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Malattie

DENGUE E WEST NILE VIRUS Bollettino Arbovirosi 11 settembre 2026

CESMET – CLINICA DEL VIAGGIATORE

direttore e redattore dr. Paolo Meo — medico tropicalista infettivologo

Via Piave 76, Roma · clinicadelviaggiatore.com

BOLLETTINO ARBOVIROSI · AGGIORNAMENTO DELL’11 SETTEMBRE 2026

Dengue e West Nile in Italia: la stagione entra nella fase più delicata

Dati ISS dal 1° gennaio all’8-9 settembre 2026, confrontati con ECDC e con le stagioni precedenti. Un focolaio di dengue di 20 casi in provincia di Livorno, il West Nile che raggiunge e supera il 2025 e 41 decessi: che cosa dicono davvero i numeri e che cosa fare.

DENGUE · casi confermati
265
+38 in una settimana
DENGUE · autoctoni
24
2 focolai: Livorno e Lecce
WEST NILE · casi confermati
594
+73 in una settimana
WEST NILE · decessi
41
letalità WNND 13,3%

Nota di trasparenza Meo–Claude

Le ricerche e il confronto fra le fonti sono stati effettuati con l’ausilio di Claude AI (Anthropic); impaginazione e veste grafica sono state studiate insieme fra Claude e il dr. Meo. I dati sono stati poi valutati e verificati sulle fonti primarie (ISS, ECDC) e il testo rivisto dal dr. Paolo Meo, che ne porta l’intera responsabilità. Lo strumento cerca, ordina e dà forma alla pagina; il medico decide e firma.

In sintesi

  • Dengue: 265 casi confermati (erano 227 una settimana fa), 241 importati e 24 autoctoni, nessun decesso. Oltre metà dei casi importati viene dalle Maldive (56%).
  • Due focolai autoctoni attivi: 20 casi in un Comune della provincia di Livorno e 4 casi in alcuni Comuni della provincia di Lecce, tutti sintomatici.
  • Il salto è recente: al 2 settembre l’ECDC registrava per l’Italia appena 3 casi autoctoni in 2 cluster. La storia 2023-2024 insegna che il grosso della dengue autoctona arriva dopo metà settembre.
  • West Nile: 594 casi confermati, 306 neuroinvasivi, 81 donatori di sangue positivi, 41 decessi. La stagione, partita in ritardo, ha ormai raggiunto e superato il 2025 (582 casi e 39 decessi nello stesso periodo).
  • Il virus circola in 79 Province di 19 Regioni: mancano all’appello solo Basilicata e Alto Adige. Lombardia, Veneto, Lazio e Piemonte guidano la classifica.
  • Due zanzare, due orari: la dengue viaggia con la zanzara tigre, che punge di giorno; il West Nile con la zanzara comune (Culex), che punge dal tramonto e di notte. La protezione va quindi estesa all’intera giornata.

Parte I — Dengue

1. I numeri della settimana

Il sistema nazionale di sorveglianza coordinato dall’ISS registra, dal 1° gennaio all’8 settembre 2026, 265 casi confermati di dengue, 38 in più rispetto ai 227 del bollettino precedente [1][2]. Di questi, 24 sono autoctoni, cioè contratti in Italia senza viaggi all’estero; tutti gli altri sono associati a viaggi. Il 56% dei casi importati indica come luogo di esposizione le Maldive. Non si registrano decessi [1].

Indicatore Al 1° settembre All’8 settembre Commento
Casi confermati totali 227 265 +38 (+17%) in 7 giorni
di cui importati 241 Maldive 56% (circa 135 casi)
di cui autoctoni 24 2 focolai distinti
Decessi 0 0

Tabella 1. Dengue in Italia, 2026. Fonte: ISS, sorveglianza nazionale arbovirosi [1][2]. Il dettaglio importati/autoctoni al 1° settembre non è riportato nelle fonti consultate.

