Contatto di riferimento: focal point IPC locale + coordinatore MSF/OMS
Nessuna autoprescrizione senza supervisione medica
✈️ GESTIONE DEL RIENTRO
Centri di riferimento italiani
IRCCS Lazzaro Spallanzani – Roma
Tel. 06 5517 0 | H24 per casi ad alta pericolosità
ASST Fatebenefratelli Sacco – Milano
Tel. 02 3904 1 | Malattie infettive e tropicali
Comunicare: data rientro, esposizioni, diario termometrico
Monitoraggio 21 giorni post-rientro con contatto giornaliero
Febbre: chiamare 1500, non muoversi autonomamente
Evitare contatti stretti fino a esclusione diagnostica
5. NOTA VACCINI — SITUAZIONE AGGIORNATA
Stato della copertura vaccinale per il ceppo Bundibugyo
Ervebo® (rVSV-ZEBOV)
Efficace contro EBOV-Zaire (Kivu 2018–2020), ma NON efficace contro il ceppo Bundibugyo (BDBV). Non autorizzato per l’attuale focolaio. Non somministrare come profilassi.
Mvanzi® (Ad26.ZEBOV + MVA-BN-Filo)
Analogo limite di spettro, non indicato per BDBV. Nessuna autorizzazione per l’impiego nel focolaio in corso.
Trial in avvio (2026): studi di fase I/II per candidati vaccinali contro Bundibugyo (piattaforma mRNA e VSV ricombinante); nessun prodotto disponibile in campo nel breve termine. La protezione dipende esclusivamente dai DPI e dai protocolli IPC.
redazione dr. PAOLO MEO CESMET – Centro di Medicina dei Viaggiwww.clinicadelviaggiatore.com
Aggiornamento: 16 giugno 2026 | Fonti: OMS, ECDC, Ministero della Salute italiano Aggiornare periodicamente in base all’evoluzione del focolaio. Documento a uso professionale e informativo.
Scheda redatta dal dr. Paolo Meo, direttore Cesmet clinica del viaggiatore, aggiornata a maggio 2026 con i dati epidemiologici globali più recenti, i nuovi vaccini approvati (Arexvy, Abrysvo, mRESVIA), l’anticorpo monoclonale Nirsevimab (Beyfortus) e le linee guida diagnostico-terapeutiche di OMS, ECDC, CDC, ESPID e AAP.
SINTESI DELLA MALATTIA
PARAMETRO
DATI CHIAVE
Agente eziologico
Virus RNA a singolo filamento, famiglia Pneumoviridae, genere Orthopneumovirus; due sottotipi principali: RSV-A e RSV-B
Serbatoio
Uomo (virus a trasmissione esclusivamente interumana;non esiste serbatoio animale noto)
Trasmissione
Via droplet/aerosol da secrezioni respiratorie, contatto diretto con superfici contaminate (fomiti); altamente contagioso
Distribuzione
Mondiale; nelle regioni temperate andamento stagionale (epidemie autunno-inverno); nelle aree tropicali circolazione più continua
Incubazione
2–8 giorni(media 4–6 giorni)
Letalità
< 0,5% nei bambini ospedalizzatinei paesi ad alto reddito; 1–8% negli anziani con comorbidità; fino al 10–20% negli immunocompromessi gravi
Vaccino disponibile
Sì:
– Arexvy (GSK) e Abrysvo (Pfizer) per adulti ≥60 anni; – Abrysvo per donne in gravidanza (protezione del neonato); – anticorpo monoclonale Nirsevimab (Beyfortus) per neonati e lattanti
Notifica
Non a notifica obbligatoria in Italia; sorveglianza sentinella attiva (InfluNet-RSV, sistema RespiVirNet-ISS)
1. Introduzione e Descrizione della Malattia
Il Virus Respiratorio Sinciziale (VSR, o RSV dall’inglese Respiratory Syncytial Virus) è il principale agente eziologico delleinfezioni respiratorie acute del tratto inferiore nei lattanti e nei bambini in età prescolare, e rappresenta un patogeno di crescente importanza clinicanegli anziani e negli immunocompromessi. A differenza di molti altri virus respiratori, il VSR è un virus esclusivamente umano, senza serbatoio animale conosciuto, che si trasmette da persona a persona attraverso secrezioni respiratorie.
La malattia fu descritta per la prima volta nel 1956 da Morris, Blount e Savage, che isolarono il virus in scimpanzé con rinite (da cui l’iniziale denominazione di “Chimpanzee Coryza Agent”), e poco dopo fu identificato come agente responsabile di bronchioliti e polmoniti nei neonati. Il nome “sinciziale” deriva dalla caratteristica citopatologia indotta dal virus nelle cellule dell’epitelio respiratorio: la fusione delle membrane cellulari con formazione di sincizi, ovvero cellule multinucleate giganti.
Globalmente, il VSR è responsabile di circa 33 milioni di episodi di infezione delle vie respiratorie inferiori all’anno nei bambini sotto i 5 anni, con circa 3,6 milioni di ospedalizzazioni e oltre 100.000 decessiannui, la grande maggioranza dei quali si verifica nei paesi a basso reddito (dati OMS/Lancet, 2022-2024). Nella fascia degli anziani (≥65 anni), il VSR causa ogni anno solo negli Stati Uniti circa 60.000-120.000 ricoveri ospedalieri e 6.000-10.000 decessi, un impatto epidemiologico comparabile a quello dell’influenza stagionale.
Dopo decenni di ricerca infruttuosa, il 2023-2024 ha segnato una svolta storica: per la prima volta sono stati approvati vaccini efficaci contro il VSR per adulti anziani e per le donne in gravidanza (con protezione indiretta del neonato), e un anticorpo monoclonale di nuova generazione(Nirsevimab/Beyfortus) per la protezione dei lattanti nel primo anno di vita.
2. Agente Eziologico e Biologia del Virus
2.1 Caratteristiche Virologiche
Il Virus Respiratorio Sinciziale è un virus a RNA a singolo filamento, con genoma di polarità negativa, appartenente all’ordine Mononegavirales, famiglia Pneumoviridae, genere Orthopneumovirus. Il virione è pleiomorfico (sferico o filamentoso), con diametro di 150–300 nm, ed è dotato di un involucro lipidico che lo rende sensibile ai comuni disinfettanti e ai solventi lipidici.
Il genoma virale codifica per 11 proteine, tra cui le tre glicoproteine di superficie di maggiore rilevanza clinica e virologica:
Proteina F (Fusion): media la fusione del virus con la membrana cellulare e la formazione dei sincizi; è il principale bersaglio degli anticorpi neutralizzanti e degli anticorpi monoclonali terapeutici e preventivi(Palivizumab, Nirsevimab). Esiste in due conformazioni: pre-fusione (prefF) e post-fusione; la forma prefF è immunodominante e il bersaglio dei vaccini di nuova generazione.
Proteina G (Attachment): media l’attacco virale alle cellule ospiti; altamente variabile tra i ceppi e tra le stagioni; contribuisce all’evasione immunitaria.
Piccola proteina idrofobica SH: modula la risposta infiammatoria dell’ospite.
2.2 Sottotipi e Variabilità Genetica
Il VSR è suddiviso in due sottotipi principali, RSV-A e RSV-B,
che co-circolano durante ogni stagione epidemica con prevalenza alternante.
All’interno di ciascun sottotipo esistono molteplici genotipi (clade), caratterizzati da variazioni nella proteina G. I genotipi dominanti cambiano nel tempo per effetto della pressione immunitaria della popolazione (immune escape). Sebbene l’immunità acquisita dopo l’infezione naturale non sia duratura (reinfection è la norma nel corso della vita), entrambi i sottotipi condividono sufficienti epitopi sulla proteina F da consentire una protezione crociata parziale e da rendere fattibile la vaccinazione bivalente.
2.3 Stabilità Ambientale
Il VSR è relativamente fragile, ma può sopravvivere nell’ambiente per periodi sufficienti a determinare trasmissione indiretta:
– sulle superfici inanimate fino a 6–7 ore,
– sulle mani fino a 20–30 minuti,
. nell’aria (aerosol) per tempi variabili in ambienti chiusi.
Il virus è inattivato da calore (56°C per 30 minuti), raggi UV, ipoclorito di sodio (candeggina diluita), alcool al 70% e sapone.
3. Trasmissione e Modalità di Contagio
3.1 Vie di Trasmissione all’Uomo
VIA DI TRASMISSIONE
CARATTERISTICHE E NOTE
Droplet respiratori (principale)
Goccioline emesse con tosse, starnuti, respirazione ravvicinata; efficace fino a ~1–2 metri. Via predominante di trasmissione nei contesti familiari, pediatrici e assistenziali
Aerosol a piccole particelle
Possibile in ambienti chiusi e affollati; contesti ad alto rischio: reparti di terapia intensiva neonatale (TIN), sale d’attesa, asili nido, ambienti di cura per anziani
Contatto diretto
Inoculazione congiuntivale o nasale tramite mani contaminate da secrezioni infette; frequente nella trasmissione nosocomiale e tra conviventi
Fomiti (superfici contaminate)
Il VSR sopravvive sulle superfici inanimatefino a 6–7 ore; su mani e guanti fino a 30 minuti.
Fonte rilevante di trasmissione nei reparti ospedalieri pediatrici e geriatrici
Trasmissione verticale
Eccezionalmente documentata; la protezione neonatale si ottiene principalmente tramite anticorpi materni trasferiti per via placentare
3.2 Contagi e Contagiosità
Il VSR è altamente contagioso: l’indice di trasmissione secondaria in famiglie con un caso indice è del 40–70%. Il periodo di contagiosità inizia 1–2 giorni prima della comparsa dei sintomi (fase presintomatica) e dura in media 3–8 giorni; negli immunocompromessi la shedding virale può protrarsi per settimane-mesi.
⚠ ATTENZIONE – Contagio presintomatico: come per l’influenza e il COVID-19, il VSR può essere trasmesso prima della comparsa dei sintomi. Il personale sanitario asintomatico durante la stagione epidemica può essere veicolo di trasmissione nosocomiale a pazienti ad alto rischio. Le misure di prevenzione devono essere adottate indipendentemente dalla presenza di sintomi nei contesti di cura.
4. Distribuzione Geografica
AREA GEOGRAFICA/STAGIONALE
CARATTERISTICHE EPIDEMIOLOGICHE
Regioni temperate (Europa, Nord America, Australia)
Epidemie annuali intense in autunno-inverno
(ottobre-marzo nell’emisfero nord). Picco di ospedalizzazioni pediatriche tra novembre e gennaio.
In Italia: epidemia sostenuta ogni anno con variazioni di intensità
Regioni tropicali e subtropicali
Circolazione più continua durante tutto l’anno, con incrementi associati alle stagioni delle piogge. Epidemiologia meno definita rispetto alle zone temperate; elevato impatto nei paesi a basso-medio reddito
Italia
Circolazione documentata annualmente.
Stagione 2022-2023: epidemia anticipata e intensa post-COVID con picco di ospedalizzazioni in ottobre-novembre. RSV causa circa 35.000-40.000 ospedalizzazioni/anno nei bambini <5 anni e oltre 10.000 ricoveri/anno negli anziani ≥65 anni
Paesi a basso reddito (Africa subsahariana, Asia meridionale)
RSV è una delle principali cause di mortalità respiratoria nei bambini <5 anni. Si stima che globalmente RSV causi 3,6 milioni di ospedalizzazioni e ~100.000 decessi/anno nei bambini <5 anni (dati OMS 2024)
Paesi con nuovi vaccini/anticorpi (USA, EU, Canada)
A partire dal 2023-2024, con introduzione di Nirsevimab (Beyfortus) nei programmi vaccinali neonatali, primo impatto sulla riduzione dei ricoveri pediatrici documentato in Francia, Spagna e USA
5. Periodo di Incubazione
Il periodo di incubazione del VSR varia da 2 a 8 giorni, con una media di 4–6 giorni dall’esposizione. La durata dell’incubazione dipende dalla carica virale inalata, dall’età del soggetto e dallo stato immunitario. Nei neonati e nei lattanti, il periodo di incubazione tende a essere più breve (2–4 giorni), mentre negli adulti e anziani può protrarsi fino a 7–8 giorni.
NOTA CLINICA: La breve incubazione e l’alta contagiosità in fase presintomatica spiegano la rapidità di diffusione del VSR nei contesti comunitari (asili nido, scuole) e nelle strutture sanitarie durante la stagione epidemica.
6. Sintomi e Manifestazioni Cliniche
Il VSR può causare uno spettro di malattia estremamente ampio, da una comune rinite a una grave insufficienza respiratoria acuta, in relazione all’età del paziente, allo stato immunitario e alle comorbidità. La presentazione clinica più caratteristica nei lattanti è la bronchiolite acuta; negli adulti anziani la malattia può mimare clinicamente dall’influenza alla polmonite batterica grave.
POPOLAZIONE
QUADRO CLINICO TIPICO
FORME SEVERE
Neonati (0–3 mesi)
Irritabilità, difficoltà di alimentazione, apnee, tachipnea; scarsa febbre; esordio insidioso
Apnee prolungate, bradicardia, insufficienza respiratoria acuta; rischio di SIDS RSV-correlata
Rara; possibile bronchite acuta, esacerbazione di asma o BPCO
Anziani ≥65 anni
Presentazione spesso atipica: tosse persistente, malessere, febbricola, peggioramento delle comorbidità; talvolta assenza di febbre
Polmonite grave, ARDS, scompenso cardiaco, esacerbazione BPCO; elevata mortalità in presenza di comorbidità
Immunocompromessi (trapianti, ematologici, HIV avanzato)
Decorso prolungato, sintomi persistenti, progressione verso le basse vie respiratorie; coinfezioni batteriche frequenti
Polmonite grave, insufficienza respiratoria; mortalità fino al 20-30% nei trapianti di cellule staminali ematopoietiche
6.1 Bronchiolite da VSR nei Lattanti: Quadro Clinico Dettagliato
La bronchiolite è la manifestazione più frequente e clinicamente rilevante dell’infezione da VSR nei lattanti. Si caratterizza per un’infiammazione acuta delle piccole vie aeree (bronchioli) con edema, necrosi dell’epitelio bronchiolare, ipersecrezione di muco e ostruzione al flusso aereo. Il quadro clinico si sviluppa tipicamente in 2–3 fasi:
Fase prodromica (1–3 giorni):rinorrea, congestione nasale, tosse secca, febbricola. Simile a una comune rinite.
Fase di peggioramento (3–5 giorni): tosse intensa, tachipnea, dispnea, rientramenti intercostali e subcostali, alitamento delle pinne nasali, wheezing espiratorio, crepitii e sibili all’auscultazione. Difficoltà di alimentazione per dispnea.
Fase di risoluzione (7–14 giorni): miglioramento graduale; la tosse può persistere per 2–4 settimane.
Il 2–3% dei lattanti con bronchiolite richiede il ricovero ospedaliero; di questi, il 5–10% necessita di ventilazione assistita. I fattori di rischio per bronchiolite severa includono: età <6 settimane, prematurità (<35 settimane), displasia broncopolmonare, cardiopatia congenita emodinamicamente significativa, immunodeficienza, malnutrizione, fumo passivo.
Le stime globali dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) indicano che l’RSV rappresenta complessivamente la causa del 60% delle infezioni respiratorie acute nei bambini. Inoltre, è responsabile di oltre l’80% delle infezioni del tratto respiratorio inferiore nei neonati di età inferiore a 1 anno durante il picco della stagione virale. In sintesi, l’RSV è di gran lunga la causa più frequente di bronchiolite e polmonite pediatriche (Fig. 1).
6.2 Infezione da VSR nell’Anziano: Aspetti Peculiari
Negli anziani il VSR si presenta spesso con sintomi atipici, privi della classica febbre alta: assenza di febbre tosse secca persistente, malessere, astenia, dispnea da sforzo, peggioramento delle condizioni di base.
L’assenza di febbre può ritardare la diagnosi e indurre a sottostimare la gravità. La polmonite da VSR nell’anziano è radiologicamente sovrapponibile alla polmonite batterica;
la diagnosi differenziale richiede spesso RT-PCR su tampone nasofaringeo o lavaggio broncoalveolare. Il VSR è inoltre causa documentata di riacutizzazioni gravi di BPCO e scompenso cardiaco negli anziani.
7. Diagnosi
7.1 Diagnosi Clinico-Epidemiologica
Il sospetto diagnostico si basa sull’associazione tra quadro clinico compatibile e contesto epidemiologico: bambino piccolo con bronchiolite o sindrome da distress respiratorio in stagione epidemica (autunno-inverno), anziano con polmonite atipica o riacutizzazione di BPCO in periodo di circolazione del VSR, paziente immunocompromesso con infezione respiratoria persistente.
La diagnosi differenziale con influenza e COVID-19 richiede sempre conferma di laboratorio.
7.2 Diagnosi di Laboratorio
METODO
INDICAZIONE E NOTE
Test antigenico rapido (RAT)
Prima scelta in urgenza nei bambini.Sensibilità 80-90%, specificità >95%. Disponibile in pronto soccorso e ambulatorio. Campione: tampone nasofaringeo. Risultato in 15-30 minuti
RT-PCR (reverse transcriptase PCR)
Metodo di riferimento (gold standard): massima sensibilità e specificità; distingue RSV-A da RSV-B. Pannelli multiplex con rilevazione simultanea di influenza, SARS-CoV-2, Metapneumovirus, Rhinovirus. Indicata in adulti, immunocompromessi, casi severi
Test di immunofluorescenza (DFA/IFA)
Richiede personale esperto e microscopio a fluorescenza; meno usata con l’avvento delle PCR multiplex. Sensibilità intermedia, specificità buona
Coltura virale
Principalmente per ricerca e tipizzazione virologica; non utilizzata nella pratica clinica routinaria per i lunghi tempi (5–10 giorni)
Sierologia (anticorpi IgG/IgM)
Utilità diagnostica clinica limitata; usata principalmente in studi epidemiologici. La sieroconversione avviene tardivamente. NON raccomandata per diagnosi acuta di routine
Esami di supporto
Emocromo (lieve linfocitosi; leucocitosi con neutrofilia in caso di sovrainfezione batterica), radiografia del torace (iperinflazione, infiltrati bilaterali, atelectasie), emogasanalisi in caso di distress respiratorio, saturimetria continua
NOTA DIAGNOSTICA: In Italia la diagnosi molecolare di VSR è disponibile presso la maggior parte dei laboratori ospedalieri, spesso inclusa nei pannelli multiplex per patogeni respiratori. Il sistema di sorveglianza RespiVirNet dell’ISS monitora settimanalmente la circolazione di VSR, influenza e altri virus respiratori. Per i casi pediatrici gravi o nei soggetti immunocompromessi, è raccomandata la conferma con RT-PCR indipendentemente dal risultato del test rapido.
8. Diagnosi Differenziale
Le manifestazioni cliniche dell’infezione da VSR sono spesso sovrapponibili a quelle di altri patogeni respiratori. Le principali condizioni da considerare in diagnosi differenziale sono:
Influenza A e B (la presentazione sistemica è più marcata; febbre più elevata e brusca; mialgie intense)
COVID-19 da SARS-CoV-2 (indistinguibile clinicamente; diagnosi differenziale solo con RT-PCR o test antigenico specifico)
Metapneumovirus umano (hMPV) – clinicamente identico al VSR nei lattanti; causa bronchioliti e polmoniti similari
Rhinovirus e virus parainfluenzali (nelle bronchiti e laringotracheiti del bambino)
Polmonite batterica (da Streptococcus pneumoniae, Staphylococcus aureus, Mycoplasma pneumoniae): febbre alta, leucocitosi, consolidamento lobare alla radiografia, risposta agli antibiotici
Bronchiolite obliterante post-infettiva (diagnosi differenziale nei lattanti con wheezing persistente post-bronchiolite)
Scompenso cardiaco congestizio (negli anziani con dispnea e rantoli bilaterali, in assenza di febbre)
Fibrosi cistica (in caso di bronchioliti ricorrenti nel bambino piccolo)
Corpo estraneo nelle vie aeree (nei bambini con wheezing monolaterale e storia acuta)
9. Terapia
9.1 Principi Generali del Trattamento
Non esiste a tutt’oggi una terapia antivirale specifica approvata e raccomandata routinariamente per l’infezione da VSR nella popolazione generale. Il trattamento è prevalentemente di supporto, con l’obiettivo di mantenere un’adeguata ossigenazione e idratazione e di gestire le complicanze. La bronchiolite da VSR nei lattanti è una delle condizioni pediatriche in cui le evidenze hanno progressivamente ristretto il campo delle terapie utili, confermando che ossigeno e idratazione rimangono i pilastri del trattamento.
FARMACO/PRESIDIO
INDICAZIONE E NOTE
Ossigenoterapia
Prima misura terapeutica in caso di desaturazione (SpO2 <92-95%). Erogazione con cannule nasali o maschera facciale. In caso di insufficienza respiratoria grave: CPAP o ventilazione ad alto flusso nasale (High Flow)
Supporto nutrizionale e idratazione
Fondamentale nei lattanti con bronchiolite: alimentazione nasogastrica o endovenosa se incapacità di alimentazione per dispnea. Prevenzione della disidratazione
Ribavirina per aerosol
Antivirale di uso limitato ai casi severi nei trapiantati di midollo osseo/organo solido e negli immunocompromessi gravi. Non raccomandata routinariamente per tossicità, costo e difficoltà di somministrazione. Efficacia clinica dibattuta
Broncodilatatori (salbutamolo)
NON raccomandati routinariamente nella bronchiolite (linee guida ESPID, AAP, NICE 2023): evidenza di beneficio assente o scarsa. Possono essere considerati in bambini con storia di atopia/wheeze ricorrente o in adulti con BPCO/asma in riacutizzazione
Corticosteroidi
NON indicati nella bronchiolite da RSV nei lattanti (evidenza controindicante). Indicati negli adulti con riacutizzazione di BPCO o asma RSV-associata
Antibiotici
Solo in caso di documentata sovrainfezione batterica (polmonite batterica, otite media acuta con indicazione, sepsi). Non indicati profilatticamente o routinariamente nell’infezione da RSV non complicata
Nirsevimab (Beyfortus) – anticorpo monoclonale
Anticorpo monoclonale anti-proteina F del VSR. Approvato da EMA (2022) e AIFA (2023) per neonati e lattanti nel primo anno di vita. Riduce del 75-80% le ospedalizzazioni per bronchiolite da RSV. Singola iniezione IM. NON è un vaccino, ma immunizzazione passiva
⚠ ATTENZIONE – Terapie da NON usare routinariamente nella bronchiolite:
– broncodilatatori (salbutamolo, adrenalina nebulizzata),
– corticosteroidi sistemici,
– adrenalina sistemica,
– fisioterapia respiratoria,
– ipertonica salina nebulizzata (evidenza controversa).
La raccomandazione delle principali linee guida internazionali (AAP, NICE, ESPID) è di ridurre al minimo gli interventi non supportati da evidenza e concentrarsi su ossigenazione e idratazione.
10. Prevenzione e Misure di Protezione
10.1 Immunoprofilassi Attiva e Passiva: la Svolta del 2023-2024
Gli anni 2022-2024 hanno segnato una trasformazione epocale nella prevenzione del VSR: dopo oltre 60 anni di ricerca, sono stati approvati i primi vaccini efficaci e un anticorpo monoclonale di nuova generazione. Questa svolta cambia radicalmente il quadro preventivo per le popolazioni ad alto rischio.
STRUMENTO PREVENTIVO
TARGET, INDICAZIONE E NOTE
Arexvy (RSVPreF3 OA – GSK)
Vaccino proteico adiuvato (AS01E). Approvato FDA (2023) e EMA (2023) per adulti ≥60 anni. Efficacia 82-84% contro malattia da RSV del tratto respiratorio inferiore. Dose unica. Disponibile in Italia. Schedula annuale non ancora definita
Abrysvo (bivalente RSVPreF – Pfizer)
Vaccino proteico bivalente (RSV-A + RSV-B). Approvato FDA e EMA
per adulti ≥60 anni (2023)
e per donne in gravidanza (16-36 settimane gestazionali) per protezione del neonato (2023).
Efficacia 69-85% negli anziani;
~70% contro bronchiolite grave nel neonato nel primo semestre
mRESVIA (mRNA-1345 – Moderna)
Primo vaccino a mRNA contro RSV. Approvato FDA (2024) per adulti ≥60 anni.
Efficacia ~83,7% contro malattia RSV del tratto inferiore con ≥2 sintomi. Profilo di sicurezza favorevole. Non ancora disponibile in tutti i Paesi UE
Nirsevimab (Beyfortus – AstraZeneca/Sanofi)
Anticorpo monoclonale (immunizzazione passiva). Target: neonati e lattanti nel primo anno di vita entranti nella stagione RSV; bambini fino a 24 mesi ad alto rischio (prematurità, malattia polmonare cronica, cardiopatia congenita emodinamicamente significativa, immunodeficienza). Singola iniezione IM. In Italia: raccomandato nella stagione 2023-2024, inserito gradualmente nei calendari regionali
Palivizumab (Synagis – AstraZeneca)
Anticorpo monoclonale di prima generazione. Indicato solo in bambini ad altissimo rischio: prematuri <29 settimane, displasia broncopolmonare, cardiopatia congenita cianogena. Somministrazione mensile (5 dosi/stagione) per costo elevato. Sostituito da Nirsevimab nella maggior parte delle indicazioni
Misure igienico-comportamentali
Igiene delle mani con acqua e sapone o gel alcolico (dimostrata efficacia nella riduzione della trasmissione); mascherina chirurgica in soggetti con sintomi respiratori; evitare contatto con neonati e immunocompromessi in fase acuta; aerazione frequente degli ambienti chiusi;
non fumare in presenza di lattanti (amplifica la gravità dell’infezione)
Misure nosocomiali
Precauzioni da droplet e contatto per i casi ricoverati;
guanti e mascherina per il personale sanitario;
cohorting dei pazienti infetti;
igiene rigorosa delle superfici;
limitazione delle visite in reparti a rischio (TIN, oncologia, trapiantologia) durante la stagione epidemica
10.2 Raccomandazioni Vaccinali in Italia (aggiornamento maggio 2026)
In Italia, il Piano Nazionale di Prevenzione Vaccinale (PNPV) e le circolari ministeriali aggiornate al 2025-2026 prevedono:
Nirsevimab (Beyfortus): raccomandato per tutti i neonati e lattanti che entrano nella stagione RSV nel primo anno di vita, con co-somministrazione con i vaccini del calendario nella stessa seduta vaccinale. Erogato gratuitamente o in regime di partecipazione nelle Regioni che hanno recepito la raccomandazione nazionale. Priorità assoluta ai prematuri e ai lattanti con comorbidità.
Vaccinazione in gravidanza (Abrysvo): raccomandata per le donne in gravidanza tra la 32ª e la 36ª settimana gestazionale durante la stagione di circolazione del VSR (settembre-gennaio), come alternativa a Nirsevimab per la protezione del neonato. Erogazione su base regionale.
Vaccinazione degli anziani (≥60-65 anni): raccomandata e co-somministrabile con il vaccino antinfluenzale. Priorità ai soggetti con comorbidità (BPCO, insufficienza cardiaca, diabete, immunodeficienza). Offerta dalle Regioni in modo progressivo.
10.3 Misure Igienico-Comportamentali e Nosocomiali
In assenza o in attesa di vaccinazione, le misure igienico-comportamentali rimangono essenziali:
Igiene rigorosa delle mani (acqua e sapone o gel alcolico) prima di toccare neonati e lattanti
Evitare il contatto di neonati prematuri e lattanti nei primi mesi di vita con persone con sintomi respiratori, anche lievi
Non fumare e non esporre i lattanti al fumo passivo
Allattamento al seno (associato a riduzione della severità della bronchiolite)
Arieggiare frequentemente gli ambienti chiusi durante la stagione epidemica
Misure nosocomiali: precauzioni da droplet e contatto, cohorting dei pazienti RSV-positivi, igiene ambientale rigorosa, DPI per il personale in assistenza a pazienti ad alto rischio
11. Prognosi e Complicanze
La prognosi dell’infezione da VSR dipende fortemente dall’età, dallo stato immunologico e dalla presenza di comorbidità:
Neonati e lattanti a termine sani: nella grande maggioranza (97-98%) guarigione completa entro 2-3 settimane; ospedalizzazione necessaria nel 2-3% dei casi; mortalità <0,1% nei paesi ad alto reddito.
Prematuri e lattanti con comorbidità: rischio di forme severe 3-5 volte superiore; mortalità ospedaliera 1-3%.
Anziani ≥65 anni con comorbidità: mortalità intraospedaliera 1-8% a seconda delle condizioni di base; rischio di scompenso cardiaco acuto, insufficienza renale acuta, sovra-infezioni batteriche.
Immunocompromessi (trapianto di cellule staminali ematopoietiche, leucemia, linfoma, trapianto d’organo solido, AIDS avanzato): mortalità 10-30%; replicazione virale prolungata e rischio elevato di polmonite grave.
11.1 Sequele a Lungo Termine
Una delle questioni di maggiore interesse scientifico nella patologia da VSR riguarda l’associazione tra bronchiolite grave nella prima infanzia e sviluppo successivo di asma bronchiale e malattie atopiche. Studi longitudinali hanno dimostrato che:
Il 30-40% dei bambini che hanno avuto bronchiolite grave da VSR nei primi 2 anni di vita sviluppa wheezing ricorrente e/o asma in età scolare.
Non è ancora del tutto chiaro se il VSR causi l’asma (ipotesi causale) o se predisponga all’asma solo nei bambini geneticamente predisposti (ipotesi confondente).
Non vi sono, ad oggi, sequele renali, neurologiche o cardiache permanenti documentate associate all’infezione da VSR in bambini precedentemente sani.
