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DENGUE E WEST NILE VIRUS Bollettino Arbovirosi 11 settembre 2026

CESMET – CLINICA DEL VIAGGIATORE

direttore e redattore dr. Paolo Meo — medico tropicalista infettivologo

Via Piave 76, Roma · clinicadelviaggiatore.com

BOLLETTINO ARBOVIROSI · AGGIORNAMENTO DELL’11 SETTEMBRE 2026

Dengue e West Nile in Italia: la stagione entra nella fase più delicata

Dati ISS dal 1° gennaio all’8-9 settembre 2026, confrontati con ECDC e con le stagioni precedenti. Un focolaio di dengue di 20 casi in provincia di Livorno, il West Nile che raggiunge e supera il 2025 e 41 decessi: che cosa dicono davvero i numeri e che cosa fare.

DENGUE · casi confermati
265
+38 in una settimana
DENGUE · autoctoni
24
2 focolai: Livorno e Lecce
WEST NILE · casi confermati
594
+73 in una settimana
WEST NILE · decessi
41
letalità WNND 13,3%

Nota di trasparenza Meo–Claude

Le ricerche e il confronto fra le fonti sono stati effettuati con l’ausilio di Claude AI (Anthropic); impaginazione e veste grafica sono state studiate insieme fra Claude e il dr. Meo. I dati sono stati poi valutati e verificati sulle fonti primarie (ISS, ECDC) e il testo rivisto dal dr. Paolo Meo, che ne porta l’intera responsabilità. Lo strumento cerca, ordina e dà forma alla pagina; il medico decide e firma.

In sintesi

  • Dengue: 265 casi confermati (erano 227 una settimana fa), 241 importati e 24 autoctoni, nessun decesso. Oltre metà dei casi importati viene dalle Maldive (56%).
  • Due focolai autoctoni attivi: 20 casi in un Comune della provincia di Livorno e 4 casi in alcuni Comuni della provincia di Lecce, tutti sintomatici.
  • Il salto è recente: al 2 settembre l’ECDC registrava per l’Italia appena 3 casi autoctoni in 2 cluster. La storia 2023-2024 insegna che il grosso della dengue autoctona arriva dopo metà settembre.
  • West Nile: 594 casi confermati, 306 neuroinvasivi, 81 donatori di sangue positivi, 41 decessi. La stagione, partita in ritardo, ha ormai raggiunto e superato il 2025 (582 casi e 39 decessi nello stesso periodo).
  • Il virus circola in 79 Province di 19 Regioni: mancano all’appello solo Basilicata e Alto Adige. Lombardia, Veneto, Lazio e Piemonte guidano la classifica.
  • Due zanzare, due orari: la dengue viaggia con la zanzara tigre, che punge di giorno; il West Nile con la zanzara comune (Culex), che punge dal tramonto e di notte. La protezione va quindi estesa all’intera giornata.

Parte I — Dengue

1. I numeri della settimana

Il sistema nazionale di sorveglianza coordinato dall’ISS registra, dal 1° gennaio all’8 settembre 2026, 265 casi confermati di dengue, 38 in più rispetto ai 227 del bollettino precedente [1][2]. Di questi, 24 sono autoctoni, cioè contratti in Italia senza viaggi all’estero; tutti gli altri sono associati a viaggi. Il 56% dei casi importati indica come luogo di esposizione le Maldive. Non si registrano decessi [1].

Indicatore Al 1° settembre All’8 settembre Commento
Casi confermati totali 227 265 +38 (+17%) in 7 giorni
di cui importati 241 Maldive 56% (circa 135 casi)
di cui autoctoni 24 2 focolai distinti
Decessi 0 0

Tabella 1. Dengue in Italia, 2026. Fonte: ISS, sorveglianza nazionale arbovirosi [1][2]. Il dettaglio importati/autoctoni al 1° settembre non è riportato nelle fonti consultate.

2. I due focolai autoctoni

Focolaio Casi confermati Caratteristiche Stato
Provincia di Livorno (Toscana) — un Comune 20 Tutti sintomatici Indagini epidemiologiche e lotta al vettore in corso
Provincia di Lecce (Puglia) — più Comuni 4 Tutti sintomatici Indagini epidemiologiche e lotta al vettore in corso

Tabella 2. Episodi di trasmissione locale identificati al 8/9/2026. Fonte: ISS [1].

Il focolaio salentino è quello che il nostro Centro segue dalla fine di agosto (casi dei Comuni del basso Salento, compreso il paziente diagnosticato in Liguria ma infettatosi in Puglia). La vera novità della settimana è Livorno: un solo Comune, 20 casi confermati, tutti con sintomi. L’ISS non ha ancora comunicato il sierotipo né il nome del Comune.

3. Il confronto con le stagioni precedenti

Stagione Casi totali a metà settembre Autoctoni a metà settembre Autoctoni a fine stagione
2023 165 (11 set) 19 82 (Lodi, Roma, Latina)
2024 450 (17 set) 25 213 al 5 novembre (Fano 144)
2025 4
2026 265 (8 set) 24 ?

Tabella 3. Fonti: ISS/Quotidiano Sanità 2023 [5]; ISS 2024 [6][7]; ECDC 2025 e serie storica [8][9].

dengue stagione

Figura 1. Nel 2023 e nel 2024 i casi autoctoni presenti a metà settembre erano una piccola frazione del totale di fine stagione.

4. Lo sguardo europeo

Al 2 settembre l’ECDC contava in Europa 8 casi autoctoni di dengue: 5 in Francia, dove nell’ultima settimana non erano emersi nuovi casi, e 3 in Italia, distribuiti in 2 cluster [3]. Sei giorni dopo il dato italiano dell’ISS è di 24. Il divario riflette in parte il tempo di notifica verso Stoccolma, ma soprattutto la rapida emersione del cluster livornese. Per chiudere un focolaio l’ECDC attende 45 giorni dall’ultimo esordio di sintomi: il tempo necessario perché una zanzara infettata possa ancora trasmettere e perché eventuali nuovi casi si manifestino [4].

5. Lettura della situazione

Il virus arriva in valigia, riparte dal quartiere. Il meccanismo è quello già descritto: un viaggiatore rientra con il virus in circolo, la zanzara tigre lo punge, dopo una o due settimane la stessa zanzara trasmette ai vicini. Lo studio ISS pubblicato su Eurosurveillance a luglio sul grande focolaio 2024 ha confermato che la trasmissione avviene per lo più entro poche centinaia di metri [10]: è per questo che le disinfestazioni si fanno per raggi di quartiere e non per città intere.

Venti casi sintomatici non sono venti infezioni. Nella dengue la maggior parte delle infezioni decorre senza sintomi o con sintomi lievi che non portano al test. Venti casi confermati e tutti sintomatici indicano che la circolazione reale nel Comune livornese è con ogni probabilità più ampia, e che le prossime settimane porteranno altri casi, anche con esordio già avvenuto ma non ancora notificato.

Settembre è il mese peggiore, non l’ultimo. Nel 2024 i casi autoctoni passarono da 25 a metà settembre a 213 all’inizio di novembre: quasi nove su dieci arrivarono dopo la data a cui ci troviamo oggi [6][7]. Con un autunno mite la zanzara tigre resta attiva fino a ottobre inoltrato. Il dato di 24 va letto come un punto di partenza, non come un bilancio.

Il turismo di fine estate esporta il rischio. Un focolaio in una provincia costiera a settembre coinvolge anche persone che poi rientrano altrove. È già successo: nel 2024 due persone che avevano soggiornato a Fano durante il focolaio si ammalarono al rientro in Toscana e un loro familiare contrasse la dengue a Sesto Fiorentino, diventando il primo caso autoctono toscano [11]. Chi ha soggiornato nelle aree dei focolai e sviluppa febbre nelle due settimane successive deve dirlo al medico.

Maldive: la quota scende, i numeri no. La percentuale di casi importati dalle Maldive, oltre l’80% a inizio stagione secondo i dati raccolti nel capitolo di apertura della nostra collana sulla dengue, è oggi al 56%: non perché le Maldive siano meno rischiose, ma perché con l’estate si sono aggiunti i rientri da Sud-Est asiatico, Americhe e Oceano Indiano. In valore assoluto le Maldive restano la prima destinazione a rischio per i viaggiatori italiani.

Parte II — West Nile

1. I numeri della settimana

Il report ISS n. 7 del 10 settembre, con dati al 9 settembre, registra 594 casi confermati di infezione da West Nile virus nell’uomo, contro i 521 del report precedente [12]. Le forme neuroinvasive sono 306 (5 importate: Maldive, Francia, Belgio, Grecia e Paesi Bassi), i donatori di sangue asintomatici risultati positivi 81, i casi di febbre 202 (uno importato dal Burkina Faso). I decessi notificati sono 41 (uno in un caso importato). La letalità calcolata sulle forme neuroinvasive autoctone è del 13,3%, contro il 15,0% dello stesso periodo del 2025 [12][2].

Classificazione Casi di cui importati Note
Forma neuroinvasiva (WNND) 306 5 Meningite, encefalite, paralisi flaccida
Febbre da West Nile 202 1 Burkina Faso
Donatori di sangue asintomatici 81 Individuati dallo screening trasfusionale
Altri sintomi / asintomatici 4 + 1
Totale 594 6 588 autoctoni
Decessi 41 1 Letalità WNND autoctona 13,3%

Tabella 4. West Nile in Italia al 9/9/2026. Fonte: ISS, report n. 7 [12].

2. Come è cresciuta la stagione

Report ISS (dati al) Casi confermati Decessi Province / Regioni con circolazione
28 luglio 84 2 47 / 12
5 agosto 141 6 50 / 16
12 agosto 226 7 55 / 16
19 agosto 312 13 60 / 16
26 agosto 66 / 17
2 settembre 521 75 / 19
9 settembre 594 41 79 / 19

Tabella 5. Fonti: ISS, report 2026 n. 1-7 [12][13][14]; Open per il dato al 12 agosto [15]. Il trattino indica un valore non ricavato dalle fonti consultate.

wnv andamento

Figura 2. Casi (barre) e decessi (linea) cumulativi per report ISS.

3. Dove circola il virus

I 588 casi autoctoni si distribuiscono in 17 tra Regioni e Province autonome. Il bacino padano resta il cuore dell’epidemia: Lombardia, Veneto, Piemonte ed Emilia-Romagna sommano 389 casi, due su tre. Il secondo polo è l’asse Lazio-Campania (121 casi), con Roma, Latina, Caserta e Napoli. Spicca il cluster sardo di Oristano con 25 casi. Le province con più casi sono Padova (50), Milano (48), Roma (46), Latina (34), Torino (30), Oristano (25), Caserta e Cremona (21 ciascuna) [12].

wnv regioni

Figura 3. Casi autoctoni di West Nile per Regione di esposizione. Fonte: ISS, report n. 7 [12].

Considerando anche la sorveglianza su zanzare e animali, le Province con circolazione dimostrata sono 79 in 19 Regioni, compresa per la prima volta la Valle d’Aosta: restano fuori soltanto la Basilicata e la Provincia autonoma di Bolzano [12].

4. Lo sguardo europeo

Il report settimanale ECDC con dati al 3 settembre conta in Europa 1.086 casi autoctoni in 15 Paesi e 144 aree colpite. L’Italia ne concentra 516, quasi la metà, seguita da Grecia (284), Spagna (88), Romania (56), Macedonia del Nord (55) e Francia (36); casi sono segnalati anche nei Paesi Bassi (9), in Croazia, Cipro, Austria, Ungheria e Germania [16]. Il dato ECDC coincide in sostanza con quello ISS della stessa settimana, a conferma della solidità dei numeri. Da notare che quattro dei cinque casi neuroinvasivi importati in Italia provengono da Paesi europei, tre dei quali (Francia, Belgio, Paesi Bassi) fino a pochi anni fa erano considerati estranei al West Nile.

5. Lettura della situazione

La partenza lenta era un’illusione ottica. A metà agosto il 2026 sembrava una stagione più mite del 2025: meno casi e una letalità del 7,7% contro il 13,9% [13]. Oggi i casi sono 594 contro 582 e i decessi 41 contro 39 [2]. La letalità è salita al 13,3% non perché il virus sia diventato più aggressivo, ma perché i decessi arrivano e vengono notificati con giorni o settimane di ritardo rispetto alla diagnosi. In tre settimane i decessi sono passati da 13 a 41: la letalità di inizio stagione va sempre letta con cautela.

La crescita settimanale rallenta, ma la stagione non è finita. Gli incrementi sono stati di circa 85 casi a settimana a metà agosto, di oltre 100 a settimana tra il 19 agosto e il 2 settembre, di 73 nell’ultima settimana. Il segnale di rallentamento va preso con prudenza: l’ISS avverte che i casi delle ultime quattro settimane non sono consolidati [12], e la zanzara Culex resta attiva per tutto settembre.

Ogni caso neuroinvasivo è la punta di un iceberg. Circa l’80% delle infezioni da West Nile non dà sintomi, circa il 20% dà febbre e meno dell’1% evolve nella forma neuroinvasiva. Oltre 300 forme neuroinvasive autoctone significano, con il rapporto classico di una ogni 150 infezioni circa, una circolazione nell’ordine delle decine di migliaia di infezioni in gran parte inapparenti. Gli 81 donatori positivi ne sono la prova indiretta e mostrano il valore dello screening trasfusionale.

Chi rischia davvero. Le forme gravi colpiscono soprattutto le persone oltre i 65 anni, gli immunodepressi, i trapiantati e chi ha patologie croniche. Per il West Nile non esiste un vaccino umano: la prevenzione è interamente affidata alla protezione dalle punture, con la particolarità che la zanzara comune punge al tramonto e di notte, spesso dentro casa.

Parte III — Le altre arbovirosi in breve

Virus Casi 2026 Autoctoni Note
Chikungunya 25 1 42% dei casi importati dalle Seychelles; nessun decesso
Zika 3 0 Tutti importati; nessun decesso
Usutu 12 12 7 Lombardia, 1 ciascuno Emilia-Romagna, Marche, Lazio, Piemonte, Veneto

Tabella 6. Fonte: ISS, dati all’8-9 settembre 2026 [1][12].

Dengue e West Nile a confronto

Dengue West Nile
Vettore Zanzara tigre (Aedes albopictus) Zanzara comune (Culex pipiens)
Quando punge Di giorno, soprattutto mattino e tardo pomeriggio Dal tramonto e di notte, anche in casa
Serbatoio L’uomo viremico Gli uccelli; uomo e cavallo sono ospiti a fondo cieco
Come arriva in Italia Con il viaggiatore di rientro dai tropici Circola stabilmente ogni estate negli uccelli
Decorso tipico Febbre alta, dolori ossei e muscolari, esantema 80% asintomatica, 20% febbre, <1% neuroinvasiva
Chi rischia forme gravi Seconda infezione da sierotipo diverso, fragili Over 65, immunodepressi, trapiantati
Vaccino umano Sì (Qdenga) No
Contromisura chiave Repellente di giorno, eliminare ristagni domestici, isolare dalle punture il febbrile Repellente e zanzariere dalla sera, eliminare ristagni
Sorveglianza Ogni caso attiva la disinfestazione nel raggio del domicilio Integrata uomo-animali-zanzare, screening dei donatori

Tabella 7. Le due arbovirosi a confronto: stesso genere virale, ecologia opposta.

Che cosa fare, a chi

Destinatario Indicazione pratica
Chi vive o ha soggiornato nelle province di Livorno e Lecce Febbre nelle 2 settimane successive: segnalarlo al medico e chiedere il test per dengue (NS1/PCR nei primi giorni)
Chi rientra da Maldive e tropici Febbre al rientro: test subito, e protezione dalle punture anche a casa per non infettare la zanzara del quartiere
Chi parte per aree endemiche di dengue Valutare Qdenga anche per viaggi brevi; protezione dalle punture diurne
Anziani e fragili nelle aree con West Nile Repellente e abiti coprenti dal tramonto, zanzariere, niente acqua stagnante in giardino e sui balconi
Medici di famiglia e Pronto Soccorso Febbre con cefalea, confusione o debolezza muscolare in un over 65: pensare al West Nile. Febbre e dolori senza viaggi ma in area di focolaio: pensare alla dengue
Tutti, fino a esclusione della dengue Paracetamolo sì; aspirina e FANS no

Tabella 8. Indicazioni operative CESMET – Clinica del Viaggiatore.

Commento del dr. Paolo Meo

Se dovessi riassumere questo bollettino in una riga direi: due virus, due zanzare, due orari. La dengue ci arriva con chi torna dai tropici e la zanzara tigre la ridistribuisce di giorno nel raggio di un isolato; il West Nile è ormai di casa, vive negli uccelli e ce lo porta la zanzara comune, di sera e di notte. Proteggersi solo in uno dei due momenti significa lasciare scoperto l’altro.

Il focolaio di Livorno non mi sorprende e non deve spaventare, ma deve farci lavorare. Settembre è il mese in cui la dengue autoctona dà il meglio di sé: negli anni scorsi la gran parte dei casi è arrivata dopo questa data. Chi rientra con la febbre da un Paese tropicale deve fare il test subito e, nel frattempo, evitare di farsi pungere: è il gesto più semplice e più sottovalutato per non consegnare il virus alla zanzara del proprio quartiere. Fino a quando la dengue non è esclusa, paracetamolo e mai aspirina o antinfiammatori.

Per la dengue abbiamo un’arma che per il West Nile non esiste: il vaccino. Nella nostra esperienza su migliaia di persone vaccinate, soprattutto lavoratori che viaggiano spesso in America Latina, non abbiamo osservato casi fra i vaccinati, e il vaccino si è dimostrato efficace e sicuro. Lo raccomando anche per i viaggi brevi alle Maldive, come oggi prevedono le indicazioni aggiornate della SIMVIM.

Per il West Nile la difesa resta tutta nelle nostre mani: repellente sulla pelle scoperta dal tramonto, zanzariere, niente sottovasi pieni d’acqua. Gli oli naturali come il neem (NOZETA) possono affiancare il repellente di sintesi, ma integrare non significa sostituire. E a chi ha un genitore anziano dico: una febbre con confusione o debolezza alle gambe, in questa stagione, merita un Pronto Soccorso, non un’attesa.

Fonti

Parte I — Dengue

[1] ISS – EpiCentro, Sistema nazionale di sorveglianza delle arbovirosi: situazione epidemiologica all’8 settembre 2026 (aggiornamento del 10/9/2026).

[2] Quotidiano Sanità, «Arbovirosi. Iss: 265 casi confermati di Dengue (+38 dalla scorsa settimana), 594 di West Nile (+73)», 10/9/2026.

[3] Quotidiano Sanità, «Dengue. Ecdc: 8 casi autoctoni in Europa nel 2026. Segnalazioni in Francia e Italia», 8/9/2026 (dati ECDC al 2/9/2026).

[4] ECDC, Seasonal surveillance of dengue in the EU/EEA, weekly report 2026 – definizione di cluster chiuso (45 giorni).

[5] Quotidiano Sanità, «Dengue: Iss, 19 casi autoctoni, 165 in totale da inizio anno», settembre 2023 (dati all’11/9/2023).

[6] ISS, sorveglianza arbovirosi, dati al 17/9/2024 (450 casi, 25 autoctoni), riportati da Outbreak News Today, settembre 2024.

[7] Quotidiano Sanità / Il Resto del Carlino, bollettino ISS al 5/11/2024: 678 casi, 213 autoctoni; focolaio di Fano 144 casi, novembre 2024.