2. I due focolai autoctoni

Focolaio Casi confermati Caratteristiche Stato
Provincia di Livorno (Toscana) — un Comune 20 Tutti sintomatici Indagini epidemiologiche e lotta al vettore in corso
Provincia di Lecce (Puglia) — più Comuni 4 Tutti sintomatici Indagini epidemiologiche e lotta al vettore in corso

Tabella 2. Episodi di trasmissione locale identificati al 8/9/2026. Fonte: ISS [1].

Il focolaio salentino è quello che il nostro Centro segue dalla fine di agosto (casi dei Comuni del basso Salento, compreso il paziente diagnosticato in Liguria ma infettatosi in Puglia). La vera novità della settimana è Livorno: un solo Comune, 20 casi confermati, tutti con sintomi. L’ISS non ha ancora comunicato il sierotipo né il nome del Comune.

3. Il confronto con le stagioni precedenti

Stagione Casi totali a metà settembre Autoctoni a metà settembre Autoctoni a fine stagione
2023 165 (11 set) 19 82 (Lodi, Roma, Latina)
2024 450 (17 set) 25 213 al 5 novembre (Fano 144)
2025 4
2026 265 (8 set) 24 ?

Tabella 3. Fonti: ISS/Quotidiano Sanità 2023 [5]; ISS 2024 [6][7]; ECDC 2025 e serie storica [8][9].

dengue stagione

Figura 1. Nel 2023 e nel 2024 i casi autoctoni presenti a metà settembre erano una piccola frazione del totale di fine stagione.

4. Lo sguardo europeo

Al 2 settembre l’ECDC contava in Europa 8 casi autoctoni di dengue: 5 in Francia, dove nell’ultima settimana non erano emersi nuovi casi, e 3 in Italia, distribuiti in 2 cluster [3]. Sei giorni dopo il dato italiano dell’ISS è di 24. Il divario riflette in parte il tempo di notifica verso Stoccolma, ma soprattutto la rapida emersione del cluster livornese. Per chiudere un focolaio l’ECDC attende 45 giorni dall’ultimo esordio di sintomi: il tempo necessario perché una zanzara infettata possa ancora trasmettere e perché eventuali nuovi casi si manifestino [4].

5. Lettura della situazione

Il virus arriva in valigia, riparte dal quartiere. Il meccanismo è quello già descritto: un viaggiatore rientra con il virus in circolo, la zanzara tigre lo punge, dopo una o due settimane la stessa zanzara trasmette ai vicini. Lo studio ISS pubblicato su Eurosurveillance a luglio sul grande focolaio 2024 ha confermato che la trasmissione avviene per lo più entro poche centinaia di metri [10]: è per questo che le disinfestazioni si fanno per raggi di quartiere e non per città intere.

Venti casi sintomatici non sono venti infezioni. Nella dengue la maggior parte delle infezioni decorre senza sintomi o con sintomi lievi che non portano al test. Venti casi confermati e tutti sintomatici indicano che la circolazione reale nel Comune livornese è con ogni probabilità più ampia, e che le prossime settimane porteranno altri casi, anche con esordio già avvenuto ma non ancora notificato.

Settembre è il mese peggiore, non l’ultimo. Nel 2024 i casi autoctoni passarono da 25 a metà settembre a 213 all’inizio di novembre: quasi nove su dieci arrivarono dopo la data a cui ci troviamo oggi [6][7]. Con un autunno mite la zanzara tigre resta attiva fino a ottobre inoltrato. Il dato di 24 va letto come un punto di partenza, non come un bilancio.

Il turismo di fine estate esporta il rischio. Un focolaio in una provincia costiera a settembre coinvolge anche persone che poi rientrano altrove. È già successo: nel 2024 due persone che avevano soggiornato a Fano durante il focolaio si ammalarono al rientro in Toscana e un loro familiare contrasse la dengue a Sesto Fiorentino, diventando il primo caso autoctono toscano [11]. Chi ha soggiornato nelle aree dei focolai e sviluppa febbre nelle due settimane successive deve dirlo al medico.