12. Aspetti di Interesse nella Medicina dei Viaggi
Il VSR, pur essendo un patogeno respiratorio ubiquitario a diffusione mondiale, assume una rilevanza specifica per la medicina dei viaggi e la medicina tropicale per diversi motivi:
Rischio aumentato nei viaggi in aree tropicali e in paesi a basso reddito: nelle regioni tropicali il VSR circola tutto l’anno (non solo in autunno-inverno), con picchi associati alle stagioni delle piogge. I viaggiatori che portano neonati, lattanti o anziani con comorbidità in questi Paesi devono essere informati del rischio RSV indipendente dalla stagione.
Impatto delle epidemie RSV in contesti di sorveglianza delle febbri di ritorno: nei viaggiatori di ritorno da zone tropicali con sindrome febbrile respiratoria, il VSR deve essere incluso nei pannelli diagnostici accanto a influenza, COVID-19, dengue e malaria, specie se il paziente è anziano o immunocompromesso.
Diffusione accelerata post-COVID-19: il gap immunitario determinato dai periodi di isolamento pandemico ha prodotto epidemie anticipate e più intense di VSR in Europa e nel mondo nel 2022-2023, con picchi extrastagionali anche in primavera-estate. Il medico dei viaggi deve considerare questo fenomeno nella consulenza prevaccinale.
Vaccinazione pre-partenza: il medico del viaggiatore può svolgere un ruolo chiave nell’identificare e vaccinare preventivamente gli adulti ≥60 anni con comorbidità e le donne in gravidanza nella finestra raccomandata (32-36 settimane), in particolare se il viaggio è previsto in stagione di circolazione RSV.
Profilassi con Nirsevimab nei neonati e lattanti viaggiatori: in famiglia che pianifica un viaggio con un lattante nel primo anno di vita, specie verso destinazioni tropicali o in periodi di circolazione RSV, l’anticorpo monoclonale Nirsevimab rappresenta una misura preventiva raccomandata e appropriata nel counselling pre-viaggio.
Strutture sanitarie nei paesi di destinazione: le famiglie con lattanti devono essere informate sulla disponibilità di ossigeno e supporto ventilatorio nei Paesi di destinazione; in molte aree tropicali a basso reddito l’accesso a cure intensive neonatali è molto limitato, rendendo la profilassi con Nirsevimab ancora più critica prima della partenza.
13. Bibliografia Internazionale
Articoli e Studi Clinici
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Scheda redatta da: Dott. Paolo Meo, Infettivologo e Medico Tropicalista, Direttore CESMET – Clinica del Viaggiatore, Roma. www.clinicadelviaggiatore.com
Aggiornata a maggio 2026sulla base dei dati epidemiologici globali, delle linee guida OMS, ECDC, CDC, ISS, AAP, NICE, ESPID e SITIP, e con integrazione delle nuove approvazioni vaccinali e dell’anticorpo monoclonale Nirsevimab.
Virus RNA a singolo filamento, famiglia Hantaviridae, genere Orthohantavirus
Serbatoio
Roditori selvatici (principalmente topi e ratti di varie specie)
Trasmissione
Via aerosol da escrezioni di roditori infetti (feci, urina, saliva)
Distribuzione
Mondiale, con varianti geografiche specifiche per continente
Incubazione
7–42 giorni (media 2–4 settimane)
Letalità
1–15% (HFRS); fino al 35–50% (HPS/HPS-like da Andes virus)
Vaccino disponibile
No (non disponibile al di fuori della Corea del Sud e della Cina)
Notifica
Malattia a notifica obbligatoria in Italia e in molti Paesi
1. Introduzione e Descrizione della Malattia
L’hantavirosi è una zoonosi virale acuta causata da virus appartenenti alla famiglia Hantaviridae. Gli hantavirus infettano i roditori selvatici senza causare loro malattia apparente, ma possono trasmettere infezioni gravi all’uomo attraverso il contatto con le loro escrezioni.
Nell’uomo l’infezione può determinare due principali sindromi cliniche: – la Febbre Emorragica con Sindrome Renale (HFRS, Hemorrhagic Fever with Renal Syndrome) – la Sindrome Cardio-Polmonare da Hantavirus (HPS/HCPS, Hantavirus Cardiopulmonary Syndrome).
La famiglia Hantaviridae comprende numerose specie virali, ciascuna associata a uno specifico serbatoio animale roditore. I principali hantavirus di interesse medico comprendono:
Hantaan virus (HTNV) – Asia orientale; causa la forma più grave di HFRS
Seoul virus (SEOV) – distribuzione mondiale attraverso il ratto domestico (Rattus norvegicus)
Puumala virus (PUUV) – Europa settentrionale e centrale; causa la Nephropathia epidemica, forma lieve di HFRS
Dobrava virus (DOBV) – Balcani ed Europa orientale; associate a forme gravi di HFRS
Sin Nombre virus (SNV) – Nord America; causa principale di HPS nelle Americhe settentrionali
Andes virus (ANDV) – America Latina (Argentina, Cile); l’UNICO hantavirus con comprovata trasmissione interumana
Bayou, Black Creek Canal, Choclo, Laguna Negra – altri hantavirus americani, variamente distribuiti
⚠ ATTENZIONE: L’Andes virus (ANDV), identificato principalmente in Argentina e Cile, è l’unico hantavirus noto per cui è stata documentata una trasmissione da persona a persona, sebbene rimanga rara. Questo dato è di primaria importanza epidemiologica come dimostrato dall’episodio della nave MV Hondius (maggio 2026).
2. Agente Eziologico e Biologia del Virus
2.1 Caratteristiche Virologiche
Gli hantavirus sono virus a RNA a singolo filamento, con genoma tripartito (segmenti L, M e S) di polarità negativa. Appartengono all’ordine Bunyavirales, famiglia Hantaviridae.Il virione ha forma sferic
a o ovoidale, con un diametro di 80–120 nanometri, ed è dotato di un involucro lipidico che lo rende sensibile ai comuni disinfettanti (etanolo, ipoclorito di sodio, calore).
I segmenti genomici codificano per: la nucleoproteina N (segmento S), le glicoproteine di superficie Gn e Gc (segmento M) e la RNA-polimerasi RNA-dipendente (segmento L). Le glicoproteine di superficie mediano il legame ai recettori cellulari (integrine beta-3) e sono i principali bersagli della risposta immunitaria anticorpale.
2.2 Stabilità Ambientale
Gli hantavirus sono relativamente fragili nell’ambiente esterno. Perdono infettività in pochi giorni a temperatura ambiente, ma possono sopravvivere per periodi più lunghi in condizioni fredde, umide e al riparo dalla luce solare diretta. Nelle escrezioni essiccate di roditori, il virus può rimanere infettante per diverse ore in ambienti chiusi e polverosi, condizione particolarmente rilevante per il rischio di trasmissione per inalazione.
3. Trasmissione e Modalità di Contagio
3.1 Serbatoio Animale e Vettori
Ogni hantavirus è strettamente associato a una o poche specie di roditori serbatoio specifici, nei quali causa un’infezione asintomatica persistente con eliminazione continuativa del virus nelle feci, nell’urina e nella saliva. I principali roditori serbatoio includono:
RODITORE
RUOLO E DISTRIBUZIONE
Apodemus agrarius
Topo campagnolo striato – serbatoio del virus Hantaan e Dobrava in Europa
Myodes glareolus
Arvicola rossastra – serbatoio del virus Puumala in Europa
Rattus norvegicus
Ratto norvegico – serbatoio del Seoul virus, distribuzione mondiale
Peromyscus maniculatus
Topo cervo – principale serbatoio del Sin Nombre virus (Nord America)
Oligoryzomys longicaudatus
Topo di riso dalla lunga coda – serbatoio dell’Andes virus (Argentina, Cile)
3.2 Vie di Trasmissione all’Uomo
La trasmissione all’uomo avviene principalmente attraverso le seguenti modalità:
Via aerosol (principale): inalazione di particelle aerosolizzate di feci, urina o saliva essiccate di roditori infetti. È la via di trasmissione più comune e pericolosa.
Contatto diretto: contatto cutaneo-mucoso con materiali contaminati da escrezioni di roditori, specialmente in presenza di lesioni cutanee.
Morsicatura di roditori infetti: rara ma documentata.
Trasmissione interumana (Andes virus soltanto): documentata in focolai in Argentina e Cile. Avviene attraverso contatti stretti con casi infetti, probabilmente tramite secrezioni respiratorie. NON è documentata per altri hantavirus.
NOTA EPIDEMIOLOGICA RILEVANTE
Le attività ad alto rischio comprendono:
pulizia di ambienti rurali o abbandonati infestati da roditori,
lavori agricoli (raccolta, trebbiatura),
attività forestali
o di campeggio in zone endemiche,
manutenzione di baite, capanne o depositi.
Il rischio aumenta significativamente in ambienti chiusi e poco ventilati con presenza di roditori.
3.3 La Trasmissione in Ambienti Confinati (Navi, Edifici)
L’episodio della nave MV Hondius (aprile-maggio 2026) ha riportato all’attenzione la possibilità di focolai in ambienti confinati.
In questo contesto, le ipotesi più accreditate sono:
– la presenza di roditori infestanti a bordo con contaminazione di spazi comuni o di stoccaggio alimenti,
– oppure l’introduzione del virus da parte di un passeggero già infetto da Andes virus (con eventuale trasmissione interumana).
Gli spazi chiusi e la scarsa aerazione amplificano il rischio di inalazione di aerosol infetti.
4. Distribuzione Geografica
Gli hantavirus hanno una distribuzione geografica mondiale, strettamente dipendente dalla distribuzione dei roditori serbatoio. Le principali aree endemiche sono:
AREA GEOGRAFICA
VIRUS E SINDROME PREVALENTE
Europa settentrionale e centrale
Nephropathia epidemica (Puumala virus) in Scandinavia, Russia, Germania, Francia, Paesi Baltici, Polonia
Europa orientale e Balcani
HFRS grave da Dobrava virus in Serbia, Croazia, Slovenia, Grecia, Russia
Asia orientale
Forme gravi da Hantaan virus in Cina, Corea del Sud, Russia orientale; Seul virus in tutto il continente
Nord America
HPS da Sin Nombre virus principalmente negli stati rurali degli USA (sud-ovest), Canada
America Latina
HPS/HCPS da Andes virus in Argentina e Cile; altri hantavirus in Brasile, Panama, Bolivia, Paraguay, Uruguay
Africa, Australia
Segnalazioni sporadiche, epidemiologia meno definita; Seoul virus documentato in roditori
In Italia sono stati segnalati casi sporadici di infezione da Puumala virus (forma europea lieve), principalmente nel nord-est del Paese e nelle aree pre-alpine. La sorveglianza epidemiologica è attiva ma i casi rimangono numericamente limitati.
5. Periodo di Incubazione
Il periodo di incubazione degli hantavirus varia da 7 a 42 giorni, con una media di 2–4 settimane dall’esposizione.Tale variabilità dipende dalla carica virale inalata, dalla via di esposizione e dal tipo di virus. Per l’Andes virus, trasmesso anche per via interumana, il periodo di incubazione documentato nei casi secondari è di 18–23 giorni.
6. Sintomi e Manifestazioni Cliniche
La presentazione clinica dipende dal tipo di hantavirus e può manifestarsi come due distinte sindromi principali.
6.1 Febbre Emorragica con Sindrome Renale (HFRS)
Tipica degli hantavirus del Vecchio Mondo (Hantaan, Seoul, Puumala, Dobrava). L’HFRS si sviluppa in cinque fasi cliniche sequenziali:
Fase febbrile (3–7 giorni):esordio brusco con febbre elevata (39–41°C), brividi, cefalea intensa, mialgie, dolore lombare, rossore facciale e petecchie. Può comparire disturbo visivo da edema oculare.
Fase ipotensiva (ore-2 giorni):ipotensione arteriosa fino allo shock, con trombocitopenia e proteinuria franca.
Fase oligurica (3–7 giorni):oliguria/anuria marcata, iperazotemia, ipertensione, possibili emorragie interne.
Fase diuretica (giorni-settimane):poliuria intensa, rischio di squilibri idroelettrolitici.
Fase convalescenziale (settimane-mesi): lenta ripresa della funzione renale; nella maggioranza dei casi la guarigione è completa.
Forme cliniche per gravità: La Nephropathia epidemica (Puumala virus) è generalmente lieve con bassa mortalità (<1%). Le forme da Hantaan e Dobrava virussono più gravi, con mortalità del 5–15%.
6.2 Sindrome Cardio-Polmonare da Hantavirus (HCPS/HPS)
Tipica degli hantavirus del Nuovo Mondo (Sin Nombre, Andes, altri). Si manifesta con:
Fase prodromica (3–5 giorni): febbre, mialgie intense, cefalea, tosse secca, nausea e vomito. Clinicamente aspecifica.
Fase cardio-polmonare (ore-giorni): rapida evoluzione verso edema polmonare non cardiogeno, grave insufficienza respiratoria, shock cardiogeno. La progressione può essere fulminante nelle prime 24–48 ore.
Fase diuretica e convalescenziale: nei sopravvissuti, rapido miglioramento respiratorio e recupero.
⚠ ATTENZIONE: L’HPS/HCPS da Sin Nombre virus ha una mortalità del 35–50%.
La sindrome può evolvere in ore verso l’insufficienza respiratoria acuta richiedente ventilazione meccanica. La diagnosi precoce è determinante per la sopravvivenza.
6.3 Sintomi Comuni a Entrambe le Forme
Indipendentemente dal tipo di sindrome, i sintomi di allarme che richiedono immediata valutazione medica comprendono:
febbre alta ad esordio brusco,
cefalea intensa,
mialgie severe,
dolore addominale o lombare,
dispnea anche lieve,
oliguria,
trombocitopenia.
In caso di recente esposizione a roditori o ambienti potenzialmente infestati, anche in soggetti tornati da zone endemiche, l’hantavirosi deve essere sempre inclusa nella diagnosi differenziale.
7. Diagnosi
7.1 Diagnosi Clinico-Epidemiologica
Il sospetto diagnostico si basa sull’associazione tra quadro clinico compatibile e storia di esposizione a roditori o ambienti a rischio. Elementi fondamentali:
– anamnesi di lavori in ambienti rurali, campeggio, pulizia di spazi infestati,
– viaggio in aree endemiche nelle settimane precedenti.
7.2 Diagnosi di Laboratorio
METODO
INDICAZIONE E NOTE
Sierologia (ELISA/IFA)
Rilevazione di IgM e IgG anti-hantavirus. Prima scelta diagnostica. Le IgM compaiono precocemente (entro 1–7 giorni dall’esordio sintomatico)
Western Blot
Conferma sierologica in casi dubbi
RT-PCR
Rilevazione diretta dell’RNA virale nel sangue; utile nelle fasi precoci prima della sieroconversione
Immunoistochimica
Su tessuto autoptico; diagnosi retrospettiva in deceduti
In Italia la diagnosi sierologica degli hantavirus è disponibile presso laboratori di riferimento regionali e l’Istituto Superiore di Sanità (ISS). Il medico che sospetti un caso deve contattare il laboratorio di riferimento per le modalità di invio del campione e la corretta esecuzione del test.
8. Diagnosi Differenziale
Le manifestazioni iniziali degli hantavirus sono aspecifiche e sovrapponiamo a quelle di numerose altre condizioni. Le principali patologie da considerare in diagnosi differenziale comprendono:
Influenza e sindromi influenzali
Leptospirosi (anch’essa zoonosi da roditori con coinvolgimento renale)
Rickettsiosi e altre malattie da vettori artropodi
Sepsi batterica con insufficienza multiorgano
Polmonite batterica o da Legionella
Syndrome da distress respiratorio acuto (ARDS) di altra eziologia
Malaria (nei viaggiatori di ritorno da zone endemiche)
Febbre tifoide
Dengue e altre arboviriosi emorragiche
Insufficienza renale acuta di altra causa
9. Terapia
9.1 Terapia Antivirale
Non esistono antivirali approvati specificamente per l’HPS da Sin Nombre virus o Andes virus. La ribavirina non è indicata per via orale nella fase grave.
La ribavirina per via endovenosa è l’unico antivirale con evidenze di efficacia nella HFRS, soprattutto se somministrata precocemente (entro i primi 4 giorni dall’esordio).
L’efficacia nella HPS/HCPS è meno documentata.
9.2 Terapia di Supporto
La gestione è prevalentemente di supporto intensivo e rappresenta il pilastro del trattamento, in particolare per l’HCPS:
Ventilazione meccanica: frequentemente necessaria nell’HPS per il rapido sviluppo di ARDS
Ossigenazione extracorporea a membrana (ECMO): utilizzata con successo in casi gravi di HCPS
Gestione emodinamica: monitoraggio stretto della pressione arteriosa, terapia dello shock con liquidi e vasopressori
Dialisi/emodialisi: in caso di insufficienza renale grave nella HFRS
Correzione degli squilibri idroelettrolitici: fondamentale nelle fasi oligurica e diuretica
Trasfusioni e prodotti ematici: in caso di trombocitopenia grave o emorragie
⚠ ATTENZIONE: NON esiste un vaccino disponibile in Europa o nelle Americhe. In Corea del Sud e in Cina sono disponibili vaccini per uso locale contro Hantaan e Seoul virus, non autorizzati altrove. La profilassi si basa esclusivamente sulla prevenzione dell’esposizione.
10. Prevenzione e Misure di Protezione
10.1 Misure Generali di Prevenzione
In assenza di un vaccino, la prevenzione si basa sul controllo dei roditori e sulla riduzione dell’esposizione alle loro escrezioni:
Controllo dei roditori: rimozione di fonti di cibo e siti di nidificazione; utilizzo di rodenticide e trappole in edifici rurali e depositi
Arieggiamento degli ambienti: prima di pulire aree potenzialmente infestate da roditori, aerare per almeno 30 minuti
Uso di DPI (Dispositivi di Protezione Individuale): mascherine FFP2/FFP3, guanti monouso, tuta protettiva in caso di pulizia di ambienti contaminati
Disinfezione: umidificazione delle superfici con soluzione di ipoclorito di sodio (candeggina al 10%) prima della pulizia, per evitare l’aerosolizzazione del virus
Protezione degli alimenti: conservare in contenitori ermetici inaccessibili ai roditori
Campeggio sicuro: non dormire direttamente sul terreno in aree boschive; usare tende con chiusure; evitare di toccare roditori
10.2 Misure di Controllo in Caso di Focolaio
In caso di focolai umani,e in particolare in presenza di Andes virus (con possibile trasmissione interumana), le misure di controllo comprendono:
Isolamento dei casi in ambiente ospedaliero con precauzioni da droplet e da contatto
Identificazione e sorveglianza dei contatti stretti
Indagine epidemiologica per identificare la fonte comune di esposizione
Notifica obbligatoria alle autorità sanitarie competenti
10.3 Misure Specifiche per i Viaggiatori Internazionali
Chi si reca in aree endemiche per hantavirus (America del Sud, zone rurali del Nord America, Europa orientale, Asia orientale) deve:
Informarsi sul rischio specifico per la destinazione
Evitare il contatto con roditori e le loro tane
Non raccogliere o maneggiare roditori morti
Usare DPI adeguati se il lavoro prevede esposizione a polvere in ambienti rurali
Consultare un medico specialista in medicina dei viaggi prima della partenza
11. Prognosi e Complicanze
La prognosi varia significativamente in base al tipo di hantavirus, alla tempestività della diagnosi e alle cure ricevute. – La Nephropathia epidemica (Puumala) ha una mortalità inferiore all’1% e una guarigione quasi sempre completa.
– Le forme gravi da Hantaan/Dobrava hanno mortalità del 5–15%.
– L’HPS da Sin Nombre virus presenta mortalità del 35–50%, con i decessi concentrati nelle prime 24–72 ore dalla comparsa della fase cardio-polmonare.
Le complicanze a lungo termine più frequentemente documentate comprendono: – insufficienza renale cronica (nella HFRS grave), – ipertensione arteriosa, – affaticamento cronico – sequele neuropsicologiche.
Nella maggioranza dei casi di malattia lieve-moderata la guarigione è completa senza sequele permanenti.
12. Aspetti di Interesse per il Medico del Viaggiatore
L’hantavirosi è una zoonosi di crescente rilevanza per la medicina dei viaggi per diverse ragioni:
l’aumento dei viaggi in aree naturali remote,
il crescente interesse per il turismo avventuristico e di esplorazione,
la possibilità di focolai in ambienti confinati come navi e strutture ricettive in aree endemiche.
Il caso MV Hondius (2026) ha dimostrato come l’infezione possa manifestarsi in contesti inattesi, anche su imbarcazioni.
Il medico del viaggiatore deve considerare l’hantavirosi nella diagnosi differenziale di qualsiasi sindrome febbrile acuta con coinvolgimento renale o respiratorio in chi ha recentemente visitato aree rurali, boscose o endemiche. La malattia non risponde ai comuni antibiotici e può essere fatale se non riconosciuta e trattata tempestivamente.
13. Bibliografia Internazionale
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Scheda redatta da:
Dott. Paolo Meo Infettivologo e Medico Tropicalista Direttore CESMET – CLINICA DEL VIAGGIATORE Roma www.clinicadelviaggiatore.com
in riferimento all’episodio MV Hondius (aprile-maggio 2026) e alle fonti scientifiche disponibili.
HANTAVIRUS SULLA MV HONDIUS: TRE MORTI IN MEZZO ALL’ATLANTICO. COSA STA SUCCEDENDO E COSA DOBBIAMO SAPERE
A cura del Dott. Paolo Meo — Infettivologo e Medico Tropicalista, Direttore del POLO VIAGGI CESMET – Artemisia Lab, Roma
Pubblicato il 6 maggio 2026 | www.clinicadelviaggiatore.com
Negli ultimi giorni una notizia ha attraversato le redazioni di mezzo mondo e ha iniziato a fare ciò che le notizie sanitarie fanno spesso: generare allarme. Una nave da crociera, la MV Hondius, si trova in navigazione nell’Oceano Atlantico con tre passeggeri morti e altri tre in condizioni gravi, tutti colpiti da una sospetta infezione da hantavirus. Come medico tropicalista con oltre quarant’anni di esperienza sul campo, sento il dovere di raccontare questa vicenda con la chiarezza che merita — senza allarmismi, ma senza minimizzare.
La vicenda, dall’inizio
La MV Hondius è una nave da spedizione partita dall’Argentina, diretta verso le Isole Canarie attraverso l’Oceano Atlantico. Durante la navigazione, alcuni passeggeri hanno iniziato ad accusare sintomi che, in un primo momento, potevano sembrare comuni: febbre, dolori muscolari, stanchezza intensa. Ma le condizioni di alcuni di loro si sono deteriorate con una rapidità che ha subito allarmato il personale medico di bordo.
Uno dei pazienti più gravi è stato evacuato d’urgenza e ricoverato a Johannesburg, dove i test di laboratorio hanno confermato la diagnosi: hantavirus. Nel frattempo, tre persone sono decedute. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha avviato un’indagine epidemiologica urgente. La nave sta ora dirigendosi verso le Canarie, dove le autorità sanitarie spagnole si stanno preparando ad accoglierla con protocolli di massima sicurezza.
È una vicenda seria. Ma per comprenderla davvero, occorre prima capire di cosa stiamo parlando.
Che cos’è l’Hantavirus?
L’Hantavirus è un virus a RNA appartenente alla famiglia Hantaviridae. Non è un virus nuovo: è conosciuto dalla medicina tropicale e infettivologica da decenni, anche se rimane pressoché sconosciuto al grande pubblico, almeno in Europa.
Esistono diversi ceppi di Hantavirus, distribuiti in diverse parti del mondo. Quello che ci preoccupa in questo caso è il cosiddetto Hantavirus andino, endemico nelle regioni andine e patagonica dell’Argentina e del Cile. È una variante particolarmente rilevante per un motivo che vedremo tra poco: a differenza di quasi tutti gli altri ceppi, l’Hantavirus andino ha dimostrato, in alcuni casi documentati, la capacità di trasmettersi da persona a persona.
Come si trasmette?
Il meccanismo di trasmissione principale dell’Hantavirus è il contatto diretto o indiretto con i roditori selvatici — ratti, topi di campagna, arvicole — che sono il serbatoio naturale del virus. L’infezione nell’uomo avviene tipicamente attraverso:
Inalazione di aerosol contenenti urine, feci o saliva di roditori infetti (la via più comune).
Contatto diretto con roditori o con superfici contaminate dalle loro deiezioni.
Morsi di roditori infetti (via meno frequente).
Non si trasmette toccando corrimani, attraverso l’acqua potabile o mangiando al ristorante. Si prende dalla terra, dagli ambienti rurali e naturali — capanne, fienili, zone di campagna, foreste — dove il contatto tra uomo e roditori selvatici è più probabile.
Ecco perché la provenienza argentina della MV Hondius è un dato clinicamente rilevante. Molti dei passeggeri avevano verosimilmente visitato le grandi aree naturali dell’Argentina — la Patagonia, le Ande, le zone rurali del Sud America — prima di imbarcarsi. È in quell’ambiente che il virus può essere stato acquisito, senza che nessuno se ne accorgesse, perché il periodo di incubazione dell’Hantavirus andino è di 1-6 settimane. Tempo più che sufficiente per salire a bordo di una nave e attraversare l’Atlantico.
Quali sono i sintomi e come evolve la malattia?
La forma clinica più grave causata dall’Hantavirus andino è la Sindrome Polmonare da Hantavirus (HPS — Hantavirus Pulmonary Syndrome). L’evoluzione tipica si articola in due fasi:
Fase prodromica (3-5 giorni): Febbre alta (38-40°C), dolori muscolari intensi, cefalea, brividi, nausea. Una presentazione clinica che può facilmente essere confusa con un’influenza severa o con una malattia febbrile tropicale.
Fase cardio-polmonare: Con una rapidità che può sorprendere anche chi la conosce, il quadro peggiora bruscamente. I polmoni si riempiono di liquido (edema polmonare acuto), la funzione respiratoria crolla, la pressione arteriosa scende. Il paziente ha bisogno di ossigeno, poi di ventilazione meccanica, poi di terapia intensiva. La mortalità in questa fase può raggiungere il 35-40%, anche in centri ospedalieri ben attrezzati.
Capite bene che a bordo di una nave da crociera — per quanto ben equipaggiata — gestire tre o più casi gravi simultanei di HPS è qualcosa che va al di là delle possibilità di qualsiasi infermeria di bordo.
Esiste una terapia?
Questo è uno dei punti che i miei pazienti mi chiedono sempre per primi, e la risposta è quella che mi piace meno dare: non esiste un antivirale specifico approvato per l’Hantavirus.
La terapia è fondamentalmente di supporto: ossigenoterapia ad alto flusso, ventilazione meccanica non invasiva o invasiva, gestione dell’equilibrio idro-elettrolitico, supporto emodinamico. In alcuni centri viene utilizzata la ribavirina per via endovenosa, ma le evidenze cliniche sulla sua efficacia rimangono controverse.
Quello che fa davvero la differenza è la tempestività del ricovero in terapia intensiva. Ogni ora conta. E su una nave in mezzo all’Atlantico, ogni ora costa cara.
Un caso di trasmissione interumana?
È la domanda che l’OMS e i virologi di tutto il mondo si stanno ponendo in queste ore. Se i tre casi gravi a bordo della MV Hondius fossero tutti riconducibili a esposizioni indipendenti avvenute in Argentina prima dell’imbarco, si tratterebbe di un cluster sfortunato ma non di un focolaio attivo. Se invece il virus si stesse trasmettendo da persona a persona a bordo, lo scenario cambierebbe radicalmente.
La risposta arriverà dalle indagini epidemiologiche in corso e, soprattutto, dalla sequenza genomica del ceppo virale identificato. Per ora, la prudenza è d’obbligo.
Cosa deve sapere chi viaggia in Sud America
Come medico tropicalista e direttore del POLO VIAGGI CESMET-Artemisia, vorrei concludere con un messaggio diretto a chi pianifica un viaggio in Argentina, Cile, Bolivia o in altre zone endemiche per l’hantavirus :
Evitate il contatto con roditori selvatici e con ambienti dove la loro presenza è probabile: rifugi di montagna, capanne rurali, granai, zone boscose non frequentate. Se vi trovate in luoghi chiusi e polverosi in zone endemiche, usate una mascherina FFP2. La via respiratoria è la principale via di contagio. Non raccogliete roditori morti e non maneggiate materiali che potrebbero essere contaminati da deiezioni. Dopo il rientro, se nelle 6 settimane successive al viaggio accusate febbre alta, dolori muscolari intensi e difficoltà respiratorie, riferite immediatamente al medico la vostra destinazione di viaggio. Il dettaglio geografico è fondamentale per una diagnosi tempestiva. Prima di partire, rivolgetevi a un centro specializzato in medicina dei viaggi per una consulenza personalizzata sul rischio infettivo della destinazione.
La MV Hondius si avvicina alle Canarie. I passeggeri sopravvissuti portano con sé un’esperienza che nessuno aveva messo in valigia. Tre persone non torneranno a casa. È il momento di usare questa tragedia non per alimentare la paura, ma per costruire conoscenza. Perché la conoscenza, in medicina dei viaggi, salva le vite.
Dott. Paolo Meo — Infettivologo e Medico Tropicalista Direttore POLO VIAGGI CESMET – Artemisia Lab, Roma Per consulenze: www.clinicadelviaggiatore.com
La malaria, conosciuta anche come paludismo, è una malattia infettiva acuta causata da parassiti del genere “Plasmodium”. Questi parassiti sono protozoi che si sviluppano e riproducono nel corpo umano (serbatoio del parassita) e possono causare sintomi gravi. Ci sono in natura cinque principali tipi di “Plasmodium” che possono infettare gli esseri umani:
emazie parassitate da plasmodi
. Le specie principali sono:
P. falciparum – la forma più grave e letale, predominante in Africa subsahariana
P. vivax – diffuso in Asia, America Latina e alcune aree del Pacifico
P. ovale – prevalente in Africa occidentale, con due sottospecie (curtisi e wallikeri)
P. malariae – presente in aree tropicali e subtropicali
P. knowlesi – zoonosi emergente nel Sud-Est asiatico (Borneo, Malaysia), con potenziale letale se non trattata tempestivamente, originariamente un parassita delle scimmie che ha la capacità di infettare anche gli esseri umani. Provoca la malaria nei macachi ma può anche contagiare gli esseri umani, sia naturalmente che artificialmente.