[8] ECDC, Seasonal surveillance of dengue in the EU/EEA 2025, dati al 19/11/2025 (Italia 4 casi autoctoni, Francia 29).

[9] ECDC, Historical data on local transmission of dengue in the EU/EEA (Italia 2023: 82 casi autoctoni).

[10] ISS – EpiCentro, «Focolai dengue in Italia: un articolo su Eurosurveillance», 15/7/2026.

[11] Quotidiano Sanità, «Dengue. In Toscana 2 casi provenienti da Fano e uno autoctono a Sesto Fiorentino», ottobre 2024.

Parte II — West Nile

[12] ISS – Dipartimento Malattie Infettive, Report della sorveglianza dei casi umani di West Nile e Usutu virus in Italia, stagione 2026, n. 7 del 10/9/2026 (dati al 9/9/2026).

[13] ISS – EpiCentro, West Nile: ultimi aggiornamenti 2026 (report n. 1 del 28/7, n. 2 del 6/8, n. 4 del 20/8/2026).

[14] ISS, Report WNV/USUV 2026 n. 3 del 13/8 e n. 5 del 27/8/2026 (province e regioni con circolazione).

[15] Open, «West Nile, i casi aumentano del 60% in una settimana: 226 contagi e 7 morti in Italia», 19/8/2026.

[16] ECDC, Surveillance of West Nile virus infections in humans in Europe, weekly report, week 36/2026 (pubblicato 4/9/2026, dati al 3/9/2026).

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Peste suina africana (PSA): un caso probabile a Riano, provincia di Roma

POLO VIAGGI CESMET – ARTEMISIA · Scheda malattia

Peste suina africana (PSA)

Il virus dei cinghiali che non tocca l’uomo — e perché ci riguarda comunque

Edizione 1.0 — dati aggiornati al 29 agosto 2026 · Redazione: Dr. Paolo Meo, infettivologo-tropicalista, Direttore del POLO VIAGGI CESMET – ARTEMISIA, Dipartimento di Medicina Tropicale e Malattie Infettive

Rischio per l’uomo
NULLO
Rischio per i suini
MOLTO ALTO
Lazio al 29.08.2026
INDENNE
Vaccino in UE
NON ESISTE

Nota Meo–Claude · Metodologia e trasparenza

Questa scheda nasce da un fatto accaduto a poche centinaia di metri da casa mia: il ritrovamento di un cinghiale morto a Riano, a nord di Roma, rilanciato sui social con l’etichetta «peste suina». Ho voluto capire, verificare e poi spiegare.

Le ricerche bibliografiche ed epidemiologiche sono state effettuate con l’assistenza di Claude AI (Anthropic). L’impaginazione e la veste grafica sono state studiate insieme fra Claude e il dr. Meo. Tutti i dati sono stati poi valutati, verificati sulle fonti primarie — bollettini degli Istituti Zooprofilattici Sperimentali, EFSA, WOAH, FAO, Ministero della Salute, Regione Lazio — e le bozze riscritte dal dr. Paolo Meo, che ne porta l’intera responsabilità scientifica ed editoriale.

Il principio è semplice: lo strumento cerca, ordina e dà forma alla pagina; il medico decide, corregge e firma.

Avvertenza sul caso di Riano: alla chiusura di questa edizione non esiste alcuna conferma di laboratorio di positività alla PSA né a Riano né in alcun altro comune del Lazio. Il capitolo 1 va letto come cronaca di un sospetto, non di un focolaio. La scheda verrà aggiornata all’esito delle analisi.

 

Potrebbe essere un'immagine raffigurante il seguente testo "R Roma RIANO Peste suina, primo caso nel Lazio dopo 2 anni: virus trovato sulla carcassa di un cinghiale"

Indice ragionato dei contenuti

Tredici capitoli. Sotto ogni titolo, due righe che dicono che cosa vi troverete.

1. Il fatto: un cinghiale morto a Riano

Che cosa è successo, che cosa sappiamo e che cosa non sappiamo. Perché un animale trovato morto non è un animale positivo, e perché va segnalato comunque.

2. Che cos’è la peste suina africana

Definizione, inquadramento normativo europeo, letalità negli animali. Una malattia di categoria A che non ha né cura né vaccino disponibile in Europa.

3. Il virus: microbiologia dell’ASFV

Famiglia, genoma, struttura del virione, tropismo per i macrofagi, genotipi e straordinaria resistenza ambientale. Qui si capisce perché il vaccino non arriva.

4. Serbatoi, vettori e i quattro cicli epidemiologici

Il ciclo selvatico africano con le zecche molli, il ciclo domestico, il ciclo cinghiale-carcassa che domina in Europa. Chi tiene davvero in vita il virus.

5. Come si trasmette

Contatto diretto, ingestione di carni e salumi, fomiti, artropodi vettori dove esistono. E il ruolo dell’uomo come vettore passivo meccanico.

6. La malattia nel maiale e nel cinghiale

Incubazione, forme acuta subacuta e cronica, sindrome emorragica, mortalità, portatori cronici. Che cosa vede l’allevatore prima di chiamare il veterinario.

7. L’uomo si infetta? No, e vale la pena spiegare perché

La risposta netta e la sua base biologica. Perché prosciutto, salame e carne di maiale restano sicuri, e perché nessun caso umano è mai stato documentato.

8. Le vere zoonosi della carcassa

Quello che i comunicati non dicono: la carcassa di cinghiale è pericolosa da toccare, ma per leptospirosi, brucellosi, epatite E, trichinellosi. Non per la PSA.

9. La situazione in Italia al 29 agosto 2026

I numeri regione per regione: Piemonte e Liguria, il nuovo fronte toscano, l’Emilia, la Sardegna difesa nei porti. Bollettini ufficiali e date di riferimento.

10. Il Lazio e l’area a nord di Roma

Dall’epidemia dell’Insugherata 2022 all’eradicazione del gennaio 2025. Perché la Regione considera «concreta e molto elevata» la possibilità di reintroduzione.

11. La situazione in Europa

Il record del 2025 secondo l’EFSA, i quattordici Stati membri coinvolti, il ritorno in Spagna dopo trentun anni e il primo caso finlandese. Le zone I, II e III.

12. La situazione nel mondo

Dall’Africa subsahariana alla Georgia 2007, dalla Cina 2018 ai Caraibi 2021. Il quadro FAO per l’Asia-Pacifico e il segnale di rallentamento registrato dalla WOAH.

13. Prevenzione: che cosa fare, in concreto

Regole distinte per chi cammina nei boschi, per chi alleva anche un solo maiale, per chi caccia e per chi viaggia. Numeri utili e decalogo finale.

1. Il fatto: un cinghiale morto a Riano

Il parere del Dr. Meo — POLO VIAGGI

Quando una notizia sanitaria riguarda la strada dove abiti, la tentazione è di reagire prima di capire. Ho fatto il contrario: ho cercato la fonte. E la fonte, per ora, è una fotografia su Facebook.

In quarant’anni di lavoro sul campo, dall’Africa occidentale al Corno d’Africa, ho imparato che le epidemie si combattono con due strumenti che sembrano poveri: la segnalazione tempestiva e la verifica di laboratorio. Tutto il resto viene dopo. Vale a Bumbuna come vale a Riano.

Nei giorni scorsi è circolata la notizia del ritrovamento di un cinghiale morto nel territorio di Riano, comune della campagna a nord di Roma. La segnalazione è stata rilanciata sui social già accompagnata dall’espressione «peste suina». Chi scrive abita in quella zona, e proprio per questo ha ritenuto necessario ricostruire i fatti prima di commentarli.

Due paletti da fissare subito

Primo. Un cinghiale trovato morto non è un cinghiale positivo. I cinghiali muoiono per investimenti stradali, traumi, parassitosi, denutrizione, avvelenamenti, abbattimenti e per numerose malattie che con la peste suina africana non hanno alcun rapporto. La diagnosi di PSA non si formula guardando una carcassa né una fotografia: richiede esame anatomo-patologico e ricerca del genoma virale in PCR, con conferma dell’Istituto Zooprofilattico Sperimentale del Lazio e della Toscana e, in ultima istanza, del Centro di referenza nazionale per le pesti suine (CEREP) dell’IZS dell’Umbria e delle Marche.

Secondo. Anche nell’ipotesi peggiore, cioè se l’animale risultasse positivo, per la salute delle persone non cambierebbe assolutamente nulla. La peste suina africana non è una zoonosi: non si trasmette all’uomo né per contatto con gli animali né attraverso il consumo di carne. È il punto su cui tutte le autorità sanitarie sono sempre state esplicite, ed è quello che nelle catene di messaggi si perde per primo.

Perché quella carcassa va comunque segnalata

Non per proteggere noi: per proteggere il sistema. Nel 2025 l’Unione Europea ha analizzato oltre 518.000 campioni di suini domestici e 618.000 campioni di cinghiali. Eppure, secondo l’EFSA, è stata la sorveglianza passiva — cioè l’indagine sugli animali trovati morti o sospetti — a individuare il 73% dei focolai nei cinghiali. La telefonata del cittadino che trova una carcassa è, letteralmente, lo strumento diagnostico principale dell’intero sistema europeo di allerta precoce.

È esattamente ciò che è avvenuto il 10 luglio 2026 sull’Appennino modenese: una carcassa segnalata da un escursionista nel territorio di Fanano, a circa tre chilometri dal confine con il Parco regionale del Corno alle Scale, è risultata positiva alla PSA. Da quella singola segnalazione è derivato l’inserimento di diversi comuni bolognesi nelle zone di restrizione.

Come si segnala nel Lazio

  • Numero verde Protezione Civile regionale: 803555, attivo 24 ore su 24
  • Servizio Veterinario ASL Roma 4 (competente per Riano): 0766/5911, h24
  • Non toccare, non spostare, non fotografare da vicino la carcassa
  • Tenere il cane al guinzaglio e allontanarlo immediatamente
  • Annotare la posizione GPS e comunicarla all’operatore

2. Che cos’è la peste suina africana

La peste suina africana (PSA; in inglese African Swine Fever, ASF) è una malattia virale emorragica altamente contagiosa dei suidi. Colpisce il maiale domestico e il cinghiale eurasiatico, entrambi appartenenti alla specie Sus scrofa. Con i ceppi oggi circolanti in Europa la letalità si avvicina al 100%.

Il Ministero della Salute la classifica fra le malattie di categoria A, quelle per le quali la normativa dell’Unione Europea impone misure immediate di eradicazione non appena individuate. Non esiste alcuna terapia. Non esiste, allo stato attuale, alcun vaccino utilizzabile in Europa.

Il danno che produce non è sanitario in senso umano, è economico e sistemico: quando il virus entra in un allevamento scattano abbattimento totale, restrizioni alla movimentazione, blocchi commerciali e sospensione delle esportazioni. In Italia, negli ultimi anni, i focolai negli allevamenti hanno portato all’abbattimento di oltre 120.000 maiali.

Elemento Peste suina africana
Agente African swine fever virus (ASFV), famiglia Asfarviridae
Specie colpite Solo suidi: maiale domestico, cinghiale, suidi selvatici africani
Trasmissibile all’uomo NO — nessun caso mai documentato
Letalità nei suini Fino al 100% con il genotipo II europeo
Vaccino Nessuno registrato in UE
Terapia Nessuna
Classificazione UE Malattia di categoria A (eradicazione obbligatoria)
Prima comparsa in Italia 1978 in Sardegna; gennaio 2022 in Italia continentale (Ovada, AL)

3. Il virus: microbiologia dell’ASFV

Il parere del Dr. Meo — POLO VIAGGI

Questo è il capitolo più tecnico della scheda e chiedo al lettore non specialista di non saltarlo. Le stranezze biologiche di questo virus non sono curiosità accademiche: spiegano perché non abbiamo un vaccino, perché un salame può portare l’infezione a mille chilometri di distanza e perché una carcassa nel bosco resta pericolosa per mesi. La microbiologia, qui, è già prevenzione.

Tassonomia e struttura

L’ASFV appartiene alla famiglia Asfarviridae, genere Asfivirus, di cui costituisce l’unica specie. È l’unico arbovirus a DNA conosciuto al mondo: una singolarità assoluta nella virologia, perché tutti gli altri virus trasmessi da artropodi sono virus a RNA.

  • Genoma: DNA bicatenario lineare di 170–194 kilobasi, con 150–170 sequenze codificanti
  • Proteine strutturali: oltre cinquanta, molte con funzione di evasione immunitaria
  • Virione: icosaedrico complesso, circa 200 nanometri, con architettura a strati concentrici — nucleoide, core shell, capside interno, membrana interna, envelope esterno acquisito per gemmazione
  • Replicazione: prevalentemente citoplasmatica, con una fase nucleare precoce

Il bersaglio cellulare, e perché il vaccino non arriva

Il virus replica in monociti e macrofagi del suino. Da questo tropismo derivano tutte le caratteristiche cliniche della malattia: l’immunosoppressione precoce, la tempesta citochinica con danno endoteliale diffuso che produce la sindrome emorragica, e soprattutto la mancata induzione di anticorpi neutralizzanti efficaci.

È qui che si spiega il fallimento di decenni di ricerca vaccinale. Un vaccino classico funziona perché induce anticorpi che neutralizzano il virus prima che infetti la cellula bersaglio: con l’ASFV questo meccanismo non si instaura. Alcuni vaccini vivi attenuati sono impiegati in Asia, in particolare in Vietnam, ma la WOAH ha ripetutamente avvertito sui rischi legati all’uso di prodotti non conformi, che possono non conferire protezione e diffondere virus vaccinali capaci di causare malattia acuta o cronica.

Genotipi

Sono descritti ventiquattro genotipi, definiti sulla sequenza del gene p72 (B646L) che codifica la principale proteina capsidica. In Europa e in Asia circola il genotipo II, quello uscito dalla Georgia nel 2007 e progressivamente diffusosi verso occidente. La Sardegna storica, dal 1978, ospitava il genotipo I.

La resistenza ambientale: il dato che cambia tutto

L’ASFV è uno dei virus più resistenti che si conoscano. La WOAH lo dice senza mezzi termini: il virus sopravvive su vestiti, stivali, ruote e altri materiali. Le autorità sanitarie italiane precisano che persiste per diversi mesi nell’ambiente e nelle carcasse degli animali morti, nella carne cruda o poco cotta, e per mesi in alcuni salumi.

Matrice o condizione Sopravvivenza del virus
Carcassa nell’ambiente Mesi, più a lungo con il freddo; le ossa restano infettanti
Carne fresca refrigerata Mesi
Sangue refrigerato Anni
Salumi crudi e stagionati brevemente Mesi
Congelamento Non inattiva il virus
Salagione e stagionatura breve Non sufficienti a inattivarlo
Calore Inattivato a 70 °C per 30 minuti
Disinfettanti efficaci Ipoclorito di sodio, glutaraldeide, formalina, composti a ossigeno attivo
Tradotto in pratica: un panino con il salame dimenticato in un’area di sosta, mangiato da un cinghiale, può fondare un focolaio. Non è un’ipotesi teorica, è il meccanismo con cui il virus ha compiuto i suoi salti intercontinentali.

4. Serbatoi, vettori e i quattro cicli epidemiologici

Confondere i quattro cicli è l’errore all’origine di metà delle informazioni sbagliate che circolano. Vanno tenuti distinti, perché in Italia continentale ne opera in pratica uno solo.

Ciclo Protagonisti Dove opera
Selvatico africano Facoceri (Phacochoerus), potamoceri (Potamochoerus), ilocheri + zecche molli Ornithodoros moubata Africa subsahariana. È il serbatoio originario e vero: i suidi africani si infettano senza ammalarsi
Zecca–suino Ornithodoros erraticus e suini domestici in stalle tradizionali Storicamente penisola iberica
Domestico Maiale–maiale per contatto diretto e per somministrazione di scarti di cucina Ovunque, soprattutto in allevamenti a bassa biosicurezza e familiari
Cinghiale–habitat Cinghiale vivo + carcassa infetta persistente nell’ambiente È il motore dell’epidemia europea, ed è quello che riguarda l’Italia

Il ciclo che conta per noi

Nel ciclo cinghiale–habitat il serbatoio non è tanto l’animale vivo quanto la carcassa infetta lasciata nell’ambiente. Il cinghiale sano si contagia annusando o consumando i resti di un conspecifico morto, e quella carcassa resta infettante per mesi. È il motivo per cui il recupero delle carcasse è, in tutti i piani nazionali ed europei, l’attività di controllo numero uno, affidata ai servizi veterinari delle ASL con il concorso di guardiaparco, polizia provinciale, carabinieri forestali e volontari.

Va detto con chiarezza: in Italia continentale le zecche molli non hanno alcun ruolo epidemiologico. Chi parla di «zecche che trasmettono la peste suina» nel Lazio sta trasferendo sul Tevere un meccanismo che appartiene alla savana africana.

E l’uomo, in questo schema?

L’uomo è un vettore passivo meccanico. Il commissario straordinario alla PSA, Giorgio Briganti, lo ha formulato in modo efficace: una persona non si ammala, ma può diventare vettore passivo, perché fango e materiale organico rimasti sulle scarpe o sulle ruote di una bicicletta possono contribuire a spostare il virus.

La conseguenza epidemiologica è decisiva. Il cinghiale si sposta di pochi chilometri l’anno: da solo non percorre le distanze che il virus ha percorso. I salti di centinaia o migliaia di chilometri — Roma nel 2022, la Catalogna nel 2025, la Finlandia nel 2026 — li ha compiuti l’uomo, attraverso prodotti alimentari, veicoli e materiali contaminati.

5. Come si trasmette

Via di trasmissione Peso epidemiologico
Contatto diretto fra animali (sangue, saliva, feci, urine, secrezioni) Molto alto: il sangue contiene cariche virali elevatissime
Contatto con carcasse infette nell’ambiente Molto alto nel ciclo selvatico europeo
Ingestione di carni o prodotti a base di carne infetta, scarti di cucina Alto: è la via che apre i focolai negli allevamenti
Fomiti: calzature, indumenti, attrezzature, veicoli, mangimi, lettiera Alto per la diffusione a media e lunga distanza
Movimentazione illegale di animali vivi e smaltimento illegale di carcasse Alto: fra le modalità più importanti secondo gli IZS
Puntura di zecche molli Ornithodoros Rilevante solo in Africa e storicamente in Iberia; nullo in Italia
Trasmissione all’uomo Inesistente

6. La malattia nel maiale e nel cinghiale

Il periodo di incubazione è breve, generalmente da 4 a 19 giorni. La forma acuta, quella dominante con il genotipo II, si manifesta con febbre elevata, anoressia improvvisa, prostrazione, difficoltà di movimento, cianosi di orecchie, addome e arti, emorragie cutanee ed emorragie interne, aborto nelle scrofe. La morte sopraggiunge in 6–13 giorni.

Esistono forme subacute e croniche, con quadri meno drammatici. Il dato epidemiologicamente più importante riguarda i sopravvissuti: gli animali che superano la malattia possono restare portatori del virus per circa un anno, e proprio questo ruolo è fondamentale per la persistenza del virus nelle aree endemiche e per la sua diffusione.

La diagnosi

La conferma è esclusivamente di laboratorio. Gli esami impiegati sono l’immunofluorescenza, il test di immunodiffusione in gel di agar (AGID), la fissazione del complemento, la PCR per la ricerca del genoma virale e l’ELISA per la ricerca anticorpale. Nella pratica corrente il riscontro anatomo-patologico sulla carcassa orienta, la PCR conferma.

