HANTAVIRUS SULLA MV HONDIUS: TRE MORTI IN MEZZO ALL’ATLANTICO. COSA STA SUCCEDENDO E COSA DOBBIAMO SAPERE
A cura del Dott. Paolo Meo — Infettivologo e Medico Tropicalista, Direttore del POLO VIAGGI CESMET – Artemisia Lab, Roma
Pubblicato il 6 maggio 2026 | www.clinicadelviaggiatore.com
Negli ultimi giorni una notizia ha attraversato le redazioni di mezzo mondo e ha iniziato a fare ciò che le notizie sanitarie fanno spesso: generare allarme. Una nave da crociera, la MV Hondius, si trova in navigazione nell’Oceano Atlantico con tre passeggeri morti e altri tre in condizioni gravi, tutti colpiti da una sospetta infezione da hantavirus. Come medico tropicalista con oltre quarant’anni di esperienza sul campo, sento il dovere di raccontare questa vicenda con la chiarezza che merita — senza allarmismi, ma senza minimizzare.
La vicenda, dall’inizio
La MV Hondius è una nave da spedizione partita dall’Argentina, diretta verso le Isole Canarie attraverso l’Oceano Atlantico. Durante la navigazione, alcuni passeggeri hanno iniziato ad accusare sintomi che, in un primo momento, potevano sembrare comuni: febbre, dolori muscolari, stanchezza intensa. Ma le condizioni di alcuni di loro si sono deteriorate con una rapidità che ha subito allarmato il personale medico di bordo.
Uno dei pazienti più gravi è stato evacuato d’urgenza e ricoverato a Johannesburg, dove i test di laboratorio hanno confermato la diagnosi: hantavirus. Nel frattempo, tre persone sono decedute. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha avviato un’indagine epidemiologica urgente. La nave sta ora dirigendosi verso le Canarie, dove le autorità sanitarie spagnole si stanno preparando ad accoglierla con protocolli di massima sicurezza.
È una vicenda seria. Ma per comprenderla davvero, occorre prima capire di cosa stiamo parlando.
Che cos’è l’Hantavirus?
L’Hantavirus è un virus a RNA appartenente alla famiglia Hantaviridae. Non è un virus nuovo: è conosciuto dalla medicina tropicale e infettivologica da decenni, anche se rimane pressoché sconosciuto al grande pubblico, almeno in Europa.
Esistono diversi ceppi di Hantavirus, distribuiti in diverse parti del mondo. Quello che ci preoccupa in questo caso è il cosiddetto Hantavirus andino, endemico nelle regioni andine e patagonica dell’Argentina e del Cile. È una variante particolarmente rilevante per un motivo che vedremo tra poco: a differenza di quasi tutti gli altri ceppi, l’Hantavirus andino ha dimostrato, in alcuni casi documentati, la capacità di trasmettersi da persona a persona.
Come si trasmette?
Il meccanismo di trasmissione principale dell’Hantavirus è il contatto diretto o indiretto con i roditori selvatici — ratti, topi di campagna, arvicole — che sono il serbatoio naturale del virus. L’infezione nell’uomo avviene tipicamente attraverso:
Inalazione di aerosol contenenti urine, feci o saliva di roditori infetti (la via più comune).
Contatto diretto con roditori o con superfici contaminate dalle loro deiezioni.
Morsi di roditori infetti (via meno frequente).
Non si trasmette toccando corrimani, attraverso l’acqua potabile o mangiando al ristorante. Si prende dalla terra, dagli ambienti rurali e naturali — capanne, fienili, zone di campagna, foreste — dove il contatto tra uomo e roditori selvatici è più probabile.
Ecco perché la provenienza argentina della MV Hondius è un dato clinicamente rilevante. Molti dei passeggeri avevano verosimilmente visitato le grandi aree naturali dell’Argentina — la Patagonia, le Ande, le zone rurali del Sud America — prima di imbarcarsi. È in quell’ambiente che il virus può essere stato acquisito, senza che nessuno se ne accorgesse, perché il periodo di incubazione dell’Hantavirus andino è di 1-6 settimane. Tempo più che sufficiente per salire a bordo di una nave e attraversare l’Atlantico.
Quali sono i sintomi e come evolve la malattia?
La forma clinica più grave causata dall’Hantavirus andino è la Sindrome Polmonare da Hantavirus (HPS — Hantavirus Pulmonary Syndrome). L’evoluzione tipica si articola in due fasi:
Fase prodromica (3-5 giorni): Febbre alta (38-40°C), dolori muscolari intensi, cefalea, brividi, nausea. Una presentazione clinica che può facilmente essere confusa con un’influenza severa o con una malattia febbrile tropicale.
Fase cardio-polmonare: Con una rapidità che può sorprendere anche chi la conosce, il quadro peggiora bruscamente. I polmoni si riempiono di liquido (edema polmonare acuto), la funzione respiratoria crolla, la pressione arteriosa scende. Il paziente ha bisogno di ossigeno, poi di ventilazione meccanica, poi di terapia intensiva. La mortalità in questa fase può raggiungere il 35-40%, anche in centri ospedalieri ben attrezzati.
Capite bene che a bordo di una nave da crociera — per quanto ben equipaggiata — gestire tre o più casi gravi simultanei di HPS è qualcosa che va al di là delle possibilità di qualsiasi infermeria di bordo.
Esiste una terapia?
Questo è uno dei punti che i miei pazienti mi chiedono sempre per primi, e la risposta è quella che mi piace meno dare: non esiste un antivirale specifico approvato per l’Hantavirus.
La terapia è fondamentalmente di supporto: ossigenoterapia ad alto flusso, ventilazione meccanica non invasiva o invasiva, gestione dell’equilibrio idro-elettrolitico, supporto emodinamico. In alcuni centri viene utilizzata la ribavirina per via endovenosa, ma le evidenze cliniche sulla sua efficacia rimangono controverse.
Quello che fa davvero la differenza è la tempestività del ricovero in terapia intensiva. Ogni ora conta. E su una nave in mezzo all’Atlantico, ogni ora costa cara.
Un caso di trasmissione interumana?
È la domanda che l’OMS e i virologi di tutto il mondo si stanno ponendo in queste ore. Se i tre casi gravi a bordo della MV Hondius fossero tutti riconducibili a esposizioni indipendenti avvenute in Argentina prima dell’imbarco, si tratterebbe di un cluster sfortunato ma non di un focolaio attivo. Se invece il virus si stesse trasmettendo da persona a persona a bordo, lo scenario cambierebbe radicalmente.
La risposta arriverà dalle indagini epidemiologiche in corso e, soprattutto, dalla sequenza genomica del ceppo virale identificato. Per ora, la prudenza è d’obbligo.
Cosa deve sapere chi viaggia in Sud America
Come medico tropicalista e direttore del POLO VIAGGI CESMET-Artemisia, vorrei concludere con un messaggio diretto a chi pianifica un viaggio in Argentina, Cile, Bolivia o in altre zone endemiche per l’hantavirus :
Evitate il contatto con roditori selvatici e con ambienti dove la loro presenza è probabile: rifugi di montagna, capanne rurali, granai, zone boscose non frequentate. Se vi trovate in luoghi chiusi e polverosi in zone endemiche, usate una mascherina FFP2. La via respiratoria è la principale via di contagio. Non raccogliete roditori morti e non maneggiate materiali che potrebbero essere contaminati da deiezioni. Dopo il rientro, se nelle 6 settimane successive al viaggio accusate febbre alta, dolori muscolari intensi e difficoltà respiratorie, riferite immediatamente al medico la vostra destinazione di viaggio. Il dettaglio geografico è fondamentale per una diagnosi tempestiva. Prima di partire, rivolgetevi a un centro specializzato in medicina dei viaggi per una consulenza personalizzata sul rischio infettivo della destinazione.
La MV Hondius si avvicina alle Canarie. I passeggeri sopravvissuti portano con sé un’esperienza che nessuno aveva messo in valigia. Tre persone non torneranno a casa. È il momento di usare questa tragedia non per alimentare la paura, ma per costruire conoscenza. Perché la conoscenza, in medicina dei viaggi, salva le vite.
Dott. Paolo Meo — Infettivologo e Medico Tropicalista Direttore POLO VIAGGI CESMET – Artemisia Lab, Roma Per consulenze: www.clinicadelviaggiatore.com
La malaria, conosciuta anche come paludismo, è una malattia infettiva acuta causata da parassiti del genere “Plasmodium”. Questi parassiti sono protozoi che si sviluppano e riproducono nel corpo umano (serbatoio del parassita) e possono causare sintomi gravi. Ci sono in natura cinque principali tipi di “Plasmodium” che possono infettare gli esseri umani:
emazie parassitate da plasmodi
. Le specie principali sono:
P. falciparum – la forma più grave e letale, predominante in Africa subsahariana
P. vivax – diffuso in Asia, America Latina e alcune aree del Pacifico
P. ovale – prevalente in Africa occidentale, con due sottospecie (curtisi e wallikeri)
P. malariae – presente in aree tropicali e subtropicali
P. knowlesi – zoonosi emergente nel Sud-Est asiatico (Borneo, Malaysia), con potenziale letale se non trattata tempestivamente, originariamente un parassita delle scimmie che ha la capacità di infettare anche gli esseri umani. Provoca la malaria nei macachi ma può anche contagiare gli esseri umani, sia naturalmente che artificialmente.
Il serbatoio primario del parassita è l’uomo infettato in maniera cronica.
Come si Trasmette la Malaria
La malaria si trasmette esclusivamente attraverso la puntura di zanzare femmine infette del genere *Anopheles*. È importante notare che queste zanzare non sono presenti in Italia e nella maggior parte dell’Europa, ma si possono trovare in alcune aree del bacino del Mediterraneo, come Grecia, Turchia, Egitto, Tunisia, Algeria e in alcune zone del Marocco. Le mutazioni del clima stanno creando situazioni che potrebbero favorire il riaccendersi di focolai di presenza di zanzara Anopheles anche sul territorio italiano.
La malaria è una delle malattie parassitarie più diffuse nel mondo, con una presenza significativa in Africa, America Centrale e del Sud, Asia e alcune zone dell’Oceania.
Ciclo di Vita del Parassita
Una volta nel corpo umano, i parassiti della malaria si moltiplicano nel fegato e, dopo un periodo di incubazione variabile, infettano i globuli rossi.
Sintomi della Malaria
I sintomi della malaria possono essere molto diversi e presentarsi contemporanenamente o singolarmente. I più comuni includono:
– Febbre alta (che può anche frequentemente non presentarsi)
– Mal di testa e sensazione di confusione, in particolare dolore nucale e sensazione di ovattamento;
– Tensione nei muscoli del collo;
– Brividi e sudorazione;
– Nausea, vomito e diarrea
I sintomi possono manifestarsi in modo grave o essere molto lievi e alternati.
Rischi e Complicazioni
Se non trattata con i farmaci appropriati, come l’Eurartesim®,farmaco a base di artemisinina e lumefantrina, la malaria può causare gravi danni agli organi e persino essere fatale. Una forma particolarmente grave è la malaria cerebrale, che può portare a complicazioni come la necrosi cerebrale a causa della formazione di microtrombi nel sistema microvascolare.
Resistenza ai Farmaci
Negli ultimi anni, i parassiti della malaria hanno sviluppato resistenza ai farmaci antimalarici, inclusa l’Artemisina, che è uno dei trattamenti più efficaci disponibili.
Prevenzione e Controllo
Il controllo della malaria si basa su metodi preventivi e curativi, tra cui:
– **Trattamenti farmacologici**: l’uso di terapie a base di artemisina in combinazione con altri farmaci.
– **Zanzariere trattate**: l’uso di zanzariere impregnate di insetticidi, come il DEET.
– **Repellenti per insetti**: l’applicazione di insetticidi e repellenti, con prodotti a base di neem consigliati per il controllo delle zanzare.
-l’utilizzo di insetticidi e repellenti per il controllo delle zanzare. (consigliati prodotti a base di neem).
In sintesi, la malaria è una malattia seria che richiede attenzione e misure preventive per proteggere la salute pubblica.
Agente infettivo e ciclo vitale
Il Plasmodium è un parassita, monocellulare, protozoo del genere Plasmodium (Regno Protista, Phylum Apicomplexa, Classe Sporozoea, Ordine Eucoccidiida). Cinque sono i tipi principali del parassita malarico: Pl. falciparum è il tipo con il più alto tasso di mortalità fra i soggetti infestati; Pl. Vivax; Pl. Malariae; Pl. ovalis; Pl. knowlesi , che è l’agente eziologico di malaria nelle scimmie, è diffuso nel sud-est asiatico. Provoca la malaria nei macachi ma può anche contagiare gli esseri umani. Il serbatoio del parassita è l’uomo infettato in maniera acuta o cronica.
Ci sono cinque specie principali di Plasmodio che possono infettare l’uomo: P. falciparum: è endemico in Africa tropicale, minore prevalenza in Asia ed America Latina. E’ il plasmodio con il più alto tasso di mortalità; P. vivax: è il più diffuso, si ritrova ovunque nelle zone tropicali; in Africa è presente a focolai nel territorio, a macchia di leopardo; è invece endemico in America Latina ed in Asia; è presente anche in alcune zone temperate e persiste anche in aree ristrette del bacino del mediterraneo, dove la zanzara Anopheles è ancora presente. P. ovale: è presente e si èdiffusa principalmente nell’ Africa occidentale tra i due tropici. P. malariae: è ubiquitario, a bassa prevalenza, ma con una distribuzione non uniforme sul territorio.
La diagnosi di specie è importante perché la malaria da P. falciparum è potenzialmente la più aggressiva, lesiva e se non curata mortale.
La riproduzione della zanzara vettrice avviene a temperature non inferiori ai 18°C. Se la temperature scende non deve rimanere per periodi prolungati di tempo. Anche la sopravvivenza dell’insetto è legato alla temperatura. La trasmissione del parassita avviene attraverso la puntura della zanzara. E’ facilitata durante tutto il periodo dell’anno nelle aree in cui la temperatura è costantemente sopra i 24° C. Nei territori con temperature più basse la trasmissione tende a seguire ritmi stagionali. La zanzara vive dalle tre a sei settimane, raramente supera i due mesi di vita, e si sposta nel raggio di 1 o 2 chilometri. Venti e condizioni ambientali particolari possono portare le zanzare anche a distanze di decine di chilometri. La malaria da Plasmodium vivax ha un tempo di incubazione più lungo. Può durare anche alcuni mesi. Si presenta clinicamente come la malaria da P. falciparum con attacchi febbrili irregolari, seguiti da sudorazioni profuse e defervescenza. Si può evidenziare aumento del volume della milza (splenomegalia) raramente lesioni o rottura splenica. Dopo qualche attacco la sintomatologia si esaurisce, ma può avere un andamento recidivante per la persistenza di forme intraepatiche “cosidette dormienti” chiamate “ipnozoiti”. In questi casi e con questo tipo di malaria può manifestarsi la cosidetta “febbre terzana benigna”.
