, non abbiamo osservato casi fra i vaccinati, e il vaccino si è dimostrato efficace e sicuro. Lo raccomando anche per i viaggi brevi alle Maldive, come oggi prevedono le indicazioni aggiornate della SIMVIM.

Per il West Nile la difesa resta tutta nelle nostre mani: repellente sulla pelle scoperta dal tramonto, zanzariere, niente sottovasi pieni d’acqua. Gli oli naturali come il neem (NOZETA) possono affiancare il repellente di sintesi, ma integrare non significa sostituire. E a chi ha un genitore anziano dico: una febbre con confusione o debolezza alle gambe, in questa stagione, merita un Pronto Soccorso, non un’attesa.

Fonti

Parte I — Dengue

[1] ISS – EpiCentro, Sistema nazionale di sorveglianza delle arbovirosi: situazione epidemiologica all’8 settembre 2026 (aggiornamento del 10/9/2026).

[2] Quotidiano Sanità, «Arbovirosi. Iss: 265 casi confermati di Dengue (+38 dalla scorsa settimana), 594 di West Nile (+73)», 10/9/2026.

[3] Quotidiano Sanità, «Dengue. Ecdc: 8 casi autoctoni in Europa nel 2026. Segnalazioni in Francia e Italia», 8/9/2026 (dati ECDC al 2/9/2026).

[4] ECDC, Seasonal surveillance of dengue in the EU/EEA, weekly report 2026 – definizione di cluster chiuso (45 giorni).

[5] Quotidiano Sanità, «Dengue: Iss, 19 casi autoctoni, 165 in totale da inizio anno», settembre 2023 (dati all’11/9/2023).

[6] ISS, sorveglianza arbovirosi, dati al 17/9/2024 (450 casi, 25 autoctoni), riportati da Outbreak News Today, settembre 2024.

[7] Quotidiano Sanità / Il Resto del Carlino, bollettino ISS al 5/11/2024: 678 casi, 213 autoctoni; focolaio di Fano 144 casi, novembre 2024.

[8] ECDC, Seasonal surveillance of dengue in the EU/EEA 2025, dati al 19/11/2025 (Italia 4 casi autoctoni, Francia 29).

[9] ECDC, Historical data on local transmission of dengue in the EU/EEA (Italia 2023: 82 casi autoctoni).

[10] ISS – EpiCentro, «Focolai dengue in Italia: un articolo su Eurosurveillance», 15/7/2026.

[11] Quotidiano Sanità, «Dengue. In Toscana 2 casi provenienti da Fano e uno autoctono a Sesto Fiorentino», ottobre 2024.

Parte II — West Nile

[12] ISS – Dipartimento Malattie Infettive, Report della sorveglianza dei casi umani di West Nile e Usutu virus in Italia, stagione 2026, n. 7 del 10/9/2026 (dati al 9/9/2026).

[13] ISS – EpiCentro, West Nile: ultimi aggiornamenti 2026 (report n. 1 del 28/7, n. 2 del 6/8, n. 4 del 20/8/2026).

[14] ISS, Report WNV/USUV 2026 n. 3 del 13/8 e n. 5 del 27/8/2026 (province e regioni con circolazione).

[15] Open, «West Nile, i casi aumentano del 60% in una settimana: 226 contagi e 7 morti in Italia», 19/8/2026.

[16] ECDC, Surveillance of West Nile virus infections in humans in Europe, weekly report, week 36/2026 (pubblicato 4/9/2026, dati al 3/9/2026).

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PUNTURE DI API, VESPE E CALABRONI

PUNTURE DI API, VESPE E CALABRONI

Rischi reali, primo soccorso nei minuti che contano, che cosa avere sempre con sé

9 su 10

punture con sola reazione locale

0,3 – 8,9%

reazioni sistemiche negli adulti

ADRENALINA IM

unico farmaco salvavita

2 DOSI

sempre a portata di mano

 

Nota metodologica e di trasparenza. Le ricerche bibliografiche di questa scheda sono state effettuate con Claude AI; l’impaginazione e la veste grafica sono state studiate insieme fra Claude e il dr. Paolo Meo. I dati sono stati poi valutati e verificati sulle fonti primarie — linee guida EAACI sull’anafilassi, documenti SIAAIC/AAIITO, dati IZS sulla diffusione dei calabroni — e le bozze riscritte dal dr. Paolo Meo, che ne porta l’intera responsabilità. Lo strumento cerca, ordina e dà forma alla pagina: il medico decide e firma. Questa scheda non sostituisce la valutazione clinica individuale.

 

La grande maggioranza delle punture non lascia altro che dolore acuto, un pomfo e un po’ di prurito, e si risolve da sé in un giorno o due: bastano ghiaccio, un antistaminico orale e, quando il gonfiore è ampio o interessa un’articolazione, qualche giorno di cortisone per bocca. Il problema riguarda una minoranza di persone, ed è di natura completamente diversa: chi ha già avuto una reazione generalizzata, chi sa di essere sensibilizzato al veleno di ape o di vespa, chi viene punto in bocca o riceve decine di punture insieme. Per loro la puntura non è un fastidio ma un’emergenza che si decide nei primi minuti: è a loro, e a chi sta loro accanto, che questa scheda è dedicata.

 

1. Chi punge, e perché cambia la condotta

INSETTO

COMPORTAMENTO

CHE COSA CAMBIA PER TE

Ape (Apis mellifera)

Punge una sola volta e muore. Lascia infisso il pungiglione con il sacco velenifero, che continua a iniettare veleno per un minuto.

Togli il pungiglione entro pochi secondi, in qualunque modo: unghia, tessera rigida, anche le dita. Conta la rapidità, non la tecnica.

Vespe (Vespula, Polistes)

Non lasciano il pungiglione e pungono più volte. Attratte da carne, dolci e bevande zuccherate; in autunno più aggressive.

Mai bere da lattine o bottiglie aperte all’aperto. La puntura in bocca o in gola è un’emergenza a sé, anche in chi non è allergico.

Calabroni (V. crabro, V. orientalis, V. velutina)

Puntura più dolorosa ma non più letale a dose singola: il mito dei “tre calabroni che uccidono un uomo” è falso. Aggressivi solo entro pochi metri dal nido.

Allontanarsi in linea retta, senza gesti bruschi. Mai intervenire da soli su un nido. V. velutina è in Italia dal 2012 e V. orientalis sta risalendo verso nord: la probabilità di incontro sta aumentando.

 

2. Tre livelli di reazione, tre condotte diverse

QUADRO

COME SI PRESENTA

TEMPI

CONDOTTA

Locale normale

Dolore urente, pomfo e arrossamento sotto i 10 cm, prurito.

Si risolve in 24–48 ore

Ghiaccio, antistaminico orale. Nessuna urgenza.

Locale estesa

Gonfiore oltre i 10 cm che supera un’articolazione, arto caldo e teso. Impressiona, ma non è anafilassi.

Massimo a 24–48 ore, dura 3–10 giorni

Ghiaccio, arto sollevato, antistaminico, cortisone orale per 3–5 giorni. Non è indicazione all’adrenalina.

Sistemica / anafilassi

Orticaria diffusa, prurito a palmi, piante e cuoio capelluto, labbra e lingua gonfie, voce rauca, gola che si chiude, tosse, respiro sibilante, vomito, dolore addominale, capogiro, pallore, sudorazione fredda, svenimento.

Di regola entro 10–30 minuti, quasi sempre entro 2 ore

ADRENALINA INTRAMUSCOLO SUBITO, poi 112.

Punture multiple o in sede critica

Oltre 20–50 punture nell’adulto (oltre 10 nel bambino); oppure puntura in bocca, gola, lingua, collo, occhio.

Anche a distanza di ore

112 e ospedale sempre, anche senza allergia: qui il problema è la dose di veleno o l’ostruzione delle vie aeree.

 

3. I primi dieci minuti: che cosa fare prima che arrivino i sanitari

1. Allontanati subito dal luogo. Le vespe richiamano chimicamente le compagne. Poi, se c’è il pungiglione dell’ape, toglilo immediatamente.

2. Valuta in trenta secondi. Respiro, voce, coscienza, colorito. Fatica a respirare o a parlare, gonfiore di lingua o gola, capogiro, pallore: è anafilassi. Sintomi che compaiono lontano dalla sede della puntura sono sistemici fino a prova contraria.

3. Adrenalina intramuscolo, senza esitare. Faccia antero-laterale della coscia, anche attraverso i vestiti. Adulto e ragazzo oltre 30 kg: autoiniettore da 300 mcg (oppure 0,5 ml di adrenalina 1 mg/ml con fiala e siringa). Bambino 15–30 kg: 150 mcg. Il ritardo nella somministrazione è il principale fattore di morte: nel dubbio, si fa.

4. Chiama il 112 e pronuncia la parola “anafilassi”. In escursione comunica le coordinate GPS e un punto di riferimento raggiungibile.

5. Posizione: sdraiato con le gambe sollevate. Se respira male, seduto; se è incosciente ma respira, sul fianco. Mai in piedi, mai farlo camminare, mai alzarlo di colpo — nemmeno se sembra migliorato: la posizione eretta può provocare l’arresto.

6. Seconda dose dopo 5–10 minuti se non c’è un miglioramento netto. È la ragione per cui le dosi da portare con sé sono due, non una.

7. Solo dopo: antistaminico e cortisone. Agiscono sui sintomi cutanei e sul decorso; non aprono le vie aeree, non risollevano la pressione, non sostituiscono mai l’adrenalina.