7. L’uomo si infetta? No, e vale la pena spiegare perché

Il parere del Dr. Meo — POLO VIAGGI

Questa è la domanda che mi arriva in ambulatorio e al telefono, ed è la ragione per cui ho scritto questa scheda. Rispondo con la stessa frase che uso con i pazienti: no, non si prende, e non è una rassicurazione di cortesia — è una impossibilità biologica.

Nel Dipartimento di Medicina Tropicale e Malattie Infettive del POLO VIAGGI passiamo metà del nostro tempo a spiegare quali malattie animali passano davvero all’uomo. Sono tante e alcune sono terribili. Proprio per questo è importante non sprecare l’allarme su quelle che non lo fanno: chi grida al lupo sulla peste suina non sarà creduto il giorno dell’influenza aviaria.

La peste suina africana non è una zoonosi. Non è trasmissibile agli esseri umani, né per contatto con gli animali né attraverso il consumo di carne. In quasi un secolo dalla prima descrizione della malattia, avvenuta in Kenya nel 1921, non è mai stato documentato un solo caso di infezione umana.

La base biologica

La ragione è nel tropismo del virus: l’ASFV replica in monociti e macrofagi del suino. Le cellule umane non sono permissive alla sua replicazione, perché mancano le condizioni molecolari di ingresso e di replicazione produttiva. L’uomo non è semplicemente un ospite «poco suscettibile»: non è un ospite.

Le conseguenze pratiche

  • Carne di maiale, prosciutto, salame e insaccati regolarmente controllati si consumano senza alcun problema
  • Non esiste alcun rischio nel frequentare boschi, sentieri, aree agricole o parchi in zona di restrizione
  • Non esiste alcun rischio per chi convive con cani, gatti o altri animali domestici non suidi
  • Le limitazioni imposte nelle zone di restrizione hanno lo scopo di proteggere i suini, non le persone
Il rischio reale della PSA per l’uomo è economico e sociale: perdita di patrimonio zootecnico, blocchi commerciali, danno alla filiera dei prodotti DOP e IGP, limitazioni alla caccia e alle attività all’aperto. È un rischio serio. Ma non è un rischio sanitario.

8. Le vere zoonosi della carcassa

Il parere del Dr. Meo — POLO VIAGGI

Questo è il capitolo che nei comunicati istituzionali non si legge mai, e che come infettivologo mi preme di più.

Tutti ripetono: «non toccare la carcassa perché c’è la peste suina». L’indicazione è giusta, la motivazione è sbagliata. Non toccatela per la peste suina non ha senso dal punto di vista della vostra salute, perché quel virus a voi non fa nulla. Non toccatela per le zoonosi vere, quelle che ci sono davvero e che nessuno nomina.

Il cinghiale è, in Italia, uno dei principali serbatoi di agenti zoonotici della fauna selvatica. Chi manipola una carcassa senza protezioni si espone a rischi concreti, che nulla hanno a che vedere con la PSA.

Agente Come si contrae dalla carcassa Nota clinica
Leptospirosi Contatto di cute lesa e mucose con urine e acque contaminate Forme itteroemorragiche potenzialmente gravi; sottodiagnosticata
Brucellosi (Brucella suis) Manipolazione ed eviscerazione senza guanti Classica dei cacciatori; febbre ondulante, forme osteoarticolari
Epatite E (HEV genotipo 3) Carne poco cotta, contatto con visceri Sieroprevalenze elevate nei cinghiali italiani; grave nell’immunodepresso e in gravidanza
Trichinellosi Consumo di carne cruda o insufficientemente cotta Obbligo di esame trichinoscopico sui capi destinati al consumo
Tularemia Contatto con tessuti infetti, anche via congiuntivale Rara ma presente; forme ulceroghiandolari
Salmonellosi e Yersinia Contaminazione fecale e manipolazione Enteriti anche severe
Malattia di Aujeszky (pseudorabbia) Il cane annusa, lecca o morde la carcassa Non colpisce l’uomo ma è invariabilmente mortale per il cane

La regola operativa «non avvicinarsi, non toccare, cane al guinzaglio, segnalare e allontanarsi» è quindi corretta due volte, ma per due ragioni diverse: una riguarda la salute dei suini e l’economia del Paese, l’altra riguarda direttamente voi e il vostro cane.

9. La situazione in Italia al 29 agosto 2026

Piemonte e Liguria: il cluster storico

Secondo l’aggiornamento dell’Istituto Zooprofilattico Sperimentale del Piemonte, Liguria e Valle d’Aosta al 23 agosto 2026, il totale cumulativo dei positivi nei cinghiali è salito a 2.209 casi: 827 in Piemonte e 1.382 in Liguria. I focolai negli allevamenti suinicoli restano stabili a 10. La curva ligure continua a crescere di poche unità a settimana, quella piemontese è sostanzialmente ferma.

Toscana: il fronte caldo del 2026

Dal primo gennaio 2026 la Toscana ha registrato 638 casi positivi tra i cinghiali, il dato più alto d’Italia nell’anno in corso, comunicato il 18 agosto durante un incontro fra Anci Toscana e Regione. L’epidemia era partita dalla provincia di Massa-Carrara e ha poi raggiunto Lucca e Pistoia; il passaggio alla specie domestica è già avvenuto, con due allevamenti colpiti a Comano (Massa-Carrara) e a San Marcello Piteglio (Pistoia). Le zone soggette a restrizione interessano territori delle province di Lucca, Massa-Carrara, Pistoia e Prato.

Emilia-Romagna, Lombardia, Sardegna

Il fronte nei cinghiali si è ormai esteso senza soluzione di continuità dal Piemonte fino all’Emilia; il 10 luglio 2026 la positività di una carcassa a Fanano ha portato la malattia alle porte del Parco del Corno alle Scale. In Lombardia si sono registrati focolai in allevamento in provincia di Pavia.

La Sardegna, isola dove la malattia fu introdotta nel 1978 e dove è rimasta endemica per quarant’anni, è oggi indenne e si difende con controlli portuali sistematici: nel quadrimestre aprile–luglio 2026 la ASL di Sassari ha eseguito 443 controlli a Porto Torres, 260 a Olbia e 126 a Golfo Aranci, con cani molecolari addestrati a individuare prodotti suini nei bagagli.

Area Dato Aggiornato al
Piemonte + Liguria 2.209 cinghiali positivi cumulativi (827 + 1.382); 10 focolai in allevamento 23 agosto 2026 (IZS PLV)
Toscana 638 cinghiali positivi dal 1° gennaio 2026; 2 allevamenti colpiti 18 agosto 2026
Emilia-Romagna Fronte attivo sull’Appennino modenese e bolognese 10 luglio 2026
Lombardia Focolai in allevamento in provincia di Pavia 2026
Sardegna Indenne; sorveglianza attiva nei porti Agosto 2026
Lazio Indenne; nessun caso confermato 29 agosto 2026

10. Il Lazio e l’area a nord di Roma

Il parere del Dr. Meo — POLO VIAGGI

Il Lazio ha già vissuto questa storia. Nel 2022 il virus comparve nella Riserva dell’Insugherata e l’intera città dentro il Grande Raccordo divenne zona rossa: divieti di pic-nic, cani al guinzaglio, cancellate ai varchi, oltre millecinquecento cinghiali abbattuti. Ci sono voluti quasi tre anni per uscirne.

Chi come me abita nei comuni a nord del Raccordo ricorda bene che Riano, Castelnuovo di Porto, Sacrofano, Formello, Morlupo e Capena erano dentro la zona di restrizione. Uscirne è costato molto. Rientrarci per un panino abbandonato in un’area di sosta sarebbe assurdo.

La cronologia è netta. Fine aprile 2022: nell’area nord di Roma vengono rinvenuti cinghiali morti o moribondi, risultati positivi alla PSA, quasi tutti nella Riserva Naturale dell’Insugherata all’interno del Grande Raccordo Anulare. Maggio 2022: istituzione della zona rossa e delle zone di restrizione, estese ai comuni a nord fra cui Riano. Gennaio 2025: il Ministero della Salute annuncia l’eradicazione dalla Capitale e il 22 gennaio il Comitato permanente di Bruxelles vota la revoca delle zone di restrizione in provincia di Roma.

Oggi il Lazio è quindi ufficialmente indenne, e al 29 agosto 2026 non risulta alcun caso di PSA confermato sul territorio regionale. Ma la Regione non considera chiusa la partita: il virus circola nelle regioni a nord e la possibilità che la malattia venga nuovamente introdotta nel Lazio è giudicata «concreta e molto elevata». Per la stagione venatoria 2026/2027 sono stati fissati obiettivi di riduzione della popolazione di cinghiali per almeno 38.500 capi, di cui 11.837 nella sola provincia di Viterbo e 8.254 in provincia di Roma. Un piano di questa portata in una regione formalmente indenne dice quanto sia sottile il margine.

La distanza reale. Il fronte epidemico più vicino a Riano è quello tosco-emiliano, a circa trecento chilometri. Il cinghiale, da solo, quella distanza non la percorre: si sposta di pochi chilometri l’anno. Se la peste suina tornasse nel Lazio non arriverebbe camminando. Arriverebbe in automobile, dentro un panino, su una suola di scarpa.

11. La situazione in Europa

Il 2025 è stato l’anno peggiore dell’ultimo quinquennio. Secondo la relazione annuale dell’EFSA, gli episodi nei cinghiali sono arrivati a 11.036, il livello più alto dal 2021 e il 44% in più rispetto ai 7.677 del 2024. I focolai nei suini domestici sono aumentati del 76%, raggiungendo quota 585. La malattia è inoltre ricomparsa in Spagna dopo trentun anni, portando a quattordici il numero degli Stati membri interessati, e la Finlandia ha registrato il suo primo caso in assoluto a fine luglio 2026.

Casi nei cinghiali nell’UE, 2024 vs 2025

2024 — 7.677 casi

2025 — 11.036 casi (+44%)

Fonte: EFSA, relazione annuale PSA, maggio 2026. Focolai nei suini domestici: 585 nel 2025, +76% sul 2024.

Gli Stati membri oggi coinvolti sono Italia, Spagna, Finlandia, Polonia, Germania, Estonia, Lettonia, Lituania, Slovacchia, Ungheria, Romania, Bulgaria, Grecia e Croazia. Fuori dall’Unione il virus circola in Serbia, Bosnia-Erzegovina, Moldova, Ucraina, Bielorussia e Russia.

Il sistema delle zone di restrizione

Zona Definizione Effetti principali
Zona I Area ad alto rischio, senza casi accertati Sorveglianza rafforzata, biosicurezza, controlli sulle movimentazioni
Zona II Presenza della malattia nei cinghiali Limitazioni alle attività all’aperto e venatorie, restrizioni commerciali
Zona III Presenza della malattia nei suini domestici Misure più severe: abbattimenti, blocco delle movimentazioni e delle esportazioni

Un dato merita attenzione perché riguarda direttamente il lettore: nel 2025 nell’UE sono stati analizzati oltre 518.000 campioni di suini domestici e 618.000 di cinghiali, e la sorveglianza passiva ha permesso di individuare il 73% dei focolai nei cinghiali. Per l’EFSA questo tipo di controllo deve continuare ad avere un ruolo centrale.

12. La situazione nel mondo

La peste suina africana è stata per decenni una malattia africana. La WOAH ricostruisce così la sua espansione: presente tradizionalmente in Africa fino al 1978, quando venne introdotta nell’isola italiana della Sardegna; nel 2007 confermata in Georgia, nella regione del Caucaso, da cui si è progressivamente diffusa ai paesi vicini; prima comparsa nell’Unione Europea nel 2014; nel 2018 il salto in Cina, prima comparsa in Asia, con successiva diffusione nella regione e in Oceania; nel luglio 2021 il ritorno nelle Americhe dopo decenni di assenza, in Repubblica Dominicana e ad Haiti. Solo due paesi europei sono riusciti a eradicarla: la Repubblica Ceca nell’aprile 2018 e il Belgio nel marzo 2020.

Area Situazione attuale
Africa subsahariana Endemica, con il ciclo selvatico e le zecche molli come serbatoio permanente
Europa Quattordici Stati membri UE più i paesi balcanici e dell’Est; 2025 anno record
Asia e Pacifico L’aggiornamento FAO del 18 giugno 2026 copre venti paesi e territori, con nuovi focolai in India e crisi del comparto suinicolo in Sri Lanka
Caraibi Repubblica Dominicana e Haiti dal luglio 2021
Oceania Papua Nuova Guinea, Timor Est
Tendenza globale Secondo il rapporto WOAH di maggio 2026 i focolai nei suini domestici sono in calo da agosto 2025; i casi nei cinghiali, dopo il picco fra ottobre 2025 e gennaio 2026, hanno anch’essi iniziato a diminuire

13. Prevenzione: che cosa fare, in concreto

Il parere del Dr. Meo — POLO VIAGGI

Nelle indicazioni che seguono ho voluto separare i destinatari, perché le regole valide per l’allevatore non servono all’escursionista e viceversa. Segnalo in particolare il paragrafo dedicato a chi viaggia: al POLO VIAGGI vediamo ogni settimana persone che rientrano da paesi con circolazione attiva del virus portando salumi artigianali nel bagaglio, convinte di fare una cosa innocua. È il singolo comportamento a più alto rischio di tutta questa scheda.

Per chi cammina nei boschi e nelle campagne

  1. Segnalare ogni carcassa di cinghiale, comprese ossa e resti, al 803555 o al servizio veterinario della ASL competente
  2. Non toccare, non spostare, non avvicinarsi: la rimozione spetta solo al personale incaricato
  3. Tenere sempre il cane al guinzaglio nelle aree naturali e agricole
  4. Al rientro, pulire e disinfettare accuratamente calzature, ruote di bicicletta e pneumatici
  5. Non abbandonare rifiuti alimentari nell’ambiente e smaltirli in contenitori chiusi
  6. Non alimentare i cinghiali: è vietato dalla legge 221/2015 ed è la principale abitudine che li avvicina agli abitati

Per chi alleva suini, anche un solo capo familiare

  • Recinzione efficace, zona filtro all’ingresso, cambio di calzature e indumenti
  • Divieto assoluto di somministrare scarti di cucina o avanzi contenenti carne
  • Controllo dell’origine di mangimi, foraggio e lettiera, che possono essere contaminati
  • Disinfezione sistematica di mezzi e attrezzature in entrata
  • Denuncia immediata di ogni aumento anomalo della mortalità: il ritardo di quarantotto ore è ciò che trasforma un caso in un’epidemia

Per chi caccia

  • Kit di biosicurezza personale, guanti monouso sempre
  • Eviscerazione nei punti attrezzati e gestione controllata dei visceri
  • Disinfezione di coltelli, stivali, indumenti e veicoli dopo ogni uscita
  • Nessun accesso ad allevamenti suinicoli nelle ore successive alla battuta
  • Rispetto dell’obbligo di esame trichinoscopico sui capi destinati al consumo

Per chi viaggia — indicazioni del POLO VIAGGI

  • Non introdurre in Italia carni o salumi suini provenienti da paesi con PSA, neppure sottovuoto o di produzione domestica: il regolamento UE lo vieta e il virus sopravvive nei prodotti crudi per mesi
  • La carne di cinghiale è quella a maggior rischio in assoluto
  • Chi visita allevamenti, mercati di animali vivi o macelli in aree endemiche deve cambiare calzature e indumenti prima di rientrare in qualsiasi ambiente zootecnico italiano
  • La stessa regola vale per i rientri dalla Sardegna e per gli spostamenti dalle zone di restrizione del Nord e della Toscana
  • Rispettare i controlli portuali e aeroportuali: la consegna spontanea dei prodotti non comporta sanzione

In sintesi, per chi ha poco tempo

La peste suina africana non si trasmette all’uomo, in nessun modo. Un cinghiale morto va segnalato e non toccato: per la peste suina non rischiate nulla, per leptospirosi, brucellosi ed epatite E sì. Il Lazio oggi è indenne e non ci sono casi confermati. Il virus non cammina: viaggia con noi, in una suola infangata, in una ruota, in un panino. Quando tornate dal bosco, pulite le scarpe.

Domande frequenti

Posso continuare a mangiare prosciutto e salame?

Sì, senza alcuna limitazione. La peste suina africana non si trasmette all’uomo attraverso il consumo di carne. I prodotti a marchio sanitario provengono da filiere controllate. Il divieto di trasportare salumi da paesi infetti serve a proteggere i maiali italiani, non i consumatori.

Ho toccato una carcassa di cinghiale. Devo preoccuparmi?

Per la peste suina no, in nessun modo. Per leptospirosi, brucellosi, epatite E e tularemia sì: lavatevi accuratamente mani e avambracci con acqua e sapone, disinfettate ogni ferita anche minima e, se nei giorni successivi compare febbre, riferite al medico il contatto avvenuto. È un’informazione che cambia l’orientamento diagnostico.

Il mio cane ha annusato una carcassa. C’è un rischio?

Non per la peste suina, che non colpisce i cani. Ma la malattia di Aujeszky, o pseudorabbia, sì: si contrae proprio annusando, leccando o mordendo carcasse e visceri di cinghiale, ed è invariabilmente mortale per il cane, con decorso rapidissimo. Se compaiono prurito intenso al muso, salivazione e alterazioni del comportamento, andate immediatamente dal veterinario. È la ragione più seria per tenere il cane al guinzaglio.

Le zecche trasmettono la peste suina anche in Italia?

No. I vettori biologici sono zecche molli del genere Ornithodoros, che appartengono al ciclo africano e, storicamente, ad alcune stalle tradizionali iberiche. In Italia continentale non hanno alcun ruolo epidemiologico. Le zecche che troviamo nei nostri boschi sono zecche dure, che trasmettono altre malattie ma non la PSA.

Perché abbattere migliaia di cinghiali se il virus non riguarda l’uomo?

Perché la densità della popolazione di cinghiali determina la velocità con cui il virus circola e la probabilità che raggiunga gli allevamenti. È una misura di sanità animale e di tutela economica, non di sanità pubblica. Va detto che la sua efficacia è oggetto di discussione: alcune associazioni sostengono che le battute collettive possano disperdere i branchi e favorire la diffusione, ed è un’obiezione che merita risposte con dati, non con slogan.

Esiste un vaccino?

Non in Europa. La ragione è biologica: il virus replica nei macrofagi e non induce anticorpi neutralizzanti efficaci, quindi l’approccio vaccinale classico non funziona. In alcuni paesi asiatici sono impiegati vaccini vivi attenuati, ma la WOAH ha messo in guardia sui rischi dei prodotti non conformi.

Che cosa succede se il cinghiale di Riano risulta positivo?

Sarebbe una notizia sanitaria di rilievo nazionale, perché segnerebbe il ritorno del virus in una regione dichiarata indenne nel gennaio 2025. Scatterebbero l’istituzione di una zona infetta, la ricerca attiva delle carcasse, la sospensione della caccia di selezione, limitazioni alle attività all’aperto e restrizioni alla filiera suinicola. Per la salute delle persone, invece, non cambierebbe nulla. Aggiorneremo questa scheda all’esito delle analisi.

Bibliografia e fonti ragionate

Tutte le fonti sono state consultate e verificate fra il 29 e il 30 agosto 2026.