Il serbatoio primario del parassita è l’uomo infettato in maniera cronica.
Come si Trasmette la Malaria
La malaria si trasmette esclusivamente attraverso la puntura di zanzare femmine infette del genere *Anopheles*. È importante notare che queste zanzare non sono presenti in Italia e nella maggior parte dell’Europa, ma si possono trovare in alcune aree del bacino del Mediterraneo, come Grecia, Turchia, Egitto, Tunisia, Algeria e in alcune zone del Marocco. Le mutazioni del clima stanno creando situazioni che potrebbero favorire il riaccendersi di focolai di presenza di zanzara Anopheles anche sul territorio italiano.
La malaria è una delle malattie parassitarie più diffuse nel mondo, con una presenza significativa in Africa, America Centrale e del Sud, Asia e alcune zone dell’Oceania.
Ciclo di Vita del Parassita
Una volta nel corpo umano, i parassiti della malaria si moltiplicano nel fegato e, dopo un periodo di incubazione variabile, infettano i globuli rossi.
Sintomi della Malaria
I sintomi della malaria possono essere molto diversi e presentarsi contemporanenamente o singolarmente. I più comuni includono:
– Febbre alta (che può anche frequentemente non presentarsi)
– Mal di testa e sensazione di confusione, in particolare dolore nucale e sensazione di ovattamento;
– Tensione nei muscoli del collo;
– Brividi e sudorazione;
– Nausea, vomito e diarrea
I sintomi possono manifestarsi in modo grave o essere molto lievi e alternati.
Rischi e Complicazioni
Se non trattata con i farmaci appropriati, come l’Eurartesim®,farmaco a base di artemisinina e lumefantrina, la malaria può causare gravi danni agli organi e persino essere fatale. Una forma particolarmente grave è la malaria cerebrale, che può portare a complicazioni come la necrosi cerebrale a causa della formazione di microtrombi nel sistema microvascolare.
Resistenza ai Farmaci
Negli ultimi anni, i parassiti della malaria hanno sviluppato resistenza ai farmaci antimalarici, inclusa l’Artemisina, che è uno dei trattamenti più efficaci disponibili.
Prevenzione e Controllo
Il controllo della malaria si basa su metodi preventivi e curativi, tra cui:
– **Trattamenti farmacologici**: l’uso di terapie a base di artemisina in combinazione con altri farmaci.
– **Zanzariere trattate**: l’uso di zanzariere impregnate di insetticidi, come il DEET.
– **Repellenti per insetti**: l’applicazione di insetticidi e repellenti, con prodotti a base di neem consigliati per il controllo delle zanzare.
-l’utilizzo di insetticidi e repellenti per il controllo delle zanzare. (consigliati prodotti a base di neem).
In sintesi, la malaria è una malattia seria che richiede attenzione e misure preventive per proteggere la salute pubblica.
Agente infettivo e ciclo vitale
Il Plasmodium è un parassita, monocellulare, protozoo del genere Plasmodium (Regno Protista, Phylum Apicomplexa, Classe Sporozoea, Ordine Eucoccidiida). Cinque sono i tipi principali del parassita malarico: Pl. falciparum è il tipo con il più alto tasso di mortalità fra i soggetti infestati; Pl. Vivax; Pl. Malariae; Pl. ovalis; Pl. knowlesi , che è l’agente eziologico di malaria nelle scimmie, è diffuso nel sud-est asiatico. Provoca la malaria nei macachi ma può anche contagiare gli esseri umani. Il serbatoio del parassita è l’uomo infettato in maniera acuta o cronica.
Ci sono cinque specie principali di Plasmodio che possono infettare l’uomo: P. falciparum: è endemico in Africa tropicale, minore prevalenza in Asia ed America Latina. E’ il plasmodio con il più alto tasso di mortalità; P. vivax: è il più diffuso, si ritrova ovunque nelle zone tropicali; in Africa è presente a focolai nel territorio, a macchia di leopardo; è invece endemico in America Latina ed in Asia; è presente anche in alcune zone temperate e persiste anche in aree ristrette del bacino del mediterraneo, dove la zanzara Anopheles è ancora presente. P. ovale: è presente e si èdiffusa principalmente nell’ Africa occidentale tra i due tropici. P. malariae: è ubiquitario, a bassa prevalenza, ma con una distribuzione non uniforme sul territorio.
La diagnosi di specie è importante perché la malaria da P. falciparum è potenzialmente la più aggressiva, lesiva e se non curata mortale.
La riproduzione della zanzara vettrice avviene a temperature non inferiori ai 18°C. Se la temperature scende non deve rimanere per periodi prolungati di tempo. Anche la sopravvivenza dell’insetto è legato alla temperatura. La trasmissione del parassita avviene attraverso la puntura della zanzara. E’ facilitata durante tutto il periodo dell’anno nelle aree in cui la temperatura è costantemente sopra i 24° C. Nei territori con temperature più basse la trasmissione tende a seguire ritmi stagionali. La zanzara vive dalle tre a sei settimane, raramente supera i due mesi di vita, e si sposta nel raggio di 1 o 2 chilometri. Venti e condizioni ambientali particolari possono portare le zanzare anche a distanze di decine di chilometri. La malaria da Plasmodium vivax ha un tempo di incubazione più lungo. Può durare anche alcuni mesi. Si presenta clinicamente come la malaria da P. falciparum con attacchi febbrili irregolari, seguiti da sudorazioni profuse e defervescenza. Si può evidenziare aumento del volume della milza (splenomegalia) raramente lesioni o rottura splenica. Dopo qualche attacco la sintomatologia si esaurisce, ma può avere un andamento recidivante per la persistenza di forme intraepatiche “cosidette dormienti” chiamate “ipnozoiti”. In questi casi e con questo tipo di malaria può manifestarsi la cosidetta “febbre terzana benigna”.
Se si assiste ad una coinfezione di due tipi di Plasmodio si manifesta una sintomatologia determinata dal ritmo di crescita del parassita sfasato, e si può manifestare una doppia forma terzana, con febbre continua e sintomi che si manifestano senza periodicità. La terapia con clorochina è ancora efficace, cura l’attacco malarico acuto ma non previene le ricadute e la cronicizzazione della malattia. Nei paesi africani del Golfo di Guinea dove la popolazione è priva di “antigene eritrocitario duffy”, il P. vivax è assente ed è sostituito da Plasmodium ovalis. Il quadro clinico è sostanzialmente sovrapponibile a quello di P. vivax. Plasmodium malariae si manifesta con una forma meno aggressiva e più lieve. Il plasmodio può persistere per anni negli eritrociti con parassitemia bassissima e nelle recrudescenze la febbre si presenta con picchi ogni ¾ giorni. Forma quartana. Nella fascia pediatrica il Pl. malariae, ma anche gli altri tipi di malaria, a causa di infezioni ripetute possono causate patologie renali a livello glomerulare con infiammazioni membrano-proliferative, con proliferazione dell’endotelio glomerulare e del mesangio. Il danno di tipo infiammatorio è causato dal deposito di immunocomplessi a livello del mesangio del glomerulo renale. Il danno renale si manifesta con proteinuria importante, edema fino alla presenza di ascite nell’addome (sindrome nefrosica)
Il danno renale risulta essere permanente. La prognosi è sfavorevole e i pazienti progrediscono verso l’insufficienza renale cronica.
Ciclo vitale:
Il ciclo vitale del parassita avviene tra due ospiti: (1) zanzara Anopheles e (2) uomo.
La “zanzara femmina” del tipo Anopheles è l’insetto “vettore” a cui si deve la trasmissione della malattia. La zanzara succhia il sangue da un individuo e, se questo è infetto, si infetta a sua volta. Una volta infetta la zanzara punge nuovamente un altro individuo per nutrirsi del suo sangue ed inocula lo sporozoita, ossia la forma del plasmodio maturato all’interno del suo intestino, nel torrente circolatorio della persona.
Gli “sporozoiti” infestanti, dal torrente circolatorio, passando nella microcircolazione dell’acino epatico, vengono sequestrati dalle cellule del fegato. Entro un’ora dall’inoculazione si ritrovano tutti all’interno degli epatociti.
All’interno delle cellule epatiche cominciano un fenomeno di maturazione e di moltiplicazione, trasformandosi in una formazione multicellulare, ancora unita insieme detta “schizonte”.
Gli epatociti, infettati da questa formazione multicellulare parassitaria, che arriva a riempire l’intera cellula, vengono lesionati e si rompono, rilasciando nel torrente circolatorio, formazioni unicellulari “parassitarie” denominate “merozoiti”. Il passaggio avviene attraverso il sistema capillare intraepatico. Può avvenire che per il P. vivax ed P. ovalis, oltre agli schizonti intra epatociti, si possono presentare forme parassitarie unicellulari che rimangono allo stadio dormiente. Queste forme si chiamano ‘ipnozoiti’, e sono la causa delle recidive della malattia invadendo il circolo sanguigno dopo mesi o anche anni più tardi.[A] Recidiva:
per recidiva si intende una riaccensione della malattia causata dalla persistenza di merozoiti nel fegato (ipnozoiti) che ricominciano un nuovo ciclo eso-eritrocitario, 5-6 mesi dopo l’infezione.
È tipica delle infezioni da P. vivax e P. ovale nelle quali non sono state trattate le forme intraepatiche.
Dopo l’iniziale moltiplicazione nel fegato della durata media di 7/8 giorni, chiamata fase eso-eritrocita o schizogonica, il merozoita, suddivisosi in singole cellule, all’interno del torrente circolatorio, entra nei globuli rossi, dove si ciba dell’eme ferroso, e comincia una moltiplicazione asessuata all’interno di queste cellule, detta “schizogonia eritrocitaria”.
Le forme parassitarie intraeritrocitarie, denominate “trofozoiti”, crescono e maturano, cibandosi di ferro, e in 2 o 3 giorni diventano “schizonti”. Queste formazioni cellulari parassitarie determinano la rottura del globulo rosso e si dividono nel torrente circolatorio in una moltitudine di “merozoiti”.[B] Fase invasiva:
corrisponde alla rottura dello schizonte e alla liberazione dei merozoiti che vanno a invadere altri eritrociti. Questo evento si manifesta con febbre intermittente, brivido scuotente, sudorazione, cefalea, artro-mialgie, talvolta riattivazioni di herpes labiale, prostrazione, dolore negli ipocondri, sindromi gastroenteriche (diarrea, vomito, dolore addominale). Nei bimbi si possono avere convulsioni febbrili.
I merozoiti, i parassiti malarici dispersi nel sangue, colonizzano altri globuli rossi. Queste cellule parassitarie intracellulari si cibano ancora di eme ferroso nelle cellule ematiche e crescendo maturano in trofozoiti. E così si riattiva un nuovo ciclo di maturazione. Questo meccanismo i globuli rossi e di maturazione e moltiplicazione intracellulare, è la causa dell’aumento dei parassiti nel sangue e delle gravi anemie emolitiche provocate dalla malattia.[C] Fase tardiva:
quando i cicli vitali dei diversi ceppi presenti nel torrente circolatorio si sono sincronizzati, compare la” febbre terzana” (tipico attacco malarico): brivido scuotente seguito da rialzo termico che si risolve dopo qualche ora con sudorazione profusa e uno stato di vaga euforia, e si “ripete ogni 48 ore”. La splenomegalia di solito compare dopo giorni o settimane; all’inizio è più comune l’epatomegalia. Pallore muco-cutaneo, ittero, urine ipercromiche (fortemente colorate) sono segni prognostici sfavorevoli. Nella maggioranza dei casi non trattati la malaria si risolve spontaneamente dopo 2 settimane; raramente dura più di un anno (mai più di 2 anni).
Alcuni parassiti si differenziano nel torrente circolatorio e prendono la strada dello stadio sessuato, i gametociti.
I gametociti, ovvero le forme parassitarie sessuate, maschio, il microgametocita;femmina il macrogametocita; vengono ingeriti dalla zanzara femmina durante la puntura, ed infettano l’insetto.
C) La moltiplicazione del parassita nella zanzara è conosciuta come ciclo dello sporogonio.
I gametociti, attraverso i tubuli delle ghiandole salivari della zanzara finiscono nello stomaco della zanzara dove avviene la fecondazione del macrogametocita, la femmina, da parte del microgametocita, il maschio. L’unine tra macro e micro gametocita genera lo ‘zigote’.
A questo punto lo zigote diventa mobile, si allunga e invade la parete intestinale della zanzara dove si differenzia in “oociste”;
L’oociste cresce e si sviluppa nella parete dell’intestino dove si divide in migliaia di sporozoiti. A questo punto gli sporozoiti migrano fino alle ghiandole salivari della zanzara. L’insetto, pungendo un individuo, inocula il parassita facendo ricominciare il ciclo.
[D] Recrudescenza:
è la ricaduta e quindi la riaccensione della malattia, dopo una fase di quiescenza. E’ causata dalla persistenza in circolo di forme intra-eritrocitarie (nei globuli rossi). È tipica delle infezioni da P. falciparum trattate in modo inadeguato (per qualità e/o durata del trattamento e per posologia) e può avere una latenza da qualche giorno a qualche settimana. Si può avere anche nelle infezioni da P. malariae con una latenza anche di molti anni.
L’infezione da P. falciparum è detta febbre terzana maligna, quella da P. vivax e da P. ovale è detta febbre terzana benigna e quella da P. malariae è detta febbre quartana in base all’occorrenza di febbre intermittente. Quelle di febbre “terzana” e “quartana” sono definizioni fuorvianti, perché solo una minima parte dei casi di malaria si presenta con febbre intermittente, ogni 48 ore (terzana, ogni terzo giorno) od ogni 72 ore (quartana, ogni quarto giorno). La febbre terzana si osservava in Europa nelle zone endemiche per il P. vivax (terzana benigna) e negli immigrati: le navi infatti facevano viaggi di 1-2 settimane, e quando arrivavano in Europa, seguendo la storia naturale dell’infezione da P. falciparum, da intermittente irregolare la febbre si faceva terzana, se il malato non era morto nel frattempo o se non era stato trattato. La febbre terzana si osserva anche nei casi in cui si sia stati infettati da un unico ceppo di P. falciparum, evento non comune nelle aree endemiche, dove si è infettati più volte in sequenza e i cicli dei vari ceppi si sovrappongono con attacchi febbrili ad andamento irregolare.
La malaria non sempre si presenta con le tipiche febbri cliniche ma nel corredo dei sintomi malarici sono quasi costanti la cefalea nucale, i brividi, e l’alternanza del caldo e del freddo, con un malessere ingravescente. Le infezioni da P. falciparum non trattate o trattate in modo inadeguato possono provocare insufficienza renale, edema polmonare, ipertensione endocranica con coma e giungere all’exitus. La morte è provocata dall’impilamento delle cellule parassitate nel microcircolo di diversi organi vitali, in particolare nella circolazione cerebrale (malaria cerebrale), danneggiandoli. Nelle aree endemiche, i ripetuti contagi, a cui una persona è soggetta, sviluppano un livello elevato di anticorpi, che permette una resistenza alle infezioni. Nella maggior parte dei casi di infezione questi soggetti sono asintomatici pur portando nelle proprie cellule il parassita (portatori sani dell’infezione). I soggetti non immuni, in zona endemica, possono ammalare molto più facilmente di un soggetto considerato immune, e possono avere forme di malattie più gravi.Un esempio molto interessante è quello dell’evoluzione dell’antigene eritrocitario Duffy, il recettore attraverso il quale i merozoiti di P. vivax penetrano il globulo rosso. Gli eritrociti che non hanno questo antigene (Duffy negativi) sono refrattari all’infezione da parte di quel plasmodio. In Africa occidentale, una mutazione che elimina l’antigene dalla superficie degli eritrociti ma che non ha altre conseguenze cliniche ha raggiunto (probabilmente in varie migliaia di anni) la frequenza del 100% e quindi la maggior parte degli abitanti dell’Africa centrale e occidentale non viene infettata da questa specie di plasmodio.
Già dai primi anni ’50, a conclusione della Campagna quinquennale di Lotta Antimalarica, l’Italia era di fatto un paese libero da malaria ma, poiché alcuni sporadici casi di malaria da Plasmodium vivax continuarono fino al 1962, l’OMS ha ufficializzato questo risultato solo nel 1970. Da allora, in considerazione delle potenziali condizioni di reintroduzione della malaria in Italia, è stato attivato un sistema di sorveglianza.
Trasmissione e incubazione
Trasmissione:
avviene mediante puntura di zanzare femmine infette del genere Anopheles, le quali, succhiando il sangue infetto ed iniettando sangue infetto, trasferiscono l’infezione da uomo a uomo. Il maschio della zanzara non punge. Una volta iniettato in un uomo sano, il parassita comincia a moltiplicarsi esponenzialmente nel fegato e quindi, dopo 7 – 10 giorni, mediamente, si moltiplica nei globuli rossi. Le zanzare si infettano ingerendo il parassita, attraverso il pasto ematico infetto. Una volta dentro l’insetto, il parassita comincia un altro ciclo vitale: la fase riproduttiva che precede la trasmissione ad un altro individuo sano.
Incubazione:
si differenzia tra i diversi tipi di plasmodio. Il periodo di incubazione è mediamente di 7-14 giorni per l’infezione da P. falciparum, 8-14 per P. vivax e P. ovale, e di 7-30 giorni per P. malariae. Per alcuni ceppi di P. vivax l’incubazione si può protrarre per 8-10 mesi ed oltre; tale periodo può essere ancora più lungo per P. ovale.
Porta d’ingresso: è la cute, mediante la puntura della zanzara.
Distribuzione geografica
EPIDEMIOLOGIA GLOBALE (aggiornamento 2026)
Situazione globale
Secondo le stime OMS (World Malaria Report 2025), nel 2024 si sono registrati circa 263 milioni di casi e 597.000 morti, con un lieve peggioramento rispetto agli anni precedenti dovuto a:
Resistenze ai farmaci
Cambiamenti climatici che ampliano le aree di trasmissione
Interruzioni nei servizi sanitari post-COVID-19
Instabilità politica in alcune regioni endemiche
Africa subsahariana
Concentra oltre il 94% dei casi globali e il 95% delle morti
P. falciparum rimane dominante
Paesi più colpiti: Nigeria, Repubblica Democratica del Congo, Uganda, Mozambico, Niger
Progressi osservati in Rwanda, Zimbabwe e alcune aree del Sahel grazie a programmi di distribuzione di zanzariere e IRS (Indoor Residual Spraying)
Preoccupazione crescente per resistenza all’artemisinina in Africa orientale (Uganda, Rwanda, Eritrea, Tanzania) — precedentemente segnalata solo in Asia
Asia
P. vivax predomina in India, Pakistan, Afghanistan
P. falciparum in Myanmar, Papua Nuova Guinea, Indonesia
Myanmar e Mekong: epicentro della resistenza multipla (P. falciparum resistente ad artemisinina + partner drugs)
India: riduzione significativa dei casi grazie al programma nazionale; obiettivo eliminazione entro 2030
Sri Lanka e Maldive: certificati OMS come paesi liberi da malaria
P. knowlesi: casi in aumento in Malaysia (Sabah, Sarawak), Filippine, Indonesia
America Latina
Venezuela: forte recrudescenza con oltre 450.000 casi/anno; crisi sociosanitaria principale causa
Brasile (Amazzonia): ancora elevata trasmissione, prevalentemente P. vivax
Colombia, Peru, Bolivia: P. vivax e P. falciparum coesistono
ti e Hispaniola: unica isola caraibica con trasmissione attiva
Argentina, Paraguay, Ecuador: fasi avanzate di pre-eliminazione
Medio Oriente
Yemen: grave situazione umanitaria con malaria in espansione
Arabia Saudita (zone di confine yemenita): casi sporadici
Iran: prossimo alla pre-eliminazione
Oceania
Papua Nuova Guinea: onere elevato, P. falciparum e P. vivax
Vanuatu, Isole Salomone: programmi attivi di controllo
Australia: solo casi importati
Europa
Solo casi importati; episodi sporadici di trasmissione locale da Anopheles autoctoni in Grecia (storica) e sporadicamente in Italia meridionale
Attenzione crescente per il potenziale impatto del cambiamento climatico sull’espansione di Anopheles in Europa meridionale
Sintomi e segni
Sintomi:
inizialmente i sintomi della malaria si presentano talvolta con caratteristica simil influenzale tra gli 8 ed i 30 giorni dopo l’infezione.
Fase invasiva:
corrisponde alla rottura dello schizonte e alla liberazione dei merozoiti che vanno a invadere altri eritrociti. Si manifesta con febbre intermittente, brivido scuotente, sudorazione, cefalea, artro-mialgie, talvolta riattivazioni di herpes labiale, prostrazione, dolore negli ipocondri, sindromi gastroenteriche (diarrea, vomito, dolore addominale). Nei bimbi si possono avere convulsioni febbrili.
Fase tardiva:
quando i cicli vitali dei vari ceppi presenti si sono sincronizzati, compare la febbre terzana (tipico attacco malarico): brivido scuotente seguito da rialzo termico che si risolve dopo qualche ora con sudorazione profusa e uno stato di vaga euforia, e si ripete ogni 48 ore. La splenomegalia di solito compare dopo giorni o settimane; all’inizio è più comune l’epatomegalia. Pallore muco-cutaneo, ittero, urine ipercromiche (fortemente colorate) sono segni prognostici sfavorevoli. Nella maggioranza dei casi non trattati la malaria si risolve spontaneamente dopo 2 settimane; raramente dura più di un anno (mai più di 2 anni).
Recrudescenza:
è la ricaduta causata dalla persistenza in circolo di forme intra-eritrocitarie (nei globuli rossi). È tipica delle infezioni da P. falciparum trattate in modo inadeguato (per qualità e/o durata del trattamento e per posologia) e può avere una latenza da qualche giorno a qualche settimana. Si può avere anche nelle infezioni da P. malariae con una latenza anche di molti anni.
Recidiva:
per recidiva si intende una ricaduta causata dalla persistenza di merozoiti nel fegato (ipnozoiti) che ricominciano un nuovo ciclo eso-eritrocitario, 5-6 mesi dopo l’infezione.
È tipica delle infezioni da P. vivax e P. ovale nelle quali non sono state trattate le forme intraepatiche.
L’infezione da P. falciparum è detta febbre terzana maligna, quella da P. vivax e da P. ovale è detta febbre terzana benigna e quella da P. malariae è detta febbre quartana in base all’occorrenza di febbre intermittente. Quelle di febbre “terzana” e “quartana” sono definizioni fuorvianti, perché solo una minima parte dei casi di malaria si presenta con febbre intermittente, ogni 48 ore (terzana, ogni terzo giorno) od ogni 72 ore (quartana, ogni quarto giorno). La febbre terzana si osservava in Europa nelle zone endemiche per il P. vivax (terzana benigna) e negli immigrati: le navi infatti facevano viaggi di 1-2 settimane, e quando arrivavano in Europa, seguendo la storia naturale dell’infezione da P. falciparum, da intermittente irregolare la febbre si faceva terzana, se il malato non era morto nel frattempo o se non era stato trattato. La febbre terzana si osserva anche nei casi in cui si sia stati infettati da un unico ceppo di P. falciparum, evento non comune nelle aree endemiche, dove si è infettati più volte in sequenza e i cicli dei vari ceppi si sovrappongono con attacchi febbrili ad andamento irregolare.
La malaria non sempre si presenta con le tipiche febbri cliniche ma nel corredo dei sintomi malarici sono quasi costanti la cefalea nucale, i brividi, e l’alternanza del caldo e del freddo, con un malessere ingravescente. Le infezioni da P. falciparum non trattate o trattate in modo inadeguato possono provocare insufficienza renale, edema polmonare, ipertensione endocranica con coma e giungere all’exitus. La morte è provocata dall’impilamento delle cellule parassitate nel microcircolo di diversi organi vitali, in particolare nella circolazione cerebrale (malaria cerebrale), danneggiandoli. Nelle aree endemiche, i ripetuti contagi, a cui una persona è soggetta, sviluppano un livello elevato di anticorpi, che permette una resistenza alle infezioni. Nella maggior parte dei casi di infezione questi soggetti sono asintomatici pur portando nelle proprie cellule il parassita (portatori sani dell’infezione). I soggetti non immuni, in zona endemica, possono ammalare molto più facilmente di un soggetto considerato immune, e possono avere forme di malattie più gravi.
Mutazioni dell’emoglobina (S,C, beta e alfa-talassemie), degli enzimi glucosio-6-fostato deidrogensi e piruvato-chinasi, proteggono dalle forme gravi di malaria provocate da P.falciparum in portatori eterozigoti e, nel caso dell’emoglobina C, soprattutto in omozigosi. Le particolari proprietà delle catene dell’emoglobina e le condizioni di stress ossidativo provocate dell’infezione stessa, possono provocare l’emolisi degli eritrociti ostacolando la maturazione dei trofozoiti. Nonostante queste mutazioni siano dannose (quasi sempre letali in omozigosi), grazie alla protezione conferita nei confronti della malaria si trovano ad alte frequenze in popolazioni che vivono in zone endemiche (o ex endemiche) per malaria (bacino del mediterraneo, Africa sub-sahariana, sud-est asiatico). Tranne per l’emoglobina C,in queste popolazioni la frequenza delle mutazioni di resistenza è comunque destinata ad arrivare ad un valore di equilibrio (intorno al 15-20%) che rispecchia lo svantaggio dovuto alla letalità della mutazione ed il vantaggio rispetto alla malaria. Nelle zone non malariche, queste mutazioni generalmente sono molto rare o assenti poiché la loro letalità non è controbilanciata da effetti positivi.
Malaria in gravidanza
Maggiore rischio di forme gravi
Complicanze: anemia materna, parto prematuro, basso peso alla nascita, mortalità materna e neonatale
P. falciparum sequestra nella placenta (placentar malaria)
Malaria nei bambini
Principale causa di mortalità nei bambini < 5 anni in Africa
Rischio elevato di anemia grave, malaria cerebrale, ipoglicemia
Diagnosi e trattamento
DIAGNOSI
Attualmente la pratica diagnostica si basa su due approcci: quello clinico che identifica i sintomi della malattia, e quello volto a isolare e riconoscere l’agente causale, utilizzando test immunocromatografici o, molto più comunemente, con osservazioni al microscopio.
Il quadro clinico può presentarsi fortemente atipico in persone sottoposte a chemioprofilassi antimalarica a dosaggi inadeguati o con farmaci non più efficaci per fenomeni di resistenza, o che siano parzialmente immuni dopo lunghe permanenze in aree endemiche, nonché nella prima infanzia.
Microscopia ottica (gold standard)
Striscio sottile: identificazione della specie e quantificazione della parassitemia
Goccia spessa: maggiore sensibilità per infezioni a bassa parassitemia
Richiede personale esperto
Per porre diagnosi di malaria deve essere preparato uno striscio di sangue prelevato dalla puntura di un dito. Lo striscio è fissato con metanolo prima della colorazione; la goccia spessa è colorata senza essere fissata. Nelle infezioni da P. falciparum, la densità del parassita dovrebbe essere stimata contando la percentuale di emazie infettate, non il numero dei parassiti.
Rapid Diagnostic Tests (RDT)
Basati su rilevazione di antigeni parassitari (HRP2 per P. falciparum, pLDH per altre specie)
Uso diffuso in aree con risorse limitate
Problema emergente: delezioni del gene hrp2/hrp3 in P. falciparum (Africa, Asia, Sud America) → falsi negativi degli RDT HRP2-based
Nuovi RDT pan-Plasmodium in sviluppo
PCR (Polymerase Chain Reaction)
Alta sensibilità e specificità
Differenzia le specie anche nelle coinfezioni
Fondamentale per conferma in casi con RDT negativi ma sospetto clinico elevato
Real-time PCR e PCR digitale droplet (ddPCR) per monitoraggio resistenze
LAMP (Loop-mediated isothermal amplification)
Test molecolare rapido, non richiede termociclatore
Crescente utilizzo in contesti a risorse limitate
Diagnosi di resistenza
Genotipizzazione molecolare per mutazioni K13 (P. falciparum), Kelch13, plasmepsina II/III
Fenotipizzazione in vitro (RSA – Ring-stage Survival Assay)
TRATTAMENTO
I plasmodi sono diventati fortemente resistenti a quasi tutti i farmaci che sono stati prodotti per combatterli, così come a numerosi insetticidi utilizzati per disinfestare le zone malariche. La resistenza alla clorochina, l’antimalarico meno costoso e più diffuso, è ormai comune in tutta l’Africa sudorientale. In queste stesse zone si è ormai affermata una forma di resistenza anche ad un altro farmaco, alternativo alla clorochina e altrettanto economico, la sulfadossina-pirimetamina. Molti Paesi sono così costretti a utilizzare nuove combinazioni di farmaci molto più costosi. Una rapida risposta all’insorgenza, con trattamento farmacologico con i farmaci più recentemente sviluppati e dati in combinazione, in alternativa alle monoterapie tradizionali, può ridurre significativamente il numero di morti. L’uso esteso e poco controllato di terapie a base di chinolina e di antifolati ha contribuito ad aumentare lo sviluppo delle resistenze. Nell’ultima decade, un nuovo gruppo di antimalarici, diversi composti combinati dell’artemisinina (ATCs), stanno dando ottimi risultati terapeutici anche nell’arco di una settimana, con riduzione della presenza di plasmodio e quindi della sua capacità di trasmissione e miglioramento dei sintomi della malaria.