Se si assiste ad una coinfezione di due tipi di Plasmodio si manifesta una sintomatologia determinata dal ritmo di crescita del parassita sfasato, e si può manifestare una doppia forma terzana, con febbre continua e sintomi che si manifestano senza periodicità. La terapia con clorochina è ancora efficace, cura l’attacco malarico acuto ma non previene le ricadute e la cronicizzazione della malattia. Nei paesi africani del Golfo di Guinea dove la popolazione è priva di “antigene eritrocitario duffy”, il P. vivax è assente ed è sostituito da Plasmodium ovalis. Il quadro clinico è sostanzialmente sovrapponibile a quello di P. vivax. Plasmodium malariae si manifesta con una forma meno aggressiva e più lieve. Il plasmodio può persistere per anni negli eritrociti con parassitemia bassissima e nelle recrudescenze la febbre si presenta con picchi ogni ¾ giorni. Forma quartana. Nella fascia pediatrica il Pl. malariae, ma anche gli altri tipi di malaria, a causa di infezioni ripetute possono causate patologie renali a livello glomerulare con infiammazioni membrano-proliferative, con proliferazione dell’endotelio glomerulare e del mesangio. Il danno di tipo infiammatorio è causato dal deposito di immunocomplessi a livello del mesangio del glomerulo renale. Il danno renale si manifesta con proteinuria importante, edema fino alla presenza di ascite nell’addome (sindrome nefrosica)
Il danno renale risulta essere permanente. La prognosi è sfavorevole e i pazienti progrediscono verso l’insufficienza renale cronica.
Ciclo vitale:
Il ciclo vitale del parassita avviene tra due ospiti: (1) zanzara Anopheles e (2) uomo.
La “zanzara femmina” del tipo Anopheles è l’insetto “vettore” a cui si deve la trasmissione della malattia. La zanzara succhia il sangue da un individuo e, se questo è infetto, si infetta a sua volta. Una volta infetta la zanzara punge nuovamente un altro individuo per nutrirsi del suo sangue ed inocula lo sporozoita, ossia la forma del plasmodio maturato all’interno del suo intestino, nel torrente circolatorio della persona.
Gli “sporozoiti” infestanti, dal torrente circolatorio, passando nella microcircolazione dell’acino epatico, vengono sequestrati dalle cellule del fegato. Entro un’ora dall’inoculazione si ritrovano tutti all’interno degli epatociti.
All’interno delle cellule epatiche cominciano un fenomeno di maturazione e di moltiplicazione, trasformandosi in una formazione multicellulare, ancora unita insieme detta “schizonte”.
Gli epatociti, infettati da questa formazione multicellulare parassitaria, che arriva a riempire l’intera cellula, vengono lesionati e si rompono, rilasciando nel torrente circolatorio, formazioni unicellulari “parassitarie” denominate “merozoiti”. Il passaggio avviene attraverso il sistema capillare intraepatico. Può avvenire che per il P. vivax ed P. ovalis, oltre agli schizonti intra epatociti, si possono presentare forme parassitarie unicellulari che rimangono allo stadio dormiente. Queste forme si chiamano ‘ipnozoiti’, e sono la causa delle recidive della malattia invadendo il circolo sanguigno dopo mesi o anche anni più tardi.[A] Recidiva:
per recidiva si intende una riaccensione della malattia causata dalla persistenza di merozoiti nel fegato (ipnozoiti) che ricominciano un nuovo ciclo eso-eritrocitario, 5-6 mesi dopo l’infezione.
È tipica delle infezioni da P. vivax e P. ovale nelle quali non sono state trattate le forme intraepatiche.
Dopo l’iniziale moltiplicazione nel fegato della durata media di 7/8 giorni, chiamata fase eso-eritrocita o schizogonica, il merozoita, suddivisosi in singole cellule, all’interno del torrente circolatorio, entra nei globuli rossi, dove si ciba dell’eme ferroso, e comincia una moltiplicazione asessuata all’interno di queste cellule, detta “schizogonia eritrocitaria”.
Le forme parassitarie intraeritrocitarie, denominate “trofozoiti”, crescono e maturano, cibandosi di ferro, e in 2 o 3 giorni diventano “schizonti”. Queste formazioni cellulari parassitarie determinano la rottura del globulo rosso e si dividono nel torrente circolatorio in una moltitudine di “merozoiti”.[B] Fase invasiva:
corrisponde alla rottura dello schizonte e alla liberazione dei merozoiti che vanno a invadere altri eritrociti. Questo evento si manifesta con febbre intermittente, brivido scuotente, sudorazione, cefalea, artro-mialgie, talvolta riattivazioni di herpes labiale, prostrazione, dolore negli ipocondri, sindromi gastroenteriche (diarrea, vomito, dolore addominale). Nei bimbi si possono avere convulsioni febbrili.
I merozoiti, i parassiti malarici dispersi nel sangue, colonizzano altri globuli rossi. Queste cellule parassitarie intracellulari si cibano ancora di eme ferroso nelle cellule ematiche e crescendo maturano in trofozoiti. E così si riattiva un nuovo ciclo di maturazione. Questo meccanismo i globuli rossi e di maturazione e moltiplicazione intracellulare, è la causa dell’aumento dei parassiti nel sangue e delle gravi anemie emolitiche provocate dalla malattia.[C] Fase tardiva:
quando i cicli vitali dei diversi ceppi presenti nel torrente circolatorio si sono sincronizzati, compare la” febbre terzana” (tipico attacco malarico): brivido scuotente seguito da rialzo termico che si risolve dopo qualche ora con sudorazione profusa e uno stato di vaga euforia, e si “ripete ogni 48 ore”. La splenomegalia di solito compare dopo giorni o settimane; all’inizio è più comune l’epatomegalia. Pallore muco-cutaneo, ittero, urine ipercromiche (fortemente colorate) sono segni prognostici sfavorevoli. Nella maggioranza dei casi non trattati la malaria si risolve spontaneamente dopo 2 settimane; raramente dura più di un anno (mai più di 2 anni).
Alcuni parassiti si differenziano nel torrente circolatorio e prendono la strada dello stadio sessuato, i gametociti.
I gametociti, ovvero le forme parassitarie sessuate, maschio, il microgametocita;femmina il macrogametocita; vengono ingeriti dalla zanzara femmina durante la puntura, ed infettano l’insetto.
C) La moltiplicazione del parassita nella zanzara è conosciuta come ciclo dello sporogonio.
I gametociti, attraverso i tubuli delle ghiandole salivari della zanzara finiscono nello stomaco della zanzara dove avviene la fecondazione del macrogametocita, la femmina, da parte del microgametocita, il maschio. L’unine tra macro e micro gametocita genera lo ‘zigote’.
A questo punto lo zigote diventa mobile, si allunga e invade la parete intestinale della zanzara dove si differenzia in “oociste”;
L’oociste cresce e si sviluppa nella parete dell’intestino dove si divide in migliaia di sporozoiti. A questo punto gli sporozoiti migrano fino alle ghiandole salivari della zanzara. L’insetto, pungendo un individuo, inocula il parassita facendo ricominciare il ciclo.
[D] Recrudescenza:
è la ricaduta e quindi la riaccensione della malattia, dopo una fase di quiescenza. E’ causata dalla persistenza in circolo di forme intra-eritrocitarie (nei globuli rossi). È tipica delle infezioni da P. falciparum trattate in modo inadeguato (per qualità e/o durata del trattamento e per posologia) e può avere una latenza da qualche giorno a qualche settimana. Si può avere anche nelle infezioni da P. malariae con una latenza anche di molti anni.
L’infezione da P. falciparum è detta febbre terzana maligna, quella da P. vivax e da P. ovale è detta febbre terzana benigna e quella da P. malariae è detta febbre quartana in base all’occorrenza di febbre intermittente. Quelle di febbre “terzana” e “quartana” sono definizioni fuorvianti, perché solo una minima parte dei casi di malaria si presenta con febbre intermittente, ogni 48 ore (terzana, ogni terzo giorno) od ogni 72 ore (quartana, ogni quarto giorno). La febbre terzana si osservava in Europa nelle zone endemiche per il P. vivax (terzana benigna) e negli immigrati: le navi infatti facevano viaggi di 1-2 settimane, e quando arrivavano in Europa, seguendo la storia naturale dell’infezione da P. falciparum, da intermittente irregolare la febbre si faceva terzana, se il malato non era morto nel frattempo o se non era stato trattato. La febbre terzana si osserva anche nei casi in cui si sia stati infettati da un unico ceppo di P. falciparum, evento non comune nelle aree endemiche, dove si è infettati più volte in sequenza e i cicli dei vari ceppi si sovrappongono con attacchi febbrili ad andamento irregolare.
La malaria non sempre si presenta con le tipiche febbri cliniche ma nel corredo dei sintomi malarici sono quasi costanti la cefalea nucale, i brividi, e l’alternanza del caldo e del freddo, con un malessere ingravescente. Le infezioni da P. falciparum non trattate o trattate in modo inadeguato possono provocare insufficienza renale, edema polmonare, ipertensione endocranica con coma e giungere all’exitus. La morte è provocata dall’impilamento delle cellule parassitate nel microcircolo di diversi organi vitali, in particolare nella circolazione cerebrale (malaria cerebrale), danneggiandoli. Nelle aree endemiche, i ripetuti contagi, a cui una persona è soggetta, sviluppano un livello elevato di anticorpi, che permette una resistenza alle infezioni. Nella maggior parte dei casi di infezione questi soggetti sono asintomatici pur portando nelle proprie cellule il parassita (portatori sani dell’infezione). I soggetti non immuni, in zona endemica, possono ammalare molto più facilmente di un soggetto considerato immune, e possono avere forme di malattie più gravi.Un esempio molto interessante è quello dell’evoluzione dell’antigene eritrocitario Duffy, il recettore attraverso il quale i merozoiti di P. vivax penetrano il globulo rosso. Gli eritrociti che non hanno questo antigene (Duffy negativi) sono refrattari all’infezione da parte di quel plasmodio. In Africa occidentale, una mutazione che elimina l’antigene dalla superficie degli eritrociti ma che non ha altre conseguenze cliniche ha raggiunto (probabilmente in varie migliaia di anni) la frequenza del 100% e quindi la maggior parte degli abitanti dell’Africa centrale e occidentale non viene infettata da questa specie di plasmodio.
Già dai primi anni ’50, a conclusione della Campagna quinquennale di Lotta Antimalarica, l’Italia era di fatto un paese libero da malaria ma, poiché alcuni sporadici casi di malaria da Plasmodium vivax continuarono fino al 1962, l’OMS ha ufficializzato questo risultato solo nel 1970. Da allora, in considerazione delle potenziali condizioni di reintroduzione della malaria in Italia, è stato attivato un sistema di sorveglianza.
Trasmissione e incubazione
Trasmissione:
avviene mediante puntura di zanzare femmine infette del genere Anopheles, le quali, succhiando il sangue infetto ed iniettando sangue infetto, trasferiscono l’infezione da uomo a uomo. Il maschio della zanzara non punge. Una volta iniettato in un uomo sano, il parassita comincia a moltiplicarsi esponenzialmente nel fegato e quindi, dopo 7 – 10 giorni, mediamente, si moltiplica nei globuli rossi. Le zanzare si infettano ingerendo il parassita, attraverso il pasto ematico infetto. Una volta dentro l’insetto, il parassita comincia un altro ciclo vitale: la fase riproduttiva che precede la trasmissione ad un altro individuo sano.
Incubazione:
si differenzia tra i diversi tipi di plasmodio. Il periodo di incubazione è mediamente di 7-14 giorni per l’infezione da P. falciparum, 8-14 per P. vivax e P. ovale, e di 7-30 giorni per P. malariae. Per alcuni ceppi di P. vivax l’incubazione si può protrarre per 8-10 mesi ed oltre; tale periodo può essere ancora più lungo per P. ovale.
Porta d’ingresso: è la cute, mediante la puntura della zanzara.
Distribuzione geografica
EPIDEMIOLOGIA GLOBALE (aggiornamento 2026)
Situazione globale
Secondo le stime OMS (World Malaria Report 2025), nel 2024 si sono registrati circa 263 milioni di casi e 597.000 morti, con un lieve peggioramento rispetto agli anni precedenti dovuto a:
Resistenze ai farmaci
Cambiamenti climatici che ampliano le aree di trasmissione
Interruzioni nei servizi sanitari post-COVID-19
Instabilità politica in alcune regioni endemiche
Africa subsahariana
Concentra oltre il 94% dei casi globali e il 95% delle morti
P. falciparum rimane dominante
Paesi più colpiti: Nigeria, Repubblica Democratica del Congo, Uganda, Mozambico, Niger
Progressi osservati in Rwanda, Zimbabwe e alcune aree del Sahel grazie a programmi di distribuzione di zanzariere e IRS (Indoor Residual Spraying)
Preoccupazione crescente per resistenza all’artemisinina in Africa orientale (Uganda, Rwanda, Eritrea, Tanzania) — precedentemente segnalata solo in Asia
Asia
P. vivax predomina in India, Pakistan, Afghanistan
P. falciparum in Myanmar, Papua Nuova Guinea, Indonesia
Myanmar e Mekong: epicentro della resistenza multipla (P. falciparum resistente ad artemisinina + partner drugs)
India: riduzione significativa dei casi grazie al programma nazionale; obiettivo eliminazione entro 2030
Sri Lanka e Maldive: certificati OMS come paesi liberi da malaria
P. knowlesi: casi in aumento in Malaysia (Sabah, Sarawak), Filippine, Indonesia
America Latina
Venezuela: forte recrudescenza con oltre 450.000 casi/anno; crisi sociosanitaria principale causa
Brasile (Amazzonia): ancora elevata trasmissione, prevalentemente P. vivax
Colombia, Peru, Bolivia: P. vivax e P. falciparum coesistono
ti e Hispaniola: unica isola caraibica con trasmissione attiva
Argentina, Paraguay, Ecuador: fasi avanzate di pre-eliminazione
Medio Oriente
Yemen: grave situazione umanitaria con malaria in espansione
Arabia Saudita (zone di confine yemenita): casi sporadici
Iran: prossimo alla pre-eliminazione
Oceania
Papua Nuova Guinea: onere elevato, P. falciparum e P. vivax
Vanuatu, Isole Salomone: programmi attivi di controllo
Australia: solo casi importati
Europa
Solo casi importati; episodi sporadici di trasmissione locale da Anopheles autoctoni in Grecia (storica) e sporadicamente in Italia meridionale
Attenzione crescente per il potenziale impatto del cambiamento climatico sull’espansione di Anopheles in Europa meridionale
Sintomi e segni
Sintomi:
inizialmente i sintomi della malaria si presentano talvolta con caratteristica simil influenzale tra gli 8 ed i 30 giorni dopo l’infezione.
Fase invasiva:
corrisponde alla rottura dello schizonte e alla liberazione dei merozoiti che vanno a invadere altri eritrociti. Si manifesta con febbre intermittente, brivido scuotente, sudorazione, cefalea, artro-mialgie, talvolta riattivazioni di herpes labiale, prostrazione, dolore negli ipocondri, sindromi gastroenteriche (diarrea, vomito, dolore addominale). Nei bimbi si possono avere convulsioni febbrili.
Fase tardiva:
quando i cicli vitali dei vari ceppi presenti si sono sincronizzati, compare la febbre terzana (tipico attacco malarico): brivido scuotente seguito da rialzo termico che si risolve dopo qualche ora con sudorazione profusa e uno stato di vaga euforia, e si ripete ogni 48 ore. La splenomegalia di solito compare dopo giorni o settimane; all’inizio è più comune l’epatomegalia. Pallore muco-cutaneo, ittero, urine ipercromiche (fortemente colorate) sono segni prognostici sfavorevoli. Nella maggioranza dei casi non trattati la malaria si risolve spontaneamente dopo 2 settimane; raramente dura più di un anno (mai più di 2 anni).
Recrudescenza:
è la ricaduta causata dalla persistenza in circolo di forme intra-eritrocitarie (nei globuli rossi). È tipica delle infezioni da P. falciparum trattate in modo inadeguato (per qualità e/o durata del trattamento e per posologia) e può avere una latenza da qualche giorno a qualche settimana. Si può avere anche nelle infezioni da P. malariae con una latenza anche di molti anni.