Dati epidemiologici italiani

  • Istituto Zooprofilattico Sperimentale del Piemonte, Liguria e Valle d’Aosta — I controlli per la PSA, aggiornamento al 23 agosto 2026
  • Regione Toscana e Anci Toscana — Incontro del 18 agosto 2026 sui dati regionali e sui Gruppi Operativi Territoriali
  • Regione Toscana — Peste suina africana: biosicurezza e zone di restrizione, agosto 2026
  • Ministero della Salute — Dati epidemiologici nazionali e internazionali; Bollettino epidemiologico nazionale PSA (IZSAM)
  • Centro di Referenza Nazionale per le Pesti Suine (CEREP), IZS dell’Umbria e delle Marche

Lazio e area romana

  • Regione Lazio — Emergenza PSA: situazione nel Lazio; come contenere l’epidemia
  • Ministero della Salute e Struttura commissariale PSA — Eradicazione dalla provincia di Roma; voto del Comitato permanente PAFF del 22 gennaio 2025
  • Regione Lazio — Piano venatorio 2026/2027 e obiettivi di riduzione della popolazione di cinghiali
  • Roma Capitale — Misure per il contenimento della PSA e numeri per la segnalazione delle carcasse

Dati europei e mondiali

  • EFSA — Relazione annuale sulla peste suina africana, maggio 2026
  • EFSA — Rapporto scientifico su fattori di rischio e di protezione contro la PSA, compreso il ruolo dei vettori
  • Regolamento di esecuzione (UE) 2023/594 e successivi aggiornamenti delle zone soggette a restrizione
  • WOAH — African swine fever: scheda di malattia e situation report di maggio 2026
  • FAO EMPRES-AH — ASF situation update in Asia & Pacific, 18 giugno 2026
  • GF-TADs — Global control of African swine fever: a GF-TADs initiative (2026–2030)

Virologia e zoonosi della fauna selvatica

  • IZS del Lazio e della Toscana — Peste suina africana: agente eziologico, trasmissione, diagnosi, diffusione
  • African swine fever in the era of global expansion: epidemiology, transmission dynamics, viral evolution, and One Health control strategies. Veterinary World 2026;19(8):3351-3371
  • EFSA-ECDC — The European Union One Health Zoonoses Report, edizioni recenti
  • Letteratura nazionale sulla sieroprevalenza di HEV, Brucella suis e Leptospira spp. nel cinghiale in Italia

POLO VIAGGI CESMET – ARTEMISIA

Centro di Medicina Tropicale e dei Viaggi · Dipartimento di Medicina Tropicale e Malattie Infettive

Direttore: Dr. Paolo Meo, infettivologo-tropicalista

clinicadelviaggiatore.com

Scheda malattia a scopo divulgativo e di educazione sanitaria, edizione 1.0 del 29 agosto 2026. Non sostituisce il parere del medico curante né le disposizioni delle autorità sanitarie e veterinarie competenti. Per la segnalazione di carcasse di cinghiale nel Lazio: numero verde Protezione Civile regionale 803555 o servizio veterinario della ASL territorialmente competente.

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FULMINI: come ti devi comportare

POLO VIAGGI CESMET – ARTEMISIA  ·  Centro di Medicina Tropicale e dei Viaggi

RISCHIO FULMINI

Decalogo — come comportarsi in caso di temporale improvviso

Temporali estivi e autunnali  ·  in montagna, in spiaggia, nei campi, all’aperto

LA REGOLA 30/30 — quella da ricordare per prima

Meno di 30 secondi fra il lampo e il tuono: la cella è entro 10 km, sei già nel raggio del fulmine → cerca riparo.

Esci allo scoperto solo 30 minuti dopo l’ultimo tuono: molte vittime vengono colpite quando il temporale sembra finito.

1

Parti presto, guarda le previsioni

Il temporale termico è puntuale: si forma nel primo pomeriggio. In montagna la parte esposta va conclusa entro le prime ore del pomeriggio.

2

Applica la regola 30/30

Al riparo se fra lampo e tuono passano meno di 30 secondi. Fuori non prima di 30 minuti dall’ultimo tuono.

3

Scegli il riparo giusto

Sicuri solo: edificio con impianti e auto chiusa. Non sono ripari gazebo, tettoie, ombrelloni, tende, capanni, grotte poco profonde.

4

Allontanati da tutto ciò che sporge

Cime, creste, alberi isolati, pali, tralicci, croci di vetta. Da un albero alto stai lontano almeno il doppio della sua altezza.

5

Esci subito dall’acqua

Mare, laghi, fiumi, piscine: l’acqua distribuisce la corrente su decine di metri. In spiaggia sei tu l’oggetto più alto.

6

Deponi gli oggetti lunghi e metallici

Piccozze, bastoncini, ombrelli, canne da pesca, attrezzi: appoggiali a qualche metro. Nessun materiale indossato isola dal fulmine.

7

In gruppo, distanziatevi

Almeno 3-5 metri l’uno dall’altro: un solo fulmine non deve mettere fuori gioco tutti, e qualcuno deve poter soccorrere.

8

Se sei sorpreso allo scoperto: accovacciati

Sui talloni, piedi uniti, testa fra le ginocchia, mani sulle orecchie. Mai sdraiarsi a terra: è la posizione che uccide.

9

In casa: tubature e cavi conducono

Niente doccia, lavelli, telefono fisso. Stacca gli apparecchi prima del temporale. Lontano da porte, finestre e pareti esterne.

10

In auto: resta dentro

Protegge la carrozzeria, non i pneumatici. Fermati, non toccare le parti metalliche, non uscire. Moto e bici non proteggono.

SE QUALCUNO VIENE COLPITO — i primi minuti decidono

TOCCALA SUBITO  — Chi è stato colpito non trattiene alcuna carica: nessun rischio per chi soccorre.

CHIAMA IL 112  — Se la zona è ancora esposta, spostala prima in un luogo sicuro.

NON RESPIRA? VENTILA  — 30 compressioni / 2 ventilazioni. Nel fulmine il cuore riparte da solo, il respiro no.

NON FERMARTI PRESTO  — Rianima a lungo: sono documentati recuperi completi dopo molti minuti.

PIÙ VITTIME?  — Triage inverso: soccorri per primi quelli che sembrano morti, cioè chi non respira.

POLO VIAGGI CESMET – ARTEMISIA  ·  Direttore: Dr. Paolo Meo, infettivologo-tropicalista  ·  clinicadelviaggiatore.com

Materiale divulgativo. Non sostituisce i protocolli ufficiali di soccorso. In emergenza chiamare il 112.

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DENGUE E MALDIVE GRAVE EPIDEMIA

Cesmet bollettino della DENGUE nelle MALDIVE 

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Scheda paese · Scheda malattia · Edizione 1 agosto 2026

MALDIVE E DENGUE vista dall’Italia

Il paradiso ha una zanzara. Quello che devi sapere prima di partire.

                                                                   

Redazione scientifica del POLO VIAGGI CESMET – ARTEMISIA

Direttore: Dr. Paolo Meo — tropicalista, infettivologo

Le Maldive sono oggi la prima causa di dengue importata in Italia: 7 casi su 10.

Come è fatta questa scheda

1
Perché una scheda dedicata alle Maldive
Nel 2026 il 71% delle dengue diagnosticate in Italia arriva dalle Maldive. Un cambio di geografia del rischio che quasi nessun turista conosce.
2
La situazione oggi: i numeri dell’epidemia
Andamento mensile dei casi nel 2026, confronto con il 2025, decessi e allerta delle autorità sanitarie maldiviane.
3
Atollo per atollo: dove circola davvero il virus
Le aree a incidenza più alta, il peso di Malé e la differenza reale fra isole abitate, resort e liveaboard.
4
La zanzara: chi è, dove vive, quando punge
Aedes aegypti e Aedes albopictus, il loro habitat nei villaggi e nei resort, e perché pungono di giorno.
5
Che cos’è la dengue e come si manifesta
Sintomi, tempi di incubazione, decorso tipico e i segnali d’allarme che impongono il ricovero immediato.
6
Perché la seconda dengue è più pericolosa della prima
Il fenomeno del potenziamento anticorpo-dipendente e chi deve considerarsi a rischio aumentato.
7
QDENGA: il vaccino, in profondità
Perché la prima dose protegge già chi parte, quando farla, a chi è essenziale e la posizione del CESMET.
8
Proteggersi dalle punture: cosa funziona davvero
NOZETA e olio di Neem come repellente di prima scelta del CESMET, abbigliamento, ambienti e orari.
9
Se hai la febbre alle Maldive
Cosa fare sull’isola, quali farmaci evitare assolutamente e quando chiedere l’evacuazione sanitaria.
10
Se hai la febbre al rientro in Italia
La finestra dei 14 giorni, cosa dire al medico e perché la tua diagnosi protegge anche il tuo quartiere.
11
Non solo dengue: Zika e chikungunya
Gli altri virus trasmessi dalla stessa zanzara e le implicazioni per chi cerca una gravidanza.
12
La checklist del viaggiatore
Cosa fare appena prenoti, nei giorni prima, in valigia e al ritorno. Una lista da spuntare.
13
Domande frequenti e fonti
Le domande che riceviamo più spesso in ambulatorio e i riferimenti scientifici di questa scheda.

1. Perché una scheda dedicata alle Maldive

Per anni la dengue è stata, nell’immaginario del viaggiatore italiano, una malattia del Sud-est asiatico o dell’America Latina. Qualcosa che si prende zaino in spalla, non in un bungalow sull’acqua. Nel 2026 questa immagine è semplicemente sbagliata.

I dati della sorveglianza nazionale italiana sono netti: dei 169 casi di dengue confermati in Italia nel primo semestre 2026, tutti importati da viaggi, il 71% ha come luogo di esposizione le Maldive. Nel primo trimestre la percentuale era ancora più alta, l’83%. Nessun’altra destinazione si avvicina.

169
casi dengue in Italia 2026
71%
esposizione Maldive
~120
viaggiatori italiani infettati

Lo stesso fenomeno si osserva in Spagna, dove circa la metà dei 124 casi importati registrati fino al 19 luglio 2026 è collegata a un viaggio nelle Maldive. Non è un’anomalia italiana: è un’epidemia in corso in un arcipelago che riceve due milioni e mezzo di turisti l’anno.

2. La situazione oggi: i numeri dell’epidemia

L’Health Protection Agency (HPA) delle Maldive pubblica dati mensili sulle malattie infettive. Il 2026 si è aperto con un’impennata che non ha precedenti recenti e che è proseguita per tutto il primo semestre.

Mese 2026 Casi dengue Stesso mese 2025 Variazione
Gennaio 647 424 +53%
Febbraio 428 76 +463%
Marzo 535 60 +792%
Aprile 648 in crescita
Maggio 778 picco del semestre
Totale gen–mag ~3.000

Un dato che i tour operator non raccontano
muore a 23 anni punto da una zanzara infetta di virus della DENGUE

Circa tremila casi in cinque mesi in un Paese di poco più di 500.000 abitanti significano un’incidenza altissima. Nello stesso periodo il flusso turistico non ha subito rallentamenti: il governo maldiviano punta a 2,5 milioni di visitatori nel 2026.

Il 13 aprile 2026 un giovane di 23 anni residente a Milano, nell’atollo di Shaviyani, è deceduto all’Indira Gandhi Memorial Hospital di Malé dopo un ricovero in terapia intensiva. È il decesso che ha portato la dengue in prima pagina nelle Maldive.

L’HPA ha diffuso ripetuti avvisi alla popolazione — a gennaio, ad aprile e nei mesi successivi — chiedendo la collaborazione di consigli comunali, strutture private e cittadini per l’eliminazione dei focolai larvali. Il consiglio comunale di Malé ha intensificato le operazioni di disinfestazione (fogging) dall’inizio dell’anno.

3. Atollo per atollo: dove circola davvero il virus

                                                                    

Le Maldive sono 26 atolli naturali e oltre 1.190 isole, di cui circa 190 abitate e più di 170 destinate a resort. La sorveglianza sanitaria ragiona per atollo, non per singola isola: i dati pubblici disponibili sono espressi come incidenza per 10.000 abitanti a livello di atollo amministrativo. Questa è la geografia reale del rischio.

Atollo Incidenza (gennaio 2026) Rilievo per il turista
Vaavu (Felidhoo) 75 casi / 10.000 ab. Atollo con la più alta incidenza; meta di safari-boat e immersioni
Kaafu (Malé Atoll) 71 casi / 10.000 ab. Include Malé, Hulhumalé, l’aeroporto e la maggior parte dei resort
Gaafu Alifu 47 casi / 10.000 ab. Atollo meridionale, resort e isole locali
Alifu Alifu (Ari Nord) fra i più colpiti a marzo Zona classica di resort e crociere
Shaviyani fra i più colpiti a marzo Atollo settentrionale; sede del decesso di aprile
Altri atolli trasmissione diffusa Nessun atollo può essere considerato indenne

Il limite dei dati e come leggerlo

Non esistono dati pubblici sul numero di zanzare infette per singola isola: nelle Maldive non è attiva una sorveglianza entomo-virologica capillare come quella che, per esempio, l’Italia applica alla zanzara tigre. Chi vi promette una mappa “isola per isola” delle zanzare positive vi sta raccontando qualcosa che non esiste.

Quello che sappiamo è la geografia dei casi umani, che nelle isole piccole coincide di fatto con la geografia del vettore: se su un’isola di due chilometri quadrati ci sono casi, la zanzara infetta è lì.

Isole locali, resort e liveaboard: tre rischi diversi

Malé e isole abitate
Rischio alto
Densità urbana, cisterne, ristagni domestici, trasmissione continua
Guesthouse su isole locali
Rischio medio-alto
Si vive dentro il villaggio, con la stessa esposizione dei residenti
Resort su isola privata
Rischio medio
Disinfestazione regolare, ma personale e forniture arrivano dalle isole abitate

L’idea che il resort sia una bolla protetta è la più diffusa e la più pericolosa delle convinzioni. I resort maldiviani effettuano disinfestazioni regolari e mantengono standard elevati, ma ogni isola-resort riceve ogni giorno personale che vive sulle isole abitate, e ospita vegetazione lussureggiante, sottovasi, grondaie e fioriere: esattamente l’habitat che Aedes aegypti predilige. Diversi casi diagnosticati in Italia riguardano viaggiatori che non hanno mai lasciato il proprio resort.

Le crociere in liveaboard (safari-boat) meritano una nota a parte: le imbarcazioni sostano vicino alle isole, le zanzare salgono a bordo all’ormeggio e gli spazi comuni all’aperto al tramonto sono un punto di esposizione tipico. L’atollo di Vaavu, che guida la classifica dell’incidenza, è una delle rotte più battute.

4. La zanzara: chi è, dove vive, quando punge

Nelle Maldive la dengue è trasmessa da due specie del genere Aedes: soprattutto Aedes aegypti, la zanzara della febbre gialla, e in misura minore Aedes albopictus, la zanzara tigre che conosciamo bene anche in Italia. Entrambe sono presenti in modo stabile sull’arcipelago.

  • Punge di giorno. È la differenza che sorprende tutti. A differenza delle anofele della malaria, che pungono di notte, Aedes è attiva soprattutto nelle due-tre ore dopo l’alba e nelle due-tre ore prima del tramonto. La zanzariera sul letto serve a poco; il repellente alle 17:00 sull’aperitivo in spiaggia serve moltissimo.
  • Vive vicino all’uomo. Non è una zanzara di foresta: si riproduce in piccole raccolte d’acqua di origine domestica — sottovasi, cisterne, secchi, copertoni, grondaie, ciotole degli animali, teli. Il raggio di volo è breve, spesso poche decine di metri.
  • Vola basso e punge le caviglie. Il repellente va applicato anche su piedi, caviglie e polpacci, che sono le zone più frequentemente dimenticate.
  • Le Maldive hanno il clima ideale tutto l’anno. Non esiste una vera stagione a rischio zero. Il monsone Iruvai e le piogge aumentano i focolai larvali, ma la trasmissione è continua nei dodici mesi.

IL PARERE DEL DR. MEO

Nei quarant’anni che ho passato fra tropici e ambulatorio, la frase che sento più spesso è: “Dottore, ma io ero in un resort a cinque stelle”. Come se il virus leggesse le stelle di TripAdvisor. La zanzara che ti punge non sa quanto hai pagato la notte: sa che c’è un sottovaso pieno d’acqua dietro la spa e che tu sei fermo al bar alle sei di sera con le caviglie scoperte.

L’altra frase che sento è: “Non me l’ha detto nessuno”. E questa mi fa più rabbia della prima, perché è vera. L’agenzia vende il sogno, il resort vende la calma, e nessuno mette in valigia l’informazione che serve. È esattamente per questo che scriviamo queste schede.

5. Che cos’è la dengue e come si manifesta

La dengue è un’infezione virale acuta causata da quattro sierotipi distinti del virus dengue (DENV-1, DENV-2, DENV-3, DENV-4). L’infezione con un sierotipo lascia un’immunità permanente verso quel sierotipo soltanto, e una protezione temporanea e parziale verso gli altri tre.

Fase Quando Che cosa succede
Incubazione 4–10 giorni dalla puntura Nessun sintomo. È in questa finestra che molti tornano a casa
Fase febbrile giorni 1–3 Febbre alta improvvisa, cefalea frontale, dolore retro-orbitario, mialgie e artralgie intense (la “febbre spacca-ossa”), nausea, esantema
Fase critica giorni 3–7 Sfebbramento: è il momento più insidioso. Nella maggior parte dei casi inizia la guarigione, in una minoranza compaiono le complicanze
Convalescenza giorni 7–14 e oltre Astenia marcata, talvolta per settimane; possibile rash pruriginoso

SEGNALI D’ALLARME — cerca assistenza medica immediata

Dolore addominale intenso e persistente · Vomito ripetuto · Sanguinamento da naso o gengive, ematomi spontanei, sangue nel vomito o nelle feci · Respiro affannoso · Letargia, irrequietezza, confusione · Estremità fredde e sudate · Riduzione della diuresi

Questi segni compaiono tipicamente proprio quando la febbre scende, fra il terzo e il settimo giorno. Il calo della febbre nella dengue non significa che stai guarendo: significa che entri nella fase in cui va sorvegliato.

Va detto con onestà: la maggior parte delle infezioni da dengue nel viaggiatore adulto sano decorre in forma lieve o addirittura asintomatica, e si risolve senza conseguenze. La forma grave è una minoranza. Ma è una minoranza che esiste, che può richiedere terapia intensiva, e che nelle Maldive nel 2026 ha già causato almeno un decesso.

6. Perché la seconda dengue è più pericolosa della prima

È la caratteristica che rende questa malattia diversa da tutte le altre che il viaggiatore conosce. Chi ha già avuto la dengue con un sierotipo e si infetta successivamente con un sierotipo diverso ha un rischio significativamente maggiore di sviluppare una forma grave.

Il meccanismo si chiama potenziamento anticorpo-dipendente (Antibody-Dependent Enhancement, ADE): gli anticorpi prodotti contro il primo virus non riescono a neutralizzare il secondo, ma vi si legano e ne facilitano l’ingresso nelle cellule del sistema immunitario, amplificando la replicazione virale e la risposta infiammatoria.

Chi deve considerarsi a rischio aumentato

Chi ha avuto un episodio documentato di dengue in passato, anche molti anni fa e anche in un altro continente.