TERAPIA
Principi generali
Il trattamento deve essere iniziato rapidamente dopo diagnosi confermata
Identificare la specie infettante e la provenienza geografica (per orientare la probabilità di resistenza)
Valutare gravità clinica: malaria non complicata vs malaria grave/complicata
Considerare sempre gravidanza, età, coinfezioni, controindicazioni
Trattamento malaria non complicata da P. falciparum
Terapie di combinazione a base di artemisinina (ACT) — prima linea OMS
ACT
Schema
Note
Artemether/lumefantrina (Coartem®, Riamet®)
3 giorni
Prima linea in molti paesi africani
Artesunate/amodiaquina
3 giorni
Africa occidentale
Artesunate/meflochina
3 giorni
Asia Sud-Est
Artesunate/sulfadossina-pirimetamina
3 giorni
Alcune aree Africa/Asia
Diidroartemisinina/piperachina (Eurartesim®)
3 giorni
Ottima efficacia, in crescita
Artesunate/pyronaridina (Pyramax®)
3 giorni
Approvato EMA; in espansione
Trattamento malaria grave
Artesunato EV/IM — GOLD STANDARD
Dose: 2.4 mg/kg EV a 0, 12, 24 ore, poi ogni 24 ore
Superiore alla chinina EV in RCT (studio AQUAMAT, SEAQUAMAT)
Approvato EMA, FDA, disponibile in Italia (uso ospedaliero)
Dopo stabilizzazione clinica → completare con ACT orale (3 giorni)
Chinina EV — alternativa quando artesunato non disponibile
Usata in associazione con doxiciclina o clindamicina
Senza trattamento degli ipnozoiti → recidive fino a 3–5 anni
Resistenza all’artemisinina — situazione 2026
Storia e diffusione
La resistenza parziale all’artemisinina (P. falciparum) è mediata principalmente da mutazioni nel gene Kelch13 (K13), in particolare la variante C580Y, che compromette l’efficienza dell’artemisinina sugli stadi anulari del parassita.
Situazione geografica attuale (2026)
Asia Sud-Est (Grande Mekong):
Resistenza parziale all’artemisinina consolidata in Cambogia, Laos, Myanmar, Vietnam, Tailandia
Fallimento terapeutico della triplice terapia: resistenza combinata anche alle partner drugs (meflochina, piperaquina, lumefantrina)
Cambogia: resistenza a DHA/Piperaquina >50% in alcune aree; artesunate/meflochina ancora efficace
TRAT (Triple Artemisinin-based Combination Therapy): in sperimentazione come risposta alla multi-resistenza → artesunate + meflochina + piperaquina (fase III in corso)
Africa (NUOVO — emergenza prioritaria 2026):
Mutazioni K13 validate (C580Y, R539T, M476I) rilevate in Uganda, Rwanda, Eritrea, Tanzania, Horn of Africa
Efficacia ACT ancora superiore a 90% nella maggior parte dei paesi africani, ma trend in deterioramento in Uganda orientale
OMS ha dichiarato emergenza di sanità pubblica per la diffusione della resistenza in Africa nel 2024
Sorveglianza molecolare intensificata tramite rete ICEMR e WHO-SEARO/AFRO
South America:
Bassa-moderata efficacia delle ACT in alcune aree dell’Amazzonia venezuelana/brasiliana
Mutazioni K13 identificate ma di minore rilevanza clinica rispetto all’Asia al 2026
Nuovi farmaci antimalarici (2025–2026)
Ganaplacide (KAF156) — Novartis
Nuovo meccanismo d’azione: inibizione della proteina PfCARL e della plasmodesinina
Attivo contro ceppi resistenti alle ACT
Fase II completata con buona efficacia; fase III in corso
Non ancora approvato
Cabamiquina (MMV533)
Inibitore della PI4K (P. falciparum phosphatidylinositol 4-kinase)
Attivo su tutti gli stadi del ciclo di vita
Fase IIb completata; promettente in combinazione
Fosmidomicina
Inibitore della via del metileritritolo fosfato (MEP pathway)
Usata in combinazione con clindamicina
Fase II con risultati moderati; ricerca in corso
Ferroquina (SSR97193)
Derivato della clorochina con gruppo ferrocenico → attivo su ceppi cloro-resistenti
In combinazione con artesunato; studi di fase III
SJ733 (UCT943) e altri inibitori PfATP4
Classe degli “spiroindoloni” (cipargamin: già approvato in via sperimentale)
Rapidamente attivi, potenzialmente monoattivi
Fase II
Anticorpi monoclonali terapeutici
In fase precoce di sviluppo come trattamento della malaria grave
TRAT (Triple ACT)
Artesunate + Amodiaquina + Piperaquina: studio WANECAM2 (2023) ha mostrato superiorità rispetto alle ACT standard in Africa occidentale
Considerata la prossima linea di trattamento di fronte all’avanzare delle resistenze
Prevenzione e vaccinazione
Controllo e prevenzione
i fattori che possono favorire lo sviluppo di un’epidemia sono sia naturali, come una variazione climatica o un’inondazione, che antropici, come una guerra o lo sviluppo di opere agricole, di dighe, di miniere o l’incapacità di esercitare un controllo sulla zanzara, il vettore del plasmodio. Grandi movimenti migratori interni a un continente favoriscono ancor più l’esposizione di popolazione vulnerabile al parassita. La combinazione di fattori meteorologici, socioeconomici ed epidemiologici, sia a livello locale che globale, può permettere una previsione del rischio di epidemie, soprattutto se dovute a fattori antropici. Lo studio accurato dei fenomeni epidemici del passato e la costruzione di una rete di monitoraggio e di un database per registrare l’occorrenza e la prevalenza della malaria nelle diverse zone diventano quindi importanti strumenti di prevenzione.
-La protezione dalla puntura degli insetti è la prima precauzione da prendere per prevenire la malaria.
Questo si può attuare mediante una serie di abitudini comportamentali (alla sera e al mattino indossare indumenti ampi che giungano a coprire polsi e caviglie; in certe zone adottare l’impiego di zanzariere che avvolgono il letto durante la notte, meglio se impregnate di insetticida) o mediante l’uso di presidi chimici (repellenti ad uso cutaneo ad esempio a base di DEET, uso di spirali zanzarifughe al piretro, uso di altri piretroidi di sintesi e mediante fornelletti elettrici) o, meglio ancora, a base di sostanze naturali.
La profilassi farmacologica è un mezzo importante per evitare il rischio di contrarre la malaria; il parassita, inoculato dall’insetto vettore, viene ucciso dal farmaco prima di poter esercitare i suoi nefasti effetti sul malcapitato individuo.
Perché possa essere prescritta la profilassi farmacologica più idonea per ogni singolo viaggiatore, è consigliato rivolgersi ad un Centro specializzato in malattie Tropicali o comunque ad un medico esperto nelle stesse. La profilassi farmacologica è strettamente individuale e può variare non solo da persona a persona, ma anche a seconda del Paese visitato, dalla durata della permanenza del viaggiatore nello stesso, nonché dal periodo dell’anno in cui viene effettuato il soggiorno.
Protezione meccanica
la prima difesa da attivare per evitare il rischio malarico consiste nell’evitare le punture delle zanzare. La zanzara femmina di Anopheles, vettore del parassita malarico, usa stimoli termici ed olfattori, ma anche visivi, per localizzare l’ospite da pungere per realizzare il suo pasto a base di sangue. In particolare viene attratta da concentrazioni di anidride carbonica. I colori scuri attirano l’insetto in questione che usa pungere al tramonto e durante le prime ore della notte. Alcuni profumi o fragranze naturali possono attirare le zanzare ed indurle alla puntura. – All’interno di abitazioni: ·la protezione delle finestre con retine trattate con insetticidi e l’utilizzo di zanzariere impregnate con insetticidi sopra i letti può conferire una buona protezione; l’impiego di aria condizionata diminuisce notevolmente il rischio di punture di insetti.
In ambiente esterno
Utilizzare abiti che coprano bene, preferibilmente camicie con maniche lunghe e pantaloni lunghi, in particolare dal tramonto alla sera; consigliabile passare repellenti o insetticidi sui vestiti per diminuire ulteriormente il rischio di puntura.
I repellenti sono sostanze chimiche che allontanano l’insetto:
La maggior parte dei repellenti contiene DEET (N,N-diethyl-methyl-toluomide) sostanza molto attiva in uso da oltre 40 anni. Altri repellenti sintetici sono attivi per circa 3-4 ore e vanno applicati periodicamente (ogni 3 ore circa) durante esposizione a rischio malaria. ·I repellenti non devono essere inalati o ingeriti e sono pericolosi su pelli irritate o sugli occhi. Vanno usati con prudenza nei bambini e mai applicati sulle loro mani perché facili strumenti di contaminazione degli occhi e della bocca. L’acqua può facilmente togliere dalla pelle i diversi tipi di repellenti.
Il repellente va applicato su tutta la parte del corpo scoperta: è provato che le zanzare possano pungere a meno di un centimetro da una zona coperta.
Si sconsiglia l’uso di repellenti chimici
:nei bambini inferiori ad un anno di età;
ai residenti per lunghi periodi (tossicità da accumulo);
alle donne in gravidanza.
E’ invece raccomandato l’uso di repellenti a base di sostanze naturali non nocive quali , ad esempio, il NoZeta Neem
Gli insetticidi
Sono sostanze chimiche che attaccano il sistema nervoso dell’insetto e lo uccidono.
Insetticidi sintetici a base di piretroidi (permetrina, deltametrina ed altre).
Insetticidi naturali a base di piretro (ottenuti dai fiori Crisantenum cineraricefolium).
Il piretro agisce sia come insetticida che come repellente.
Permetrina e deltametrina contenuti in molti insetticidi sono prodotti considerati poco tossici per i soggetti adulti e quindi possono essere utilizzati negli ambienti chiusi anche in presenza di bambini piccoli al di sotto dei due anni di età. Per loro adottare sostanze naturali
L’utilizzo degli insetticidi sui vestiti e sulle zanzariere mantiene la loro efficacia per circa 2-3 mesi . Per gli adulti non è considerato tossico.
Malaria e gravidanza
Le donne che risiedono in aree endemiche possiedono, nella maggior parte dei casi, una semi-immunità; questa può calare temporaneamente durante la gravidanza (con conseguenza anche drammatiche, soprattutto nelle primigravide) e si attenua col tempo negli individui che abbandonano le zone endemiche (scompare dopo 2 anni di distanza). Il rischio di morte da malaria della donna aumenta in gravidanza, il rischio di aborto e di parto di feto morto o aumenta l’incidenza di morte neonatale. Non andare in zone malariche a meno che non sia assolutamente necessario. L’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) consiglia alle donne in gravidanza di non andare in vacanza in aree in cui ci sia trasmissione di P. falciparum clorochino-resistente.
Consigli in gravidanza:
essere molto diligenti nell’uso di misure di protezione contro le punture di zanzare;
utilizzare per profilassi la clorochina e il proguanil;
nelle aree con clorochino-resistenza del P. falciparum si deve usare l’associazione clorochina-proguanil nel primo trimestre di gravidanza; la meflochina può essere utilizzata solamente dal 4° mese di gravidanza in avanti;
non usare la Doxiciclina per profilassi;
cercare immediatamente assistenza medica se si sospetta la malaria e fare l’autotrattamento di emergenza (famaco di scelta è il chinino) solo se non è possibile trovare immediatamente un medico. Si deve ricorrere ad un medico comunque dopo l’autotrattamento.
La malaria e i bambini
I bambini sono considerati soggetti a rischio malaria poiché possono sviluppare forme perniciose che conducono all’exitus in tempi brevi.
Nelle aree endemiche i bimbi sono protetti per i primi 6 mesi dall’immunità passiva materna, data dagli anticorpi ereditati dalla madre, poi si ha una progressiva acquisizione di una “semi-immunità”, per successive esposizioni alle infezioni del plasmodio. Si hanno ricorrenti attacchi di malaria, dall’età di pochi mesi fino a 5-10 anni, prima di raggiungere uno stato di semi-immunità. Molti bimbi soffrono di ritardo di crescita e altri muoiono. Se i bimbi sopravvivono, mantengono la semi-immunità per continue reinfezioni, per tutta la vita, finché risiedono in area endemica. Questa viene considerata tale perché durante la vita si hanno ugualmente ricorrenti episodi di parassitemia, di breve durata e bassa carica, per lo più asintomatici o paucisintomatici (con pochi sintomi).
Non portare i neonati ed i bambini piccoli in aree malariche a meno che non sia assolutamente necessario;
proteggere i bambini dalle punture di zanzare; sono disponibili zanzariere per culle e lettini: tenere i bambini piccoli sotto la protezione di zanzariere nel periodo che va dall’alba al tramonto;
dare la profilassi antimalarica ai bambini ancora allattati al seno e a quelli che sono allattati al biberon poiché essi non sono protetti dalla profilassi che la madre ha eventualmente fatto prima;
la clorochina ed il proguanil possono essere somministrati con sicurezza ai neonati ed ai bambini piccoli. Per la somministrazione i farmaci possono essere indorati con marmellata, banane ed altri cibi;
non dare sulfadossina-pirimetamina o sulfalene-pirimetamina a neonati sotto i tre mesi d’età;
non dare doxiciclina per chemioprofilassi ai bambini sotto gli 8 anni d’età;
tenere tutti i farmaci antimalarici al di fuori della portata dei bambini rinchiusi in contenitori che non possono essere aperti dai bambini stessi. La clorochina è particolarmente tossica per i bambini se si eccede la dose raccomandata;
consultare immediatamente un medico se un bambino sviluppa una malattia febbrile. I sintomi di malaria nei bambini possono non essere tipici cosicché la malaria deve essere sempre sospettata. Nei bambini di età inferiore ai tre mesi la malaria deve essere sospettata perfino in caso di malattia non febbrile;
la febbre in un bambino di ritorno da un viaggio in area malarica dovrebbe essere considerata sintomo di malaria almeno che non sia provato il contrario;
in caso di autotrattamento il chinino può essere somministrato senza limiti di peso o di età. La meflochina può essere utilizzata al di sopra dei 15 Kg di peso.
L’OSM sconsiglia di portare in vacanza neonati e bambini piccoli in aree malariche, in particolare dove vi sia trasmissione di P. falciparum clorochino-resistente.
VACCINAZIONE CONTRO LA MALARIA PEDIATRICA
VACCINI ANTI-MALARICI (aggiornamento 2026) Ancora non esiste il vaccino antimalarico per la popolazione adulta
RTS,S/AS01E (Mosquirix™) — GSK
Meccanismo: vaccino proteico subunitario basato sulla proteina circumsporozoitica (CSP) di P. falciparum, adiuvato con AS01E. Induce risposta immunitaria umorale e cellulare contro lo stadio epatico.
In fase di introduzione nei programmi vaccinali di almeno 12 paesi africani al 2026
Produzione: Serum Institute of India prevede produzione di 100–200 milioni di dosi/anno — elemento cruciale per la scalabilità
Vaccini in fase avanzata di sviluppo (pipeline 2026)
Vaccino
Stadio
Target
Note
PfSPZ (Sanaria)
Fase III
Sporozoiti attenuati irradiati
Alta efficacia in adulti (fino a 80%), logistica complessa (azoto liquido)
BNT111 (BioNTech)
Fase I/II
mRNA – CSP
Prima piattaforma mRNA anti-malarica
ChAd63/MVA ME-TRAP
Fase II
Stadio epatico, trappola+
Vettore virale, Oxford
Vaccino trasmissione-bloccante (TBV)
Fase II
Gametociti/zanzara
Riduce trasmissione nella comunità
Considerazioni pratiche per il viaggiatore
RTS,S e R21 non sono attualmente indicati né disponibili per i viaggiatori adulti non residenti in zone endemiche
Ricerca in corso per estendere l’uso a adulti e viaggiatori
Bibliografia sul vaccino antimalarico
WHO. World Malaria Report 2024. Geneva: World Health Organization; 2024.
Datoo MS, et al. Efficacy and immunogenicity of R21/Matrix-M vaccine against clinical malaria after 2 years’ follow-up in children in Burkina Faso: interim results of a phase 1/2b randomised controlled trial. Lancet Infect Dis. 2022;22(12):1728–1736.
Datoo MS, et al. Efficacy of a low-dose candidate malaria vaccine, R21 in adjuvant Matrix-M, with seasonal administration to children in Burkina Faso: a randomised controlled trial. Lancet. 2021;397(10287):1809–1818.
WHO. Malaria vaccine: WHO position paper — March 2022. Wkly Epidemiol Rec. 2022;97(9):57–76.
Olotu A, et al. Seven-Year Efficacy of RTS,S/AS01 Malaria Vaccine among Young African Children. N Engl J Med. 2016;374:2519–2529.
Minassian AM, et al. Reduced blood-stage malaria growth and immune correlates in humans following RTS,S/AS01 vaccination. JCI Insight. 2021;6(9).
Nunes-Cabaço H, et al. Five-year follow-up of PfSPZ Vaccine against Plasmodium falciparum. NPJ Vaccines. 2022;7:44.
GAVI. Malaria vaccine supply and introduction. 2024. Disponibile su: www.gavi.org
PATH Malaria Vaccine Initiative. R21/Matrix-M program updates 2024. www.path.or
Notizie e bibliografia vaccino antimalarico
Notizie Dalle esperienze vissute nelle diverse aree tropicali una valutazione ed un parere personale sulla approvazione del nuovo vaccino per la malaria, (clicca per leggere l’articolo) Bibliografia
Dagli studiosi ed esperti dell’Organizzazione Mondiale della Sanità
MEDICINA TRADIZIONALE E CURA DELLA MALARIA NEI DIVERSI CONTINENTI
Premessa
La medicina tradizionale ha avuto — e continua ad avere — un ruolo fondamentale nella gestione della malaria nelle comunità rurali di tutto il mondo. In molte regioni endemiche, la prima risposta alla febbre malarica avviene ancora attraverso rimedi erboristici e pratiche tradizionali, spesso prima dell’accesso alle strutture sanitarie. L’OMS (WHO Traditional Medicine Strategy 2019–2025) riconosce l’importanza di integrare le medicine tradizionali nei sistemi sanitari, garantendone sicurezza ed efficacia.
Africa
Africa Occidentale e Centrale
Artemisia annua (Qing Hao): reintrodotta anche in Africa attraverso programmi ONG; foglie consumate in infuso; controversa per dosaggio inconsistente; l’OMS sconsiglia l’uso di A. annua non estratta come alternativa alle ACT
Cryptolepis sanguinolenta (Ghana, Nigeria): alcaloide criptolepsina con provata attività antimalarica in vitro e in vivo; alcuni studi clinici fase II mostrano efficacia paragonabile alla clorochina per malaria non complicata
Neem (Azadirachta indica): foglie in decotto, largamente usate in Africa occidentale; attività antiparassitaria dimostrata in studi di laboratorio
Moringa oleifera: foglie e semi usati come antipiretico
Carica papaya (foglie): estratti usati per febbre malarica e trombocitopenia; studi preliminari su aumento delle piastrine
Riti di purificazione spirituale, uso di amuleti e intervento degli guaritori tradizionali (féticheurs, marabout): ancora diffusi come componente rituale-religiosa del trattamento
Africa Orientale
Warburgia ugandensis: corteccia usata in Uganda e Kenya come antipiretico/antimalarico
Vernonia amygdalina (“foglia amara”): largamente usata in Kenya, Tanzania, Uganda; estratti etanolici mostrano attività anti-Plasmodium in studi preclinici
Ocimum suave: infuso di foglie; uso tradizionale come antipiretico
Artemisia annua: la fonte originale dell’artemisinina, usata nella medicina cinese tradizionale (MTC) da 2.000 anni come “Qing Hao”; la ricercatrice Tu Youyou isolò l’artemisinina da questa pianta nel 1972 (Premio Nobel 2015)
Andrographis paniculata (India, Tailandia): “re dei rimedi amari”; andrografolide con proprietà antiprotozoali documentate
Swertia chirata: amaro hepatoprotettivo, tradizionalmente usato per febbre malarica
Pratiche: digiuno, somministrazione di erbe amare, purificazione secondo i principi tridosha
Cina — Medicina Tradizionale Cinese (MTC)
Changshan (Dichroa febrifuga): febrifugina, alcaloide antiplasmoidale; usato per 2000 anni; ancora studiato per attività su P. falciparum resistente
Qing Hao (Artemisia annua): come sopra, fonte dell’artemisinina moderna
Agopuntura e cupping: usati come supporto sintomatologico
America Latina
Quina (Corteccia di China, Cinchona spp.): il contributo più importante della fitoterapia tradizionale alla farmacologia moderna; i Quechua peruviani usavano la corteccia essiccata contro la febbre; i gesuiti la portarono in Europa nel XVII secolo; la chinina fu isolata nel 1820 da Pelletier e Caventou
Artemisia absinthium e A. annua: utilizzate in diverse comunità amazzoniche come antimalarico empirico
Uncaria tomentosa (Uncaria, “Garra del gatto”): Amazzonia peruviana; immunomodulatore, studi preclinici su Plasmodium
Petiveria alliacea: Bolivia, Brasile; radici con attività antipiretica tradizionale
Bidens pilosa: Brasile; estratti mostrano attività antiprotozoale in modelli murini
Curanderos e Chamanes: figure centrali nella medicina tradizionale amazzonica; integrano cerimonie spirituali con uso di piante medicinali nel trattamento della febbre malarica
Oceania
Papua Nuova Guinea
Piper methysticum (Kava): uso cerimoniale e medicinale
Carica papaya e Morinda citrifolia (Noni): usi tradizionali antipiretico/antimalarici
Pratiche di guarigione tribali con piante locali non ancora completamente catalogate
Integrazione OMS e prospettive di ricerca
L’OMS ha avviato programmi di:
Farmacopea delle piante medicinali africane: raccolta e standardizzazione dei rimedi tradizionali
Programma AFRO-TM: ricerca sull’integrazione delle medicine tradizionali per la malaria
Posizione OMS su Artemisia: sconsiglia l’uso di foglie non estratte per il rischio di dosi subterapeutiche e sviluppo di resistenza; supporta invece la ricerca su nuovi estratti standardizzati
Il caso paradigmatico: l’artemisinina — oggi farmaco standard — deriva direttamente dalla medicina tradizionale cinese. Questo modello di “bioprospecting” rimane un punto di riferimento per la ricerca futura.
Le polmoniti batteriche, tra le cui cause lo Streptococcus pneumoniae (pneumococco) domina le statistiche, rappresentano una seria minaccia per gli individui più deboli e fragili, con quasi 700.000 casi annui negli anziani italiani e migliaia di decessi. Queste polmoniti hanno fattori di aggravamento come l’influenza ed altri virus in coinfezione e l’antibiotico-resistenza come situazione pericolosa nella diminuzione della sensibilità terapeutica.
Per questi motivi la vaccinazione preventiva è lo strumento più efficace per ridurre il rischio di polmonite, di sepsi sistemica e di meningite pneumococcica, da proporre particolarmente nei gruppi di soggetti vulnerabili.
Il Problema delle Polmoniti Batteriche
Il pneumococco causa il 15-20% delle polmoniti negli adulti, con una incidenza del 30-40% negli over 65, e nel 2022 ha registrato 1.026 casi invasivi in Italia, in aumento nel periodo post-Covid rispetto agli anni precedenti. Queste infezioni portano a circa 10.000 ospedalizzazioni annue negli anziani e complicanze gravi come sepsi (15-20%) o meningite (12%). La prevenzione vaccinale riduce significativamente l’impatto, coprendo i sierotipi più aggressivi, responsabili del 76% delle malattie invasive negli over 65.
Questi i diversi tipi di Vaccini disponibili in Italia
In Italia sono autorizzati diversi vaccini antipneumococcici, classificati in: coniugati (PCV) per bambini e adulti, polisaccaridici (PPSV23) per richiami adulti.
Il Piano Nazionale Prevenzione Vaccinale (PNPV 2023-2025) raccomanda la vaccinazione per over 65 anni e adulti >18 con comorbidità.
Bambini: Routine dal 3° mese(3 dosi PCV15/PCV20 + richiamo), prioritari <5 anni.
Adulti sani: ≥65 anni, dose unicaPCV20/PCV21.
Gruppi a rischio: >18 anni con cardiopatie, BPCO, diabete, cirrosi, alcolismo, immunodepressione, asplenia, fumo; sequenza PCV15 + PPSV23 (intervallo ≥1 anno).
Viaggiatori: Consigliata per aree ad alta endemicità o viaggi a rischio.
Per over 65 non vaccinati, preferire PCV20/21; richiami ogni 5-10 anni in immunocompromessi.
Perché Vaccinarsi Ora
La vaccinazione antipneumococcica previene fino al 76% delle polmoniti invasive negli adulti e riduce le ospedalizzazioni, integrandosi con i vaccini anti-influenzale per la protezione invernale. La vaccinazione è sicura, ben tollerata ed efficace. contattaci per un consulto personalizzato. Proteggi te stesso e i tuoi cari: prenota oggi la tua dose!
Viaggiatori e vaccino antipneumococcico.
Il vaccino antipneumococcico è consigliato per i viaggiatori internazionali perché lo Streptococcus pneumoniaecausa polmoniti batteriche, meningiti e sepsi in contesti di sovraffollamento (es. voli, treni, ostelli), climi estremi o aree con scarsa igiene sanitaria, dove il rischio aumenta del 20-30% rispetto alla routine quotidiana. È particolarmente utile per chi viaggia in destinazioni tropicali, Africa o Asia (endemicità alta per IPD), anziani over 65, immunocompromessi o con comorbidità, integrandosi con le vaccinazioni del Piano Nazionale (PNPV 2023-2025).
Quando Vaccinarsi
Tempistica ideale: Almeno 2 settimane prima della partenza per sviluppare immunità piena; per richiami, 1 settimana prima.
Target prioritari tra viaggiatori: Over 65, bambini <5 anni, fumatori, diabetici, cardiopatici, asplenici o in viaggi >1 mese in zone a rischio (es. pellegrinaggi, volontariato).
Stagionalità: Sempre, ma urgente in inverno o pre-stagione influenzale per co-protezione oppure durante le stagioni delle piogge, invernali, monsoniche.
Come Vaccinarsi
Tipi consigliati: PCV20 (Prevenar 20®) o PCV21 (V116) per dose unica adulti/viaggiatori; PCV15 (Vaxneuvance®) + PPSV23 sequenza per rischi elevati.
Chiedi ed informati presso il centro Cesmet e chiedi una consulenza con il dr. Paolo Meo per approfondire su questa vaccinazione e la tua opportunità di vaccinarti
Influenza Stagione 2025-2026: Il Sottoclade K dell’A(H3N2)Considerazioni sulla malattia e strategie preventive secondo il Dr. Paolo Meo
Qui sotto è disponibile un podcast sulle novità della stagione in corso; buon ascolto! (5 minuti circa)
La Situazione Attuale in Italia
Secondo i dati del sistema di sorveglianza “RespiVirNet dell’Istituto Superiore di Sanità”, la stagione influenzale 2025-2026 si sta sviluppando con un’intensità notevole. Tra il 1° e il 7 dicembre 2025, l’incidenza delle infezioni respiratorie acute ha raggiunto 12,4 casi ogni 1.000 assistiti, con un incremento significativo rispetto alla settimana precedente. Dal mese di ottobre, si contano già oltre 4 milioni di casi, di cui circa 695 mila tra 1-7 dicembre. Il tasso di positività per influenza nella comunità ha raggiunto il 25,3%, mentre nella popolazione ospedaliera è arrivato al 28,8%. Il Dr. Paolo Meo, infettivologo e tropicalista, direttore del POLO VIAGGI CESMET – ARTEMISIA di Roma, sottolinea come in questa stagione la circolazione del virus A(H3N2) è predominante, ed in particolare la sua variante denominata sottoclade K, merita una speciale attenzione dal punto di vista epidemiologico ed anche clinico.
Cosa è il Sottoclade K del virus A(H3N2)?
Il sottoclade K del virus A(H3N2) rappresenta un’evoluzione significativa nel panorama dei virus influenzali circolanti. Questa variante presenta sette mutazioni aggiuntive a livello della proteina emoagglutinina (K2N, S144N, N158D, I160K e Q173R) rispetto ai precedenti selezionati per la formulazione vaccinale della stagione 2025-2026. Ad Agosto ’25 è stato rilevato per la prima volta questo “nuovo ceppo ” nell’emisfero australe, in particolare in Australia e Nuova Zelanda, dove ha prolungato la stagione influenzale fino a ottobre e novembre, cosa insolita rispetto ai normali tempi di circolazione virale.Secondo i dati “dell’European Centre for Disease Prevention and Control” (ECDC), il “sottoclade K” rappresenta circa la metà delle sequenze virali registrate globalmente tra maggio e novembre 2025, con percentuali ancora più elevate in specifiche regioni: in Australia ha rappresentato il 50% circa dei virus, mentre in Nuova Zelanda ha superato i due terzi dei ceppi in circolazione. Questo dimostra l’elevata capacità diffusiva di questo sotto ceppo influenzale.
L’impatto sulla trasmissibilità
Un elemento importante riguarda l’aumento della trasmissibilità di questo sottoclade. Secondo i dati “dell’UK Health Security Agency (UKHSA)”, il “numero R” indice di riproduzione del sottoclade K (ovvero il “numero medio di persone a cui ogni persona infetta trasmette il virus) si attesta a circa 1,4, rispetto a circa 1,2 riscontrato negli anni precedenti.
Cosa vuol dire questo? Che 100 persone infettate dal sottoclade K possono trasmettere il virus a 140 persone, anziché alle 110 di altre stagioni influenzali.
La capacità di contagio e quindi di diffusione è sicuramente maggiore, questo non corrisponde a una maggiore gravità dei sintomi, come ha tenuto a confermare l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) nei suoi ultimi bollettini.
