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DENGUE E WEST NILE VIRUS Bollettino Arbovirosi 11 settembre 2026

CESMET – CLINICA DEL VIAGGIATORE

direttore e redattore dr. Paolo Meo — medico tropicalista infettivologo

Via Piave 76, Roma · clinicadelviaggiatore.com

BOLLETTINO ARBOVIROSI · AGGIORNAMENTO DELL’11 SETTEMBRE 2026

Dengue e West Nile in Italia: la stagione entra nella fase più delicata

Dati ISS dal 1° gennaio all’8-9 settembre 2026, confrontati con ECDC e con le stagioni precedenti. Un focolaio di dengue di 20 casi in provincia di Livorno, il West Nile che raggiunge e supera il 2025 e 41 decessi: che cosa dicono davvero i numeri e che cosa fare.

DENGUE · casi confermati
265
+38 in una settimana
DENGUE · autoctoni
24
2 focolai: Livorno e Lecce
WEST NILE · casi confermati
594
+73 in una settimana
WEST NILE · decessi
41
letalità WNND 13,3%

Nota di trasparenza Meo–Claude

Le ricerche e il confronto fra le fonti sono stati effettuati con l’ausilio di Claude AI (Anthropic); impaginazione e veste grafica sono state studiate insieme fra Claude e il dr. Meo. I dati sono stati poi valutati e verificati sulle fonti primarie (ISS, ECDC) e il testo rivisto dal dr. Paolo Meo, che ne porta l’intera responsabilità. Lo strumento cerca, ordina e dà forma alla pagina; il medico decide e firma.

In sintesi

  • Dengue: 265 casi confermati (erano 227 una settimana fa), 241 importati e 24 autoctoni, nessun decesso. Oltre metà dei casi importati viene dalle Maldive (56%).
  • Due focolai autoctoni attivi: 20 casi in un Comune della provincia di Livorno e 4 casi in alcuni Comuni della provincia di Lecce, tutti sintomatici.
  • Il salto è recente: al 2 settembre l’ECDC registrava per l’Italia appena 3 casi autoctoni in 2 cluster. La storia 2023-2024 insegna che il grosso della dengue autoctona arriva dopo metà settembre.
  • West Nile: 594 casi confermati, 306 neuroinvasivi, 81 donatori di sangue positivi, 41 decessi. La stagione, partita in ritardo, ha ormai raggiunto e superato il 2025 (582 casi e 39 decessi nello stesso periodo).
  • Il virus circola in 79 Province di 19 Regioni: mancano all’appello solo Basilicata e Alto Adige. Lombardia, Veneto, Lazio e Piemonte guidano la classifica.
  • Due zanzare, due orari: la dengue viaggia con la zanzara tigre, che punge di giorno; il West Nile con la zanzara comune (Culex), che punge dal tramonto e di notte. La protezione va quindi estesa all’intera giornata.

Parte I — Dengue

1. I numeri della settimana

Il sistema nazionale di sorveglianza coordinato dall’ISS registra, dal 1° gennaio all’8 settembre 2026, 265 casi confermati di dengue, 38 in più rispetto ai 227 del bollettino precedente [1][2]. Di questi, 24 sono autoctoni, cioè contratti in Italia senza viaggi all’estero; tutti gli altri sono associati a viaggi. Il 56% dei casi importati indica come luogo di esposizione le Maldive. Non si registrano decessi [1].

Indicatore Al 1° settembre All’8 settembre Commento
Casi confermati totali 227 265 +38 (+17%) in 7 giorni
di cui importati 241 Maldive 56% (circa 135 casi)
di cui autoctoni 24 2 focolai distinti
Decessi 0 0

Tabella 1. Dengue in Italia, 2026. Fonte: ISS, sorveglianza nazionale arbovirosi [1][2]. Il dettaglio importati/autoctoni al 1° settembre non è riportato nelle fonti consultate.

2. I due focolai autoctoni

Focolaio Casi confermati Caratteristiche Stato
Provincia di Livorno (Toscana) — un Comune 20 Tutti sintomatici Indagini epidemiologiche e lotta al vettore in corso
Provincia di Lecce (Puglia) — più Comuni 4 Tutti sintomatici Indagini epidemiologiche e lotta al vettore in corso

Tabella 2. Episodi di trasmissione locale identificati al 8/9/2026. Fonte: ISS [1].

Il focolaio salentino è quello che il nostro Centro segue dalla fine di agosto (casi dei Comuni del basso Salento, compreso il paziente diagnosticato in Liguria ma infettatosi in Puglia). La vera novità della settimana è Livorno: un solo Comune, 20 casi confermati, tutti con sintomi. L’ISS non ha ancora comunicato il sierotipo né il nome del Comune.

3. Il confronto con le stagioni precedenti

Stagione Casi totali a metà settembre Autoctoni a metà settembre Autoctoni a fine stagione
2023 165 (11 set) 19 82 (Lodi, Roma, Latina)
2024 450 (17 set) 25 213 al 5 novembre (Fano 144)
2025 4
2026 265 (8 set) 24 ?

Tabella 3. Fonti: ISS/Quotidiano Sanità 2023 [5]; ISS 2024 [6][7]; ECDC 2025 e serie storica [8][9].

dengue stagione

Figura 1. Nel 2023 e nel 2024 i casi autoctoni presenti a metà settembre erano una piccola frazione del totale di fine stagione.

4. Lo sguardo europeo

Al 2 settembre l’ECDC contava in Europa 8 casi autoctoni di dengue: 5 in Francia, dove nell’ultima settimana non erano emersi nuovi casi, e 3 in Italia, distribuiti in 2 cluster [3]. Sei giorni dopo il dato italiano dell’ISS è di 24. Il divario riflette in parte il tempo di notifica verso Stoccolma, ma soprattutto la rapida emersione del cluster livornese. Per chiudere un focolaio l’ECDC attende 45 giorni dall’ultimo esordio di sintomi: il tempo necessario perché una zanzara infettata possa ancora trasmettere e perché eventuali nuovi casi si manifestino [4].

5. Lettura della situazione

Il virus arriva in valigia, riparte dal quartiere. Il meccanismo è quello già descritto: un viaggiatore rientra con il virus in circolo, la zanzara tigre lo punge, dopo una o due settimane la stessa zanzara trasmette ai vicini. Lo studio ISS pubblicato su Eurosurveillance a luglio sul grande focolaio 2024 ha confermato che la trasmissione avviene per lo più entro poche centinaia di metri [10]: è per questo che le disinfestazioni si fanno per raggi di quartiere e non per città intere.

Venti casi sintomatici non sono venti infezioni. Nella dengue la maggior parte delle infezioni decorre senza sintomi o con sintomi lievi che non portano al test. Venti casi confermati e tutti sintomatici indicano che la circolazione reale nel Comune livornese è con ogni probabilità più ampia, e che le prossime settimane porteranno altri casi, anche con esordio già avvenuto ma non ancora notificato.

Settembre è il mese peggiore, non l’ultimo. Nel 2024 i casi autoctoni passarono da 25 a metà settembre a 213 all’inizio di novembre: quasi nove su dieci arrivarono dopo la data a cui ci troviamo oggi [6][7]. Con un autunno mite la zanzara tigre resta attiva fino a ottobre inoltrato. Il dato di 24 va letto come un punto di partenza, non come un bilancio.

Il turismo di fine estate esporta il rischio. Un focolaio in una provincia costiera a settembre coinvolge anche persone che poi rientrano altrove. È già successo: nel 2024 due persone che avevano soggiornato a Fano durante il focolaio si ammalarono al rientro in Toscana e un loro familiare contrasse la dengue a Sesto Fiorentino, diventando il primo caso autoctono toscano [11]. Chi ha soggiornato nelle aree dei focolai e sviluppa febbre nelle due settimane successive deve dirlo al medico.

Maldive: la quota scende, i numeri no. La percentuale di casi importati dalle Maldive, oltre l’80% a inizio stagione secondo i dati raccolti nel capitolo di apertura della nostra collana sulla dengue, è oggi al 56%: non perché le Maldive siano meno rischiose, ma perché con l’estate si sono aggiunti i rientri da Sud-Est asiatico, Americhe e Oceano Indiano. In valore assoluto le Maldive restano la prima destinazione a rischio per i viaggiatori italiani.

Parte II — West Nile

1. I numeri della settimana

Il report ISS n. 7 del 10 settembre, con dati al 9 settembre, registra 594 casi confermati di infezione da West Nile virus nell’uomo, contro i 521 del report precedente [12]. Le forme neuroinvasive sono 306 (5 importate: Maldive, Francia, Belgio, Grecia e Paesi Bassi), i donatori di sangue asintomatici risultati positivi 81, i casi di febbre 202 (uno importato dal Burkina Faso). I decessi notificati sono 41 (uno in un caso importato). La letalità calcolata sulle forme neuroinvasive autoctone è del 13,3%, contro il 15,0% dello stesso periodo del 2025 [12][2].

Classificazione Casi di cui importati Note
Forma neuroinvasiva (WNND) 306 5 Meningite, encefalite, paralisi flaccida
Febbre da West Nile 202 1 Burkina Faso
Donatori di sangue asintomatici 81 Individuati dallo screening trasfusionale
Altri sintomi / asintomatici 4 + 1
Totale 594 6 588 autoctoni
Decessi 41 1 Letalità WNND autoctona 13,3%

Tabella 4. West Nile in Italia al 9/9/2026. Fonte: ISS, report n. 7 [12].

2. Come è cresciuta la stagione

Report ISS (dati al) Casi confermati Decessi Province / Regioni con circolazione
28 luglio 84 2 47 / 12
5 agosto 141 6 50 / 16
12 agosto 226 7 55 / 16
19 agosto 312 13 60 / 16
26 agosto 66 / 17
2 settembre 521 75 / 19
9 settembre 594 41 79 / 19

Tabella 5. Fonti: ISS, report 2026 n. 1-7 [12][13][14]; Open per il dato al 12 agosto [15]. Il trattino indica un valore non ricavato dalle fonti consultate.

wnv andamento

Figura 2. Casi (barre) e decessi (linea) cumulativi per report ISS.

3. Dove circola il virus

I 588 casi autoctoni si distribuiscono in 17 tra Regioni e Province autonome. Il bacino padano resta il cuore dell’epidemia: Lombardia, Veneto, Piemonte ed Emilia-Romagna sommano 389 casi, due su tre. Il secondo polo è l’asse Lazio-Campania (121 casi), con Roma, Latina, Caserta e Napoli. Spicca il cluster sardo di Oristano con 25 casi. Le province con più casi sono Padova (50), Milano (48), Roma (46), Latina (34), Torino (30), Oristano (25), Caserta e Cremona (21 ciascuna) [12].

wnv regioni

Figura 3. Casi autoctoni di West Nile per Regione di esposizione. Fonte: ISS, report n. 7 [12].

Considerando anche la sorveglianza su zanzare e animali, le Province con circolazione dimostrata sono 79 in 19 Regioni, compresa per la prima volta la Valle d’Aosta: restano fuori soltanto la Basilicata e la Provincia autonoma di Bolzano [12].

4. Lo sguardo europeo

Il report settimanale ECDC con dati al 3 settembre conta in Europa 1.086 casi autoctoni in 15 Paesi e 144 aree colpite. L’Italia ne concentra 516, quasi la metà, seguita da Grecia (284), Spagna (88), Romania (56), Macedonia del Nord (55) e Francia (36); casi sono segnalati anche nei Paesi Bassi (9), in Croazia, Cipro, Austria, Ungheria e Germania [16]. Il dato ECDC coincide in sostanza con quello ISS della stessa settimana, a conferma della solidità dei numeri. Da notare che quattro dei cinque casi neuroinvasivi importati in Italia provengono da Paesi europei, tre dei quali (Francia, Belgio, Paesi Bassi) fino a pochi anni fa erano considerati estranei al West Nile.

5. Lettura della situazione

La partenza lenta era un’illusione ottica. A metà agosto il 2026 sembrava una stagione più mite del 2025: meno casi e una letalità del 7,7% contro il 13,9% [13]. Oggi i casi sono 594 contro 582 e i decessi 41 contro 39 [2]. La letalità è salita al 13,3% non perché il virus sia diventato più aggressivo, ma perché i decessi arrivano e vengono notificati con giorni o settimane di ritardo rispetto alla diagnosi. In tre settimane i decessi sono passati da 13 a 41: la letalità di inizio stagione va sempre letta con cautela.

La crescita settimanale rallenta, ma la stagione non è finita. Gli incrementi sono stati di circa 85 casi a settimana a metà agosto, di oltre 100 a settimana tra il 19 agosto e il 2 settembre, di 73 nell’ultima settimana. Il segnale di rallentamento va preso con prudenza: l’ISS avverte che i casi delle ultime quattro settimane non sono consolidati [12], e la zanzara Culex resta attiva per tutto settembre.

Ogni caso neuroinvasivo è la punta di un iceberg. Circa l’80% delle infezioni da West Nile non dà sintomi, circa il 20% dà febbre e meno dell’1% evolve nella forma neuroinvasiva. Oltre 300 forme neuroinvasive autoctone significano, con il rapporto classico di una ogni 150 infezioni circa, una circolazione nell’ordine delle decine di migliaia di infezioni in gran parte inapparenti. Gli 81 donatori positivi ne sono la prova indiretta e mostrano il valore dello screening trasfusionale.

Chi rischia davvero. Le forme gravi colpiscono soprattutto le persone oltre i 65 anni, gli immunodepressi, i trapiantati e chi ha patologie croniche. Per il West Nile non esiste un vaccino umano: la prevenzione è interamente affidata alla protezione dalle punture, con la particolarità che la zanzara comune punge al tramonto e di notte, spesso dentro casa.

Parte III — Le altre arbovirosi in breve

Virus Casi 2026 Autoctoni Note
Chikungunya 25 1 42% dei casi importati dalle Seychelles; nessun decesso
Zika 3 0 Tutti importati; nessun decesso
Usutu 12 12 7 Lombardia, 1 ciascuno Emilia-Romagna, Marche, Lazio, Piemonte, Veneto

Tabella 6. Fonte: ISS, dati all’8-9 settembre 2026 [1][12].

Dengue e West Nile a confronto

Dengue West Nile
Vettore Zanzara tigre (Aedes albopictus) Zanzara comune (Culex pipiens)
Quando punge Di giorno, soprattutto mattino e tardo pomeriggio Dal tramonto e di notte, anche in casa
Serbatoio L’uomo viremico Gli uccelli; uomo e cavallo sono ospiti a fondo cieco
Come arriva in Italia Con il viaggiatore di rientro dai tropici Circola stabilmente ogni estate negli uccelli
Decorso tipico Febbre alta, dolori ossei e muscolari, esantema 80% asintomatica, 20% febbre, <1% neuroinvasiva
Chi rischia forme gravi Seconda infezione da sierotipo diverso, fragili Over 65, immunodepressi, trapiantati
Vaccino umano Sì (Qdenga) No
Contromisura chiave Repellente di giorno, eliminare ristagni domestici, isolare dalle punture il febbrile Repellente e zanzariere dalla sera, eliminare ristagni
Sorveglianza Ogni caso attiva la disinfestazione nel raggio del domicilio Integrata uomo-animali-zanzare, screening dei donatori

Tabella 7. Le due arbovirosi a confronto: stesso genere virale, ecologia opposta.

Che cosa fare, a chi

Destinatario Indicazione pratica
Chi vive o ha soggiornato nelle province di Livorno e Lecce Febbre nelle 2 settimane successive: segnalarlo al medico e chiedere il test per dengue (NS1/PCR nei primi giorni)
Chi rientra da Maldive e tropici Febbre al rientro: test subito, e protezione dalle punture anche a casa per non infettare la zanzara del quartiere
Chi parte per aree endemiche di dengue Valutare Qdenga anche per viaggi brevi; protezione dalle punture diurne
Anziani e fragili nelle aree con West Nile Repellente e abiti coprenti dal tramonto, zanzariere, niente acqua stagnante in giardino e sui balconi
Medici di famiglia e Pronto Soccorso Febbre con cefalea, confusione o debolezza muscolare in un over 65: pensare al West Nile. Febbre e dolori senza viaggi ma in area di focolaio: pensare alla dengue
Tutti, fino a esclusione della dengue Paracetamolo sì; aspirina e FANS no

Tabella 8. Indicazioni operative CESMET – Clinica del Viaggiatore.

Commento del dr. Paolo Meo

Se dovessi riassumere questo bollettino in una riga direi: due virus, due zanzare, due orari. La dengue ci arriva con chi torna dai tropici e la zanzara tigre la ridistribuisce di giorno nel raggio di un isolato; il West Nile è ormai di casa, vive negli uccelli e ce lo porta la zanzara comune, di sera e di notte. Proteggersi solo in uno dei due momenti significa lasciare scoperto l’altro.

Il focolaio di Livorno non mi sorprende e non deve spaventare, ma deve farci lavorare. Settembre è il mese in cui la dengue autoctona dà il meglio di sé: negli anni scorsi la gran parte dei casi è arrivata dopo questa data. Chi rientra con la febbre da un Paese tropicale deve fare il test subito e, nel frattempo, evitare di farsi pungere: è il gesto più semplice e più sottovalutato per non consegnare il virus alla zanzara del proprio quartiere. Fino a quando la dengue non è esclusa, paracetamolo e mai aspirina o antinfiammatori.

Per la dengue abbiamo un’arma che per il West Nile non esiste: il vaccino. Nella nostra esperienza su migliaia di persone vaccinate, soprattutto lavoratori che viaggiano spesso in America Latina, non abbiamo osservato casi fra i vaccinati, e il vaccino si è dimostrato efficace e sicuro. Lo raccomando anche per i viaggi brevi alle Maldive, come oggi prevedono le indicazioni aggiornate della SIMVIM.

Per il West Nile la difesa resta tutta nelle nostre mani: repellente sulla pelle scoperta dal tramonto, zanzariere, niente sottovasi pieni d’acqua. Gli oli naturali come il neem (NOZETA) possono affiancare il repellente di sintesi, ma integrare non significa sostituire. E a chi ha un genitore anziano dico: una febbre con confusione o debolezza alle gambe, in questa stagione, merita un Pronto Soccorso, non un’attesa.

Fonti

Parte I — Dengue

[1] ISS – EpiCentro, Sistema nazionale di sorveglianza delle arbovirosi: situazione epidemiologica all’8 settembre 2026 (aggiornamento del 10/9/2026).

[2] Quotidiano Sanità, «Arbovirosi. Iss: 265 casi confermati di Dengue (+38 dalla scorsa settimana), 594 di West Nile (+73)», 10/9/2026.

[3] Quotidiano Sanità, «Dengue. Ecdc: 8 casi autoctoni in Europa nel 2026. Segnalazioni in Francia e Italia», 8/9/2026 (dati ECDC al 2/9/2026).

[4] ECDC, Seasonal surveillance of dengue in the EU/EEA, weekly report 2026 – definizione di cluster chiuso (45 giorni).

[5] Quotidiano Sanità, «Dengue: Iss, 19 casi autoctoni, 165 in totale da inizio anno», settembre 2023 (dati all’11/9/2023).

[6] ISS, sorveglianza arbovirosi, dati al 17/9/2024 (450 casi, 25 autoctoni), riportati da Outbreak News Today, settembre 2024.

[7] Quotidiano Sanità / Il Resto del Carlino, bollettino ISS al 5/11/2024: 678 casi, 213 autoctoni; focolaio di Fano 144 casi, novembre 2024.

[8] ECDC, Seasonal surveillance of dengue in the EU/EEA 2025, dati al 19/11/2025 (Italia 4 casi autoctoni, Francia 29).

[9] ECDC, Historical data on local transmission of dengue in the EU/EEA (Italia 2023: 82 casi autoctoni).

[10] ISS – EpiCentro, «Focolai dengue in Italia: un articolo su Eurosurveillance», 15/7/2026.

[11] Quotidiano Sanità, «Dengue. In Toscana 2 casi provenienti da Fano e uno autoctono a Sesto Fiorentino», ottobre 2024.

Parte II — West Nile

[12] ISS – Dipartimento Malattie Infettive, Report della sorveglianza dei casi umani di West Nile e Usutu virus in Italia, stagione 2026, n. 7 del 10/9/2026 (dati al 9/9/2026).

[13] ISS – EpiCentro, West Nile: ultimi aggiornamenti 2026 (report n. 1 del 28/7, n. 2 del 6/8, n. 4 del 20/8/2026).

[14] ISS, Report WNV/USUV 2026 n. 3 del 13/8 e n. 5 del 27/8/2026 (province e regioni con circolazione).

[15] Open, «West Nile, i casi aumentano del 60% in una settimana: 226 contagi e 7 morti in Italia», 19/8/2026.

[16] ECDC, Surveillance of West Nile virus infections in humans in Europe, weekly report, week 36/2026 (pubblicato 4/9/2026, dati al 3/9/2026).

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PUNTURE DI API, VESPE E CALABRONI

PUNTURE DI API, VESPE E CALABRONI

Rischi reali, primo soccorso nei minuti che contano, che cosa avere sempre con sé

9 su 10

punture con sola reazione locale

0,3 – 8,9%

reazioni sistemiche negli adulti

ADRENALINA IM

unico farmaco salvavita

2 DOSI

sempre a portata di mano

 

Nota metodologica e di trasparenza. Le ricerche bibliografiche di questa scheda sono state effettuate con Claude AI; l’impaginazione e la veste grafica sono state studiate insieme fra Claude e il dr. Paolo Meo. I dati sono stati poi valutati e verificati sulle fonti primarie — linee guida EAACI sull’anafilassi, documenti SIAAIC/AAIITO, dati IZS sulla diffusione dei calabroni — e le bozze riscritte dal dr. Paolo Meo, che ne porta l’intera responsabilità. Lo strumento cerca, ordina e dà forma alla pagina: il medico decide e firma. Questa scheda non sostituisce la valutazione clinica individuale.

 

La grande maggioranza delle punture non lascia altro che dolore acuto, un pomfo e un po’ di prurito, e si risolve da sé in un giorno o due: bastano ghiaccio, un antistaminico orale e, quando il gonfiore è ampio o interessa un’articolazione, qualche giorno di cortisone per bocca. Il problema riguarda una minoranza di persone, ed è di natura completamente diversa: chi ha già avuto una reazione generalizzata, chi sa di essere sensibilizzato al veleno di ape o di vespa, chi viene punto in bocca o riceve decine di punture insieme. Per loro la puntura non è un fastidio ma un’emergenza che si decide nei primi minuti: è a loro, e a chi sta loro accanto, che questa scheda è dedicata.

 

1. Chi punge, e perché cambia la condotta

INSETTO

COMPORTAMENTO

CHE COSA CAMBIA PER TE

Ape (Apis mellifera)

Punge una sola volta e muore. Lascia infisso il pungiglione con il sacco velenifero, che continua a iniettare veleno per un minuto.