Maldive: la quota scende, i numeri no. La percentuale di casi importati dalle Maldive, oltre l’80% a inizio stagione secondo i dati raccolti nel capitolo di apertura della nostra collana sulla dengue, è oggi al 56%: non perché le Maldive siano meno rischiose, ma perché con l’estate si sono aggiunti i rientri da Sud-Est asiatico, Americhe e Oceano Indiano. In valore assoluto le Maldive restano la prima destinazione a rischio per i viaggiatori italiani.

Parte II — West Nile

1. I numeri della settimana

Il report ISS n. 7 del 10 settembre, con dati al 9 settembre, registra 594 casi confermati di infezione da West Nile virus nell’uomo, contro i 521 del report precedente [12]. Le forme neuroinvasive sono 306 (5 importate: Maldive, Francia, Belgio, Grecia e Paesi Bassi), i donatori di sangue asintomatici risultati positivi 81, i casi di febbre 202 (uno importato dal Burkina Faso). I decessi notificati sono 41 (uno in un caso importato). La letalità calcolata sulle forme neuroinvasive autoctone è del 13,3%, contro il 15,0% dello stesso periodo del 2025 [12][2].

Classificazione Casi di cui importati Note
Forma neuroinvasiva (WNND) 306 5 Meningite, encefalite, paralisi flaccida
Febbre da West Nile 202 1 Burkina Faso
Donatori di sangue asintomatici 81 Individuati dallo screening trasfusionale
Altri sintomi / asintomatici 4 + 1
Totale 594 6 588 autoctoni
Decessi 41 1 Letalità WNND autoctona 13,3%

Tabella 4. West Nile in Italia al 9/9/2026. Fonte: ISS, report n. 7 [12].

2. Come è cresciuta la stagione

Report ISS (dati al) Casi confermati Decessi Province / Regioni con circolazione
28 luglio 84 2 47 / 12
5 agosto 141 6 50 / 16
12 agosto 226 7 55 / 16
19 agosto 312 13 60 / 16
26 agosto 66 / 17
2 settembre 521 75 / 19
9 settembre 594 41 79 / 19

Tabella 5. Fonti: ISS, report 2026 n. 1-7 [12][13][14]; Open per il dato al 12 agosto [15]. Il trattino indica un valore non ricavato dalle fonti consultate.

wnv andamento

Figura 2. Casi (barre) e decessi (linea) cumulativi per report ISS.

3. Dove circola il virus

I 588 casi autoctoni si distribuiscono in 17 tra Regioni e Province autonome. Il bacino padano resta il cuore dell’epidemia: Lombardia, Veneto, Piemonte ed Emilia-Romagna sommano 389 casi, due su tre. Il secondo polo è l’asse Lazio-Campania (121 casi), con Roma, Latina, Caserta e Napoli. Spicca il cluster sardo di Oristano con 25 casi. Le province con più casi sono Padova (50), Milano (48), Roma (46), Latina (34), Torino (30), Oristano (25), Caserta e Cremona (21 ciascuna) [12].

wnv regioni

Figura 3. Casi autoctoni di West Nile per Regione di esposizione. Fonte: ISS, report n. 7 [12].

Considerando anche la sorveglianza su zanzare e animali, le Province con circolazione dimostrata sono 79 in 19 Regioni, compresa per la prima volta la Valle d’Aosta: restano fuori soltanto la Basilicata e la Provincia autonoma di Bolzano [12].

4. Lo sguardo europeo

Il report settimanale ECDC con dati al 3 settembre conta in Europa 1.086 casi autoctoni in 15 Paesi e 144 aree colpite. L’Italia ne concentra 516, quasi la metà, seguita da Grecia (284), Spagna (88), Romania (56), Macedonia del Nord (55) e Francia (36); casi sono segnalati anche nei Paesi Bassi (9), in Croazia, Cipro, Austria, Ungheria e Germania [16]. Il dato ECDC coincide in sostanza con quello ISS della stessa settimana, a conferma della solidità dei numeri. Da notare che quattro dei cinque casi neuroinvasivi importati in Italia provengono da Paesi europei, tre dei quali (Francia, Belgio, Paesi Bassi) fino a pochi anni fa erano considerati estranei al West Nile.