Perché il sottoclade K circola così facilmente in questa stagione?
Il Dr. Paolo Meo del CESMET evidenzia un fattore epidemiologico fondamentale:la suscettibilità aumentata della popolazione generale. Difatti il virus A(H3N2) ha circolato in modo molto limitato negli anni e nelle stagioni precedenti (2023-2025), durante le quali il ceppo predominante è stato l’A(H1N1). Questo significa che una quota molto significativa della popolazione italiana, in particolare i bambini, non possiede un’immunità sufficiente derivante da infezioni o vaccinazioni precedenti contro questo virus. Il Professor Giovanni Rezza, epidemiologo dell’Università Vita-Salute San Raffaele, sottolinea che questa situazione si traduce nella pratica
in una maggiore suscettibilità all’infezione e nel fatto che la popolazione abbia minore protezione crociata rispetto ai tipi degli anni precedenti. Tale condizione ha contribuito all’inizio anticipato della stagione influenzale in Italia, che si è manifestato con tre settimane di anticipo rispetto alla stagione 2024-2025.La Triade Sintomatologica Caratteristica dell’Influenza H3N2Secondo il Dr. Paolo Meo, direttore del POLO VIAGGI CESMET, i pazienti affetti da influenza A(H3N2) presentano caratteristicamente una triade sintomatologica ben riconoscibile:
Febbre Alta ad Esordio ImprovvisoLa febbre rappresenta il sintomo iniziale più caratteristico e insorge in modo brusco, non graduale. Nella maggior parte dei casi, la temperatura corporea supera i 38-38,5°C, con picchi anche superiori a 39-40°C, soprattutto nei bambini. La febbre si presenta tipicamente accompagnata da brividi intensi e rappresenta il segno clinico più evidente della vera infezione influenzale, distinguendola dalle forme di semplice raffreddamento.
Sintomi Respiratori ImportantiAccanto alla febbre compaiono manifestazioni respiratorie significative: tosse secca e stizzosa (in genere non catarrale), mal di gola, congestione nasale e starnutazioni. La tosse tende a persistere più a lungo rispetto ai sintomi febbrili, talvolta per 1-2 settimane. In alcuni pazienti si osserva anche naso che cola o congestione nasale marcata.
Dolori Muscolari e Malessere Generale ImportanteIl Dr. Paolo Meo sottolinea come i dolori muscolari (mialgie) e articolari (artralgie) rappresentino un’altra caratteristica distintiva dell’influenza A(H3N2). Questi dolori sono diffusi su tutto il corpo (“come se si sentissero le ossa”) e si associano a cefalea intensa, grave malessere generale, astenia marcata e senso di profonda spossatezza. Tale sintomatologia sistemica distingue la vera influenza da forme parainfluenzali o da comuni raffreddori virali.
L’insieme di questi sintomi (febbre alta, sintomi respiratori, dolori sistemici) deve essere presente contemporaneamente per poter parlare di vera sindrome influenzale. I sintomi di solito compaiono 1-2 giorni dopo il contatto con il virus e la risoluzione spontanea si verifica generalmente entro 7-10 giorni, sebbene la tosse possa persistere per 2-3 settimane.Efficacia Vaccinale: Rassicurazioni Dai Dati InglesiUna questione che preoccupa è la possibile ridotta efficacia del vaccino 2025-2026 di fronte al sottoclade K, poiché questa variante non era stata ancora individuata quando i vaccini sono stati formulati. Il Dr. Paolo Meo del POLO VIAGGI CESMET ribadisce, tuttavia, l’importanza di interpretare correttamente i dati emergenti da diverse parti del mondo.I dati del Regno Unito, dove il sottoclade K è già diventato dominante, forniscono indicazioni rassicuranti: il vaccino stagionale 2025-2026 mantiene:
un’efficacia del 70-75% nel prevenire il ricovero ospedaliero nei bambini (fascia 2-17 anni);
Una efficacia del 30-40% negli adulti;
Una meta-analisi pubblicata sul New England Journal of Medicine nel 2025 conferma che l’efficacia complessiva del vaccino contro il ricovero si attesta al 67% nei bambini e al 48% negli adulti della fascia 18-64 anni, con dati ancora migliori nei soggetti vaccini in precedenti stagioni.Sebbene il vaccino possa presentare una minore efficacia nel prevenire l’infezione con il sottoclade K, rimane altamente efficace nel prevenire le forme gravi della malattia e soprattutto i ricoveri ospedalieri.Il vaccino continua inoltre a mantenere la sua piena efficacia nei confronti degli altri virus influenzali circolanti (A/H1N1 e B).Le Misure Preventive Non Farmacologiche
Secondo le raccomandazioni del Dr. Paolo Meo del CESMET nei confronti dei pazienti e dei viaggiatori, in particolare a coloro che richiedono consulenze preventive presso il POLO VIAGGI CESMET – ARTEMISIA, la prevenzione dell’influenza si basa su semplici ma efficaci misure igieniche:
Igiene delle Mani
Lavare regolarmente le mani con acqua e sapone, soprattutto dopo aver toccato superfici e suppellettili, prima di portarsi le mani al viso, e prima di mangiare. L’uso di igienizzanti per le mani con alcol (almeno 60%) rappresenta un’alternativa valida quando l’acqua non è disponibile.
Igiene Respiratoria
Coprire la bocca e il naso quando si tossisce o starnutisce, preferibilmente utilizzando un fazzoletto monouso (che deve essere subito gettato) o, in sua assenza, la piega del gomito.
Isolamento delle persone Malati
Restare a casa quando si presentano sintomi attribuibili a malattie respiratorie febbrili, soprattutto nella fase iniziale della malattia. Il periodo di contagiosità inizia uno o due giorni prima della comparsa dei sintomi e termina circa una settimana dopo l’esordio; nei bambini e nei soggetti immunocompromessi questa durata può essere più lunga.
Uso della Mascherina in Caso di MalattiaNei soggetti infetti, l’indossare di una mascherina chirurgica contribuisce a ridurre la trasmissione del virus, soprattutto in ambienti affollati e nei contatti ravvicinati.
Distanziamento da Persone Malate
Evitare il contatto stretto con persone che presentano sintomatologia influenzale, mantenendo una distanza di almeno un metro durante le fasi di tosse o starnutazione.
Pulizia e Ventilazione degli Ambienti
Mantenere gli spazi frequentati ben ventilati e pulire regolarmente le superfici di contatto frequente (maniglie, banchi, telefoni, etc.).
Vaccinazione: Timing e Categorie PrioritarieIl momento ottimale per sottoporsi a vaccinazione antinfluenzale è tra metà ottobre e metà dicembre, poiché la protezione diventa attiva dopo 5/6 giorni per la prima “attivazione linfocitaria e monocitaria”, e completamente efficace dopo circa 2 settimane dopo la somministrazione. Il picco influenzale è atteso tra dicembre 2025 e gennaio 2026, tuttavia, non è mai troppo tardi per vaccinarsi e quindi nel mese di gennaio è possibile coprirsi nei confronti del virus. Lo stesso Ministero della Salute raccomanda di effettuare la vaccinazione anche tra dicembre e gennaio.Queste le categorie prioritarie per la vaccinazione, per la stagione 2025-2026:
Persone di età pari o superiore a 60 anni
Bambini da 6 mesi a 6 anni
Donne in gravidanza
Persone con patologie croniche (malattie cardiache, respiratorie, diabete, immunodeficienze, etc.)
Personale sanitario e sociosanitario
Familiari e conviventi di persone ad alto rischio
Persone residenti in strutture di lungodegenza o assistenziali
I soggetti ad alto rischio dovrebbero vaccinarsi già dal mese di ottobre, al fine di garantire la massima protezione possibile durante l’intera stagione.Quando Rivolgersi al Medico: Segnali di AllarmeIl Dr. Paolo Meo del POLO VIAGGI CESMET sottolinea l’importanza di riconoscere i sintomi che richiedono un intervento medico urgente. Si consiglia di contattare il medico curante nel caso in cui:
I sintomi influenzali sembrino inizialmente migliorare, ma poi si ripresentino accompagnati da febbre elevata e peggioramento della tosse
La febbre non scenda nonostante l’assunzione di farmaci antipiretici
È necessario recarsi immediatamente al pronto soccorso in caso di:
Difficoltà respiratoria o fiato corto
Dolore o sensazione di pressione a livello del torace o dell’addome
Vertigini improvvise o capogiri
Stato confusionale
Vomito prolungato o grave
Febbre molto alta che non risponde ai farmaci antipiretici
Nei bambini: colorito bluastro della pelle, respiro accelerato, sonnolenza anomala, irritabilità, o movimento ridotto
Conclusioni e Raccomandazioni del Dr. Paolo MeoIl Dr. Paolo Meo, direttore del POLO VIAGGI CESMET – ARTEMISIA, sintetizza le raccomandazioni per affrontare al meglio la stagione influenzale 2025-2026:La situazione epidemiologica attuale deve generare attenzione per la prorpia e l’altrui salute. Sebbene il sottoclade K del virus A(H3N2) mostri una maggiore contagiosità e abbia allungato la stagione influenzale nell’emisfero australe, non costituisce un nuovo virus e non provoca necessariamente forme più gravi di malattia.La vaccinazione rimane lo strumento più efficaceper ridurre il rischio di contrarre l’influenza e soprattutto per prevenire le complicanze e i ricoveri ospedalieri.Anche se l’efficacia è sicuramente leggermente ridotta nei confronti del sottoclade K, il vaccino mantiene comunque un’efficacia significativa nel proteggere dalle forme severe.L’associazione tra vaccinazione e misure igieniche fondamentaliossia: igiene delle mani, igiene respiratoria, isolamento quando malati, ventilazione degli ambienti – rappresenta l’approccio più razionale e scientifico per ridurre la diffusione virale e proteggere sia se stessi che i soggetti più vulnerabili della comunità.Per coloro che necessitano di consulenze specializzate sulla prevenzione influenzale, sulle strategie vaccinali personalizzate in base al profilo di rischio individuale, o che desiderano sottoporsi a vaccinazione antinfluenzale presso una struttura specializzata in medicina preventiva e del viaggio, il POLO VIAGGI CESMET – ARTEMISIA rimane a disposizione con consulenze mediche sia in ambulatorio che online, grazie al coordinamento del Dr. Paolo Meo e del suo staff di assistenti.
Dove e quanto si è diffusa la febbre emorragica da Virus Dengue?
La “Febbre da virus Dengue” negli ultimi decenni si è diffusa a macchia d’olio e si è imposta come emergenza di sanità pubblica nella maggior parte dei paesi tropicali. In Africa si è diffusa in modo particolare negli ultimi venti anni, in Asia ed in particolare in America Centrale e Meridionale è una malattia endemica con epidemie diffuse. (OMS 2021 CLICCA)
Il “vettore primario” per questa malattia è una zanzara, la Aedes, che è diffusa nella maggior parte dei paesi equatoriali e tropicali, e si sviluppa in particolare nelle zone urbane dove gli abitanti sono molto suscettibili all’infezione. Il processo di urbanizzazione selvaggia degli ultimi trenta anni ha lasciato, in molti paesi depressi, la popolazione con sistemi fognari a cielo aperto, con discariche inserite nel tessuto urbano, con sistemi per la raccolta delle acque non controllati e con dispersioni di acqua in altissime percentuali. Acquitrini e paludi all’interno e nelle periferie delle città costituiscono un polmone per la presenza delle zanzare. Tutto questo ha consentito la formazione di ambienti favorevoli all’insediamento ed alla crescita del vettore, velocizzando in questo modo la diffusione dell’infezione.
Come si manifesta la febbre emorragica da virus Dengue?
La “febbre da virus dengue” può manifestarsi in diversi modi. Da una “infezione asintomatica” ad una “malattia lieve” fino a “forme gravi e mortali” . Studi epidemiologici in diversi continenti stimano che una su quattro infezioni manifestino sintomi. Oltre il 70% delle persone punte da zanzare con il virus si infetta in modo asintomatico. Un 30/35 % delle persone infettate manifesta la malattia e i sintomi si manifestano in modo acuto da lievi a moderati e generalmente aspecifici.
Quanti sono i tipi del virus della Dengue
I 4 TIPI DELLA DENGUE
Quattro sono i tipi di virus della Dengue. Ogni tipo induce una immunità specifica verso il proprio ceppo, di lunga durata, ma che non copre gli altri tipi. Quindi le persone possono essere infettate dal virus della dengue fino a quattro volte.
Le forme gravi e talvolta mortali di malattia incorrono in circa 1 paziente su 20.La seconda infezione da DENV è un fattore di rischio per la dengue grave.
La febbre da virus dengue è classificata in (1) dengue o (2) dengue grave;
(1) DENGUE è definita, in una persona febbrile che ha viaggiato o vive in un’area endemica, da una combinazione di 2 o più dei seguenti segni o sintomi. Tra i sintomi: la nausea, il vomito, eruzioni cutanee, dolori, un test del laccio emostatico positivo, la leucopenia. Tra i segni: dolore o dolorabilità addominale, il vomito persistente, l’accumulo di liquidi, il sanguinamento della mucosa, la letargia, l’irrequietezza e epato e splenomegalia.
(2) DENGUE GRAVE è definita con uno qualsiasi dei seguenti sintomi: una grave perdita di sangue che porta a shock, l’accumulo di liquidi con distress respiratorio; un grave sanguinamento; una grave insufficienza epatica con transaminasi ad oltre ≥1.000 UI/L, alterazione della coscienza, una insufficienza cardiaca.
Questa classificazione sostituisce la precedente in uso dal 1975 al 2009 classificate come (1) febbre da dengue; (2) febbre emorragica dengue (DHF);
(3) sindrome da shock dengue – la forma più grave di DHF.
Come viene classificato l’agente infettivo della Dengue e quale è il suo ciclo vitale?
CARATTERISTICHE DEL VIRUS DELLA DENGUE Il virus della “febbre da Dengue” appartiene alla famiglia dei Flaviviridae ed ha quattro principali sierotipi simili tra loro: DEN-1, DEN-2, DEN-3, and DEN-4. Questi sierotipi del virus hanno un genoma ad RNA.
Quali altri virus oltre quelli della DENGUE fanno parte della famiglia dei “FLAVIVIRUS” ?
Fanno parte della “famiglia dei Flavivirus” altri virus causa di febbri emorragiche presenti prevalentemente in aree tropicali quali: la febbre gialla; l’encefalite di Saint-Louis (america del nord); l’encefalite giapponese; West Nile virus; .
Tutte queste malattie sono trasmesse da artropodi, soprattutto da diversi tipi zanzare e da zecche degli animali, e questi virus causa di queste malattie sono anche denominati Arbovirus ossia “arthropod borne virus” – virus trasmesso da artropodi.
I Flavivirus sono virus con genoma ad RNA a singolo filamento positivo appartenenti alla famigliaFlaviviridae. La struttura di questi virus è formata da alcune molecole proteiche più esterne che formano il “pericapside”; molecole proteiche più interne che formano il ”capside”; ed una sola molecola ad RNA, con un senso di lettura 3′ – 5′.
I “VIRIONI” della DENGUE sono di forma sferica, dotati di un “PERICAPSIDE” della dimensione di 50 nm. Questo ricopre un “NUCLEOCAPSIDE” della dimensione di 30 nm di diametro. [A] “capside virale”: composto da tre proteine strutturali: (1) proteine di rivestimento esterno (E); (2) proteine del capside (C); (3) proteine di membrana interna (M); Le glicoproteineE, envelope esterno, svolgono un ruolo centrale nella biologia delle infezioni. Costituiscono il legame del virus con la superficie cellulare e favoriscono la penetrazione nella cellula bersaglio. Questa proteina esterna (E) è il “bersaglio” della risposta immunitaria dell’organismo ospite. La proteina E è costituita da 500 aminoacidi con tre “domini antigenici”.
Le 90 glicoproteine dimeriche (E) sono coinvolte nell’attacco e nella penetrazione nella cellula. Sono disposte parallelamente alla superficie del virione, formando una struttura “a spina di pesce” a simmetria icosaedrica. Questa struttura è stata sudiata nel VIRUS della DENGUE tipo 2, nell’ WNVirus nel virus dell’encefalite trasmessa da zecche. La conferma di questa struttura è arrivata dalle immagini ottenute con la microscopia crioelettronica.
La proteina interna del capside ( C ) è una proteina strutturale ed ha la funzione di assemblare insieme le parti del virione.
I virioni del virus DENGUE si assemblano nel citoplasma cellulare, via via che vengono prodotte le proteine dai ribosomi delle cellule ospiti e, migrando verso la periferia della cellula, vengono liberati all’esterno per un processo di “gemmazione” della membrana cellulare.
Il genoma del virus della Dengue contiene 11.000 paia di basi e la sua funzione è quella di passare l’informazione per codificare (realizzare) 3 proteine strutturali esterne e 7 proteine non strutturali ma funzionali per la replicazione virale: (a) tre proteine che costituiscono la struttura esterna del virus, il virione, ossia il “cappotto / corpo del virus”,
Le proteine sono denominate(C; prM; E); (B) sette diverse proteine che vengono prodotte e rilasciate nella cellula ospite (umana) e consentono la replicazione e la moltiplicazione dei virus (figli) (NS1, NS2a, NS2b, NS3, NS4a, NS4b, NS5)
I cinque sierotipi della famiglia della DENGUE
Il virus DENGUE esiste in cinque diversi sierotipi, denominati DENV-1, DENV-2, DENV-3, DENV-4 e DENV-5.
Ognuno dei diversi tipi di virus dengue può causare la malattia febbrile con sintomi acuti, causati da una risposta infiammatoria dell’organismo, spesso abnorme ed anche pericolosa per l’organismo stesso.
Come avviene la trasmissione della DENGUE?
Il “virus della febbre da virus dengue” è caratterizzato da due trasmissioni con differenti caratteristiche: [A] La “trasmissione / diffusione silvestre”, ossia in ambiente rupestre, di savana e di foresta, utilizzando vettori, in questo caso zanzare denominate AEDES, che succhiano sangue di “primati”, in questo caso di scimmie. Si ritrovano nelle foreste del Sud-est asiatico, dell’Africa e della America Latina. Nelle aree rurali delle aree tropicali la trasmissione avviene solitamente tramite puntura da parte di Aedes aegypti e altri tipi tra i quali Aedes albopictus denominata anche zanzara tigre dalle caratteristiche zampe a strisce di tigre. “Aedes albopictus” è la zanzara che si è anche diffusa in Europa, ed in particolare nel bacino del mediterraneo. [B] La “trasmissione cittadina” avviene tramite Aedes aegypti. Il ciclo vitale del vettore nelle aree urbane è caratterizzato da trasmissione “interumana”. L’ospite è l’uomo, che viene punto dalla zanzara, che trasmette il virus ad un altro individuo. La crescita incontrollata delle città, con ambienti favorevoli alla riproduzione delle zanzare, nelle aree endemiche per la dengue ha portato a un aumento esponenziale delle epidemie e della quantità di virus circolante. I cambiamenti climatici, con l’innalzamento delle temperature e dell’umidità, e il diffondersi di aree acquitrinose, hanno permesso la diffusione anche in zone originariamente risparmiate, in particolare nelle aree rivierasche dei paesi mediterranei, ma sempre più anche nelle aree interne e continentali. Queste condizioni hanno permesso ormai la diffusione di Aedes in molte zone d’Europa, con l’insorgenza di piccoli focolai, anche autoctoni di febbre da Flavivirus, ed in particolare casi di Dengue. e potrebbe, in futuro, rappresentare una minaccia per l’Europa.
L’infezione di un sierotipo causa una malattia simile agli altri, ma conferisce una immunità specifica per il sierotipo, a vita, ma non protegge dall’attacco degli altri sierotipi, che possono indurre una malattia simile, e indurranno un ulteriore immunità specifica solo per il sierotipo in questione. Per questo meccanismo di protezione immunitaria sierospecifica, ci si può infettare di DENGUE solamente 4 volte. Ma le reinfezioni possono essere pericolose per reazione immune ed infiammatoria abnorme.
E’ noto che la forma severa, pericolosa e particolarmente acuta, dovuta ad una risposta immune abnorme avviene in caso di infezione secondaria in individui che prima hanno avuto infezione da DENV-1 e che in seguito vengono infettati da DENV-2 o DENV-3. Una altra reazione particolarmente grave può avvenire in persone infettate prima da DENV-3 e poi reinfettate con DENV-2.
Le zanzare trasmettono con la loro puntura il virus agli esseri umani dopo che hanno punto una persona infetta, infettandosi. La trasmissione non è quindi diretta uomo – uomo, ma sempre attraverso la puntura di un vettore.
Il virus entra nel circolo, depositato dalla zanzara, che lo inocula nel microcircolo del sottocutaneo. Circola per 2-7 giorni ed è in questo periodo che un’altra zanzara, pungendo l’uomo infetto, può prelevarlo e trasmetterlo ad altri soggetti. Il “virione con genoma a RNA” entra nel microcircolo viene assorbito e va a legarsi alle membrane delle cellule endoteliali dell’ospite stesso. Sebbene il recettore al quale si legano dia luogo ad endocitosi, il virione comunque rimane momentaneamente bloccato nella cellula ospite all’interno di una vescicola.
Le membrane della cellula ospite sono associate a glicoproteine che contengono una regione che media la fusione fra la membrana cellulare e l’involucro esterno del virione. Questa fusione avviene in ambiente acido. Una volta avvenuta la fusione il virus perde il rivestimento esterno e comincia la traduzione del suo genoma. Si ha quindi la produzione di proteine virali fra il reticolo endoplasmatico e l’apparato del Golgi dove eventualmente le membrane cominciano a riavvolgere il genoma virale dando luogo alla moltiplicazione virale. I virioni si accumulano quindi nelle cellule dell’ospite. Lo step finale del ciclo vitale si ha con la fusione delle vescicole contenenti i virioni con le membrane delle cellule plasmatiche. A questo punto le particelle sono rilasciate e libere di infettare altre cellule.
Come avviene la trasmissione della malattia e quali sono le caratteristiche dell’incubazione?
I Flavivirus in genere, ed il virus della Dengue in particolare, vengono trasmessi attraverso la puntura di diversi tipi di zanzare. Il vettore principale per la Dengue è la zanzara del genere Aedesaegypti.Anche A. albopictus, che si è diffusa in Europa negli ultimi decenni, può trasmettere il virus. Questo tipo di zanzara si nutre di sangue umano prevalentemente di giorno, ma questa non è una regola fissa. Troviamo zanzare del genere Aedes attive anche durante il crepuscolo e la notte. Aedes, durante il pasto, punge individui, alcuni dei quali possono essere infetti del virus in questione. La zanzara, quindi, si infetta, e può rimanere infetta tutta la vita, diventando la causa di molteplici infezioni. Ogni esemplare vive dalle 2 alle 4 settimane, pungendo ed ovideponendo numerose volte. La zanzara può infettare un individuo per ogni puntura. E’ oramai accertato che le zanzare femmine possono trasmettere l’infezione alle generazioni successive. Difatti può passare il genoma virale alle larve amplificando il numero di zanzare adulte infette.
L’uomo diventa quindi l’ospite con cui infettarsi o da infettare. L’uomo funge quindi da ospite amplificatore della diffusione del virus. Anche alcuni tipi di scimmie possono essere infettate dalla puntura della zanzara Aedes e a sua volta infettare scimmie e uomini.
La zanzara del genere Aedes è uno dei pochi vettori che utilizza non solamente le raccolte di acqua per la crescita delle larve, ma anche un ambiente umido e questa caratteristica moltiplica in modo esponenziale la crescita e la diffusione di questo tipo di zanzare.
Porta di ingresso del virus e attività nelle cellule interne del sistema istio – linfocitario
La porta di ingresso dei Flavivirus, ed in particolare dei virus della Dengue è la CUTE. Il virus penetra insieme alla saliva dell’insetto. Nel sottocute e nel derma circostante all’inoculo i leucociti accorsi per difendere l’organismo da un nemico esterno, vengono attaccati. Il virus aderisce alla loro parete e penetra al loro interno, riproducendosi velocemente. In particolare il virus dengue aderisce allele cellule di Langerhans, cellule dendritiche, dalla forma a stella, che sono abbondanti nella cute, sotto cute e derma ed anche in alcune mucose. Hanno la funzione di attivare ed amplificare il sistema difensivo chiamando altri tipi di globuli bianchi con i loro segnali chimici. I Flavivirus (Dengue) entrano in questi tipi di globuli bianche attraverso il processo di endocitosi mediato dal contatto e interazione tra proteine virali e proteine specifiche presenti nella membrana cellullare. Queste proteine sono la lectina DC-SIGN, la CLEC5A ed il complesso proteico che forma il recettore per il mannosio. Questa interazione tra proteine virali e proteine della cellula di Langerhans o di altri GB quali monociti e macrofagi, consente l’entrata nella cellula stessa. Il virus comincia a replicare all’interno della cellula all’interno di microvescicole adese al sistema reticolo endoplasmatico. Qui il genoma virale ad RNA viene copiato attraverso l’attivazione dei ribosomi, e comincia la produzione delle che verranno assemblate nell’apparato di Golgi cellulare dove avviene la maturazione e la costituzione dei nuovi virioni che escono dalla cellula mediante il processo di esocitosi. Questi leucociti infetti si spostano verso i linfonodi più vicini.
Le membrane della cellula ospite sono associate a glicoproteine che contengono una regione che media la fusione fra la membrana cellulare e l’involucro esterno del virione. Questa fusione avviene in ambiente acido. Una volta avvenuta la fusione il virus perde il rivestimento esterno e comincia la traduzione del suo genoma. Si ha quindi la produzione di proteine virali fra il reticolo endoplasmatico e l’apparato del Golgi dove eventualmente le membrane cominciano a riavvolgere il genoma virale dando luogo alla moltiplicazione virale. I virioni si accumulano quindi nelle cellule dell’ospite. Lo step finale del ciclo vitale si ha con la fusione delle vescicole contenenti i virioni con le membrane delle cellule plasmatiche. A questo punto le particelle sono rilasciate e libere di infettare altre cellule.
I leucociti infetti producono interferone e altri fattori e molecole scatenanti diversi processi che inducono aumento della temperatura (febbre), dolore, brividi e sudorazione ed altri sintomi simil-influenzali.
Il sistema immunitario produce tra le diverse molecole gli interferoni molecole particolarmente attive nella difesa da infezioni virali. I sierotipi di dengue virus hanno la capacità di diminuire o neutralizzare l’efficacia dell’interferone. Sempre gli interferoni attivano i linfociti T contro i virus, ed anche i linfociti B che inducono la produzione di anticorpi contro gli antigeni virali. Alcuni tipi di virus Dengue riescono ad eludere questi meccanismi di attacco delle cellule difensive. I virus vengono trasportati lontano dai lisosomi del fagocita, evitano la distruzione e continuano a replicare.
Infezioni particolarmente gravi e con elevata presenza di virus coinvolgono anche il fegato il midollo osseo, causando lesione delle cellule del parenchima ma anche dell’endotelio dei vasi capillari. La replicazione del virus nelle cellule del midollo osseo altera i processi di emopoiesi. A causa di una alterazione del processo di maturazione delle cellule ematiche, diminuiscono in quantità e funzionalità le piastrine, causando piastrinopenia, più o meno accentuata, responsabile delle emorragie tipiche della dengue.
Sempre per effetto di alcuni meccanismi che esitano in lesioni cellulari da parte dei virus, in particolare a livello dell’endotelio vascolare, con aumento della permeabilità vascolare, passato il rapido periodo febbrile tipico dei primi giorni, si può verificare un versamento pleurico (accumulo di liquidi nel torace) o la presenza di ascite nell’addome. L’esito è una diminuzione dei liquidi intravascolari con ipovolemia e scarsa perfusione degli organi vitali.
Le manifestazioni di Dengue Grave, con shock o febbre emorragica si presentano in meno del 5% dei pazienti ed in particolare in coloro che sono infettati una seconda volta da un diverso sierotipo del dengue virus.
Incubazione
L’incubazione della malattia varia da 2 a 15 giorni con un esordio che generalmente è improvviso, acuto o iperacuto.
Distribuzione geografica
Agg. Del maggio 2023
Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità la “Febbre da virus Dengue” causa oltre 100 milioni di casi ogni anno in tutto il mondo. La Dengue è diffusa in tutto il Sud – Est Asiatico, nell’Asia sud – Occidentale, in Oceania ed in Estremo Oriente. E ‘presente anche nel continente africano. Si stima che oltre il 50% della popolazione mondiale sia a rischio di questa malattia.
Attualmente oltre 4 miliardi di persone vivono in 125 Paesi a rischio Dengue.
La diffusione della dengue continua ad aumentare ed in molte regioni tropicali nel post pandemia del Covid-19 ha avuto un aumento anche del 500/700%. Numeri impressionanti, anche per l’incuria a cui è stato abbandonato l’ambiente dove si riproducono gli insetti. L’Europa ed in particolare i paesi del bacino del mediterraneo, a causa dei cambiamenti climatici, per aumento di calore, umidità e piogge, ma anche per l’aumento di spostamento di merci e persone sono diventati paesi a rischio Dengue, dove già si presentano sporadici focolai autoctoni della malattia.
Quasi la metà della popolazione mondiale, circa 4 miliardi di persone, vive in aree a rischio dengue, e i numeri sono in aumento. La “febbre virale da Dengue” è diventata una delle principali cause di malattia nelle aree a rischio . Nell’Unione Europea la febbre dengue si verifica in modo sporadico, soprattutto nell’Europa continentale dove non esistono le condizioni per una diffusione della malattia con casi autoctoni. I paesi che si affacciano sul bacino del Mediterraneo, per le loro caratteristiche climatiche, sono diventati sede di focolai che si sviluppano indipendentemente dall’importazione dei casi dal tropico.