Chi ha soggiornato a lungo in area endemica e potrebbe aver avuto un’infezione lieve o asintomatica senza saperlo — situazione molto più comune di quanto si creda.

Chi torna ripetutamente nella stessa area tropicale, moltiplicando le occasioni di incontrare un sierotipo diverso.

Questo punto è centrale per capire il capitolo successivo: è proprio nella popolazione già venuta a contatto con il virus che il vaccino QDENGA offre la protezione più solida, ed è in questa popolazione che il rischio di malattia grave, senza vaccino, è più alto.

7. QDENGA: il vaccino, in profondità

Chi parte per le Maldive può partire vaccinato. Anche con poco preavviso.

Che cos’è

QDENGA® (TAK-003, Takeda) è un vaccino tetravalente vivo attenuato, autorizzato dall’Agenzia Europea per i Medicinali e disponibile in Italia presso i centri di medicina dei viaggi. Contiene tutti e quattro i sierotipi del virus dengue in forma attenuata, costruiti su una piattaforma DENV-2. È indicato a partire dai 4 anni di età.

A differenza del precedente Dengvaxia, QDENGA può essere somministrato sia a chi ha già avuto la dengue sia a chi non l’ha mai avuta, senza necessità di eseguire prima un test sierologico.

                                                        

La prima dose protegge già chi parte

È il punto che il CESMET vuole affermare con la massima chiarezza, perché è quello che nella pratica fa la differenza fra un viaggiatore protetto e uno che parte scoperto. Una sola dose di QDENGA induce già una risposta immunitaria verso tutti e quattro i sierotipi e offre al viaggiatore una protezione adeguata al soggiorno.

Voce Indicazione del POLO VIAGGI CESMET
Momento ideale della prima dose 14–30 giorni prima della partenza
In caso di urgenza anche a circa una settimana dalla partenza: si vaccina comunque
Età dai 4 anni in su; nessun aggiustamento di dose oltre i 60 anni
Seconda dose (richiamo) a 3 mesi dalla prima. Rafforza l’immunità e porta la copertura a 4–5 anni
Se si parte con una sola dose il richiamo si programma al rientro: il viaggio non va rimandato
Test sierologico preliminare non necessario

Il messaggio pratico

Il ciclo a due dosi è lo schema ottimale e va preferito ogni volta che c’è il tempo per farlo: è quello che consolida la risposta immunitaria e che estende la copertura a quattro-cinque anni, coprendo quindi anche i viaggi successivi.

Ma la mancanza di tre mesi di preavviso non è, e non deve diventare, un motivo per rinunciare alla vaccinazione. Chi si presenta da noi tre settimane prima di partire per le Maldive viene vaccinato e parte protetto. Chi si presenta a una settimana dalla partenza viene vaccinato lo stesso.

Chi non riesce a completare il richiamo prima di partire lo esegue al ritorno: la protezione acquisita non va persa e il beneficio a lungo termine si recupera integralmente.

Quanto protegge

Negli studi registrativi condotti su oltre 20.000 partecipanti in aree endemiche, QDENGA ha mostrato un’efficacia complessiva intorno all’80% contro la dengue confermata in laboratorio a 12 mesi, e una protezione di circa l’84% contro l’ospedalizzazione. A distanza di quattro anni e mezzo l’efficacia contro la malattia si attesta intorno al 60%, mentre la protezione contro le forme che richiedono il ricovero — quelle che davvero contano — si mantiene più alta e più duratura.

La protezione è più elevata e più solida in chi ha già avuto un contatto con il virus. Nel soggetto mai infettato la protezione contro DENV-1 e DENV-2 è buona, mentre i dati su DENV-3 e DENV-4 sono più limitati. Il vaccino non protegge tutti i vaccinati contro tutti i sierotipi: per questo la protezione antizanzara resta indispensabile anche dopo la vaccinazione.

Chi deve vaccinarsi: la posizione del CESMET

Le società scientifiche italiane di medicina dei viaggi, nelle loro indicazioni generali, non raccomandano QDENGA in modo indiscriminato a tutti i viaggiatori internazionali e riservano la raccomandazione piena a chi ha già avuto la dengue o a chi soggiorna a lungo in area endemica.

Il POLO VIAGGI CESMET – ARTEMISIA, per la specifica destinazione Maldive e alla luce dell’epidemia in corso nell’arcipelago nel 2026, assume una posizione più netta e la dichiara apertamente.

Le indicazioni del POLO VIAGGI CESMET per chi parte per le Maldive

ESSENZIALE negli ultrasessantenni e nei portatori di malattie croniche: diabete, cardiopatie, broncopneumopatie, nefropatie. Sono le persone in cui la dengue, se contratta, ha la probabilità più alta di evolvere in forma grave e di richiedere il ricovero.

ESSENZIALE in chi ha già avuto un episodio di dengue in passato, anche molti anni fa e in un altro continente: è il soggetto a maggior rischio di forma grave per il fenomeno del potenziamento anticorpo-dipendente.

IMPORTANTE nei bambini a partire dai 4 anni di età, per i quali il vaccino è autorizzato e per i quali la protezione comportamentale è, nella realtà di una vacanza al mare, molto difficile da mantenere per l’intera giornata.

FORTEMENTE CONSIGLIATO a tutti coloro che si recano alle Maldive, indipendentemente dall’età, dalla durata del soggiorno e dal tipo di struttura scelta. L’arcipelago è oggi la prima sorgente di dengue importata in Italia: la raccomandazione è generale.

NON INDICATO in gravidanza, in allattamento e nei soggetti immunodepressi: sono controindicazioni assolute del vaccino vivo attenuato. Per queste persone la difesa si costruisce interamente sul repellente e sul comportamento.

Controindicazioni e cautele

  • Gravidanza e allattamento: controindicato. Si tratta di un vaccino vivo attenuato. Alle donne in età fertile si raccomanda di evitare una gravidanza nel mese successivo alla vaccinazione.
  • Immunodepressione: controindicato. Comprende le terapie immunosoppressive, i corticosteroidi sistemici ad alte dosi, le immunodeficienze congenite o acquisite. Attenzione: alcuni pazienti cronici rientrano in questa categoria e vanno valutati singolarmente.
  • Ipersensibilità nota a un componente del vaccino o reazione grave a una dose precedente.
  • Immunoglobuline o emoderivati recenti: attendere almeno 6 settimane, preferibilmente 3 mesi, dalla fine del trattamento.
  • Gli effetti indesiderati più comuni sono lievi e transitori: dolore in sede di iniezione, cefalea, mialgie, malessere, febbricola nei giorni successivi.

IL PARERE DEL DR. MEO

Per anni ho visto viaggiatori tornare dallo studio senza vaccino perché qualcuno aveva detto loro che “ci vogliono tre mesi”. È una risposta burocratica, non clinica. La prima dose di QDENGA lavora: induce una risposta verso tutti e quattro i sierotipi e mette il viaggiatore in condizione di partire coperto. Il momento migliore per farla sono i quattordici-trenta giorni prima della partenza; se uno mi arriva a sette giorni, lo vaccino comunque, perché la protezione si costruisce nei primi giorni del soggiorno e le Maldive non sono un rischio di un giorno solo.

Il richiamo a tre mesi è la scelta migliore e va programmato: non tanto per il viaggio che stai facendo, quanto per i quattro-cinque anni successivi, che è quello che quella seconda dose ti regala. Ma se il calendario non lo consente prima della partenza, si fa al ritorno. Il viaggio non si rimanda e la vaccinazione non si salta.

E poi c’è la parte su cui non transigo. Se hai più di sessant’anni, se hai il diabete, se hai un cuore, un polmone o un rene che non funzionano come dovrebbero, per me questo vaccino è essenziale, non opzionale: sei tu quello che rischia la terapia intensiva, non il ragazzo di venticinque anni nel bungalow accanto. E se hai bambini sopra i quattro anni, ricordati che al mare nessun bambino tiene addosso il repellente per dodici ore. Il vaccino, quello, resta.

8. Proteggersi dalle punture: cosa funziona davvero

Il vaccino non sostituisce la protezione antizanzara: la integra. Le raccomandazioni ufficiali sono esplicite nel chiedere che le misure di protezione personale proseguano anche dopo la vaccinazione. Nelle Maldive, dove l’esposizione è quotidiana e diurna, questo è il vero lavoro del viaggiatore.

NOZETA – olio di Neem: il repellente scelto dal CESMET

Il CESMET ha testato e selezionato NOZETA, la formulazione per uso umano dell’olio di Neem (Azadirachta indica) arricchita con essenze aromatiche, fra cui Corymbia citriodora, che ne potenziano l’effetto repellente e ne rendono gradevole la fragranza. È il prodotto che indichiamo per primo ai nostri viaggiatori diretti alle Maldive.

  • Naturale, sicuro, multiuso. Estratto dal frutto e dalle radici dell’albero di Neem, è utilizzabile sui neonati, sui bambini, in gravidanza e nei soggetti con pelle sensibile o che desiderano evitare prodotti di sintesi. Proprio le categorie che, alle Maldive, non possono ricorrere al vaccino.
  • Attivo sulle zanzare Aedes, vettori di dengue, Zika e chikungunya, oltre che sulle Anopheles della malaria.
  • Non solo repellente. Ha un’azione lenitiva e antinfiammatoria dopo la puntura, protegge da zecche e parassiti cutanei (scabbia, pidocchi) ed è efficace su eritemi e scottature solari: alle Maldive è tre prodotti in uno.
  • Applicazione: sulle zone da proteggere, una o più volte al giorno, con particolare attenzione alle ore del mattino presto e a quelle precedenti il tramonto, e sempre dopo il bagno.

Le altre misure

Misura Come applicarla
Repellente di prima scelta NOZETA (olio di Neem), una o più applicazioni al giorno e dopo ogni bagno
Repellenti di sintesi DEET 30–50%, icaridina (picaridina) 20% o IR3535, per chi li preferisce o in aggiunta nelle esposizioni più intense; non utilizzabili nei bambini piccoli e sconsigliati per uso prolungato
Sequenza corretta Prima la crema solare, poi — dopo 15–20 minuti — il repellente. Mai il contrario
Zone da non dimenticare Caviglie, piedi, polpacci, nuca, orecchie. Aedes vola basso
Abbigliamento Manica lunga e pantaloni leggeri e chiari nelle ore a rischio; tessuti trattati con permetrina per chi fa escursioni o crociera
Ambienti Aria condizionata o ventilatore acceso, zanzariere alle finestre, spirali o diffusori negli spazi aperti al tramonto
Attorno all’alloggio Segnalare alla struttura sottovasi, secchi e ristagni: la zanzara che ti punge è nata a pochi metri da te

9. Se hai la febbre alle Maldive

  • Rivolgiti subito al medico del resort o al centro sanitario dell’isola. Il test rapido NS1 è ampiamente disponibile nelle strutture maldiviane e dà una risposta nelle prime ore di malattia.
  • Non assumere aspirina, ibuprofene o altri antinfiammatori non steroidei. Aumentano il rischio emorragico. Il paracetamolo è il farmaco di riferimento per febbre e dolore.
  • Idratati abbondantemente. La disidratazione è il principale fattore che peggiora il decorso, e sull’isola tropicale è facilissima.
  • Riposa e fatti controllare quotidianamente nella fase di sfebbramento: è la finestra critica.
  • Proteggiti dalle punture anche da malato: nei primi giorni sei tu la fonte del virus per le zanzare dell’isola.
  • Verifica la tua assicurazione sanitaria. Molte isole distano ore di idrovolante o barca da Malé, e il trasferimento in caso di forma grave è costoso e non sempre rapido. Un’assicurazione con copertura per evacuazione sanitaria non è un optional alle Maldive.

10. Se hai la febbre al rientro in Italia

L’incubazione arriva fino a 14 giorni. Significa che moltissimi viaggiatori si ammalano dopo il rientro, spesso con il ricordo del viaggio già archiviato.

La regola dei 14 giorni

Qualsiasi febbre che compare entro 14 giorni dal rientro da un’area tropicale va valutata rapidamente in un centro di medicina dei viaggi, dichiarando sempre destinazione e date del soggiorno.

Anche in Italia, nei primi giorni di malattia, continua a proteggerti dalle punture. La zanzara tigre è presente in gran parte del Paese: un viaggiatore virèmico non protetto è il punto di partenza di un focolaio autoctono.

Non è un allarme teorico. Uno studio dell’Istituto Superiore di Sanità con la Fondazione Bruno Kessler, pubblicato nel 2026, ha dimostrato che quasi tutte le trasmissioni locali di dengue in Italia avvengono entro circa 400 metri dal caso importato, e che la diagnosi precoce con disinfestazione tempestiva riduce di oltre il 40% la trasmissione secondaria. La tua diagnosi rapida protegge il tuo condominio.

11. Non solo dengue: Zika e chikungunya

La stessa zanzara che trasmette la dengue veicola anche il virus Zika e il virus chikungunya. Nel febbraio 2026 le autorità sanitarie britanniche hanno confermato un caso di Zika in un viaggiatore rientrato dalle Maldive.

Se stai cercando una gravidanza

Il virus Zika è associato a malformazioni congenite gravi. Le donne in gravidanza dovrebbero valutare con attenzione l’opportunità del viaggio; chi programma una gravidanza dovrebbe rispettare i periodi di attesa raccomandati dopo il rientro, diversi per l’uomo e per la donna.

È un tema da discutere in consulenza pre-viaggio, non da risolvere leggendo un forum. Nel dubbio, chiedeteci.

Per la chikungunya sono oggi disponibili in Europa due vaccini — IXCHIQ® (vivo attenuato) e VIMKUNYA® (inattivato, autorizzato in Svizzera nel maggio 2026 per i soggetti dai 18 anni) — la cui indicazione va valutata caso per caso in base alla destinazione e al profilo del viaggiatore.

12. La checklist del viaggiatore

Quando Che cosa fare
Appena prenoti Contatta il centro di medicina dei viaggi. Se hai tre mesi di margine, programma il ciclo completo di QDENGA (prima dose + richiamo prima della partenza)
14–30 giorni prima Momento ideale per la prima dose di QDENGA. Verifica delle altre vaccinazioni (epatite A e B, tifo, tetano, morbillo)
Anche a 7 giorni Sei ancora in tempo: la prima dose si fa comunque. Non rinunciare al vaccino perché ti sei mosso tardi
Prima di partire Acquisto di NOZETA in quantità sufficiente. Sottoscrizione dell’assicurazione sanitaria con copertura per evacuazione
In valigia NOZETA, paracetamolo, termometro, abbigliamento chiaro a manica lunga, spirali o diffusore
Durante il soggiorno Repellente ogni giorno, con particolare attenzione al mattino presto e nelle ore prima del tramonto. Aria condizionata di notte
Al rientro Richiamo di QDENGA a 3 mesi dalla prima dose, se non completato prima. Per 14 giorni: se compare febbre, consulto immediato dichiarando il viaggio. Niente aspirina o FANS. Protezione antizanzara anche in Italia

13. Domande frequenti

Posso ammalarmi anche se sto solo in resort?

Sì. Diversi casi diagnosticati in Italia riguardano viaggiatori che non hanno mai lasciato l’isola del resort. Il rischio è inferiore rispetto alle isole abitate, ma non è zero.

C’è una stagione più sicura per andare?

No. Nelle Maldive la trasmissione è continua tutto l’anno. I periodi piovosi aumentano i focolai larvali, ma non esiste una finestra sicura.

Ho già avuto la dengue anni fa: posso stare tranquillo?

Al contrario. L’immunità è specifica per il sierotipo che hai contratto, e una seconda infezione con un sierotipo diverso comporta un rischio maggiore di forma grave. Sei la persona per cui il vaccino è più chiaramente indicato.

Devo fare un esame del sangue prima del vaccino?

No. QDENGA può essere somministrato senza test sierologico preventivo, sia ai sieropositivi sia ai sieronegativi.

Parto fra due settimane. Faccio in tempo a vaccinarmi?

Sì, e siamo nella finestra ideale: il periodo migliore per la prima dose sono i 14–30 giorni prima della partenza. Anche a una settimana dalla partenza vaccinarsi ha senso e va fatto. Il richiamo si esegue al rientro, a tre mesi dalla prima dose.

Devo per forza fare due dosi prima di partire?

No. La prima dose offre già una protezione adeguata al viaggio. Il richiamo a tre mesi è la scelta migliore perché consolida l’immunità e porta la copertura a quattro-cinque anni, ma può essere eseguito al rientro: non è un motivo per rimandare la partenza né per rinunciare alla vaccinazione.

Ho più di sessant’anni e sono diabetico. Il vaccino è indicato?

Per il CESMET è essenziale. Età superiore ai sessant’anni e patologie croniche — diabete, cardiopatie, broncopneumopatie, nefropatie — sono le condizioni in cui la dengue evolve più facilmente in forma grave. Fa eccezione chi è in terapia immunosoppressiva, per il quale il vaccino è controindicato.

Il vaccino mi esonera dal repellente?

No, in nessun caso. NOZETA va in valigia comunque. Le raccomandazioni ufficiali chiedono esplicitamente di proseguire le misure di protezione personale anche dopo la vaccinazione.

Fonti e riferimenti

  • Health Protection Agency (HPA), Maldives — Communicable Disease Monthly Summary e Dengue, Influenza and Measles Summary, 2026.
  • WHO SEARO — Epidemiological Bulletin, edizioni 2026, sezione Maldive.
  • Istituto Superiore di Sanità — Dashboard nazionale arbovirosi, aggiornamento al 30 giugno 2026 (169 casi di dengue, 71% con esposizione alle Maldive).
  • Ministerio de Sanidad (Spagna) — Casos importados de dengue y chikungunya, 30 luglio 2026.
  • EMA — Riassunto delle Caratteristiche del Prodotto QDENGA® (vaccino dengue tetravalente vivo attenuato), Takeda.
  • SIMVIM / VaccinarSì — Indicazioni per l’utilizzo del vaccino contro la dengue nel viaggiatore.
  • Comitato svizzero di esperti per la medicina dei viaggi (EKRM) — Raccomandazioni sulla vaccinazione antidengue nel viaggiatore.
  • Manica M. et al. — Autochthonous transmission patterns of dengue virus serotype 2 in Italy. Eurosurveillance 2026;31(27).
  • NaTHNaC / TravelHealthPro — Outbreak updates, Maldive 2026.

Come usare questa scheda

Questa scheda ha finalità informative e non sostituisce la consulenza medica individuale. La decisione sulla vaccinazione e sulla profilassi va presa insieme al medico, valutando la storia clinica, la destinazione precisa, la durata del soggiorno e le condizioni personali.

Il POLO VIAGGI CESMET – ARTEMISIA offre consulenza pre-viaggio, vaccinazioni internazionali e valutazione al rientro. Aggiorniamo questa scheda a ogni variazione rilevante del quadro epidemiologico.

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Centro di Medicina Tropicale e dei Viaggi
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Direttore: Dr. Paolo Meo — tropicalista, infettivologo

DENGUE E MALDIVE GRAVE EPIDEMIA Leggi tutto »

DENGUE bollettino Italia – Europa 01 AGOSTO 2026

     Cesmet bollettino dengue Italia Europa 01 AGOSTO 2026

POLO VIAGGI
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Bollettino epidemiologico · n. 1 / 2026

DENGUE:
LA SITUAZIONE IN ITALIA E IN EUROPA

Dati aggiornati al 1° agosto 2026

A cura della Redazione scientifica del POLO VIAGGI CESMET – ARTEMISIA

Direttore: Dr. Paolo Meo — tropicalista, infettivologo

In sintesi

169
casi Italia 2026
0
casi autoctoni Italia
2
casi autoctoni Francia
0
decessi

Il quadro in tre righe

In Italia, al 30 giugno 2026, la sorveglianza nazionale ha confermato 169 casi di dengue:tutti importati da viaggi all’estero, nessuno autoctono, nessun decesso.