8. Ghiaccio sulla sede; via anelli e orologio prima che la mano gonfi. Nessun rimedio casalingo (aceto, bicarbonato, urina, terra) ha efficacia dimostrata.

9. Puntura in bocca o in gola: 112 subito, ghiaccio da succhiare, persona seduta. Non coricarla.

10. Ospedale comunque, anche se sta bene. Fino a un caso su cinque presenta una ricaduta (reazione bifasica) tra 4 e 12 ore dopo: l’osservazione non è una formalità burocratica.

4. Il kit: che cosa avere sempre con sé

IL PARERE DEL DR. MEO — POLO VIAGGI

In quarant’anni fra ambulatorio di medicina dei viaggi e terreno, ho visto che il problema quasi mai è il veleno: è il tempo. Chi muore per una puntura non muore perché l’insetto era grande, ma perché l’adrenalina era in un cassetto a casa, in fondo allo zaino di un altro, oppure perché si è aspettato “a vedere se passa”. A chi ha già avuto una reazione sistemica lo dico sempre con la stessa immagine: l’autoiniettore è come le chiavi di casa, non si esce senza. E deve saperlo usare anche chi gli sta accanto — il coniuge, i figli, i compagni di escursione, il capo missione — perché nell’anafilassi grave il paziente spesso non è più in condizione di farlo da solo. Il secondo punto che ripeto nel mio ambulatorio del POLO VIAGGI è questo: un gonfiore enorme fa impressione ma non è allergia pericolosa, mentre un semplice malessere con capogiro e pallore, magari senza un solo pomfo, può esserlo. Guardate il respiro e la pressione, non il gonfiore.

 

Chi ha già avuto una reazione sistemica, chi è in immunoterapia, l’apicoltore, chi lavora all’aperto e chi parte per aree isolate porta con sé due autoiniettori: una dose sola può non bastare e i soccorsi possono tardare. Per tutti gli altri vale comunque il kit di base.

IN ESCURSIONE, IN VIAGGIO, IN CANTIERE, IN BARCA

IN CASA, IN AUTO, IN UFFICIO

Due autoiniettori di adrenalina, in tasca esterna o marsupio — non in fondo allo zaino, non nel bagagliaio al sole.

Antistaminico orale a rapido assorbimento (cetirizina o levocetirizina 10 mg): 2 compresse.

Cortisone orale (prednisone 25 mg o equivalente): 2 compresse.

Ghiaccio istantaneo in busta e una garza pulita.

Pinzetta e tessera plastificata con diagnosi, farmaci, dosi, numeri da chiamare.

Telefono carico e almeno un compagno che sappia dove si trova l’adrenalina e come si usa.

Prevenzione: scarpe chiuse, pantaloni lunghi, niente profumi né creme aromatiche, colori neutri, attenzione alla frutta caduta e ai cassonetti.

Due autoiniettori in un punto noto a tutta la famiglia: non in bagno, non vicino ai fornelli, mai in freezer o in auto d’estate (il calore degrada l’adrenalina).

Controllo ogni tre mesi di scadenza e limpidezza: se il liquido è brunastro o con particelle, si sostituisce.

Antistaminico e cortisone orali in confezione integra, con le dosi scritte sulla scatola.

Ghiaccio in freezer, sempre avvolto in un panno, mai a contatto diretto con la pelle.

Numeri in vista: 112, allergologo di riferimento, centro antiveleni.

In primavera: controllo di sottotetti, legnaie, cassonetti delle tapparelle e vasi rovesciati, dove nascono i nidi.

Nido in casa o sul balcone: mai fai-da-te, mai fuoco né getti d’acqua — ditta specializzata o Vigili del Fuoco.

 

5. Gli errori che costano caro

Aspettare “a vedere come va” prima di somministrare l’adrenalina.

Trattare una reazione sistemica con il solo antistaminico o il solo cortisone.

Far alzare o camminare la persona, o caricarla in auto seduta e sola.

Iniettare l’adrenalina in vena o nel gluteo: la sede è la coscia, per via intramuscolare.

Tenere l’autoiniettore in auto, in frigorifero o in freezer.

Bere da lattine e bottiglie aperte all’aperto, soprattutto fra agosto e ottobre.

Rimuovere un nido da soli, con fiamma, acqua o spray insetticida.

Rinunciare all’autoiniettore perché “è passato tanto tempo dall’ultima volta”: la sensibilizzazione non scade.

 

6. Dopo l’episodio: le due cose che cambiano davvero il rischio

Visita allergologica. Dopo qualunque reazione sistemica servono IgE specifiche con diagnostica molecolare (Api m1 per l’ape, Ves v1 e Ves v5 per i vespidi) e il dosaggio della triptasi basale: una triptasi elevata o una mastocitosi misconosciuta cambiano completamente il livello di rischio. Segnalare sempre l’uso di beta-bloccanti e ACE-inibitori, che rendono meno efficace l’adrenalina.

Immunoterapia specifica con veleno (VIT). Dura da tre a cinque anni ed è l’unico trattamento che modifica la storia naturale di questa allergia, proteggendo la grande maggioranza dei pazienti trattati. Nel frattempo, e spesso anche dopo, l’autoiniettore resta obbligatorio.

Novità da seguire. Lo spray nasale di adrenalina (EURneffy) è approvato in Unione Europea dall’agosto 2024 per adulti e bambini oltre i 30 kg, con parere positivo europeo del febbraio 2026 anche per la formulazione pediatrica 15–30 kg; l’arrivo in Italia era atteso nel corso del 2026. Conviene verificarne la disponibilità effettiva in farmacia: è un’alternativa per chi rifiuta l’ago, non un motivo per rinunciare all’autoiniettore che si ha già.

7. Se parti: tre accorgimenti che riguardano il viaggio

L’autoiniettore viaggia in cabina, mai in stiva. In stiva il freddo lo degrada e comunque non è raggiungibile. Portane con te una breve lettera medica in italiano e in inglese, con diagnosi e prescrizione, da mostrare ai controlli di sicurezza.

Il calore è il vero nemico del farmaco. Ai tropici tienilo al centro dello zaino, in astuccio isolante, lontano dal finestrino e dal cruscotto dell’auto; controlla il liquido ogni volta che rifai il bagaglio.

In area remota le dosi diventano tre. Deserto, foresta, alta quota, navigazione: distribuiscile fra due persone del gruppo e verifica prima della partenza dove si trova la struttura sanitaria più vicina e quanto tempo serve per raggiungerla.

 

In sintesi. Nove punture su dieci si curano con del ghiaccio. Quella che uccide lo fa in pochi minuti, e la cura sta in tasca a chi la porta con sé. Non esiste una terza via: adrenalina subito, 112, sdraiato con le gambe sollevate, ospedale comunque.

 

POLO VIAGGI CESMET – ARTEMISIA · Dipartimento di Medicina Tropicale e Malattie Infettive

Direttore: Dr. Paolo Meo, medico tropicalista infettivologo · Via Piave 76, Roma · clinicadelviaggiatore.com

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FULMINI: come ti devi comportare

POLO VIAGGI CESMET – ARTEMISIA  ·  Centro di Medicina Tropicale e dei Viaggi

RISCHIO FULMINI

Decalogo — come comportarsi in caso di temporale improvviso

Temporali estivi e autunnali  ·  in montagna, in spiaggia, nei campi, all’aperto

LA REGOLA 30/30 — quella da ricordare per prima

Meno di 30 secondi fra il lampo e il tuono: la cella è entro 10 km, sei già nel raggio del fulmine → cerca riparo.

Esci allo scoperto solo 30 minuti dopo l’ultimo tuono: molte vittime vengono colpite quando il temporale sembra finito.

1

Parti presto, guarda le previsioni

Il temporale termico è puntuale: si forma nel primo pomeriggio. In montagna la parte esposta va conclusa entro le prime ore del pomeriggio.

2

Applica la regola 30/30

Al riparo se fra lampo e tuono passano meno di 30 secondi. Fuori non prima di 30 minuti dall’ultimo tuono.

3

Scegli il riparo giusto

Sicuri solo: edificio con impianti e auto chiusa. Non sono ripari gazebo, tettoie, ombrelloni, tende, capanni, grotte poco profonde.

4

Allontanati da tutto ciò che sporge

Cime, creste, alberi isolati, pali, tralicci, croci di vetta. Da un albero alto stai lontano almeno il doppio della sua altezza.

5

Esci subito dall’acqua

Mare, laghi, fiumi, piscine: l’acqua distribuisce la corrente su decine di metri. In spiaggia sei tu l’oggetto più alto.

6

Deponi gli oggetti lunghi e metallici

Piccozze, bastoncini, ombrelli, canne da pesca, attrezzi: appoggiali a qualche metro. Nessun materiale indossato isola dal fulmine.

7

In gruppo, distanziatevi

Almeno 3-5 metri l’uno dall’altro: un solo fulmine non deve mettere fuori gioco tutti, e qualcuno deve poter soccorrere.

8

Se sei sorpreso allo scoperto: accovacciati

Sui talloni, piedi uniti, testa fra le ginocchia, mani sulle orecchie. Mai sdraiarsi a terra: è la posizione che uccide.

9

In casa: tubature e cavi conducono

Niente doccia, lavelli, telefono fisso. Stacca gli apparecchi prima del temporale. Lontano da porte, finestre e pareti esterne.

10

In auto: resta dentro

Protegge la carrozzeria, non i pneumatici. Fermati, non toccare le parti metalliche, non uscire. Moto e bici non proteggono.