Togli il pungiglione entro pochi secondi, in qualunque modo: unghia, tessera rigida, anche le dita. Conta la rapidità, non la tecnica.

Vespe (Vespula, Polistes)

Non lasciano il pungiglione e pungono più volte. Attratte da carne, dolci e bevande zuccherate; in autunno più aggressive.

Mai bere da lattine o bottiglie aperte all’aperto. La puntura in bocca o in gola è un’emergenza a sé, anche in chi non è allergico.

Calabroni (V. crabro, V. orientalis, V. velutina)

Puntura più dolorosa ma non più letale a dose singola: il mito dei “tre calabroni che uccidono un uomo” è falso. Aggressivi solo entro pochi metri dal nido.

Allontanarsi in linea retta, senza gesti bruschi. Mai intervenire da soli su un nido. V. velutina è in Italia dal 2012 e V. orientalis sta risalendo verso nord: la probabilità di incontro sta aumentando.

 

2. Tre livelli di reazione, tre condotte diverse

QUADRO

COME SI PRESENTA

TEMPI

CONDOTTA

Locale normale

Dolore urente, pomfo e arrossamento sotto i 10 cm, prurito.

Si risolve in 24–48 ore

Ghiaccio, antistaminico orale. Nessuna urgenza.

Locale estesa

Gonfiore oltre i 10 cm che supera un’articolazione, arto caldo e teso. Impressiona, ma non è anafilassi.

Massimo a 24–48 ore, dura 3–10 giorni

Ghiaccio, arto sollevato, antistaminico, cortisone orale per 3–5 giorni. Non è indicazione all’adrenalina.

Sistemica / anafilassi

Orticaria diffusa, prurito a palmi, piante e cuoio capelluto, labbra e lingua gonfie, voce rauca, gola che si chiude, tosse, respiro sibilante, vomito, dolore addominale, capogiro, pallore, sudorazione fredda, svenimento.

Di regola entro 10–30 minuti, quasi sempre entro 2 ore

ADRENALINA INTRAMUSCOLO SUBITO, poi 112.

Punture multiple o in sede critica

Oltre 20–50 punture nell’adulto (oltre 10 nel bambino); oppure puntura in bocca, gola, lingua, collo, occhio.

Anche a distanza di ore

112 e ospedale sempre, anche senza allergia: qui il problema è la dose di veleno o l’ostruzione delle vie aeree.

 

3. I primi dieci minuti: che cosa fare prima che arrivino i sanitari

1. Allontanati subito dal luogo. Le vespe richiamano chimicamente le compagne. Poi, se c’è il pungiglione dell’ape, toglilo immediatamente.

2. Valuta in trenta secondi. Respiro, voce, coscienza, colorito. Fatica a respirare o a parlare, gonfiore di lingua o gola, capogiro, pallore: è anafilassi. Sintomi che compaiono lontano dalla sede della puntura sono sistemici fino a prova contraria.

3. Adrenalina intramuscolo, senza esitare. Faccia antero-laterale della coscia, anche attraverso i vestiti. Adulto e ragazzo oltre 30 kg: autoiniettore da 300 mcg (oppure 0,5 ml di adrenalina 1 mg/ml con fiala e siringa). Bambino 15–30 kg: 150 mcg. Il ritardo nella somministrazione è il principale fattore di morte: nel dubbio, si fa.

4. Chiama il 112 e pronuncia la parola “anafilassi”. In escursione comunica le coordinate GPS e un punto di riferimento raggiungibile.

5. Posizione: sdraiato con le gambe sollevate. Se respira male, seduto; se è incosciente ma respira, sul fianco. Mai in piedi, mai farlo camminare, mai alzarlo di colpo — nemmeno se sembra migliorato: la posizione eretta può provocare l’arresto.

6. Seconda dose dopo 5–10 minuti se non c’è un miglioramento netto. È la ragione per cui le dosi da portare con sé sono due, non una.

7. Solo dopo: antistaminico e cortisone. Agiscono sui sintomi cutanei e sul decorso; non aprono le vie aeree, non risollevano la pressione, non sostituiscono mai l’adrenalina.

8. Ghiaccio sulla sede; via anelli e orologio prima che la mano gonfi. Nessun rimedio casalingo (aceto, bicarbonato, urina, terra) ha efficacia dimostrata.

9. Puntura in bocca o in gola: 112 subito, ghiaccio da succhiare, persona seduta. Non coricarla.

10. Ospedale comunque, anche se sta bene. Fino a un caso su cinque presenta una ricaduta (reazione bifasica) tra 4 e 12 ore dopo: l’osservazione non è una formalità burocratica.

4. Il kit: che cosa avere sempre con sé

IL PARERE DEL DR. MEO — POLO VIAGGI

In quarant’anni fra ambulatorio di medicina dei viaggi e terreno, ho visto che il problema quasi mai è il veleno: è il tempo. Chi muore per una puntura non muore perché l’insetto era grande, ma perché l’adrenalina era in un cassetto a casa, in fondo allo zaino di un altro, oppure perché si è aspettato “a vedere se passa”. A chi ha già avuto una reazione sistemica lo dico sempre con la stessa immagine: l’autoiniettore è come le chiavi di casa, non si esce senza. E deve saperlo usare anche chi gli sta accanto — il coniuge, i figli, i compagni di escursione, il capo missione — perché nell’anafilassi grave il paziente spesso non è più in condizione di farlo da solo. Il secondo punto che ripeto nel mio ambulatorio del POLO VIAGGI è questo: un gonfiore enorme fa impressione ma non è allergia pericolosa, mentre un semplice malessere con capogiro e pallore, magari senza un solo pomfo, può esserlo. Guardate il respiro e la pressione, non il gonfiore.

 

Chi ha già avuto una reazione sistemica, chi è in immunoterapia, l’apicoltore, chi lavora all’aperto e chi parte per aree isolate porta con sé due autoiniettori: una dose sola può non bastare e i soccorsi possono tardare. Per tutti gli altri vale comunque il kit di base.

IN ESCURSIONE, IN VIAGGIO, IN CANTIERE, IN BARCA

IN CASA, IN AUTO, IN UFFICIO

Due autoiniettori di adrenalina, in tasca esterna o marsupio — non in fondo allo zaino, non nel bagagliaio al sole.

Antistaminico orale a rapido assorbimento (cetirizina o levocetirizina 10 mg): 2 compresse.

Cortisone orale (prednisone 25 mg o equivalente): 2 compresse.

Ghiaccio istantaneo in busta e una garza pulita.

Pinzetta e tessera plastificata con diagnosi, farmaci, dosi, numeri da chiamare.

Telefono carico e almeno un compagno che sappia dove si trova l’adrenalina e come si usa.

Prevenzione: scarpe chiuse, pantaloni lunghi, niente profumi né creme aromatiche, colori neutri, attenzione alla frutta caduta e ai cassonetti.

Due autoiniettori in un punto noto a tutta la famiglia: non in bagno, non vicino ai fornelli, mai in freezer o in auto d’estate (il calore degrada l’adrenalina).

Controllo ogni tre mesi di scadenza e limpidezza: se il liquido è brunastro o con particelle, si sostituisce.

Antistaminico e cortisone orali in confezione integra, con le dosi scritte sulla scatola.

Ghiaccio in freezer, sempre avvolto in un panno, mai a contatto diretto con la pelle.

Numeri in vista: 112, allergologo di riferimento, centro antiveleni.

In primavera: controllo di sottotetti, legnaie, cassonetti delle tapparelle e vasi rovesciati, dove nascono i nidi.

Nido in casa o sul balcone: mai fai-da-te, mai fuoco né getti d’acqua — ditta specializzata o Vigili del Fuoco.

 

5. Gli errori che costano caro

Aspettare “a vedere come va” prima di somministrare l’adrenalina.

Trattare una reazione sistemica con il solo antistaminico o il solo cortisone.

Far alzare o camminare la persona, o caricarla in auto seduta e sola.

Iniettare l’adrenalina in vena o nel gluteo: la sede è la coscia, per via intramuscolare.

Tenere l’autoiniettore in auto, in frigorifero o in freezer.

Bere da lattine e bottiglie aperte all’aperto, soprattutto fra agosto e ottobre.

Rimuovere un nido da soli, con fiamma, acqua o spray insetticida.

Rinunciare all’autoiniettore perché “è passato tanto tempo dall’ultima volta”: la sensibilizzazione non scade.

 

6. Dopo l’episodio: le due cose che cambiano davvero il rischio

Visita allergologica. Dopo qualunque reazione sistemica servono IgE specifiche con diagnostica molecolare (Api m1 per l’ape, Ves v1 e Ves v5 per i vespidi) e il dosaggio della triptasi basale: una triptasi elevata o una mastocitosi misconosciuta cambiano completamente il livello di rischio. Segnalare sempre l’uso di beta-bloccanti e ACE-inibitori, che rendono meno efficace l’adrenalina.

Immunoterapia specifica con veleno (VIT). Dura da tre a cinque anni ed è l’unico trattamento che modifica la storia naturale di questa allergia, proteggendo la grande maggioranza dei pazienti trattati. Nel frattempo, e spesso anche dopo, l’autoiniettore resta obbligatorio.

Novità da seguire. Lo spray nasale di adrenalina (EURneffy) è approvato in Unione Europea dall’agosto 2024 per adulti e bambini oltre i 30 kg, con parere positivo europeo del febbraio 2026 anche per la formulazione pediatrica 15–30 kg; l’arrivo in Italia era atteso nel corso del 2026. Conviene verificarne la disponibilità effettiva in farmacia: è un’alternativa per chi rifiuta l’ago, non un motivo per rinunciare all’autoiniettore che si ha già.

7. Se parti: tre accorgimenti che riguardano il viaggio

L’autoiniettore viaggia in cabina, mai in stiva. In stiva il freddo lo degrada e comunque non è raggiungibile. Portane con te una breve lettera medica in italiano e in inglese, con diagnosi e prescrizione, da mostrare ai controlli di sicurezza.

Il calore è il vero nemico del farmaco. Ai tropici tienilo al centro dello zaino, in astuccio isolante, lontano dal finestrino e dal cruscotto dell’auto; controlla il liquido ogni volta che rifai il bagaglio.

In area remota le dosi diventano tre. Deserto, foresta, alta quota, navigazione: distribuiscile fra due persone del gruppo e verifica prima della partenza dove si trova la struttura sanitaria più vicina e quanto tempo serve per raggiungerla.

 

In sintesi. Nove punture su dieci si curano con del ghiaccio. Quella che uccide lo fa in pochi minuti, e la cura sta in tasca a chi la porta con sé. Non esiste una terza via: adrenalina subito, 112, sdraiato con le gambe sollevate, ospedale comunque.

 

POLO VIAGGI CESMET – ARTEMISIA · Dipartimento di Medicina Tropicale e Malattie Infettive

Direttore: Dr. Paolo Meo, medico tropicalista infettivologo · Via Piave 76, Roma · clinicadelviaggiatore.com

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DENGUE -FAQ: 45 domande e risposte sintetiche

POLO VIAGGI CESMET – ARTEMISIA
Dipartimento di Medicina Tropicale e Malattie Infettive · clinicadelviaggiatore.com
DENGUE
Ka-dinga pepo, la febbre che spezza le ossa
Dai tropici al Mediterraneo
Collana POLO VIAGGI CESMET – ARTEMISIA · Appendice A

Le domande che ci fanno

Quarantacinque domande sulla dengue, con le risposte che diamo in ambulatorio

Domande
45
in sette sezioni
Aggiornate al
1.9.2026
dati e linee guida
Per
Tutti
pazienti e colleghi
Formato
Web
pronte per il sito
Nota metodologica e di trasparenza

Le ricerche documentali di questa appendice sono state effettuate con l’assistenza di Claude AI. L’impaginazione e la veste grafica della collana sono state studiate insieme fra Claude e il dr. Paolo Meo. I contenuti sono stati valutati, verificati sulle fonti primarie e le bozze riscritte dal dr. Paolo Meo, che ne porta l’intera responsabilità scientifica ed editoriale.

Come si usa. Le risposte sono volutamente brevi e autosufficienti: ciascuna può essere letta da sola e pubblicata da sola. Per gli approfondimenti si rimanda ai capitoli della collana. Nulla di quanto scritto qui sostituisce una valutazione clinica individuale.

Le sette sezioni

Sezione Domande Argomento
I 1-7 Che cos’è la dengue
II 8-14 Come ci si contagia
III 15-21 Sintomi e diagnosi
IV 22-27 Cura e decorso
V 28-38 Il vaccino
VI 39-43 Viaggio e prevenzione
VII 44-45 La dengue in Italia

I. Che cos’è la dengue

Il parere del Dr. Meo — POLO VIAGGI  ·  Le domande non sono mai banali

In quarant’anni ho imparato che le domande che i pazienti fanno per prime sono quasi sempre quelle giuste, anche quando sembrano ingenue. «Si prende una volta sola?» è una domanda da manuale di immunologia. «Se mi vaccino posso smettere col repellente?» è la domanda su cui si gioca l’efficacia reale della prevenzione.

Ho raccolto qui le domande che ci arrivano davvero, in ambulatorio e per posta, e ho risposto come rispondo di persona: senza tecnicismi inutili e senza semplificazioni che tradiscono. Dove la risposta onesta è «non lo sappiamo», l’ho scritto.

1. Che cos’è esattamente la dengue?

È una malattia virale trasmessa dalla puntura di zanzare del genere Aedes. Il virus appartiene alla famiglia dei flavivirus, la stessa della febbre gialla e di Zika. Nella maggior parte dei casi si manifesta con una febbre alta accompagnata da cefalea intensa e dolori articolari, ma in una minoranza dei pazienti può evolvere in una forma grave.

2. Perché si chiama «febbre spezzaossa»?

Per il dolore muscolare e articolare che accompagna la fase febbrile, descritto dai pazienti come una sensazione di ossa rotte. Il nome dengue deriva probabilmente dall’espressione swahili ka-dinga pepo, che indicava una malattia attribuita a uno spirito maligno.

3. È una malattia grave?

Nella maggioranza dei casi no: si guarisce in una settimana, con una convalescenza faticosa ma completa. Una minoranza dei pazienti sviluppa però una forma grave, con fuga di plasma dai vasi, e in questi casi la malattia può essere pericolosa per la vita se non riconosciuta e trattata.

Nel viaggiatore europeo, che di solito è alla prima infezione e ha accesso a cure adeguate, il decorso è di regola favorevole.

4. Quante volte si può prendere?

Fino a quattro volte, una per ciascuno dei quattro sierotipi del virus. Chi ha avuto la dengue è immune per tutta la vita verso quel sierotipo, ma resta suscettibile agli altri tre.

5. Perché si dice che la seconda volta è peggio?

Perché gli anticorpi lasciati dalla prima infezione riconoscono un sierotipo diverso senza riuscire a neutralizzarlo, e possono facilitarne l’ingresso nelle cellule. È il fenomeno chiamato potenziamento anticorpo-dipendente, o ADE, ed è il motivo per cui le forme gravi si concentrano nelle seconde infezioni.

Va detto con equilibrio: il rischio aumenta, non diventa una certezza. La dengue grave resta un evento raro nel viaggiatore.

6. Esiste un quinto sierotipo?

Nel 2013 fu annunciato in Malaysia l’isolamento di un ceppo geneticamente distinto, proveniente da un ciclo silvestre fra primati. Non è però entrato né nella classificazione clinica né nella diagnostica corrente: i sierotipi che contano nella pratica restano quattro.

7. La dengue è la stessa cosa della chikungunya o di Zika?

No, sono tre virus diversi, ma sono trasmessi dalle stesse zanzare, circolano nelle stesse aree e all’esordio possono somigliarsi molto. La chikungunya lascia artralgie molto più intense e persistenti; Zika ha un rilievo particolare in gravidanza.

II. Come ci si contagia

8. La dengue è contagiosa da persona a persona?

No. Non esiste trasmissione diretta fra esseri umani: serve sempre la puntura di una zanzara infetta. Attorno a un malato non è necessaria alcuna precauzione da contatto.

9. Quale zanzara la trasmette?

Nel mondo il vettore principale è Aedes aegypti. In Europa continentale, e quindi in Italia, il vettore è Aedes albopictus, la zanzara tigre.

10. A che ora punge la zanzara della dengue?

Di giorno, con picchi nelle prime ore dopo l’alba e nel tardo pomeriggio. È la differenza più importante rispetto alla zanzara comune, che punge di notte.

Ne consegue che le abitudini italiane — la spirale a cena, il diffusore notturno — non proteggono dalla dengue. Il repellente va messo la mattina e riapplicato nel pomeriggio.

11. Quanto si allontana la zanzara tigre da dove è nata?

Raramente più di un centinaio o due di metri. È per questo che un focolaio di dengue è un fenomeno di isolato e non di città, e che gli interventi di disinfestazione si concentrano in un raggio ristretto attorno ai luoghi frequentati dal malato. Ma occorre comunque tener conto del vento e degli spostamenti d’aria, che possono trasportare le zanzare lontano.

12. Si può prendere la dengue in piscina, con l’acqua o con il cibo?

No. Il virus non sopravvive nell’ambiente, non si trasmette per via aerea, non si prende con l’acqua, con il cibo o toccando superfici.

13. Esistono altre vie di trasmissione?

Sì, rare ma documentate: trasfusione di sangue e trapianto d’organo da donatore viremico, trasmissione dalla madre al neonato in prossimità del parto, esposizione professionale accidentale con ago.

14. Per quanto tempo una persona malata può infettare le zanzare?

Per circa cinque giorni, da poco prima della comparsa della febbre fino a quattro o cinque giorni dopo. È la finestra in cui una diagnosi rapida permette di interrompere la catena di trasmissione.

III. Sintomi e diagnosi

15. Quanto tempo passa fra la puntura e i sintomi?

Da quattro a dieci giorni. Una febbre che compare oltre due settimane dopo il rientro non è, con ogni probabilità, una dengue.

16. Quali sono i sintomi tipici?

Febbre alta a esordio brusco, cefalea intensa con dolore dietro gli occhi che peggiora muovendoli, dolori muscolari e articolari diffusi, spesso un esantema, nausea e inappetenza. La stanchezza è marcata e dura a lungo.

17. Quali sono i segnali che devono preoccupare?

Dolore addominale intenso e continuo, vomito che non si ferma, sanguinamento dalle gengive o dal naso, sonnolenza o agitazione insolita, mani e piedi freddi, e la sensazione di peggiorare proprio quando la febbre scende.

La comparsa di uno solo di questi segni richiede una valutazione medica immediata.

18. È vero che il momento pericoloso è quando la febbre passa?

Sì, ed è la cosa più importante da sapere sulla dengue. La fase critica comincia con lo sfebbramento, di solito fra il terzo e il settimo giorno: il paziente sembra migliorare mentre inizia la fuga di plasma dai vasi. La regola è rivalutare il paziente quando la febbre scende.

19. Quali esami servono per la diagnosi?

Dipende dal giorno di malattia.

Nella prima settimana si cerca il virus, con il test per l’antigene NS1 e, dove disponibile, la PCR.

Dalla seconda settimana si cerca la risposta immunitaria, con le IgM e le IgG.

Chiedere la sierologia al secondo giorno di febbre significa quasi sempre buttare via un esame.

20. Il test rapido fatto all’estero è affidabile?

Un risultato positivo, in un contesto compatibile, è molto informativo. Un risultato negativo non esclude la malattia: la sensibilità dei test rapidi è nettamente inferiore a quella degli esami di laboratorio.

Al ritorno gli esami vanno rifatti.

21. Ho fatto il vaccino per la febbre gialla: può falsare gli esami?

La sierologia sì. Gli anticorpi contro i diversi flavivirus si somigliano abbastanza da confondere i test, e una IgG positiva in chi ha fatto il vaccino contro la febbre gialla o l’encefalite giapponese, o ha avuto Zika, non dimostra una pregressa dengue.

Il test per l’antigene NS1 e la PCR non hanno questo problema.

IV. Cura e decorso

22. Esiste una cura specifica?

No. Non esiste a oggi alcun farmaco antivirale approvato contro la dengue. Il trattamento è di supporto e si basa soprattutto sulla corretta gestione dei liquidi, con l’idratazione orale nelle forme non gravi.

23. Che cosa si può prendere per la febbre e i dolori?

il paracetamolo.

NO aspirina e antinfiammatori non steroidei, che vanno evitati perché interferiscono con le piastrine e aumentano il rischio di sanguinamento, in una malattia che già riduce le piastrine.

24. Le piastrine basse sono il vero problema?

Non da sole. Quello che conta è la tendenza: piastrine che scendono rapidamente insieme a un ematocrito che sale indicano il passaggio alla fase critica. Un valore basso ma stabile, in un paziente che beve e urina, è meno allarmante di un valore più alto in rapida discesa.

25. Serve la trasfusione di piastrine?

Non in via preventiva. Le linee guida OMS del 2025 suggeriscono di non ricorrere alla trasfusione piastrinica profilattica nei pazienti con meno di 50.000 piastrine per microlitro in assenza di sanguinamento attivo.

26. Il cortisone aiuta nelle forme gravi?

No. Le linee guida OMS del 2025 ne suggeriscono l’esclusione sia nella malattia grave sia in quella non grave, così come non raccomandano le immunoglobuline.

27. Quanto dura la convalescenza?

La febbre dura in genere dai due ai sette giorni, ma la stanchezza si protrae per settimane e talvolta oltre il mese. Può comparire un secondo esantema, spesso pruriginoso e desquamante a mani e piedi: è un segno di guarigione, non di peggioramento.

V. Il vaccino

Il parere del Dr. Meo — POLO VIAGGI  ·  La sezione che genera più domande, e il motivo

Nessun altro vaccino che somministro produce tante domande come questo, e la ragione è che sulla dengue circolano insieme due storie: 1. quella di un vaccino ritirato dopo un disastro, 2. quella di un vaccino nuovo con dati solidi. Il paziente le trova entrambe su internet, spesso confuse in una sola.

Separarle è la prima cosa da fare, e queste risposte servono a quello. La seconda è dire con precisione dove il dubbio è ancora legittimo — perché c’è, ed è circoscritto — senza lasciar credere che sia tutto incerto.

28. Esiste un vaccino contro la dengue?

Sì. In Europa è disponibile Qdenga, sigla TAK-003, autorizzato dal dicembre 2022: è un vaccino vivo attenuato tetravalente, si somministra in due dosi a tre mesi di distanza ed è indicato dai quattro anni di età in su, senza limite superiore.

29. Quanto protegge?

A quattro anni e mezzo dalla seconda dose l’efficacia cumulativa è del 61,2% contro la dengue confermata e dell’84,1% contro il ricovero. Nelle persone che non avevano mai avuto la dengue i valori sono rispettivamente del 53,5% e del 79,3%.