In Europa continentale la stagione 2026 si è aperta in ritardo e in tono minore:
la Francia ha registrato i primi due casi autoctoni della stagione a fine luglio, in Occitania;
la Spagna, al 19 luglio, riporta solo casi di importazione.

Il vero elemento nuovo del 2026 non è il numero dei casi, ma la loro origine: le Maldive sono diventate il primo luogo di esposizione dei viaggiatori, davanti al tradizionale Sud-est asiatico e all’America Latina.

1. Italia 2026: i numeri della sorveglianza nazionale

Il sistema di sorveglianza integrata delle arbovirosi, coordinato dall’Istituto Superiore di Sanità nell’ambito del Piano Nazionale Arbovirosi, pubblica un aggiornamento mensile della dashboard nazionale. L’ultimo dato consolidato disponibile alla data di questo bollettino è quello relativo al periodo 1° gennaio – 30 giugno 2026, pubblicato il 9 luglio.

Indicatore Italia 2026 (al 30 giugno)
Casi confermati di dengue 169
di cui associati a viaggio all’estero 169 (100%)
di cui autoctoni 0
Decessi 0
Principale luogo di esposizione Maldive (71% dei casi)
Casi confermati di chikungunya 13 (tutti importati; 77% Seychelles)
Casi confermati di Zika 2–3 (tutti importati)
Casi di TBE 0

Distribuzione regionale

Quattro regioni concentrano da sole circa i due terzi delle notifiche. Il dato riflette in larga misura il volume di viaggiatori internazionali e la capacità diagnostica dei centri di riferimento, più che un reale gradiente di rischio territoriale.

Regione Casi confermati Quota sul totale
Lombardia 34 20%
Emilia-Romagna 30 18%
Lazio 25 15%
Toscana 23 14%
Altre regioni 57 33%

Nota di lettura

Il bollettino di sorveglianza della Regione Lombardia, aggiornato al 7 luglio, riporta 36 casi regionali a fronte dei 34 della dashboard nazionale. La differenza dipende dai diversi tempi di consolidamento dei dati regionali e nazionali ed è del tutto fisiologica.

Nel dettaglio lombardo: 17 casi nell’area metropolitana di Milano, 5 a Brescia, 4 nell’Insubria, 4 in Brianza, 2 a Bergamo, 2 nell’area montana e 2 in Val Padana.

2. Il trend: più casi importati, meno trasmissione locale

Il confronto pluriennale racconta due storie che vanno tenute distinte. I casi importati sono in netto aumento: al 22 luglio 2025 l’Italia contava 96 casi confermati, contro i 169 del primo semestre 2026. I casi autoctoni, invece, dopo il picco eccezionale del 2024 sono crollati e nel 2026 non si sono ancora verificati.

Anno Casi importati Casi autoctoni Nota
2023 ~280 82 Focolai Lodi, Roma, Latina, Anzio
2024 ~456 213 Record europeo; grande focolaio a Fano
2025 219 4 Anno dominato dalla chikungunya (384 autoctoni)
2026 (al 30 giu) 169 0 Stagione vettoriale ancora in corso

Va segnalato che il conteggio dei casi autoctoni 2024 varia a seconda della fonte: 213 secondo la contabilità ECDC ripresa dal recente Comment pubblicato su The Lancet Regional Health – Europe da Ippolito e Zumla, 296 secondo lo studio ISS–Fondazione Bruno Kessler pubblicato su Eurosurveillance nel luglio 2026, che analizza le catene di trasmissione di DENV-2 in quattro regioni italiane. In entrambi i casi si tratta del numero più alto mai registrato nell’Europa continentale.

Attenzione a un equivoco ricorrente

Diverse testate hanno riferito, nel luglio 2026, di un “primo caso autoctono a Latina” all’interno di articoli dedicati alla dengue.Quel caso riguarda il virus West Nile, non la dengue, ed è trasmesso da una zanzara diversa (Culex pipiens, non Aedes albopictus).

Alla data di questo bollettino non risultano casi autoctoni di dengue notificati in Italia nel 2026.

                          

3. Europa 2026: una stagione partita in sordina

Nel primo trimestre 2026 l’ECDC non registrava alcun caso di dengue nell’Unione Europea continentale, con circolazione limitata alle regioni ultraperiferiche (Martinica, Guadalupa, Riunione, Guyana francese, Mayotte). La trasmissione locale in Europa continentale si è aperta soltanto a fine luglio.

Francia

Voce Dato (al 27 luglio 2026)
Casi autoctoni di dengue 2 (non collegati tra loro)
Localizzazione Carmaux (Tarn) e Sète (Hérault), Occitania
Casi importati di dengue (dal 1° maggio) 261
Casi autoctoni di chikungunya 1 (Tarn) — primo del 2026
Casi importati di chikungunya 87
Casi autoctoni di West Nile 2 (Pyrénées-Orientales, Bouches-du-Rhône)

Attorno a ciascun caso è stato attivato il protocollo standard: indagine entomologica, disinfestazione mirata nel raggio di 150 metri dal domicilio, ricerca attiva di casi nel vicinato e del caso importato all’origine della trasmissione. La zanzara tigre è ormai insediata in 83 dipartimenti metropolitani francesi.

Per confronto, la Francia ha chiuso il 2025 con 30 casi autoctoni di dengue distribuiti in 11 focolai, e il 2024 con 66. Il 2025 è stato però un anno-record per la chikungunya, con 809 casi autoctoni: il livello più alto dall’avvio della sorveglianza rafforzata nel 2006.

Spagna

Il Ministero della Sanità spagnolo riporta, al 19 luglio 2026, 124 casi importati di dengue — 29 in meno rispetto allo stesso periodo del 2025 — e 108 casi importati di chikungunya, in netto aumento. Anche in Spagna il primo luogo di esposizione per la dengue sono le Maldive, che pesano per circa la metà dei casi, seguite da vari Paesi delle Americhe con poco più di un quarto. Non risultano al momento casi autoctoni di dengue nel 2026.

Il contesto globale

A livello mondiale il 2026 è finora un anno in flessione.
Al 23 marzo l’ECDC contava oltre 500.000 casi e più di 100 decessi in 78 Paesi:
un dato in calo rispetto allo stesso periodo del 2025.
Nelle Americhe la riduzione è marcata (−64% rispetto al 2025, −57% rispetto alla media quinquennale).
Tengono invece, o crescono, alcune aree asiatiche:
Vietnam con un raddoppio dei casi,
Timor Est con un incremento di dieci volte su base annua,
Cambogia e Laos in aumento,
Sri Lanka stabile.
Le Maldive proseguono la crescita avviata a fine 2025.

4. Perché il caso importato è il vero punto di controllo

Lo studio ISS–Fondazione Bruno Kessler pubblicato su Eurosurveillance nel luglio 2026 ha ricostruito le catene di trasmissione dei focolai italiani di DENV-2 del 2024. Due risultati hanno una ricaduta operativa diretta sull’attività ambulatoriale.

  • Quasi tutte le trasmissioni locali avvengono entro circa 400 metri dal caso indice. Il raggio di intervento della disinfestazione, se applicato tempestivamente, copre di fatto l’intera area a rischio.
  • La diagnosi precoce del caso importato, seguita da disinfestazione tempestiva, riduce di oltre il 40% la trasmissione secondaria. In altre parole: metà dei focolai italiani si previene nell’ambulatorio del medico che vede per primo il viaggiatore febbrile di ritorno.

Il messaggio operativo

Ogni febbre in un viaggiatore rientrato da area tropicale nei 15 giorni precedenti va considerata dengue — o malaria — fino a prova contraria, e va segnalata rapidamente. Non è un adempimento burocratico: è la singola misura che più incide sulla probabilità che nasca un focolaio autoctono nel quartiere del paziente.

5. La lettura del CESMET CLINICA DEL VIAGGIATORE

IL PARERE DEL DR. MEO

Guardo questi numeri con un occhio che, dopo quarant’anni di lavoro sul campo, si è abituato a diffidare delle stagioni tranquille. Il 2026 è, per ora, un anno buono: nessun caso autoctono in Italia, due soli casi in Francia, nessun decesso. Ma agosto e settembre sono i mesi che contano davvero, e la zanzara tigre non legge i bollettini.

C’è però un dato che mi interessa più degli altri, ed è quel 71% di esposizioni alle Maldive. Nei miei ambulatori vedo arrivare persone convinte che le Maldive siano una destinazione “da resort”, non una destinazione tropicale. Partono senza consulto, senza repellenti adeguati, spesso senza sapere che lì la dengue circola. Poi tornano con la febbre e si stupiscono. È un cambio di geografia del rischio che il counseling pre-viaggio deve registrare subito:
la dengue non si prende solo nella foresta, si prende anche in bungalow sull’acqua.

E poi c’è la parte che riguarda noi medici. Lo studio dell’ISS dice una cosa semplice: chi vede per primo il viaggiatore con la febbre ha in mano più della metà della prevenzione. Non serve un laboratorio sofisticato, serve pensarci. Nel dubbio, meglio un test in più che un focolaio in più.

6. Indicazioni pratiche

Per chi parte

  • Protezione antizanzara diurna: Aedes albopictus e Aedes aegypti pungono soprattutto nelle ore diurne e crepuscolari, a differenza delle anofele della malaria.
  • Repellenti cutanei a base di DEET 30–50%, icaridina 20% o IR3535, riapplicati secondo la durata dichiarata; abbigliamento coprente nelle ore a rischio.
  • Come complemento naturale, l’olio di Neem (Azadirachta indica) nella formulazione NOZETA, utile in associazione ai repellenti di sintesi soprattutto per uso prolungato e per le pelli sensibili.
  • Zanzariere e aria condizionata negli ambienti di soggiorno; attenzione ai piccoli ristagni d’acqua attorno all’alloggio.
  • Chi ha già avuto un episodio di dengue in passato deve sapere che una seconda infezione con sierotipo diverso comporta un rischio maggiore di forma severa: per questi viaggiatori il consulto pre-partenza non è opzionale.
    • vaccinazione contro la dengue con QDENGA – 1 DOSE è SUFFICIENTE PER LA COPERTURA PER I PRIMI 3/6 MESI la seconda dose potenzia e prolunga a copertura per 4/5 anni.
    •                                                  

Al rientro

  • Febbre entro 14 giorni dal rientro da area tropicale: consultare rapidamente un centro di medicina dei viaggi, indicando sempre la destinazione e le date del soggiorno.
  • Evitare acido acetilsalicilico e FANS finché non sia esclusa la dengue, per il rischio emorragico; il paracetamolo resta il farmaco sintomatico di riferimento.
  • Nei 15 giorni successivi alla comparsa dei sintomi, proteggersi dalle punture anche in Italia: è il periodo in cui il paziente può alimentare la catena di trasmissione locale.

Per chi resta

  • Lotta antilarvale domestica: sottovasi, tombini, secchi, teli, grondaie. È la misura a più alta resa e la più trascurata.
  • La collaborazione dei cittadini è, nei fatti, parte integrante del sistema di sorveglianza: nessuna disinfestazione pubblica compensa un giardino pieno di ristagni.

7. Cosa monitoreremo nelle prossime settimane

La finestra critica per la trasmissione autoctona in Italia – in Europa è quella compresa fra la seconda metà di agosto e la fine di settembre: è in questo intervallo che si sono aperti tutti i principali focolai degli ultimi anni, da Lodi e Roma nel 2023 a Fano e Cavezzo nel 2024. Il prossimo aggiornamento della dashboard ISS, con i dati al 31 luglio, è atteso nei primi giorni di agosto.

Continueremo a seguire l’evoluzione e ad aggiornare questo bollettino.

Fonti e riferimenti

  • Istituto Superiore di Sanità — Dashboard nazionale arbovirosi, aggiornamento del 9 luglio 2026 (dati al 30 giugno 2026); bollettini periodici del Piano Nazionale Arbovirosi 2026.
  • Santé publique France — Chikungunya, dengue, Zika et West Nile en France hexagonale, bulletin de la surveillance renforcée du 29 juillet 2026.
  • Ministerio de Sanidad (Spagna) — Notificación de casos importados de dengue y chikungunya, 30 luglio 2026.
  • ECDC — Dengue worldwide overview, situation update marzo 2026; Seasonal surveillance of dengue in the EU/EEA, 2026; dati storici sulla trasmissione locale di dengue nell’UE/SEE.
  • Manica M. et al. — Autochthonous transmission patterns of dengue virus serotype 2 in Italy: evidence from outbreaks in 2024. Eurosurveillance 2026;31(27).
  • Ippolito G., Zumla A. — Preparing Europe for the resurgence of autochthonous dengue transmission. The Lancet Regional Health – Europe, luglio 2026.
  • ISS et al. — Autochthonous dengue outbreak in Northern Italy, September 2024. Travel Medicine and Infectious Disease, maggio 2026.
POLO VIAGGI CESMET – ARTEMISIA
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Direttore: Dr. Paolo Meo — tropicalista, infettivologo

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WEST NILE VIRUS BOLLETTINO EUROPEO, Luglio 2026

Bollettino settimanale
WEST NILE
Sorveglianza della stagione estivo-autunnale 2026 in Italia e in Europa

Aggiornato al: 27 luglio 2026 (settimana 31)

Prossimo aggiornamento: lunedì 3 agosto 2026

Il bollettino viene rivisto ogni lunedì sui dati ISS / IZS-Teramo (pubblicati il giovedì) e ECDC (aggiornamento settimanale del venerdì).

1. Il quadro della settimana

46
Casi in Italia
20
Province
1 su 150
sono Forme gravi

Italia — dati aggiornati al 27 luglio 2026

Parametro Valore Settimana prec.
Casi umani confermati da inizio anno 46 21 (al 15 luglio)
Province con casi umani confermati 20 17
Forme neuro-invasive (WNND) 0 da bollettino ISS
Decessi notificati 0 da bollettino ISS
Regioni con circolazione dimostrata (uomo, zanzare, uccelli, equidi) da bollettino ISS
Lineage virali circolanti Lineage 1 e Lineage 2

Province italiane interessate (al 22 luglio 2026)

Cremona 7 · Milano 5 · Novara 5 · Caserta 3 · Latina 3 · Monza e Brianza 3 · Padova 3 · Lodi 2 · Modena 2 · Reggio Emilia 2 · Verona 2.

Un caso ciascuna a Campobasso, Ferrara, Firenze, Lecco, Napoli, Parma, Pavia, Torino e Vercelli.

Europa

Paese Casi Nota
Italia 46 la più ampia diffusione geografica del continente
Grecia 21 crescita più rapida: 14 casi in una sola settimana; 20 su 21 in forma neuro-invasiva
Romania e Macedonia del Nord 5 fra sospetti e confermati; trasmissione locale
Spagna 3 trasmissione locale
Francia 1 trasmissione locale

La lettura del CESMET CLINICA DEL VIAGGIATORE

L’Italia non è il Paese con più casi in assoluto, ma è quello in cui il virus è presente nel maggior numero di territori diversi: la circolazione non è più un fenomeno confinato a poche aree endemiche, ma un mosaico che va dalla pianura padana — Cremona, Milano, Novara, Lodi, Monza — al Veneto, all’Emilia, fino a Lazio, Campania e Molise.

La curva è in salita rapida: da 6 casi all’inizio di luglio ai 46 di fine mese. E la stagione di trasmissione sta appena entrando nel suo picco, che in Italia si colloca fra luglio e settembre con una coda che arriva a ottobre inoltrato.

2. La malattia — parametri di riferimento

Parametro Valore di riferimento
Agente West Nile virus (WNV), Flavivirus — in Italia circolano Lineage 1 e Lineage 2
Vettore Zanzare del genere Culex, soprattutto Culex pipiens, la comune zanzara notturna
Ciclo naturale uccello selvatico ⇄ zanzara. Uomo e cavallo sono ospiti a fondo cieco: si infettano ma non ritrasmettono il virus
Ore di rischio dal tramonto all’alba — a differenza della zanzara tigre, attiva di giorno
Incubazione 2–14 giorni (mediana 3–6); fino a 21 giorni nel soggetto immunodepresso
Trasmissione interumana NO per contatto. Possibile solo per trasfusione, trapianto, via transplacentare e allattamento: eventi rari e sotto sorveglianza attiva
Infezioni asintomatiche circa 80%
Febbre di West Nile circa 20%: febbre, cefalea intensa, mialgie, astenia marcata, rash maculo-papuloso, linfoadenopatia, disturbi gastrointestinali. Astenia residua che può durare settimane
Forme neuro-invasive (WNND) circa 1 caso su 150 infetti (< 1%): meningite, encefalite, paralisi flaccida acuta di tipo poliomielitico
Letalità sulle forme neuro-invasive circa 14–20% (in Italia: 20% nel 2018, 14% nel 2024, circa 14% nel 2025)
Fattori di rischio per forma grave età ≥ 65 anni, immunodepressione, trapianto d’organo, neoplasie, diabete, ipertensione, insufficienza renale
Esiti a distanza nelle forme encefalitiche: deficit cognitivi, astenia cronica e deficit motori residui documentabili anche a 12 mesi

Segnali che impongono una valutazione medica urgente

Febbre superiore a 38 °C associata a cefalea violenta, rigidità nucale, confusione o sonnolenza, tremori, debolezza improvvisa di un arto, difficoltà a camminare, convulsioni.

Soprattutto in una persona anziana o fragile che vive o ha soggiornato in un’area con circolazione dimostrata del virus.

3. Diagnosi — parametri operativi

Parametro Indicazione
Esame di prima linea IgM sieriche anti-WNV (ELISA); ricerca su liquor nelle forme neurologiche
Biologia molecolare RT-PCR su sangue e su urine — utile solo nei primissimi giorni, perché la viremia è breve; l’urina resta positiva più a lungo
Conferma sieroneutralizzazione (PRNT) presso laboratorio di riferimento
Trabocchetto n. 1 le IgM possono persistere per mesi dopo la guarigione:
una IgM positiva non significa automaticamente infezione in atto
Trabocchetto n. 2 cross-reattività con altri flavivirus (dengue, TBE, Zika) e con i vaccinati per febbre gialla ed encefalite giapponese:
il dato va sempre interpretato nel contesto anamnestico e di viaggio
Notifica malattia soggetta a notifica obbligatoria e a sorveglianza integrata nazionale

4. Cura — parametri

Parametro Indicazione
Antivirale specifico Non esiste
Vaccino per l’uomo Non disponibile. Esiste ed è raccomandato per gli equidi
Forma febbrile terapia domiciliare di supporto: idratazione, antipiretici e analgesici, riposo. Da evitare l’automedicazione con cortisonici
Forma neuro-invasiva ricovero ospedaliero: supporto neurologico, gestione delle convulsioni, monitoraggio respiratorio per il rischio di insufficienza nella paralisi flaccida, riabilitazione precoce
Convalescenza l’astenia post-virale è la regola e non l’eccezione: vanno previste settimane, talvolta mesi, di recupero graduale

5. Prevenzione — parametri pratici

Non esiste profilassi farmacologica: la barriera è esclusivamente antivettoriale. Le ore che contano sono quelle che vanno dal tramonto all’alba.