SE QUALCUNO VIENE COLPITO — i primi minuti decidono

TOCCALA SUBITO  — Chi è stato colpito non trattiene alcuna carica: nessun rischio per chi soccorre.

CHIAMA IL 112  — Se la zona è ancora esposta, spostala prima in un luogo sicuro.

NON RESPIRA? VENTILA  — 30 compressioni / 2 ventilazioni. Nel fulmine il cuore riparte da solo, il respiro no.

NON FERMARTI PRESTO  — Rianima a lungo: sono documentati recuperi completi dopo molti minuti.

PIÙ VITTIME?  — Triage inverso: soccorri per primi quelli che sembrano morti, cioè chi non respira.

POLO VIAGGI CESMET – ARTEMISIA  ·  Direttore: Dr. Paolo Meo, infettivologo-tropicalista  ·  clinicadelviaggiatore.com

Materiale divulgativo. Non sostituisce i protocolli ufficiali di soccorso. In emergenza chiamare il 112.

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CONSULENZA TECNICA E PERITALE IN MALATTIE INFETTIVE E TROPICALI – PERIZIE

CONSULENZA TECNICA E PERITALE IN MALATTIE INFETTIVE E TROPICALI
dr. Paolo Meo medico Infettivologo – tropicalista – malariologo
PERITO DI PARTE

Un perito di parte, infettivologo e tropicalista, al fianco di avvocati, cittadini e aziende in tutta Italia e all’estero, anche a distanza
Quando in un procedimento giudiziario, in una controversia assicurativa o in una vertenza sul lavoro entra in gioco una malattia infettiva o tropicale, la differenza la fa la competenza specialistica.
– Interpretare correttamente una cartella clinica,
– ricostruire tempi e modalità di un contagio,
– valutare l’appropriatezza di una diagnosi o di una terapia,
– distinguere ciò che era prevedibile da ciò che non lo era:
sono valutazioni che richiedono un infettivologo con esperienza reale, clinica e sul campo.
Il dr. Paolo Meo ha attivato un servizio di consulenza tecnica di parte in ambito infettivologico e tropicale,
disponibile su tutto il territorio nazionale e, dove necessario, anche all’estero,
con modalità in presenza o interamente a distanza:
– analisi documentale,
– videoconsulti,
– relazioni scritte,
– partecipazione alle operazioni peritali.            L’esperienza al vostro servizio

Il servizio è realizzato dal Dott. Paolo Meo, medico tropicalista e infettivologo, con oltre quarant’anni di attività clinica in Italia e nei Paesi tropicali di Africa, Asia e America Latina.
Già Consulente Tecnico d’Ufficio (CTU) presso il Tribunale di Roma negli anni Ottanta e Novanta, ha maturato una lunga esperienza anche come perito e consulente di parte in procedimenti civili e penali:
dalla responsabilità medica alle infezioni correlate all’assistenza, dalle patologie d’importazione alle malattie professionali di chi lavora o ha lavorato all’estero.

A chi si rivolge il dr. Paolo Meo
Agli avvocati e agli studi legali. Affiancando il legale in ogni fase:
– valutazione preliminare della fondatezza tecnica del caso,
– analisi della documentazione sanitaria,
– redazione di consulenze e contro-relazioni,
– formulazione di quesiti e osservazioni al CTU,
– assistenza alle operazioni peritali e supporto in udienza.
Un interlocutore tecnico che parla il linguaggio del processo.

Ai cittadini e alle famiglie.
Affiancando chi ritiene di:
– aver subito un danno legato a un’infezione
– un contagio in ambiente sanitario,
– una diagnosi tardiva o mancata al rientro da un viaggio,
– una vaccinazione o una profilassi non correttamente gestita
Affiancando chi ha diritto a una valutazione specialistica chiara e onesta,
che dica anzitutto se esistono i presupposti tecnici per procedere.

Alle aziende e agli enti.
– Imprese con personale espatriato o in trasferta in aree tropicali,
– compagnie assicurative,
– strutture sanitarie,
– tour operator e organizzazioni umanitarie:

il dr. Paolo Meo offre pareri tecnici su:
– casi di malattia contratta in servizio,
– valutazioni di idoneità e di rischio biologico,
– supporto nelle controversie con dipendenti, assicurati o terzi.

Come funziona
1. Primo contatto e inquadramento del caso: in videoconsulto, con esame preliminare della documentazione, rilascio di parere di fattibilità (consulenza preliminare)
2. Parere di fattibilità: una valutazione franca sulla solidità tecnica del caso, prima di ogni impegno peritale. (consulenza preliminare)
3. Consulenza tecnica vera e propria: relazione scritta, partecipazione alle operazioni del CTU, contro-deduzioni, assistenza al legale fino alla definizione della vertenza.

La distanza non è un limite: documentazione condivisa in sicurezza, incontri in videoconferenza e, quando necessario, presenza fisica alle operazioni peritali in ogni sede giudiziaria.
Per informazioni e richieste di consulenza: dr. Paolo Meo CESMET – Clinica del Viaggiatore:
Roma

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EPIDEMIA DI EBOLA BUNDIBUGYO 2026 -aggiornamenti

EPIDEMIA DI EBOLA BUNDIBUGYO (RD CONGO – UGANDA) 2026
Commenti sulla situazionale in Africa Centrale     Aggiornamento al 7 giugno 2026
redazione e commenti dr. Paolo Meo

QUADRO EPIDEMIOLOGICO ATTUALE (7 giugno 2026)
  Casi confermati                            Decessi confermati                   Guariti
Rep. Dem. del Congo (RDC)                                    ~380                                                ~60                                              ~8
Uganda                                                                                  15                                                      1                                                 —
TOTALE                                                                           ~395                                                ~61                                                    —

I dati sono aggiornati al 6 giugno 2026 (OMS / Africa CDC / EbolaMap).
I casi sospetti, dopo la revisione OMS del 2 giugno, sono scesi da oltre 900 a ~116 ancora in attesa di conferma.
precedentemente comunicati (~238) includevano molti casi poi attribuiti ad altre patologie febbrili.

ORIGINE E PAESI COINVOLTI
Il focolaio — il 17° nella storia della Rep. Democ. Congo — è stato dichiarato il 15 maggio 2026 nella provincia dell’Ituri
(nord-est della RDC, città di Bunia), con il primo decesso documentato già il 24 aprile.
Il ritardo nella diagnosi è stato causato dai kit diagnostici inizialmente calibrati solo per il ceppo Zaire, che hanno restituito falsi
negativi.
Il virus responsabile è il Bundibugyo ebolavirus (BDBV), terza epidemia mai registrata con questo ceppo,
già più grande delle precedenti (2007 Uganda; 2012 RDC).
L’Uganda è stato coinvolto a partire da metà maggio tramite casi importati (Kampala e distretto di Rwampara).
L’OMS ha dichiarato l’emergenza sanitaria internazionale (PHEIC) il 17 maggio 2026.

FATTORI DI RISCHIO E CRITICITÀ

Il ceppo Bundibugyo non dispone di vaccino approvato né di terapia antivirale specifica:
il vaccino rVSV-ZEBOV (Ervebo) e i farmaci mAb attivi sul ceppo Zaire non sono efficaci sul BDBV.
Il tasso di letalità nei casi confermati si attesta intorno al 12–14% (storicamente 25–50%), probabile effetto di bias di
segnalazione. La zona dell’Ituri è devastata da conflitti armati, con accesso umanitario difficile:
– un’equipe di sepoltura è stata attaccata il 6 giugno in South Kivu.
– Al 6 giugno risultano infettati 16 operatori sanitari.

L’Italia ha attivato protocolli di sorveglianza (circolare 18 maggio, ordinanza 29 maggio) e valuta il rischio per
la popolazione europea come molto basso. Nessun caso confermato fuori dall’Africa.


PROSPETTIVE: L’EPIDEMIA È IN ESPANSIONE O SI STA CONTENENDO?

Al 7 giugno il quadro sembra essere ancora in espansione, ma con segnali parzialmente incoraggianti. La revisione al
ribasso dei casi sospetti (da oltre 900 a ~116 pendenti) operata dall’OMS il 2 giugno indica:
– un progressivo
smaltimento dell’arretrato diagnostico,
non una vera e propria riduzione reale dei contagi.
– I casi confermati continuano ad aumentare ( 344 il 3 giugno → ~380 il 6 giugno) su 24 zone sanitarie in tre province della RDC.
in particolare nelle aree di guerra e di guerriglia

MSF ha avvertito il 31 maggio che nessuna epidemia di Ebola aveva mai registrato così tanti casi così rapidamente
dopo la dichiarazione ufficiale.
Sul fronte positivo: il 1° giugno è stata registrata la prima guarigione;
– MSF ha aperto un centro di trattamento da 65 posti a Ituri;
– CEPI ha stanziato oltre 60 milioni di dollari per accelerare tre candidati vaccini anti-BDBV
(IAVI, Moderna, Università di Oxford); trial clinici in corso.
– L’OMS ha lanciato il 5 giugno un piano strategico continentale congiunto con la RDC.
Il rischio di propagazione regionale — Uganda inclusa — è reale ma attentamente monitorato.
Un contenimento effettivo richiederà settimane se non mesi, subordinato all’accesso umanitario nelle zone di conflitto e allo sviluppo rapido di contromisure
specifiche.
Ma i rischi per viaggiatori internazionali nell’area al di fuori delle zone di guerra o dei villaggi interna sono da considerare quasi nulli.
continueremo a tenenre monitorata la situazione e ad informare valutando i reali rischi di contagio del virus. 