30. E se non ho mai avuto la dengue? Ho letto che può essere pericoloso.

Quello che ha letto riguarda il vaccino precedente, Dengvaxia, ed è stato ipotizzato anche per Qdenga perché in chi non ha mai avuto la dengue l’efficacia contro il sierotipo 3 è inferiore agli altri.

È un’ipotesi che è stata presa sul serio, cercata attivamente e non confermata: la Società Italiana di Medicina dei Viaggi e delle Migrazioni, nella revisione delle sue indicazioni del gennaio 2026, osserva che dopo quasi sette anni di monitoraggio e milioni di dosi somministrate quelle preoccupazioni teoriche non hanno trovato conferma nella pratica clinica.

Ed io confermo la sicurezza del vaccino, nella mia pratica clinica, ma anche l’efficacia.

31. Ho già avuto la dengue: devo vaccinarmi lo stesso?

È anzi la situazione in cui l’indicazione è più forte. Chi ha già avuto la dengue è la categoria più a rischio di forma grave in caso di seconda infezione, ed è quella in cui il vaccino funziona meglio, con efficacia dimostrata contro tutti e quattro i sierotipi.

32. Serve un esame del sangue prima di vaccinarsi?

No. Nessuna linea guida lo richiede per Qdenga. Un test può rafforzare l’indicazione se documenta una pregressa infezione, ma non è un prerequisito.

33. Parto fra due settimane: ha senso fare una dose sola?

Sì. Anche se non è possibile completare il ciclo prima della partenza, è comunque raccomandabile somministrare la prima dose: l’efficacia comincia con la stimolazione delle cellule linfocitarie, poi dopo 7-8 giorni interviene la stimolazione anticorpale, e il livello massimo si raggiunge dopo circa due settimane.

Una dose singola induce sieroconversione in oltre il 90% di bambini e adolescenti e in almeno il 70% degli adulti. Non è una protezione completa, ma non è niente. La seconda dose andrà poi eseguita non prima di tre mesi e auspicabilmente entro dodici.

34. Vado solo per una settimana: vale la pena?

Assolutamente sì. Le indicazioni italiane aggiornate al gennaio 2026 raccomandano la vaccinazione per chi si reca in aree endemiche o con epidemie in corso indipendentemente dalla durata del soggiorno. Il vincolo delle tre settimane presente nelle versioni precedenti è caduto: per prendersi la dengue basta una puntura, anche dopo qualche ora di soggiorno o di passaggio in area endemica.

35. Quali sono gli effetti collaterali?

Più comunemente dolore e arrossamento nel punto di iniezione, cefalea, dolori muscolari e malessere nei due giorni successivi. È descritta inoltre, a una o due settimane dalla somministrazione, una sindrome simil-influenzale con qualche giorno di febbre: è attesa e va conosciuta in anticipo per non allarmarsi.

36. Chi non può fare il vaccino?

È controindicato in gravidanza e in allattamento, nelle immunodeficienze congenite o acquisite, in chi assume terapie immunosoppressive o corticosteroidi ad alte dosi, nell’infezione da HIV sintomatica o con compromissione immunitaria, e in caso di ipersensibilità nota. Non è indicato sotto i quattro anni.

37. Sto cercando una gravidanza: posso vaccinarmi?

È un aspetto da discutere in consulenza prima di prenotare il viaggio. È raccomandato evitare una gravidanza per 15 giorni, tempo necessario alla neutralizzazione dei virus iniettati. Se la gravidanza è in programma a breve, la vaccinazione va pianificata per tempo o rimandata.

38. Quanto dura la protezione? Servirà un richiamo?

A quattro anni e mezzo la protezione contro il ricovero è ancora sopra l’80%. Un richiamo somministrato a quel punto l’ha riportata al 90,6% due anni dopo. Non esiste però, a oggi, una raccomandazione ufficiale su quando offrire un richiamo ai viaggiatori: è una delle domande ancora aperte.

VI. Viaggio e prevenzione

39. Se mi vaccino posso lasciare a casa il repellente?

No, e questa è la risposta su cui insistiamo di più. La protezione non è totale, non copre allo stesso modo tutti e quattro i sierotipi in chi non ha mai avuto la dengue, e la stessa zanzara trasmette anche chikungunya e Zika, contro cui il vaccino non fa nulla. Il vaccino si aggiunge al repellente, non lo sostituisce.

40. Quale repellente devo usare?

Per le aree tropicali a rischio i principi attivi di riferimento sono il DEET e l’icaridina. L’IR3535 è ben tollerato ma dà una protezione più breve. L’olio di neem, come nel formulato NOZETA, è un ottimo complemento naturale per le riapplicazioni della giornata, ma non sostituisce il repellente principale nelle ore e nelle aree a maggior rischio.

41. Un repellente più concentrato protegge di più?

No: protegge più a lungo. La concentrazione determina la durata dell’effetto, non il grado di protezione. L’errore più comune non è scegliere la concentrazione sbagliata, è metterne troppo poco e non riapplicarlo.

42. Braccialetti e apparecchi a ultrasuoni funzionano?

No, e il problema non è solo che sono inefficaci: danno una sensazione di protezione che porta a trascurare ciò che funziona davvero. Lo stesso vale per la vitamina B, il lievito di birra e l’aglio per via orale.

43. Sono tornato con la febbre: che cosa faccio?

Consulto entro ventiquattro-quarantotto ore, senza aspettare. Al medico va detto dove si è stati e quando. La malaria va sempre esclusa per prima, perché è l’unica di queste malattie che può uccidere in due giorni. Una diagnosi rapida serve anche a impedire che il virus passi alle zanzare del quartiere.

VII. La dengue in Italia

44. Si può prendere la dengue in Italia?

Sì. Dal 2020 in Italia si verificano ogni anno casi autoctoni, cioè contratti sul territorio nazionale: dieci in Veneto nel 2020, ottantadue nel 2023 fra Lodi e Roma, alcune centinaia nel 2024 con i focolai di Fano e Cavezzo, quattro nel 2025.

Nel 2026 i primi episodi sono stati notificati alla fine di agosto in Salento. La zanzara tigre è ormai presente in tutte le 107 unità territoriali italiane, e la finestra di trasmissione va da giugno a novembre, con il periodo critico fra metà agosto e fine settembre.

45. Che cosa posso fare io, praticamente?

Togliere l’acqua. Svuotare e strofinare i sottovasi due volte a settimana — strofinare, perché le uova restano attaccate alla parete asciutta — coprire o capovolgere secchi e bidoni, pulire le grondaie, cambiare ogni giorno l’acqua delle ciotole degli animali, far trattare tombini e caditoie.

E una cosa che quasi nessuno dice: chi rientra da un’area endemica con la febbre dovrebbe proteggersi dalle punture nella prima settimana di malattia. Non per sé, ma per non consegnare il virus alla zanzara del proprio quartiere.

Se la domanda non c’è

Questa appendice raccoglie le domande che arrivano più spesso, ma non le esaurisce. Il POLO VIAGGI CESMET – ARTEMISIA offre consulenza pre-viaggio e valutazione al ritorno, in sede e a distanza, e i capitoli della collana approfondiscono per esteso ciascuno dei temi qui riassunti. Le domande nuove sono benvenute: le risposte a quelle che tornano più spesso finiranno nella prossima edizione di queste pagine.

POLO VIAGGI CESMET – ARTEMISIA
Dipartimento di Medicina Tropicale e Malattie Infettive
Direttore: Dr. Paolo Meo, infettivologo-tropicalista
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Appendice chiusa il 1° settembre 2026. Contenuto divulgativo: non sostituisce la valutazione clinica individuale.

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Test Mantoux: cosa è e quando fare la prova della tubercolina

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Dove e come si può prenotare il test mantoux in tempi brevi?
Puoi richiedere di effettuare il “test mantoux” o tst presso il Cesmet-Clinica del Viaggiatore.  L’effettuazione del test, le valutazioni della reazione cutanea, e l’interpretazione è eseguita da medici infettivologi esperti.
Puoi anche prenotare l’effettuazione del “test Quantiferon”.

Per prenotare il tuo test  di MANTOUX e QUANTIFERON clicca qui,

oppure scrivi direttamente un whatsapp al 3466000899 o alla segreteria Cesmet  seg.cesmet@gmail.com

 

CONVENZIONI PER CONCORSI PUBBLICI, UNIVERSITA’, SCUOLE
Il Centro Cesmet Clinica del Viaggiatore, una struttura specializzata nel trattamento di malattie infettive e tropicali, è abilitato a condurre test diagnostici e prevenzione, come il test tubercolinico (Mantoux), per concorsi universitari, scolastici, forze armate e concorsi pubblici. I referti e le certificazioni rilasciati dal centro per attestare il risultato dei test sono riconosciuti ufficialmente dalle istituzioni universitarie, dagli enti pubblici e da altre organizzazioni per fini istituzionali e procedurali.

Esiste una convenzione per Concorsi pubblici e per le Università e le scuole?
Il Centro Cesmet Clinica del Viaggiatore ha stabilito delle convenzioni per i concorsi pubblici, le università, e le scuole, offrendo servizi diagnostici e test, come il test tubercolinico (Mantoux), a costi ridotti rispetto alle tariffe normalmente applicate per richieste di lavoro e clinici privati. Inoltre, non è necessaria alcuna impegnativa per accedere ai prezzi agevolati previsti dalla convenzione. Questa iniziativa consente a studenti, insegnanti, e partecipanti a concorsi pubblici di accedere a questi servizi sanitari specializzati in modo conveniente e accessibile.

 

Quanti e quali sono i test per evidenziare la tubercolosi o il contatto con il Mycobacterium Tubercolosis?

Esistono diversi tipi di test che vengono utilizzati per:
(1) confermare la diagnosi clinica di tubercolosi “sintomatica”;
(2) valutare una infezione “asintomatica” da Mycobacterium tuberculosis, di tipo “latente”;
(3) valutare l’entità della risposta immunitaria al contatto con le proteine tubercolari;

Questi test sono cruciali per:
(a) l’identificazione di un’eventuale infezione tubercolare latente o attiva;
(b) per valutare la risposta immunitaria al micobatterio tubercolare e al vaccino antitubercolare.

Qui di seguito sono elencati i principali test disponibili:

MANTOUX TEST
MANTOUX TEST

1. Test Mantoux (o test tubercolinico):
Il test Mantoux è uno dei metodi più comuni e semplici da effettuare, per rilevare un’infezione tubercolare latente. Consiste nell’iniettare una piccola quantità di derivato proteico purificato (PPD) del Mycobacterium tuberculosis sotto la pelle, solitamente sul lato interno dell’avambraccio (test in vivo). Dopo 48-72 ore, la reazione cutanea viene valutata dal medico per determinare se il paziente è stato esposto al batterio o al vaccino.
2. Test Quantiferon (o test IGRA):
Il test Quantiferon, noto anche come test IGRA (Interferon Gamma Release Assay), è un esame del sangue che misura la risposta immunitaria – infiammatoria al Mycobacterium tuberculosis. Il test consiste nel prelievo di un campione di sangue venoso che viene successivamente “stimolato” con antigeni specifici del Mycobacterium tuberculosis. La produzione di interferone-gamma viene misurata per determinare se il paziente ha avuto un contatto con il batterio.
.3. altri test per TBC:
Esistono anche altri esami diagnostico-clinici oltre ai precedenti. (a) gli esami culturali dell’escreato (saliva); (b) gli esami radiologici del torace e la TAC (tomografia computerizzata); tutti esami utilizzati per la diagnosi della tubercolosi attiva o per identificare eventuali lesioni che potrebbero     essere associate alla malattia.
È importante notare che ogni metodo diagnostico può avere i suoi vantaggi e svantaggi e che la scelta del test da utilizzare dipende da vari fattori, come la disponibilità del test stesso, le caratteristiche cliniche del paziente e l’obiettivo della valutazione diagnostica.

Entrambi i test diagnostici, Mantoux e Quantiferon, sono strumenti diagnostici “chiave” che forniscono informazioni sulla possibile esposizione dell’organismo al batterio Mycobacterium tuberculosis. Evidenziano la risposta del sistema immunitario al contatto con gli antigeni tubercolari. La risposta cellulare nel sottocutaneo il primo test, e le prime fasi della risposta infiammatoria (produzione citochine e interferon) il secondo test.
Ambedue i test aiutano a individuare non solo se un’infezione tubercolare è presente ed attiva, ma anche se essa è latente, asintomatica. Forniscono entrambi un’indicazione delle capacità di risposta immunitaria del paziente nei confronti del micobatterio, da prospettive differenti.
L’identificazione di un’eventuale infezione tubercolare (presenza del batterio all’interno dell’organismo) è essenziale per una diagnosi accurata e precoce, che consenta un trattamento tempestivo e adeguato, prevenendo così la progressione della malattia e riducendo il rischio di complicazioni e di trasmissione del batterio ai contatti stretti.
Inoltre, la valutazione dello stato dell’immunità cellulo-mediata è importante sia per comprendere come il sistema immunitario del paziente sta rispondendo all’infezione sia per determinare la strategia terapeutica più appropriata. Una corretta valutazione dei test, se positiva, consente anche la possibilità di effettuare una profilassi per ridurre il rischio di attivazione della malattia in caso di infezione latente asintomatica.
In definitiva, questi test diagnostici sono strumenti essenziali nella lotta contro la tubercolosi, contribuendo alla prevenzione e al controllo della malattia e migliorando la salute pubblica a livello globale.

 

(A)
 TEST MANTOUX

Cosa è il test mantoux per la tubercolina?
Il test cutaneo alla tubercolina (TST o MANTOUX),
denominato anche test in vivo, in quanto la reazione delle cellule linfocitarie avviene nel tessuto sottocutaneo del tuo braccio, con una risposta “cellulo-mediata in situ”, ossia l’attivazione linfocitaria nel luogo dove viene iniettato “l’antigene tubercolare”. E’ un esame che mostra la risposta dei linfociti T nel sottocutaneo, in un certo senso più sensibile e di maggiore interpretazione rispetto al test in vitro (di laboratorio) denominato Quantiferon. Sicuramente richiede una lettura attenta ed eseguita da personale esperto. Il test facilita il medico nella diagnosi clinica e nella interpretazione dei sintomi sospetti del paziente. Con questo test è possibile valutare la risposta intradermica “ritardata”, ossia sotto la pelle e dopo 2/3 giorni dall’effettuazione, dovuta all’ipersensibilità all’antigene somministrato, un derivato proteico purificato (PPD) dal Mycobacterium tuberculosis.

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Come funziona il TEST CUTANEO DELLA TUBERCOLINA
Il test cutaneo della tubercolina è considerato la principale prova per individuare l’infezione o il contatto avvenuto con il batterio della tubercolosi ( o TBC).
La tubercolina è una frazione proteica del bacillo tubercolare che, una volta iniettata nell’organismo provoca, nel punto di inoculo, una risposta immunitaria con un richiamo dei globuli bianchi, che si manifesta con un ingolfo linfocitario e l’attivazione della reazione infiammatoria nel sottocutaneo.
Il test è innocuo e sicuro e privo di conseguenze sulla salute, effettuabile anche durante la gravidanza e l’allattamento.
Se positivo può provocare una reazione infiammatoria anche intensa nel luogo di inoculo caratterizzata da gonfiore, rossore, indolenzimento e raramente un lieve rialzo febbrile.
Si esegue per valutare eventuali contatti, anche remoti, con il “Mycobacterium Tubercolosis”, ossia con il batterio responsabile della malattia tubercolare. La positività del test indica un contatto “passato o recente” con il batterio della tubercolosi ma questo non equivale ad essere sintomatici o ad essere ancora infettati dal batterio. La valutazione in questo senso è clinica e deve essere eseguita da un medico esperto.

Come si esegue il test mantoux?
Si sceglie e disinfetta una piccola superficie dell’avambraccio e si inietta superficialmente con una siringa da insulina con ago sottilissimo la dose di tubercolina. Deve comparire un piccolo pomfo sulla cute che lentamente si riassorbe. La risposta cutanea si manifesta dopo 48 / 72 ore dall’inoculazione. La prima lettura si esegue a 48 ore, ma non bisogna andare oltre le 72 dall’avvenuta inoculazione.

Cosa si evidenzia al termine delle 48 e come si esegue la lettura del test?
Il test è negativo quando non lascia alcuna traccia a livello del punto di inoculo.
Il test è positivo, nelle sue gradazioni (lieve – medio – molto), quando compare un’area di cute infiammata con una papula centrale indurita. In caso di forte positività per la presenza attiva di Mycobatterio può comparire anche una ulcerazione cutanea.

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Quindi come viene classificata la risposta secondo l’interpretazione della reazione ?

I risultati del test devono essere interpretati con attenzione. La situazione clinica della persona e l’attività del micobatterio al suo interno determinano la dimensione dell’indurimento e l’ampiezza della risposta positiva (valutata in 5 mm, 10 mm o 15 mm).

In reazioni particolarmente forti talvolta si manifestano vescicole, bolle, linfangite, ulcerazione e necrosi nel sito del test e nelle aree limitrofi. La formazione di vescicole, bolle o necrosi nel sito del test indica un alto grado di sensibilità alla tubercolina e quindi la presenza di un’infezione da bacilli tubercolari.

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La risposta viene classificata in:

 negativa: assenza di indurimento ed eritema inferiore a 2 mm di diametro;Immagine che contiene testo, metro, persona Descrizione generata automaticamente
 dubbia: anche con parvenza di lieve indurimento ed eritema tra i 2 a 4 mm di diametro;
 positiva: con indurimento dermico evidente ed eritema tra i 5 mm ed i 15 mm di diametro.
 intensamente positiva: con eritema oltre i 15 mm e con papula indurita che può necrotizzare centralmente e con reazione infiammatoria è moto evidente.

Il test negativo evidenzia l’assenza di contatto con il bacillo della tubercolosi.

Il test positivo evidenzia un contatto con il bacillo tubercolare e la risposta è proporzionale allo stato di attività del microrganismo. In ogni caso va sottolineato che il test non fa diagnosi di tubercolosi ma evidenzia solamente la presenza di risposta immunologica, la diagnosi è squisitamente clinica con l’aiuto del quadro radiologico.

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Quando è opportuno eseguire il test cutaneo alla tubercolina (Mantoux Test)

l test di Mantoux è uno strumento importante per identificare precocemente l’infezione da tubercolosi, anche in forma latente. Ecco quando è opportuno eseguirlo:

                                              1. Situazioni di rischio

Il test è consigliato per chi:

– Ha vissuto o viaggiato in aree ad alta diffusione di tubercolosi, specialmente nei paesi tropicali;
– Ha avuto contatti stretti con persone affette da tubercolosi;
– Ha trascorso tempo in ambienti chiusi e poco areati dove potrebbero esserci portatori del batterio;

                                             2. Categorie professionali a rischio

È particolarmente importante per:

  Personale sanitario (medici, infermieri, operatori sanitari)
 Viaggiatori internazionali che si recano per qualsiasi motivo in aree ad alta presenza di tubercolosi ed hanno contatti con la popolazione locale;
 Insegnanti, volontari, religiosi e altri lavoratori a contatto frequente con la popolazione proveniente da paesi endemici, soprattutto in ambienti chiusi e affollati;

                                              3. Screening preventivo

Il test può essere utile come screening per:

– Immigrati arrivati recentemente da paesi ad alta incidenza di tubercolosi;
– Persone che iniziano lavori o scuole/formazione in ambienti a rischio (università; ambienti militari; altro)

Monitoraggio periodico (metodo di controllo e prevenzione)

Per le categorie a rischio, si consiglia di effettuare:

– Un test di controllo iniziale
– Test periodici per monitorare eventuali esposizioni

Perché è importante

Il test di Mantoux aiuta a:

– Identificare l’infezione tubercolare latente (LTBI), che è asintomatica e nella maggior parte dei casi non contagiosa;
– Permettere un trattamento tempestivo dell’infezione latente, riducendo il rischio di sviluppo della malattia attiva;
– Prevenire la diffusione della tubercolosi, specialmente in ambienti a rischio;

 

Conclusione

Il test di Mantoux è uno strumento sicuro ed efficace, semplice da eseguire in qualsiasi ambiente o situazione, ma di difficile lettura, spesso soggettiva. E’ utile per la prevenzione e il controllo della tubercolosi. E’ utile negli screening di popolazione. Se rientri in una delle categorie a rischio o hai dubbi, consulta un medico esperto per valutare l’opportunità di eseguire il test. Il Quantiferon nei casi dubbi diventa un importante test di conferma.
La prevenzione è fondamentale per proteggere la tua salute e quella di chi ti circonda.

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(B)
 TEST QUANTIFERON

Cosa è il test quantiferon per la tubercolina?
Il test QuantiFERON è un esame diagnostico, di laboratorio, utilizzato principalmente per rilevare l’infezione da Mycobacterium tuberculosis, il batterio responsabile della tubercolosi (TB). Questo test misura la risposta infiammatoria “in vitro” (in laboratorio) della persona a specifiche proteine antigeniche tubercolari.


Funzionamento del Test QuantiFERON

   Procedura e Metodo

1.Prelievo di Sangue: Viene prelevato alla persona un campione di sangue venoso, a digiuno.
2.Incubazione: Il campione si sangue (siero) viene incubato con proteine antigeniche specifiche del Mycobacterium Tuberculosis. L’incubazione del siero del paziente nel test QuantiFERON avviene a una temperatura di 37 °C e deve essere effettuata entro 16 ore dal prelievo del sangue. Il periodo di incubazione effettivo dura tra le 16 e le 24 ore. Durante questo tempo, i linfociti T della persona presenti nel campione di sangue rispondono agli antigeni specifici del Mycobacterium Tuberculosis, producendo interferone-gamma (IFN-γ), che è il parametro misurato per valutare la presenza di un’infezione tubercolare.
3.Misurazione della Risposta Immunitaria: Dopo l’incubazione, si misura la produzione di interferone-gamma (IFN-γ) da parte dei linfociti T del paziente in risposta agli antigeni. Un aumento significativo di IFN-γ indica una risposta immuno – infiammatoria positiva, suggerendo un’infezione attiva o latente da tubercolosi.

                                                                   Immagine che contiene testo, Prodotti generali, forniture per ufficio, pennarello Descrizione generata automaticamente

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Risposta Immunologica – infiammatoria e Produzione di Linfochine

Meccanismi di Risposta
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tutto quanto è descritto di seguito avviene in laboratorio, nelle provette destinate al test, sul sangue del paziente che possiede tutti i componenti cellulari presenti normalmente nell’organismo. La reazione avviene quindi tra le proteine antigeniche fornite e le cellule del sangue).

Quando nel nostro organismo le cellule del sistema immunitario riconoscono un microbo che è entrato ed ha infettato la persona, i linfociti T, in particolare i “linfociti T helper (Th)”, si attivano, nel punto dove è avvenuto il contatto, e iniziano a produrre linfochine, che sono citochine specifiche per la modulazione della risposta immunitaria e infiammatoria. Le principali linfochine coinvolte includono:

 Interleuchina-2 (IL-2): Stimola la proliferazione dei linfociti T e delle cellule natural killer.
 Interferone-gamma (IFN-γ): Gioca un ruolo cruciale nell’attivazione dei macrofagi e nell’inibizione della replicazione virale.