Protezione individuale

Misura Parametro
DEET 20–50% sulla cute esposta, riapplicando secondo la durata dichiarata in scheda tecnica
Icaridina (picaridina) 20–25%, ottima tollerabilità cutanea
IR3535 e PMD (citrodiora) alternative valide, indicate in gravidanza e in età pediatrica secondo scheda tecnica
NOZETA (olio di Neem, Azadirachta indica) complemento naturale sulla cute e negli ambienti, associabile ai repellenti di sintesi
Abbigliamento maniche lunghe, pantaloni lunghi e colori chiari nelle ore serali; permetrina sui tessuti in caso di esposizione prolungata all’aperto
Ambiente domestico zanzariere a maglia fine e integre alle finestre, aria condizionata, ventilatore: il flusso d’aria ostacola il volo del Culex

Controllo del vettore attorno a casa — il gesto che conta di più

  • Svuotare ogni 5–7 giorni sottovasi, secchi, annaffiatoi, giochi, teli, copertoni e grondaie ostruite: il ciclo larvale del Culex si completa in circa una settimana.
  • Trattare con larvicidi tombini, caditoie, pozzetti e fontane ornamentali; coprire ermeticamente cisterne e bidoni di raccolta.
  • Tenere piscine e piscinette clorate e in movimento; svuotarle quando non sono utilizzate.

Popolazioni e situazioni particolari

  • Donatori di sangue, organi e tessuti: nelle province con circolazione dimostrata scattano le misure previste dal Piano nazionale arbovirosi — test NAT sul donato o sospensione temporanea dopo il soggiorno nell’area. Chi ha soggiornato in area affetta lo segnali al centro trasfusionale.
  • Anziani e persone fragili: massima attenzione alla protezione serale. Una febbre non va sottovalutata né «aspettata» per giorni.
  • Viaggiatori diretti in Italia o nell’area mediterranea e balcanica: il rischio individuale resta basso, ma le misure antipuntura vanno adottate anche in vacanza, in agriturismo, in campeggio e nelle aree rurali e perifluviali.

Il parere del Dr. Meo

In quarant’anni di medicina tropicale ho imparato che le epidemie non si annunciano con i grandi numeri, ma con la geografia. Il dato che mi colpisce di questa estate non è il totale dei casi italiani — sono numeri ancora contenuti — ma il fatto che il virus si stia manifestando contemporaneamente in venti province diverse, dal Piemonte al Molise. Significa che il West Nile non è più un ospite di passaggio: è di casa, e le estati lunghe e calde gli hanno allungato il calendario.

Questo deve insegnarci a cambiare un’abitudine.
Per centoquarantanove persone su centocinquanta questa infezione sarà una febbre che passa, o niente altro. Il problema è la centocinquantesima, ed è quasi sempre una persona anziana o fragile. Ed è per lei che vale la pena svuotare quel sottovaso, riparare quella zanzariera, mettere il repellente prima di cena in giardino.
Non abbiamo un vaccino e non abbiamo un antivirale: abbiamo la zanzariera, il repellente e il buon senso. E, per una volta, bastano.

Ai colleghi ricordo una cosa sola: davanti a una febbre estiva con cefalea intensa in un over 65 che vive in una provincia con circolazione dimostrata, il West Nile va messo in diagnosi differenziale prima, non dopo aver escluso tutto il resto.

6. Fonti e cadenza di aggiornamento

  • ISS – EpiCentro, Bollettino della Sorveglianza integrata West Nile e Usutu virus, a cura del Dipartimento Malattie Infettive dell’ISS e del CESME – IZS dell’Abruzzo e del Molise «G. Caporale» di Teramo — pubblicazione settimanale, il giovedì.
  • ECDC, Weekly West Nile virus transmission updateaggiornamento settimanale.
  • OMS – Ufficio regionale per l’Europa, comunicato del 24 luglio 2026.
  • Ministero della Salute, Piano nazionale di prevenzione, sorveglianza e risposta alle Arbovirosi (PNA) e ordinanze regionali e provinciali.

Nota metodologica

I dati ISS e quelli ECDC/OMS possono non coincidere: cambiano la data di riferimento, i criteri di conferma e i tempi di notifica dei singoli Paesi. In questo bollettino il dato italiano è ancorato alla fonte nazionale ISS, il confronto europeo alla fonte ECDC/OMS.

I numeri di ogni settimana rivedono retroattivamente anche quelli delle settimane precedenti: le variazioni non indicano necessariamente nuovi casi insorti in quei sette giorni.

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EBOLA BUNDIBUGYO INDICAZIONI Operative per Viaggiatori e Cooperanti

 

⚠ Allerta Internazionale Attiva

EBOLA BUNDIBUGYO
Briefing Operativo per Viaggiatori e Cooperanti

Focolaio attivo DRC / Uganda
Aggiornamento: 16 giugno 2026
CESMET – Clinica del Viaggiatore

Emergenza globale
🔴 TRASMISSIONE: solo per contatto diretto — NON per via aerea o droplet a distanza
  • Sangue, secreti, organi e fluidi corporei di persone malate o decedute
  • Contatto con salme durante riti funerari tradizionali (alto rischio)
  • Aghi e materiale sanitario contaminato
  • Trasmissione sessuale possibile fino a 90 giorni dopo la guarigione
  • Animali serbatoio: chirotteri (pipistrelli della frutta); carni di animali selvatici (bushmeat)

MAPPA DEL RISCHIO PER ZONA
ZONA RISCHIO RACCOMANDAZIONE OPERATIVA
DRC Ituri (epicentro) MASSIMO Evitare. Se missione essenziale: solo operatori formati, full PPE, protocollo MSF/OMS.
DRC Province limitrofe ALTO Evitare viaggi non necessari. Monitoraggio quotidiano aggiornamenti OMS.
UgandaConfine Ovest ELEVATO  Massima precauzione. Evitare attraversamenti di frontiera via terra da zone rosse.
Africa sub-sahariana confinante MODERATO Attenzione rafforzata. Seguire avvisi locali. No bushmeat, no strutture sanitarie non attrezzate.
Africa orientale (Kenya, Tanzania…) BASSO Nessuna restrizione, ma informare il paziente. Monitorare i sintomi al rientro.
Europa – Italia TRASCURABILE Nessun caso autoctono previsto. Allerta diagnostica nei PS per viaggiatori febbricitanti da zone rosse.

3     SEZIONE TURISTI

COSA EVITARE ASSOLUTAMENTE
Destinazioni a rischio
  • Viaggi nella Provincia dell’Ituri (DRC) per qualsiasi motivo non essenziale
  • Zone di trasmissione attiva in Uganda occidentale
COMPORTAMENTI AD ALTO RISCHIO
  • Partecipare a cerimonie funebri e riti di lavaggio del cadavere
  • Toccare o maneggiare salme o pazienti ricoverati in strutture locali
  • Consumare bushmeat (carne di selvaggina, pipistrelli)
  • Visitare strutture sanitarie locali non attrezzate senza necessità
  • Contatti con animali selvatici (pipistrelli, primati)
COMPORTAMENTI CORRETTI
Prima della partenza
  • Consulenza preventiva in centro di medicina dei viaggi
  • Registrare i contatti della rappresentanza diplomatica italiana locale
Durante il viaggio
  • Igiene rigorosa delle mani con acqua e sapone o gel idroalcolico
  • Evitare contatti con persone sintomatiche (febbre, sanguinamenti)
  • Informarsi quotidianamente sugli aggiornamenti di sicurezza locali
PROCEDURA DI RIENTRO CON FEBBRE
  • CHIAMARE il 1500 (Ministero della Salute) prima di qualsiasi altro contatto
  • NON recarsi autonomamente al pronto soccorso
  • NON usare mezzi pubblici
  • Attendere le istruzioni del 1500 per il trasporto in sicurezza
  • Comunicare data di rientro, zone visitate e sintomi

SEZIONE COOPERANTI E OPERATORI UMANITARI
🛡️ PROTOCOLLI IPC OBBLIGATORI
  • Formazione IPC obbligatoria pre-missione (OMS/MSF standard)
  • Triage dei pazienti all’ingresso con identificazione dei casi sospetti
  • Zone contaminate / decontaminate rigorosamente separate
  • Procedure di donning/doffing supervisionate da osservatore
  • Disinfezione con ipoclorito 0,5% (superfici) e 0,05% (cute)
  • Smaltimento rifiuti biomedici in sacchi biohazard sigillati
  • Nessun riutilizzo di materiale monouso
🧹 DPI – DOTAZIONE MINIMA
  • Tuta impermeabile integrale (coverall BSL-3 o superiore)
  • Doppi guanti in nitrile — cambio tra un paziente e l’altro
  • Respiratore FFP2/FFP3 o maschera chirurgica + visiera
  • Occhiali di protezione a tenuta stagna
  • Stivali o sovrascarpe impermeabili
  • Grembiule impermeabile per procedure ad alto rischio
  • Checklist doffing passo per passo, supervisore presente
🌡️ AUTOMONITORAGGIO IN MISSIONE
  • Misurazione temperatura corporea 2×/die (mattino e sera)
  • Registro quotidiano su scheda standardizzata (OMS SEARO form)
  • Periodo di osservazione: 21 giorni dall’ultimo contatto a rischio
  • Sintomi da segnalare: febbre ≥38,5°C, cefalea intensa, mialgie, vomito, diarrea, rash, sanguinamenti
  • Contatto di riferimento: focal point IPC locale + coordinatore MSF/OMS
  • Nessuna autoprescrizione senza supervisione medica
✈️ GESTIONE DEL RIENTRO
Centri di riferimento italiani
  • IRCCS Lazzaro Spallanzani – Roma
    Tel. 06 5517 0  |  H24 per casi ad alta pericolosità
  • ASST Fatebenefratelli Sacco – Milano
    Tel. 02 3904 1  |  Malattie infettive e tropicali
  • Comunicare: data rientro, esposizioni, diario termometrico
  • Monitoraggio 21 giorni post-rientro con contatto giornaliero
  • Febbre: chiamare 1500, non muoversi autonomamente
  • Evitare contatti stretti fino a esclusione diagnostica

5. NOTA VACCINI — SITUAZIONE AGGIORNATA
Stato della copertura vaccinale per il ceppo Bundibugyo
Ervebo® (rVSV-ZEBOV)

Efficace contro EBOV-Zaire (Kivu 2018–2020), ma NON efficace contro il ceppo Bundibugyo (BDBV). Non autorizzato per l’attuale focolaio. Non somministrare come profilassi.

Mvanzi® (Ad26.ZEBOV + MVA-BN-Filo)

Analogo limite di spettro, non indicato per BDBV. Nessuna autorizzazione per l’impiego nel focolaio in corso.

Trial in avvio (2026): studi di fase I/II per candidati vaccinali contro Bundibugyo (piattaforma mRNA e VSV ricombinante); nessun prodotto disponibile in campo nel breve termine. La protezione dipende esclusivamente dai DPI e dai protocolli IPC.

redazione dr. PAOLO MEO CESMET – Centro di Medicina dei Viaggi    www.clinicadelviaggiatore.com
Aggiornamento: 16 giugno 2026  |  Fonti: OMS, ECDC, Ministero della Salute italiano
Aggiornare periodicamente in base all’evoluzione del focolaio. Documento a uso professionale e informativo.

 

EBOLA BUNDIBUGYO INDICAZIONI Operative per Viaggiatori e Cooperanti Leggi tutto »

EPIDEMIA DI EBOLA BUNDIBUGYO 2026 -aggiornamenti

EPIDEMIA DI EBOLA BUNDIBUGYO (RD CONGO – UGANDA) 2026
Commenti sulla situazionale in Africa Centrale     Aggiornamento al 7 giugno 2026
redazione e commenti dr. Paolo Meo

QUADRO EPIDEMIOLOGICO ATTUALE (7 giugno 2026)
  Casi confermati                            Decessi confermati                   Guariti
Rep. Dem. del Congo (RDC)                                    ~380                                                ~60                                              ~8
Uganda                                                                                  15                                                      1                                                 —
TOTALE                                                                           ~395                                                ~61                                                    —

I dati sono aggiornati al 6 giugno 2026 (OMS / Africa CDC / EbolaMap).
I casi sospetti, dopo la revisione OMS del 2 giugno, sono scesi da oltre 900 a ~116 ancora in attesa di conferma.
precedentemente comunicati (~238) includevano molti casi poi attribuiti ad altre patologie febbrili.

ORIGINE E PAESI COINVOLTI
Il focolaio — il 17° nella storia della Rep. Democ. Congo — è stato dichiarato il 15 maggio 2026 nella provincia dell’Ituri
(nord-est della RDC, città di Bunia), con il primo decesso documentato già il 24 aprile.
Il ritardo nella diagnosi è stato causato dai kit diagnostici inizialmente calibrati solo per il ceppo Zaire, che hanno restituito falsi
negativi.
Il virus responsabile è il Bundibugyo ebolavirus (BDBV), terza epidemia mai registrata con questo ceppo,
già più grande delle precedenti (2007 Uganda; 2012 RDC).
L’Uganda è stato coinvolto a partire da metà maggio tramite casi importati (Kampala e distretto di Rwampara).
L’OMS ha dichiarato l’emergenza sanitaria internazionale (PHEIC) il 17 maggio 2026.

FATTORI DI RISCHIO E CRITICITÀ

Il ceppo Bundibugyo non dispone di vaccino approvato né di terapia antivirale specifica:
il vaccino rVSV-ZEBOV (Ervebo) e i farmaci mAb attivi sul ceppo Zaire non sono efficaci sul BDBV.
Il tasso di letalità nei casi confermati si attesta intorno al 12–14% (storicamente 25–50%), probabile effetto di bias di
segnalazione. La zona dell’Ituri è devastata da conflitti armati, con accesso umanitario difficile:
– un’equipe di sepoltura è stata attaccata il 6 giugno in South Kivu.
– Al 6 giugno risultano infettati 16 operatori sanitari.

L’Italia ha attivato protocolli di sorveglianza (circolare 18 maggio, ordinanza 29 maggio) e valuta il rischio per
la popolazione europea come molto basso. Nessun caso confermato fuori dall’Africa.


PROSPETTIVE: L’EPIDEMIA È IN ESPANSIONE O SI STA CONTENENDO?

Al 7 giugno il quadro sembra essere ancora in espansione, ma con segnali parzialmente incoraggianti. La revisione al
ribasso dei casi sospetti (da oltre 900 a ~116 pendenti) operata dall’OMS il 2 giugno indica:
– un progressivo
smaltimento dell’arretrato diagnostico,
non una vera e propria riduzione reale dei contagi.
– I casi confermati continuano ad aumentare ( 344 il 3 giugno → ~380 il 6 giugno) su 24 zone sanitarie in tre province della RDC.
in particolare nelle aree di guerra e di guerriglia

MSF ha avvertito il 31 maggio che nessuna epidemia di Ebola aveva mai registrato così tanti casi così rapidamente
dopo la dichiarazione ufficiale.
Sul fronte positivo: il 1° giugno è stata registrata la prima guarigione;
– MSF ha aperto un centro di trattamento da 65 posti a Ituri;
– CEPI ha stanziato oltre 60 milioni di dollari per accelerare tre candidati vaccini anti-BDBV
(IAVI, Moderna, Università di Oxford); trial clinici in corso.
– L’OMS ha lanciato il 5 giugno un piano strategico continentale congiunto con la RDC.
Il rischio di propagazione regionale — Uganda inclusa — è reale ma attentamente monitorato.
Un contenimento effettivo richiederà settimane se non mesi, subordinato all’accesso umanitario nelle zone di conflitto e allo sviluppo rapido di contromisure
specifiche.
Ma i rischi per viaggiatori internazionali nell’area al di fuori delle zone di guerra o dei villaggi interna sono da considerare quasi nulli.
continueremo a tenenre monitorata la situazione e ad informare valutando i reali rischi di contagio del virus. 

Fonti: OMS (WHO) · Africa CDC · EbolaMap.org · Sky TG24 · Euronews · Salutelab.it |
Documento redatto da dr. Paolo Meo il 7 giugno 2026 .

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HANTAVIRUS SULLA MV HONDIUS: perché questo virus NON è il nuovo COVID e perché non lo sarà mai”

HANTAVIRUS SULLA MV HONDIUS: AGGIORNAMENTO 8 MAGGIO 2026

La domanda è “ perché questo virus NON è il nuovo COVID e perché non lo sarà mai”

A cura del Dott. Paolo Meo — Infettivologo e Medico Tropicalista, Direttore del POLO VIAGGI CESMET – ARTEMISIA LAB, Roma

Aggiornato all’8 maggio 2026      www.clinicadelviaggiatore.com

 

Mentre scrivo questo aggiornamento, la MV Hondius ha raggiunto le Isole Canarie. Le autorità sanitarie spagnole hanno completato le operazioni di sbarco controllato dei passeggeri secondo protocolli di biosicurezza di livello elevato. Il bilancio definitivo, al momento, parla di tre vittime accertate e di almeno tre pazienti che hanno richiesto cure intensive.
L’indagine epidemiologica dell’OMS è ancora in corso, ma alcuni dati fondamentali stanno emergendo con maggiore chiarezza.

Desidero raccontare come si è conclusa — almeno per ora — questa vicenda, e ancora più tentare di rispondere alla domanda che in molti mi stanno rivolgendo in questi giorni: «Dottore, è un nuovo COVID?»

La risposta definitiva è NO. E spiegherò perché, con dati scientifici e con parole che tutti possano capire.

 

L’aggiornamento: cosa è successo dopo il 6 maggio

Nelle ultime 48 ore la situazione a bordo della MV Hondius si è gradualmente stabilizzata. Non sono stati registrati nuovi decessi dopo i tre già comunicati. I pazienti ricoverati in condizioni critiche sono stati trasferiti in strutture ospedaliere specializzate alle Canarie, dove stanno ricevendo cure intensive adeguate.

L’OMS ha confermato che il ceppo virale identificato è riconducibile all’hantavirus andino, il ceppo sudamericano endemico nelle regioni patagonica e andina dell’Argentina e del Cile. Le analisi genomiche sul materiale biologico prelevato dai pazienti sono in fase di completamento nei laboratori di riferimento internazionale.

La domanda essenziale, “se vi sia stata trasmissione interumana a bordo”, rimane al momento senza una risposta definitiva. Le autorità sanitarie stanno ricostruendo i movimenti e i contatti di tutti i passeggeri prima e durante l’imbarco in Argentina. I risultati di questa indagine epidemiologica saranno determinanti, ma ci vorrà tempo.

 

Hantavirus vs COVID-19: le differenze fondamentali

Negli ultimi anni abbiamo imparato a nostra spese che i virus non rispettano le frontiere. Ma l’accostamento tra HANTAVIRUS e SARS-CoV-2 è scientificamente scorretto, e alimentarlo sarebbe un disservizio alla comprensione pubblica della salute.

Ecco le differenze essenziali:

  1. LA VIA DI TRASMISSIONE

Questa è la differenza più importante, e da sola basta a escludere lo scenario pandemico.