Recidiva:
per recidiva si intende una ricaduta causata dalla persistenza di merozoiti nel fegato (ipnozoiti) che ricominciano un nuovo ciclo eso-eritrocitario, 5-6 mesi dopo l’infezione.
È tipica delle infezioni da P. vivax e P. ovale nelle quali non sono state trattate le forme intraepatiche.
L’infezione da P. falciparum è detta febbre terzana maligna, quella da P. vivax e da P. ovale è detta febbre terzana benigna e quella da P. malariae è detta febbre quartana in base all’occorrenza di febbre intermittente. Quelle di febbre “terzana” e “quartana” sono definizioni fuorvianti, perché solo una minima parte dei casi di malaria si presenta con febbre intermittente, ogni 48 ore (terzana, ogni terzo giorno) od ogni 72 ore (quartana, ogni quarto giorno). La febbre terzana si osservava in Europa nelle zone endemiche per il P. vivax (terzana benigna) e negli immigrati: le navi infatti facevano viaggi di 1-2 settimane, e quando arrivavano in Europa, seguendo la storia naturale dell’infezione da P. falciparum, da intermittente irregolare la febbre si faceva terzana, se il malato non era morto nel frattempo o se non era stato trattato. La febbre terzana si osserva anche nei casi in cui si sia stati infettati da un unico ceppo di P. falciparum, evento non comune nelle aree endemiche, dove si è infettati più volte in sequenza e i cicli dei vari ceppi si sovrappongono con attacchi febbrili ad andamento irregolare.
La malaria non sempre si presenta con le tipiche febbri cliniche ma nel corredo dei sintomi malarici sono quasi costanti la cefalea nucale, i brividi, e l’alternanza del caldo e del freddo, con un malessere ingravescente. Le infezioni da P. falciparum non trattate o trattate in modo inadeguato possono provocare insufficienza renale, edema polmonare, ipertensione endocranica con coma e giungere all’exitus. La morte è provocata dall’impilamento delle cellule parassitate nel microcircolo di diversi organi vitali, in particolare nella circolazione cerebrale (malaria cerebrale), danneggiandoli. Nelle aree endemiche, i ripetuti contagi, a cui una persona è soggetta, sviluppano un livello elevato di anticorpi, che permette una resistenza alle infezioni. Nella maggior parte dei casi di infezione questi soggetti sono asintomatici pur portando nelle proprie cellule il parassita (portatori sani dell’infezione). I soggetti non immuni, in zona endemica, possono ammalare molto più facilmente di un soggetto considerato immune, e possono avere forme di malattie più gravi.
Mutazioni dell’emoglobina (S,C, beta e alfa-talassemie), degli enzimi glucosio-6-fostato deidrogensi e piruvato-chinasi, proteggono dalle forme gravi di malaria provocate da P.falciparum in portatori eterozigoti e, nel caso dell’emoglobina C, soprattutto in omozigosi. Le particolari proprietà delle catene dell’emoglobina e le condizioni di stress ossidativo provocate dell’infezione stessa, possono provocare l’emolisi degli eritrociti ostacolando la maturazione dei trofozoiti. Nonostante queste mutazioni siano dannose (quasi sempre letali in omozigosi), grazie alla protezione conferita nei confronti della malaria si trovano ad alte frequenze in popolazioni che vivono in zone endemiche (o ex endemiche) per malaria (bacino del mediterraneo, Africa sub-sahariana, sud-est asiatico). Tranne per l’emoglobina C,in queste popolazioni la frequenza delle mutazioni di resistenza è comunque destinata ad arrivare ad un valore di equilibrio (intorno al 15-20%) che rispecchia lo svantaggio dovuto alla letalità della mutazione ed il vantaggio rispetto alla malaria. Nelle zone non malariche, queste mutazioni generalmente sono molto rare o assenti poiché la loro letalità non è controbilanciata da effetti positivi.
Malaria in gravidanza
Maggiore rischio di forme gravi
Complicanze: anemia materna, parto prematuro, basso peso alla nascita, mortalità materna e neonatale
P. falciparum sequestra nella placenta (placentar malaria)
Malaria nei bambini
Principale causa di mortalità nei bambini < 5 anni in Africa
Rischio elevato di anemia grave, malaria cerebrale, ipoglicemia
Diagnosi e trattamento
DIAGNOSI
Attualmente la pratica diagnostica si basa su due approcci: quello clinico che identifica i sintomi della malattia, e quello volto a isolare e riconoscere l’agente causale, utilizzando test immunocromatografici o, molto più comunemente, con osservazioni al microscopio.
Il quadro clinico può presentarsi fortemente atipico in persone sottoposte a chemioprofilassi antimalarica a dosaggi inadeguati o con farmaci non più efficaci per fenomeni di resistenza, o che siano parzialmente immuni dopo lunghe permanenze in aree endemiche, nonché nella prima infanzia.
Microscopia ottica (gold standard)
Striscio sottile: identificazione della specie e quantificazione della parassitemia
Goccia spessa: maggiore sensibilità per infezioni a bassa parassitemia
Richiede personale esperto
Per porre diagnosi di malaria deve essere preparato uno striscio di sangue prelevato dalla puntura di un dito. Lo striscio è fissato con metanolo prima della colorazione; la goccia spessa è colorata senza essere fissata. Nelle infezioni da P. falciparum, la densità del parassita dovrebbe essere stimata contando la percentuale di emazie infettate, non il numero dei parassiti.
Rapid Diagnostic Tests (RDT)
Basati su rilevazione di antigeni parassitari (HRP2 per P. falciparum, pLDH per altre specie)
Uso diffuso in aree con risorse limitate
Problema emergente: delezioni del gene hrp2/hrp3 in P. falciparum (Africa, Asia, Sud America) → falsi negativi degli RDT HRP2-based
Nuovi RDT pan-Plasmodium in sviluppo
PCR (Polymerase Chain Reaction)
Alta sensibilità e specificità
Differenzia le specie anche nelle coinfezioni
Fondamentale per conferma in casi con RDT negativi ma sospetto clinico elevato
Real-time PCR e PCR digitale droplet (ddPCR) per monitoraggio resistenze
LAMP (Loop-mediated isothermal amplification)
Test molecolare rapido, non richiede termociclatore
Crescente utilizzo in contesti a risorse limitate
Diagnosi di resistenza
Genotipizzazione molecolare per mutazioni K13 (P. falciparum), Kelch13, plasmepsina II/III
Fenotipizzazione in vitro (RSA – Ring-stage Survival Assay)
TRATTAMENTO
I plasmodi sono diventati fortemente resistenti a quasi tutti i farmaci che sono stati prodotti per combatterli, così come a numerosi insetticidi utilizzati per disinfestare le zone malariche. La resistenza alla clorochina, l’antimalarico meno costoso e più diffuso, è ormai comune in tutta l’Africa sudorientale. In queste stesse zone si è ormai affermata una forma di resistenza anche ad un altro farmaco, alternativo alla clorochina e altrettanto economico, la sulfadossina-pirimetamina. Molti Paesi sono così costretti a utilizzare nuove combinazioni di farmaci molto più costosi. Una rapida risposta all’insorgenza, con trattamento farmacologico con i farmaci più recentemente sviluppati e dati in combinazione, in alternativa alle monoterapie tradizionali, può ridurre significativamente il numero di morti. L’uso esteso e poco controllato di terapie a base di chinolina e di antifolati ha contribuito ad aumentare lo sviluppo delle resistenze. Nell’ultima decade, un nuovo gruppo di antimalarici, diversi composti combinati dell’artemisinina (ATCs), stanno dando ottimi risultati terapeutici anche nell’arco di una settimana, con riduzione della presenza di plasmodio e quindi della sua capacità di trasmissione e miglioramento dei sintomi della malaria.
TERAPIA
Principi generali
Il trattamento deve essere iniziato rapidamente dopo diagnosi confermata
Identificare la specie infettante e la provenienza geografica (per orientare la probabilità di resistenza)
Valutare gravità clinica: malaria non complicata vs malaria grave/complicata
Considerare sempre gravidanza, età, coinfezioni, controindicazioni
Trattamento malaria non complicata da P. falciparum
Terapie di combinazione a base di artemisinina (ACT) — prima linea OMS
ACT
Schema
Note
Artemether/lumefantrina (Coartem®, Riamet®)
3 giorni
Prima linea in molti paesi africani
Artesunate/amodiaquina
3 giorni
Africa occidentale
Artesunate/meflochina
3 giorni
Asia Sud-Est
Artesunate/sulfadossina-pirimetamina
3 giorni
Alcune aree Africa/Asia
Diidroartemisinina/piperachina (Eurartesim®)
3 giorni
Ottima efficacia, in crescita
Artesunate/pyronaridina (Pyramax®)
3 giorni
Approvato EMA; in espansione
Trattamento malaria grave
Artesunato EV/IM — GOLD STANDARD
Dose: 2.4 mg/kg EV a 0, 12, 24 ore, poi ogni 24 ore
Superiore alla chinina EV in RCT (studio AQUAMAT, SEAQUAMAT)
Approvato EMA, FDA, disponibile in Italia (uso ospedaliero)
Dopo stabilizzazione clinica → completare con ACT orale (3 giorni)
Chinina EV — alternativa quando artesunato non disponibile
Usata in associazione con doxiciclina o clindamicina
Senza trattamento degli ipnozoiti → recidive fino a 3–5 anni
Resistenza all’artemisinina — situazione 2026
Storia e diffusione
La resistenza parziale all’artemisinina (P. falciparum) è mediata principalmente da mutazioni nel gene Kelch13 (K13), in particolare la variante C580Y, che compromette l’efficienza dell’artemisinina sugli stadi anulari del parassita.
Situazione geografica attuale (2026)
Asia Sud-Est (Grande Mekong):
Resistenza parziale all’artemisinina consolidata in Cambogia, Laos, Myanmar, Vietnam, Tailandia
Fallimento terapeutico della triplice terapia: resistenza combinata anche alle partner drugs (meflochina, piperaquina, lumefantrina)
Cambogia: resistenza a DHA/Piperaquina >50% in alcune aree; artesunate/meflochina ancora efficace
TRAT (Triple Artemisinin-based Combination Therapy): in sperimentazione come risposta alla multi-resistenza → artesunate + meflochina + piperaquina (fase III in corso)
Africa (NUOVO — emergenza prioritaria 2026):
Mutazioni K13 validate (C580Y, R539T, M476I) rilevate in Uganda, Rwanda, Eritrea, Tanzania, Horn of Africa
Efficacia ACT ancora superiore a 90% nella maggior parte dei paesi africani, ma trend in deterioramento in Uganda orientale
OMS ha dichiarato emergenza di sanità pubblica per la diffusione della resistenza in Africa nel 2024
Sorveglianza molecolare intensificata tramite rete ICEMR e WHO-SEARO/AFRO
South America:
Bassa-moderata efficacia delle ACT in alcune aree dell’Amazzonia venezuelana/brasiliana
Mutazioni K13 identificate ma di minore rilevanza clinica rispetto all’Asia al 2026
Nuovi farmaci antimalarici (2025–2026)
Ganaplacide (KAF156) — Novartis
Nuovo meccanismo d’azione: inibizione della proteina PfCARL e della plasmodesinina
Attivo contro ceppi resistenti alle ACT
Fase II completata con buona efficacia; fase III in corso
Non ancora approvato
Cabamiquina (MMV533)
Inibitore della PI4K (P. falciparum phosphatidylinositol 4-kinase)
Attivo su tutti gli stadi del ciclo di vita
Fase IIb completata; promettente in combinazione
Fosmidomicina
Inibitore della via del metileritritolo fosfato (MEP pathway)
Usata in combinazione con clindamicina
Fase II con risultati moderati; ricerca in corso
Ferroquina (SSR97193)
Derivato della clorochina con gruppo ferrocenico → attivo su ceppi cloro-resistenti
In combinazione con artesunato; studi di fase III
SJ733 (UCT943) e altri inibitori PfATP4
Classe degli “spiroindoloni” (cipargamin: già approvato in via sperimentale)
Rapidamente attivi, potenzialmente monoattivi
Fase II
Anticorpi monoclonali terapeutici
In fase precoce di sviluppo come trattamento della malaria grave
TRAT (Triple ACT)
Artesunate + Amodiaquina + Piperaquina: studio WANECAM2 (2023) ha mostrato superiorità rispetto alle ACT standard in Africa occidentale
Considerata la prossima linea di trattamento di fronte all’avanzare delle resistenze
Prevenzione e vaccinazione
Controllo e prevenzione
i fattori che possono favorire lo sviluppo di un’epidemia sono sia naturali, come una variazione climatica o un’inondazione, che antropici, come una guerra o lo sviluppo di opere agricole, di dighe, di miniere o l’incapacità di esercitare un controllo sulla zanzara, il vettore del plasmodio. Grandi movimenti migratori interni a un continente favoriscono ancor più l’esposizione di popolazione vulnerabile al parassita. La combinazione di fattori meteorologici, socioeconomici ed epidemiologici, sia a livello locale che globale, può permettere una previsione del rischio di epidemie, soprattutto se dovute a fattori antropici. Lo studio accurato dei fenomeni epidemici del passato e la costruzione di una rete di monitoraggio e di un database per registrare l’occorrenza e la prevalenza della malaria nelle diverse zone diventano quindi importanti strumenti di prevenzione.
-La protezione dalla puntura degli insetti è la prima precauzione da prendere per prevenire la malaria.
Questo si può attuare mediante una serie di abitudini comportamentali (alla sera e al mattino indossare indumenti ampi che giungano a coprire polsi e caviglie; in certe zone adottare l’impiego di zanzariere che avvolgono il letto durante la notte, meglio se impregnate di insetticida) o mediante l’uso di presidi chimici (repellenti ad uso cutaneo ad esempio a base di DEET, uso di spirali zanzarifughe al piretro, uso di altri piretroidi di sintesi e mediante fornelletti elettrici) o, meglio ancora, a base di sostanze naturali.
La profilassi farmacologica è un mezzo importante per evitare il rischio di contrarre la malaria; il parassita, inoculato dall’insetto vettore, viene ucciso dal farmaco prima di poter esercitare i suoi nefasti effetti sul malcapitato individuo.
Perché possa essere prescritta la profilassi farmacologica più idonea per ogni singolo viaggiatore, è consigliato rivolgersi ad un Centro specializzato in malattie Tropicali o comunque ad un medico esperto nelle stesse. La profilassi farmacologica è strettamente individuale e può variare non solo da persona a persona, ma anche a seconda del Paese visitato, dalla durata della permanenza del viaggiatore nello stesso, nonché dal periodo dell’anno in cui viene effettuato il soggiorno.
Protezione meccanica
la prima difesa da attivare per evitare il rischio malarico consiste nell’evitare le punture delle zanzare. La zanzara femmina di Anopheles, vettore del parassita malarico, usa stimoli termici ed olfattori, ma anche visivi, per localizzare l’ospite da pungere per realizzare il suo pasto a base di sangue. In particolare viene attratta da concentrazioni di anidride carbonica. I colori scuri attirano l’insetto in questione che usa pungere al tramonto e durante le prime ore della notte. Alcuni profumi o fragranze naturali possono attirare le zanzare ed indurle alla puntura. – All’interno di abitazioni: ·la protezione delle finestre con retine trattate con insetticidi e l’utilizzo di zanzariere impregnate con insetticidi sopra i letti può conferire una buona protezione; l’impiego di aria condizionata diminuisce notevolmente il rischio di punture di insetti.
In ambiente esterno
Utilizzare abiti che coprano bene, preferibilmente camicie con maniche lunghe e pantaloni lunghi, in particolare dal tramonto alla sera; consigliabile passare repellenti o insetticidi sui vestiti per diminuire ulteriormente il rischio di puntura.