5. Lettura della situazione

La partenza lenta era un’illusione ottica. A metà agosto il 2026 sembrava una stagione più mite del 2025: meno casi e una letalità del 7,7% contro il 13,9% [13]. Oggi i casi sono 594 contro 582 e i decessi 41 contro 39 [2]. La letalità è salita al 13,3% non perché il virus sia diventato più aggressivo, ma perché i decessi arrivano e vengono notificati con giorni o settimane di ritardo rispetto alla diagnosi. In tre settimane i decessi sono passati da 13 a 41: la letalità di inizio stagione va sempre letta con cautela.

La crescita settimanale rallenta, ma la stagione non è finita. Gli incrementi sono stati di circa 85 casi a settimana a metà agosto, di oltre 100 a settimana tra il 19 agosto e il 2 settembre, di 73 nell’ultima settimana. Il segnale di rallentamento va preso con prudenza: l’ISS avverte che i casi delle ultime quattro settimane non sono consolidati [12], e la zanzara Culex resta attiva per tutto settembre.

Ogni caso neuroinvasivo è la punta di un iceberg. Circa l’80% delle infezioni da West Nile non dà sintomi, circa il 20% dà febbre e meno dell’1% evolve nella forma neuroinvasiva. Oltre 300 forme neuroinvasive autoctone significano, con il rapporto classico di una ogni 150 infezioni circa, una circolazione nell’ordine delle decine di migliaia di infezioni in gran parte inapparenti. Gli 81 donatori positivi ne sono la prova indiretta e mostrano il valore dello screening trasfusionale.

Chi rischia davvero. Le forme gravi colpiscono soprattutto le persone oltre i 65 anni, gli immunodepressi, i trapiantati e chi ha patologie croniche. Per il West Nile non esiste un vaccino umano: la prevenzione è interamente affidata alla protezione dalle punture, con la particolarità che la zanzara comune punge al tramonto e di notte, spesso dentro casa.

Parte III — Le altre arbovirosi in breve

Virus Casi 2026 Autoctoni Note
Chikungunya 25 1 42% dei casi importati dalle Seychelles; nessun decesso
Zika 3 0 Tutti importati; nessun decesso
Usutu 12 12 7 Lombardia, 1 ciascuno Emilia-Romagna, Marche, Lazio, Piemonte, Veneto

Tabella 6. Fonte: ISS, dati all’8-9 settembre 2026 [1][12].

Dengue e West Nile a confronto

Dengue West Nile
Vettore Zanzara tigre (Aedes albopictus) Zanzara comune (Culex pipiens)
Quando punge Di giorno, soprattutto mattino e tardo pomeriggio Dal tramonto e di notte, anche in casa
Serbatoio L’uomo viremico Gli uccelli; uomo e cavallo sono ospiti a fondo cieco
Come arriva in Italia Con il viaggiatore di rientro dai tropici Circola stabilmente ogni estate negli uccelli
Decorso tipico Febbre alta, dolori ossei e muscolari, esantema 80% asintomatica, 20% febbre, <1% neuroinvasiva
Chi rischia forme gravi Seconda infezione da sierotipo diverso, fragili Over 65, immunodepressi, trapiantati
Vaccino umano Sì (Qdenga) No
Contromisura chiave Repellente di giorno, eliminare ristagni domestici, isolare dalle punture il febbrile Repellente e zanzariere dalla sera, eliminare ristagni
Sorveglianza Ogni caso attiva la disinfestazione nel raggio del domicilio Integrata uomo-animali-zanzare, screening dei donatori

Tabella 7. Le due arbovirosi a confronto: stesso genere virale, ecologia opposta.