  • COVID-19 si trasmette per via aerea e droplet: bastava stare nella stessa stanza di un infetto, respirare la stessa aria, toccare una superficie e poi portarsi le mani al viso. Un virus pensato — biologicamente — per diffondersi in modo esplosivo tra gli esseri umani.
  • HANTAVIRUS si trasmette principalmente attraverso il contatto con roditori infetti o con le loro deiezioni. La via è ambientale, non interumana. Per infettarsi bisogna avere un contatto diretto con il serbatoio animale del virus.
    L’unico ceppo che ha mostrato una limitata capacità di trasmissione da persona a persona è l’HANTAVIRUS ANDINO — ma si tratta di una trasmissione rara, documentata soprattutto in contesti di stretto contatto familiare prolungato, non di una diffusione aerea efficiente.

In termini pratici: l’HANTAVIRUS non si prende passeggiando per strada, prendendo l’autobus o stando in un ufficio con una persona infetta. Il COVID sì.

 

  1. IL NUMERO RIPRODUTTIVO DI BASE (R₀)

Il R₀ è il numero medio di persone che una singola persona infetta riesce a contagiare in una popolazione suscettibile.

  • COVID-19 (variante originale): R₀ stimato tra 2,5 e 3. Per le varianti Omicron, si è arrivati a valori tra 8 e 15. Un singolo positivo poteva infettare decine di persone.
  • HANTAVIRUS ANDINO (trasmissione interumana): R₀ stimato tra 0,9 e 1,2 nei focolai documentati. Un valore attorno a 1 significa che ogni infetto contagia mediamente un’altra persona — il che non produce un’esplosione epidemica ma un lento e limitato propagarsi, tendente all’auto-estinzione senza misure di contenimento eccessive.

Un virus con R₀ inferiore a 1 si estingue da solo. Con R₀ tra 1 e 2, può generare focolai localizzati ma non pandemie globali.

 

  1. LA FACILITÀ DI ESPOSIZIONE
  • COVID-19: era sufficiente frequentare qualsiasi ambiente urbano normale — un negozio, un ospedale, una scuola — per essere esposti.
  • HANTAVIRUS: richiede una esposizione specifica a roditori selvatici o ai loro habitat naturali. Il turista che visita una città argentina non è a rischio. Il trekker che dorme in una capanna di montagna in Patagonia, o che ispeziona un magazzino rurale, lo è potenzialmente. Si tratta di una nicchia di rischio ben definita e geograficamente circoscritta.
  1. L’IMMUNITÀ DI POPOLAZIONE E IL SERBATOIO

Il COVID-19 si è diffuso su scala mondiale anche perché l’intera popolazione umana era immunologicamente vergine — nessuno aveva anticorpi contro quel ceppo. L’HANTAVIRUS circola nei roditori selvatici da millenni. L’essere umano è un ospite accidentale, non il serbatoio principale. Il virus non ha “bisogno” di diffondersi tra gli uomini per sopravvivere — vive benissimo nei roditori. Questo è un fattore biologico fondamentale che limita drasticamente il suo potenziale pandemico.

  1. LA MORTALITÀ E LA GESTIONE CLINICA

Qui l’HANTAVIRUS mostra il suo lato peggiore: è vero che la mortalità dell’HPS (Sindrome Polmonare da Hantavirus) è elevata — tra il 30% e il 40% nei casi gravi. Ma si tratta di una malattia che colpisce un numero limitato di persone all’anno a livello mondiale, in contesti geografici e ambientali specifici. Il COVID ha mostrato una mortalità percentuale inferiore, ma su una scala di diffusione globale di miliardi di infetti, con un impatto sistemico sui sistemi sanitari mondiali che l’HANTAVIRUS non ha mai avuto e non potrà mai avere.

 

Allora perché questa vicenda ci preoccupa?

Me lo sono chiesto anch’io e la risposta onesta è: ci preoccupa per due motivi legittimi.

Il primo è umano: tre persone sono morte. Tre famiglie sono state distrutte. Questa è una tragedia, indipendentemente da qualsiasi considerazione epidemiologica.

Il secondo è scientifico: un focolaio di HANTAVIRUS su una nave da crociera, con possibile trasmissione interumana, è un evento raro e da studiare con attenzione. Non perché possa diventare una pandemia, ma perché ogni episodio del genere ci insegna qualcosa sul comportamento di un virus che ancora non conosciamo completamente.

Il messaggio per i viaggiatori

Se state pianificando un viaggio in Argentina, Cile, Bolivia o in altre zone endemiche, non dovete rinunciare al vostro viaggio. Dovete farlo in modo consapevole.

  • Evitate il contatto con roditori selvatici e i loro habitat
  • In ambienti rurali chiusi e polverosi, usate protezione respiratoria
  • Dopo il rientro, qualsiasi febbre associata a dolori muscolari e difficoltà respiratorie nei 6 settimane successive va riferita al medico con il dettaglio della destinazione visitata
  • Prima di partire, consultate un centro specializzato in medicina dei viaggi

L’HANTAVIRUS quindi non è il nuovo COVID. Ma è un virus reale, con una mortalità reale, che colpisce chi non è preparato. E la preparazione, in medicina dei viaggi, si chiama prevenzione informata.

Dott. Paolo Meo Infettivologo e Medico Tropicalista — Esperto in Malattie Infettive e Tropicali Direttore POLO VIAGGI CESMET – Artemisia Lab, Roma Consulenze: www.clinicadelviaggiatore.com

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Hantavirus sulla MV HONDIUS: tre morti in mezzo all’Atlantico. Cosa sta succedendo e cosa dobbiamo sapere

HANTAVIRUS SULLA MV HONDIUS: TRE MORTI IN MEZZO ALL’ATLANTICO. COSA STA SUCCEDENDO E COSA DOBBIAMO SAPERE
A cura del Dott. Paolo Meo — Infettivologo e Medico Tropicalista, Direttore del POLO VIAGGI CESMET – Artemisia Lab, Roma
Pubblicato il 6 maggio 2026 | www.clinicadelviaggiatore.com

Negli ultimi giorni una notizia ha attraversato le redazioni di mezzo mondo e ha iniziato a fare ciò che le notizie sanitarie fanno spesso: generare allarme. Una nave da crociera, la MV Hondius, si trova in navigazione nell’Oceano Atlantico con tre passeggeri morti e altri tre in condizioni gravi, tutti colpiti da una sospetta infezione da hantavirus. Come medico tropicalista con oltre quarant’anni di esperienza sul campo, sento il dovere di raccontare questa vicenda con la chiarezza che merita — senza allarmismi, ma senza minimizzare.

La vicenda, dall’inizio
La MV Hondius è una nave da spedizione partita dall’Argentina, diretta verso le Isole Canarie attraverso l’Oceano Atlantico. Durante la navigazione, alcuni passeggeri hanno iniziato ad accusare sintomi che, in un primo momento, potevano sembrare comuni: febbre, dolori muscolari, stanchezza intensa. Ma le condizioni di alcuni di loro si sono deteriorate con una rapidità che ha subito allarmato il personale medico di bordo.

Uno dei pazienti più gravi è stato evacuato d’urgenza e ricoverato a Johannesburg, dove i test di laboratorio hanno confermato la diagnosi: hantavirus. Nel frattempo, tre persone sono decedute. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha avviato un’indagine epidemiologica urgente. La nave sta ora dirigendosi verso le Canarie, dove le autorità sanitarie spagnole si stanno preparando ad accoglierla con protocolli di massima sicurezza.

È una vicenda seria. Ma per comprenderla davvero, occorre prima capire di cosa stiamo parlando.

Che cos’è l’Hantavirus?
L’Hantavirus è un virus a RNA appartenente alla famiglia Hantaviridae. Non è un virus nuovo: è conosciuto dalla medicina tropicale e infettivologica da decenni, anche se rimane pressoché sconosciuto al grande pubblico, almeno in Europa.

Esistono diversi ceppi di Hantavirus, distribuiti in diverse parti del mondo. Quello che ci preoccupa in questo caso è il cosiddetto Hantavirus andino, endemico nelle regioni andine e patagonica dell’Argentina e del Cile. È una variante particolarmente rilevante per un motivo che vedremo tra poco: a differenza di quasi tutti gli altri ceppi, l’Hantavirus andino ha dimostrato, in alcuni casi documentati, la capacità di trasmettersi da persona a persona.

Come si trasmette?
Il meccanismo di trasmissione principale dell’Hantavirus è il contatto diretto o indiretto con i roditori selvatici — ratti, topi di campagna, arvicole — che sono il serbatoio naturale del virus. L’infezione nell’uomo avviene tipicamente attraverso:

Inalazione di aerosol contenenti urine, feci o saliva di roditori infetti (la via più comune).
Contatto diretto con roditori o con superfici contaminate dalle loro deiezioni.
Morsi di roditori infetti (via meno frequente).
Non si trasmette toccando corrimani, attraverso l’acqua potabile o mangiando al ristorante. Si prende dalla terra, dagli ambienti rurali e naturali — capanne, fienili, zone di campagna, foreste — dove il contatto tra uomo e roditori selvatici è più probabile.

Ecco perché la provenienza argentina della MV Hondius è un dato clinicamente rilevante. Molti dei passeggeri avevano verosimilmente visitato le grandi aree naturali dell’Argentina — la Patagonia, le Ande, le zone rurali del Sud America — prima di imbarcarsi. È in quell’ambiente che il virus può essere stato acquisito, senza che nessuno se ne accorgesse, perché il periodo di incubazione dell’Hantavirus andino è di 1-6 settimane. Tempo più che sufficiente per salire a bordo di una nave e attraversare l’Atlantico.

Quali sono i sintomi e come evolve la malattia?
La forma clinica più grave causata dall’Hantavirus andino è la Sindrome Polmonare da Hantavirus (HPS — Hantavirus Pulmonary Syndrome). L’evoluzione tipica si articola in due fasi:

Fase prodromica (3-5 giorni): Febbre alta (38-40°C), dolori muscolari intensi, cefalea, brividi, nausea. Una presentazione clinica che può facilmente essere confusa con un’influenza severa o con una malattia febbrile tropicale.

Fase cardio-polmonare: Con una rapidità che può sorprendere anche chi la conosce, il quadro peggiora bruscamente. I polmoni si riempiono di liquido (edema polmonare acuto), la funzione respiratoria crolla, la pressione arteriosa scende. Il paziente ha bisogno di ossigeno, poi di ventilazione meccanica, poi di terapia intensiva. La mortalità in questa fase può raggiungere il 35-40%, anche in centri ospedalieri ben attrezzati.

Capite bene che a bordo di una nave da crociera — per quanto ben equipaggiata — gestire tre o più casi gravi simultanei di HPS è qualcosa che va al di là delle possibilità di qualsiasi infermeria di bordo.

Esiste una terapia?
Questo è uno dei punti che i miei pazienti mi chiedono sempre per primi, e la risposta è quella che mi piace meno dare: non esiste un antivirale specifico approvato per l’Hantavirus.

La terapia è fondamentalmente di supporto: ossigenoterapia ad alto flusso, ventilazione meccanica non invasiva o invasiva, gestione dell’equilibrio idro-elettrolitico, supporto emodinamico. In alcuni centri viene utilizzata la ribavirina per via endovenosa, ma le evidenze cliniche sulla sua efficacia rimangono controverse.

Quello che fa davvero la differenza è la tempestività del ricovero in terapia intensiva. Ogni ora conta. E su una nave in mezzo all’Atlantico, ogni ora costa cara.

Un caso di trasmissione interumana?
È la domanda che l’OMS e i virologi di tutto il mondo si stanno ponendo in queste ore. Se i tre casi gravi a bordo della MV Hondius fossero tutti riconducibili a esposizioni indipendenti avvenute in Argentina prima dell’imbarco, si tratterebbe di un cluster sfortunato ma non di un focolaio attivo. Se invece il virus si stesse trasmettendo da persona a persona a bordo, lo scenario cambierebbe radicalmente.

La risposta arriverà dalle indagini epidemiologiche in corso e, soprattutto, dalla sequenza genomica del ceppo virale identificato. Per ora, la prudenza è d’obbligo.

Cosa deve sapere chi viaggia in Sud America
Come medico tropicalista e direttore del POLO VIAGGI CESMET-Artemisia, vorrei concludere con un messaggio diretto a chi pianifica un viaggio in Argentina, Cile, Bolivia o in altre zone endemiche per l’hantavirus :

Evitate il contatto con roditori selvatici e con ambienti dove la loro presenza è probabile: rifugi di montagna, capanne rurali, granai, zone boscose non frequentate.
Se vi trovate in luoghi chiusi e polverosi in zone endemiche, usate una mascherina FFP2. La via respiratoria è la principale via di contagio.
Non raccogliete roditori morti e non maneggiate materiali che potrebbero essere contaminati da deiezioni.
Dopo il rientro, se nelle 6 settimane successive al viaggio accusate febbre alta, dolori muscolari intensi e difficoltà respiratorie, riferite immediatamente al medico la vostra destinazione di viaggio. Il dettaglio geografico è fondamentale per una diagnosi tempestiva.
Prima di partire, rivolgetevi a un centro specializzato in medicina dei viaggi per una consulenza personalizzata sul rischio infettivo della destinazione.

La MV Hondius si avvicina alle Canarie. I passeggeri sopravvissuti portano con sé un’esperienza che nessuno aveva messo in valigia. Tre persone non torneranno a casa. È il momento di usare questa tragedia non per alimentare la paura, ma per costruire conoscenza. Perché la conoscenza, in medicina dei viaggi, salva le vite.

Dott. Paolo Meo — Infettivologo e Medico Tropicalista Direttore POLO VIAGGI CESMET – Artemisia Lab, Roma Per consulenze: www.clinicadelviaggiatore.com

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ENCEFALITE DA ZECCHE (ITALIA – EUROPA – ASIA) Proteggiti e vaccinati subito!

Zecche e malattie correlate: la situazione 2026

Le zecche non aspettano più la primavera — e nemmeno tu dovresti aspettare per vaccinarti.
È già metà marzo e un dottore forestale fiorentino, Alberto Biffoli, si ritrova con quindici zecche addosso in due giorni di lavoro in bosco. Non in una macchia mediterranea subtropicale, non a bassa quota, non in estate: siamo oltre i 1000 metri, tra Emilia-Romagna e Toscana, in una fustaia di conifere con scarso sottobosco. Suo figlio, pur meno esposto, ne conta comunque quattro il primo giorno, cinque o sei il secondo. Una delle zecche ha morso Biffoli addirittura oltre due giorni dopo una doccia.

La specie identificata è Ixodes ricinus, la famigerata “zecca dei boschi”: il vettore principale della borreliosi di Lyme e, soprattutto, della meningoencefalite da zecca (TBE), malattia neurologica grave e potenzialmente invalidante.
La presenza massiccia in una zona ad alta quota e con basso sottobosco è insolita persino per un esperto del settore: “Erano anni che non ne trovavo tante”.
Un dato che non lascia spazio all’ottimismo: i cambiamenti climatici stanno anticipando e ampliando geograficamente la stagione di attività delle zecche, rendendole un rischio concreto anche dove e quando non ce lo aspettiamo.
Scout, escursionisti, boscaioli, fungaioli, pastori, e agricoltori, amanti della montagna — chiunque frequenti ambienti naturali è esposto.

Il repellente aiuta, ma non basta. L’unica protezione realmente efficace contro la TBE è il vaccino: iniziare il ciclo ora significa essere coperti in tempo per la primavera e l’estate, quando il rischio esplode.
Non aspettare che sia troppo tardi.

 

Leggi lo Speciale Scout

 

cosa fare per proteggerti:
1. chiedi una consulenza con il dr. Paolo Meo, per approfondire la questione delle zecche e prepararti alle tue vacanze, o capire come lavorare in sicurezza (scrivi a seg.cesmet@gmail.com) 

2. chiedi di effettuare la vaccinazione per la TBEpresso il POLO VIAGGI, Cesmet – Artemisia .  PRENOTA SUBITO la tua prima dose


La stagione a rischio è già alle porte. Sei più esposto se fai:

escursioni in boschi o foreste,
attività agricole o forestali,
campeggio,
raccolta funghi,
cicloturismo, caccia
viaggi in aree endemiche.

Dove rischi:

Italia,
le zone ad alto rischio sono le regioni nord-orientali — Friuli-Venezia Giulia, Veneto (Alpi bellunesi) e Trentino-Alto Adige
— con segnalazioni sporadiche anche in Emilia-Romagna e Lazio.
Europa
Europa centro-orientale, Paesi Baltici, Scandinavia, Austria, Germania, Polonia, Repubblica Ceca, Ungheria (in particolare la Transdanubiana), Slovenia. I dati 2026 confermano una tendenza in espansione verso nord-ovest e sud-ovest del continente.
Mondo
Siberia, Russia, Cina settentrionale, Giappone, Corea
(sottotipi Siberiano e dell’Estremo Oriente, con maggiore virulenza).

Cos’è la TBE e perché è pericolosa

L’Encefalite da Zecca (TBE – Tick-Borne Encephalitis) è una malattia virale grave che colpisce il sistema nervoso centrale — cervello, meningi e midollo spinale. Si trasmette principalmente attraverso il morso di zecche infette del genere Ixodes, attive da marzo a novembre, con picchi in primavera e inizio estate.
La malattia può manifestarsi in forma bifasica:
Fase 1 (simil-influenzale): febbre, cefalea, dolori muscolari, malessere generale
Fase 2 (neurologica): meningite, encefalite, paralisi, in alcuni casi esiti permanenti
I dati italiani mostrano che il 18% dei casi sviluppa sequele neurologiche permanenti e circa il 28,5% sequele temporanee. La malattia non ha terapia antivirale specifica: la prevenzione è l’unica arma efficace.

VACCINATI !
Il vaccino disponibile In Italia è disponibile TicoVac® (Pfizer) in formulazione
adulti (0,5 mL)
e pediatrica (0,25 mL per bambini fino a 15 anni),
con oltre 100 milioni di dosi somministrate nel mondo.

⏰ Perché iniziare ADESSO il ciclo vaccinale

Le zecche sono già attive da marzo. Il ciclo vaccinale completo richiede tre dosi somministrate nell’arco di alcuni mesi:
Dose Tempistica
1ª dose Oggi — giorno 0
2ª dose Dopo 1–3 mesi (oppure 14 giorni in caso di urgenza)
3ª dose Dopo 5–12 mesi dalla seconda dose

Chi inizia ora in marzo sarà immunizzato con le prime due dosi entro aprile–maggio, ovvero prima del picco stagionale di attività delle zecche. Aspettare significa esporsi senza protezione.
Per chi è già vaccinato in precedenza:
< 60 anni: richiamo ogni 5 anni (il primo a 3 anni dal ciclo primario)
≥ 60 anni: richiamo ogni 3 anni

A chi è consigliata la vaccinazione
Residenti e lavoratori in zone boschive/rurali endemiche

✅ SCOUT,    Viaggiatori diretti in zone a rischio in Italia, Europa e Asia
✅ Escursionisti, campeggiatori, trekker, ciclisti, cacciatori, raccoglitori di funghi
✅ Militari, forestali, agricoltori, veterinari con esposizione professionale
✅ Bambini da 1 anno in su che frequentano ambienti naturali a rischio

In Friuli-Venezia Giulia e Trentino-Alto Adige la vaccinazione è gratuita per i residenti

ENCEFALITE DA ZECCHE (ITALIA – EUROPA – ASIA) Proteggiti e vaccinati subito! Leggi tutto »

C e s m e t . c o m C l i n i c a d e l V i a g g i a t o r e
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