I repellenti sono sostanze chimiche che allontanano l’insetto:
La maggior parte dei repellenti contiene DEET (N,N-diethyl-methyl-toluomide) sostanza molto attiva in uso da oltre 40 anni. Altri repellenti sintetici sono attivi per circa 3-4 ore e vanno applicati periodicamente (ogni 3 ore circa) durante esposizione a rischio malaria. ·I repellenti non devono essere inalati o ingeriti e sono pericolosi su pelli irritate o sugli occhi. Vanno usati con prudenza nei bambini e mai applicati sulle loro mani perché facili strumenti di contaminazione degli occhi e della bocca. L’acqua può facilmente togliere dalla pelle i diversi tipi di repellenti.
Il repellente va applicato su tutta la parte del corpo scoperta: è provato che le zanzare possano pungere a meno di un centimetro da una zona coperta.
Si sconsiglia l’uso di repellenti chimici
:nei bambini inferiori ad un anno di età;
ai residenti per lunghi periodi (tossicità da accumulo);
alle donne in gravidanza.
E’ invece raccomandato l’uso di repellenti a base di sostanze naturali non nocive quali , ad esempio, il NoZeta Neem
Gli insetticidi
Sono sostanze chimiche che attaccano il sistema nervoso dell’insetto e lo uccidono.
Insetticidi sintetici a base di piretroidi (permetrina, deltametrina ed altre).
Insetticidi naturali a base di piretro (ottenuti dai fiori Crisantenum cineraricefolium).
Il piretro agisce sia come insetticida che come repellente.
Permetrina e deltametrina contenuti in molti insetticidi sono prodotti considerati poco tossici per i soggetti adulti e quindi possono essere utilizzati negli ambienti chiusi anche in presenza di bambini piccoli al di sotto dei due anni di età. Per loro adottare sostanze naturali
L’utilizzo degli insetticidi sui vestiti e sulle zanzariere mantiene la loro efficacia per circa 2-3 mesi . Per gli adulti non è considerato tossico.
Malaria e gravidanza
Le donne che risiedono in aree endemiche possiedono, nella maggior parte dei casi, una semi-immunità; questa può calare temporaneamente durante la gravidanza (con conseguenza anche drammatiche, soprattutto nelle primigravide) e si attenua col tempo negli individui che abbandonano le zone endemiche (scompare dopo 2 anni di distanza). Il rischio di morte da malaria della donna aumenta in gravidanza, il rischio di aborto e di parto di feto morto o aumenta l’incidenza di morte neonatale. Non andare in zone malariche a meno che non sia assolutamente necessario. L’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) consiglia alle donne in gravidanza di non andare in vacanza in aree in cui ci sia trasmissione di P. falciparum clorochino-resistente.
Consigli in gravidanza:
essere molto diligenti nell’uso di misure di protezione contro le punture di zanzare;
utilizzare per profilassi la clorochina e il proguanil;
nelle aree con clorochino-resistenza del P. falciparum si deve usare l’associazione clorochina-proguanil nel primo trimestre di gravidanza; la meflochina può essere utilizzata solamente dal 4° mese di gravidanza in avanti;
non usare la Doxiciclina per profilassi;
cercare immediatamente assistenza medica se si sospetta la malaria e fare l’autotrattamento di emergenza (famaco di scelta è il chinino) solo se non è possibile trovare immediatamente un medico. Si deve ricorrere ad un medico comunque dopo l’autotrattamento.
La malaria e i bambini
I bambini sono considerati soggetti a rischio malaria poiché possono sviluppare forme perniciose che conducono all’exitus in tempi brevi.
Nelle aree endemiche i bimbi sono protetti per i primi 6 mesi dall’immunità passiva materna, data dagli anticorpi ereditati dalla madre, poi si ha una progressiva acquisizione di una “semi-immunità”, per successive esposizioni alle infezioni del plasmodio. Si hanno ricorrenti attacchi di malaria, dall’età di pochi mesi fino a 5-10 anni, prima di raggiungere uno stato di semi-immunità. Molti bimbi soffrono di ritardo di crescita e altri muoiono. Se i bimbi sopravvivono, mantengono la semi-immunità per continue reinfezioni, per tutta la vita, finché risiedono in area endemica. Questa viene considerata tale perché durante la vita si hanno ugualmente ricorrenti episodi di parassitemia, di breve durata e bassa carica, per lo più asintomatici o paucisintomatici (con pochi sintomi).
Non portare i neonati ed i bambini piccoli in aree malariche a meno che non sia assolutamente necessario;
proteggere i bambini dalle punture di zanzare; sono disponibili zanzariere per culle e lettini: tenere i bambini piccoli sotto la protezione di zanzariere nel periodo che va dall’alba al tramonto;
dare la profilassi antimalarica ai bambini ancora allattati al seno e a quelli che sono allattati al biberon poiché essi non sono protetti dalla profilassi che la madre ha eventualmente fatto prima;
la clorochina ed il proguanil possono essere somministrati con sicurezza ai neonati ed ai bambini piccoli. Per la somministrazione i farmaci possono essere indorati con marmellata, banane ed altri cibi;
non dare sulfadossina-pirimetamina o sulfalene-pirimetamina a neonati sotto i tre mesi d’età;
non dare doxiciclina per chemioprofilassi ai bambini sotto gli 8 anni d’età;
tenere tutti i farmaci antimalarici al di fuori della portata dei bambini rinchiusi in contenitori che non possono essere aperti dai bambini stessi. La clorochina è particolarmente tossica per i bambini se si eccede la dose raccomandata;
consultare immediatamente un medico se un bambino sviluppa una malattia febbrile. I sintomi di malaria nei bambini possono non essere tipici cosicché la malaria deve essere sempre sospettata. Nei bambini di età inferiore ai tre mesi la malaria deve essere sospettata perfino in caso di malattia non febbrile;
la febbre in un bambino di ritorno da un viaggio in area malarica dovrebbe essere considerata sintomo di malaria almeno che non sia provato il contrario;
in caso di autotrattamento il chinino può essere somministrato senza limiti di peso o di età. La meflochina può essere utilizzata al di sopra dei 15 Kg di peso.
L’OSM sconsiglia di portare in vacanza neonati e bambini piccoli in aree malariche, in particolare dove vi sia trasmissione di P. falciparum clorochino-resistente.
VACCINAZIONE CONTRO LA MALARIA PEDIATRICA
VACCINI ANTI-MALARICI (aggiornamento 2026) Ancora non esiste il vaccino antimalarico per la popolazione adulta
RTS,S/AS01E (Mosquirix™) — GSK
Meccanismo: vaccino proteico subunitario basato sulla proteina circumsporozoitica (CSP) di P. falciparum, adiuvato con AS01E. Induce risposta immunitaria umorale e cellulare contro lo stadio epatico.
In fase di introduzione nei programmi vaccinali di almeno 12 paesi africani al 2026
Produzione: Serum Institute of India prevede produzione di 100–200 milioni di dosi/anno — elemento cruciale per la scalabilità
Vaccini in fase avanzata di sviluppo (pipeline 2026)
Vaccino
Stadio
Target
Note
PfSPZ (Sanaria)
Fase III
Sporozoiti attenuati irradiati
Alta efficacia in adulti (fino a 80%), logistica complessa (azoto liquido)
BNT111 (BioNTech)
Fase I/II
mRNA – CSP
Prima piattaforma mRNA anti-malarica
ChAd63/MVA ME-TRAP
Fase II
Stadio epatico, trappola+
Vettore virale, Oxford
Vaccino trasmissione-bloccante (TBV)
Fase II
Gametociti/zanzara
Riduce trasmissione nella comunità
Considerazioni pratiche per il viaggiatore
RTS,S e R21 non sono attualmente indicati né disponibili per i viaggiatori adulti non residenti in zone endemiche
Ricerca in corso per estendere l’uso a adulti e viaggiatori
Bibliografia sul vaccino antimalarico
WHO. World Malaria Report 2024. Geneva: World Health Organization; 2024.
Datoo MS, et al. Efficacy and immunogenicity of R21/Matrix-M vaccine against clinical malaria after 2 years’ follow-up in children in Burkina Faso: interim results of a phase 1/2b randomised controlled trial. Lancet Infect Dis. 2022;22(12):1728–1736.
Datoo MS, et al. Efficacy of a low-dose candidate malaria vaccine, R21 in adjuvant Matrix-M, with seasonal administration to children in Burkina Faso: a randomised controlled trial. Lancet. 2021;397(10287):1809–1818.
WHO. Malaria vaccine: WHO position paper — March 2022. Wkly Epidemiol Rec. 2022;97(9):57–76.
Olotu A, et al. Seven-Year Efficacy of RTS,S/AS01 Malaria Vaccine among Young African Children. N Engl J Med. 2016;374:2519–2529.
Minassian AM, et al. Reduced blood-stage malaria growth and immune correlates in humans following RTS,S/AS01 vaccination. JCI Insight. 2021;6(9).
Nunes-Cabaço H, et al. Five-year follow-up of PfSPZ Vaccine against Plasmodium falciparum. NPJ Vaccines. 2022;7:44.
GAVI. Malaria vaccine supply and introduction. 2024. Disponibile su: www.gavi.org
PATH Malaria Vaccine Initiative. R21/Matrix-M program updates 2024. www.path.or
Notizie e bibliografia vaccino antimalarico
Notizie Dalle esperienze vissute nelle diverse aree tropicali una valutazione ed un parere personale sulla approvazione del nuovo vaccino per la malaria, (clicca per leggere l’articolo) Bibliografia
Dagli studiosi ed esperti dell’Organizzazione Mondiale della Sanità
MEDICINA TRADIZIONALE E CURA DELLA MALARIA NEI DIVERSI CONTINENTI
Premessa
La medicina tradizionale ha avuto — e continua ad avere — un ruolo fondamentale nella gestione della malaria nelle comunità rurali di tutto il mondo. In molte regioni endemiche, la prima risposta alla febbre malarica avviene ancora attraverso rimedi erboristici e pratiche tradizionali, spesso prima dell’accesso alle strutture sanitarie. L’OMS (WHO Traditional Medicine Strategy 2019–2025) riconosce l’importanza di integrare le medicine tradizionali nei sistemi sanitari, garantendone sicurezza ed efficacia.
Africa
Africa Occidentale e Centrale
Artemisia annua (Qing Hao): reintrodotta anche in Africa attraverso programmi ONG; foglie consumate in infuso; controversa per dosaggio inconsistente; l’OMS sconsiglia l’uso di A. annua non estratta come alternativa alle ACT
Cryptolepis sanguinolenta (Ghana, Nigeria): alcaloide criptolepsina con provata attività antimalarica in vitro e in vivo; alcuni studi clinici fase II mostrano efficacia paragonabile alla clorochina per malaria non complicata
Neem (Azadirachta indica): foglie in decotto, largamente usate in Africa occidentale; attività antiparassitaria dimostrata in studi di laboratorio
Moringa oleifera: foglie e semi usati come antipiretico
Carica papaya (foglie): estratti usati per febbre malarica e trombocitopenia; studi preliminari su aumento delle piastrine
Riti di purificazione spirituale, uso di amuleti e intervento degli guaritori tradizionali (féticheurs, marabout): ancora diffusi come componente rituale-religiosa del trattamento
Africa Orientale
Warburgia ugandensis: corteccia usata in Uganda e Kenya come antipiretico/antimalarico
Vernonia amygdalina (“foglia amara”): largamente usata in Kenya, Tanzania, Uganda; estratti etanolici mostrano attività anti-Plasmodium in studi preclinici
Ocimum suave: infuso di foglie; uso tradizionale come antipiretico
Artemisia annua: la fonte originale dell’artemisinina, usata nella medicina cinese tradizionale (MTC) da 2.000 anni come “Qing Hao”; la ricercatrice Tu Youyou isolò l’artemisinina da questa pianta nel 1972 (Premio Nobel 2015)
Andrographis paniculata (India, Tailandia): “re dei rimedi amari”; andrografolide con proprietà antiprotozoali documentate
Swertia chirata: amaro hepatoprotettivo, tradizionalmente usato per febbre malarica
Pratiche: digiuno, somministrazione di erbe amare, purificazione secondo i principi tridosha
Cina — Medicina Tradizionale Cinese (MTC)
Changshan (Dichroa febrifuga): febrifugina, alcaloide antiplasmoidale; usato per 2000 anni; ancora studiato per attività su P. falciparum resistente
Qing Hao (Artemisia annua): come sopra, fonte dell’artemisinina moderna
Agopuntura e cupping: usati come supporto sintomatologico
America Latina
Quina (Corteccia di China, Cinchona spp.): il contributo più importante della fitoterapia tradizionale alla farmacologia moderna; i Quechua peruviani usavano la corteccia essiccata contro la febbre; i gesuiti la portarono in Europa nel XVII secolo; la chinina fu isolata nel 1820 da Pelletier e Caventou
Artemisia absinthium e A. annua: utilizzate in diverse comunità amazzoniche come antimalarico empirico
Uncaria tomentosa (Uncaria, “Garra del gatto”): Amazzonia peruviana; immunomodulatore, studi preclinici su Plasmodium
Petiveria alliacea: Bolivia, Brasile; radici con attività antipiretica tradizionale
Bidens pilosa: Brasile; estratti mostrano attività antiprotozoale in modelli murini
Curanderos e Chamanes: figure centrali nella medicina tradizionale amazzonica; integrano cerimonie spirituali con uso di piante medicinali nel trattamento della febbre malarica
Oceania
Papua Nuova Guinea
Piper methysticum (Kava): uso cerimoniale e medicinale
Carica papaya e Morinda citrifolia (Noni): usi tradizionali antipiretico/antimalarici
Pratiche di guarigione tribali con piante locali non ancora completamente catalogate
Integrazione OMS e prospettive di ricerca
L’OMS ha avviato programmi di:
Farmacopea delle piante medicinali africane: raccolta e standardizzazione dei rimedi tradizionali
Programma AFRO-TM: ricerca sull’integrazione delle medicine tradizionali per la malaria
Posizione OMS su Artemisia: sconsiglia l’uso di foglie non estratte per il rischio di dosi subterapeutiche e sviluppo di resistenza; supporta invece la ricerca su nuovi estratti standardizzati
Il caso paradigmatico: l’artemisinina — oggi farmaco standard — deriva direttamente dalla medicina tradizionale cinese. Questo modello di “bioprospecting” rimane un punto di riferimento per la ricerca futura.
La Giornata Mondiale contro la Malaria, istituita nel 2007 dagli Stati membri dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, si celebra ogni anno il 25 aprile. Questa ricorrenza rappresenta un momento fondamentale per richiamare l’attenzione globale su una delle malattie infettive più diffuse e ancora oggi tra le principali cause di morte nei Paesi a basso reddito.
Negli ultimi decenni, la lotta contro la malaria ha registrato progressi significativi. Dal 2000, grazie a strategie di prevenzione, diagnosi precoce e trattamento, la mortalità globale si è ridotta di circa il 60%, con oltre 6 milioni di vite salvate. Strumenti come le zanzariere trattate con insetticidi, i test diagnostici rapidi e i farmaci antimalarici hanno avuto un ruolo determinante in questo miglioramento.
Nonostante questi risultati incoraggianti, la malaria continua a rappresentare una minaccia globale. Ogni anno si stimano circa 214 milioni di nuovi casi e oltre 400.000 decessi, con un impatto particolarmente grave nell’Africa subsahariana e nel Sud-est asiatico. I bambini sotto i cinque anni e le donne in gravidanza restano i gruppi più vulnerabili: si stima che circa tre quarti delle morti per malaria riguardino proprio i più piccoli. Ancora oggi, questa malattia uccide un bambino ogni due minuti.