Fonti: OMS (WHO) · Africa CDC · EbolaMap.org · Sky TG24 · Euronews · Salutelab.it |
Documento redatto da dr. Paolo Meo il 7 giugno 2026 .

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HANTAVIRUS SULLA MV HONDIUS: perché questo virus NON è il nuovo COVID e perché non lo sarà mai”

HANTAVIRUS SULLA MV HONDIUS: AGGIORNAMENTO 8 MAGGIO 2026

La domanda è “ perché questo virus NON è il nuovo COVID e perché non lo sarà mai”

A cura del Dott. Paolo Meo — Infettivologo e Medico Tropicalista, Direttore del POLO VIAGGI CESMET – ARTEMISIA LAB, Roma

Aggiornato all’8 maggio 2026      www.clinicadelviaggiatore.com

 

Mentre scrivo questo aggiornamento, la MV Hondius ha raggiunto le Isole Canarie. Le autorità sanitarie spagnole hanno completato le operazioni di sbarco controllato dei passeggeri secondo protocolli di biosicurezza di livello elevato. Il bilancio definitivo, al momento, parla di tre vittime accertate e di almeno tre pazienti che hanno richiesto cure intensive.
L’indagine epidemiologica dell’OMS è ancora in corso, ma alcuni dati fondamentali stanno emergendo con maggiore chiarezza.

Desidero raccontare come si è conclusa — almeno per ora — questa vicenda, e ancora più tentare di rispondere alla domanda che in molti mi stanno rivolgendo in questi giorni: «Dottore, è un nuovo COVID?»

La risposta definitiva è NO. E spiegherò perché, con dati scientifici e con parole che tutti possano capire.

 

L’aggiornamento: cosa è successo dopo il 6 maggio

Nelle ultime 48 ore la situazione a bordo della MV Hondius si è gradualmente stabilizzata. Non sono stati registrati nuovi decessi dopo i tre già comunicati. I pazienti ricoverati in condizioni critiche sono stati trasferiti in strutture ospedaliere specializzate alle Canarie, dove stanno ricevendo cure intensive adeguate.

L’OMS ha confermato che il ceppo virale identificato è riconducibile all’hantavirus andino, il ceppo sudamericano endemico nelle regioni patagonica e andina dell’Argentina e del Cile. Le analisi genomiche sul materiale biologico prelevato dai pazienti sono in fase di completamento nei laboratori di riferimento internazionale.

La domanda essenziale, “se vi sia stata trasmissione interumana a bordo”, rimane al momento senza una risposta definitiva. Le autorità sanitarie stanno ricostruendo i movimenti e i contatti di tutti i passeggeri prima e durante l’imbarco in Argentina. I risultati di questa indagine epidemiologica saranno determinanti, ma ci vorrà tempo.

 

Hantavirus vs COVID-19: le differenze fondamentali

Negli ultimi anni abbiamo imparato a nostra spese che i virus non rispettano le frontiere. Ma l’accostamento tra HANTAVIRUS e SARS-CoV-2 è scientificamente scorretto, e alimentarlo sarebbe un disservizio alla comprensione pubblica della salute.

Ecco le differenze essenziali:

  1. LA VIA DI TRASMISSIONE

Questa è la differenza più importante, e da sola basta a escludere lo scenario pandemico.

  • COVID-19 si trasmette per via aerea e droplet: bastava stare nella stessa stanza di un infetto, respirare la stessa aria, toccare una superficie e poi portarsi le mani al viso. Un virus pensato — biologicamente — per diffondersi in modo esplosivo tra gli esseri umani.
  • HANTAVIRUS si trasmette principalmente attraverso il contatto con roditori infetti o con le loro deiezioni. La via è ambientale, non interumana. Per infettarsi bisogna avere un contatto diretto con il serbatoio animale del virus.
    L’unico ceppo che ha mostrato una limitata capacità di trasmissione da persona a persona è l’HANTAVIRUS ANDINO — ma si tratta di una trasmissione rara, documentata soprattutto in contesti di stretto contatto familiare prolungato, non di una diffusione aerea efficiente.

In termini pratici: l’HANTAVIRUS non si prende passeggiando per strada, prendendo l’autobus o stando in un ufficio con una persona infetta. Il COVID sì.

 

  1. IL NUMERO RIPRODUTTIVO DI BASE (R₀)

Il R₀ è il numero medio di persone che una singola persona infetta riesce a contagiare in una popolazione suscettibile.

  • COVID-19 (variante originale): R₀ stimato tra 2,5 e 3. Per le varianti Omicron, si è arrivati a valori tra 8 e 15. Un singolo positivo poteva infettare decine di persone.
  • HANTAVIRUS ANDINO (trasmissione interumana): R₀ stimato tra 0,9 e 1,2 nei focolai documentati. Un valore attorno a 1 significa che ogni infetto contagia mediamente un’altra persona — il che non produce un’esplosione epidemica ma un lento e limitato propagarsi, tendente all’auto-estinzione senza misure di contenimento eccessive.

Un virus con R₀ inferiore a 1 si estingue da solo. Con R₀ tra 1 e 2, può generare focolai localizzati ma non pandemie globali.

 

  1. LA FACILITÀ DI ESPOSIZIONE
  • COVID-19: era sufficiente frequentare qualsiasi ambiente urbano normale — un negozio, un ospedale, una scuola — per essere esposti.
  • HANTAVIRUS: richiede una esposizione specifica a roditori selvatici o ai loro habitat naturali. Il turista che visita una città argentina non è a rischio. Il trekker che dorme in una capanna di montagna in Patagonia, o che ispeziona un magazzino rurale, lo è potenzialmente. Si tratta di una nicchia di rischio ben definita e geograficamente circoscritta.
  1. L’IMMUNITÀ DI POPOLAZIONE E IL SERBATOIO

Il COVID-19 si è diffuso su scala mondiale anche perché l’intera popolazione umana era immunologicamente vergine — nessuno aveva anticorpi contro quel ceppo. L’HANTAVIRUS circola nei roditori selvatici da millenni. L’essere umano è un ospite accidentale, non il serbatoio principale. Il virus non ha “bisogno” di diffondersi tra gli uomini per sopravvivere — vive benissimo nei roditori. Questo è un fattore biologico fondamentale che limita drasticamente il suo potenziale pandemico.

  1. LA MORTALITÀ E LA GESTIONE CLINICA

Qui l’HANTAVIRUS mostra il suo lato peggiore: è vero che la mortalità dell’HPS (Sindrome Polmonare da Hantavirus) è elevata — tra il 30% e il 40% nei casi gravi. Ma si tratta di una malattia che colpisce un numero limitato di persone all’anno a livello mondiale, in contesti geografici e ambientali specifici. Il COVID ha mostrato una mortalità percentuale inferiore, ma su una scala di diffusione globale di miliardi di infetti, con un impatto sistemico sui sistemi sanitari mondiali che l’HANTAVIRUS non ha mai avuto e non potrà mai avere.

 

Allora perché questa vicenda ci preoccupa?

Me lo sono chiesto anch’io e la risposta onesta è: ci preoccupa per due motivi legittimi.

Il primo è umano: tre persone sono morte. Tre famiglie sono state distrutte. Questa è una tragedia, indipendentemente da qualsiasi considerazione epidemiologica.

Il secondo è scientifico: un focolaio di HANTAVIRUS su una nave da crociera, con possibile trasmissione interumana, è un evento raro e da studiare con attenzione. Non perché possa diventare una pandemia, ma perché ogni episodio del genere ci insegna qualcosa sul comportamento di un virus che ancora non conosciamo completamente.

Il messaggio per i viaggiatori

Se state pianificando un viaggio in Argentina, Cile, Bolivia o in altre zone endemiche, non dovete rinunciare al vostro viaggio. Dovete farlo in modo consapevole.

  • Evitate il contatto con roditori selvatici e i loro habitat
  • In ambienti rurali chiusi e polverosi, usate protezione respiratoria
  • Dopo il rientro, qualsiasi febbre associata a dolori muscolari e difficoltà respiratorie nei 6 settimane successive va riferita al medico con il dettaglio della destinazione visitata
  • Prima di partire, consultate un centro specializzato in medicina dei viaggi

L’HANTAVIRUS quindi non è il nuovo COVID. Ma è un virus reale, con una mortalità reale, che colpisce chi non è preparato. E la preparazione, in medicina dei viaggi, si chiama prevenzione informata.

Dott. Paolo Meo Infettivologo e Medico Tropicalista — Esperto in Malattie Infettive e Tropicali Direttore POLO VIAGGI CESMET – Artemisia Lab, Roma Consulenze: www.clinicadelviaggiatore.com

HANTAVIRUS SULLA MV HONDIUS: perché questo virus NON è il nuovo COVID e perché non lo sarà mai” Leggi tutto »

Hantavirus sulla MV HONDIUS: tre morti in mezzo all’Atlantico. Cosa sta succedendo e cosa dobbiamo sapere

HANTAVIRUS SULLA MV HONDIUS: TRE MORTI IN MEZZO ALL’ATLANTICO. COSA STA SUCCEDENDO E COSA DOBBIAMO SAPERE
A cura del Dott. Paolo Meo — Infettivologo e Medico Tropicalista, Direttore del POLO VIAGGI CESMET – Artemisia Lab, Roma
Pubblicato il 6 maggio 2026 | www.clinicadelviaggiatore.com

Negli ultimi giorni una notizia ha attraversato le redazioni di mezzo mondo e ha iniziato a fare ciò che le notizie sanitarie fanno spesso: generare allarme. Una nave da crociera, la MV Hondius, si trova in navigazione nell’Oceano Atlantico con tre passeggeri morti e altri tre in condizioni gravi, tutti colpiti da una sospetta infezione da hantavirus. Come medico tropicalista con oltre quarant’anni di esperienza sul campo, sento il dovere di raccontare questa vicenda con la chiarezza che merita — senza allarmismi, ma senza minimizzare.