Che cosa fare, a chi

Destinatario Indicazione pratica
Chi vive o ha soggiornato nelle province di Livorno e Lecce Febbre nelle 2 settimane successive: segnalarlo al medico e chiedere il test per dengue (NS1/PCR nei primi giorni)
Chi rientra da Maldive e tropici Febbre al rientro: test subito, e protezione dalle punture anche a casa per non infettare la zanzara del quartiere
Chi parte per aree endemiche di dengue Valutare Qdenga anche per viaggi brevi; protezione dalle punture diurne
Anziani e fragili nelle aree con West Nile Repellente e abiti coprenti dal tramonto, zanzariere, niente acqua stagnante in giardino e sui balconi
Medici di famiglia e Pronto Soccorso Febbre con cefalea, confusione o debolezza muscolare in un over 65: pensare al West Nile. Febbre e dolori senza viaggi ma in area di focolaio: pensare alla dengue
Tutti, fino a esclusione della dengue Paracetamolo sì; aspirina e FANS no

Tabella 8. Indicazioni operative CESMET – Clinica del Viaggiatore.

Commento del dr. Paolo Meo

Se dovessi riassumere questo bollettino in una riga direi: due virus, due zanzare, due orari. La dengue ci arriva con chi torna dai tropici e la zanzara tigre la ridistribuisce di giorno nel raggio di un isolato; il West Nile è ormai di casa, vive negli uccelli e ce lo porta la zanzara comune, di sera e di notte. Proteggersi solo in uno dei due momenti significa lasciare scoperto l’altro.

Il focolaio di Livorno non mi sorprende e non deve spaventare, ma deve farci lavorare. Settembre è il mese in cui la dengue autoctona dà il meglio di sé: negli anni scorsi la gran parte dei casi è arrivata dopo questa data. Chi rientra con la febbre da un Paese tropicale deve fare il test subito e, nel frattempo, evitare di farsi pungere: è il gesto più semplice e più sottovalutato per non consegnare il virus alla zanzara del proprio quartiere. Fino a quando la dengue non è esclusa, paracetamolo e mai aspirina o antinfiammatori.

Per la dengue abbiamo un’arma che per il West Nile non esiste: il vaccino. Nella nostra esperienza su migliaia di persone vaccinate, soprattutto lavoratori che viaggiano spesso in America Latina, non abbiamo osservato casi fra i vaccinati, e il vaccino si è dimostrato efficace e sicuro. Lo raccomando anche per i viaggi brevi alle Maldive, come oggi prevedono le indicazioni aggiornate della SIMVIM.

Per il West Nile la difesa resta tutta nelle nostre mani: repellente sulla pelle scoperta dal tramonto, zanzariere, niente sottovasi pieni d’acqua. Gli oli naturali come il neem (NOZETA) possono affiancare il repellente di sintesi, ma integrare non significa sostituire. E a chi ha un genitore anziano dico: una febbre con confusione o debolezza alle gambe, in questa stagione, merita un Pronto Soccorso, non un’attesa.

Fonti

Parte I — Dengue

[1] ISS – EpiCentro, Sistema nazionale di sorveglianza delle arbovirosi: situazione epidemiologica all’8 settembre 2026 (aggiornamento del 10/9/2026).

[2] Quotidiano Sanità, «Arbovirosi. Iss: 265 casi confermati di Dengue (+38 dalla scorsa settimana), 594 di West Nile (+73)», 10/9/2026.

[3] Quotidiano Sanità, «Dengue. Ecdc: 8 casi autoctoni in Europa nel 2026. Segnalazioni in Francia e Italia», 8/9/2026 (dati ECDC al 2/9/2026).

[4] ECDC, Seasonal surveillance of dengue in the EU/EEA, weekly report 2026 – definizione di cluster chiuso (45 giorni).

[5] Quotidiano Sanità, «Dengue: Iss, 19 casi autoctoni, 165 in totale da inizio anno», settembre 2023 (dati all’11/9/2023).

[6] ISS, sorveglianza arbovirosi, dati al 17/9/2024 (450 casi, 25 autoctoni), riportati da Outbreak News Today, settembre 2024.