Produzione di linfochine all’interno dell’organismo

La produzione di linfochine avviene attraverso vari meccanismi:

1.Attivazione dei Linfociti T: L’antigene del microbo viene adeso ad alcune cellule specifiche e viene presentato da parte di queste “cellule presentanti l’antigene (APC)” attivando i linfociti T. I linfociti T helper si attivano attraverso il legame tra il recettore T-cellulare e l’antigene associato alle molecole del complesso maggiore di istocompatibilità (MHC).
2.Secrezione di Linfochine: Una volta attivati, i linfociti T helper ed altri secernono “linfochine” che agiscono su altre cellule del sistema immunitario, amplificando la risposta immunitaria ed infiammatoria.
3.Da questo momento si attiva la risposta immunitaria – cellulare da una parte e la risposta infiammatoria; due meccanismi che fanno come scopo comune quello di eliminare la risposta del microrganismo dalla persona infettata.

In laboratorio si sfrutta lo stesso meccanismo inserendo in una provetta le proteine antigeniche del batterio della tubercolosi e le cellule immunitarie presenti nel sangue prelevato dalla persona.

In sintesi,
il test QuantiFERON sfrutta, in provetta, la capacità del sistema immunitario di rispondere a specifici antigeni tubercolari, misurando la produzione di IFN-γ come indicatore dell’infezione.
La risposta immunologica è mediata dalla produzione di linfochine che modulano e coordinano le attività delle cellule immunitarie.

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Dopo quanto tempo dal contatto il test diventa positivo sia nel test in vivo che in quello in vitro?

In caso di contatto con il Mycobatterio della Tubercolosi generalmente è necessario un periodo di due / tre mesi, affinché si verifichi la conversione del test cutaneo alla tubercolina, cioè che questo esame diventi positivo e segnali l’avvenuto contatto con il batterio.

Nel caso di viaggiatori internazionali, delle categorie precedentemente individuate, sarebbe auspicabile l’effettuazione di un test MANTOUX prima del viaggio e dopo 3 mesi dal rientro. In caso di soggiorni prolungati, in ambienti di lavoro dove viene favorito un contatto prolungato, sarebbe consigliato effettuare il test una volta l’anno.

Cosa fare con le persone immunocompromesse?

Per le persone immuno compromesse, con difese immunitarie deboli o compromesse, che hanno avuto di recente uno stretto contatto con casi noti infettivi di tubercolosi, la terapia per LTBI può iniziare anche se il TST risulta negativo.
I pazienti risultati positivi al MANTOUX – TST o all’IGRA devono essere sottoposti a valutazione clinica per escludere una tubercolosi attiva e per valutare l’eventuale necessità di terapia contro l’infezione latente. E’ sempre necessaria una valutazione clinica, dei sintomi, della obiettività polmonare e sistemica a cui segue un esame radiografico del torace, dopo aver effettuato un test Mantoux, risultato positivo.

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Un contributo chiaro alla interpretazione del test Mantoux

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Test Mantoux: cosa è e quando fare la prova della tubercolina Leggi tutto »

Diabete e viaggio: Le cose essenziali e i consigli da seguire, in due pagine

POLO VIAGGI CESMET – ARTEMISIA · Scheda di sintesi per il viaggiatore

Diabete e viaggio

Le cose essenziali e i consigli da seguire, in due pagine

Sintesi del documento internazionale “Diabete e viaggio” · Edizione settembre 2026 · Dipartimento di Medicina Tropicale e Malattie Infettive · Direttore: Dr. Paolo Meo, infettivologo-tropicalista · clinicadelviaggiatore.com

Preparazione
4–6 settimane prima
Scorte
Il doppio, in 2 kit
Insulina
Bagaglio a mano
Fusi orari
4% per ora

Nota metodologica e di trasparenza

Ricerche effettuate con l’ausilio di Claude AI; impaginazione studiata insieme fra Claude e il dr. Paolo Meo. Dati verificati sulle fonti primarie (ADA Standards of Care 2026, LG SID-AMD/ISS 2025, NaTHNaC-UKHSA, CDC Yellow Book 2026, IDF Diabetes Atlas 2025) e bozze riscritte dal dr. Paolo Meo, che ne porta l’intera responsabilità. Documento divulgativo: non sostituisce il parere del proprio diabetologo.

Il punto in poche righe

Il diabete non impedisce di viaggiare: impedisce di improvvisare. Quasi tutti i problemi che vediamo al ritorno nascono da tre errori — partire senza scorte doppie, non aver deciso prima come si spostano gli orari della terapia, non sapere che cosa si mangerà a destinazione. La regola che conta più di ogni altra: davanti a un malessere in viaggio si misura la glicemia prima di cercare spiegazioni.

Che tipo di viaggiatore sono Rischio di ipoglicemia Che cosa serve
Prediabete, oppure tipo 2 in dieta, metformina o DPP-4 Basso o nullo Scorte doppie, lettera medica, regole del giorno di malattia.
Tipo 2 con sulfaniluree, glinidi, GLP-1 o gliflozine Moderato (sulfaniluree) Zuccheri rapidi sempre in tasca; regole scritte per sospendere le gliflozine in caso di malattia.
Insulino-trattato (tipo 1, LADA, tipo 2 in insulina) Elevato Piano scritto per i fusi orari, doppio kit separato, chetoni, glucagone, assicurazione con rimpatrio.
Diabete instabile o con complicanze attive Elevato e imprevedibile Valutazione diabetologica prima di confermare il viaggio; talvolta rinvio.

Se ci si ammala in viaggio (febbre, vomito, diarrea)

Da sospendere temporaneamente Da NON sospendere mai
Gliflozine (SGLT2), ACE inibitori, diuretici, metformina, sartani, FANS, sulfaniluree — l’acronimo internazionale è SADMANS. Si riprendono quando si torna a bere e mangiare normalmente. L’insulina basale. Nel diabete di tipo 1 la sospensione dell’insulina durante una malattia acuta è la prima causa di chetoacidosi. Si riducono semmai i boli, non la basale.

Attenzione alle gliflozine: possono provocare una chetoacidosi con glicemia normale (chetoacidosi euglicemica). Nausea, vomito, dolore addominale, respiro profondo o stanchezza estrema con glicemia normale richiedono comunque la ricerca dei chetoni e l’assistenza medica.

Fusi orari: come si sposta la terapia

Direzione Effetto Correzione della basale nella sola giornata di viaggio
Verso EST
(es. Europa → Asia)
Giornata accorciata Ridurre circa del 4% per ogni fuso attraversato (6 fusi = −24%). Rischio: ipoglicemia.
Verso OVEST
(es. Europa → Americhe)
Giornata allungata Aumentare circa del 4% per ogni fuso, oppure coprire il pasto in più con insulina rapida. Rischio: iperglicemia.
Nord–Sud
(es. Europa → Africa australe)
Giornata invariata Nessuna modifica.

Si applica oltre i cinque fusi, va concordata prima con il diabetologo e scritta su carta. I boli di rapida si fanno davanti al pasto, non secondo l’orologio. Chi non vuole fare calcoli: tenere l’ora di partenza durante il transito, misurare ogni 4–6 ore, passare all’ora locale il mattino dopo l’arrivo.

In aereo

  • Insulina, farmaci e dispositivi sempre nel bagaglio a mano: in stiva possono congelare. Le limitazioni sui liquidi non valgono per i medicinali necessari. Dichiarare i presidi al controllo di sicurezza e chiedere l’ispezione manuale di microinfusore e sensore.
  • Microinfusore: eliminare le bolle prima dell’imbarco; molti centri consigliano di scollegarlo prima del decollo e ricollegarlo in quota (circa mezza unità in più in salita, mezza in meno in discesa).
  • Zuccheri rapidi in tasca, non in cappelliera. Bolo di rapida solo quando il vassoio è davvero davanti. Bere acqua, muovere le gambe ogni ora.
  • Nell’ultima mezz’ora di volo misurare la glicemia: sotto 120 mg/dL (6,7 mmol/L), mangiare prima di scendere.

A tavola, in qualunque continente

Cambiano i nomi, non la sostanza: riso, pane, mais, manioca, plantano, noodles, cous cous, chapati, tortilla, injera, ugali e fufu sono la stessa famiglia. Davanti a un piatto sconosciuto la domanda è dov’è l’amido e quanto ce n’è. Iniziare da verdure e proteine abbassa il picco. Le bevande sono la trappola che nessuno conta: tè al latte zuccherato, succhi, bibite, birra, succo di canna. E la sicurezza alimentare viene prima della glicemia: cibo cotto e caldo, frutta sbucciata da sé, acqua sicura.

Il parere del Dr. Meo — POLO VIAGGI

Il piatto non si rifiuta: in quasi tutte le culture in cui ho lavorato è un insulto. Si accetta sempre, si mangia la parte proteica e la salsa, si riduce l’amido e si dice con semplicità che si è in cura per lo zucchero. In Africa e in Asia il diabete lo conoscono tutti, e la reazione non è mai di offesa: è di solidarietà.

E poi i piedi: ho visto amputazioni nate da una vescica di scarpe nuove comprate per il viaggio. Le calzature si comprano due mesi prima e si camminano a casa.

Le dieci regole

  1. Prepara il viaggio 4–6 settimane prima: il colloquio deve produrre un foglio scritto.
  2. Porta il doppio di tutto: in due kit identici, mai nella stessa borsa.
  3. Insulina nel bagaglio a mano: sempre. Se congela si butta: il freddo la rovina più del caldo.
  4. Zuccheri rapidi in tasca: non nello zaino, non in valigia.
  5. Non sospendere mai l’insulina basale: nemmeno se non mangi: riduci i boli e controlla i chetoni.
  6. Malattia acuta: sospendi SADMANS: gliflozine, ACE-i, diuretici, metformina, sartani, FANS, sulfaniluree. E bevi.
  7. Fusi orari: est meno, ovest più: circa 4% per ora, oltre le cinque ore. Meglio un po’ alti che ipoglicemici in volo.
  8. Guarda dov’è l’amido: comincia da verdure e proteine; diffida delle bevande.
  9. Mai a piedi nudi, mai scarpe nuove: ispeziona i piedi ogni sera. Nel Sud-est asiatico niente fango (melioidosi).
  10. Istruisci chi viaggia con te: dove sono i farmaci, dov’è il glucagone, come si usa. Se è confusa: prima la glicemia.

Al ritorno

Qualunque febbre entro tre mesi dal rientro dai tropici è malaria fino a prova contraria e va valutata da un medico esperto. Nel diabetico vanno considerate anche melioidosi (Sud-est asiatico, anche dopo settimane) e tubercolosi. Ispezionare i piedi; controllo con emoglobina glicata e funzione renale.

Domande frequenti

Posso comprare l’insulina all’estero se finisco le scorte?

È sconsigliato e va evitato pianificando scorte doppie. Se è inevitabile, rivolgersi a una farmacia ospedaliera o a un centro diabetologico, verificare la concentrazione (U-100, U-40 o altro) e procurarsi le siringhe corrispondenti: usare una siringa U-100 con una fiala U-40 significa iniettare meno della metà della dose, e viceversa due volte e mezzo. Nomi commerciali e formulazioni cambiano da paese a paese.

L’insulina si rovina davvero con il caldo tropicale?

Meno di quanto si creda. Uno studio di Medici Senza Frontiere e Università di Ginevra (PLOS One, 2021) ha mostrato che l’insulina in uso mantiene la sua potenza dopo quattro settimane a temperature oscillanti fra 25 e 37 °C. Restano da evitare il sole diretto, il cruscotto dell’auto e soprattutto il congelamento: un’insulina congelata si butta.

Il microinfusore può passare ai raggi X dell’aeroporto?

La raccomandazione generale, condivisa da CDC e dai produttori, è di segnalare il dispositivo e chiedere l’ispezione manuale invece del passaggio nelle apparecchiature radiogene o negli scanner corporei. Ogni produttore pubblica indicazioni specifiche per il proprio modello: vanno consultate e stampate prima di partire.

Le vaccinazioni per il viaggio cambiano se ho il diabete?

Le raccomandazioni sui vaccini del viaggiatore sono le stesse. Vanno però assicurate le vaccinazioni indicate per le patologie croniche (influenza, pneumococco) e va tenuto presente che chi ha un diabete steroideo, causato da terapia cortisonica ad alte dosi, è anche immunodepresso e non può ricevere vaccini vivi.

Posso fare trekking in alta quota?

Sì, se il compenso è buono e non ci sono complicanze significative. Tre avvertenze: chi ha una retinopatia diabetica deve essere valutato da un oculista prima della salita; il fabbisogno insulinico si riduce nettamente con lo sforzo prolungato, anche nelle ore notturne; freddo e altitudine alterano le prestazioni di glucometro e strisce.

Che cosa scrivo nella lettera medica?

Diagnosi, farmaci con il nome generico oltre a quello commerciale, dosaggi, dispositivi indossati, necessità di trasportare aghi e siringhe nel bagaglio a mano, richiesta di ispezione manuale dei dispositivi e recapito del medico curante. In italiano e in inglese, su carta intestata, datata e firmata a ridosso della partenza. Il modello completo è nell’Appendice A del documento esteso.

POLO VIAGGI CESMET – ARTEMISIA

Centro di Medicina Tropicale e dei Viaggi · Dipartimento di Medicina Tropicale e Malattie Infettive · Direttore: Dr. Paolo Meo, infettivologo-tropicalista · clinicadelviaggiatore.com

Sintesi del documento completo “Diabete e viaggio” (14 capitoli, appendici e bibliografia). Documento divulgativo di medicina dei viaggi: nessuna modifica della terapia, in particolare dell’insulina, va decisa sulla base di questo testo senza il parere del proprio medico. Edizione settembre 2026.

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Peste suina africana (PSA): un caso probabile a Riano, provincia di Roma

POLO VIAGGI CESMET – ARTEMISIA · Scheda malattia

Peste suina africana (PSA)

Il virus dei cinghiali che non tocca l’uomo — e perché ci riguarda comunque

Edizione 1.0 — dati aggiornati al 29 agosto 2026 · Redazione: Dr. Paolo Meo, infettivologo-tropicalista, Direttore del POLO VIAGGI CESMET – ARTEMISIA, Dipartimento di Medicina Tropicale e Malattie Infettive

Rischio per l’uomo
NULLO
Rischio per i suini
MOLTO ALTO
Lazio al 29.08.2026
INDENNE
Vaccino in UE
NON ESISTE

Nota Meo–Claude · Metodologia e trasparenza

Questa scheda nasce da un fatto accaduto a poche centinaia di metri da casa mia: il ritrovamento di un cinghiale morto a Riano, a nord di Roma, rilanciato sui social con l’etichetta «peste suina». Ho voluto capire, verificare e poi spiegare.

Le ricerche bibliografiche ed epidemiologiche sono state effettuate con l’assistenza di Claude AI (Anthropic). L’impaginazione e la veste grafica sono state studiate insieme fra Claude e il dr. Meo. Tutti i dati sono stati poi valutati, verificati sulle fonti primarie — bollettini degli Istituti Zooprofilattici Sperimentali, EFSA, WOAH, FAO, Ministero della Salute, Regione Lazio — e le bozze riscritte dal dr. Paolo Meo, che ne porta l’intera responsabilità scientifica ed editoriale.

Il principio è semplice: lo strumento cerca, ordina e dà forma alla pagina; il medico decide, corregge e firma.

Avvertenza sul caso di Riano: alla chiusura di questa edizione non esiste alcuna conferma di laboratorio di positività alla PSA né a Riano né in alcun altro comune del Lazio. Il capitolo 1 va letto come cronaca di un sospetto, non di un focolaio. La scheda verrà aggiornata all’esito delle analisi.

 

Potrebbe essere un'immagine raffigurante il seguente testo "R Roma RIANO Peste suina, primo caso nel Lazio dopo 2 anni: virus trovato sulla carcassa di un cinghiale"

Indice ragionato dei contenuti

Tredici capitoli. Sotto ogni titolo, due righe che dicono che cosa vi troverete.

1. Il fatto: un cinghiale morto a Riano

Che cosa è successo, che cosa sappiamo e che cosa non sappiamo. Perché un animale trovato morto non è un animale positivo, e perché va segnalato comunque.

2. Che cos’è la peste suina africana

Definizione, inquadramento normativo europeo, letalità negli animali. Una malattia di categoria A che non ha né cura né vaccino disponibile in Europa.

3. Il virus: microbiologia dell’ASFV

Famiglia, genoma, struttura del virione, tropismo per i macrofagi, genotipi e straordinaria resistenza ambientale. Qui si capisce perché il vaccino non arriva.

4. Serbatoi, vettori e i quattro cicli epidemiologici

Il ciclo selvatico africano con le zecche molli, il ciclo domestico, il ciclo cinghiale-carcassa che domina in Europa. Chi tiene davvero in vita il virus.

5. Come si trasmette

Contatto diretto, ingestione di carni e salumi, fomiti, artropodi vettori dove esistono. E il ruolo dell’uomo come vettore passivo meccanico.

6. La malattia nel maiale e nel cinghiale

Incubazione, forme acuta subacuta e cronica, sindrome emorragica, mortalità, portatori cronici. Che cosa vede l’allevatore prima di chiamare il veterinario.

7. L’uomo si infetta? No, e vale la pena spiegare perché

La risposta netta e la sua base biologica. Perché prosciutto, salame e carne di maiale restano sicuri, e perché nessun caso umano è mai stato documentato.

8. Le vere zoonosi della carcassa

Quello che i comunicati non dicono: la carcassa di cinghiale è pericolosa da toccare, ma per leptospirosi, brucellosi, epatite E, trichinellosi. Non per la PSA.

9. La situazione in Italia al 29 agosto 2026

I numeri regione per regione: Piemonte e Liguria, il nuovo fronte toscano, l’Emilia, la Sardegna difesa nei porti. Bollettini ufficiali e date di riferimento.

10. Il Lazio e l’area a nord di Roma

Dall’epidemia dell’Insugherata 2022 all’eradicazione del gennaio 2025. Perché la Regione considera «concreta e molto elevata» la possibilità di reintroduzione.

11. La situazione in Europa

Il record del 2025 secondo l’EFSA, i quattordici Stati membri coinvolti, il ritorno in Spagna dopo trentun anni e il primo caso finlandese. Le zone I, II e III.

12. La situazione nel mondo

Dall’Africa subsahariana alla Georgia 2007, dalla Cina 2018 ai Caraibi 2021. Il quadro FAO per l’Asia-Pacifico e il segnale di rallentamento registrato dalla WOAH.

13. Prevenzione: che cosa fare, in concreto

Regole distinte per chi cammina nei boschi, per chi alleva anche un solo maiale, per chi caccia e per chi viaggia. Numeri utili e decalogo finale.

1. Il fatto: un cinghiale morto a Riano

Il parere del Dr. Meo — POLO VIAGGI

Quando una notizia sanitaria riguarda la strada dove abiti, la tentazione è di reagire prima di capire. Ho fatto il contrario: ho cercato la fonte. E la fonte, per ora, è una fotografia su Facebook.

In quarant’anni di lavoro sul campo, dall’Africa occidentale al Corno d’Africa, ho imparato che le epidemie si combattono con due strumenti che sembrano poveri: la segnalazione tempestiva e la verifica di laboratorio. Tutto il resto viene dopo. Vale a Bumbuna come vale a Riano.

Nei giorni scorsi è circolata la notizia del ritrovamento di un cinghiale morto nel territorio di Riano, comune della campagna a nord di Roma. La segnalazione è stata rilanciata sui social già accompagnata dall’espressione «peste suina». Chi scrive abita in quella zona, e proprio per questo ha ritenuto necessario ricostruire i fatti prima di commentarli.

Due paletti da fissare subito

Primo. Un cinghiale trovato morto non è un cinghiale positivo. I cinghiali muoiono per investimenti stradali, traumi, parassitosi, denutrizione, avvelenamenti, abbattimenti e per numerose malattie che con la peste suina africana non hanno alcun rapporto. La diagnosi di PSA non si formula guardando una carcassa né una fotografia: richiede esame anatomo-patologico e ricerca del genoma virale in PCR, con conferma dell’Istituto Zooprofilattico Sperimentale del Lazio e della Toscana e, in ultima istanza, del Centro di referenza nazionale per le pesti suine (CEREP) dell’IZS dell’Umbria e delle Marche.

Secondo. Anche nell’ipotesi peggiore, cioè se l’animale risultasse positivo, per la salute delle persone non cambierebbe assolutamente nulla. La peste suina africana non è una zoonosi: non si trasmette all’uomo né per contatto con gli animali né attraverso il consumo di carne. È il punto su cui tutte le autorità sanitarie sono sempre state esplicite, ed è quello che nelle catene di messaggi si perde per primo.

Perché quella carcassa va comunque segnalata

Non per proteggere noi: per proteggere il sistema. Nel 2025 l’Unione Europea ha analizzato oltre 518.000 campioni di suini domestici e 618.000 campioni di cinghiali. Eppure, secondo l’EFSA, è stata la sorveglianza passiva — cioè l’indagine sugli animali trovati morti o sospetti — a individuare il 73% dei focolai nei cinghiali. La telefonata del cittadino che trova una carcassa è, letteralmente, lo strumento diagnostico principale dell’intero sistema europeo di allerta precoce.

È esattamente ciò che è avvenuto il 10 luglio 2026 sull’Appennino modenese: una carcassa segnalata da un escursionista nel territorio di Fanano, a circa tre chilometri dal confine con il Parco regionale del Corno alle Scale, è risultata positiva alla PSA. Da quella singola segnalazione è derivato l’inserimento di diversi comuni bolognesi nelle zone di restrizione.

Come si segnala nel Lazio

  • Numero verde Protezione Civile regionale: 803555, attivo 24 ore su 24
  • Servizio Veterinario ASL Roma 4 (competente per Riano): 0766/5911, h24
  • Non toccare, non spostare, non fotografare da vicino la carcassa
  • Tenere il cane al guinzaglio e allontanarlo immediatamente
  • Annotare la posizione GPS e comunicarla all’operatore

2. Che cos’è la peste suina africana

La peste suina africana (PSA; in inglese African Swine Fever, ASF) è una malattia virale emorragica altamente contagiosa dei suidi. Colpisce il maiale domestico e il cinghiale eurasiatico, entrambi appartenenti alla specie Sus scrofa. Con i ceppi oggi circolanti in Europa la letalità si avvicina al 100%.

Il Ministero della Salute la classifica fra le malattie di categoria A, quelle per le quali la normativa dell’Unione Europea impone misure immediate di eradicazione non appena individuate. Non esiste alcuna terapia. Non esiste, allo stato attuale, alcun vaccino utilizzabile in Europa.