La vicenda, dall’inizio
La MV Hondius è una nave da spedizione partita dall’Argentina, diretta verso le Isole Canarie attraverso l’Oceano Atlantico. Durante la navigazione, alcuni passeggeri hanno iniziato ad accusare sintomi che, in un primo momento, potevano sembrare comuni: febbre, dolori muscolari, stanchezza intensa. Ma le condizioni di alcuni di loro si sono deteriorate con una rapidità che ha subito allarmato il personale medico di bordo.

Uno dei pazienti più gravi è stato evacuato d’urgenza e ricoverato a Johannesburg, dove i test di laboratorio hanno confermato la diagnosi: hantavirus. Nel frattempo, tre persone sono decedute. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha avviato un’indagine epidemiologica urgente. La nave sta ora dirigendosi verso le Canarie, dove le autorità sanitarie spagnole si stanno preparando ad accoglierla con protocolli di massima sicurezza.

È una vicenda seria. Ma per comprenderla davvero, occorre prima capire di cosa stiamo parlando.

Che cos’è l’Hantavirus?
L’Hantavirus è un virus a RNA appartenente alla famiglia Hantaviridae. Non è un virus nuovo: è conosciuto dalla medicina tropicale e infettivologica da decenni, anche se rimane pressoché sconosciuto al grande pubblico, almeno in Europa.

Esistono diversi ceppi di Hantavirus, distribuiti in diverse parti del mondo. Quello che ci preoccupa in questo caso è il cosiddetto Hantavirus andino, endemico nelle regioni andine e patagonica dell’Argentina e del Cile. È una variante particolarmente rilevante per un motivo che vedremo tra poco: a differenza di quasi tutti gli altri ceppi, l’Hantavirus andino ha dimostrato, in alcuni casi documentati, la capacità di trasmettersi da persona a persona.

Come si trasmette?
Il meccanismo di trasmissione principale dell’Hantavirus è il contatto diretto o indiretto con i roditori selvatici — ratti, topi di campagna, arvicole — che sono il serbatoio naturale del virus. L’infezione nell’uomo avviene tipicamente attraverso:

Inalazione di aerosol contenenti urine, feci o saliva di roditori infetti (la via più comune).
Contatto diretto con roditori o con superfici contaminate dalle loro deiezioni.
Morsi di roditori infetti (via meno frequente).
Non si trasmette toccando corrimani, attraverso l’acqua potabile o mangiando al ristorante. Si prende dalla terra, dagli ambienti rurali e naturali — capanne, fienili, zone di campagna, foreste — dove il contatto tra uomo e roditori selvatici è più probabile.

Ecco perché la provenienza argentina della MV Hondius è un dato clinicamente rilevante. Molti dei passeggeri avevano verosimilmente visitato le grandi aree naturali dell’Argentina — la Patagonia, le Ande, le zone rurali del Sud America — prima di imbarcarsi. È in quell’ambiente che il virus può essere stato acquisito, senza che nessuno se ne accorgesse, perché il periodo di incubazione dell’Hantavirus andino è di 1-6 settimane. Tempo più che sufficiente per salire a bordo di una nave e attraversare l’Atlantico.

Quali sono i sintomi e come evolve la malattia?
La forma clinica più grave causata dall’Hantavirus andino è la Sindrome Polmonare da Hantavirus (HPS — Hantavirus Pulmonary Syndrome). L’evoluzione tipica si articola in due fasi:

Fase prodromica (3-5 giorni): Febbre alta (38-40°C), dolori muscolari intensi, cefalea, brividi, nausea. Una presentazione clinica che può facilmente essere confusa con un’influenza severa o con una malattia febbrile tropicale.

Fase cardio-polmonare: Con una rapidità che può sorprendere anche chi la conosce, il quadro peggiora bruscamente. I polmoni si riempiono di liquido (edema polmonare acuto), la funzione respiratoria crolla, la pressione arteriosa scende. Il paziente ha bisogno di ossigeno, poi di ventilazione meccanica, poi di terapia intensiva. La mortalità in questa fase può raggiungere il 35-40%, anche in centri ospedalieri ben attrezzati.

Capite bene che a bordo di una nave da crociera — per quanto ben equipaggiata — gestire tre o più casi gravi simultanei di HPS è qualcosa che va al di là delle possibilità di qualsiasi infermeria di bordo.

Esiste una terapia?
Questo è uno dei punti che i miei pazienti mi chiedono sempre per primi, e la risposta è quella che mi piace meno dare: non esiste un antivirale specifico approvato per l’Hantavirus.

La terapia è fondamentalmente di supporto: ossigenoterapia ad alto flusso, ventilazione meccanica non invasiva o invasiva, gestione dell’equilibrio idro-elettrolitico, supporto emodinamico. In alcuni centri viene utilizzata la ribavirina per via endovenosa, ma le evidenze cliniche sulla sua efficacia rimangono controverse.

Quello che fa davvero la differenza è la tempestività del ricovero in terapia intensiva. Ogni ora conta. E su una nave in mezzo all’Atlantico, ogni ora costa cara.

Un caso di trasmissione interumana?
È la domanda che l’OMS e i virologi di tutto il mondo si stanno ponendo in queste ore. Se i tre casi gravi a bordo della MV Hondius fossero tutti riconducibili a esposizioni indipendenti avvenute in Argentina prima dell’imbarco, si tratterebbe di un cluster sfortunato ma non di un focolaio attivo. Se invece il virus si stesse trasmettendo da persona a persona a bordo, lo scenario cambierebbe radicalmente.

La risposta arriverà dalle indagini epidemiologiche in corso e, soprattutto, dalla sequenza genomica del ceppo virale identificato. Per ora, la prudenza è d’obbligo.

Cosa deve sapere chi viaggia in Sud America
Come medico tropicalista e direttore del POLO VIAGGI CESMET-Artemisia, vorrei concludere con un messaggio diretto a chi pianifica un viaggio in Argentina, Cile, Bolivia o in altre zone endemiche per l’hantavirus :

Evitate il contatto con roditori selvatici e con ambienti dove la loro presenza è probabile: rifugi di montagna, capanne rurali, granai, zone boscose non frequentate.
Se vi trovate in luoghi chiusi e polverosi in zone endemiche, usate una mascherina FFP2. La via respiratoria è la principale via di contagio.
Non raccogliete roditori morti e non maneggiate materiali che potrebbero essere contaminati da deiezioni.
Dopo il rientro, se nelle 6 settimane successive al viaggio accusate febbre alta, dolori muscolari intensi e difficoltà respiratorie, riferite immediatamente al medico la vostra destinazione di viaggio. Il dettaglio geografico è fondamentale per una diagnosi tempestiva.
Prima di partire, rivolgetevi a un centro specializzato in medicina dei viaggi per una consulenza personalizzata sul rischio infettivo della destinazione.

La MV Hondius si avvicina alle Canarie. I passeggeri sopravvissuti portano con sé un’esperienza che nessuno aveva messo in valigia. Tre persone non torneranno a casa. È il momento di usare questa tragedia non per alimentare la paura, ma per costruire conoscenza. Perché la conoscenza, in medicina dei viaggi, salva le vite.

Dott. Paolo Meo — Infettivologo e Medico Tropicalista Direttore POLO VIAGGI CESMET – Artemisia Lab, Roma Per consulenze: www.clinicadelviaggiatore.com

Hantavirus sulla MV HONDIUS: tre morti in mezzo all’Atlantico. Cosa sta succedendo e cosa dobbiamo sapere Leggi tutto »

ENCEFALITE DA ZECCHE (ITALIA – EUROPA – ASIA) Proteggiti e vaccinati subito!

Zecche e malattie correlate: la situazione 2026

Le zecche non aspettano più la primavera — e nemmeno tu dovresti aspettare per vaccinarti.
È già metà marzo e un dottore forestale fiorentino, Alberto Biffoli, si ritrova con quindici zecche addosso in due giorni di lavoro in bosco. Non in una macchia mediterranea subtropicale, non a bassa quota, non in estate: siamo oltre i 1000 metri, tra Emilia-Romagna e Toscana, in una fustaia di conifere con scarso sottobosco. Suo figlio, pur meno esposto, ne conta comunque quattro il primo giorno, cinque o sei il secondo. Una delle zecche ha morso Biffoli addirittura oltre due giorni dopo una doccia.

La specie identificata è Ixodes ricinus, la famigerata “zecca dei boschi”: il vettore principale della borreliosi di Lyme e, soprattutto, della meningoencefalite da zecca (TBE), malattia neurologica grave e potenzialmente invalidante.
La presenza massiccia in una zona ad alta quota e con basso sottobosco è insolita persino per un esperto del settore: “Erano anni che non ne trovavo tante”.
Un dato che non lascia spazio all’ottimismo: i cambiamenti climatici stanno anticipando e ampliando geograficamente la stagione di attività delle zecche, rendendole un rischio concreto anche dove e quando non ce lo aspettiamo.
Scout, escursionisti, boscaioli, fungaioli, pastori, e agricoltori, amanti della montagna — chiunque frequenti ambienti naturali è esposto.