[7] Quotidiano Sanità / Il Resto del Carlino, bollettino ISS al 5/11/2024: 678 casi, 213 autoctoni; focolaio di Fano 144 casi, novembre 2024.

[8] ECDC, Seasonal surveillance of dengue in the EU/EEA 2025, dati al 19/11/2025 (Italia 4 casi autoctoni, Francia 29).

[9] ECDC, Historical data on local transmission of dengue in the EU/EEA (Italia 2023: 82 casi autoctoni).

[10] ISS – EpiCentro, «Focolai dengue in Italia: un articolo su Eurosurveillance», 15/7/2026.

[11] Quotidiano Sanità, «Dengue. In Toscana 2 casi provenienti da Fano e uno autoctono a Sesto Fiorentino», ottobre 2024.

Parte II — West Nile

[12] ISS – Dipartimento Malattie Infettive, Report della sorveglianza dei casi umani di West Nile e Usutu virus in Italia, stagione 2026, n. 7 del 10/9/2026 (dati al 9/9/2026).

[13] ISS – EpiCentro, West Nile: ultimi aggiornamenti 2026 (report n. 1 del 28/7, n. 2 del 6/8, n. 4 del 20/8/2026).

[14] ISS, Report WNV/USUV 2026 n. 3 del 13/8 e n. 5 del 27/8/2026 (province e regioni con circolazione).

[15] Open, «West Nile, i casi aumentano del 60% in una settimana: 226 contagi e 7 morti in Italia», 19/8/2026.

[16] ECDC, Surveillance of West Nile virus infections in humans in Europe, weekly report, week 36/2026 (pubblicato 4/9/2026, dati al 3/9/2026).

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Sprue tropicale

Polo Viaggi CESMET — Artemisia

Dipartimento di Medicina Tropicale e Malattie Infettive · clinicadelviaggiatore.com

Scheda malattia

Sprue Tropicale

Malassorbimento post-infettivo dei tropici — la “malattia dimenticata” del viaggiatore e dell’espatriato

Edizione 1.0 — settembre 2026 · direttore e redattore dr. Paolo Meo — medico tropicalista infettivologo

In sintesi

La sprue tropicale è una sindrome da malassorbimento cronico dell’intestino tenue, di verosimile origine infettiva, che colpisce chi vive o soggiorna a lungo in alcune aree tropicali. Si manifesta con diarrea cronica, steatorrea, calo ponderale e anemia megaloblastica da carenza di folati e vitamina B12.

Non ha un test diagnostico specifico: la diagnosi nasce
– dalla storia di viaggio,
– dall’esclusione sistematica delle altre cause di malassorbimento
– e dalla risposta alla terapia.
Risponde in modo spesso spettacolare all’associazione di tetraciclina (o doxiciclina) e acido folico.

È in netta riduzione nel mondo, ed è proprio questo il problema: essendo diventata rara, oggi viene sospettata tardi, o non viene sospettata affatto, nel viaggiatore che torna con una diarrea che non finisce.

Nota metodologica e di trasparenza

Le ricerche bibliografiche e la raccolta dei dati di questo documento sono state effettuate con il supporto di Claude AI. L’impaginazione e la veste grafica sono state studiate insieme fra Claude e il dr. Paolo Meo. I dati sono stati successivamente valutati e verificati sulle fonti primarie, e le bozze riscritte, dal dr. Paolo Meo, che ne porta l’intera responsabilità scientifica e redazionale.

Lo strumento cerca, ordina e dà forma alla pagina: il medico decide e firma.

1. Che cos’è la sprue tropicale

Il parere del Dr. Paolo Meo — Polo Viaggi CESMET

Nei miei anni di lavoro in Africa e nel Sud-est asiatico ho imparato che le diarree che contano davvero non sono quelle che arrivano con la febbre e passano in tre giorni:
sono quelle che restano.
Il paziente non muore, ma si consuma.
Dimagrisce, si spegne, diventa pallido,
perde la voglia di mangiare,
e intanto passano i mesi.