A livello globale, circa 3,2 miliardi di persone – quasi la metà della popolazione mondiale – vivono in aree a rischio, distribuite in circa 97 Paesi. In molte di queste regioni, milioni di individui non hanno accesso adeguato a servizi essenziali per la prevenzione e la cura, evidenziando profonde disuguaglianze sanitarie.
In Europa, e in particolare in Italia, la malaria è stata debellata: nel nostro Paese la trasmissione è stata interrotta nel 1970 e nel 2016 l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha certificato l’eliminazione della malattia in tutta la regione europea. Tuttavia, il rischio resta per i viaggiatori diretti verso aree endemiche, rendendo fondamentale la prevenzione e l’informazione sanitaria.
La Giornata Mondiale contro la Malaria è anche un’occasione per ribadire gli obiettivi ambiziosi fissati dalla strategia globale dell’OMS per il periodo 2016-2030. Tra questi:
riduzione del 90% dei nuovi casi di malaria
riduzione del 90% della mortalità
eliminazione della malaria in almeno 35 Paesi
prevenzione della reintroduzione nei Paesi dove è stata eliminata
Questi traguardi riflettono una visione chiara: un mondo libero dalla malaria. Tuttavia, raggiungerli richiede un impegno costante e coordinato a livello internazionale, con investimenti sostenuti, rafforzamento dei sistemi sanitari e accesso equo agli strumenti di prevenzione e cura.
In conclusione, sebbene la malaria sia oggi prevenibile, diagnosticabile e trattabile, resta una delle grandi sfide della medicina tropicale. La sua eradicazione non è ancora realtà, ma i progressi dimostrano che, con strategie integrate e una forte cooperazione globale, l’obiettivo è raggiungibile.
⚠️ Stagione delle zecche iniziata — Le zone a rischio si stanno espandendo. Scopri come proteggerti →
Allarme Scout · Stagione 2026
Boschi bellissimi. Zecche pericolose.
Per capi scout, genitori ed esploratori: l'encefalite da zecche (TBE) è una malattia grave e prevenibile. Chi frequenta la natura è tra i soggetti più esposti.
L'attività scout per sua natura porta ragazzi e adulti esattamente negli ambienti dove le zecche vivono e prosperano. Riconoscere il rischio è il primo passo per proteggersi.
🏕️
Campeggi e bivacchi
Dormire all'aperto in aree boschive o erbose aumenta significativamente il tempo di esposizione alle zecche, soprattutto nelle ore notturne.
🌲
Escursioni in boschi e foreste
Sentieri, sottobosco, erba alta: habitat ideale per le zecche. Le attività scout si svolgono spesso nelle zone a più alta densità di zecche infette.
🍄
Raccolta di legna, funghi, erbe
Attività tipicamente scout che richiedono contatto diretto con vegetazione bassa, tronchi caduti e fogliame — luoghi preferiti dalle zecche.
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Cicloturismo e orienteering
Percorrere sentieri in mountain bike o durante gare di orienteering espone a contatto ripetuto con la vegetazione ai lati dei percorsi.
🗺️
Viaggi in aree endemiche
Campi estivi in Trentino, Friuli, Veneto o all'estero in Austria, Slovenia, Paesi Baltici — tutte zone ad alta endemia TBE.
👨👩👧
Capi scout e genitori
Anche gli adulti che accompagnano i ragazzi sono pienamente esposti. Il rischio non riguarda solo i giovani esploratori.
Il pericolo
La zecca che non si vede
L'encefalite da zecche (TBE — Tick-Borne Encephalitis) è causata da un virus trasmesso principalmente dalla zecca comune europea Ixodes ricinus. La puntura è indolore e spesso passa inosservata.
"Chi frequenta boschi, prati e campeggi è tra i soggetti più a rischio in assoluto nei confronti delle conseguenze delle punture di zecca."
— Dr. Paolo Meo, Medico Tropicalista e Infettivologo
A differenza della malattia di Lyme — per cui esiste terapia antibiotica — l'encefalite da zecche non ha una cura specifica. L'unica protezione efficace è la prevenzione: il vaccino.
Come progredisce
Le fasi della malattia
La TBE evolve spesso in due fasi distinte. Riconoscerle può fare la differenza.
7–14giorni
Incubazione
Dopo la puntura della zecca, il virus si replica in silenzio. Nessun sintomo evidente. Questa finestra è il momento ideale in cui il vaccino — se somministrato preventivamente — ha già esercitato la sua protezione.
Fase 1settimana
Prima fase influenzale (≈1 settimana)
Febbre, cefalea, dolori muscolari, astenia — sintomi simil-influenzali. Nel 70-80% dei casi la malattia si ferma qui e guarisce spontaneamente. Nel restante 20-30% si procede alla seconda fase.
Fase 2grave
Seconda fase neurologica (potenzialmente grave)
Meningite, encefalite, mielite. Sintomi neurologici gravi: paralisi, disturbi del linguaggio, tremori, coma. Fino al 30% dei pazienti con coinvolgimento del SNC riporta danni neurologici permanenti. La mortalità arriva all'1–2%.
Distribuzione geografica
Dove si rischia: Italia, Europa e oltre
La distribuzione geografica del TBE è in costante espansione — le zone a rischio si allargano ogni anno verso nuove aree, comprese regioni storicamente considerate sicure.
🇮🇹 Italia: zone ad alto rischio
Friuli-Venezia Giulia — Area di endemia storica e ben documentata
Veneto — Alpi Bellunesi — Zone montane con alta densità di zecche infette
Trentino-Alto Adige — Frequente meta di campi scout estivi
Emilia-Romagna — Segnalazioni in aumento nelle zone appenniniche
Lazio — Casi sporadici documentati in aree boscose
🌍 Europa e Asia: zone endemiche
Austria — Una delle più alte incidenze in Europa; vaccinazione diffusa
Germania, Svizzera — Baviera e regioni alpine ad alta endemia
Slovenia, Croazia — Mete estive popolari per campi scout
Russia fino alla Siberia, Asia orientale — Sottotipo siberiano e dell'Estremo Oriente
⚠️ Attenzione: La lista delle zone a rischio si aggiorna ogni anno. Se il vostro campo scout si trova in una delle regioni citate — o in aree limitrofe — la vaccinazione è fortemente raccomandata per tutti i partecipanti, capi inclusi.
La soluzione
Il vaccino TBE: sicuro ed efficace
Il vaccino contro l'encefalite da zecche è disponibile, sicuro, ben tollerato e altamente efficace. È l'unica misura che protegge davvero dal rischio neurologico.
1
Prima dose — subito
Si può iniziare il ciclo vaccinale in qualunque momento dell'anno. Prima si inizia, prima si è protetti.
2
Seconda dose — dopo 1-3 mesi
Dopo la seconda dose si raggiunge un buon livello di protezione (≈90%). Ideale prima dell'estate o di un campeggio in zona endemica.
3
Terza dose — dopo 5-12 mesi
Completa il ciclo primario. La protezione supera il 95% e dura 3–5 anni. Poi basta un richiamo.
↺
Richiami periodici
Un booster ogni 3–5 anni mantiene la protezione nel tempo. Esiste uno schema accelerato per chi deve partire in fretta.
Prevenzione sul campo
Protezione in natura: regole d'oro per gli scout
Il vaccino è la protezione principale, ma abbinarlo a comportamenti corretti riduce ulteriormente il rischio di puntura.
👕
Vesti lungo
Pantaloni lunghi infilati nei calzini, maniche lunghe. Le zecche si arrampicano dal basso verso l'alto.
🧴
Repellente DEET
Applica repellente a base di DEET (20–30%) su pelle esposta e sulla parte esterna dei vestiti.
🔍
Ispezione al rientro
Controlla accuratamente il corpo a fine giornata: ascelle, inguine, dietro le orecchie, cuoio capelluto.
🦟
Rimozione corretta
Usa pinzette a punta fine, afferra la zecca vicino alla pelle, estrai con trazione verticale regolare. Non torcere.
📍
Sentieri aperti
Cammina al centro del sentiero. Evita di sfiorare erba alta, felci e arbusti ai bordi del percorso.
🏥
Monitora dopo la puntura
Se dopo 7–14 giorni da una puntura compare febbre, malessere o eritema, consulta subito un medico.
Chi ti consiglia
Un esperto al tuo fianco
👨⚕️
Dr. Paolo Meo
Medico Tropicalista · Infettivologo · Direttore Clinica del Viaggiatore
Specialista in malattie infettive e medicina tropicale, il Dr. Meo dirige la Clinica del Viaggiatore (Cesmet Artemisia) a Roma. Con anni di esperienza in medicina del viaggio, segue l'epidemiologia delle malattie trasmesse da vettori in Italia, Europa e nelle aree tropicali. Offre consulenze per vaccinazioni, profilassi e protezione specifica per attività all'aperto, campi scout e spedizioni internazionali.
Non aspettare la prossima estate. Vaccinati adesso.
Contatta la Clinica del Viaggiatore per prenotare la tua vaccinazione TBE. Proteggi te, i tuoi ragazzi e la tua squadra.
Le zecche non aspettano più la primavera — e nemmeno tu dovresti aspettare per vaccinarti.
È già metà marzo e un dottore forestale fiorentino, Alberto Biffoli, si ritrova con quindici zecche addosso in due giorni di lavoro in bosco. Non in una macchia mediterranea subtropicale, non a bassa quota, non in estate: siamo oltre i 1000 metri, tra Emilia-Romagna e Toscana, in una fustaia di conifere con scarso sottobosco. Suo figlio, pur meno esposto, ne conta comunque quattro il primo giorno, cinque o sei il secondo. Una delle zecche ha morso Biffoli addirittura oltre due giorni dopo una doccia.
La specie identificata è Ixodes ricinus, la famigerata “zecca dei boschi”: il vettore principale della borreliosi di Lyme e, soprattutto, della meningoencefalite da zecca (TBE), malattia neurologica grave e potenzialmente invalidante. La presenza massiccia in una zona ad alta quota e con basso sottobosco è insolita persino per un esperto del settore: “Erano anni che non ne trovavo tante”.
Un dato che non lascia spazio all’ottimismo: i cambiamenti climatici stanno anticipando e ampliando geograficamente la stagione di attività delle zecche, rendendole un rischio concreto anche dove e quando non ce lo aspettiamo. Scout, escursionisti, boscaioli, fungaioli, pastori, e agricoltori, amanti della montagna — chiunque frequenti ambienti naturali è esposto.
Il repellente aiuta, ma non basta. L’unica protezione realmente efficace contro la TBE è il vaccino: iniziare il ciclo ora significa essere coperti in tempo per la primavera e l’estate, quando il rischio esplode.
Non aspettare che sia troppo tardi.
cosa fare per proteggerti: 1. chiedi una consulenza con il dr. Paolo Meo, per approfondire la questione delle zecche e prepararti alle tue vacanze, o capire come lavorare in sicurezza (scrivi a seg.cesmet@gmail.com)
2. chiedi di effettuare la vaccinazione per la TBE, presso il POLO VIAGGI, Cesmet – Artemisia . PRENOTA SUBITO la tua prima dose
La stagione a rischio è già alle porte. Sei più esposto se fai:
escursioni in boschi o foreste, attività agricole o forestali, campeggio, raccolta funghi, cicloturismo, caccia viaggi in aree endemiche.
Dove rischi:
Italia,
le zone ad alto rischio sono le regioni nord-orientali — Friuli-Venezia Giulia, Veneto (Alpi bellunesi) e Trentino-Alto Adige — con segnalazioni sporadiche anche in Emilia-Romagna e Lazio. Europa Europa centro-orientale, Paesi Baltici, Scandinavia, Austria, Germania, Polonia, Repubblica Ceca, Ungheria (in particolare la Transdanubiana), Slovenia. I dati 2026 confermano una tendenza in espansione verso nord-ovest e sud-ovest del continente. Mondo Siberia, Russia, Cina settentrionale, Giappone, Corea
(sottotipi Siberiano e dell’Estremo Oriente, con maggiore virulenza).
Cos’è la TBE e perché è pericolosa
L’Encefalite da Zecca (TBE – Tick-Borne Encephalitis) è una malattia virale grave che colpisce il sistema nervoso centrale — cervello, meningi e midollo spinale. Si trasmette principalmente attraverso il morso di zecche infette del genere Ixodes, attive da marzo a novembre, con picchi in primavera e inizio estate. La malattia può manifestarsi in forma bifasica:
Fase 1 (simil-influenzale): febbre, cefalea, dolori muscolari, malessere generale
Fase 2 (neurologica): meningite, encefalite, paralisi, in alcuni casi esiti permanenti
I dati italiani mostrano che il 18% dei casi sviluppa sequele neurologiche permanenti e circa il 28,5% sequele temporanee. La malattia non ha terapia antivirale specifica: la prevenzione è l’unica arma efficace.
VACCINATI !
Il vaccino disponibile In Italia è disponibile TicoVac® (Pfizer) in formulazione adulti (0,5 mL) e pediatrica (0,25 mL per bambini fino a 15 anni),
con oltre 100 milioni di dosi somministrate nel mondo.
⏰ Perché iniziare ADESSO il ciclo vaccinale
Le zecche sono già attive da marzo. Il ciclo vaccinale completo richiede tre dosi somministrate nell’arco di alcuni mesi: Dose Tempistica 1ª doseOggi — giorno 0 2ª doseDopo 1–3 mesi (oppure 14 giorni in caso di urgenza) 3ª dose Dopo 5–12 mesi dalla seconda dose
Chi inizia ora in marzo sarà immunizzato con le prime due dosi entro aprile–maggio, ovvero prima del picco stagionale di attività delle zecche. Aspettare significa esporsi senza protezione.
Per chi è già vaccinato in precedenza: < 60 anni: richiamo ogni 5 anni (il primo a 3 anni dal ciclo primario) ≥ 60 anni: richiamo ogni 3 anni
A chi è consigliata la vaccinazione
✅ Residenti e lavoratori in zone boschive/rurali endemiche
✅ SCOUT, Viaggiatori diretti in zone a rischio in Italia, Europa e Asia ✅ Escursionisti, campeggiatori, trekker, ciclisti, cacciatori, raccoglitori di funghi ✅ Militari, forestali, agricoltori, veterinari con esposizione professionale ✅ Bambini da 1 anno in su che frequentano ambienti naturali a rischio
In Friuli-Venezia Giulia e Trentino-Alto Adige la vaccinazione è gratuita per i residenti
Cosa è successo in Inghilterra? perché riguarda tutti noi? e perché vaccinarsi può salvarci la vita?
Immagina di uscire una sera con gli amici, ballare in discoteca, tornare a casa stanchi ma felici. Tre giorni dopo sei in terapia intensiva. Non è la trama di un film dell’orrore. È esattamente quello che è successo a Canterbury, nel Kent, in Inghilterra, nel marzo 2026. L’EPIDEMIA CHE NEL MARZO 2026 HA SCONVOLTO IL REGNO UNITO
Tra il 5 e il 7 marzo 2026, un gruppo di studenti universitari ha frequentato il Club Chemistry, una discoteca nel centro di Canterbury. Nei giorni successivi, molti di loro hanno cominciato a sentirsi male. Quello che sembrava un banale stato influenzale si è rivelato qualcosa di molto più grave: meningite da meningococco TIPO B. In pochi giorni si sono registrati oltre 20 casi, con 2 morti — tra cui Juliette, una studentessa di 18 anni, e un ragazzo di 21 anni iscritto all’Università del Kent.