Il danno che produce non è sanitario in senso umano, è economico e sistemico: quando il virus entra in un allevamento scattano abbattimento totale, restrizioni alla movimentazione, blocchi commerciali e sospensione delle esportazioni. In Italia, negli ultimi anni, i focolai negli allevamenti hanno portato all’abbattimento di oltre 120.000 maiali.

Elemento Peste suina africana
Agente African swine fever virus (ASFV), famiglia Asfarviridae
Specie colpite Solo suidi: maiale domestico, cinghiale, suidi selvatici africani
Trasmissibile all’uomo NO — nessun caso mai documentato
Letalità nei suini Fino al 100% con il genotipo II europeo
Vaccino Nessuno registrato in UE
Terapia Nessuna
Classificazione UE Malattia di categoria A (eradicazione obbligatoria)
Prima comparsa in Italia 1978 in Sardegna; gennaio 2022 in Italia continentale (Ovada, AL)

3. Il virus: microbiologia dell’ASFV

Il parere del Dr. Meo — POLO VIAGGI

Questo è il capitolo più tecnico della scheda e chiedo al lettore non specialista di non saltarlo. Le stranezze biologiche di questo virus non sono curiosità accademiche: spiegano perché non abbiamo un vaccino, perché un salame può portare l’infezione a mille chilometri di distanza e perché una carcassa nel bosco resta pericolosa per mesi. La microbiologia, qui, è già prevenzione.

Tassonomia e struttura

L’ASFV appartiene alla famiglia Asfarviridae, genere Asfivirus, di cui costituisce l’unica specie. È l’unico arbovirus a DNA conosciuto al mondo: una singolarità assoluta nella virologia, perché tutti gli altri virus trasmessi da artropodi sono virus a RNA.

  • Genoma: DNA bicatenario lineare di 170–194 kilobasi, con 150–170 sequenze codificanti
  • Proteine strutturali: oltre cinquanta, molte con funzione di evasione immunitaria
  • Virione: icosaedrico complesso, circa 200 nanometri, con architettura a strati concentrici — nucleoide, core shell, capside interno, membrana interna, envelope esterno acquisito per gemmazione
  • Replicazione: prevalentemente citoplasmatica, con una fase nucleare precoce

Il bersaglio cellulare, e perché il vaccino non arriva

Il virus replica in monociti e macrofagi del suino. Da questo tropismo derivano tutte le caratteristiche cliniche della malattia: l’immunosoppressione precoce, la tempesta citochinica con danno endoteliale diffuso che produce la sindrome emorragica, e soprattutto la mancata induzione di anticorpi neutralizzanti efficaci.

È qui che si spiega il fallimento di decenni di ricerca vaccinale. Un vaccino classico funziona perché induce anticorpi che neutralizzano il virus prima che infetti la cellula bersaglio: con l’ASFV questo meccanismo non si instaura. Alcuni vaccini vivi attenuati sono impiegati in Asia, in particolare in Vietnam, ma la WOAH ha ripetutamente avvertito sui rischi legati all’uso di prodotti non conformi, che possono non conferire protezione e diffondere virus vaccinali capaci di causare malattia acuta o cronica.

Genotipi

Sono descritti ventiquattro genotipi, definiti sulla sequenza del gene p72 (B646L) che codifica la principale proteina capsidica. In Europa e in Asia circola il genotipo II, quello uscito dalla Georgia nel 2007 e progressivamente diffusosi verso occidente. La Sardegna storica, dal 1978, ospitava il genotipo I.

La resistenza ambientale: il dato che cambia tutto

L’ASFV è uno dei virus più resistenti che si conoscano. La WOAH lo dice senza mezzi termini: il virus sopravvive su vestiti, stivali, ruote e altri materiali. Le autorità sanitarie italiane precisano che persiste per diversi mesi nell’ambiente e nelle carcasse degli animali morti, nella carne cruda o poco cotta, e per mesi in alcuni salumi.

Matrice o condizione Sopravvivenza del virus
Carcassa nell’ambiente Mesi, più a lungo con il freddo; le ossa restano infettanti
Carne fresca refrigerata Mesi
Sangue refrigerato Anni
Salumi crudi e stagionati brevemente Mesi
Congelamento Non inattiva il virus
Salagione e stagionatura breve Non sufficienti a inattivarlo
Calore Inattivato a 70 °C per 30 minuti
Disinfettanti efficaci Ipoclorito di sodio, glutaraldeide, formalina, composti a ossigeno attivo
Tradotto in pratica: un panino con il salame dimenticato in un’area di sosta, mangiato da un cinghiale, può fondare un focolaio. Non è un’ipotesi teorica, è il meccanismo con cui il virus ha compiuto i suoi salti intercontinentali.

4. Serbatoi, vettori e i quattro cicli epidemiologici

Confondere i quattro cicli è l’errore all’origine di metà delle informazioni sbagliate che circolano. Vanno tenuti distinti, perché in Italia continentale ne opera in pratica uno solo.

Ciclo Protagonisti Dove opera
Selvatico africano Facoceri (Phacochoerus), potamoceri (Potamochoerus), ilocheri + zecche molli Ornithodoros moubata Africa subsahariana. È il serbatoio originario e vero: i suidi africani si infettano senza ammalarsi
Zecca–suino Ornithodoros erraticus e suini domestici in stalle tradizionali Storicamente penisola iberica
Domestico Maiale–maiale per contatto diretto e per somministrazione di scarti di cucina Ovunque, soprattutto in allevamenti a bassa biosicurezza e familiari
Cinghiale–habitat Cinghiale vivo + carcassa infetta persistente nell’ambiente È il motore dell’epidemia europea, ed è quello che riguarda l’Italia

Il ciclo che conta per noi

Nel ciclo cinghiale–habitat il serbatoio non è tanto l’animale vivo quanto la carcassa infetta lasciata nell’ambiente. Il cinghiale sano si contagia annusando o consumando i resti di un conspecifico morto, e quella carcassa resta infettante per mesi. È il motivo per cui il recupero delle carcasse è, in tutti i piani nazionali ed europei, l’attività di controllo numero uno, affidata ai servizi veterinari delle ASL con il concorso di guardiaparco, polizia provinciale, carabinieri forestali e volontari.

Va detto con chiarezza: in Italia continentale le zecche molli non hanno alcun ruolo epidemiologico. Chi parla di «zecche che trasmettono la peste suina» nel Lazio sta trasferendo sul Tevere un meccanismo che appartiene alla savana africana.

E l’uomo, in questo schema?

L’uomo è un vettore passivo meccanico. Il commissario straordinario alla PSA, Giorgio Briganti, lo ha formulato in modo efficace: una persona non si ammala, ma può diventare vettore passivo, perché fango e materiale organico rimasti sulle scarpe o sulle ruote di una bicicletta possono contribuire a spostare il virus.

La conseguenza epidemiologica è decisiva. Il cinghiale si sposta di pochi chilometri l’anno: da solo non percorre le distanze che il virus ha percorso. I salti di centinaia o migliaia di chilometri — Roma nel 2022, la Catalogna nel 2025, la Finlandia nel 2026 — li ha compiuti l’uomo, attraverso prodotti alimentari, veicoli e materiali contaminati.

5. Come si trasmette

Via di trasmissione Peso epidemiologico
Contatto diretto fra animali (sangue, saliva, feci, urine, secrezioni) Molto alto: il sangue contiene cariche virali elevatissime
Contatto con carcasse infette nell’ambiente Molto alto nel ciclo selvatico europeo
Ingestione di carni o prodotti a base di carne infetta, scarti di cucina Alto: è la via che apre i focolai negli allevamenti
Fomiti: calzature, indumenti, attrezzature, veicoli, mangimi, lettiera Alto per la diffusione a media e lunga distanza
Movimentazione illegale di animali vivi e smaltimento illegale di carcasse Alto: fra le modalità più importanti secondo gli IZS
Puntura di zecche molli Ornithodoros Rilevante solo in Africa e storicamente in Iberia; nullo in Italia
Trasmissione all’uomo Inesistente

6. La malattia nel maiale e nel cinghiale

Il periodo di incubazione è breve, generalmente da 4 a 19 giorni. La forma acuta, quella dominante con il genotipo II, si manifesta con febbre elevata, anoressia improvvisa, prostrazione, difficoltà di movimento, cianosi di orecchie, addome e arti, emorragie cutanee ed emorragie interne, aborto nelle scrofe. La morte sopraggiunge in 6–13 giorni.

Esistono forme subacute e croniche, con quadri meno drammatici. Il dato epidemiologicamente più importante riguarda i sopravvissuti: gli animali che superano la malattia possono restare portatori del virus per circa un anno, e proprio questo ruolo è fondamentale per la persistenza del virus nelle aree endemiche e per la sua diffusione.

La diagnosi

La conferma è esclusivamente di laboratorio. Gli esami impiegati sono l’immunofluorescenza, il test di immunodiffusione in gel di agar (AGID), la fissazione del complemento, la PCR per la ricerca del genoma virale e l’ELISA per la ricerca anticorpale. Nella pratica corrente il riscontro anatomo-patologico sulla carcassa orienta, la PCR conferma.

7. L’uomo si infetta? No, e vale la pena spiegare perché

Il parere del Dr. Meo — POLO VIAGGI

Questa è la domanda che mi arriva in ambulatorio e al telefono, ed è la ragione per cui ho scritto questa scheda. Rispondo con la stessa frase che uso con i pazienti: no, non si prende, e non è una rassicurazione di cortesia — è una impossibilità biologica.

Nel Dipartimento di Medicina Tropicale e Malattie Infettive del POLO VIAGGI passiamo metà del nostro tempo a spiegare quali malattie animali passano davvero all’uomo. Sono tante e alcune sono terribili. Proprio per questo è importante non sprecare l’allarme su quelle che non lo fanno: chi grida al lupo sulla peste suina non sarà creduto il giorno dell’influenza aviaria.

La peste suina africana non è una zoonosi. Non è trasmissibile agli esseri umani, né per contatto con gli animali né attraverso il consumo di carne. In quasi un secolo dalla prima descrizione della malattia, avvenuta in Kenya nel 1921, non è mai stato documentato un solo caso di infezione umana.

La base biologica

La ragione è nel tropismo del virus: l’ASFV replica in monociti e macrofagi del suino. Le cellule umane non sono permissive alla sua replicazione, perché mancano le condizioni molecolari di ingresso e di replicazione produttiva. L’uomo non è semplicemente un ospite «poco suscettibile»: non è un ospite.

Le conseguenze pratiche

  • Carne di maiale, prosciutto, salame e insaccati regolarmente controllati si consumano senza alcun problema
  • Non esiste alcun rischio nel frequentare boschi, sentieri, aree agricole o parchi in zona di restrizione
  • Non esiste alcun rischio per chi convive con cani, gatti o altri animali domestici non suidi
  • Le limitazioni imposte nelle zone di restrizione hanno lo scopo di proteggere i suini, non le persone
Il rischio reale della PSA per l’uomo è economico e sociale: perdita di patrimonio zootecnico, blocchi commerciali, danno alla filiera dei prodotti DOP e IGP, limitazioni alla caccia e alle attività all’aperto. È un rischio serio. Ma non è un rischio sanitario.

8. Le vere zoonosi della carcassa

Il parere del Dr. Meo — POLO VIAGGI

Questo è il capitolo che nei comunicati istituzionali non si legge mai, e che come infettivologo mi preme di più.

Tutti ripetono: «non toccare la carcassa perché c’è la peste suina». L’indicazione è giusta, la motivazione è sbagliata. Non toccatela per la peste suina non ha senso dal punto di vista della vostra salute, perché quel virus a voi non fa nulla. Non toccatela per le zoonosi vere, quelle che ci sono davvero e che nessuno nomina.

Il cinghiale è, in Italia, uno dei principali serbatoi di agenti zoonotici della fauna selvatica. Chi manipola una carcassa senza protezioni si espone a rischi concreti, che nulla hanno a che vedere con la PSA.

Agente Come si contrae dalla carcassa Nota clinica
Leptospirosi Contatto di cute lesa e mucose con urine e acque contaminate Forme itteroemorragiche potenzialmente gravi; sottodiagnosticata
Brucellosi (Brucella suis) Manipolazione ed eviscerazione senza guanti Classica dei cacciatori; febbre ondulante, forme osteoarticolari
Epatite E (HEV genotipo 3) Carne poco cotta, contatto con visceri Sieroprevalenze elevate nei cinghiali italiani; grave nell’immunodepresso e in gravidanza
Trichinellosi Consumo di carne cruda o insufficientemente cotta Obbligo di esame trichinoscopico sui capi destinati al consumo
Tularemia Contatto con tessuti infetti, anche via congiuntivale Rara ma presente; forme ulceroghiandolari
Salmonellosi e Yersinia Contaminazione fecale e manipolazione Enteriti anche severe
Malattia di Aujeszky (pseudorabbia) Il cane annusa, lecca o morde la carcassa Non colpisce l’uomo ma è invariabilmente mortale per il cane

La regola operativa «non avvicinarsi, non toccare, cane al guinzaglio, segnalare e allontanarsi» è quindi corretta due volte, ma per due ragioni diverse: una riguarda la salute dei suini e l’economia del Paese, l’altra riguarda direttamente voi e il vostro cane.

9. La situazione in Italia al 29 agosto 2026

Piemonte e Liguria: il cluster storico

Secondo l’aggiornamento dell’Istituto Zooprofilattico Sperimentale del Piemonte, Liguria e Valle d’Aosta al 23 agosto 2026, il totale cumulativo dei positivi nei cinghiali è salito a 2.209 casi: 827 in Piemonte e 1.382 in Liguria. I focolai negli allevamenti suinicoli restano stabili a 10. La curva ligure continua a crescere di poche unità a settimana, quella piemontese è sostanzialmente ferma.

Toscana: il fronte caldo del 2026

Dal primo gennaio 2026 la Toscana ha registrato 638 casi positivi tra i cinghiali, il dato più alto d’Italia nell’anno in corso, comunicato il 18 agosto durante un incontro fra Anci Toscana e Regione. L’epidemia era partita dalla provincia di Massa-Carrara e ha poi raggiunto Lucca e Pistoia; il passaggio alla specie domestica è già avvenuto, con due allevamenti colpiti a Comano (Massa-Carrara) e a San Marcello Piteglio (Pistoia). Le zone soggette a restrizione interessano territori delle province di Lucca, Massa-Carrara, Pistoia e Prato.

Emilia-Romagna, Lombardia, Sardegna

Il fronte nei cinghiali si è ormai esteso senza soluzione di continuità dal Piemonte fino all’Emilia; il 10 luglio 2026 la positività di una carcassa a Fanano ha portato la malattia alle porte del Parco del Corno alle Scale. In Lombardia si sono registrati focolai in allevamento in provincia di Pavia.

La Sardegna, isola dove la malattia fu introdotta nel 1978 e dove è rimasta endemica per quarant’anni, è oggi indenne e si difende con controlli portuali sistematici: nel quadrimestre aprile–luglio 2026 la ASL di Sassari ha eseguito 443 controlli a Porto Torres, 260 a Olbia e 126 a Golfo Aranci, con cani molecolari addestrati a individuare prodotti suini nei bagagli.

Area Dato Aggiornato al
Piemonte + Liguria 2.209 cinghiali positivi cumulativi (827 + 1.382); 10 focolai in allevamento 23 agosto 2026 (IZS PLV)
Toscana 638 cinghiali positivi dal 1° gennaio 2026; 2 allevamenti colpiti 18 agosto 2026
Emilia-Romagna Fronte attivo sull’Appennino modenese e bolognese 10 luglio 2026
Lombardia Focolai in allevamento in provincia di Pavia 2026
Sardegna Indenne; sorveglianza attiva nei porti Agosto 2026
Lazio Indenne; nessun caso confermato 29 agosto 2026

10. Il Lazio e l’area a nord di Roma

Il parere del Dr. Meo — POLO VIAGGI

Il Lazio ha già vissuto questa storia. Nel 2022 il virus comparve nella Riserva dell’Insugherata e l’intera città dentro il Grande Raccordo divenne zona rossa: divieti di pic-nic, cani al guinzaglio, cancellate ai varchi, oltre millecinquecento cinghiali abbattuti. Ci sono voluti quasi tre anni per uscirne.

Chi come me abita nei comuni a nord del Raccordo ricorda bene che Riano, Castelnuovo di Porto, Sacrofano, Formello, Morlupo e Capena erano dentro la zona di restrizione. Uscirne è costato molto. Rientrarci per un panino abbandonato in un’area di sosta sarebbe assurdo.

La cronologia è netta. Fine aprile 2022: nell’area nord di Roma vengono rinvenuti cinghiali morti o moribondi, risultati positivi alla PSA, quasi tutti nella Riserva Naturale dell’Insugherata all’interno del Grande Raccordo Anulare. Maggio 2022: istituzione della zona rossa e delle zone di restrizione, estese ai comuni a nord fra cui Riano. Gennaio 2025: il Ministero della Salute annuncia l’eradicazione dalla Capitale e il 22 gennaio il Comitato permanente di Bruxelles vota la revoca delle zone di restrizione in provincia di Roma.

Oggi il Lazio è quindi ufficialmente indenne, e al 29 agosto 2026 non risulta alcun caso di PSA confermato sul territorio regionale. Ma la Regione non considera chiusa la partita: il virus circola nelle regioni a nord e la possibilità che la malattia venga nuovamente introdotta nel Lazio è giudicata «concreta e molto elevata». Per la stagione venatoria 2026/2027 sono stati fissati obiettivi di riduzione della popolazione di cinghiali per almeno 38.500 capi, di cui 11.837 nella sola provincia di Viterbo e 8.254 in provincia di Roma. Un piano di questa portata in una regione formalmente indenne dice quanto sia sottile il margine.

La distanza reale. Il fronte epidemico più vicino a Riano è quello tosco-emiliano, a circa trecento chilometri. Il cinghiale, da solo, quella distanza non la percorre: si sposta di pochi chilometri l’anno. Se la peste suina tornasse nel Lazio non arriverebbe camminando. Arriverebbe in automobile, dentro un panino, su una suola di scarpa.

11. La situazione in Europa

Il 2025 è stato l’anno peggiore dell’ultimo quinquennio. Secondo la relazione annuale dell’EFSA, gli episodi nei cinghiali sono arrivati a 11.036, il livello più alto dal 2021 e il 44% in più rispetto ai 7.677 del 2024. I focolai nei suini domestici sono aumentati del 76%, raggiungendo quota 585. La malattia è inoltre ricomparsa in Spagna dopo trentun anni, portando a quattordici il numero degli Stati membri interessati, e la Finlandia ha registrato il suo primo caso in assoluto a fine luglio 2026.

Casi nei cinghiali nell’UE, 2024 vs 2025

2024 — 7.677 casi

2025 — 11.036 casi (+44%)

Fonte: EFSA, relazione annuale PSA, maggio 2026. Focolai nei suini domestici: 585 nel 2025, +76% sul 2024.

Gli Stati membri oggi coinvolti sono Italia, Spagna, Finlandia, Polonia, Germania, Estonia, Lettonia, Lituania, Slovacchia, Ungheria, Romania, Bulgaria, Grecia e Croazia. Fuori dall’Unione il virus circola in Serbia, Bosnia-Erzegovina, Moldova, Ucraina, Bielorussia e Russia.

Il sistema delle zone di restrizione

Zona Definizione Effetti principali
Zona I Area ad alto rischio, senza casi accertati Sorveglianza rafforzata, biosicurezza, controlli sulle movimentazioni
Zona II Presenza della malattia nei cinghiali Limitazioni alle attività all’aperto e venatorie, restrizioni commerciali
Zona III Presenza della malattia nei suini domestici Misure più severe: abbattimenti, blocco delle movimentazioni e delle esportazioni

Un dato merita attenzione perché riguarda direttamente il lettore: nel 2025 nell’UE sono stati analizzati oltre 518.000 campioni di suini domestici e 618.000 di cinghiali, e la sorveglianza passiva ha permesso di individuare il 73% dei focolai nei cinghiali. Per l’EFSA questo tipo di controllo deve continuare ad avere un ruolo centrale.

12. La situazione nel mondo

La peste suina africana è stata per decenni una malattia africana. La WOAH ricostruisce così la sua espansione: presente tradizionalmente in Africa fino al 1978, quando venne introdotta nell’isola italiana della Sardegna; nel 2007 confermata in Georgia, nella regione del Caucaso, da cui si è progressivamente diffusa ai paesi vicini; prima comparsa nell’Unione Europea nel 2014; nel 2018 il salto in Cina, prima comparsa in Asia, con successiva diffusione nella regione e in Oceania; nel luglio 2021 il ritorno nelle Americhe dopo decenni di assenza, in Repubblica Dominicana e ad Haiti. Solo due paesi europei sono riusciti a eradicarla: la Repubblica Ceca nell’aprile 2018 e il Belgio nel marzo 2020.

Area Situazione attuale
Africa subsahariana Endemica, con il ciclo selvatico e le zecche molli come serbatoio permanente
Europa Quattordici Stati membri UE più i paesi balcanici e dell’Est; 2025 anno record
Asia e Pacifico L’aggiornamento FAO del 18 giugno 2026 copre venti paesi e territori, con nuovi focolai in India e crisi del comparto suinicolo in Sri Lanka
Caraibi Repubblica Dominicana e Haiti dal luglio 2021
Oceania Papua Nuova Guinea, Timor Est
Tendenza globale Secondo il rapporto WOAH di maggio 2026 i focolai nei suini domestici sono in calo da agosto 2025; i casi nei cinghiali, dopo il picco fra ottobre 2025 e gennaio 2026, hanno anch’essi iniziato a diminuire

13. Prevenzione: che cosa fare, in concreto

Il parere del Dr. Meo — POLO VIAGGI

Nelle indicazioni che seguono ho voluto separare i destinatari, perché le regole valide per l’allevatore non servono all’escursionista e viceversa. Segnalo in particolare il paragrafo dedicato a chi viaggia: al POLO VIAGGI vediamo ogni settimana persone che rientrano da paesi con circolazione attiva del virus portando salumi artigianali nel bagaglio, convinte di fare una cosa innocua. È il singolo comportamento a più alto rischio di tutta questa scheda.