DISTRIBUZIONE AEDES IN EUROPA
I casi in Europa derivano da viaggiatori che tornano dopo essersi infettati dal tropico. Dal 1999, il Network europeo per la sorveglianza delle malattie infettive da importazione (TropNetEurop) ha riportato oltre 2000 casi di dengue fra i viaggiatori europei. Nella maggior parte dei casi, le infezioni sono state contratte, nell’ordine, in India, in Thailandia, in Indonesia, in Messico e in Brasile. Secondo il documento dell’Ecdc “Dengue Ferver: Short epidemiological update, 2009”, tra gennaio e giugno 2009 sono stati riportati nelle Americhe un totale di 480.909 casi di dengue, compresi 7.547 casi di febbre emorragica da dengue, con 189 decessi; il 91% di questi casi è stato segnalato in Argentina, Bolivia, Brasile e Colombia.
La dengue è emersa come un problema globale a partire dagli anni ’60. La malattia è comune in molte destinazioni turistiche popolari nei Caraibi (incluso Puerto Rico), nell’America centrale e meridionale, nel sud-est asiatico e nelle isole del Pacifico. Negli Stati Uniti, casi locali e una limitata diffusione della dengue si verificano periodicamente in alcuni stati con climi caldi e umidi e zanzare Aedes.
Chiunque viva o viaggi in un’area a rischio dengue è a rischio di infezione.
Quali sono i sintomi ed i segni della malattia?
Fase febbrile acuta iniziale
La “febbre da Dengue” si presenta con una sintomatologia acuta, generalmente violenta, dalle caratteristiche simil-influenzali. La malattia nei bambini si può manifestare con caratteristiche simili ad una influenza forte con presenza di roseole e reazioni cutanee. Gli adolescenti e gli adulti, rispetto ai bambini, presentano sintomi più leggeri con febbre più contenuta. La malattia si manifesta con sintomi caratteristici quali rialzo di temperatura elevato, mal di testa, dolore agli occhi, dolore anche importante alle articolazioni e ai muscoli. Talvolta manifestazioni eritematose esantematiche cutanee.
Febbre emorragica da Dengue DHF
La persona che si infetta con un sierotipo, per la prima volta, si immunizza verso questo sierotipo e difficilmente ammala una seconda volta. Ma se la stessa persona contrae una infezione con un sierotipo differente, è elevata la possibilità di una manifestazione di “febbre emorragica da Dengue (DHF)”. Questa forma morbosa, causata dall’infezione di un secondo tipo di dengue, differente dal primo, può portare manifestazioni particolarmente acute e talvolta fatali.
La DHF è caratterizzata da febbre acuta ed elevata; dolori generalizzati particolarmente violenti; manifestazioni cutanee caratterizzate da fenomeni emorragici petecchie, ecchimosi, porpora, epistassi, sanguinamento delle gengive, ematuria o risultato positivo del test del laccio emostatico.
Tra gli altri sintomi è frequente l’ingrossamento del fegato e della milza (epato-splenomegalia); collasso del sistema circolatorio.
Caratteristica della malattia la presenza di una febbre in rapida crescita; brividi squassanti e talvolta sudorazione; eritema facciale è l’inizio degli episodi anche di piccole emorragie puntiformi, dovute al crollo delle piastrine. La febbre con picchi fino a 41°C può durare generalmente dai 2 ai 5 giorni. Spesso, soprattutto nei bambini piccoli è accompagnata da convulsioni squassanti.
Senza un adeguato trattamento sintomatico, per il controllo dello stato di shock, il collasso cardio – circolatorio, la diminuzione drastica di piastrine, il paziente può morire in 12-24 ore.
Il tasso di letalità della “febbre emorragica da dengue” a una incidenza talvolta superiore al 30%;
I decessi sono prevalenti nei neonati < 1 anno.
Quali sono i segnali di avvertimento di aggravamento verso una DHF ?
Sono da considerare “segnali premonitori” di un peggioramento della febbre da dengue verso una forma grave o da DHF, quei sintomi che si manifestano al termine della fase febbrile (tardiva), durante il periodo della defervescenza della febbre (verso il 5° giorno di sintomi). Il manifestarsi di vomito persistente, dolore addominale importante, spesso crampiforme, edema diffuso per accumulo di liquidi; sanguinamento delle mucose e una ingravescente difficoltà respiratoria. Tutti questi sintomi in fase tardiva accompagnati talvolta da letargia o irrequietezza, tendenza all shock, ingrossamento rapido del fegato con dolenzia in ipocondrio destro e segni di emoconcentrazione, ossia aumento dell’ematocrito costituiscono elementi di aggravamento e segnali di avvertimento di evoluzione verso gravi forme da DHF.
Fase critica
La fase critica della dengue inizia durante la defervescenza della febbre con una durata tra le 24-48 ore.
I pazienti al termine della fase febbrile manifestano un miglioramento clinico, ma diversi soggetti, circa il 30%, a causa del un marcato aumento della permeabilità vascolare, a causa di una notevole perdita di plasma, entro poche ore, sviluppare una dengue grave, in evoluzione verso la dengue emorragica.
I pazienti con aumento della permeabilità vascolare, e perdita di plasma nelle cavità organiche possono presentare versamenti pleurici, ascite, ipoproteinemia e emoconcentrazione.
I pazienti, superata la fase iniziale sembrano manifestare un buono stato di salute, ma compaiono i primi segni di shock. Con l’ipotensione da perdita dei liquidi dal distretto vascolare, l’alta pressione diminuisce rapidamente e può comparire shock irreversibile e morte improvvisa.
Un altro evento grave e talvolta mortale Ia comparsa di gravi manifestazioni emorragiche, tra cui sangue nelle feci (ematemesi), feci sanguinolente o menorragia. Peggioramenti dello stato generale possono includere epatite, miocardite, pancreatite ed encefalite da virus Dengue.
Fase di convalescenza
La convalescenza inizia con la diminuzione della permeabilità capillare e vascolare. I liquidi intracavitari iniziano ad essere riassorbiti. Diminuisce l’edema sottocutanea, i versamenti pleurici e addominali.
Durante la fase di convalescenza si stabilizza lo stato cardio circolatorio, anche se si manifesta spesso una bradicardia reattiva. L’ematocrito del paziente, cresciuto in modo grave in precedenza, si stabilizza e diminuisce per effetto della diluizione del siero dovuta al riassorbimento dei liquidi. I leucociti aumentano nuovamente e le piastrine riequilibrano.
L’eruzione cutanea può desquamare ed essere particolarmente pruriginosa.
Come si effettua la diagnosi della Dengue e quale è il trattamento ?
La prima diagnosi o sospetto diagnostico è sempre clinico. I sintomi possono essere confusi con quelli del tifo esantematico da zecche (Rickettsie); della febbre da zecche del Colorado, della febbre gialla e con altre febbri emorragiche.
Il sospetto clinico per malattia da Dengue virus va considerato in tutti coloro che denunciano sintomi clinicamente compatibili e che vivono o hanno viaggiato nelle 2 settimane prima dell’esordio dei sintomi in aree endemiche per la malattia.
In chi presenta in modo acuto febbre, mal di testa, dolori muscolari e talvolta eruzioni cutanee al rientro da paesi endemici dell’area tropicale e subtropicale, va posto il sospetto diagnostico e prescritti esami per confermare la diagnosi.
Quali sono i “Test diagnostici” da fare per una corretta diagnosi di Dengue
Test RT-PCR per DENGUE VIRUS o test di amplificazione degli acidi nucleici (NAAT)
Anche per Dengue virus, come per molti altri virus, il test PCR o di “amplificazione degli acidi nucleici” risulta essere il “gold standard per la diagnosi di laboratorio”.
Il siero su cui eseguire la PCR deve essere raccolto nell’individuo dal momento dell’insorgenza dei sintomi fino al 7° giorno dopo l’esordio della malattia.
La conferma della presenza del virus può essere effettuata da un singolo campione di siero rilevando:
Le “sequenze genomiche virali” con la metodica RT-PCR
L’ ”antigene virale della proteina 1 (NS1) non strutturale della capsula esterna del virus con test immunologico.
La positività del test eseguito con le due metodiche è la conferma di laboratorio della malattia da dengue nei pazienti con una storia clinica o di viaggi effettuati in aree endemiche. La positività è presente nei primi 7 giorni di malattia ma può perdurare, soprattutto per la NS1, fino a due settimane.
Test sierologici
I test sierologici (o da studio del siero) identificano la presenza di
anticorpi del tipo M (IgM) che sono presenti nella prima fase della malattia, dopo 4 / 5 giorni dalla comparsa dei sintomi.
Anticorpi del tipo G (IgG), presenti nelle fasi di convalescenza dalla seconda settimana in avanti, non utile per la diagnosi della fase acuta della malattia in quanto rimangono rilevabili per tutta la vita dopo un’infezione da virus dengue.
Quindi in caso di sintomi sospetti e provenienza da zone endemiche il paziente deve essere sottoposto a test molecolare o antigenico (RT-PCR o NS1) e a test sierologico per la ricerca degli anticorpi (IgM).
Tuttavia, per il fenomeno della reattività crociata con altri flavivirus come Zika, l’interpretazione dei risultati e l’identificazione del virus, causa della malattia, può essere difficile.
La positività delle IgM in un campione di siero dimostra e conferma una recente infezione da virus della dengue per le persone che si sono infettate in luoghi in cui altri flavivirus potenzialmente cross-reattivi (come Zika, West Nile, febbre gialla e virus dell’encefalite giapponese) non sono presenti.
Flavivirus cross-reattivi
Nelle persone provenienti o residenti in aree dove sono presenti diversi flavivirus come Zika, West Nile, febbre gialla e virus dell’encefalite giapponese è probabile che i risultati siano falsificati per il fenomeno della cross-reattività. Per questo motivo devono essere eseguiti test diagnostici sia molecolari che sierologici per la dengue per identificare il virus, causa della malattia.
E’ possibile che persone vaccinate contro altri flavivirus (come la febbre gialla o l’encefalite giapponese) possono produrre anticorpi contro il flavivirus con reattività crociata, dando risultati falsi positivi ai test diagnostici, in particolare alla presenza di IgG.
Disponibilità di test di dengue
Presso il Cesmet Clinica del viaggiatore sono disponibili i test diagnostici per la dengue (molecolari e sierologici). Per informazioni scrivi cliccando qui e lasciando i dati richiesti. Oppure telefona al numero +390639030481
* Il test del liquido cerebrospinale è raccomandato nei pazienti sospetti con manifestazioni cliniche del sistema nervoso centrale come encefalopatia e meningite asettica.
Fase acuta: Iniziale 1-7 giorni dopo l’esordio dei sintomi
La fase acuta della malattia da virus dengue si sviluppa nei primi 1-7 giorni dopo l’esordio dei sintomi.
Durante questo periodo, il virus della dengue è presente nel sangue o nei fluidi derivati dal sangue come siero o plasma. L’RNA virale della dengue può essere rilevato con test molecolari. La proteina non strutturale NS1 è una proteina del virus della dengue che può essere rilevata con i test immunocromatografici e in immunofluorescenza.
Un risultato negativo di un test molecolare o NS1 non è definitivo nella diagnosi del virus. Per i pazienti sintomatici durante i primi 1-7 giorni di malattia, qualsiasi campione di siero deve essere testato mediante un test RT-PCR o NS1 e un test degli anticorpi IgM. L’esecuzione di test per anticorpi molecolari e IgM (o anticorpi NS1 e IgM) può rilevare più casi rispetto all’esecuzione di un solo test durante questo periodo di tempo e di solito consente la diagnosi con un singolo campione.
Fase di convalescenza: >7 giorni dopo l’esordio dei sintomi
Il periodo oltre i 7 giorni dopo l’insorgenza dei sintomi è indicato come la fase di convalescenza della dengue. I pazienti con risultati negativi del test PCR o NS1 e test anticorpali IgM negativi dai primi 7 giorni di malattia devono sottoporsi a un test convalescente per il test degli anticorpi IgM.
Durante la fase di convalescenza, gli anticorpi IgM sono solitamente presenti e possono essere rilevati in modo affidabile da un test degli anticorpi IgM. Gli anticorpi IgM contro il virus della dengue possono rimanere rilevabili per 3 mesi o più dopo l’infezione.
I pazienti che hanno anticorpi IgM contro il virus della dengue rilevati nel loro campione di siero con un test per gli anticorpi IgM e che: 1) hanno un risultato NAAT o NS1 negativo nel campione della fase acuta, o 2) senza un campione della fase acuta, sono classificati come aventi un presunta, recente infezione da virus dengue.
Test per differenziare la dengue da altri flavivirus
Considerazioni speciali:
Reattività incrociata: La reattività crociata è una limitazione dei test sierologici per la dengue. I test sierologici per rilevare gli anticorpi contro altri flavivirus come l’encefalite giapponese, l’encefalite di St. Louis, il Nilo occidentale, la febbre gialla e i virus Zika possono reagire in modo incrociato con i virus dengue. Questa limitazione deve essere considerata per i pazienti che vivono o hanno viaggiato in aree in cui co-circolano altri flavivirus. Pertanto, un paziente con altre infezioni da flavivirus recenti o pregresse può essere positivo quando testato per rilevare gli anticorpi IgM contro il virus della dengue. Per determinare con maggiore precisione la causa dell’infezione nei pazienti IgM positivi, i campioni IgM positivi possono essere testati per anticorpi neutralizzanti specifici mediante test di neutralizzazione della riduzione della placca (PRNT) (contro i quattro sierotipi del virus dengue e altri flavivirus; tuttavia,
Aree con flavivirus in co-circolazione: per le persone che vivono o viaggiano in un’area con dengue, Zika e altri flavivirus endemici o in circolazione contemporaneamente, i medici dovranno ordinare test appropriati per differenziare al meglio il virus dengue da altri flavivirus e possono consultare lo stato o laboratori di sanità pubblica locale o CDC per l’orientamento.
Donne in gravidanza: se la paziente è incinta e sintomatica e vive o ha viaggiato in un’area a rischio di Zika, testare Zika utilizzando NAAT oltre alla dengue.
Interpretazione dei risultati dei test
Se un test NAAT o NS1 è positivo per la dengue, viene confermata una diagnosi di dengue in corso.
Se il risultato NAAT è negativo e il test per gli anticorpi IgM è positivo, la diagnosi di laboratorio è presunta infezione da virus della dengue.
TRATTAMENTO
Non c’è un trattamento specifico per la febbre da Dengue. Solo una terapia sintomatica e una sorveglianza medica attenta può risolvere i problemi e salvare la vita a molti pazienti.
La terapia della “febbre da dengue”:
Sintomatica, ovvero attraverso l’utilizzo di farmaci che agiscono sui sintomi prevalenti, e non prevede farmaci eziologici ossia causali (antivirali).
Il riposo assoluto a letto è essenziale nella fase febbrile per evitare aggravamenti nella fase di defervescenza dai sintomi. Vengono utilizzati antipiretici ed antidolorifici. Importante la somministrazione di liquidi in via infusiva per prevenire i problemi di ipovolemia e shock ed il reintegro degli elettroliti persi. In caso di persistenza febbrile e comunque per evitare l’insorgenza di infezioni batteriche secondarie, in particolare nelle aree di accumulo dei liquidi, può essere opportuno l’utilizzo di antibiotici ad ampio spettro.
In caso di crollo della concentrazione di piastrine, si discute da sempre sulla efficacia dei concentrati piastrinici. Anche l’utilizzo di terapia cortisonica che per alcuni può aiutare la ripresa della parte corpuscolata mancante non trova conferme nella pratica clinica. .
Il superamento della malattia, dopo la prima fase febbrile di 5 giorni, avviene generalmente in due settimane.
La sorveglianza medica è essenziale per identificare prematuramente i segni che possono indirizzare alla diagnosi di DHF.
Non esistono farmaci antivirali specifici per la cura del virus della dengue.
La terapia di supporto prevede l’utilizzo di farmaci antifebbrili, quale il paracetamolo e antidolorifici, scelti tra i FANS privi di proprietà anticoagulanti. Assolutamente da evitare l’aspirina (acido acetilsalicilico) e tutti i farmaci contenenti acetilati a causa delle loro proprietà anticoagulanti
I pazienti infettati dal virus, febbrili nella fase acuta, dovrebbero adottare criteri preventivi per evitare le punture di zanzare Aedes, che con questo pasto ematico si infettano ed amplificano ad altri individui, l’infezione.
La Febbre da virus Dengue durante la gravidanza
I dati della bibliografia tengono conto degli esiti sanitari della dengue in gravidanza e degli effetti dell’infezione materna sul feto nei mesi di gestazioni.
E’ possibile il verificarsi di una infezione perinatale e l’infezione trasmessa dalle zanzare alla mamma “peripartum” può aumentare la probabilità di “infezione sintomatica” nel neonato.
Dei casi di “trasmissione perinatale” descritti in letteratura internazionale “tutti hanno sviluppato trombocitopenia”. La maggior parte dei neonati aveva evidenziato “ascite o versamenti pleurici” e la febbre è stata una costante. Quasi il 40% dei piccoli manifestava emorragia e 1 su 4 aveva ipotensione.
I neonati con infezione perinatale in genere si ammalano durante la prima settimana di vita.
Il passaggio placentare di “IgG materne contro il virus della dengue” (da una precedente infezione materna) può aumentare il rischio di “dengue grave tra i bambini infettati a 6-12 mesi di età”, quando l’effetto protettivo di questi anticorpi diminuisce.
Prevenzione e vaccinazione
PREVENZIONE
Prevenzione della febbre da virus della Dengue. Un modo efficace, ad oggi, per controllare la Dengue e la DHF è la lotta al vettore, ed in particolare combattere la presenza della zanzara Aedes nell’ambiente cittadino e silvestre.
Questo controllo avviene attraverso l’utilizzo di insetticidi chimici ambientali; e ancora ripulendo gli ambienti dove il vettore vive e si moltiplica sensibilizzando anche la popolazione che vive nei territori coinvolti. Attenzione particolare va posta alle raccolte di acqua, in particolare nelle gomme di automobili, bottiglie, lattine e altri oggetti luogo di ristagno di acqua, rendendo l’ambiente favorevole alla deposizione e schiusa delle uova di zanzara. Le larve sono trattate mediante l’utilizzo di insetticidi.
Ci sono state nel recente passato molte campagne in questo senso che hanno sensibilizzato la popolazione a ripulire l’ambiente circostante e le proprie case da gomme di automobili, bottiglie, lattine e altri oggetti nei quali l’acqua può ristagnare formando un habitat adatto per la zanzara. Le larve derivate dalla schiusa delle uova deposte dalle femmine di Aedes sono trattate mediante l’utilizzo di insetticidi. Dato che le zanzare sono più attive nelle prime ore del mattino, è particolarmente importante utilizzare le protezioni in questa parte della giornata.
UTILIZZO DI REPELLENTI CONTRO LE ZANZARE AD USO PERSONALE.
AEDES AL PASTO EMATICO
Zanzare: come e di cosa si cibano Le zanzare Aedes non si nutrono solo di sangue. Le femmine lo utilizzano, pungendo i mammiferi, quando hanno bisogno di energie per produrre le uova. Altre forme di nutrimento sono il nettare e la linfa che trovano nelle piante. Dopo la puntura compare un prurito molto fastidioso che è causato dalla saliva che la zanzara inietta nella pelle per evitare che il sangue coaguli e che la microscopica ferita cicatrizzi impedendole di succhiare la sua piccola dose di sangue.
Un prodotto considerato tra i “migliori REPELLENTI” naturali. Multiuso, sicuro, efficace, estratto dal frutto dell’albero di NEEM, utilizzabile anche sui neonati, nei bambini e in coloro che desiderano evitare prodotti chimici, ha mostrato grande efficacia come repellente dalle punture degli insetti in generale, ed in modo particolare nei confronti delle punture delle zanzare. Questo prodotto è efficace anche nei confronti delle zecche.
Nella formulazione per i viaggiatori questo olio, con l’aggiunta di “essenze” quali Corymbia citrodora, che ne potenzia l’efficacia e che ne migliora la fragranza e l’odore, possiede un utilizzo “multiplo”, nei confronti di parassiti e microbi, ed anche nelle ustioni.
DEET dietiltoluamide: lo spray DEET costituisce un metodo efficace per tenere le zanzare lontane applicando un repellente sulla pelle e anche sui vestiti. La dietiltoluamide (DEET), è una sostanza chimica sviluppata dall’esercito statunitense durante la Seconda guerra mondiale e derivata dall’agricoltura, usata per tenere lontani i parassiti. Non va confusa con il DDT. La DEET ha il problema che viene assorbita dalla pelle causando alla lunga problemi cutanei. Quindi in elevate concentrazioni non è raccomandata per i bambini (e in particolare non va mai usata sui bambini minori di due anni), e con pelli delicate. Consigliamo i repellenti Naturali a base di NEEM con aggiunta di essenze orientali.
ICARIDINA: L’icaridina (anche chiamata KBR 3023 o picaridina) è un prodotto sintetico sviluppato negli anni Ottanta e commercializzato dalle stesse aziende che vendono gli spray DEET. Alle giuste concentrazioni è efficace quanto la DEET, ma siccome rimane quasi completamente sulla pelle senza essere assorbita è più indicata anche per i bambini tra i due e i dodici anni.
VACCINAZIONE
Il primo vaccino per la dengue è stato realizzato già da diversi anni per i residenti nelle aree di rischio DENGUE e per i viaggiatori, tra i9 ed i 45 anni anni, che già avevano avuto la malattia in modo dimostrabile, attraverso la presenza di anticorpi IgG, ancora presenti: DENGVAXIA è il primo vaccino in commercio da diversi anni e approvato da FDA (americano) ed EMA (Europea). Utilizzato per la protezione delle popolazioni che vivono in paesi considerati ad alto rischio Dengue di età compresa tra i 9 ed i 45 anni di età.
Dal Dicembre 2022 in Europa Ema, ed in seguito dal febbraio 2023 in Italia è stato approvato il nuovo vaccino QDENGA della azienda TAKEDA. Questo nuovo vaccino è destinato alla popolazione, dai 4 anni in avanti sia che non ha avuto la malattia, sia da proteggere dagli aggravamenti nelle infezioni secondarie. PER INFORMAZIONI SUL NUOVO VACCINO QDENGA CLICCA QUI
– TAK-003: vaccino ancora in via di studio, ma in dirittura d’arrivo. Attualmente in Fase 3.
Notizie e bibliografia
Stato della ricerca
zanzara geneticamente modificata
Si sta cercando di ottenere una zanzara del genere Aedes modificata, in grado di essere resistente all’infezione virale in questione. Gli scienziati dell’Università della California di Irvine e i colleghi britannici di Oxford hanno messo a punto un nuovo ceppo di zanzare, in cui le femmine non possono volare, finendo così con il morire rapidamente allo stato selvatico. I maschi del ceppo possono volare, ma non mordono, dunque non trasmettono le malattie.
Quando le zanzare geneticamente modificate di sesso maschile si accoppiano con le femmine selvatiche e trasmettono i loro geni, le femmine della prossima generazione non saranno in grado di volare. Gli scienziati stimano che, se rilasciata la nuova razza potrebbe reprimere la popolazione della zanzara in sei – nove mesi. Inoltre, questo approccio potrebbe essere adattato anche per altre specie di zanzare, come Anopheles ossia quelle che propagano malattie come la malaria e “Culex“ Encefalite Giapponese.
Anche l’Italia farà parte del progetto di sperimentazione durante il prossimo inverno. Si stanno facendo degli studi sulla patogenesi nell’infezione da Dengue dell’ospite, facendo degli studi anche sulla storia dell’individuo e la delineazione dei caratteri dei gruppi più ad alto rischio. Ancora si stanno facendo ricerche sulle dinamiche di trasmissione e sulla genetica delle popolazioni colpite.
Cosa è il Botulismo facciamo un po’ di chiarezza
Il botulismo è una rara malattia ma può essere particolarmente grave, con conseguenze letali se la diagnosi ed il trattamento non vengono effettuati tempestivamente. I casi riportati sono poco frequenti, ma la gravità delle manifestazioni rende fondamentale una conoscenza corretta per prevenire la malattia
Ho realizzato questo documento per dare elementi chiari e basati su evidenze scientifiche. Desidero fornire elementi sugli aspetti critici della malattia, sulla causa biologica, e sulle pratiche di sicurezza alimentare quotidiane. Tutto questo per eliminare paure inutili ma per fornire strumenti concreti per diminuire i rischii.
________________________________________ Il Botulismo: Il batterio e la sua tossina FAQ 1: Che cos’è esattamente il botulismo e cosa lo causa?
Il botulismo è una malattia grave che causa paralisi. E’ definita come un’intossicazione da una “neurotossina” prodotta dal batterio Clostridium botulinum. Questa tossina è una delle sostanze più letali conosciute. Quindi la causa dei sintomi non è derivata direttamente dal batterio in sé, ma dalla tossina prodotta in condizioni ambientali, di conservazione, molto specifiche.
Un aspetto fondamentale per comprendere il rischio del BOTULISMO è un vero paradosso. Difatti il Clostridium botulinum è un microrganismo ubiquitario, presente ovunque, sotto forma di spore resistenti nel suolo, nei sedimenti marini e nelle acque di tutto il mondo. Una presenza costante e convive con noi. Ma se il batterio è così diffuso, perché la malattia è così rara? E’ chiaro che la semplice presenza delle spore del batterio non è sufficiente a causare la malattia. Il pericolo si presenta solamente quando le spore del Clostridium botulinum trovano un ambiente con condizioni tali che cominciano a germinare, a crescere e a produrre la neurotossina. La prevenzione non consiste nell’eradicare del batterio onnipresente ovunque ma consiste nella massima attenzione delle condizioni che ne favoriscono la produzione di tossine negli alimenti.
FAQ 2: In quali ambienti prospera il batterio del botulismo e produce la tossina?
Il Clostridium botulinum vive ovunque nel terreno, ma sono il determinate condizioni è spinto a produrre la neurotossina. I requisiti sono molto precisi, e possono essere creati in modo involontario durante alcuni processi di conservazione alimentare:
• Assenza di ossigeno (ambiente anaerobico): Il batterio è un anaerobio obbligato, l’ossigeno è tossico per lui e lo uccide. Cresce e produce tossina solo in ambienti privi di aria.
• Bassa acidità: La crescita del batterio e la produzione di tossina sono inibite in ambienti acidi. Il valore critico è un pH pari a 4.6. Al di sopra di questa soglia (cioè in alimenti a bassa acidità), il batterio può proliferare e produrre tossina. • Temperatura e umidità adeguate: Il batterio necessita di temperature specifiche calde (e non in refrigerazione) e di un’elevata umidità per attivarsi.
Frequentemente le tecniche di conservazione alimentare, nate per proteggere il cibo, possono creare un vero e proprio “incubatore involontario”. Sigillare un alimento in un barattolo o in una confezione sottovuoto vuol dire eliminare l’ossigeno. Questo serve per prevenire il deterioramento dei cibi causato dai batteri aerobici, ossia quelli che crescono in presenza di ossigeno. Ma questa tecnica, utile per un tipo di conservazione crea la condizione richiesta dal C. botulinum per produrre le sue tossine.
Ancora se l’alimento conservato è a bassa acidità (come fagiolini, mais, asparagi) e non viene sottoposto a un trattamento di bollitura sufficiente a distruggere le spore, si realizzano le condizioni ideali per la produzione della tossina.
Tecniche di sicurezza nel preparare alimenti conservati non considerano solo una adeguata sigillatura dei contenitori, ma in un adeguato trattamento termico, l’ebollizione fino a 121°C, oppure l’acidificazione.
FAQ 3: Quanti tipi di botulismo esistono?
Esistono diverse forme di botulismo che sono distinte dal modo in cui la tossina entra nell’organismo. I tre principali tipi di botulismo sono: 1. Botulismo alimentare:
È la forma più nota e si verifica in seguito all’ingestione di alimenti che contengono la “tossina botulinica” prodotta dal batterio direttamente nella confezione. Questo accade quando le “spore del batterio” sono presenti nella confezione (evento possibile, non raro), e queste, grazie a condizioni facilitanti germinano e producono la tossina durante la conservazione. 2. Botulismo infantile:
Colpisce i lattanti di età inferiore ai 12 mesi. In questo caso, il bambino non ingerisce la tossina, ma le “spore del batterio” (ad esempio, attraverso il miele o la polvere ambientale). A causadell’immaturità del loro sistema digestivo e della loro flora intestinale, le spore possono germinare, colonizzare l’intestino e produrre la tossina in vivo, cioè direttamente all’interno del corpo. 3. Botulismo da ferita:
È una forma rara che si verifica quando le spore di Clostridium botulinum contaminano una ferita profonda. In questo caso le condizioni di anaerobiosi della ferita permettono la germinazione e la produzione di tossina, che viene poi assorbita nel flusso sanguigno. Si ripete un po’ il meccanismo delle spore tetaniche. Ecco perché le ferite profondo, sporche di terra devono essere sempre pulite e disinfettate.
Confronto tra le Principali Forme di Botulismo Tipo di Botulismo Meccanismo di Acquisizione Fonte Tipica Popolazione a Rischio Alimentare Ingestione della tossina prodotta in condizioni ideali Conserve casalinghe a bassa acidità, Chiunque consumi l’alimento contaminato
pesce o carne affumicata o conservato in anaerobiosi
Infantile Ingestione di spore che producono tossina nell’intestino Miele non controllato, polvere ambientale Lattanti < 12 mesi
Da Ferita Contaminazione di una ferita profonda con terra Terreno; ferite profonde traumatiche, Persone con ferite contaminate e presenza di spore che producono tossina uso di droghe iniettabili
Manifestazioni Cliniche e Gestione Medica
Questa sezione descrive i sintomi, la progressione e il trattamento della malattia, sottolineando l’importanza di un intervento medico rapido.
FAQ 4: Quali sono i primi sintomi del botulismo alimentare e dopo quanto tempo compaiono?