Il vice-direttore medico per l’Inghilterra, il dottor Thomas Waite, ha dichiarato: “È di gran lunga l’epidemia a crescita più rapida che abbia mai visto nella mia carriera.” Le autorità sanitarie britanniche hanno distribuito d’urgenza oltre 2.500 dosi di antibiotici in prevenzione e avviato una campagna di vaccinazione per meningococco B di emergenza per oltre 5.000 studenti universitari residenti nei dormitori del campus universitario.
Questo episodio non è stato un caso isolato. È un promemoria brutale che la meningite batterica esiste, colpisce forte e colpisce soprattutto i giovani. E soprattutto è diffuso ovunque, in Europa ed in tutto il mondo. LA DISCOTECA NON È SOLO DIVERTIMENTO: È UN RISCHIO BIOLOGICO
Suona forte, ma è la realtà. In un locale affollato, con aria ricircolata, urla, baci, bicchieri condivisi e migliaia di goccioline respiratorie sospese nell’aria, la trasmissione del meningococco — così come di altri patogeni — è facilitata in modo significativo. L’epidemia di Canterbury ne è la dimostrazione più drammatica e recente.
Questo non significa smettere di uscire. Significa essere consapevoli, vaccinarsi, e sapere cosa fare se qualcosa non va.
PRENOTA LA TUA VACCINAZIONE
Scrivi a seg.cesmet@gmail.com richiedendo le vaccinazioni per i 4 tipi di maningococco ACWY, oppure per meningococco B.
Se vuoi richiedi una consulenza con me, dr. Paolo Meo, per sapere come comportarti. Ti ricordo che parte del tuo contributo, per la consulenza richiesta, è destinato ai nostri programmi di cooperazione in Kenya.
PERCHÉ I GIOVANI SONO I PIÙ A RISCHIO
Il meningococco — il batterio Neisseria meningitidis — vive normalmente nella gola e nel naso di molte persone senza causare alcun sintomo. Il fenomeno del portatore sano è diffuso. Si stima che tra il 10 e il 25% della popolazione sia portatore sano del batterio. Il problema esplode quando le condizioni sono favorevoli alla trasmissione: ambienti affollati, aria condivisa, contatti ravvicinati e prolungati.
Le università, le mense, le palestre, le case condivise e — soprattutto — le discoteche sono ambienti perfetti per la diffusione. I giovani che si trasferiscono per la prima volta lontano da casa incontrano in poco tempo centinaia di nuove persone, ognuna con la propria flora batterica. Il sistema immunitario, per quanto giovane e reattivo, si trova improvvisamente esposto a ceppi batterici mai incontrati prima. Aggiungete a questo le notti brevi, l’alcol, lo stress degli esami, e avete tutti gli ingredienti per un’infezione che può sfuggire di mano. I SINTOMI: COME RICONOSCERE IL PERICOLO
Qui sta il vero problema: all’inizio la meningite assomiglia a un’influenza, o ad un postumo da sbornia, oppure ad un semplice mal di testa. Ed è per questo che è così pericolosa, perché ci si mette a letto sperando di star meglio, mentre il batterio sta già invadendo il sangue e poi il sistema nervoso centrale.
I segnali d’allarme da non ignorare mai sono:
• Febbre alta a insorgenza rapida
• Mal di testa intenso e progressivo, diverso dal solito;
• Rigidità del collo (difficoltà a piegare la testa in avanti);
• Fotofobia: fastidio alla luce;
• Nausea e vomito;
• Mani e piedi gelati nonostante la febbre;
• Confusione, sonnolenza eccessiva, difficoltà a svegliarsi;
• Eruzione cutanea con macchie rosso-violacee che non scompaiono premendo un bicchiere di vetro sulla pelle — questo è il segnale più grave, indica una sepsi in corso
Una “Regola d’oro”: Se un amico va a letto sentendosi male, controllalo ogni ora. Non aspettare. Se compare uno di questi sintomi, chiama il 118. La meningite batterica può uccidere in meno di 24 ore dall’inizio dei sintomi. Il tempo è tutto. DIAGNOSI E TERAPIA: OGNI ORA CONTA
La diagnosi è clinica considerando in modo opportuno i sintomi premonitori e la conferma avviene in ospedale attraverso la rachicentesi (prelievo del liquido cerebrospinale), gli esami del sangue con emocolture e test rapidi di biologia molecolare per identificare il ceppo batterico. Spesso però, in presenza di un quadro clinico fortemente suggestivo, la terapia antibiotica viene avviata immediatamente, prima ancora della conferma di laboratorio — perché aspettare può costare la vita.
Il trattamento si basa su antibiotici per via endovenosa ad alte dosi (cefalosporine di terza generazione come il ceftriaxone), supporto intensivo con fluidi, ossigeno e, nei casi più gravi, ricovero in terapia intensiva. Nonostante le cure ottimali, la mortalità della meningite batterica resta tra il 5 e il 10%, e circa il 20% dei sopravvissuti riporta sequele permanenti: sordità, amputazioni per necrosi, danni neurologici. Non è una malattia da sottovalutare. La nostra campionessa Bebe Vio ne è uno degli esempi più evidenti.
Bebe Vio è la campionessa che ha sfidato la meningite B. Nata a Venezia il 4 marzo 1997, è una schermitrice paralimpica specializzata nel fioretto. Il 20 novembre 2008, a soli 11 anni, viene colpita da una meningite fulminante da meningococco B che le causa un’infezione così estesa da rendere necessaria l’amputazione di tutti e quattro gli arti. E un anno prima i medici le sconsigliarono proprio il vaccino per la meningite di tipo B. I VACCINI: LA VERA DIFESA
E allora perché non proteggersi prima? Esiste un vaccino. Anzi, ne esistono diversi:
• Vaccino MenACWY: protegge dai sierogruppi A, C, W e Y. In Italia è raccomandato e offerto gratuitamente negli adolescenti. In UK è già da anni nel calendario vaccinale scolastico. I sierogruppi sono presenti in tutto il mondo. Opportuno nei viaggiatori internazionali che avranno contatti in ambienti chiusi.
• Vaccino MenB: protegge dal sierogruppo B, il più frequente in Europa tra i giovani adulti — esattamente quello che ha causato l’epidemia del Kent. In Italia è disponibile (Bexsero® o Trumenba®) ma spesso poco conosciuto e poco richiesto.
Il problema è che il vaccino MenACWY non protegge dal MenB. E il MenB è il ceppo dominante nei paesi europei tra i 15 e i 25 anni. Molti ragazzi pensano di essere protetti perché hanno fatto il vaccino a scuola, ma non è così.
La copertura vaccinale per il MenB è ulteriormente calata dopo la pandemia COVID-19, lasciando intere coorti di giovani adulti vulnerabili. La buona notizia è che il vaccino è sicuro, efficace e può essere fatto a qualsiasi età.
COSA FARE SE SEI UNO STUDENTE, UN FREQUENTATORE DI LOCALI, UN GIOVANE
Non serve aspettare un’epidemia. La prevenzione si fa prima. Ecco le azioni concrete:
1. Controlla il tuo stato vaccinale. Hai fatto il Meningococco ACWY? E il Meningococco B? Se non sei sicuro, non esitare a chiedere di effettuare le vaccinazioni.
2. Vaccinati prima di andare all’università. È il momento di massima esposizione al rischio.
3. Conosci i sintomi. Stampali mentalmente. Condividili con i tuoi amici.
4. Se un amico sta male — davvero male — non aspettare. Meglio chiamare il 118 per un falso allarme che trovarlo la mattina in uno stato critico.
5. Non ignorare la febbre alta dopo una serata in discoteca. Non è sempre la sbornia.
Le polmoniti batteriche, tra le cui cause lo Streptococcus pneumoniae (pneumococco) domina le statistiche, rappresentano una seria minaccia per gli individui più deboli e fragili, con quasi 700.000 casi annui negli anziani italiani e migliaia di decessi. Queste polmoniti hanno fattori di aggravamento come l’influenza ed altri virus in coinfezione e l’antibiotico-resistenza come situazione pericolosa nella diminuzione della sensibilità terapeutica.
Per questi motivi la vaccinazione preventiva è lo strumento più efficace per ridurre il rischio di polmonite, di sepsi sistemica e di meningite pneumococcica, da proporre particolarmente nei gruppi di soggetti vulnerabili.
Il Problema delle Polmoniti Batteriche
Il pneumococco causa il 15-20% delle polmoniti negli adulti, con una incidenza del 30-40% negli over 65, e nel 2022 ha registrato 1.026 casi invasivi in Italia, in aumento nel periodo post-Covid rispetto agli anni precedenti. Queste infezioni portano a circa 10.000 ospedalizzazioni annue negli anziani e complicanze gravi come sepsi (15-20%) o meningite (12%). La prevenzione vaccinale riduce significativamente l’impatto, coprendo i sierotipi più aggressivi, responsabili del 76% delle malattie invasive negli over 65.
Questi i diversi tipi di Vaccini disponibili in Italia
In Italia sono autorizzati diversi vaccini antipneumococcici, classificati in: coniugati (PCV) per bambini e adulti, polisaccaridici (PPSV23) per richiami adulti.
Il Piano Nazionale Prevenzione Vaccinale (PNPV 2023-2025) raccomanda la vaccinazione per over 65 anni e adulti >18 con comorbidità.
Bambini: Routine dal 3° mese(3 dosi PCV15/PCV20 + richiamo), prioritari <5 anni.
Adulti sani: ≥65 anni, dose unicaPCV20/PCV21.
Gruppi a rischio: >18 anni con cardiopatie, BPCO, diabete, cirrosi, alcolismo, immunodepressione, asplenia, fumo; sequenza PCV15 + PPSV23 (intervallo ≥1 anno).
Viaggiatori: Consigliata per aree ad alta endemicità o viaggi a rischio.
Per over 65 non vaccinati, preferire PCV20/21; richiami ogni 5-10 anni in immunocompromessi.
Perché Vaccinarsi Ora
La vaccinazione antipneumococcica previene fino al 76% delle polmoniti invasive negli adulti e riduce le ospedalizzazioni, integrandosi con i vaccini anti-influenzale per la protezione invernale. La vaccinazione è sicura, ben tollerata ed efficace. contattaci per un consulto personalizzato. Proteggi te stesso e i tuoi cari: prenota oggi la tua dose!
Viaggiatori e vaccino antipneumococcico.
Il vaccino antipneumococcico è consigliato per i viaggiatori internazionali perché lo Streptococcus pneumoniaecausa polmoniti batteriche, meningiti e sepsi in contesti di sovraffollamento (es. voli, treni, ostelli), climi estremi o aree con scarsa igiene sanitaria, dove il rischio aumenta del 20-30% rispetto alla routine quotidiana. È particolarmente utile per chi viaggia in destinazioni tropicali, Africa o Asia (endemicità alta per IPD), anziani over 65, immunocompromessi o con comorbidità, integrandosi con le vaccinazioni del Piano Nazionale (PNPV 2023-2025).
Quando Vaccinarsi
Tempistica ideale: Almeno 2 settimane prima della partenza per sviluppare immunità piena; per richiami, 1 settimana prima.
Target prioritari tra viaggiatori: Over 65, bambini <5 anni, fumatori, diabetici, cardiopatici, asplenici o in viaggi >1 mese in zone a rischio (es. pellegrinaggi, volontariato).
Stagionalità: Sempre, ma urgente in inverno o pre-stagione influenzale per co-protezione oppure durante le stagioni delle piogge, invernali, monsoniche.
Come Vaccinarsi
Tipi consigliati: PCV20 (Prevenar 20®) o PCV21 (V116) per dose unica adulti/viaggiatori; PCV15 (Vaxneuvance®) + PPSV23 sequenza per rischi elevati.
Chiedi ed informati presso il centro Cesmet e chiedi una consulenza con il dr. Paolo Meo per approfondire su questa vaccinazione e la tua opportunità di vaccinarti
India Bengala Occidentale – Nipah virus: piccoli focolai locali, rischio molto basso – quasi nullo per i viaggiatori
(aggiornamento al 25 gennaio 2026)
Che cos’è il Nipah virus
Infezione virale zoonotica tipo ad RNA del genere Henipavirus;
che può causare febbre, encefalite e grave insufficienza respiratoria;
Malattia rara, ma potenzialmente grave, con letalità elevata dal 60 al 75% nei casi clinici;
Dove si trova e dove sono i focolai in India
Focolai sporadici e circoscritti, soprattutto in:
Stato del Kerala (es. distretti di Kozhikode, Malappuram, Palakkad, Ernakulam).
Stato del West Bengal (area di Kolkata).
Nessuna evidenza di circolazione diffusa in tutto il Paese.
Nessun focolaio segnalato nelle principali mete turistiche classiche (Delhi, Mumbai, Goa, Rajasthan, ecc.).
Come si trasmette
Serbatoio naturale: pipistrelli frugivori (flying fox, genere Pteropus).
Possibili ospiti amplificatori: soprattutto suini.
Modalità di contagio:
Contatto con pipistrelli o loro escrezioni (urina, saliva, feci) su frutta o superfici.
Consumo di succhi/frutta crudi contaminati (es. succhi non pastorizzati di palma da dattero in zone rurali).
Contatto stretto con suini malati in allevamenti o macelli.
Contatto stretto non protetto con un malato (familiari, caregiver, operatori sanitari).
Rischio per il viaggiatore
Rischio molto basso o quasi nullo per il turista o il viaggiatore d’affari che segue le normali misure igieniche.
Il rischio aumenta se:
si soggiorna in aree rurali di Kerala/West Bengal in contatto con animali (pipistrelli, suini);
si assiste malati in ospedale o a domicilio in zone di focolaio senza adeguata protezione.
Non è una malattia che si trasmette facilmente, per via aerea, come l’influenza: richiede contatti ravvicinati e prolungati.
Cosa fare prima del viaggio
Verificare eventuali focolai in corso nelle aree che si intendono visitare.
Pianificare una consulenza di medicina dei viaggi per valutare rischi personali e comorbidità presso centri specializzati e di esperienza.
Per operatori sanitari / missioni umanitarie: definire in anticipo i protocolli di protezione (DPI, procedure in reparto).
Cosa fare durante il viaggio
Evitare visite non necessarie ad ospedali in aree di focolaio;se inevitabili, usare mascherina, guanti e igiene accurata delle mani.
Non consumare:
succhi crudi di palma da dattero o succhi non pastorizzati venduti per strada in aree rurali;
frutta visibilmente morsicata o contaminata.
Evitare il contatto con pipistrelli e con suini (allevamenti, macelli, mercati rurali).
Seguire buone norme generali di igiene: lavaggio mani, acqua e cibi sicuri, attenzione agli animali.
Cosa fare dopo il viaggio
Consultare rapidamente il medico (o il centro di medicina dei viaggi)se, entro 3 settimane dal rientro dall’India, compaiono:
febbre alta improvvisa
forte mal di testa
sonnolenza marcata, confusione, convulsioni
difficoltà respiratoria importante
Quando si consulta il medico, è importante riferire:
le zone visitate (es. soggiorno in Kerala o West Bengal)
eventuali visite in ospedale o contatti con malati
eventuale contatto con pipistrelli o suini
consumo di succhi/frutta crudi in aree rurali.
Vaccino e prevenzione specifica
Al momento non esiste un vaccino disponibile per i viaggiatori contro il Nipah virus.
La prevenzione si basa su:
evitare contatti a rischio con animali e malati;
adottare norme igieniche e di sicurezza alimentare;
usare dispositivi di protezione in ambito sanitario.
INFLUENZA 25/26: la Variante K del virus influenzale A/H3N2 corre veloce. In questo articolo voglio fornire una descrizione delle caratteristiche biologiche e cliniche e qualche consiglio di come proteggersi.