Per chi cammina nei boschi e nelle campagne

  1. Segnalare ogni carcassa di cinghiale, comprese ossa e resti, al 803555 o al servizio veterinario della ASL competente
  2. Non toccare, non spostare, non avvicinarsi: la rimozione spetta solo al personale incaricato
  3. Tenere sempre il cane al guinzaglio nelle aree naturali e agricole
  4. Al rientro, pulire e disinfettare accuratamente calzature, ruote di bicicletta e pneumatici
  5. Non abbandonare rifiuti alimentari nell’ambiente e smaltirli in contenitori chiusi
  6. Non alimentare i cinghiali: è vietato dalla legge 221/2015 ed è la principale abitudine che li avvicina agli abitati

Per chi alleva suini, anche un solo capo familiare

  • Recinzione efficace, zona filtro all’ingresso, cambio di calzature e indumenti
  • Divieto assoluto di somministrare scarti di cucina o avanzi contenenti carne
  • Controllo dell’origine di mangimi, foraggio e lettiera, che possono essere contaminati
  • Disinfezione sistematica di mezzi e attrezzature in entrata
  • Denuncia immediata di ogni aumento anomalo della mortalità: il ritardo di quarantotto ore è ciò che trasforma un caso in un’epidemia

Per chi caccia

  • Kit di biosicurezza personale, guanti monouso sempre
  • Eviscerazione nei punti attrezzati e gestione controllata dei visceri
  • Disinfezione di coltelli, stivali, indumenti e veicoli dopo ogni uscita
  • Nessun accesso ad allevamenti suinicoli nelle ore successive alla battuta
  • Rispetto dell’obbligo di esame trichinoscopico sui capi destinati al consumo

Per chi viaggia — indicazioni del POLO VIAGGI

  • Non introdurre in Italia carni o salumi suini provenienti da paesi con PSA, neppure sottovuoto o di produzione domestica: il regolamento UE lo vieta e il virus sopravvive nei prodotti crudi per mesi
  • La carne di cinghiale è quella a maggior rischio in assoluto
  • Chi visita allevamenti, mercati di animali vivi o macelli in aree endemiche deve cambiare calzature e indumenti prima di rientrare in qualsiasi ambiente zootecnico italiano
  • La stessa regola vale per i rientri dalla Sardegna e per gli spostamenti dalle zone di restrizione del Nord e della Toscana
  • Rispettare i controlli portuali e aeroportuali: la consegna spontanea dei prodotti non comporta sanzione

In sintesi, per chi ha poco tempo

La peste suina africana non si trasmette all’uomo, in nessun modo. Un cinghiale morto va segnalato e non toccato: per la peste suina non rischiate nulla, per leptospirosi, brucellosi ed epatite E sì. Il Lazio oggi è indenne e non ci sono casi confermati. Il virus non cammina: viaggia con noi, in una suola infangata, in una ruota, in un panino. Quando tornate dal bosco, pulite le scarpe.

Domande frequenti

Posso continuare a mangiare prosciutto e salame?

Sì, senza alcuna limitazione. La peste suina africana non si trasmette all’uomo attraverso il consumo di carne. I prodotti a marchio sanitario provengono da filiere controllate. Il divieto di trasportare salumi da paesi infetti serve a proteggere i maiali italiani, non i consumatori.

Ho toccato una carcassa di cinghiale. Devo preoccuparmi?

Per la peste suina no, in nessun modo. Per leptospirosi, brucellosi, epatite E e tularemia sì: lavatevi accuratamente mani e avambracci con acqua e sapone, disinfettate ogni ferita anche minima e, se nei giorni successivi compare febbre, riferite al medico il contatto avvenuto. È un’informazione che cambia l’orientamento diagnostico.

Il mio cane ha annusato una carcassa. C’è un rischio?

Non per la peste suina, che non colpisce i cani. Ma la malattia di Aujeszky, o pseudorabbia, sì: si contrae proprio annusando, leccando o mordendo carcasse e visceri di cinghiale, ed è invariabilmente mortale per il cane, con decorso rapidissimo. Se compaiono prurito intenso al muso, salivazione e alterazioni del comportamento, andate immediatamente dal veterinario. È la ragione più seria per tenere il cane al guinzaglio.

Le zecche trasmettono la peste suina anche in Italia?

No. I vettori biologici sono zecche molli del genere Ornithodoros, che appartengono al ciclo africano e, storicamente, ad alcune stalle tradizionali iberiche. In Italia continentale non hanno alcun ruolo epidemiologico. Le zecche che troviamo nei nostri boschi sono zecche dure, che trasmettono altre malattie ma non la PSA.

Perché abbattere migliaia di cinghiali se il virus non riguarda l’uomo?

Perché la densità della popolazione di cinghiali determina la velocità con cui il virus circola e la probabilità che raggiunga gli allevamenti. È una misura di sanità animale e di tutela economica, non di sanità pubblica. Va detto che la sua efficacia è oggetto di discussione: alcune associazioni sostengono che le battute collettive possano disperdere i branchi e favorire la diffusione, ed è un’obiezione che merita risposte con dati, non con slogan.

Esiste un vaccino?

Non in Europa. La ragione è biologica: il virus replica nei macrofagi e non induce anticorpi neutralizzanti efficaci, quindi l’approccio vaccinale classico non funziona. In alcuni paesi asiatici sono impiegati vaccini vivi attenuati, ma la WOAH ha messo in guardia sui rischi dei prodotti non conformi.

Che cosa succede se il cinghiale di Riano risulta positivo?

Sarebbe una notizia sanitaria di rilievo nazionale, perché segnerebbe il ritorno del virus in una regione dichiarata indenne nel gennaio 2025. Scatterebbero l’istituzione di una zona infetta, la ricerca attiva delle carcasse, la sospensione della caccia di selezione, limitazioni alle attività all’aperto e restrizioni alla filiera suinicola. Per la salute delle persone, invece, non cambierebbe nulla. Aggiorneremo questa scheda all’esito delle analisi.

Bibliografia e fonti ragionate

Tutte le fonti sono state consultate e verificate fra il 29 e il 30 agosto 2026.

Dati epidemiologici italiani

  • Istituto Zooprofilattico Sperimentale del Piemonte, Liguria e Valle d’Aosta — I controlli per la PSA, aggiornamento al 23 agosto 2026
  • Regione Toscana e Anci Toscana — Incontro del 18 agosto 2026 sui dati regionali e sui Gruppi Operativi Territoriali
  • Regione Toscana — Peste suina africana: biosicurezza e zone di restrizione, agosto 2026
  • Ministero della Salute — Dati epidemiologici nazionali e internazionali; Bollettino epidemiologico nazionale PSA (IZSAM)
  • Centro di Referenza Nazionale per le Pesti Suine (CEREP), IZS dell’Umbria e delle Marche

Lazio e area romana

  • Regione Lazio — Emergenza PSA: situazione nel Lazio; come contenere l’epidemia
  • Ministero della Salute e Struttura commissariale PSA — Eradicazione dalla provincia di Roma; voto del Comitato permanente PAFF del 22 gennaio 2025
  • Regione Lazio — Piano venatorio 2026/2027 e obiettivi di riduzione della popolazione di cinghiali
  • Roma Capitale — Misure per il contenimento della PSA e numeri per la segnalazione delle carcasse

Dati europei e mondiali

  • EFSA — Relazione annuale sulla peste suina africana, maggio 2026
  • EFSA — Rapporto scientifico su fattori di rischio e di protezione contro la PSA, compreso il ruolo dei vettori
  • Regolamento di esecuzione (UE) 2023/594 e successivi aggiornamenti delle zone soggette a restrizione
  • WOAH — African swine fever: scheda di malattia e situation report di maggio 2026
  • FAO EMPRES-AH — ASF situation update in Asia & Pacific, 18 giugno 2026
  • GF-TADs — Global control of African swine fever: a GF-TADs initiative (2026–2030)

Virologia e zoonosi della fauna selvatica

  • IZS del Lazio e della Toscana — Peste suina africana: agente eziologico, trasmissione, diagnosi, diffusione
  • African swine fever in the era of global expansion: epidemiology, transmission dynamics, viral evolution, and One Health control strategies. Veterinary World 2026;19(8):3351-3371
  • EFSA-ECDC — The European Union One Health Zoonoses Report, edizioni recenti
  • Letteratura nazionale sulla sieroprevalenza di HEV, Brucella suis e Leptospira spp. nel cinghiale in Italia

POLO VIAGGI CESMET – ARTEMISIA

Centro di Medicina Tropicale e dei Viaggi · Dipartimento di Medicina Tropicale e Malattie Infettive

Direttore: Dr. Paolo Meo, infettivologo-tropicalista

clinicadelviaggiatore.com

Scheda malattia a scopo divulgativo e di educazione sanitaria, edizione 1.0 del 29 agosto 2026. Non sostituisce il parere del medico curante né le disposizioni delle autorità sanitarie e veterinarie competenti. Per la segnalazione di carcasse di cinghiale nel Lazio: numero verde Protezione Civile regionale 803555 o servizio veterinario della ASL territorialmente competente.

Peste suina africana (PSA): un caso probabile a Riano, provincia di Roma Leggi tutto »

FULMINI: come ti devi comportare

POLO VIAGGI CESMET – ARTEMISIA  ·  Centro di Medicina Tropicale e dei Viaggi

RISCHIO FULMINI

Decalogo — come comportarsi in caso di temporale improvviso

Temporali estivi e autunnali  ·  in montagna, in spiaggia, nei campi, all’aperto

LA REGOLA 30/30 — quella da ricordare per prima

Meno di 30 secondi fra il lampo e il tuono: la cella è entro 10 km, sei già nel raggio del fulmine → cerca riparo.

Esci allo scoperto solo 30 minuti dopo l’ultimo tuono: molte vittime vengono colpite quando il temporale sembra finito.

1

Parti presto, guarda le previsioni

Il temporale termico è puntuale: si forma nel primo pomeriggio. In montagna la parte esposta va conclusa entro le prime ore del pomeriggio.

2

Applica la regola 30/30

Al riparo se fra lampo e tuono passano meno di 30 secondi. Fuori non prima di 30 minuti dall’ultimo tuono.

3

Scegli il riparo giusto

Sicuri solo: edificio con impianti e auto chiusa. Non sono ripari gazebo, tettoie, ombrelloni, tende, capanni, grotte poco profonde.

4

Allontanati da tutto ciò che sporge

Cime, creste, alberi isolati, pali, tralicci, croci di vetta. Da un albero alto stai lontano almeno il doppio della sua altezza.

5

Esci subito dall’acqua

Mare, laghi, fiumi, piscine: l’acqua distribuisce la corrente su decine di metri. In spiaggia sei tu l’oggetto più alto.

6

Deponi gli oggetti lunghi e metallici

Piccozze, bastoncini, ombrelli, canne da pesca, attrezzi: appoggiali a qualche metro. Nessun materiale indossato isola dal fulmine.

7

In gruppo, distanziatevi

Almeno 3-5 metri l’uno dall’altro: un solo fulmine non deve mettere fuori gioco tutti, e qualcuno deve poter soccorrere.

8

Se sei sorpreso allo scoperto: accovacciati

Sui talloni, piedi uniti, testa fra le ginocchia, mani sulle orecchie. Mai sdraiarsi a terra: è la posizione che uccide.

9

In casa: tubature e cavi conducono

Niente doccia, lavelli, telefono fisso. Stacca gli apparecchi prima del temporale. Lontano da porte, finestre e pareti esterne.

10

In auto: resta dentro

Protegge la carrozzeria, non i pneumatici. Fermati, non toccare le parti metalliche, non uscire. Moto e bici non proteggono.

SE QUALCUNO VIENE COLPITO — i primi minuti decidono

TOCCALA SUBITO  — Chi è stato colpito non trattiene alcuna carica: nessun rischio per chi soccorre.

CHIAMA IL 112  — Se la zona è ancora esposta, spostala prima in un luogo sicuro.

NON RESPIRA? VENTILA  — 30 compressioni / 2 ventilazioni. Nel fulmine il cuore riparte da solo, il respiro no.

NON FERMARTI PRESTO  — Rianima a lungo: sono documentati recuperi completi dopo molti minuti.

PIÙ VITTIME?  — Triage inverso: soccorri per primi quelli che sembrano morti, cioè chi non respira.

POLO VIAGGI CESMET – ARTEMISIA  ·  Direttore: Dr. Paolo Meo, infettivologo-tropicalista  ·  clinicadelviaggiatore.com

Materiale divulgativo. Non sostituisce i protocolli ufficiali di soccorso. In emergenza chiamare il 112.

FULMINI: come ti devi comportare Leggi tutto »

DENGUE E MALDIVE GRAVE EPIDEMIA

Cesmet bollettino della DENGUE nelle MALDIVE 

POLO VIAGGI
CESMET – ARTEMISIA  |  Centro di Medicina Tropicale e dei Viaggi
clinicadelviaggiatore.com

Scheda paese · Scheda malattia · Edizione 1 agosto 2026

MALDIVE E DENGUE vista dall’Italia

Il paradiso ha una zanzara. Quello che devi sapere prima di partire.

                                                                   

Redazione scientifica del POLO VIAGGI CESMET – ARTEMISIA

Direttore: Dr. Paolo Meo — tropicalista, infettivologo

Le Maldive sono oggi la prima causa di dengue importata in Italia: 7 casi su 10.

Come è fatta questa scheda

1
Perché una scheda dedicata alle Maldive
Nel 2026 il 71% delle dengue diagnosticate in Italia arriva dalle Maldive. Un cambio di geografia del rischio che quasi nessun turista conosce.
2
La situazione oggi: i numeri dell’epidemia
Andamento mensile dei casi nel 2026, confronto con il 2025, decessi e allerta delle autorità sanitarie maldiviane.
3
Atollo per atollo: dove circola davvero il virus
Le aree a incidenza più alta, il peso di Malé e la differenza reale fra isole abitate, resort e liveaboard.
4
La zanzara: chi è, dove vive, quando punge
Aedes aegypti e Aedes albopictus, il loro habitat nei villaggi e nei resort, e perché pungono di giorno.
5
Che cos’è la dengue e come si manifesta
Sintomi, tempi di incubazione, decorso tipico e i segnali d’allarme che impongono il ricovero immediato.
6
Perché la seconda dengue è più pericolosa della prima
Il fenomeno del potenziamento anticorpo-dipendente e chi deve considerarsi a rischio aumentato.
7
QDENGA: il vaccino, in profondità
Perché la prima dose protegge già chi parte, quando farla, a chi è essenziale e la posizione del CESMET.
8
Proteggersi dalle punture: cosa funziona davvero
NOZETA e olio di Neem come repellente di prima scelta del CESMET, abbigliamento, ambienti e orari.
9
Se hai la febbre alle Maldive
Cosa fare sull’isola, quali farmaci evitare assolutamente e quando chiedere l’evacuazione sanitaria.
10
Se hai la febbre al rientro in Italia
La finestra dei 14 giorni, cosa dire al medico e perché la tua diagnosi protegge anche il tuo quartiere.
11
Non solo dengue: Zika e chikungunya
Gli altri virus trasmessi dalla stessa zanzara e le implicazioni per chi cerca una gravidanza.
12
La checklist del viaggiatore
Cosa fare appena prenoti, nei giorni prima, in valigia e al ritorno. Una lista da spuntare.
13
Domande frequenti e fonti
Le domande che riceviamo più spesso in ambulatorio e i riferimenti scientifici di questa scheda.

1. Perché una scheda dedicata alle Maldive

Per anni la dengue è stata, nell’immaginario del viaggiatore italiano, una malattia del Sud-est asiatico o dell’America Latina. Qualcosa che si prende zaino in spalla, non in un bungalow sull’acqua. Nel 2026 questa immagine è semplicemente sbagliata.

I dati della sorveglianza nazionale italiana sono netti: dei 169 casi di dengue confermati in Italia nel primo semestre 2026, tutti importati da viaggi, il 71% ha come luogo di esposizione le Maldive. Nel primo trimestre la percentuale era ancora più alta, l’83%. Nessun’altra destinazione si avvicina.

169
casi dengue in Italia 2026
71%
esposizione Maldive
~120
viaggiatori italiani infettati

Lo stesso fenomeno si osserva in Spagna, dove circa la metà dei 124 casi importati registrati fino al 19 luglio 2026 è collegata a un viaggio nelle Maldive. Non è un’anomalia italiana: è un’epidemia in corso in un arcipelago che riceve due milioni e mezzo di turisti l’anno.

2. La situazione oggi: i numeri dell’epidemia

L’Health Protection Agency (HPA) delle Maldive pubblica dati mensili sulle malattie infettive. Il 2026 si è aperto con un’impennata che non ha precedenti recenti e che è proseguita per tutto il primo semestre.

Mese 2026 Casi dengue Stesso mese 2025 Variazione
Gennaio 647 424 +53%
Febbraio 428 76 +463%
Marzo 535 60 +792%
Aprile 648 in crescita
Maggio 778 picco del semestre
Totale gen–mag ~3.000

Un dato che i tour operator non raccontano
muore a 23 anni punto da una zanzara infetta di virus della DENGUE

Circa tremila casi in cinque mesi in un Paese di poco più di 500.000 abitanti significano un’incidenza altissima. Nello stesso periodo il flusso turistico non ha subito rallentamenti: il governo maldiviano punta a 2,5 milioni di visitatori nel 2026.

Il 13 aprile 2026 un giovane di 23 anni residente a Milano, nell’atollo di Shaviyani, è deceduto all’Indira Gandhi Memorial Hospital di Malé dopo un ricovero in terapia intensiva. È il decesso che ha portato la dengue in prima pagina nelle Maldive.

L’HPA ha diffuso ripetuti avvisi alla popolazione — a gennaio, ad aprile e nei mesi successivi — chiedendo la collaborazione di consigli comunali, strutture private e cittadini per l’eliminazione dei focolai larvali. Il consiglio comunale di Malé ha intensificato le operazioni di disinfestazione (fogging) dall’inizio dell’anno.

3. Atollo per atollo: dove circola davvero il virus

                                                                    

Le Maldive sono 26 atolli naturali e oltre 1.190 isole, di cui circa 190 abitate e più di 170 destinate a resort. La sorveglianza sanitaria ragiona per atollo, non per singola isola: i dati pubblici disponibili sono espressi come incidenza per 10.000 abitanti a livello di atollo amministrativo. Questa è la geografia reale del rischio.

Atollo Incidenza (gennaio 2026) Rilievo per il turista
Vaavu (Felidhoo) 75 casi / 10.000 ab. Atollo con la più alta incidenza; meta di safari-boat e immersioni
Kaafu (Malé Atoll) 71 casi / 10.000 ab. Include Malé, Hulhumalé, l’aeroporto e la maggior parte dei resort
Gaafu Alifu 47 casi / 10.000 ab. Atollo meridionale, resort e isole locali
Alifu Alifu (Ari Nord) fra i più colpiti a marzo Zona classica di resort e crociere
Shaviyani fra i più colpiti a marzo Atollo settentrionale; sede del decesso di aprile
Altri atolli trasmissione diffusa Nessun atollo può essere considerato indenne

Il limite dei dati e come leggerlo

Non esistono dati pubblici sul numero di zanzare infette per singola isola: nelle Maldive non è attiva una sorveglianza entomo-virologica capillare come quella che, per esempio, l’Italia applica alla zanzara tigre. Chi vi promette una mappa “isola per isola” delle zanzare positive vi sta raccontando qualcosa che non esiste.

Quello che sappiamo è la geografia dei casi umani, che nelle isole piccole coincide di fatto con la geografia del vettore: se su un’isola di due chilometri quadrati ci sono casi, la zanzara infetta è lì.

Isole locali, resort e liveaboard: tre rischi diversi

Malé e isole abitate
Rischio alto
Densità urbana, cisterne, ristagni domestici, trasmissione continua
Guesthouse su isole locali
Rischio medio-alto
Si vive dentro il villaggio, con la stessa esposizione dei residenti
Resort su isola privata
Rischio medio
Disinfestazione regolare, ma personale e forniture arrivano dalle isole abitate

L’idea che il resort sia una bolla protetta è la più diffusa e la più pericolosa delle convinzioni. I resort maldiviani effettuano disinfestazioni regolari e mantengono standard elevati, ma ogni isola-resort riceve ogni giorno personale che vive sulle isole abitate, e ospita vegetazione lussureggiante, sottovasi, grondaie e fioriere: esattamente l’habitat che Aedes aegypti predilige. Diversi casi diagnosticati in Italia riguardano viaggiatori che non hanno mai lasciato il proprio resort.

Le crociere in liveaboard (safari-boat) meritano una nota a parte: le imbarcazioni sostano vicino alle isole, le zanzare salgono a bordo all’ormeggio e gli spazi comuni all’aperto al tramonto sono un punto di esposizione tipico. L’atollo di Vaavu, che guida la classifica dell’incidenza, è una delle rotte più battute.

4. La zanzara: chi è, dove vive, quando punge

Nelle Maldive la dengue è trasmessa da due specie del genere Aedes: soprattutto Aedes aegypti, la zanzara della febbre gialla, e in misura minore Aedes albopictus, la zanzara tigre che conosciamo bene anche in Italia. Entrambe sono presenti in modo stabile sull’arcipelago.

  • Punge di giorno. È la differenza che sorprende tutti. A differenza delle anofele della malaria, che pungono di notte, Aedes è attiva soprattutto nelle due-tre ore dopo l’alba e nelle due-tre ore prima del tramonto. La zanzariera sul letto serve a poco; il repellente alle 17:00 sull’aperitivo in spiaggia serve moltissimo.
  • Vive vicino all’uomo. Non è una zanzara di foresta: si riproduce in piccole raccolte d’acqua di origine domestica — sottovasi, cisterne, secchi, copertoni, grondaie, ciotole degli animali, teli. Il raggio di volo è breve, spesso poche decine di metri.
  • Vola basso e punge le caviglie. Il repellente va applicato anche su piedi, caviglie e polpacci, che sono le zone più frequentemente dimenticate.
  • Le Maldive hanno il clima ideale tutto l’anno. Non esiste una vera stagione a rischio zero. Il monsone Iruvai e le piogge aumentano i focolai larvali, ma la trasmissione è continua nei dodici mesi.

IL PARERE DEL DR. MEO

Nei quarant’anni che ho passato fra tropici e ambulatorio, la frase che sento più spesso è: “Dottore, ma io ero in un resort a cinque stelle”. Come se il virus leggesse le stelle di TripAdvisor. La zanzara che ti punge non sa quanto hai pagato la notte: sa che c’è un sottovaso pieno d’acqua dietro la spa e che tu sei fermo al bar alle sei di sera con le caviglie scoperte.

L’altra frase che sento è: “Non me l’ha detto nessuno”. E questa mi fa più rabbia della prima, perché è vera. L’agenzia vende il sogno, il resort vende la calma, e nessuno mette in valigia l’informazione che serve. È esattamente per questo che scriviamo queste schede.

5. Che cos’è la dengue e come si manifesta

La dengue è un’infezione virale acuta causata da quattro sierotipi distinti del virus dengue (DENV-1, DENV-2, DENV-3, DENV-4). L’infezione con un sierotipo lascia un’immunità permanente verso quel sierotipo soltanto, e una protezione temporanea e parziale verso gli altri tre.