Il repellente aiuta, ma non basta. L’unica protezione realmente efficace contro la TBE è il vaccino: iniziare il ciclo ora significa essere coperti in tempo per la primavera e l’estate, quando il rischio esplode.
Non aspettare che sia troppo tardi.

 

Leggi lo Speciale Scout

 

cosa fare per proteggerti:
1. chiedi una consulenza con il dr. Paolo Meo, per approfondire la questione delle zecche e prepararti alle tue vacanze, o capire come lavorare in sicurezza (scrivi a seg.cesmet@gmail.com) 

2. chiedi di effettuare la vaccinazione per la TBEpresso il POLO VIAGGI, Cesmet – Artemisia .  PRENOTA SUBITO la tua prima dose


La stagione a rischio è già alle porte. Sei più esposto se fai:

escursioni in boschi o foreste,
attività agricole o forestali,
campeggio,
raccolta funghi,
cicloturismo, caccia
viaggi in aree endemiche.

Dove rischi:

Italia,
le zone ad alto rischio sono le regioni nord-orientali — Friuli-Venezia Giulia, Veneto (Alpi bellunesi) e Trentino-Alto Adige
— con segnalazioni sporadiche anche in Emilia-Romagna e Lazio.
Europa
Europa centro-orientale, Paesi Baltici, Scandinavia, Austria, Germania, Polonia, Repubblica Ceca, Ungheria (in particolare la Transdanubiana), Slovenia. I dati 2026 confermano una tendenza in espansione verso nord-ovest e sud-ovest del continente.
Mondo
Siberia, Russia, Cina settentrionale, Giappone, Corea
(sottotipi Siberiano e dell’Estremo Oriente, con maggiore virulenza).

Cos’è la TBE e perché è pericolosa

L’Encefalite da Zecca (TBE – Tick-Borne Encephalitis) è una malattia virale grave che colpisce il sistema nervoso centrale — cervello, meningi e midollo spinale. Si trasmette principalmente attraverso il morso di zecche infette del genere Ixodes, attive da marzo a novembre, con picchi in primavera e inizio estate.
La malattia può manifestarsi in forma bifasica:
Fase 1 (simil-influenzale): febbre, cefalea, dolori muscolari, malessere generale
Fase 2 (neurologica): meningite, encefalite, paralisi, in alcuni casi esiti permanenti
I dati italiani mostrano che il 18% dei casi sviluppa sequele neurologiche permanenti e circa il 28,5% sequele temporanee. La malattia non ha terapia antivirale specifica: la prevenzione è l’unica arma efficace.

VACCINATI !
Il vaccino disponibile In Italia è disponibile TicoVac® (Pfizer) in formulazione
adulti (0,5 mL)
e pediatrica (0,25 mL per bambini fino a 15 anni),
con oltre 100 milioni di dosi somministrate nel mondo.

⏰ Perché iniziare ADESSO il ciclo vaccinale

Le zecche sono già attive da marzo. Il ciclo vaccinale completo richiede tre dosi somministrate nell’arco di alcuni mesi:
Dose Tempistica
1ª dose Oggi — giorno 0
2ª dose Dopo 1–3 mesi (oppure 14 giorni in caso di urgenza)
3ª dose Dopo 5–12 mesi dalla seconda dose

Chi inizia ora in marzo sarà immunizzato con le prime due dosi entro aprile–maggio, ovvero prima del picco stagionale di attività delle zecche. Aspettare significa esporsi senza protezione.
Per chi è già vaccinato in precedenza:
< 60 anni: richiamo ogni 5 anni (il primo a 3 anni dal ciclo primario)
≥ 60 anni: richiamo ogni 3 anni

A chi è consigliata la vaccinazione
Residenti e lavoratori in zone boschive/rurali endemiche

✅ SCOUT,    Viaggiatori diretti in zone a rischio in Italia, Europa e Asia
✅ Escursionisti, campeggiatori, trekker, ciclisti, cacciatori, raccoglitori di funghi
✅ Militari, forestali, agricoltori, veterinari con esposizione professionale
✅ Bambini da 1 anno in su che frequentano ambienti naturali a rischio

In Friuli-Venezia Giulia e Trentino-Alto Adige la vaccinazione è gratuita per i residenti

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INFLUENZA 25/26: la Variante K del virus influenzale A/H3N2 corre veloce.

INFLUENZA 25/26: la Variante K del virus influenzale A/H3N2 corre veloce. 
In questo articolo voglio fornire una descrizione delle caratteristiche biologiche e cliniche e qualche consiglio di come proteggersi.

Il VIRUS protagonista indiscusso della stagione 2025/26 è costituito dalla variante K (sottoclade K) del virus influenzale A/H3N2, identificato come “improvvisa” variante emergente già a partire dall’agosto 2025 in Australia. E vi ricorderete che vi avevamo preannunciato che questo ceppo influenzale presentava allora, ed oggi è confermato, sette mutazioni della “proteina emoagglutinina” che gli conferiscono una straordinaria capacità di “eludere l’immunità pregressa della popolazione”, risultante da vaccinazioni precedenti o infezioni naturali passate. E questo rende il mixovirus di quest’anno particolarmente diffusivo.
È fondamentale sottolineare che 
questa variante K NON presenta una maggiore aggressività o severità clinica rispetto all’H3N2 stagionale tradizionale. Piuttosto, la vera caratteristica biologica della variante K risiede nella sua efficienza replicativa e nella velocità di trasmissione, che le ha permesso di prolungare significativamente la stagione influenzale negli emisferi meridionali (Australia e Nuova Zelanda) per almeno un mese oltre il normale.​

Questo aspetto è clinicamente rilevante perché, sebbene la variante non sia più virulenta, la sua capacità di eludere parzialmente l’immunità della popolazione ha generato un picco epidemiologico anticipato e potenzialmente più ampio. Le sequenze genomiche depositate nel database internazionale confermano che in questo periodo invernale il subclade K è nettamente predominante anche in Italia, rappresentando la spina dorsale dell’epidemia attuale.​

Clinicamente, l’infezione da variante K presenta il classico spettro sintomatologico dell’H3N2 stagionale:

  1. febbre alta (>38°C) ad esordio brusco,
  2. tosse intensa,
  3. faringite,
  4. dolori muscolari e articolari marcati,
  5. stanchezza profonda,
  6. congestione nasale
  7. nei bambini, disturbi gastrointestinali (nausea, vomito, diarrea).

È degno di nota che l’H3N2, indipendentemente dal sottoclade, produce manifestazioni febbrili più pronunciate rispetto all’H1N1, che invece tende a manifestarsi con sintomi respiratori superiori più salienti (tosse persistente, mal di gola, congestione nasale).​

Tra le complicanze specifiche documentate figurano

  1. le otiti media,
  2. sinusiti,
  3. bronchiti e polmoniti,
    1. con un rischio aumentato in determinate popolazioni vulnerabili:
      1. anziani over 65,
      2. bambini sotto i 5 anni,
      3. donne in gravidanza,
    2. persone affette da patologie croniche respiratorie (asma, BPCO) o cardiache,
    3. individui immunocompromessi.​

Diffusione Geografica e Temporale: Il Picco Imminente

La diffusione della variante K in Italia mostra le medesime caratteristiche osservate nell’emisfero Sud:

  • un picco epidemiologico anticipato (già evidente a metà dicembre 2025)
  • con previsioni di raggiungimento del picco massimo tra la fine del 2025 e mese di gennaio 2026.

Gli esperti dell’Istituto Superiore di Sanità evidenziano tuttavia l’impossibilità di una previsione esatta del momento del picco, sottolineando che esso potrebbe verificarsi in qualsiasi momento tra fine dicembre e inizio febbraio.​

Questa proiezione temporale è supportata dal fatto che l’A/H3N2 ha circolato molto poco negli anni precedenti nella popolazione italiana, generando una cohorte ampia di individui suscettibili, soprattutto nei bambini. Tale gap immunitario a livello di popolazione rappresenta il terreno fertile per una diffusione accelerata.​

La pressione ospedaliera attesa (richiesta di ricoveri per sintomi gravi) dalle autorità sanitarie è descritta come “alta”, con particolare preoccupazione per il mantenimento della capacità di risposta nelle strutture di emergenza-urgenza durante il periodo festivo, noto per ridotte disponibilità di personale sanitario e disponibilità di letti.