Il VIRUS protagonista indiscusso della stagione 2025/26 è costituito dalla variante K (sottoclade K) del virus influenzale A/H3N2, identificato come “improvvisa” variante emergente già a partire dall’agosto 2025 in Australia. E vi ricorderete che vi avevamo preannunciato che questo ceppo influenzale presentava allora, ed oggi è confermato, sette mutazioni della “proteina emoagglutinina” che gli conferiscono una straordinaria capacità di “eludere l’immunità pregressa della popolazione”, risultante da vaccinazioni precedenti o infezioni naturali passate. E questo rende il mixovirus di quest’anno particolarmente diffusivo.
È fondamentale sottolineare che questa variante K NON presenta una maggiore aggressività o severità clinicarispetto all’H3N2 stagionale tradizionale. Piuttosto, la vera caratteristica biologica della variante K risiede nella sua efficienza replicativa e nella velocità di trasmissione, che le ha permesso di prolungare significativamente la stagione influenzale negli emisferi meridionali (Australia e Nuova Zelanda) per almeno un mese oltre il normale.
Questo aspetto è clinicamente rilevante perché, sebbene la variante non sia più virulenta, la sua capacità di eludere parzialmente l’immunità della popolazione ha generato un picco epidemiologico anticipato e potenzialmente più ampio. Le sequenze genomiche depositate nel database internazionale confermano che in questo periodo invernale il subclade K è nettamente predominante anche in Italia, rappresentando la spina dorsale dell’epidemia attuale.
Clinicamente, l’infezione da variante K presenta il classico spettro sintomatologico dell’H3N2 stagionale:
febbre alta (>38°C) ad esordio brusco,
tosse intensa,
faringite,
dolori muscolari e articolari marcati,
stanchezza profonda,
congestione nasale
nei bambini, disturbi gastrointestinali (nausea, vomito, diarrea).
È degno di nota che l’H3N2, indipendentemente dal sottoclade, produce manifestazioni febbrili più pronunciate rispetto all’H1N1, che invece tende a manifestarsi con sintomi respiratori superiori più salienti (tosse persistente, mal di gola, congestione nasale).
Tra le complicanze specifiche documentate figurano
le otiti media,
sinusiti,
bronchiti e polmoniti,
con un rischio aumentato in determinate popolazioni vulnerabili:
anziani over 65,
bambini sotto i 5 anni,
donne in gravidanza,
persone affette da patologie croniche respiratorie (asma, BPCO) o cardiache,
individui immunocompromessi.
Diffusione Geografica e Temporale: Il Picco Imminente
La diffusione della variante K in Italia mostra le medesime caratteristiche osservate nell’emisfero Sud:
un picco epidemiologico anticipato (già evidente a metà dicembre 2025)
con previsioni di raggiungimento del picco massimo tra la fine del 2025 e mese di gennaio 2026.
Gli esperti dell’Istituto Superiore di Sanità evidenziano tuttavia l’impossibilità di una previsione esatta del momento del picco, sottolineando che esso potrebbe verificarsi in qualsiasi momento tra fine dicembre e inizio febbraio.
Questa proiezione temporale è supportata dal fatto che l’A/H3N2 ha circolato molto poco negli anni precedenti nella popolazione italiana, generando una cohorte ampia di individui suscettibili, soprattutto nei bambini. Tale gap immunitario a livello di popolazione rappresenta il terreno fertile per una diffusione accelerata.
La pressione ospedaliera attesa (richiesta di ricoveri per sintomi gravi) dalle autorità sanitarie è descritta come “alta”,con particolare preoccupazione per il mantenimento della capacità di risposta nelle strutture di emergenza-urgenza durante il periodo festivo, noto per ridotte disponibilità di personale sanitario e disponibilità di letti.
Contesto Globale: La Stagione “Record” negli USA 2024/25 Per contestualizzare la gravità della stagione 2024-2025, è illuminante considerare i dati epidemiologici dagli Stati Uniti, dove la sorveglianza è particolarmente rigorosa. Durante i mesi di picco (ottobre 2024-maggio 2025), gli USA hanno registrato oltre
47 milioni di casi influenzali,il dato più elevato dal 2010-2011,
con 610.000 ospedalizzazioni cumulative (il record storico)
e approssimativamente 130.000 decessi per influenza.
Il tasso di ospedalizzazione ha raggiunto il 7,0% (confrontato al 5,6% della stagione precedente e al 4,9% di due anni prima).
Particolarmente allarmante è il dato pediatrico:
231 decessi registrati nei bambini,
di cui il 90% in soggetti idonei alla vaccinazione ma non vaccinati.
Inoltre, il 35,0% dei pazienti con influenza confermata ha richiesto una visita al pronto soccorso entro 30 giorni dall’infezione,
percentuale superiore alla media storica (24,1% nel 2012-2013).
Un chiarimento tra le forme della “influenzaaviaria H5N1 Clade 2.3.4.4b” nei confronti della influenza umana Variante K dell’H3N2
Desidero chiarire una potenziale fonte di confusione terminologica e concettuale tra i due tipi influenzali attualmente circolanti nel mondo:
Quando si discute di “variante clade 2″nel contesto dell’epidemia influenzale attuale, occorre distinguere nettamente tra due entità biologicamente e epidemiologicamente distinte:
Variante K dell’H3N2 stagionale:costituita da “virus influenzale umano” endemico, caratterizzata da “trasmissione efficiente umano-umano”, bassa mortalità, dominante globalmente;
Variante Clade 2.3.4.4b dell’H5N1 costituita ad “virus dell’influenza aviaria”ad alta patogenicità (HPAI), spillover zoonotico sporadico,ossia con possibile trasmissione uccelli – mammiferi; spillover recente in bovini da latte (ossia trasmesso da uccelli a bovini), e possibile passaggio da bovini-uomo, contasso di mortalità estimato 38-48%
La confusione sorge talvolta dal fatto che, nella nomenclatura dell’influenza aviaria, il “clade 2.3.4.4b” si riferisce effettivamente a una linea genetica specifica dell’H5N1.
Tuttavia, nell’ambito dell’epidemia stagionale attuale (dicembre 2025), la pressione virale dominante e i dati epidemiologici pertinenti derivano esclusivamente dalla variante K dell’H3N2, non dall’H5N1.
Parliamo della rara forma di H5N1 Clade 2.3.4.4b: Situazione Epidemiologica Attuale
Sebbene non rappresenti una minaccia immediata all’epidemia stagionale in corso, la situazione dell’H5N1 clade 2.3.4.4b merita una discussione dettagliata data l’importanza della sorveglianza globale e il profilo di rischio pandemico.
Epidemiologia Umana Dal marzo 2024 al giugno 2025, gli Stati Uniti hanno registrato 70 casi umani confermati di H5N1 clade 2.3.4.4b.
Le esposizioni erano ripartite come segue:
41 da bovini da latte,
24 da polli commerciali,
2 da pollame da cortile,
3 da fonte di esposizione sconosciuta.L’ultimo caso registrato negli USA risale a maggio 2025, suggerendo una fase calante dell’incidenza umana negli Stati Uniti.
A livello mondiale, dal 2003 al maggio 2025, l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha documentato 972 casi confermati di H5N1 con 468 decessi, per un tasso di mortalità cumulativo del 48%.
Nel 2025 (dati fino a maggio), sono stati registrati 13 casi globali con 5 decessi, corrispondente a un tasso di mortalità del 38%.
È fondamentale evidenziare che non è stata mai documentata trasmissione uomo-uomo sostenuta di H5N1 clade 2.3.4.4b. Tutti i casi umani derivano daesposizioni dirette a fonti animali (avicoltura, bovini da latte, ecc.).
Patogenesi e Adattamento Mammifero La particolarità biologica più inquietante del clade 2.3.4.4b è la sua progressiva adattamento a ospiti mammiferi.
Fino al marzo 2024, i virus dell’influenza aviaria ad alta patogenicità non si riteneva causassero infezioni economicamente significative nei bovini. L’identificazione del genotipo B3.13 nei bovini da latte del Texas e Kansas ha rappresentato un precedente senza storia.
Questo genotipo ricombinante, derivante da una fusione di geni dell’HPAI H5N1 europeo e dell’LPAI nord-americano, si è successivamente diffuso a 17 stati americani e a oltre 1.000 mandrie.
Nei bovini, l’infezione si manifesta prevalentemente come mastite e ridotta produzione lattea, con sintomi respiratori lievi. Tuttavia, un genotipo distinto (D1.1), un altro ricombinante HPAI-LPAI, ha causato due casi umani gravi, uno fatale in California.
La caratteristica biologica di massima preoccupazione risiede nel dual receptor-binding capacity osservato nei ceppi bovini isolati: il virus mantiene l’avidità per i recettori α2,3-sialici (di tipo aviario) mentre acquisisce capacità di legame ai recettori α2,6-sialici (di tipo umano), presenti nell’epitelio respiratorio superiore umano. Questa adattabilità recettoriale rappresenta un passo potenziale verso una facilitazione di trasmissione inter-specie e intra-specie nell’ospite umano.
Patogenicità in Modelli Sperimentali
Studi di infezione sperimentale in furetti con il ceppo umano del Cile H5N1 (genoma D1.1) hanno documentato febbre, secrezione nasale, diarrea, secrezione oculare, letargia marcata e segni di malattia severa quali dispnea e respirazione affannosa. Questo profilo clinico, sebbene limitato ai modelli animali, riflette il potenziale per manifestazioni respiratorie severe nell’ospite umano.
Valutazione del Rischio Pandemico
Il consenso scientifico internazionale considera l’H5N1 clade 2.3.4.4bcome una “seria minaccia pandemica”. I fattori di preoccupazione includono:
Diffusione globale continuativa nel compartimento aviare selvatico e domestico
Incursioni in ospiti mammiferi (visoni, foche, leoni marini, bovini)
Plasticità genetica: diversità genotipica elevata e potenziale per reassortimento con virus influenzali umani stagionali
Spillover sporadico persistente in umani con casi umani in Cile, Canada e USA caratterizzati da gravità aumentata
Tuttavia, l’assenza di trasmissione umano-umano sostenuta e il fenomeno di “viral inert” (il virus non ha acquisito la capacità replicativa ottimale nell’ospite umano) mitigano il rischio a breve termine.
La variante K produce un quadro clinico indistinguibile dalla classica influenza H3N2 stagionale. I tre criteri diagnostici cardine (indicatori di sospetto diagnostico nel setting primario) sono:
Esordio acuto di febbre sopra 38°C (in adulti) o >39°C (nei bambini piccoli)
Almeno un sintomo respiratorio: tosse, congestione nasale, faringite
Almeno un sintomo sistemico: mialgia marcata, artralgia, astenia profonda
L’assenza di uno di questi tre elementi depone generalmente per diagnosi alternativa (raffreddore comune da rhinovirus, per esempio).
La progressione temporale classica prevede:
un picco sintomatologico nei giorni 2-4 di malattia, con la febbre che tende a persistere per 3-5 giorni anche in assenza di complicanze batteriche secondarie.
La tosse e l’astenia possono protrarsi per 1-2 settimane, rappresentando frequente motivo di visita medica tardiva e preoccupazione del paziente.Differenze Sintomatologiche H3N2 vs H1N1
Studi comparativi dei dati clinici di cure primarie hanno documentato che:
– i pazienti infetti da H3N2 presentano febbre più elevata e più prolungata rispetto a quelli con H1N1;
– i pazienti con H1N1 al contrario manifestano tosse più frequente (63,8% vs 40,7%), mialgia più comune (71,8% vs 48,2%) e faringite (40,4% vs 19,0%).
Queste differenze sintomatologiche dovrebbero caratterizzare la valutazione clinica e l’approccio terapeutico.
Interazioni Virali tra diversi virus delle alte vie respiratorie. Meccanismi Fondamentali di Interferenza Virale
La circolazione simultanea di molteplici patogeni respiratori (influenza, RSV, rhinovirus, coronavirus generici, SARS-CoV-2) non produce semplicemente una sovrapposizione lineare di malattia, ma queste interazioni virali talvolta antagoniste talvolta sinergiche determinano dinamiche patologiche complesse governate dal fenomeno “dell’interferenza virale”.
Questa si verifica quando l’infezione da un virus primario innesca una “risposta immunologica innata” (produzione interna diinterferone di tipo I e III) che sopprime la replicazione di un virus secondario(fenomeno denominato challenge).
Per chiarire il fenomeno: in studi realizzati su coltura cellulare di epitelio respiratorio,
– l’infezione da virus influenzale A (IAV) o da virus respiratorio sinciziale (RSV)riduce significativamente la replicazione di SARS-CoV-2 tramite l’induzione di uno stato “antivirale” cellulare.
L’effetto è più pronunciato con IAV che con RSV.
Implicazioni Epidemiologiche e rapporto tra casi influenzali e casi di COVID:una spiegazione dell’andamento delle due epidemie:
Durante la stagione 2024-2025, questi meccanismi di competizione hanno generato un’epidemiologia caratteristica:
– una ondata massiccia di influenza (82 milioni di casi USA da ottobre 2024 a maggio 2025) ha interferito con la diffusione di SARS-CoV-2, mantenendola fortemente.
– Al diminuire dell’attività influenzale in primavera 2025, è seguita una risalita marcata di SARS-CoV-2, in particolare della variante NB.1.8.1 (derivata da JN.1), che ha causato un aumento di ospedalizzazioni.
COVID-19 e la Variante NB.1.8.1 attualmente in Circolazione
La variante di SARS – CoV-2 denominata NB.1.8.1 rappresenta un’evoluzione della linea Omicron con mutazioni aggiuntive sulla proteina spike (T22N, F59S, G184S, A435S, V445H, T478I) che conferiscono ridotta sensibilità agli anticorpi neutralizzanti. Tuttavia, i dati epidemiologici attuali indicano che NB.1.8.1 NON causa malattia più severa rispetto alle varianti Omicron precedenti. La trasmissibilità è elevata, ma la clinica prevede sintomi prevalentemente lievi, soprattutto in individui vaccinati o con infezione pregressa.
Diversi studi hanno valutato l’impatto della coinfesione influenza-SARS-CoV-2 sulla gravità della malattia COVID-19.
Gli autori documentano che la coinfesione con influenza è associata a un aumento 2-fold del rischio di ammissione in ICU (odds ratio = 2,09, IC 95% = 1,64-2,68) e a un aumento 2,31 volte del rischio di ventilazione meccanica (IC 95% = 1,10-4,85) rispetto a infezione COVID-19 in monoterapia. Quindi un aggravamento rispetto alle singole infezioni.
Co-Circolazione di Altri Virus Respiratori I dati RespiVirNet italiano, pubblicati da Istituto superiore di Sanità per dicembre 2025 documentano la circolazione simultanea di:
RSV: pico raggiunto in gennaio 2025 (396 casi nella settimana 4)
Rhinovirus: circolazione anno-round con picchi invernali, ruolo potenziale di “protezione” tramite interferenza virale verso IAV e SARS-CoV-2
Coronavirus generici (escludendo SARS-CoV-2): 1003 casi totali stagione
Efficacia Vaccinale e Protezione nella Stagione 2025
I dati scientifici ci portano ad affermare che i vaccini in uso continuano a proteggere dall’ospedalizzazione e da sintomi particolarmente gravi. E’ da sottolineare che l’efficacia vaccinale verso infezione ossia la fase di attacco acuto è ridotta, ma la protezione verso la severità (morte, ospedalizzazione) rimane solida, probabilmente per il mantenimento di epitopi B e T cellulari cross-conservati.
I pediatri dell’Istituto Superiore di Sanità sottolineano l’importanza della vaccinazione immediata, poiché i bambini, in quanto principali diffusori del virus, potrebbero raggiungere una protezione adeguata prima del picco epidemiologico previsto tra fine dicembre e inizio gennaio.