La sprue tropicale appartiene a questa categoria di malattie lente, e chi fa medicina dei viaggi deve tenerla nell’elenco mentale delle diagnosi possibili anche quando i libri la danno per rara.

Al Polo Viaggi la incontriamo raramente in forma conclamata, ma la sospettiamo più spesso di quanto la confermiamo:

e va bene così, perché il danno vero non è pensarci e poi escluderla, è non pensarci affatto.

La sprue tropicale è una sindrome da malassorbimento acquisita, che interessa in modo diffuso l’intestino tenue e che compare in soggetti che risiedono o hanno soggiornato a lungo in determinate aree tropicali, in assenza di un’altra causa identificabile di malassorbimento.

È definita, in altre parole, per sottrazione: quando in un paziente con storia tropicale si documenta un malassorbimento con atrofia dei villi e si sono escluse celiachia, parassitosi, malattie infiammatorie croniche intestinali e le altre enteropatie note, resta la sprue tropicale.

Il termine sprue deriva dall’olandese sprouw, che indicava le lesioni aftose del cavo orale, uno dei segni che accompagnava i malati.

In letteratura la malattia compare anche come malassorbimento tropicale post-infettivo — una denominazione più moderna e per molti versi più corretta, perché descrive il meccanismo anziché il sintomo.

L’aggettivo “tropicale” serve a distinguerla dalla sprue celiaca (nontropical sprue nella letteratura anglosassone), cioè dalla malattia celiaca, con la quale condivide una parte importante del quadro istologico ma non l’eziologia né la terapia.

Gli elementi che definiscono la malattia

  • Diarrea cronica o subacuta, spesso preceduta da un episodio di enterite acuta.
  • Malassorbimento documentabile, con steatorrea e calo ponderale.
  • Carenza di folati e/o vitamina B12, con anemia megaloblastica.
  • Atrofia villare parziale della mucosa del tenue, estesa anche all’ileo.
  • Storia di residenza o soggiorno prolungato in area endemica.
  • Risposta alla terapia antibiotica associata alla supplementazione vitaminica.

Il punto che conta

La sprue tropicale non ha un marcatore sierologico, un test genetico o un esame strumentale che la certifichi. È una diagnosi clinica, costruita su tre gambe:
– la storia geografica,

– l’esclusione delle alternative,

– la risposta al trattamento.

Chi cerca “il test della sprue” non lo troverà.

Fonti del capitolo
1. Ortiz-Prado E, Vasconez-Gonzalez J, Villavicencio-Gomezjurado M, et al. Tropical sprue: a narrative review of a neglected malabsorption syndrome. Gut Pathogens 2026;18:15. doi:10.1186/s13099-026-00803-x (pubblicato 8 febbraio 2026).
2. Goosenberg E, Aloysius MM, Afzal M. Tropical Sprue. StatPearls, aggiornamento 14 settembre 2025.
3. Malik Z. Tropical Sprue. MSD Manual — Professional Edition, revisione completa marzo 2025.
4. Walker MM. What is tropical sprue? J Gastroenterol Hepatol 2003;18:887-890.

2. Cenni storici

La prima descrizione riconoscibile della malattia risale al 1759, quando William Hillary riferì alle Barbados di una comunità colpita da diarrea cronica con deperimento progressivo. Poco più di un secolo dopo, nel 1880, Patrick Manson — uno dei padri della medicina tropicale — introdusse il termine sprue per indicare le diarree persistenti che osservava nei Paesi asiatici.

Il Novecento è il secolo in cui la sprue tropicale entra nella grande medicina militare e coloniale. Durante la Seconda guerra mondiale si registrarono vere epidemie fra le truppe britanniche in India e fra i prigionieri di guerra italiani internati nel Paese, ed è in quel contesto che venne documentato per la prima volta il beneficio del trattamento antibiotico: si usarono i sulfamidici, poi progressivamente sostituiti dalle tetracicline, che restano ancora oggi il cardine della terapia. Negli anni Sessanta lo studio dei volontari dei Peace Corps americani in Pakistan da parte di Lindenbaum e Kent fornì una delle descrizioni più solide del malassorbimento e della digiunite acquisiti dall’occidentale trapiantato nei tropici.