I sintomi del botulismo alimentare sono essenzialmente neurologici e manifestano l’azione della tossina sul sistema nervoso periferico ed anche centrale. Tipicamente, compaiono tra le 12 e le 48 ore dopo l’ingestione dell’alimento contaminato. I primi segni coinvolgono i nervi cranici e includono: • Visione offuscata o doppia (diplopia) • Palpebre cadenti (ptosi) • Difficoltà ad articolare le parole (disartria) • Difficoltà a deglutire (disfagia)
A questi sintomi si aggiungono spesso: • secchezza delle fauci • debolezza generale.
Una caratteristica è l’assenza di febbre.
Questo è un elemento cardine che aiuta a distinguere il botulismo da altre patologie infettive.
FAQ 5: Come progredisce la malattia se non viene diagnosticata o trattata?
Se non diagnosticata o trattata, la malattia progredisce manifestando una paralisi flaccida discendente. Ossia la debolezza muscolare inizia dalla testa e dal collo e “scende” progressivamente al tronco, alle braccia e infine alle gambe.
Questa progressione evidenzia la necessità di una diagnosi ed un trattamento pronto: difatti il sistema nervoso viene sistematicamente “inibito e paralizzato” dall’alto verso il basso. La paralisi dei muscoli respiratori costituisce il reale pericolo e la causa principale di morte, in particolare la paralisi del diaframma. Quando questi muscoli cessano di funzionare, il paziente non è più in grado di respirare autonomamente, andando incontro a insufficienza respiratoria acuta e completa.Il paziente è pienamente cosciente e lucido durante questo processo di progressiva immobilità. Può diventare una morte cosciente lenta e drammatica. La prognosi dipende interamente dalla rapidità dell’intervento medico, che deve avvenire prima che la paralisi comprometta la funzione respiratoria.
FAQ 6: Come viene diagnosticato il botulismo?
La diagnosi di botulismo è clinica, cioè basata sulla valutazione della storia del paziente e sull’esame fisico. Occorre ricercare i sintomi caratteristici: (1) la paralisi discendente, (2) il coinvolgimento dei nervi cranici (3) l’assenza di febbre. (4) un’anamnesi alimentare di consumo recente di conservecasalinghe o altri alimenti a rischio;
• Il test di laboratorio può confermare la presenza della tossina botulinica:
• nel siero,
• nelle feci del paziente
• in campioni dell’alimento sospetto.
Questi test possono richiedere diversi giorni per produrre un risultato la qual cosa è evidentemente inutile nella identificazione della sindrome in tempo rapido. Il trattamento con l’antitossina deve essere sempre iniziato sulla base del solo sospetto clinico, senza attendere la conferma di laboratorio.
FAQ 7: Esiste una cura per il botulismo? Assolutamente sì: • la somministrazione di un’antitossina botulinica specifica.
Questo farmaco contiene anticorpi neutralizzanti che si legano alla tossina circolante nel sangue; in questo modo la tossina non può legarsi a nuove terminazioni nervose. l’antitossina può solo arrestare la progressione della malattia; non può risolvere la paralisi già in atto, poiché non può staccare la tossina che si è già legata ai nervi. • la terapia di supporto intensivo,
pratica vitale, poiché la minaccia principale è l’insufficienza respiratoria, i pazienti vengono ricoverati in unità di terapia intensiva. Se necessario, vengono sottoposti a ventilazione meccanica, che serve a mantenere la funzione respiratoria: Questo periodo, che può durare settimane o mesi, serve a riparare le connessioni nervose danneggiate e recuperare la forza muscolare.
Prevenzione Pratica e Sicurezza Alimentare
Qieste sono indicazioni pratiche per ridurre al minimo il rischio di botulismo alimentare attraverso corrette pratiche di conservazione e consumo degli alimenti.
FAQ 8: Quali sono gli alimenti più a rischio?
Il rischio di botulismo alimentare è legato al tipo alimenti conservati in cui il batterio ha potuto proliferare e produrre la tossina. Gli alimenti più comunemente implicati sono le conserve casalinghe di prodotti a bassa acidità (con un pH superiore a 4.6). Esempi classici includono: • Asparagi • Fagiolini • Barbabietole • Mais
Altri alimenti a rischio sono: • il pesce conservato, sia in scatola che fermentato, salato o affumicato in modo improprio,
• prodotti a base di carne come salsicce o prosciutti non correttamente stagionati. I prodotti industriali sono generalmente sicuri grazie a processi di sterilizzazione rigorosamente controllati.
FAQ 9: Come preparare le conserve casalinghe in totale sicurezza? La sicurezza delle conserve casalinghe dipende soprattutto dai livelli di acidità dell’alimento. Le spore di C. botulinum sono molto resistenti al calore e non vengono distrutte da una semplice bollitura in acqua (100°C), ma sono molto sensibili ai livelli di acido sotto un pH di 4,6.
Per alimenti a bassa acidità (pH > 4.6): L’unica strategia sicura è l’eradicazione totale delle spore. Questo si ottiene con la cottura in pentola a pressione (autoclave), l’unico strumento domestico in grado di raggiungere la temperatura di 121°C necessaria per distruggere le spore in modo affidabile. È essenziale seguire scrupolosamente i tempi e le pressioni indicate.
Gli alimenti acidi (pH < 4.6) sono sicuri: • La frutta, • pomodori acidificati o • verdure in salamoia,
in questo caso la strategia è diversa:
(1) L’ambiente acido stesso impedisce alle spore, anche se presenti, di germinare e produrre la tossina.
(2) un trattamento termico a bagnomaria (bollitura a 100°C) è sufficiente per garantire la conservazione e la sicurezza, poiché il suo scopo non è distruggere le spore, ma eliminare altri microrganismi e creare il sigillo sottovuoto. (vedi bollitura dei pomodori)
Invece applicare il metodo per alimenti acidi (bollitura) a quelli non acidi è un errore gravissimo che crea una falsa sensazione di sicurezza e un elevato rischio di botulismo.
FAQ 10: La cottura distrugge la tossina botulinica? Certo la cottura dei cibi conservati a differenza delle spore distrugge e neutralizza la tossina botulinica termolabile,Una bollitura per almeno 10 minuti è in grado di distruggere la tossina eventualmente presente in un alimento. La pratica di cottura dei cibi conservati per oltre 10 minuti è la migliore misura di sicurezza aggiuntiva, specialmente per le conserve casalinghe di alimenti a bassa acidità.
Prima di assaggiare una di queste conserve, è buona norma:
(1) svuotare il contenuto del barattolo in una pentola
(2) portarlo a ebollizione per 10 minuti.
Ma ricorda che questa pratica non deve sostituire le corrette procedure di inscatolamento. La regola d’oro rimane: “Nel dubbio, butta via”.
FAQ 11: Come posso riconoscere un alimento a rischio botulismo?
Un alimento contaminato dalle spore e dalla tossina botulinica presenta segnali di allarme visibili: • coperchi dei barattoli che si gonfiano (bombaggio), • fuoriuscita di liquido o schiuma all’apertura, • odori o aspetti anomali.
La presenza di uno qualsiasi di questi segni deve portare ad eliminare il prodotto senza nemmeno assaggiarlo.
Tuttavia, l’aspetto insidioso del botulismo alimentare consiste nella sua minaccia invisibile. E’ importante ricordare che un alimento contaminato con livelli letali di tossina botulinica può avere un aspetto, un odore e un sapore del tutto normali.
La difficoltà nel rilevare il pericolo di botulismo indica che la preparazione delle conserve secondo protocolli rigorosi costituisce l’unica sicurezza nell’evitare la malattia. Ciò rende imperativa la regola d’oro della sicurezza alimentare: “Nel dubbio, butta via”. Non vale mai la pena rischiare la vita per un barattolo di conserve.
Miti, Rischi Specifici e Popolazioni Vulnerabili
Desidero dare alcune indicazioni particolari e sfatare miti e legende :
FAQ 12: Perché il miele è pericoloso per i neonati ma non per gli adulti? Il mielepuò contenere naturalmente le spore di C. botulinum. Questo non rappresenta un pericolo per gli adulti o i bambini più grandi, sopra l’anno di età, perché la flora intestinale matura crea un ambiente competitivo che impedisce alle spore di germinare e produrre la tossina. Nei lattanti di età inferiore a un anno, invece, la flora intestinale è ancora immatura e non in grado di neutralizzare il Clostridium. Questa assenza di una microflora protettiva permette alle spore ingerite con il miele di colonizzare l’intestino, germinare e produrre la tossina direttamente all’interno del corpo del piccolo, causando il botulismo infantile. Per questo motivo è indicazione categorica di non somministrazione il miele ai bambini sotto i 12 mesi di età.
FAQ 13: L’aceto e il limone sono sufficienti per rendere sicura una conserva? Assolutamente si.L’acidità raggiunta con aceto e succo di limone è tale da rendere sicure le conserve, a patto che venga fatto correttamente.
L’obiettivo è abbassare il pH dell’intero prodotto al di sotto della soglia di sicurezza di 4.6, valore che inibisce la crescita del C. botulinum.
La quantità di acido deve essere sufficiente e distribuita in modo uniforme in tutto il prodotto, raggiungendo anche il centro dei pezzi di verdura più grandi. Non affidatevi a stime superficiali. “un po’ di aceto” “una spruzzata di limone” non è sicuro. La corretta acidificazione è garantita da ricette testate e validate che specifichino le esatte proporzioni di verdura, acqua e acido. esistono strisce test specifiche per il controllo del pH nelle conserve alimentari. Queste strisce reattive cambiano colore in base al valore di pH quando vengono immerse in una soluzione o poltiglia ottenuta dall’alimento da testare. Sono molto semplici da utilizzare e piuttosto economiche;
FAQ 14: Il botulismo è contagioso? ASSOLUTAMENTE NO, il botulismo non è una malattia contagiosa. Non può essere trasmesso da persona a persona. E’ una intossicazione alimentare o di un’infezione localizzata a una ferita o all’intestino di un lattante. Una persona che ha contratto il botulismo non rappresenta un rischio per chi le sta vicino.
FAQ 15: Qual è la prognosi per chi sopravvive al botulismo?
La prognosi del botulismo, un tempo infausta è attualmente notevolmente migliorata grazie ai progressi nella terapia intensiva e alla disponibilità dell’antitossina,. Il tasso di mortalità, che in passato superava il 50%, è oggi sceso a circa il 5-10% nei paesi con accesso a cure mediche avanzate. Rimane comunque una prognosi grave comunque elevata.
Il recupero di chi sopravvive è comunque un processo molto lungo e impegnativo. La tossina causa un danno alle terminazioni nervose che richiede tempo per essere riparato. I pazienti possono necessitare di mesi, o in alcuni casi anni, di riabilitazione fisica e terapia per recuperare la forza muscolare, la funzione respiratoria e le altre capacità neurologiche.La stanchezza e la debolezza possono persistere a lungo anche dopo la dimissione dall’ospedale.
redazione dell’articolo dr. Paolo Meo direttore Polo Viaggi Clinica del Viaggiatore Cesmet Artemisia infettivologo tropicalista
Distribuzione nella settimana 6-13 agosto 2025 (ISS)
Scenario Globale ed Europeo(Aggiornamento Agosto 2025)
Il Virus West Nile si è ormai diffuso nella maggior parte dei continenti ed in moltissimi paesi in tutto il mondo. In Africa, Medio Oriente, Asia, Nord America e in molti paesi del bacino del Mediterraneo ed anche dell’Europa continentale. In Europa le epidemie hanno un andamento stagionale, con la loro presenza evidente tra i mesi di giugno e di novembre, in coincidenza con i le condizioni del clima sempre più favorevoli. Caldo tropicale, umidità elevata, piogge improvvise, mantengono attività delle popolazioni di zanzare Culex ed altri tipi di zanzare.
• Le epidemie recenti hanno mostrato una notevole variabilità di movimento ed aggressione del virus. Il 2018 è stato un anno record per molti paesi europei, con un numero di casi ufficiali quasi otto volte superiore rispetto al 2017. La diffusione del virus è stata imponente per il sopraggiungere di molte condizioni favorevoli. Durante gli anni successivi la malattia ha mantenuto un’incidenza elevata. Dopo una lieve flessione durante gli anni del Covid, Il 2022 è stato un altro anno record in Europa con un aumento di casi anche in Italia, nel 2024 i casi sono stati lievemente inferiori al 2018 ma sempre molto elevati a testimonianza di una persistente e intensa circolazione virale.
• All’inizio del 2025 in Europa la malattia si è diffusa molto lentamente. Tra aprile e giugno i casi sono stati molto contenuto, a causa di un clima particolarmente sfavorevole alla crescita della Culex. Fino al 2 luglio 2025, nessun paese europeo aveva ancora notificato casi umani autoctoni. E pochi erano i focolai in equini e negli uccelli. Molto inferiori a quelli registrati nello stesso periodo del 2024, Ma il quadro è completamente cambiato con l’avvento dell’Anticiclone Africano che ha portato temperature torride e meteo tropicale. Con il bollettino del 9 luglio 2025, l’European Centre for Disease Prevention and Control (ECDC) ha segnalato i primi casi umani della stagione in Grecia e Romania.In particolare, al 16 luglio, le autorità sanitarie greche avevano già confermato quattro casi di malattia neuro-invasiva (WNND), con il primo paziente che ha manifestato i sintomi il 22 giugno 2025, indicando che il virus aveva iniziato a circolare attivamente almeno dalla fine di giugno.
L’Epidemia Italiana del 2025: Un’Analisi Approfondita
Dati Nazionali e Confronto con le Stagioni Precedenti ( AGOSTO 2025)
Il primo caso autoctono in Italia che ha aperto la stagione di trasmissione di WNV si è manifestato in Piemonte con un caso umano segnalato molto precocemente ossia il 20 marzo.
La situazione di WNV è rimasta silente durante i mesi di aprile -giugno per poi manifestarsi in tutta la sua gravità nel luglio 2025, dopo un giugno torrido, umido e favorevole alla crescita delle zanzare, in particolare della CULEX. Il bilancio dei casi, aggiornato al 13 agosto 2025 riporta 275 casi umani confermati a livello nazionale di cui 126 nella forma neuro invasiva. I casi sono così distribuiti: Piemonte (10), Lombardia (12), Veneto (25), Friuli VG (3), Emilia-Romagna (7), Lazio (140), Campania (67), Puglia (1), Basilicata (1), Calabria (3), Sardegna (6). Sono stati registrati anche 19 decessi complessivi in Italia legati a WNV 140 si sono manifestati nel Lazio di cui 130casi nella provincia di Latina con forme cliniche anche gravi, la malattia neuro-invasiva (WNND).
Se vogliamo confrontare il 2024 con l’inizio della stagione 2025 possiamo dire che in termini numerici assoluti, l’andamento generale a fine luglio appare in linea con gli anni passati. Nello stesso periodo del 2024, erano stati denunciati 13 casi senza decessi secondo il bollettino dell’Istituto Superiore di Sanità (ISS), secondo altre fonti i casi erano 28. Durante tutto il 2024 i casi umani sono stati 484 casi umani con ben 36 decessi: Questi dati confermano che l’Italia è uno dei paesi europei più colpiti dal virus e dalle arbovirosi in sensi generale.
La particolarità della stagione 2025 consiste non nei numeri dei casi umani, quanto la distribuzione geografica e la gravità dei casi, le forme neurologiche superano il 15%, rispetto ad un normale 1%.
A differenza degli anni precedenti, in cui la circolazione era più diffusa nelle regioni settentrionali come Veneto ed Emilia-Romagna, nel 2025 si è assistito a una straordinaria e preoccupante concentrazione di casi in una singola regione, il Lazio.
Per quanto riguarda i decessi:
Alla sera del 13 agosto 2025, il bilancio nazionale dei decessi è salito a 19. (ISS)
La ripartizione di questi decessi al 6 agosto è la seguente:
Lazio (4 decessi): La regione ha confermato tre decessi, tutti in provincia di Latina. La vittima più recente è un uomo di 86 anni con patologie preesistenti, deceduto all’ospedale Santa Maria Goretti di Latina.
Campania (7 decessi): La regione ha registrato un parallelo aumento di esiti gravi, con tre decessi confermati.
Un uomo di 80 anni è morto a Caserta ,
un altro paziente è deceduto a Napoli ,
e un terzo decesso è stato segnalato il 29 luglio in un ospedale di Aversa, in provincia di Caserta.
Le vittime erano anziane e affette da significative comorbidità.
Piemonte (1 decesso): Si riferisce al caso di inizio stagione in un paziente della provincia di Novara, ufficialmente riportato dall’ISS nei suoi bollettini.
Focus sull’Epidemia nel Lazio: un Cluster della Provincia di Latina nel LUGLIO 2025
Il focolaio intenso nella regione Lazio, ed in particolare nella provincia di Latina costituisce il dato più saliente dell’epidemia del 2025. Dei 44 casi nazionali registrati al 28 luglio, (il 65%) provenivano da quest’area. Di questi 21 casi, 15 (il 71%) erano forme neuro-invasive gravi, un’incidenza di malattia grave particolarmente elevata. Nella provincia di Latina si sono registrati tre dei 7 decessi avuti a livello nazionale, con vittime anche in Campania.
– Una donna di 82 anni, dopo una forma neuro – invasiva grave è deceduta a Fondi.
– Un uomo 77enne residente a Isola del Liri (Frosinone), recentemente soggiornato in Campania (Baia Domizia), deceduto il 29 luglio all’IRCCS Spallanzani di Roma.
– Un uomo di 86 anni, la terza vittima del Lazio, con dettagli ancora in aggiornamento.
I comuni identificati come aree di presunta esposizione includono un’ampia porzione dell’Agro Pontino: Aprilia, Cisterna di Latina, Fondi, Latina, Pontinia, Priverno, Sezze e Sabaudia. Nei giorni successivi, dal 24 di giugno la circolazione virale si è estesa anche al litorale ad Anzio e Nettuno. Oltre 7 casi in 2 giorni sono stati denunciati, ed ufficializzati dallo Spallanzani. Confermo l’affermazione della infettivologa Miriam Lichtner che ha evidenziato che “i casi diagnosticati, per lo più gravi, rappresentano solo la punta dell’iceberg”. E’ chiaro che nell’area dell’Agro Pontino a sud di Roma la circolazione virale è molto più ampia nella popolazione. E’ presumibile che il numero di infezioni asintomatiche o paucisintomatiche non rilevate è molto elevato.
Questo evento è il risultato di una convergenza di diversi fattori che rendono l’Agro Pontino un’area ecologicamente ideale per la diffusione di arbovirosi, ossia di malattia trasportate da zanzare quali la CULEX o l’AEDES. Quest’area è caratterizzata da una fitta rete di canali, zone umide residue, e un’intensa attività agricola e DI PASTORIZIA E DI ANIMALI, inclusi numerosi allevamenti di cavalli e bufale. La caratteristica di questo ambiente favorisce la presenza di uccelli acquatici e stanziali, che fungono da serbatoio del virus, e la presenza della zanzara Culex pipiens, che trova innumerevoli siti di riproduzione nelle acque stagnanti dei canali e delle aree agricole.
Studi entomologici eseguiti nel Parco Nazionale del Circeo hanno evidenziato una abbondanza di zanzare, con una predominanza di Cx. Pipiens anche su Aedes, la zanzara tigre. Inoltre è stata confermata la co-circolazione di WNV e del virus Usutu, un flavivirus, cugino di WN, con un ciclo vitale simile. Fin dal 2018 questi virus co-abitavano e si rafforzavano nella loro diffusione. L’epidemia del 2025 deriva quindi dalla coazione di diversi eventi: da una nicchia ecologica ad alto rischio, caratterizzata da una gestione del territorio e delle acque di canali che le rendono poco scorrevoli; condizioni climatiche (temperature elevate e umidità,) particolarmente favorevoli che hanno accelerato i cicli di replicazione virale e lo sviluppo dei vettori; dalla presenza di uccelli da passo particolarmente abbondante, anche questa favorita dalle condizioni climatiche.
Riepilogo dei Casi Umani di WNV in Italia per Regione – Stagione 2025 (al 13 Agosto 2025) (dati ISS)
Regione
N. Casi Totali
N. Casi Neuro-invasivi (WNND)
N. Casi Febbrili
N. Donatori
Lazio
140
47
94
1
Campania
67
50
10
4
Piemonte
10
6
2
1
Veneto
25
5
17
2
Friuli VG
3
1
1
1
Emilia-Romagna
7
4
3
Lombardia
12
7
2
2
Sardegna
6
2
2
Puglia
1
1
Basilicata
1
1
Calabria
3
3
TOTALE CASI (13-08-2025)
275
126
125
20
Dettaglio del Focolaio del Lazio per Comune di Esposizione – Stagione 2025
Provincia
Comune di Presunta Esposizione
N. Casi Segnalati
Latina
Aprilia, Cisterna di Latina, Fondi, Latina, Pontinia, Priverno, Sezze, Sabaudia
130 (totale provincia)
Roma
Anzio, Nettuno
8
Frosinone
2
Fonti: S27, S29, S42.
Dati Epidemiologici Europei WNV – Stagione 2025 (al 26 Luglio 2025)
Paese
N. Casi Umani (Confermati/Probabili)
di cui WNND
N. Decessi
Data Primo Caso (Esordio Sintomi)
Note
Grecia
8
4
0
22 giugno 2025
Dati al 16 luglio. Circolazione attiva confermata.
Romania
5
Non specificato
Non specificato
Non specificato
Dati al 9 luglio.
Italia
145
23
2
20 marzo 2025 (caso sporadico)
Dati al 23 luglio. Focolaio concentrato nel Lazio.
Febbre da West Nile virus Aggiornamento al luglio 2025
Descrizione
Agente infettivo
Ciclo vitale
Distribuzione
Porta di ingresso
Trasmissione
Incubazione
Sintomi
Controllo e prevenzione
Trattamento
Diagnosi
Descrizione
Introduzione al Virus West Nile (WNV) Cenni Storici e Diffusione Globale Il Virus West Nile (WNV) fu isolato per la prima volta nel 1937, casualmente, da una donna con febbre elevata, dolori, problemi oftalmici avanzati, nel distretto del West Nile in Uganda. questa arbovirosi rappresenta oramai in tutto il mondo un reale problema di salute pubblica, coinvolgendo animali ed umani. Dalla presenza in alcune aree forestali ugandesi e della fasciatropicale e del Medio Oriente, è diventato causa di epidemie in equini e nell’uomo in tutto il mondo. Dagli anni ’90, WNV ha diffuso senza precedenti con una patologia neuro-invasiva nell’uomo e negli equidi (cavalli e muli) in Europa. In Romania nel 1996 un importante focolaio e successivamente a New York nel 1999 con un gravissimo focolaio. In seguito si è diffuso in tutto il continente americano e poi nell’emisfero nord. Fin dal 1950 in Egitto e dal 1951 in Israele si è diffuso nel bacino del mediterraneo, con i primi i primi casi in Europa meridionale nel 1962 in Francia. Da allora il virus è comparso anche in Italia, in particolare nelle campagne Toscane, coinvolgendo soprattutto cavalli degli allevamenti locali. Questa diffusione costante, soprattutto nelle regioni temperate del Nord America e dell’Europa, legata alla migrazione degli uccelli selvatici da passo, ha caratterizzato il WNV come un patogeno emergente e riemergente, la cui trasmissione è strettamente legata a fattori ecologici, climatici e umani.
Agente infettivo
Il Virus: Classificazione e Lignaggi Genetici
West Nile Virus è un virus a RNA a singolo filamento positivo, del genere dei Flavivirus. È un arbovirus collegato e appartenente alla famiglie a cui afferisce anche l’encefalite giapponese ed altri importanti virus neurotropi.
Il suo genoma codifica per una “poliproteina”, proteina multipla, che viene successivamente suddivisa e scissa in tre proteine strutturali: (1) il capside (C); (2) la pre-membrana (prM); (3) l’involucro (E); insieme a queste 3 proteine principali vengono prodotte sette proteine non strutturali (NS1, NS2A, NS2B, NS3, NS4A, NS4B, NS5). La proteina di involucro (E) è quella “chiave” che media l’attacco del virus al recettore delle cellule ospiti. Questa proteina di attacco è il principale bersaglio degli anticorpi neutralizzanti. E’ questa la proteina chiave su cui si stanno studianodo i nuovo vaccini.
L’analisi filogenetica ha consentito la classificazione del WNV in almeno otto lignaggi genetici. Tuttavia, dal punto di vista epidemiologico e clinico, i lignaggi 1 (L1) e 2 (L2) sono considerati i puù importanti ma anche i più aggressivi per l’uomo e gli animali.
Il lignaggio 1 ha causato i grandi focolai epidemici in Europa, nel Mediterraneo ma anche nelle Americhe.
Il lignaggio 2, da sempre diffuso in Africa sub-sahariana è considerato meno virulento, ed è comparso in Europa nel 2004 in Ungheria diffondendo poi in Grecia, Italia e altri paesi dell’Europa centrale e orientale, con un potenziale patogeno paragonabile a quello del lignaggio 1.
Attualmente i due lignaggi circolano contemporaneamente e caratterizzano un aspetto cruciale dell’attuale epidemiologia del WNV in Europa.
Ciclo vitale
Il Ciclo di Trasmissione: Vettori, Serbatoi e Ospiti Accidentali
Il WNV sopravvive, si moltiplica e diffonde in natura attraverso un ciclo che coinvolge zanzare e uccelli. Gli uccelli, in particolare quelli appartenenti all’ordine dei Passeriformi (corvidi e passeri), sono ospiti serbatoio e amplificano il virus al loro interno tanto da sviluppare una elevata viremia sufficiente ad infettare le zanzare che pungono per cibarsi del loro sangue. In questo modo, da un uccello e l’altro, con punture infette ricche di virus si perpetua il ciclo vitale e la moltiplicazione.
I vettori del WNV sono le zanzare del genere Culex. La specie Culex pipiens è diffusa in Europa e in Italia. Queste zanzare si nutrono con sangue di uccelli pungono occasionalmente anche i mammiferi, fungendo da “vettori ponte” e causando la trasmissione del virus a ospiti accidentali e afondo cieco, cioè non capaci di trasmettere ulteriormente il virus.
Difatti l’uomo e i cavalli ed asini sono considerati ospiti non “trasmettitori”. Difatti sviluppano una malattia, talvolta in forma grave, ma la loro viremia è troppo bassa da poter infettare una zanzara che punge l’uomo o gli equini, rendendoli praticamente incapaci di trasmettere il virus e di contribuire al suo ciclo naturale. Con questa caratteristica è possibile realizzare un controllo epidemiologico adeguato e strategie di interruzione della catena di trasmissione della malattia. Alcune recenti ricerche hanno evidenziato che in determinate circostanze, per fortuna rare, la trasmissione del virus da mammifero a zanzara può avvenire Ciò può avere implicazioni significative per la valutazione del rischio di diffusione della malattia.
Altre vie di infezione alternative nell’uomo, piuttosto rare includono le “trasfusioni di sangue” e di “emocomponenti”, i “trapianti di organi solidi” e di “cellule staminali emopoietiche”.
Il virus può essere trasmesso anche “verticalmente” dalla madre al feto durante la gravidanza e, in via teorica” attraverso l’allattamento al seno.
Queste vie alternative sono di molto importanti per seguire lo sviluppo di una epidemia ed ancora per impostare regole di contenimento della epidemia stessa.
Nell’uomo, dopo la puntura dell’insetto vettore, il virus si replica nelle cellule di Langerhans del derma, che migrano verso la rete linfatica e, quindi, verso il torrente circolatorio. Questa fase corrisponde alla prima viremia, durante la quale il virus si diffonde in tutti gli organi del sistema linfatico. Successivamente avviene una seconda gittata viremica che corrisponde alla seconda viremia. Il virus può essere isolato nel sangue dopo 1-2 giorni dalla puntura dell’insetto vettore fino a poco più di una settimana. La comparsa nel siero di anticorpi di tipo IgM coincide con il termine della viremia. La viremia da West Nile Virus è a basso titolo nell’uomo ed è assente al momento della comparsa dei sintomi.
. In questo gruppo sono compresi anche i virus responsabili dell’Encefalite di St. Louis, Encefalite della Valle del Murray, il virus Usutu, Kunjin, Kokobera, Stratford e Alfuy.
Porta di ingresso
La Cute, tramite puntura della zanzara vettore durante il pasto ematico.
Trasmissione
Il virus West Nile è trasmesso sia negli animali che all’uomo tramite la puntura di zanzare infette. Altri mezzi di infezione documentati, anche se molto più rari, sono trapianti di organi, trasfusioni di sangue e la trasmissione madre-feto in gravidanza. Il virus infetta diversi mammiferi, soprattutto equini, ma in alcuni casi anche cani, gatti, conigli e altri. E’ importante sottolineare che il virus non si trasmette da persona a persona, né da cavallo a persona attraverso la puntura di una zanzara infetta a causa dei bassi livelli di viremia.
Incubazione
Il periodo di incubazione dal momento della puntura della zanzara infetta varia fra 2 e 14 giorni, ma può essere anche di 21 giorni nei soggetti con deficit a carico del sistema immunitario.
Distribuzione
Epidemiologia del Virus West Nile
Scenario Globale ed Europeo (Aggiornamento Agosto 2025)
Il Virus West Nile si è ormai diffuso nella maggior parte dei continenti ed in moltissimi paesi in tutto il mondo. In Africa, Medio Oriente, Asia, Nord America e in molti paesi del bacino del Mediterraneo ed anche dell’Europa continentale. In Europa le epidemie hanno un andamento stagionale, con la loro presenza evidente tra i mesi di giugno e di novembre, in coincidenza con i le condizioni del clima sempre più favorevoli. Caldo tropicale, umidità elevata,
L’Epidemia Italiana del 2025: Un’Analisi Approfondita
Dati Nazionali e Confronto con le Stagioni Precedenti (agosto 2025)
Il primo caso autoctono in Italia che ha aperto la stagione di trasmissione di WNV si è manifestato in Piemonte con un caso umano segnalato molto precocemente ossia il 20 marzo.