Contesto Globale: La Stagione “Record” negli USA 2024/25
Per contestualizzare la gravità della stagione 2024-2025, è illuminante considerare i dati epidemiologici dagli Stati Uniti, dove la sorveglianza è particolarmente rigorosa.
Durante i mesi di picco (ottobre 2024-maggio 2025), gli USA hanno registrato oltre 

  • 47 milioni di casi influenzali, il dato più elevato dal 2010-2011,
  • con 610.000 ospedalizzazioni cumulative (il record storico)
  • e approssimativamente 130.000 decessi per influenza.
  • Il tasso di ospedalizzazione ha raggiunto il 7,0%
    (confrontato al 5,6% della stagione precedente e al 4,9% di due anni prima).​

Particolarmente allarmante è il dato pediatrico:

  • 231 decessi registrati nei bambini,
  • di cui il 90% in soggetti idonei alla vaccinazione ma non vaccinati.
  • Inoltre, il 35,0% dei pazienti con influenza confermata ha richiesto una visita al pronto soccorso entro 30 giorni dall’infezione,
  • percentuale superiore alla media storica (24,1% nel 2012-2013).​

 

Un chiarimento tra le forme della “influenza aviaria H5N1 Clade 2.3.4.4b”
nei confronti della influenza umana Variante K dell’H3N2

Desidero chiarire una potenziale fonte di confusione terminologica e concettuale tra i due tipi influenzali attualmente circolanti nel mondo:
Quando si discute di
variante clade 2″ nel contesto dell’epidemia influenzale attuale, occorre distinguere nettamente tra due entità biologicamente e epidemiologicamente distinte:

  1. Variante K dell’H3N2 stagionale: costituita da “virus influenzale umano” endemico, caratterizzata da trasmissione efficiente umano-umano”, bassa mortalità, dominante globalmente;
  2. Variante Clade 2.3.4.4b dell’H5N1 costituita ad “virus dell’influenza aviaria” ad alta patogenicità (HPAI), spillover zoonotico sporadico, ossia con possibile trasmissione uccelli – mammiferi; spillover recente in bovini da latte (ossia trasmesso da uccelli a bovini), e possibile passaggio da bovini-uomo, con tasso di mortalità estimato 38-48%

La confusione sorge talvolta dal fatto che, nella nomenclatura dell’influenza aviaria, il “clade 2.3.4.4b” si riferisce effettivamente a una linea genetica specifica dell’H5N1.

Tuttavia, nell’ambito dell’epidemia stagionale attuale (dicembre 2025), la pressione virale dominante e i dati epidemiologici pertinenti derivano esclusivamente dalla variante K dell’H3N2, non dall’H5N1.

Parliamo della rara forma di H5N1 Clade 2.3.4.4b: Situazione Epidemiologica Attuale

Sebbene non rappresenti una minaccia immediata all’epidemia stagionale in corso, la situazione dell’H5N1 clade 2.3.4.4b merita una discussione dettagliata data l’importanza della sorveglianza globale e il profilo di rischio pandemico.

Epidemiologia Umana
Dal marzo 2024 al giugno 2025, gli Stati Uniti hanno registrato 70 casi umani confermati di H5N1 clade 2.3.4.4b.
Le esposizioni erano ripartite come segue:

  • 41 da bovini da latte,
  • 24 da polli commerciali,
  • 2 da pollame da cortile,
  • 3 da fonte di esposizione sconosciuta. L’ultimo caso registrato negli USA risale a maggio 2025, suggerendo una fase calante dell’incidenza umana negli Stati Uniti.​

A livello mondiale, dal 2003 al maggio 2025, l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha documentato 972 casi confermati di H5N1 con 468 decessi, per un tasso di mortalità cumulativo del 48%.
Nel 2025 (dati fino a
maggio), sono stati registrati 13 casi globali con 5 decessi, corrispondente a un tasso di mortalità del 38%.​

È fondamentale evidenziare che non è stata mai documentata trasmissione uomo-uomo  sostenuta di H5N1 clade 2.3.4.4b. Tutti i casi umani derivano da esposizioni dirette a fonti animali (avicoltura, bovini da latte, ecc.).​

Patogenesi e Adattamento Mammifero
La particolarità biologica più inquietante del clade 2.3.4.4b è la sua progressiva adattamento a ospiti mammiferi.

Fino al marzo 2024
, i virus dell’influenza aviaria ad alta patogenicità non si riteneva causassero infezioni economicamente significative nei bovini.
L’identificazione del genotipo B3.13 nei bovini da latte del Texas e Kansas ha rappresentato un precedente senza storia.
Questo genotipo ricombinante, derivante da una fusione di geni dell’HPAI H5N1 europeo e dell’LPAI nord-americano,
si è successivamente diffuso a 17 stati americani e a oltre 1.000 mandrie.​

Nei bovini, l’infezione si manifesta prevalentemente come mastite e ridotta produzione lattea, con sintomi respiratori lievi. Tuttavia, un genotipo distinto (D1.1), un altro ricombinante HPAI-LPAI, ha causato due casi umani gravi, uno fatale in California.

La caratteristica biologica di massima preoccupazione risiede nel dual receptor-binding capacity osservato nei ceppi bovini isolati: il virus mantiene l’avidità per i recettori α2,3-sialici (di tipo aviario) mentre acquisisce capacità di legame ai recettori α2,6-sialici (di tipo umano), presenti nell’epitelio respiratorio superiore umano. Questa adattabilità recettoriale rappresenta un passo potenziale verso una facilitazione di trasmissione inter-specie e intra-specie nell’ospite umano.​

Patogenicità in Modelli Sperimentali

Studi di infezione sperimentale in furetti con il ceppo umano del Cile H5N1 (genoma D1.1) hanno documentato febbre, secrezione nasale, diarrea, secrezione oculare, letargia marcata e segni di malattia severa quali dispnea e respirazione affannosa.
Questo profilo clinico, sebbene limitato ai modelli animali, riflette il potenziale per manifestazioni respiratorie severe nell’ospite umano.​

Valutazione del Rischio Pandemico

Il consenso scientifico internazionale considera l’H5N1 clade 2.3.4.4b come una “seria minaccia pandemica”. I fattori di preoccupazione includono:​

  • Diffusione globale continuativa nel compartimento aviare selvatico e domestico
  • Incursioni in ospiti mammiferi (visoni, foche, leoni marini, bovini)
  • Plasticità genetica: diversità genotipica elevata e potenziale per reassortimento con virus influenzali umani stagionali
  • Spillover sporadico persistente in umani con casi umani in Cile, Canada e USA caratterizzati da gravità aumentata

Tuttavia, l’assenza di trasmissione umano-umano sostenuta e il fenomeno di “viral inert” (il virus non ha acquisito la capacità replicativa ottimale nell’ospite umano) mitigano il rischio a breve termine.

 

Manifestazioni Cliniche Dettagliate dell’Influenza Stagionale 2025

La variante K produce un quadro clinico indistinguibile dalla classica influenza H3N2 stagionale. I tre criteri diagnostici cardine (indicatori di sospetto diagnostico nel setting primario) sono:​

  1. Esordio acuto di febbre sopra 38°C (in adulti) o >39°C (nei bambini piccoli)
  2. Almeno un sintomo respiratorio: tosse, congestione nasale, faringite
  3. Almeno un sintomo sistemico: mialgia marcata, artralgia, astenia profonda

L’assenza di uno di questi tre elementi depone generalmente per diagnosi alternativa (raffreddore comune da rhinovirus, per esempio).​

La progressione temporale classica prevede:

  • un picco sintomatologico nei giorni 2-4 di malattia, con la febbre che tende a persistere per 3-5 giorni anche in assenza di complicanze batteriche secondarie.
  • La tosse e l’astenia possono protrarsi per 1-2 settimane, rappresentando frequente motivo di visita medica tardiva e preoccupazione del paziente.Differenze Sintomatologiche H3N2 vs H1N1

Studi comparativi dei dati clinici di cure primarie hanno documentato che:
– i pazienti infetti da H3N2 presentano febbre più elevata e più prolungata rispetto a quelli con H1N1;
– i pazienti con H1N1 al contrario manifestano tosse più frequente (63,8% vs 40,7%), mialgia più comune (71,8% vs 48,2%) e faringite (40,4% vs 19,0%).

Queste differenze sintomatologiche dovrebbero caratterizzare la valutazione clinica e l’approccio terapeutico.​

Interazioni Virali tra diversi virus delle alte vie respiratorie.
Meccanismi Fondamentali di Interferenza Virale

La circolazione simultanea di molteplici patogeni respiratori (influenza, RSV, rhinovirus, coronavirus generici, SARS-CoV-2) non produce semplicemente una sovrapposizione lineare di malattia, ma queste interazioni virali talvolta antagoniste talvolta sinergiche determinano dinamiche patologiche complesse governate dal fenomeno “dell’interferenza virale”.

Questa si verifica quando l’infezione da un virus primario innesca una “risposta immunologica innata” (produzione interna di interferone di tipo I e III) che sopprime la replicazione di un virus secondario (fenomeno denominato challenge).

Per chiarire il fenomeno: in studi realizzati su coltura cellulare di epitelio respiratorio,
– l’infezione da virus influenzale A (IAV) o da virus respiratorio sinciziale (RSV) riduce significativamente la replicazione di SARS-CoV-2 tramite l’induzione di uno stato “antivirale” cellulare.
L’effetto è più pronunciato con IAV che con RSV.​

Implicazioni Epidemiologiche e rapporto tra casi influenzali e casi di COVID: una spiegazione dell’andamento delle due epidemie:

Durante la stagione 2024-2025, questi meccanismi di competizione hanno generato un’epidemiologia caratteristica:
una ondata massiccia di influenza (82 milioni di casi USA da ottobre 2024 a maggio 2025) ha interferito con la diffusione di SARS-CoV-2, mantenendola fortemente.
Al diminuire dell’attività influenzale in primavera 2025, è seguita una risalita marcata di SARS-CoV-2, in particolare della variante NB.1.8.1 (derivata da JN.1), che ha causato un aumento di ospedalizzazioni.​

COVID-19 e la Variante NB.1.8.1 attualmente in Circolazione

La variante di SARS – CoV-2 denominata NB.1.8.1 rappresenta un’evoluzione della linea Omicron con mutazioni aggiuntive sulla proteina spike (T22N, F59S, G184S, A435S, V445H, T478I) che conferiscono ridotta sensibilità agli anticorpi neutralizzanti. Tuttavia, i dati epidemiologici attuali indicano che NB.1.8.1 NON causa malattia più severa rispetto alle varianti Omicron precedenti. La trasmissibilità è elevata, ma la clinica prevede sintomi prevalentemente lievi, soprattutto in individui vaccinati o con infezione pregressa.​

Coinfesione Influenza-COVID-19: Implicazioni Cliniche

Diversi studi hanno valutato l’impatto della coinfesione influenza-SARS-CoV-2 sulla gravità della malattia COVID-19.
Gli autori documentano che
la coinfesione con influenza è associata a un aumento 2-fold del rischio di ammissione in ICU (odds ratio = 2,09, IC 95% = 1,64-2,68) e a un aumento 2,31 volte del rischio di ventilazione meccanica (IC 95% = 1,10-4,85) rispetto a infezione COVID-19 in monoterapia. Quindi un aggravamento rispetto alle singole infezioni.