Fase Quando Che cosa succede
Incubazione 4–10 giorni dalla puntura Nessun sintomo. È in questa finestra che molti tornano a casa
Fase febbrile giorni 1–3 Febbre alta improvvisa, cefalea frontale, dolore retro-orbitario, mialgie e artralgie intense (la “febbre spacca-ossa”), nausea, esantema
Fase critica giorni 3–7 Sfebbramento: è il momento più insidioso. Nella maggior parte dei casi inizia la guarigione, in una minoranza compaiono le complicanze
Convalescenza giorni 7–14 e oltre Astenia marcata, talvolta per settimane; possibile rash pruriginoso

SEGNALI D’ALLARME — cerca assistenza medica immediata

Dolore addominale intenso e persistente · Vomito ripetuto · Sanguinamento da naso o gengive, ematomi spontanei, sangue nel vomito o nelle feci · Respiro affannoso · Letargia, irrequietezza, confusione · Estremità fredde e sudate · Riduzione della diuresi

Questi segni compaiono tipicamente proprio quando la febbre scende, fra il terzo e il settimo giorno. Il calo della febbre nella dengue non significa che stai guarendo: significa che entri nella fase in cui va sorvegliato.

Va detto con onestà: la maggior parte delle infezioni da dengue nel viaggiatore adulto sano decorre in forma lieve o addirittura asintomatica, e si risolve senza conseguenze. La forma grave è una minoranza. Ma è una minoranza che esiste, che può richiedere terapia intensiva, e che nelle Maldive nel 2026 ha già causato almeno un decesso.

6. Perché la seconda dengue è più pericolosa della prima

È la caratteristica che rende questa malattia diversa da tutte le altre che il viaggiatore conosce. Chi ha già avuto la dengue con un sierotipo e si infetta successivamente con un sierotipo diverso ha un rischio significativamente maggiore di sviluppare una forma grave.

Il meccanismo si chiama potenziamento anticorpo-dipendente (Antibody-Dependent Enhancement, ADE): gli anticorpi prodotti contro il primo virus non riescono a neutralizzare il secondo, ma vi si legano e ne facilitano l’ingresso nelle cellule del sistema immunitario, amplificando la replicazione virale e la risposta infiammatoria.

Chi deve considerarsi a rischio aumentato

Chi ha avuto un episodio documentato di dengue in passato, anche molti anni fa e anche in un altro continente.

Chi ha soggiornato a lungo in area endemica e potrebbe aver avuto un’infezione lieve o asintomatica senza saperlo — situazione molto più comune di quanto si creda.

Chi torna ripetutamente nella stessa area tropicale, moltiplicando le occasioni di incontrare un sierotipo diverso.

Questo punto è centrale per capire il capitolo successivo: è proprio nella popolazione già venuta a contatto con il virus che il vaccino QDENGA offre la protezione più solida, ed è in questa popolazione che il rischio di malattia grave, senza vaccino, è più alto.

7. QDENGA: il vaccino, in profondità

Chi parte per le Maldive può partire vaccinato. Anche con poco preavviso.

Che cos’è

QDENGA® (TAK-003, Takeda) è un vaccino tetravalente vivo attenuato, autorizzato dall’Agenzia Europea per i Medicinali e disponibile in Italia presso i centri di medicina dei viaggi. Contiene tutti e quattro i sierotipi del virus dengue in forma attenuata, costruiti su una piattaforma DENV-2. È indicato a partire dai 4 anni di età.

A differenza del precedente Dengvaxia, QDENGA può essere somministrato sia a chi ha già avuto la dengue sia a chi non l’ha mai avuta, senza necessità di eseguire prima un test sierologico.

                                                        

La prima dose protegge già chi parte

È il punto che il CESMET vuole affermare con la massima chiarezza, perché è quello che nella pratica fa la differenza fra un viaggiatore protetto e uno che parte scoperto. Una sola dose di QDENGA induce già una risposta immunitaria verso tutti e quattro i sierotipi e offre al viaggiatore una protezione adeguata al soggiorno.

Voce Indicazione del POLO VIAGGI CESMET
Momento ideale della prima dose 14–30 giorni prima della partenza
In caso di urgenza anche a circa una settimana dalla partenza: si vaccina comunque
Età dai 4 anni in su; nessun aggiustamento di dose oltre i 60 anni
Seconda dose (richiamo) a 3 mesi dalla prima. Rafforza l’immunità e porta la copertura a 4–5 anni
Se si parte con una sola dose il richiamo si programma al rientro: il viaggio non va rimandato
Test sierologico preliminare non necessario

Il messaggio pratico

Il ciclo a due dosi è lo schema ottimale e va preferito ogni volta che c’è il tempo per farlo: è quello che consolida la risposta immunitaria e che estende la copertura a quattro-cinque anni, coprendo quindi anche i viaggi successivi.

Ma la mancanza di tre mesi di preavviso non è, e non deve diventare, un motivo per rinunciare alla vaccinazione. Chi si presenta da noi tre settimane prima di partire per le Maldive viene vaccinato e parte protetto. Chi si presenta a una settimana dalla partenza viene vaccinato lo stesso.

Chi non riesce a completare il richiamo prima di partire lo esegue al ritorno: la protezione acquisita non va persa e il beneficio a lungo termine si recupera integralmente.

Quanto protegge

Negli studi registrativi condotti su oltre 20.000 partecipanti in aree endemiche, QDENGA ha mostrato un’efficacia complessiva intorno all’80% contro la dengue confermata in laboratorio a 12 mesi, e una protezione di circa l’84% contro l’ospedalizzazione. A distanza di quattro anni e mezzo l’efficacia contro la malattia si attesta intorno al 60%, mentre la protezione contro le forme che richiedono il ricovero — quelle che davvero contano — si mantiene più alta e più duratura.

La protezione è più elevata e più solida in chi ha già avuto un contatto con il virus. Nel soggetto mai infettato la protezione contro DENV-1 e DENV-2 è buona, mentre i dati su DENV-3 e DENV-4 sono più limitati. Il vaccino non protegge tutti i vaccinati contro tutti i sierotipi: per questo la protezione antizanzara resta indispensabile anche dopo la vaccinazione.

Chi deve vaccinarsi: la posizione del CESMET

Le società scientifiche italiane di medicina dei viaggi, nelle loro indicazioni generali, non raccomandano QDENGA in modo indiscriminato a tutti i viaggiatori internazionali e riservano la raccomandazione piena a chi ha già avuto la dengue o a chi soggiorna a lungo in area endemica.

Il POLO VIAGGI CESMET – ARTEMISIA, per la specifica destinazione Maldive e alla luce dell’epidemia in corso nell’arcipelago nel 2026, assume una posizione più netta e la dichiara apertamente.

Le indicazioni del POLO VIAGGI CESMET per chi parte per le Maldive

ESSENZIALE negli ultrasessantenni e nei portatori di malattie croniche: diabete, cardiopatie, broncopneumopatie, nefropatie. Sono le persone in cui la dengue, se contratta, ha la probabilità più alta di evolvere in forma grave e di richiedere il ricovero.

ESSENZIALE in chi ha già avuto un episodio di dengue in passato, anche molti anni fa e in un altro continente: è il soggetto a maggior rischio di forma grave per il fenomeno del potenziamento anticorpo-dipendente.

IMPORTANTE nei bambini a partire dai 4 anni di età, per i quali il vaccino è autorizzato e per i quali la protezione comportamentale è, nella realtà di una vacanza al mare, molto difficile da mantenere per l’intera giornata.

FORTEMENTE CONSIGLIATO a tutti coloro che si recano alle Maldive, indipendentemente dall’età, dalla durata del soggiorno e dal tipo di struttura scelta. L’arcipelago è oggi la prima sorgente di dengue importata in Italia: la raccomandazione è generale.

NON INDICATO in gravidanza, in allattamento e nei soggetti immunodepressi: sono controindicazioni assolute del vaccino vivo attenuato. Per queste persone la difesa si costruisce interamente sul repellente e sul comportamento.

Controindicazioni e cautele

  • Gravidanza e allattamento: controindicato. Si tratta di un vaccino vivo attenuato. Alle donne in età fertile si raccomanda di evitare una gravidanza nel mese successivo alla vaccinazione.
  • Immunodepressione: controindicato. Comprende le terapie immunosoppressive, i corticosteroidi sistemici ad alte dosi, le immunodeficienze congenite o acquisite. Attenzione: alcuni pazienti cronici rientrano in questa categoria e vanno valutati singolarmente.
  • Ipersensibilità nota a un componente del vaccino o reazione grave a una dose precedente.
  • Immunoglobuline o emoderivati recenti: attendere almeno 6 settimane, preferibilmente 3 mesi, dalla fine del trattamento.
  • Gli effetti indesiderati più comuni sono lievi e transitori: dolore in sede di iniezione, cefalea, mialgie, malessere, febbricola nei giorni successivi.

IL PARERE DEL DR. MEO

Per anni ho visto viaggiatori tornare dallo studio senza vaccino perché qualcuno aveva detto loro che “ci vogliono tre mesi”. È una risposta burocratica, non clinica. La prima dose di QDENGA lavora: induce una risposta verso tutti e quattro i sierotipi e mette il viaggiatore in condizione di partire coperto. Il momento migliore per farla sono i quattordici-trenta giorni prima della partenza; se uno mi arriva a sette giorni, lo vaccino comunque, perché la protezione si costruisce nei primi giorni del soggiorno e le Maldive non sono un rischio di un giorno solo.

Il richiamo a tre mesi è la scelta migliore e va programmato: non tanto per il viaggio che stai facendo, quanto per i quattro-cinque anni successivi, che è quello che quella seconda dose ti regala. Ma se il calendario non lo consente prima della partenza, si fa al ritorno. Il viaggio non si rimanda e la vaccinazione non si salta.

E poi c’è la parte su cui non transigo. Se hai più di sessant’anni, se hai il diabete, se hai un cuore, un polmone o un rene che non funzionano come dovrebbero, per me questo vaccino è essenziale, non opzionale: sei tu quello che rischia la terapia intensiva, non il ragazzo di venticinque anni nel bungalow accanto. E se hai bambini sopra i quattro anni, ricordati che al mare nessun bambino tiene addosso il repellente per dodici ore. Il vaccino, quello, resta.

8. Proteggersi dalle punture: cosa funziona davvero

Il vaccino non sostituisce la protezione antizanzara: la integra. Le raccomandazioni ufficiali sono esplicite nel chiedere che le misure di protezione personale proseguano anche dopo la vaccinazione. Nelle Maldive, dove l’esposizione è quotidiana e diurna, questo è il vero lavoro del viaggiatore.

NOZETA – olio di Neem: il repellente scelto dal CESMET

Il CESMET ha testato e selezionato NOZETA, la formulazione per uso umano dell’olio di Neem (Azadirachta indica) arricchita con essenze aromatiche, fra cui Corymbia citriodora, che ne potenziano l’effetto repellente e ne rendono gradevole la fragranza. È il prodotto che indichiamo per primo ai nostri viaggiatori diretti alle Maldive.

  • Naturale, sicuro, multiuso. Estratto dal frutto e dalle radici dell’albero di Neem, è utilizzabile sui neonati, sui bambini, in gravidanza e nei soggetti con pelle sensibile o che desiderano evitare prodotti di sintesi. Proprio le categorie che, alle Maldive, non possono ricorrere al vaccino.
  • Attivo sulle zanzare Aedes, vettori di dengue, Zika e chikungunya, oltre che sulle Anopheles della malaria.
  • Non solo repellente. Ha un’azione lenitiva e antinfiammatoria dopo la puntura, protegge da zecche e parassiti cutanei (scabbia, pidocchi) ed è efficace su eritemi e scottature solari: alle Maldive è tre prodotti in uno.
  • Applicazione: sulle zone da proteggere, una o più volte al giorno, con particolare attenzione alle ore del mattino presto e a quelle precedenti il tramonto, e sempre dopo il bagno.

Le altre misure

Misura Come applicarla
Repellente di prima scelta NOZETA (olio di Neem), una o più applicazioni al giorno e dopo ogni bagno
Repellenti di sintesi DEET 30–50%, icaridina (picaridina) 20% o IR3535, per chi li preferisce o in aggiunta nelle esposizioni più intense; non utilizzabili nei bambini piccoli e sconsigliati per uso prolungato
Sequenza corretta Prima la crema solare, poi — dopo 15–20 minuti — il repellente. Mai il contrario
Zone da non dimenticare Caviglie, piedi, polpacci, nuca, orecchie. Aedes vola basso
Abbigliamento Manica lunga e pantaloni leggeri e chiari nelle ore a rischio; tessuti trattati con permetrina per chi fa escursioni o crociera
Ambienti Aria condizionata o ventilatore acceso, zanzariere alle finestre, spirali o diffusori negli spazi aperti al tramonto
Attorno all’alloggio Segnalare alla struttura sottovasi, secchi e ristagni: la zanzara che ti punge è nata a pochi metri da te

9. Se hai la febbre alle Maldive

  • Rivolgiti subito al medico del resort o al centro sanitario dell’isola. Il test rapido NS1 è ampiamente disponibile nelle strutture maldiviane e dà una risposta nelle prime ore di malattia.
  • Non assumere aspirina, ibuprofene o altri antinfiammatori non steroidei. Aumentano il rischio emorragico. Il paracetamolo è il farmaco di riferimento per febbre e dolore.
  • Idratati abbondantemente. La disidratazione è il principale fattore che peggiora il decorso, e sull’isola tropicale è facilissima.
  • Riposa e fatti controllare quotidianamente nella fase di sfebbramento: è la finestra critica.
  • Proteggiti dalle punture anche da malato: nei primi giorni sei tu la fonte del virus per le zanzare dell’isola.
  • Verifica la tua assicurazione sanitaria. Molte isole distano ore di idrovolante o barca da Malé, e il trasferimento in caso di forma grave è costoso e non sempre rapido. Un’assicurazione con copertura per evacuazione sanitaria non è un optional alle Maldive.

10. Se hai la febbre al rientro in Italia

L’incubazione arriva fino a 14 giorni. Significa che moltissimi viaggiatori si ammalano dopo il rientro, spesso con il ricordo del viaggio già archiviato.

La regola dei 14 giorni

Qualsiasi febbre che compare entro 14 giorni dal rientro da un’area tropicale va valutata rapidamente in un centro di medicina dei viaggi, dichiarando sempre destinazione e date del soggiorno.

Anche in Italia, nei primi giorni di malattia, continua a proteggerti dalle punture. La zanzara tigre è presente in gran parte del Paese: un viaggiatore virèmico non protetto è il punto di partenza di un focolaio autoctono.

Non è un allarme teorico. Uno studio dell’Istituto Superiore di Sanità con la Fondazione Bruno Kessler, pubblicato nel 2026, ha dimostrato che quasi tutte le trasmissioni locali di dengue in Italia avvengono entro circa 400 metri dal caso importato, e che la diagnosi precoce con disinfestazione tempestiva riduce di oltre il 40% la trasmissione secondaria. La tua diagnosi rapida protegge il tuo condominio.

11. Non solo dengue: Zika e chikungunya

La stessa zanzara che trasmette la dengue veicola anche il virus Zika e il virus chikungunya. Nel febbraio 2026 le autorità sanitarie britanniche hanno confermato un caso di Zika in un viaggiatore rientrato dalle Maldive.

Se stai cercando una gravidanza

Il virus Zika è associato a malformazioni congenite gravi. Le donne in gravidanza dovrebbero valutare con attenzione l’opportunità del viaggio; chi programma una gravidanza dovrebbe rispettare i periodi di attesa raccomandati dopo il rientro, diversi per l’uomo e per la donna.

È un tema da discutere in consulenza pre-viaggio, non da risolvere leggendo un forum. Nel dubbio, chiedeteci.

Per la chikungunya sono oggi disponibili in Europa due vaccini — IXCHIQ® (vivo attenuato) e VIMKUNYA® (inattivato, autorizzato in Svizzera nel maggio 2026 per i soggetti dai 18 anni) — la cui indicazione va valutata caso per caso in base alla destinazione e al profilo del viaggiatore.

12. La checklist del viaggiatore

Quando Che cosa fare
Appena prenoti Contatta il centro di medicina dei viaggi. Se hai tre mesi di margine, programma il ciclo completo di QDENGA (prima dose + richiamo prima della partenza)
14–30 giorni prima Momento ideale per la prima dose di QDENGA. Verifica delle altre vaccinazioni (epatite A e B, tifo, tetano, morbillo)
Anche a 7 giorni Sei ancora in tempo: la prima dose si fa comunque. Non rinunciare al vaccino perché ti sei mosso tardi
Prima di partire Acquisto di NOZETA in quantità sufficiente. Sottoscrizione dell’assicurazione sanitaria con copertura per evacuazione
In valigia NOZETA, paracetamolo, termometro, abbigliamento chiaro a manica lunga, spirali o diffusore
Durante il soggiorno Repellente ogni giorno, con particolare attenzione al mattino presto e nelle ore prima del tramonto. Aria condizionata di notte
Al rientro Richiamo di QDENGA a 3 mesi dalla prima dose, se non completato prima. Per 14 giorni: se compare febbre, consulto immediato dichiarando il viaggio. Niente aspirina o FANS. Protezione antizanzara anche in Italia

13. Domande frequenti

Posso ammalarmi anche se sto solo in resort?

Sì. Diversi casi diagnosticati in Italia riguardano viaggiatori che non hanno mai lasciato l’isola del resort. Il rischio è inferiore rispetto alle isole abitate, ma non è zero.

C’è una stagione più sicura per andare?

No. Nelle Maldive la trasmissione è continua tutto l’anno. I periodi piovosi aumentano i focolai larvali, ma non esiste una finestra sicura.

Ho già avuto la dengue anni fa: posso stare tranquillo?

Al contrario. L’immunità è specifica per il sierotipo che hai contratto, e una seconda infezione con un sierotipo diverso comporta un rischio maggiore di forma grave. Sei la persona per cui il vaccino è più chiaramente indicato.

Devo fare un esame del sangue prima del vaccino?

No. QDENGA può essere somministrato senza test sierologico preventivo, sia ai sieropositivi sia ai sieronegativi.

Parto fra due settimane. Faccio in tempo a vaccinarmi?

Sì, e siamo nella finestra ideale: il periodo migliore per la prima dose sono i 14–30 giorni prima della partenza. Anche a una settimana dalla partenza vaccinarsi ha senso e va fatto. Il richiamo si esegue al rientro, a tre mesi dalla prima dose.

Devo per forza fare due dosi prima di partire?

No. La prima dose offre già una protezione adeguata al viaggio. Il richiamo a tre mesi è la scelta migliore perché consolida l’immunità e porta la copertura a quattro-cinque anni, ma può essere eseguito al rientro: non è un motivo per rimandare la partenza né per rinunciare alla vaccinazione.

Ho più di sessant’anni e sono diabetico. Il vaccino è indicato?

Per il CESMET è essenziale. Età superiore ai sessant’anni e patologie croniche — diabete, cardiopatie, broncopneumopatie, nefropatie — sono le condizioni in cui la dengue evolve più facilmente in forma grave. Fa eccezione chi è in terapia immunosoppressiva, per il quale il vaccino è controindicato.

Il vaccino mi esonera dal repellente?

No, in nessun caso. NOZETA va in valigia comunque. Le raccomandazioni ufficiali chiedono esplicitamente di proseguire le misure di protezione personale anche dopo la vaccinazione.

Fonti e riferimenti

  • Health Protection Agency (HPA), Maldives — Communicable Disease Monthly Summary e Dengue, Influenza and Measles Summary, 2026.
  • WHO SEARO — Epidemiological Bulletin, edizioni 2026, sezione Maldive.
  • Istituto Superiore di Sanità — Dashboard nazionale arbovirosi, aggiornamento al 30 giugno 2026 (169 casi di dengue, 71% con esposizione alle Maldive).
  • Ministerio de Sanidad (Spagna) — Casos importados de dengue y chikungunya, 30 luglio 2026.
  • EMA — Riassunto delle Caratteristiche del Prodotto QDENGA® (vaccino dengue tetravalente vivo attenuato), Takeda.
  • SIMVIM / VaccinarSì — Indicazioni per l’utilizzo del vaccino contro la dengue nel viaggiatore.
  • Comitato svizzero di esperti per la medicina dei viaggi (EKRM) — Raccomandazioni sulla vaccinazione antidengue nel viaggiatore.
  • Manica M. et al. — Autochthonous transmission patterns of dengue virus serotype 2 in Italy. Eurosurveillance 2026;31(27).
  • NaTHNaC / TravelHealthPro — Outbreak updates, Maldive 2026.

Come usare questa scheda

Questa scheda ha finalità informative e non sostituisce la consulenza medica individuale. La decisione sulla vaccinazione e sulla profilassi va presa insieme al medico, valutando la storia clinica, la destinazione precisa, la durata del soggiorno e le condizioni personali.

Il POLO VIAGGI CESMET – ARTEMISIA offre consulenza pre-viaggio, vaccinazioni internazionali e valutazione al rientro. Aggiorniamo questa scheda a ogni variazione rilevante del quadro epidemiologico.

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Direttore: Dr. Paolo Meo — tropicalista, infettivologo

DENGUE E MALDIVE GRAVE EPIDEMIA Leggi tutto »

DENGUE bollettino Italia – Europa 01 AGOSTO 2026

     Cesmet bollettino dengue Italia Europa 01 AGOSTO 2026

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Bollettino epidemiologico · n. 1 / 2026

DENGUE:
LA SITUAZIONE IN ITALIA E IN EUROPA

Dati aggiornati al 1° agosto 2026

A cura della Redazione scientifica del POLO VIAGGI CESMET – ARTEMISIA

Direttore: Dr. Paolo Meo — tropicalista, infettivologo

In sintesi

169
casi Italia 2026
0
casi autoctoni Italia
2
casi autoctoni Francia
0
decessi

Il quadro in tre righe

In Italia, al 30 giugno 2026, la sorveglianza nazionale ha confermato 169 casi di dengue:tutti importati da viaggi all’estero, nessuno autoctono, nessun decesso.

In Europa continentale la stagione 2026 si è aperta in ritardo e in tono minore:
la Francia ha registrato i primi due casi autoctoni della stagione a fine luglio, in Occitania;
la Spagna, al 19 luglio, riporta solo casi di importazione.

Il vero elemento nuovo del 2026 non è il numero dei casi, ma la loro origine: le Maldive sono diventate il primo luogo di esposizione dei viaggiatori, davanti al tradizionale Sud-est asiatico e all’America Latina.

1. Italia 2026: i numeri della sorveglianza nazionale

Il sistema di sorveglianza integrata delle arbovirosi, coordinato dall’Istituto Superiore di Sanità nell’ambito del Piano Nazionale Arbovirosi, pubblica un aggiornamento mensile della dashboard nazionale. L’ultimo dato consolidato disponibile alla data di questo bollettino è quello relativo al periodo 1° gennaio – 30 giugno 2026, pubblicato il 9 luglio.