La situazione di WNV è rimasta silente durante i mesi di aprile -giugno per poi manifestarsi in tutta la sua gravità nel luglio 2025, dopo un giugno torrido, umido e favorevole alla crescita delle zanzare, in particolare della CULEX.
La circolazione di WN in Europa e Meccanismi di “Overwintering”
La presenza annuale, oramai da quasi un decennio di casi umani e animali in paesi del Mediterraneo come l’Italia e la Grecia e nelle coste del Nord Africa conferma che WNV non è più presente sporadicamente ed importato dai paesi esotici, ma si è oramai stabilmente insediato ed è diventato endemico in molte regioni d’Europa. Quindi ci si chiede: come sopravvive il virus durante i mesi invernali, con temperature rigide; e possono le temperature introno allo zero interrompere l’attività delle zanzare?
Questo processo è chiamato “overwintering” ossia svernamento, superamento del periodo invernale; e questo diventa un fattore cruciale e determinante per comprendere la persistenza del virus nell’ambiente e prevedere l’inizio e l’intensità delle stagioni in cui i focolai epidemici ridiventeranno attivi.
I meccanismi proposti sono principalmente due:
(1) la persistenza nell’ambiente del virus, all’interno delle zanzare adulte che entrano in uno stato di dormienza invernale, la diapausa. Questo avviene in luoghi protetti come cantine, grotte, e ambienti umidi e riscaldati.
(2) la reintroduzione annuale del virus WN da parte degli “uccelli migratori” che rientrano dopo aver svernato in Africa.
Sono stati eseguiti in Nord America ed in Europa studi che hanno confermato che WNV può svernare nelle popolazioni di zanzare, consentendo una ripresa rapida della trasmissione al ripristino delle condizioni meteo favorevoli. D’altra parte altri studi in Francia non hanno confermato la presenza del virus nelle zanzare in pausa suggerendo che in quella specifica regione la reintroduzione tramite gli uccelli migratori rimanere il fattore predominante di reinfestazione.
A questa situazione ecologica si aggiunge la presenza evolutiva e geografica di vari lignaggi del virus a livello continentale. Storicamente, il lignaggio 1 del WNV è stato predominante in Europa occidentale, mentre il lignaggio 2 era presente e diffondeva nell’Europa orientale e all’Africa. Negli ultimi due decenni, si è assistito ad una espansione del lignaggio 2 verso l’ovest europeo, causando importanti epidemie in Grecia, Romania e Italia. Un evento epidemiologico di grande rilevanza si è verificato nel 2024, con la segnalazione del primo caso umano autoctono di malattia neuro-invasiva da WNV lignaggio 2 in Spagna.
Gli studi hanno evidenziato che i ceppi virali erano correlati a quelli circolanti in Europa centrale, e non a ceppi precedentemente isolati in Spagna. Questo caratterizza un salto geografico di questo tipo di virus verso ovest. Tutto questo evidenzia un panorama epidemiologico europeo in piena evoluzione.
Sintomi
La maggior parte delle persone infette non mostra alcun sintomo. Fra i casi sintomatici, circa il 20% dei soggetti sviluppa una malattia sistemica febbrile chiamata comunemente febbre di West Nile (WNF) caratterizzata dalla comparsa di febbre, cefalea, nausea, vomito, linfoadenopatia, possibili eruzioni cutanee. Generalmente questa fase acuta si risolve in una settimana o poco più, e possono variare molto a seconda dell’età della persona. Nei bambini è più frequente una febbre leggera, nei giovani la sintomatologia è caratterizzata da febbre mediamente alta, arrossamento degli occhi, mal di testa e dolori muscolari. Negli anziani e nelle persone debilitate, invece, la sintomatologia può essere più grave.
I sintomi più gravi si presentano in media in meno dell’1% delle persone infette (1 persona su 150), manifestandosi come una malattia neuro-invasiva (encefalite, meningo-encefalite, paralisi flaccida), con possibile decorso fatale. Il rischio di contrarre la forma neurologica della malattia aumenta all’aumentare dell’età ed è particolarmente elevato nei soggetti di età superiore ai 60 anni. Viceversa, in uno studio di sorveglianza effettutato negli Stati Uniti tra il 1998 e il 2008, è emerso che le paralisi flaccide acute sono state segnalate in percentuale maggiore in soggetti di età inferiore ai 60 anni. La letalità delle forme neuro-invasive si aggira intorno al 9% nei soggetti anziani e meno dell’1% nei bambini.
Diagnosi
La diagnosi nell’uomo viene prevalentemente effettuata attraverso test di laboratorio (Elisa o Immunofluorescenza) effettuati su siero e, dove indicato, su fluido cerebrospinale, per la ricerca di anticorpi del tipo IgM. Questi anticorpi possono persistere per periodi anche molto lunghi nei soggetti malati (fino a un anno), pertanto la positività a questi test può indicare anche un’infezione pregressa. La siero-conversione o l’aumento di 4 volte del titolo anticorpale può essere utilizzata per diagnosticare un’infezione recente. I campioni raccolti entro 8 giorni dall’insorgenza dei sintomi potrebbero risultare negativi, pertanto è consigliabile ripetere a distanza di tempo il test di laboratorio prima di escludere la malattia. In alternativa la diagnosi può anche essere effettuata attraverso Pcr o coltura virale su campioni di siero e fluido cerebrospinale entro 7 giorni dall’inizio della sintomatologia acuta, tenendo conto che la viremia è relativamente di breve durata e di basso titolo.
Controllo e prevenzione
Non esiste un vaccino per la febbre West Nile. Attualmente sono allo studio dei vaccini, ma per il momento la prevenzione consiste soprattutto nel ridurre l’esposizione alle punture di zanzare.
Pertanto è consigliabile proteggersi dalle punture ed evitare che le zanzare possano riprodursi facilmente:
· usando repellenti e indossando pantaloni lunghi e camicie a maniche lunghe quando si è all’aperto, soprattutto all’alba e al tramonto
· usando delle zanzariere alle finestre
· svuotando di frequente i vasi di fiori o altri contenitori (per esempio i secchi) con acqua stagnante
· cambiando spesso l’acqua nelle ciotole per gli animali.
Il controllo nei confronti della WND si basa essenzialmente sulla sorveglianza degli uccelli stanziali di specie sinantropiche, degli equidi e dell’avifauna selvatica di specie migratorie.
Trattamento
Non esiste una terapia specifica per la febbre West Nile, il trattamento è solo sintomatico. Nella maggior parte dei casi, i sintomi scompaiono da soli dopo qualche giorno o possono protrarsi per qualche settimana. Nei casi più gravi è invece necessario il ricovero in ospedale, dove i trattamenti somministrati comprendono fluidi intravenosi e respirazione assistita. Vi sono recentissime segnalazioni in letteratura che suggeriscono, su modelli animali, la possibile efficacia del trattamento con immunoglobuline specifiche anti WNV.
West Nile nel Lazio: l’allarme che riaccende i fantasmi del passato nell’Agro Pontino
West Nile Virus nel Lazio: un allarme che riaccende i fantasmi del passato nell’Agro Pontino estendendosi anche nel territorio di Anzio Un ritorno di ricordi antichi, paure ataviche di malattie ormai passate, ma le zanzare continuano a mietere le loro vittime.
(Presso il POLO CESMET-ARTEMISIA è possibile richiedere indagini di laboratorio sierologiche ed anche la ricerca diretta del Virus in PCR. Le risposte verranno fornite con una valutazione anche clinica della persona dal dr. Paolo Meo)
I fatti riguardanti una epidemia insolita.
Il 20 luglio 2025 il virus di West Nile ha ucciso una anziana signora di 82 anni, residente a Nerola; ricoverata in rianimazione nell’ospedale San Giovanni di Dio a Fondi. Per giorni ha mostrato sintomi simil influenzali, poi un aggravamento con vomito e diarrea sempre più forti, fino a sintomi neurologici, il coma e l’exitus. Tutto questo a causa di una puntura di una zanzara infettata con il virus West Nile; una zanzara del genere Culex che aveva punto, alcuni giorni prima un uccello da passo, infettato dal virus letale. Sembrava un caso isolato, uno di quei casi che da alcuni anni si presentano in questi mesi in diverse regioni italiane, e invece si è dimostrato l’inizio di un’epidemia che continua a diffondere a sud verso la Campania, e a nord verso la Capitale. La provincia di Latina è in una situazione di allerta e di emergenza. L’epidemia sembra espandersi anche più a nord arrivando a lambire il territorio di Anzio.
Dati ufficiali e dubbi sugli eventi
Dati ufficiali segnalano al 24 luglio 2025 in Italia 32 casi umani di infezione da West Nile Virus, di cui ben 21 cioè due terzi del totale nazionale, si sono manifestati in diversi comuni pontini, nei dintorni di Latina. Di questi 21 casi di WNV, 15 hanno manifestato sintomi gravi, potenzialmente letali, con caratteristiche neuro-invasive, ovvero con forme di meningo-encefaliti, ovvero le forme che attaccano il cervello e il midollo spinale. Ma cosa succede nell’Agro Pontino. Una epidemia così grave e con casi così concentrati non si era mai vista, e molti esperti si chiedono l’origine di questi accadimenti.
Ma anche più a sud in Campania la situazione non è semplice,da un giorno all’altro sono comparsi casi di WNV così diagnosticati:
• Otto casi confermati di infezione da West Nile virus al 23 luglio 2025.
• Quattro di questi pazienti si trovano in condizioni gravi e sono ricoverati in terapia intensiva negli ospedali Moscati di Aversa e Cotugno di Napoli.
• Tutti i casi sono definiti autoctoni, cioè il contagio è avvenuto nelle località di insorgenza e non per via di viaggi all’estero.
Le aree ed i comuni più colpiti dalla diffusione del virus Baia Domizia Caserta Area umida, frequentata anche da vacanzieri Foce del fiume Sele Salerno Zone di sosta di uccelli migratori Zona di Persano Salerno Riscontrati casi tra animali e nell’uomo Cellole, Sessa Aurunca, Orta di Atella Caserta Interventi di disinfestazione straordinaria in corso
Quali le caratteristi dei pazienti esposti al virus:
• Prevalentemente anziani o soggetti immunodepressi.
• Sintomi frequentemente segnalati: febbre alta, malessere, dolori muscolari, in alcuni casi encefalite o encefalo mielite (infiammazione cerebrale).
• Baia Domizia la località maggiormente esposta alla diffusione del fenomeno nei giorni precedenti al manifestarsi dei sintomi.
Ricordi di situazioni passate suscitano Il ritorno di un incubo antico
Per secoli nell’agro pontino ha regnato l’Anopheles, portatrice di una malaria endemica e permanente che ancora suscita ricordi di morte. Le bonifiche avevano illuso la scomparsa di ogni malattia, nel Lazio meridionale. L’Agro Pontino, pianura che si estende tra Roma e il Circeo, resa fertile da una bonifica durata anni, che ha portato benessere e lavoro con una battaglia contro le zanzare.
Per generazioni, quelle che oggi chiamiamo dolcemente “Paludi Pontine” erano conosciute con nomi quali: Pantano d’Inferno, Pantano della Morte, la Femmina Morta, Caronte, Piscina della Tomba. Nomi che raccontavano di una vasta terra, dove le malattie arrivavano puntualmente ogni estate con il ronzio delle zanzare anofele cariche di plasmodio malarico.
La Grande Bonifica degli anni ’30 aveva rappresentato una vittoria dell’uomo sulla natura: 18 grandi idrovore, 16.165 chilometri di canali, 1.360 chilometri di strade, 3.040 case coloniche. Negli anni trenta, durante il ventennio, le bonifiche del territorio a sud di Roma avevano sconfitto la temibile malaria e dato al Lazio una delle aree agricole più produttive d’Italia, da paludi mefitiche. Ma quella stessa bonifica, necessaria ed utile allora ha creato le condizioni per l’epidemia di oggi. Dice un esperto epidemiologo che “La bonifica ha creato una vasta e intricata rete di corsi d’acqua artificiali: canali di medie, piccole e piccolissime dimensioni, canali di irrigazione e fossi di scolo stradali che attraversano l’intera regione”. In questi canali l’acqua scorre lentamente, forma stagni ed acque ferme, causando siti di riproduzione larvale per la zanzara Culex pipiens. La stessa opera idraulica che ha sradicato la malaria trasmessa dalle zanzare un secolo fa ha creato l’habitat perfetto per la diffusione di un virus letale nel XXI secolo.
Un virus dal passato remoto
Il West Nile Virus è una vecchia conoscenza, identificato per la prima volta nel 1937 nel distretto del Nilo Occidentale dell’Uganda, territori umidi, pieni di zanzare, portatrici di arbovirus, la maggior parte neurotropici. WNV appartiene alla famiglia dei Flaviviridae, la stessa famigli di cui fanno parte i virus della Dengue, di Zika, della Febbre Gialla e Chikungunjia. Il virus è stato rilevato per la prima volta in Italia nel 1998, nei cavalli in Toscana, segnando l’inizio del suo insediamento nell’ecosistema del nostro paese. Da allora molte volte il virus si è manifestato nell’uomo e negli equini, ma ciò che accade quest’anno nel Lazio è diverso da sempre. I bollettini dell’Istituto Superiore di Sanità dipingono un quadro allarmante: l’inizio della stagione 2025 è stato caratterizzato da assenza di casi umani e rari casi equini, una vera calma ingannevole che, nella seconda metà di luglio, è esplosa con l’epidemia laziale. L’evoluzione drammatica della epidemia si nota confrontando il primo bollettino dell’ISS, aggiornato al 16 luglio, che riportava solo 5 casi umani in tutta Italia, con il bollettino del 24 luglio in cui i casi erano già saliti a 32, la stragrande maggioranza dei casi concentrata nella provincia di Latina. Questa rapida accelerazione ha evidenziato un potenziale esplosivo del virus, diffuso da una crescita incontrollata di zanzare Culex pipiens, accelerate da un insolito caldo ed umidità dei mesi di giugno e luglio. Questo ha portato ad una difficoltà di prevedere con precisione i tempi e la localizzazione dei principali focolai.
E se pensiamo che i casi evidenti di malati rappresentano la punta di un iceberg di ben oltre un 80% di persone nelle quali il virus ha diffuso in modo asintomatico e continua a diffondere, ci rendiamo conto della dimensione del fenomeno, di cui è difficile capirne l’estensione e la durata nel tempo.
La distribuzione regionale del contagio
I dati ufficiali dell’ISS al 23 luglio 2025 rivelano una distribuzione geografica che conferma l’eccezionalità del caso laziale:
• Lazio (Provincia di Latina): 21 casi totali, di cui 15 neuro-invasivi, 4 febbrili, 1 decesso;
• Campania: 10 casi neuro-invasivi, diversi in rianimazione;
• Veneto: 4+ casi (2 neuro-invasivi, 2+ febbrili, 1 asintomatico);
• Piemonte: 2 casi neuro-invasivi, 1 decesso;
• Emilia-Romagna: 1 caso neuro-invasivo;
Questi numeri dimostrano che, sebbene diverse regioni stiano affrontando il virus, in Campania e nel Lazio l’epidemia è particolarmente grave e la situazione nell’Agro Pontino è eccezionale per portata e gravità. Come già detto, ma vale la pena ripeterlo, il virus di west Nile non è più una novità in Italia, si presenta come malattia endemica, che ogni anno si ripresenta con intensità variabile, ma quello che non ha precedenti è la concentrazione e la gravità di casi nella provincia di Latina.
I comuni nella morsa del virus
L’epidemia continua a colpire diversi comuni dell’Agro Pontino. Tra questi i territori di Aprilia, Cisterna di Latina, Fondi, Latina, Pontinia, Priverno, Sezze e Sabaudia. Questi comuni sono accomunati dalla presenza della rete di canali artificiali creata dalla bonifica e da un’economia fortemente legata all’agricoltura e all’allevamento. Tutto questo condiziona la presenza di zanzare della specie di Culex pipiens.
La situazione clinica dei pazienti dimostra che questa epidemia ha mostrato tutta la sua aggressività. Oltre alla anziana signora di Fondi deceduta attualmente 10 pazienti risultano ricoverati in reparti ordinari, 2 sono stati dimessi, in cura presso il proprio domicilio e 4 pazienti si trovano ricoverati in terapia intensiva. Questo quadro testimonia la gravità di un’infezione che nel 15% dei casi si manifesta nella forma neuro-invasiva, un dato molto superiore alla media nazionale. Difatti fino ad ora i casi gravi neuro invasivi rappresentano lo 0,1% dei casi totali. Nel Lazio la situazione è stata ben diversa. Il ruolo delle sentinelle equine
I cavalli si comportano come “animali sentinella”. Come gli esseri umani, gli equini sono molto suscettibili all’infezione e possono sviluppare gravi malattie neurologiche. Si comportano come ospiti “a fondo cieco” senza possibilità di trasmettere il virus. Stesso evento che accade per l’uomo. Il loro valore per la salute pubblica risiede nella loro capacità di indicatori precoci. Difatti un’epidemia con sintomi neurologici nei cavalli è il primo segno della circolazione dell’ West Nile Virus in un territorio specifico.
E’ stata diffusa la notizia della morte di un cavallo, probabilmente due nella regione dell’Agro Pontino, e questo ha confermato l’alto livello di attività virale nell’area. L’impatto del virus sui cavalli può essere particolarmente grave. E’ causa di encefalomielite con tremori muscolari, debolezza, mancanza di coordinazione, e nei casi gravi, convulsioni e morte dell’animale. Il tasso di mortalità per i cavalli che sviluppano segni clinici è tragicamente alto, stimato al 30-40%, non paragonabile a quello umano.
Non esiste un vaccino disponibile per l’uomo ma per i cavalli ci sono diversi vaccini sicuri ed efficaci in Europa. La popolazione equina può essere protetta proattivamente, mentre la popolazione umana deve fare affidamento interamente su misure difensive di controllo dei vettori e protezione personale.
La risposta del sistema “One Health” in Italia, una scelta pratica ed efficace
L’Italia ha adottato un approccio “One Health” all’epidemia. Questo sistema riconosce l’interconnessione tra “salute umana, animale e ambientale”. Questo approccio è descritto bene nel “Piano Nazionale di Prevenzione, Sorveglianza e Risposta alle Arbovirosi (PNA) 2020-2025”, che coordina una rete di sorveglianza completa con tre pilastri interconnessi.
(1) La sorveglianza entomologica comporta la cattura sistematica di zanzare da maggio a ottobre. Le “Culex pipiens” vengono testate in pool per rilevare la presenza del virus.
(2) La sorveglianza veterinaria monitora gli ospiti serbatoio – uccelli selvatici da passo, gazze e cornacchie, la vera causa della diffusione del virus, sia gli animali sentinella come i cavalli.
(3) La sorveglianza umana include il monitoraggio clinico dei casi e lo screening dei donatori asintomatici di sangue e organi nelle aree a rischio.
La vera forza di questo sistema integrato risiede nella sua capacità proattiva. Difatti il rilevamento del West Nile Virus in un singolo pool di zanzare o in un uccello selvatico è l’indicazione per attivare interventi di sanità pubblica immediati. Il Centro Nazionale Sangue ha imposto screening rafforzati in diverse province già a giugno, ben prima che scoppiasse la grande epidemia umana nel Lazio.
La risposta locale all’emergenza
A livello regionale, il Lazio ha convocato una cabina di regia il 17 luglio, coordinando una risposta mirata che include disinfestazioni nelle aree ad alto rischio, campagne di informazione pubblica e formazione per medici e veterinari. I sindaci dei comuni colpiti hanno emesso ordinanze che obbligano i cittadini, condomini e imprese ad agire eliminando tutte le fonti di acqua stagnante, manutenendo gli spazi verdi privati, trattando con larvicidi i tombini ed una corretta gestione delle piscine.
Il 23 luglio si è svolta una riunione in videoconferenza promossa dal Dipartimento di Prevenzione dell’ASL di Latina, alla quale hanno partecipato 24 comuni, amministratori locali, la Provincia, il Consorzio di bonifica dell’Agro Pontino e l’Istituto Zooprofilattico. L’obiettivo era affrontare in maniera sinergica la tematica del contrasto alle arbovirosi, sottolineando l’importanza della lotta larvicida e della bonifica ambientale.
Il profilo clinico di un’infezione insidiosa
Il West Nile Virus nella maggior parte dei casi passa inosservato. Circa l’80% delle infezioni sono asintomatiche e viene mosso il proprio sistema immunitario. Circa il 20% delle infezioni sviluppano una malattia lieve, simile all’influenza, con sintomi che includono febbre, mal di testa, dolori muscolari, nausea, vomito e talvolta un’eruzione cutanea o linfonodi ingrossati. Ma è in meno dell’1% di tutte le infezioni che il virus mostra il suo volto più aggressivo coinvolgendo il sistema nervoso e causando condizioni gravi come meningite o meningo encefalite. I sintomi “d’allarme” di queste forme virali sono febbre alta, forte mal di testa, torcicollo, disorientamento o confusione, tremori o convulsioni, debolezza muscolare o paralisi improvvisa. La malattia neuroinvasiva, piuttosto rara comprende un ampio spettro di deficit neurologici, alcuni dei quali possono persistere per anni. Nei casi più gravi, il virus può causare un’encefalite con una mortalità che varia dal 10% al 20% nei pazienti con coinvolgimento neurologico. È questo aspetto che rende l’epidemia laziale particolarmente preoccupante: con 15 casi neuro-invasivi su 21 infezioni confermate, si registra una proporzione allarmante di forme gravi.
La genetica virale dietro l’epidemia
La gravità di questa epidemia del Lazio potrebbe trovare una spiegazione nella genetica del virus stesso. Il West Nile Virus esiste in diverse linee genetiche distinte, e in Italia circolano principalmente il Lignaggio 1 (L1) e il Lignaggio 2 (L2). Entrambi i lignaggi sono ora noti per co-circolare in Italia, un fatto confermato dalla sorveglianza veterinaria ed entomologica nel 2025.
La stagione 2021-2022 ha visto una significativa riemergenza del Lignaggio 1, dopo diversi anni di circolazione relativamente bassa. Questa recrudescenza è stata associata a un aumentato rischio di grave malattia neuro-invasiva. La proporzione allarmante di casi neurologici gravi nel Lazio quest’anno solleva la questione critica se sia in gioco un ceppo particolarmente virulento.
E’ possibile che nel Lazio il ceppo L1 sia effettivamente responsabile dell’impatto devastante che si sta osservando sul campo. La risposta verrà fornita dal sequenziamento genomico dei campioni virali prelevati dai pazienti
Le variazioni climatiche all’origine del fenomeno Le recenti ondate di calore, l’aumento della umidità, piogge forti ed improvvise, sono segni caratteristici di un clima che cambia, velocizzano il ciclo di vita della zanzara, la replicazione del virus all’interno del vettore e la sua virulentizzazione. Questo clima riduce il tempo necessario perché una zanzara diventi infettiva e amplifica il tasso di trasmissione.
Gli studi scientifici confermano una positiva e forte associazione della trasmissione del West Nile Virus con la temperatura e l’uso agricolo del suolo. L’Emilia-Romagna, una delle regioni tradizionalmente più colpite, ha registrato nel 2023 densità di Culex pipiens ben al di sopra della media degli ultimi 5 anni tra giugno e la prima metà di luglio, proprio nelle aree colpite dall’evento alluvionale di maggio con vasti ristagni di acqua.
La popolazione a rischio
Il virus colpisce i soggetti più vulnerabili ovvero gli anziani e gli individui con sistemi immunitari compromessi o condizioni di salute preesistenti. Questi individui sono a maggior rischio di sviluppare gravi complicazioni neurologiche. La morte della donna di 82 anni a Fondi è una tragica testimonianza di questo fatto.
L’età mediana dei casi confermati nel Lazio è di 72 anni, con un range che va dai 63 agli 86 anni. il sesso maschile è considerato un fattore di rischio per lo sviluppo della malattia neuroinvasiva, secondo le statistiche epidemiologiche.
La Culex pipiens: il vettore perfetto
Al centro di questa epidemia c’è la Culex pipiens, conosciuta come “zanzara comune”, che si è confermata essere la specie di zanzara maggiormente coinvolta nella circolazione del virus West Nile in Italia. Uno studio di sorveglianza entomologica che ha analizzato circa 99.000 zanzare ha dimostrato che il 97,6% dei pool positivi per West Nile Virus erano costituiti da Culex pipiens.
Questa zanzara punge sia gli uccelli, infettandosi con il virus, sia i mammiferi, ai quali può poi trasmetterlo. È attiva prevalentemente di sera e di notte, emette il caratteristico ronzio quando si avvicina per pungere, ed è attirata dall’anidride carbonica che emettiamo respirando.
I focolai larvali della Culex pipiens si ritrovano nelle raccolte d’acqua dolce sia permanenti che temporanee, con forte carico organico: acquitrini, canali di irrigazione, fossi di scolo, caditoie stradali. In tutte le zone climatiche in cui è presente, questa zanzara risulta in stretta associazione con l’uomo e gli ambienti umani, caratteristica che la rende particolarmente pericolosa in aree densamente abitate come l’Agro Pontino.
La prevenzione: l’unica arma disponibile
Non esistono vaccini, non esistono farmaci antivirali specifici per il trattamento del West Nile Virus nell’uomo e quindi l’unica cura è la prevenzione volta a ridurre il rischio di punture. Quindi questa è rappresenta l’arma più efficace per evitare focolai epidemici. Le raccomandazioni ufficiali includono l’uso di repellenti cutanei, indossare abiti di colore chiaro con maniche lunghe e pantaloni lunghi nelle ore di massima attività della zanzara (alba e tramonto), e utilizzare insetticidi approvati per uso domestico.
Ma il contributo più importante di ciascuno di noi sta nell’eliminare i luoghi di riproduzione delle zanzare sulla propria proprietà. Un singolo tappo di bottiglia pieno d’acqua è sufficiente perché una zanzara deponga le uova. Occorre eliminare l’acqua stagnante svuotando regolarmente ogni 4-5 giorni qualsiasi oggetto che possa raccogliere acqua, coprire le riserve d’acqua, trattare gli scarichi con prodotti larvicidi biologici, e mantenere prati e siepi tagliati. Se cominciamo a casa nostra questa attività preventiva si abbasserà drasticamente la possibilità di epidemia.
Lezioni passate, presenti e future.
L’epidemia di West Nile Virus nel Lazio non è un evento casuale e anomalo, ma un’amplificazione abnorme ed anche prevedibile di una situazione endemica che si ripropone ad ogni estate. Il virus non è più un viaggiatore che giunge da lontano; è un microrganismo esistente sul territorio durante l’estate italiana che richiede una preparazione sostenuta e continua durante tutto l’anno.
La storia dell’Agro Pontino ci insegna che la relazione tra uomo e ambiente è complessa. La Grande Bonifica sconfisse la malaria ma ha anche creato le condizioni per una nuova malattia esotica veicolata dalle zanzare. Questo ci fa riflettere sul fatto che ogni intervento sul territorio deve essere valutato non solo per i suoi benefici immediati, ma anche per le sue implicazioni a lungo termine.
Il sistema di sorveglianza “One Health” affronta questa sfida ma il suo successo finale dipende dalla partecipazione attiva e informata di tutte le componenti della società La battaglia contro il West Nile non si combatte solo nei laboratori ad alta tecnologia o nelle unità di terapia intensiva degli ospedali, ma si vince o si perde nei cortili, nei giardini e negli spazi comunitari condivisi.
Di fronte a questa minaccia persistente, l’arma più potente che possediamo è il semplice atto di eliminare l’acqua stagnante. La vigilanza, la responsabilità condivisa e un impegno per la prevenzione attiva sono le nostre migliori e uniche difese contro la puntura silenziosa della zanzara che, come cent’anni fa, continua a portare malattia e morte nelle terre che un tempo erano paludi.
Il POLO VIAGGI CESMET -ARTEMISIA una struttura specialistica a disposizione per informazioni e pratiche preventive, vaccinali e cliniche. La diagnostica per la ricerca del virus. ( ricerca di anticorpi e ricerca del virus in PCR)
In un mondo sempre più interconnesso sia in viaggio che nei propri territori l’informazione e le pratiche preventive diventano una priorità. Artemisia Lab e Cesmet, consapevoli delle esigenze sanitarie dei viaggiatori, ma anche dei residenti in aree a rischi malattie infettive, anche per affiancare il lavoro incessante delle autorità sanitarie e dei centri di eccellenza pubblici, riconoscendo l’importanza della prevenzione, mette a disposizione la struttura del Polo Viaggi per Consulenze, pratiche preventive e profilassi vaccinale anche su malattie tropicali presso il centro POLO VIAGGI Artemisia Lab Alessandria (Roma, via Piave 76), per una valutazione specialistica personalizzata e per la profilassi vaccinale necessaria o opportuna. Il Polo rappresenta una realtà nel panorama sanitario italiano, autorizzato dal Ministero della Salute, e si distingue per l’alta qualità dei servizi offerti, con particolare attenzione alle vaccinazioni tropicali. Grazie a un team di esperti in medicina tropicale, coordinato dal Dr. Paolo Meo, ogni paziente riceve un percorso di prevenzione su misura, basato sulle caratteristiche personali e sulla destinazione del viaggio. In risposta alle nuove sfide sanitarie globali, il Polo è prontamente attivo per offrire informazioni, consulenze, test specifici, profilassi e cure personalizzate, confermando la sua capacità di anticipare le esigenze di sicurezza sanitaria.
Presso il POLO è possibile richiedere indagini sierologiche ed anche la ricerca diretta del Virus in PCR. Le risposte verranno fornite con una valutazione anche clinica della persona