Co-Circolazione di Altri Virus Respiratori
I dati RespiVirNet italiano, pubblicati da Istituto superiore di Sanità per dicembre 2025 documentano la circolazione simultanea di:

  • RSV: pico raggiunto in gennaio 2025 (396 casi nella settimana 4)
  • Rhinovirus: circolazione anno-round con picchi invernali, ruolo potenziale di “protezione” tramite interferenza virale verso IAV e SARS-CoV-2
  • Coronavirus generici (escludendo SARS-CoV-2): 1003 casi totali stagione
  • SARS-CoV-2: circolazione continua, prevalentemente variante NB.1.8.1

 

Efficacia Vaccinale e Protezione nella Stagione 2025

I dati scientifici ci portano ad affermare che i vaccini in uso continuano a proteggere dall’ospedalizzazione e da sintomi particolarmente gravi. E’ da sottolineare che l’efficacia vaccinale verso infezione ossia la fase di attacco acuto è ridotta, ma la protezione verso la severità (morte, ospedalizzazione) rimane solida, probabilmente per il mantenimento di epitopi B e T cellulari cross-conservati.​

I pediatri dell’Istituto Superiore di Sanità sottolineano l’importanza della vaccinazione immediata, poiché i bambini, in quanto principali diffusori del virus, potrebbero raggiungere una protezione adeguata prima del picco epidemiologico previsto tra fine dicembre e inizio gennaio.

La situazione epidemiologica al 24 dicembre 2025 è caratterizzata da una massiccia ondata di influenza stagionale dominata dalla variante K dell’A/H3N2, non da una emergenza H5N1 pandemica. La variante K non è clinicamente più severa dell’H3N2 tradizionale, ma la sua capacità di eludere parzialmente l’immunità pregressa ha generato un picco epidemiologico anticipato e potenzialmente ampio. I dati italiani e globali indicano tassi di ospedalizzazione superiori alla media storica e pressione straordinaria sui sistemi sanitari.

L’H5N1 clade 2.3.4.4b rimane una minaccia di sorveglianza a lungo termine, particolarmente dati i fenomeni recenti di adattamento mammifero e la persistente spillover zoonotico, ma non rappresenta un problema epidemiologico acuto nell’ambito della stagione influenzale in corso.

La coinfezione con SARS-CoV-2 variante NB.1.8.1 e altri patogeni respiratori è possibile e comporta conseguenze cliniche misurabili (aumento di ICU e ventilazione), richiedendo vigilanza diagnostica e terapeutica avanzata nei pazienti critici.

La vaccinazione rimane la strategia preventiva primaria, con efficacia mantenuta verso la severità dei sintomi.

L’utilizzo di antivirali (oseltamivir) per pazienti ad alto rischio o con malattia conclamata rimane valido e da favorire in particolare nei portatori di patologie croniche.

redattore dr. Paolo Meo
Direttore POLO VIAGGI CESMET ARTEMISIA

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VIMKUNYA e QDENGA una analisi sulla possibilità di Co-Somministrazione dei due vaccini

E’ possibili effettuare la “co-somministrazione di VIMKUNYA, vaccino per la Chikungunya, con QDENGA, vaccino per la febbre virale da dengue?
Si tratta di una questione clinica di primaria importanza per la medicina dei viaggi in quanto chi si reca in aree dove sono presenti i due virus richiede una immunizzazione in contemporanea.

Studi della interazione tra VIMKUNYA e altri vaccini
Un’analisi diretta dei documenti regolatori ufficiali approvati
(Riassunto delle Caratteristiche del Prodotto EMA
e Prescribing Information FDA)
fornisce una risposta inequivocabile e definitiva a questa domanda, in una fase iniziale di utilizzo di vaccino al novembre 2025:

● Dato Ufficiale (SmPC EMA, Sez. 4.5):
“Non sono stati eseguiti studi di interazione con altri medicinali o vaccini”.
● Dato Ufficiale (PI FDA / SmPC EMA):
“La somministrazione concomitante di VIMKUNYA con altri vaccini non è stata ancora studiata”.

Le istruzioni per la manipolazione e la somministrazione del vaccino specificano di:
“Non miscelare VIMKUNYA con altri vaccini nella stessa siringa o nello stesso flaconcino, e in caso di somministrazione contemporanea, utilizzare un punto di inoculazione lontano”.

Posizione Ufficiale sulla Co-Somministrazione VIMKUNYA e QDENGA
Attualmente dalla bibliografia e dai documenti regolatori ufficiali non esistono dati clinici sulla sicurezza, l’immunogenicità o l’eventuale interferenza immunitaria derivanti dalla co-somministrazione del vaccino VIMKUNYA (VLP – Virus-Like Particles – particelle simil-virali) e del vaccino QDENGA (vaccino vivo attenuato tetravalente per la dengue).
Nella pratica clinica, in assenza di dati che ne supportino la somministrazione concomitante, i due vaccini dovrebbero essere somministrati in momenti separati, rispettando gli intervalli standard di somministrazione.

Dati su QDENGA e Co-somministrazione
E’ utile notare che Takeda, il produttore di QDENGA, ha condotto studi di co-somministrazione per il proprio vaccino. In particolare, è disponibile uno studio (DEN-308 / NCT04313244) sulla somministrazione concomitante di QDENGA (vivo attenuato) con il vaccino 9-valente contro l’HPV (Papillomavirus Umano) vaccino basato sulla tecnologia VLP.
Questo studio è importante in quanto il vaccino HPV è, come VIMKUNYA, un vaccino basato sulla tecnologia VLP. I risultati dello studio DEN-308 hanno dimostrato la non-inferiorità della risposta immunitaria al vaccino HPV quando somministrato con QDENGA e non hanno evidenziato nuovi segnali di sicurezza.

Implicazioni Cliniche e ricadute pratiche per la co- somministrazione
L’assenza di dati sulla co-somministrazione di VIMKUNYA e QDENGA rappresenta una lacuna critica nell’evidenza scientifica per la medicina dei viaggi.
Il virus Chikungunya e i quattro sierotipi del virus Dengue sono co-endemici nella maggior parte delle regioni tropicali e subtropicali del mondo, in particolare in America Latina, nel Sud-est asiatico e in Africa. Entrambe le malattie sono trasmesse dagli stessi vettori, le zanzare del genere Aedes (principalmente A. aegypti e A. albopictus).
Di conseguenza, un viaggiatore che si reca in un’area a rischio (ad esempio il Brasile, che sta affrontando focolai di entrambe le malattie) è un candidato ideale per entrambe le vaccinazioni.

Il regime posologico di QDENGA (due dosi a 0 e 3 mesi) e quello di VIMKUNYA (una dose singola) rendono semplice la pianificazione per viaggiatori che programmano la loro partenza in un periodo prolungato, più difficile la programmazione per i viaggiatori “last-minute”.

La mancanza di dati sulla co-somministrazione costringe noi medici a distanziare le somministrazioni, per lo meno di una settimana, complicando l’aderenza e potenzialmente ritardando la protezione completa.

Sebbene i risultati positivi dello studio QDENGA/HPV  suggeriscano che la co-somministrazione di un vaccino vivo attenuato e di un vaccino VLP sia biologicamente plausibile e sicura, questa è un’estrapolazione e non può sostituire i dati clinici diretti.
Le indicazioni allo stato sono quindi di distanziare la somministrazione dei due vaccini di un periodo di una settimana l’una dall’altra, e lo stesso anche dagli altri vaccini.

Per ora il vaccino VIMKUNYA si somministra in dose singola e non è previsto un richiamo, salvo nuovi dati o indicazioni ufficiali future. 

VIMKUNYA e QDENGA una analisi sulla possibilità di Co-Somministrazione dei due vaccini Leggi tutto »

 Siena apre una nuova via contro l’antibiotico-resistenza

Un gruppo di ricercatori italiani, guidato da Rino Rappuoli della Fondazione Biotecnopolo di Siena, ha isolato un anticorpo monoclonale capace di neutralizzare Klebsiella pneumoniae, un batterio ormai resistente a tutti gli antibiotici conosciuti. Lo studio, pubblicato su Nature, rappresenta una svolta nella lotta alla cosiddetta “pandemia silenziosa” dell’antibiotico-resistenza.

L’anticorpo agisce contro la capsula protettiva del batterio, permettendo al sistema immunitario di riconoscerlo e distruggerlo. Nei test di laboratorio e su modelli animali, ha dimostrato di bloccare completamente infezioni gravi, risultando efficace anche contro ceppi diversi ma con la stessa struttura di capsula.

La scoperta apre la strada a nuove terapie per infezioni batteriche finora considerate incurabili e consolida il ruolo di Siena e del Biotecnopolo italiano ai vertici della ricerca biomedica mondiale.

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