La situazione epidemiologica al 24 dicembre 2025 è caratterizzata da una massiccia ondata di influenza stagionale dominata dalla variante K dell’A/H3N2, non da una emergenza H5N1 pandemica. La variante K non è clinicamente più severa dell’H3N2 tradizionale, ma la sua capacità di eludere parzialmente l’immunità pregressa ha generato un picco epidemiologico anticipato e potenzialmente ampio. I dati italiani e globali indicano tassi di ospedalizzazione superiori alla media storica e pressione straordinaria sui sistemi sanitari.
L’H5N1 clade 2.3.4.4b rimane una minaccia di sorveglianza a lungo termine, particolarmente dati i fenomeni recenti di adattamento mammifero e la persistente spillover zoonotico, ma non rappresenta un problema epidemiologico acuto nell’ambito della stagione influenzale in corso.
La coinfezione con SARS-CoV-2 variante NB.1.8.1 e altri patogeni respiratori è possibile e comporta conseguenze cliniche misurabili (aumento di ICU e ventilazione), richiedendo vigilanza diagnostica e terapeutica avanzata nei pazienti critici.
La vaccinazione rimane la strategia preventiva primaria,con efficacia mantenuta verso la severità dei sintomi.
L’utilizzo di antivirali (oseltamivir) per pazienti ad alto rischio o con malattia conclamata rimane valido e da favorire in particolare nei portatori di patologie croniche.
redattore dr. Paolo Meo
Direttore POLO VIAGGI CESMET ARTEMISIA
Influenza Stagione 2025-2026: Il Sottoclade K dell’A(H3N2)Considerazioni sulla malattia e strategie preventive secondo il Dr. Paolo Meo
Qui sotto è disponibile un podcast sulle novità della stagione in corso; buon ascolto! (5 minuti circa)
La Situazione Attuale in Italia
Secondo i dati del sistema di sorveglianza “RespiVirNet dell’Istituto Superiore di Sanità”, la stagione influenzale 2025-2026 si sta sviluppando con un’intensità notevole. Tra il 1° e il 7 dicembre 2025, l’incidenza delle infezioni respiratorie acute ha raggiunto 12,4 casi ogni 1.000 assistiti, con un incremento significativo rispetto alla settimana precedente. Dal mese di ottobre, si contano già oltre 4 milioni di casi, di cui circa 695 mila tra 1-7 dicembre. Il tasso di positività per influenza nella comunità ha raggiunto il 25,3%, mentre nella popolazione ospedaliera è arrivato al 28,8%. Il Dr. Paolo Meo, infettivologo e tropicalista, direttore del POLO VIAGGI CESMET – ARTEMISIA di Roma, sottolinea come in questa stagione la circolazione del virus A(H3N2) è predominante, ed in particolare la sua variante denominata sottoclade K, merita una speciale attenzione dal punto di vista epidemiologico ed anche clinico.
Cosa è il Sottoclade K del virus A(H3N2)?
Il sottoclade K del virus A(H3N2) rappresenta un’evoluzione significativa nel panorama dei virus influenzali circolanti. Questa variante presenta sette mutazioni aggiuntive a livello della proteina emoagglutinina (K2N, S144N, N158D, I160K e Q173R) rispetto ai precedenti selezionati per la formulazione vaccinale della stagione 2025-2026. Ad Agosto ’25 è stato rilevato per la prima volta questo “nuovo ceppo ” nell’emisfero australe, in particolare in Australia e Nuova Zelanda, dove ha prolungato la stagione influenzale fino a ottobre e novembre, cosa insolita rispetto ai normali tempi di circolazione virale.Secondo i dati “dell’European Centre for Disease Prevention and Control” (ECDC), il “sottoclade K” rappresenta circa la metà delle sequenze virali registrate globalmente tra maggio e novembre 2025, con percentuali ancora più elevate in specifiche regioni: in Australia ha rappresentato il 50% circa dei virus, mentre in Nuova Zelanda ha superato i due terzi dei ceppi in circolazione. Questo dimostra l’elevata capacità diffusiva di questo sotto ceppo influenzale.
L’impatto sulla trasmissibilità
Un elemento importante riguarda l’aumento della trasmissibilità di questo sottoclade. Secondo i dati “dell’UK Health Security Agency (UKHSA)”, il “numero R” indice di riproduzione del sottoclade K (ovvero il “numero medio di persone a cui ogni persona infetta trasmette il virus) si attesta a circa 1,4, rispetto a circa 1,2 riscontrato negli anni precedenti.
Cosa vuol dire questo? Che 100 persone infettate dal sottoclade K possono trasmettere il virus a 140 persone, anziché alle 110 di altre stagioni influenzali.
La capacità di contagio e quindi di diffusione è sicuramente maggiore, questo non corrisponde a una maggiore gravità dei sintomi, come ha tenuto a confermare l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) nei suoi ultimi bollettini.
Perché il sottoclade K circola così facilmente in questa stagione?
Il Dr. Paolo Meo del CESMET evidenzia un fattore epidemiologico fondamentale:la suscettibilità aumentata della popolazione generale. Difatti il virus A(H3N2) ha circolato in modo molto limitato negli anni e nelle stagioni precedenti (2023-2025), durante le quali il ceppo predominante è stato l’A(H1N1). Questo significa che una quota molto significativa della popolazione italiana, in particolare i bambini, non possiede un’immunità sufficiente derivante da infezioni o vaccinazioni precedenti contro questo virus. Il Professor Giovanni Rezza, epidemiologo dell’Università Vita-Salute San Raffaele, sottolinea che questa situazione si traduce nella pratica
in una maggiore suscettibilità all’infezione e nel fatto che la popolazione abbia minore protezione crociata rispetto ai tipi degli anni precedenti. Tale condizione ha contribuito all’inizio anticipato della stagione influenzale in Italia, che si è manifestato con tre settimane di anticipo rispetto alla stagione 2024-2025.La Triade Sintomatologica Caratteristica dell’Influenza H3N2Secondo il Dr. Paolo Meo, direttore del POLO VIAGGI CESMET, i pazienti affetti da influenza A(H3N2) presentano caratteristicamente una triade sintomatologica ben riconoscibile:
Febbre Alta ad Esordio ImprovvisoLa febbre rappresenta il sintomo iniziale più caratteristico e insorge in modo brusco, non graduale. Nella maggior parte dei casi, la temperatura corporea supera i 38-38,5°C, con picchi anche superiori a 39-40°C, soprattutto nei bambini. La febbre si presenta tipicamente accompagnata da brividi intensi e rappresenta il segno clinico più evidente della vera infezione influenzale, distinguendola dalle forme di semplice raffreddamento.
Sintomi Respiratori ImportantiAccanto alla febbre compaiono manifestazioni respiratorie significative: tosse secca e stizzosa (in genere non catarrale), mal di gola, congestione nasale e starnutazioni. La tosse tende a persistere più a lungo rispetto ai sintomi febbrili, talvolta per 1-2 settimane. In alcuni pazienti si osserva anche naso che cola o congestione nasale marcata.
Dolori Muscolari e Malessere Generale ImportanteIl Dr. Paolo Meo sottolinea come i dolori muscolari (mialgie) e articolari (artralgie) rappresentino un’altra caratteristica distintiva dell’influenza A(H3N2). Questi dolori sono diffusi su tutto il corpo (“come se si sentissero le ossa”) e si associano a cefalea intensa, grave malessere generale, astenia marcata e senso di profonda spossatezza. Tale sintomatologia sistemica distingue la vera influenza da forme parainfluenzali o da comuni raffreddori virali.
L’insieme di questi sintomi (febbre alta, sintomi respiratori, dolori sistemici) deve essere presente contemporaneamente per poter parlare di vera sindrome influenzale. I sintomi di solito compaiono 1-2 giorni dopo il contatto con il virus e la risoluzione spontanea si verifica generalmente entro 7-10 giorni, sebbene la tosse possa persistere per 2-3 settimane.Efficacia Vaccinale: Rassicurazioni Dai Dati InglesiUna questione che preoccupa è la possibile ridotta efficacia del vaccino 2025-2026 di fronte al sottoclade K, poiché questa variante non era stata ancora individuata quando i vaccini sono stati formulati. Il Dr. Paolo Meo del POLO VIAGGI CESMET ribadisce, tuttavia, l’importanza di interpretare correttamente i dati emergenti da diverse parti del mondo.I dati del Regno Unito, dove il sottoclade K è già diventato dominante, forniscono indicazioni rassicuranti: il vaccino stagionale 2025-2026 mantiene:
un’efficacia del 70-75% nel prevenire il ricovero ospedaliero nei bambini (fascia 2-17 anni);
Una efficacia del 30-40% negli adulti;
Una meta-analisi pubblicata sul New England Journal of Medicine nel 2025 conferma che l’efficacia complessiva del vaccino contro il ricovero si attesta al 67% nei bambini e al 48% negli adulti della fascia 18-64 anni, con dati ancora migliori nei soggetti vaccini in precedenti stagioni.Sebbene il vaccino possa presentare una minore efficacia nel prevenire l’infezione con il sottoclade K, rimane altamente efficace nel prevenire le forme gravi della malattia e soprattutto i ricoveri ospedalieri.Il vaccino continua inoltre a mantenere la sua piena efficacia nei confronti degli altri virus influenzali circolanti (A/H1N1 e B).Le Misure Preventive Non Farmacologiche
Secondo le raccomandazioni del Dr. Paolo Meo del CESMET nei confronti dei pazienti e dei viaggiatori, in particolare a coloro che richiedono consulenze preventive presso il POLO VIAGGI CESMET – ARTEMISIA, la prevenzione dell’influenza si basa su semplici ma efficaci misure igieniche:
Igiene delle Mani
Lavare regolarmente le mani con acqua e sapone, soprattutto dopo aver toccato superfici e suppellettili, prima di portarsi le mani al viso, e prima di mangiare. L’uso di igienizzanti per le mani con alcol (almeno 60%) rappresenta un’alternativa valida quando l’acqua non è disponibile.
Igiene Respiratoria
Coprire la bocca e il naso quando si tossisce o starnutisce, preferibilmente utilizzando un fazzoletto monouso (che deve essere subito gettato) o, in sua assenza, la piega del gomito.
Isolamento delle persone Malati
Restare a casa quando si presentano sintomi attribuibili a malattie respiratorie febbrili, soprattutto nella fase iniziale della malattia. Il periodo di contagiosità inizia uno o due giorni prima della comparsa dei sintomi e termina circa una settimana dopo l’esordio; nei bambini e nei soggetti immunocompromessi questa durata può essere più lunga.
Uso della Mascherina in Caso di MalattiaNei soggetti infetti, l’indossare di una mascherina chirurgica contribuisce a ridurre la trasmissione del virus, soprattutto in ambienti affollati e nei contatti ravvicinati.
Distanziamento da Persone Malate
Evitare il contatto stretto con persone che presentano sintomatologia influenzale, mantenendo una distanza di almeno un metro durante le fasi di tosse o starnutazione.
Pulizia e Ventilazione degli Ambienti
Mantenere gli spazi frequentati ben ventilati e pulire regolarmente le superfici di contatto frequente (maniglie, banchi, telefoni, etc.).
Vaccinazione: Timing e Categorie PrioritarieIl momento ottimale per sottoporsi a vaccinazione antinfluenzale è tra metà ottobre e metà dicembre, poiché la protezione diventa attiva dopo 5/6 giorni per la prima “attivazione linfocitaria e monocitaria”, e completamente efficace dopo circa 2 settimane dopo la somministrazione. Il picco influenzale è atteso tra dicembre 2025 e gennaio 2026, tuttavia, non è mai troppo tardi per vaccinarsi e quindi nel mese di gennaio è possibile coprirsi nei confronti del virus. Lo stesso Ministero della Salute raccomanda di effettuare la vaccinazione anche tra dicembre e gennaio.Queste le categorie prioritarie per la vaccinazione, per la stagione 2025-2026:
Persone di età pari o superiore a 60 anni
Bambini da 6 mesi a 6 anni
Donne in gravidanza
Persone con patologie croniche (malattie cardiache, respiratorie, diabete, immunodeficienze, etc.)
Personale sanitario e sociosanitario
Familiari e conviventi di persone ad alto rischio
Persone residenti in strutture di lungodegenza o assistenziali
I soggetti ad alto rischio dovrebbero vaccinarsi già dal mese di ottobre, al fine di garantire la massima protezione possibile durante l’intera stagione.Quando Rivolgersi al Medico: Segnali di AllarmeIl Dr. Paolo Meo del POLO VIAGGI CESMET sottolinea l’importanza di riconoscere i sintomi che richiedono un intervento medico urgente. Si consiglia di contattare il medico curante nel caso in cui:
I sintomi influenzali sembrino inizialmente migliorare, ma poi si ripresentino accompagnati da febbre elevata e peggioramento della tosse
La febbre non scenda nonostante l’assunzione di farmaci antipiretici
È necessario recarsi immediatamente al pronto soccorso in caso di:
Difficoltà respiratoria o fiato corto
Dolore o sensazione di pressione a livello del torace o dell’addome
Vertigini improvvise o capogiri
Stato confusionale
Vomito prolungato o grave
Febbre molto alta che non risponde ai farmaci antipiretici
Nei bambini: colorito bluastro della pelle, respiro accelerato, sonnolenza anomala, irritabilità, o movimento ridotto
Conclusioni e Raccomandazioni del Dr. Paolo MeoIl Dr. Paolo Meo, direttore del POLO VIAGGI CESMET – ARTEMISIA, sintetizza le raccomandazioni per affrontare al meglio la stagione influenzale 2025-2026:La situazione epidemiologica attuale deve generare attenzione per la prorpia e l’altrui salute. Sebbene il sottoclade K del virus A(H3N2) mostri una maggiore contagiosità e abbia allungato la stagione influenzale nell’emisfero australe, non costituisce un nuovo virus e non provoca necessariamente forme più gravi di malattia.La vaccinazione rimane lo strumento più efficaceper ridurre il rischio di contrarre l’influenza e soprattutto per prevenire le complicanze e i ricoveri ospedalieri.Anche se l’efficacia è sicuramente leggermente ridotta nei confronti del sottoclade K, il vaccino mantiene comunque un’efficacia significativa nel proteggere dalle forme severe.L’associazione tra vaccinazione e misure igieniche fondamentaliossia: igiene delle mani, igiene respiratoria, isolamento quando malati, ventilazione degli ambienti – rappresenta l’approccio più razionale e scientifico per ridurre la diffusione virale e proteggere sia se stessi che i soggetti più vulnerabili della comunità.Per coloro che necessitano di consulenze specializzate sulla prevenzione influenzale, sulle strategie vaccinali personalizzate in base al profilo di rischio individuale, o che desiderano sottoporsi a vaccinazione antinfluenzale presso una struttura specializzata in medicina preventiva e del viaggio, il POLO VIAGGI CESMET – ARTEMISIA rimane a disposizione con consulenze mediche sia in ambulatorio che online, grazie al coordinamento del Dr. Paolo Meo e del suo staff di assistenti.
Profumi irresistibili, colori vivaci… lo street food è una tentazione di viaggio. Ma tra banchi e padelle all’aperto si nascondono rischi reali per la salute. Sul nostro canale You Tube, destinato a viaggiatori consapevoli, trovi un video chiaro e concreto del dott. Paolo Meo, specialista in Malattie Tropicali e Infettive: in pochi minuti spiega come scegliere in sicurezza, riconoscere le situazioni a rischio, prevenire le infezioni più comuni e quando è necessario consultare medici esperti prima e dopo il viaggio.
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