Indicatore Italia 2026 (al 30 giugno)
Casi confermati di dengue 169
di cui associati a viaggio all’estero 169 (100%)
di cui autoctoni 0
Decessi 0
Principale luogo di esposizione Maldive (71% dei casi)
Casi confermati di chikungunya 13 (tutti importati; 77% Seychelles)
Casi confermati di Zika 2–3 (tutti importati)
Casi di TBE 0

Distribuzione regionale

Quattro regioni concentrano da sole circa i due terzi delle notifiche. Il dato riflette in larga misura il volume di viaggiatori internazionali e la capacità diagnostica dei centri di riferimento, più che un reale gradiente di rischio territoriale.

Regione Casi confermati Quota sul totale
Lombardia 34 20%
Emilia-Romagna 30 18%
Lazio 25 15%
Toscana 23 14%
Altre regioni 57 33%

Nota di lettura

Il bollettino di sorveglianza della Regione Lombardia, aggiornato al 7 luglio, riporta 36 casi regionali a fronte dei 34 della dashboard nazionale. La differenza dipende dai diversi tempi di consolidamento dei dati regionali e nazionali ed è del tutto fisiologica.

Nel dettaglio lombardo: 17 casi nell’area metropolitana di Milano, 5 a Brescia, 4 nell’Insubria, 4 in Brianza, 2 a Bergamo, 2 nell’area montana e 2 in Val Padana.

2. Il trend: più casi importati, meno trasmissione locale

Il confronto pluriennale racconta due storie che vanno tenute distinte. I casi importati sono in netto aumento: al 22 luglio 2025 l’Italia contava 96 casi confermati, contro i 169 del primo semestre 2026. I casi autoctoni, invece, dopo il picco eccezionale del 2024 sono crollati e nel 2026 non si sono ancora verificati.

Anno Casi importati Casi autoctoni Nota
2023 ~280 82 Focolai Lodi, Roma, Latina, Anzio
2024 ~456 213 Record europeo; grande focolaio a Fano
2025 219 4 Anno dominato dalla chikungunya (384 autoctoni)
2026 (al 30 giu) 169 0 Stagione vettoriale ancora in corso

Va segnalato che il conteggio dei casi autoctoni 2024 varia a seconda della fonte: 213 secondo la contabilità ECDC ripresa dal recente Comment pubblicato su The Lancet Regional Health – Europe da Ippolito e Zumla, 296 secondo lo studio ISS–Fondazione Bruno Kessler pubblicato su Eurosurveillance nel luglio 2026, che analizza le catene di trasmissione di DENV-2 in quattro regioni italiane. In entrambi i casi si tratta del numero più alto mai registrato nell’Europa continentale.

Attenzione a un equivoco ricorrente

Diverse testate hanno riferito, nel luglio 2026, di un “primo caso autoctono a Latina” all’interno di articoli dedicati alla dengue.Quel caso riguarda il virus West Nile, non la dengue, ed è trasmesso da una zanzara diversa (Culex pipiens, non Aedes albopictus).

Alla data di questo bollettino non risultano casi autoctoni di dengue notificati in Italia nel 2026.

                          

3. Europa 2026: una stagione partita in sordina

Nel primo trimestre 2026 l’ECDC non registrava alcun caso di dengue nell’Unione Europea continentale, con circolazione limitata alle regioni ultraperiferiche (Martinica, Guadalupa, Riunione, Guyana francese, Mayotte). La trasmissione locale in Europa continentale si è aperta soltanto a fine luglio.

Francia

Voce Dato (al 27 luglio 2026)
Casi autoctoni di dengue 2 (non collegati tra loro)
Localizzazione Carmaux (Tarn) e Sète (Hérault), Occitania
Casi importati di dengue (dal 1° maggio) 261
Casi autoctoni di chikungunya 1 (Tarn) — primo del 2026
Casi importati di chikungunya 87
Casi autoctoni di West Nile 2 (Pyrénées-Orientales, Bouches-du-Rhône)

Attorno a ciascun caso è stato attivato il protocollo standard: indagine entomologica, disinfestazione mirata nel raggio di 150 metri dal domicilio, ricerca attiva di casi nel vicinato e del caso importato all’origine della trasmissione. La zanzara tigre è ormai insediata in 83 dipartimenti metropolitani francesi.

Per confronto, la Francia ha chiuso il 2025 con 30 casi autoctoni di dengue distribuiti in 11 focolai, e il 2024 con 66. Il 2025 è stato però un anno-record per la chikungunya, con 809 casi autoctoni: il livello più alto dall’avvio della sorveglianza rafforzata nel 2006.

Spagna

Il Ministero della Sanità spagnolo riporta, al 19 luglio 2026, 124 casi importati di dengue — 29 in meno rispetto allo stesso periodo del 2025 — e 108 casi importati di chikungunya, in netto aumento. Anche in Spagna il primo luogo di esposizione per la dengue sono le Maldive, che pesano per circa la metà dei casi, seguite da vari Paesi delle Americhe con poco più di un quarto. Non risultano al momento casi autoctoni di dengue nel 2026.

Il contesto globale

A livello mondiale il 2026 è finora un anno in flessione.
Al 23 marzo l’ECDC contava oltre 500.000 casi e più di 100 decessi in 78 Paesi:
un dato in calo rispetto allo stesso periodo del 2025.
Nelle Americhe la riduzione è marcata (−64% rispetto al 2025, −57% rispetto alla media quinquennale).
Tengono invece, o crescono, alcune aree asiatiche:
Vietnam con un raddoppio dei casi,
Timor Est con un incremento di dieci volte su base annua,
Cambogia e Laos in aumento,
Sri Lanka stabile.
Le Maldive proseguono la crescita avviata a fine 2025.

4. Perché il caso importato è il vero punto di controllo

Lo studio ISS–Fondazione Bruno Kessler pubblicato su Eurosurveillance nel luglio 2026 ha ricostruito le catene di trasmissione dei focolai italiani di DENV-2 del 2024. Due risultati hanno una ricaduta operativa diretta sull’attività ambulatoriale.

  • Quasi tutte le trasmissioni locali avvengono entro circa 400 metri dal caso indice. Il raggio di intervento della disinfestazione, se applicato tempestivamente, copre di fatto l’intera area a rischio.
  • La diagnosi precoce del caso importato, seguita da disinfestazione tempestiva, riduce di oltre il 40% la trasmissione secondaria. In altre parole: metà dei focolai italiani si previene nell’ambulatorio del medico che vede per primo il viaggiatore febbrile di ritorno.

Il messaggio operativo

Ogni febbre in un viaggiatore rientrato da area tropicale nei 15 giorni precedenti va considerata dengue — o malaria — fino a prova contraria, e va segnalata rapidamente. Non è un adempimento burocratico: è la singola misura che più incide sulla probabilità che nasca un focolaio autoctono nel quartiere del paziente.

5. La lettura del CESMET CLINICA DEL VIAGGIATORE

IL PARERE DEL DR. MEO

Guardo questi numeri con un occhio che, dopo quarant’anni di lavoro sul campo, si è abituato a diffidare delle stagioni tranquille. Il 2026 è, per ora, un anno buono: nessun caso autoctono in Italia, due soli casi in Francia, nessun decesso. Ma agosto e settembre sono i mesi che contano davvero, e la zanzara tigre non legge i bollettini.

C’è però un dato che mi interessa più degli altri, ed è quel 71% di esposizioni alle Maldive. Nei miei ambulatori vedo arrivare persone convinte che le Maldive siano una destinazione “da resort”, non una destinazione tropicale. Partono senza consulto, senza repellenti adeguati, spesso senza sapere che lì la dengue circola. Poi tornano con la febbre e si stupiscono. È un cambio di geografia del rischio che il counseling pre-viaggio deve registrare subito:
la dengue non si prende solo nella foresta, si prende anche in bungalow sull’acqua.

E poi c’è la parte che riguarda noi medici. Lo studio dell’ISS dice una cosa semplice: chi vede per primo il viaggiatore con la febbre ha in mano più della metà della prevenzione. Non serve un laboratorio sofisticato, serve pensarci. Nel dubbio, meglio un test in più che un focolaio in più.

6. Indicazioni pratiche

Per chi parte

  • Protezione antizanzara diurna: Aedes albopictus e Aedes aegypti pungono soprattutto nelle ore diurne e crepuscolari, a differenza delle anofele della malaria.
  • Repellenti cutanei a base di DEET 30–50%, icaridina 20% o IR3535, riapplicati secondo la durata dichiarata; abbigliamento coprente nelle ore a rischio.
  • Come complemento naturale, l’olio di Neem (Azadirachta indica) nella formulazione NOZETA, utile in associazione ai repellenti di sintesi soprattutto per uso prolungato e per le pelli sensibili.
  • Zanzariere e aria condizionata negli ambienti di soggiorno; attenzione ai piccoli ristagni d’acqua attorno all’alloggio.
  • Chi ha già avuto un episodio di dengue in passato deve sapere che una seconda infezione con sierotipo diverso comporta un rischio maggiore di forma severa: per questi viaggiatori il consulto pre-partenza non è opzionale.
    • vaccinazione contro la dengue con QDENGA – 1 DOSE è SUFFICIENTE PER LA COPERTURA PER I PRIMI 3/6 MESI la seconda dose potenzia e prolunga a copertura per 4/5 anni.
    •                                                  

Al rientro

  • Febbre entro 14 giorni dal rientro da area tropicale: consultare rapidamente un centro di medicina dei viaggi, indicando sempre la destinazione e le date del soggiorno.
  • Evitare acido acetilsalicilico e FANS finché non sia esclusa la dengue, per il rischio emorragico; il paracetamolo resta il farmaco sintomatico di riferimento.
  • Nei 15 giorni successivi alla comparsa dei sintomi, proteggersi dalle punture anche in Italia: è il periodo in cui il paziente può alimentare la catena di trasmissione locale.

Per chi resta

  • Lotta antilarvale domestica: sottovasi, tombini, secchi, teli, grondaie. È la misura a più alta resa e la più trascurata.
  • La collaborazione dei cittadini è, nei fatti, parte integrante del sistema di sorveglianza: nessuna disinfestazione pubblica compensa un giardino pieno di ristagni.

7. Cosa monitoreremo nelle prossime settimane

La finestra critica per la trasmissione autoctona in Italia – in Europa è quella compresa fra la seconda metà di agosto e la fine di settembre: è in questo intervallo che si sono aperti tutti i principali focolai degli ultimi anni, da Lodi e Roma nel 2023 a Fano e Cavezzo nel 2024. Il prossimo aggiornamento della dashboard ISS, con i dati al 31 luglio, è atteso nei primi giorni di agosto.

Continueremo a seguire l’evoluzione e ad aggiornare questo bollettino.

Fonti e riferimenti

  • Istituto Superiore di Sanità — Dashboard nazionale arbovirosi, aggiornamento del 9 luglio 2026 (dati al 30 giugno 2026); bollettini periodici del Piano Nazionale Arbovirosi 2026.
  • Santé publique France — Chikungunya, dengue, Zika et West Nile en France hexagonale, bulletin de la surveillance renforcée du 29 juillet 2026.
  • Ministerio de Sanidad (Spagna) — Notificación de casos importados de dengue y chikungunya, 30 luglio 2026.
  • ECDC — Dengue worldwide overview, situation update marzo 2026; Seasonal surveillance of dengue in the EU/EEA, 2026; dati storici sulla trasmissione locale di dengue nell’UE/SEE.
  • Manica M. et al. — Autochthonous transmission patterns of dengue virus serotype 2 in Italy: evidence from outbreaks in 2024. Eurosurveillance 2026;31(27).
  • Ippolito G., Zumla A. — Preparing Europe for the resurgence of autochthonous dengue transmission. The Lancet Regional Health – Europe, luglio 2026.
  • ISS et al. — Autochthonous dengue outbreak in Northern Italy, September 2024. Travel Medicine and Infectious Disease, maggio 2026.
POLO VIAGGI CESMET – ARTEMISIA
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WEST NILE VIRUS BOLLETTINO EUROPEO, Luglio 2026

 

 

 

Mappa di diffusione West Nile virus umano, in Europa, Luglio 2026

 

Comunicato Stampa Cesmet – Artemisia Lab su West Nile Virus

Mappa di diffusione West Nile virus umano, in Europa, Agosto 2025

 

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West Nile Virus nel Lazio. Tutta la verità sul virus che minaccia persone e animali

 

 

 

 

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WEST NILE VIRUS BOLLETTINO EUROPEO, Luglio 2026

Bollettino settimanale
WEST NILE
Sorveglianza della stagione estivo-autunnale 2026 in Italia e in Europa

Aggiornato al: 27 luglio 2026 (settimana 31)

Prossimo aggiornamento: lunedì 3 agosto 2026

Il bollettino viene rivisto ogni lunedì sui dati ISS / IZS-Teramo (pubblicati il giovedì) e ECDC (aggiornamento settimanale del venerdì).

1. Il quadro della settimana

46
Casi in Italia
20
Province
1 su 150
sono Forme gravi

Italia — dati aggiornati al 27 luglio 2026

Parametro Valore Settimana prec.
Casi umani confermati da inizio anno 46 21 (al 15 luglio)
Province con casi umani confermati 20 17
Forme neuro-invasive (WNND) 0 da bollettino ISS
Decessi notificati 0 da bollettino ISS
Regioni con circolazione dimostrata (uomo, zanzare, uccelli, equidi) da bollettino ISS
Lineage virali circolanti Lineage 1 e Lineage 2

Province italiane interessate (al 22 luglio 2026)

Cremona 7 · Milano 5 · Novara 5 · Caserta 3 · Latina 3 · Monza e Brianza 3 · Padova 3 · Lodi 2 · Modena 2 · Reggio Emilia 2 · Verona 2.

Un caso ciascuna a Campobasso, Ferrara, Firenze, Lecco, Napoli, Parma, Pavia, Torino e Vercelli.

Europa

Paese Casi Nota
Italia 46 la più ampia diffusione geografica del continente
Grecia 21 crescita più rapida: 14 casi in una sola settimana; 20 su 21 in forma neuro-invasiva
Romania e Macedonia del Nord 5 fra sospetti e confermati; trasmissione locale
Spagna 3 trasmissione locale
Francia 1 trasmissione locale

La lettura del CESMET CLINICA DEL VIAGGIATORE

L’Italia non è il Paese con più casi in assoluto, ma è quello in cui il virus è presente nel maggior numero di territori diversi: la circolazione non è più un fenomeno confinato a poche aree endemiche, ma un mosaico che va dalla pianura padana — Cremona, Milano, Novara, Lodi, Monza — al Veneto, all’Emilia, fino a Lazio, Campania e Molise.

La curva è in salita rapida: da 6 casi all’inizio di luglio ai 46 di fine mese. E la stagione di trasmissione sta appena entrando nel suo picco, che in Italia si colloca fra luglio e settembre con una coda che arriva a ottobre inoltrato.

2. La malattia — parametri di riferimento

Parametro Valore di riferimento
Agente West Nile virus (WNV), Flavivirus — in Italia circolano Lineage 1 e Lineage 2
Vettore Zanzare del genere Culex, soprattutto Culex pipiens, la comune zanzara notturna
Ciclo naturale uccello selvatico ⇄ zanzara. Uomo e cavallo sono ospiti a fondo cieco: si infettano ma non ritrasmettono il virus
Ore di rischio dal tramonto all’alba — a differenza della zanzara tigre, attiva di giorno
Incubazione 2–14 giorni (mediana 3–6); fino a 21 giorni nel soggetto immunodepresso
Trasmissione interumana NO per contatto. Possibile solo per trasfusione, trapianto, via transplacentare e allattamento: eventi rari e sotto sorveglianza attiva
Infezioni asintomatiche circa 80%
Febbre di West Nile circa 20%: febbre, cefalea intensa, mialgie, astenia marcata, rash maculo-papuloso, linfoadenopatia, disturbi gastrointestinali. Astenia residua che può durare settimane
Forme neuro-invasive (WNND) circa 1 caso su 150 infetti (< 1%): meningite, encefalite, paralisi flaccida acuta di tipo poliomielitico
Letalità sulle forme neuro-invasive circa 14–20% (in Italia: 20% nel 2018, 14% nel 2024, circa 14% nel 2025)
Fattori di rischio per forma grave età ≥ 65 anni, immunodepressione, trapianto d’organo, neoplasie, diabete, ipertensione, insufficienza renale
Esiti a distanza nelle forme encefalitiche: deficit cognitivi, astenia cronica e deficit motori residui documentabili anche a 12 mesi

Segnali che impongono una valutazione medica urgente

Febbre superiore a 38 °C associata a cefalea violenta, rigidità nucale, confusione o sonnolenza, tremori, debolezza improvvisa di un arto, difficoltà a camminare, convulsioni.

Soprattutto in una persona anziana o fragile che vive o ha soggiornato in un’area con circolazione dimostrata del virus.

3. Diagnosi — parametri operativi

Parametro Indicazione
Esame di prima linea IgM sieriche anti-WNV (ELISA); ricerca su liquor nelle forme neurologiche
Biologia molecolare RT-PCR su sangue e su urine — utile solo nei primissimi giorni, perché la viremia è breve; l’urina resta positiva più a lungo
Conferma sieroneutralizzazione (PRNT) presso laboratorio di riferimento
Trabocchetto n. 1 le IgM possono persistere per mesi dopo la guarigione:
una IgM positiva non significa automaticamente infezione in atto
Trabocchetto n. 2 cross-reattività con altri flavivirus (dengue, TBE, Zika) e con i vaccinati per febbre gialla ed encefalite giapponese:
il dato va sempre interpretato nel contesto anamnestico e di viaggio
Notifica malattia soggetta a notifica obbligatoria e a sorveglianza integrata nazionale

4. Cura — parametri

Parametro Indicazione
Antivirale specifico Non esiste
Vaccino per l’uomo Non disponibile. Esiste ed è raccomandato per gli equidi
Forma febbrile terapia domiciliare di supporto: idratazione, antipiretici e analgesici, riposo. Da evitare l’automedicazione con cortisonici
Forma neuro-invasiva ricovero ospedaliero: supporto neurologico, gestione delle convulsioni, monitoraggio respiratorio per il rischio di insufficienza nella paralisi flaccida, riabilitazione precoce
Convalescenza l’astenia post-virale è la regola e non l’eccezione: vanno previste settimane, talvolta mesi, di recupero graduale

5. Prevenzione — parametri pratici

Non esiste profilassi farmacologica: la barriera è esclusivamente antivettoriale. Le ore che contano sono quelle che vanno dal tramonto all’alba.

Protezione individuale

Misura Parametro
DEET 20–50% sulla cute esposta, riapplicando secondo la durata dichiarata in scheda tecnica
Icaridina (picaridina) 20–25%, ottima tollerabilità cutanea
IR3535 e PMD (citrodiora) alternative valide, indicate in gravidanza e in età pediatrica secondo scheda tecnica
NOZETA (olio di Neem, Azadirachta indica) complemento naturale sulla cute e negli ambienti, associabile ai repellenti di sintesi
Abbigliamento maniche lunghe, pantaloni lunghi e colori chiari nelle ore serali; permetrina sui tessuti in caso di esposizione prolungata all’aperto
Ambiente domestico zanzariere a maglia fine e integre alle finestre, aria condizionata, ventilatore: il flusso d’aria ostacola il volo del Culex

Controllo del vettore attorno a casa — il gesto che conta di più

  • Svuotare ogni 5–7 giorni sottovasi, secchi, annaffiatoi, giochi, teli, copertoni e grondaie ostruite: il ciclo larvale del Culex si completa in circa una settimana.
  • Trattare con larvicidi tombini, caditoie, pozzetti e fontane ornamentali; coprire ermeticamente cisterne e bidoni di raccolta.
  • Tenere piscine e piscinette clorate e in movimento; svuotarle quando non sono utilizzate.

Popolazioni e situazioni particolari

  • Donatori di sangue, organi e tessuti: nelle province con circolazione dimostrata scattano le misure previste dal Piano nazionale arbovirosi — test NAT sul donato o sospensione temporanea dopo il soggiorno nell’area. Chi ha soggiornato in area affetta lo segnali al centro trasfusionale.
  • Anziani e persone fragili: massima attenzione alla protezione serale. Una febbre non va sottovalutata né «aspettata» per giorni.
  • Viaggiatori diretti in Italia o nell’area mediterranea e balcanica: il rischio individuale resta basso, ma le misure antipuntura vanno adottate anche in vacanza, in agriturismo, in campeggio e nelle aree rurali e perifluviali.

Il parere del Dr. Meo

In quarant’anni di medicina tropicale ho imparato che le epidemie non si annunciano con i grandi numeri, ma con la geografia. Il dato che mi colpisce di questa estate non è il totale dei casi italiani — sono numeri ancora contenuti — ma il fatto che il virus si stia manifestando contemporaneamente in venti province diverse, dal Piemonte al Molise. Significa che il West Nile non è più un ospite di passaggio: è di casa, e le estati lunghe e calde gli hanno allungato il calendario.

Questo deve insegnarci a cambiare un’abitudine.
Per centoquarantanove persone su centocinquanta questa infezione sarà una febbre che passa, o niente altro. Il problema è la centocinquantesima, ed è quasi sempre una persona anziana o fragile. Ed è per lei che vale la pena svuotare quel sottovaso, riparare quella zanzariera, mettere il repellente prima di cena in giardino.
Non abbiamo un vaccino e non abbiamo un antivirale: abbiamo la zanzariera, il repellente e il buon senso. E, per una volta, bastano.

Ai colleghi ricordo una cosa sola: davanti a una febbre estiva con cefalea intensa in un over 65 che vive in una provincia con circolazione dimostrata, il West Nile va messo in diagnosi differenziale prima, non dopo aver escluso tutto il resto.

6. Fonti e cadenza di aggiornamento

  • ISS – EpiCentro, Bollettino della Sorveglianza integrata West Nile e Usutu virus, a cura del Dipartimento Malattie Infettive dell’ISS e del CESME – IZS dell’Abruzzo e del Molise «G. Caporale» di Teramo — pubblicazione settimanale, il giovedì.
  • ECDC, Weekly West Nile virus transmission updateaggiornamento settimanale.
  • OMS – Ufficio regionale per l’Europa, comunicato del 24 luglio 2026.
  • Ministero della Salute, Piano nazionale di prevenzione, sorveglianza e risposta alle Arbovirosi (PNA) e ordinanze regionali e provinciali.

Nota metodologica

I dati ISS e quelli ECDC/OMS possono non coincidere: cambiano la data di riferimento, i criteri di conferma e i tempi di notifica dei singoli Paesi. In questo bollettino il dato italiano è ancorato alla fonte nazionale ISS, il confronto europeo alla fonte ECDC/OMS.

I numeri di ogni settimana rivedono retroattivamente anche quelli delle settimane precedenti: le variazioni non indicano necessariamente nuovi casi insorti in quei sette giorni.

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