Fra gli anni Sessanta e Ottanta, i lavori di Klipstein, di Mathan e della scuola di Vellore in India, e successivamente di Tomkins a Londra, definirono il quadro moderno: colonizzazione del tenue da parte di batteri coliformi, enterotossigenicità di alcuni ceppi, alterazioni funzionali della mucosa. In tempi recenti la scuola di Ghoshal, in India, ha ripreso il tema collegando la sprue tropicale alla contaminazione batterica del tenue e al prolungamento reversibile del tempo di transito oro-ciecale.

Anno Tappa Significato
1759 William Hillary descrive alle Barbados una diarrea cronica con deperimento Prima descrizione clinica riconoscibile
1880 Patrick Manson introduce il termine “sprue” per le diarree persistenti in Asia Nasce l’entità nosologica
1940-45 Epidemie fra le truppe britanniche in India e i prigionieri di guerra italiani; uso dei sulfamidici Prima dimostrazione del beneficio antibiotico
1966 Lindenbaum e Kent studiano i volontari dei Peace Corps in Pakistan Il malassorbimento dell’espatriato entra in letteratura
1972-78 Bhat, Mathan, Klipstein: flora batterica del tenue ed enterotossine Consolidamento dell’ipotesi infettiva
2003-2014 Ghoshal e coll.: contaminazione batterica e transito oro-ciecale prolungato Lettura moderna della patogenesi
2026 Revisione narrativa su Gut Pathogens Richiamo su una malattia trascurata

Fonti del capitolo
1. Ortiz-Prado E, et al. Gut Pathogens 2026;18:15 (sezione introduttiva e storica).
2. Lindenbaum J, Kent TH. Malabsorption and jejunitis in American Peace Corps volunteers in Pakistan. Ann Intern Med 1966;65:1201-1209.
3. Bhat P, Shantakumari S, Rajan D, Mathan VI, et al. Bacterial flora of the gastrointestinal tract in Southern Indian control subjects and patients with tropical sprue. Gastroenterology 1972;62:11-21.
4. Klipstein FA, Engert RF, Short HB. Enterotoxigenicity of colonising coliform bacteria in tropical sprue and blind-loop syndrome. Lancet 1978;2:342-344.
5. Stefanini M. Clinical features and pathogenesis of tropical sprue; observations on a series of cases among Italian prisoners of war in India. Medicine (Baltimore) 1948;27:379-427.
6. Westergaard H. Tropical sprue. Curr Treat Options Gastroenterol 2004;7 (nota storica sui sulfamidici nelle truppe in India).

3. Eziologia: che cosa la provoca

Il parere del Dr. Paolo Meo — Polo Viaggi CESMET

Dopo oltre due secoli non abbiamo ancora un nome e cognome per l’agente causale, e questo dà fastidio a chi, come me, è abituato a ragionare per agente eziologico.

Ma la sprue tropicale ci insegna qualcosa di importante: non tutte le malattie infettive hanno un microrganismo unico.
Alcune nascono da un’alterazione dell’ecosistema intestinale, e l’ecosistema non si isola in una piastra.
Nel viaggiatore che passa mesi in condizioni igieniche precarie, ripetutamente esposto a enteropatogeni, quello che si rompe non è un organo: è un equilibrio.

L’agente causale specifico della sprue tropicale non è mai stato identificato. L’ipotesi infettiva resta però ampiamente prevalente, e si fonda su un insieme di argomenti clinici ed epidemiologici convergenti.

Gli argomenti a favore dell’origine infettiva

  • L’esordio segue tipicamente un episodio di enterite acuta.
  • La malattia si presenta in forma sia endemica sia epidemica, con andamento stagionale in alcune aree.
  • La risposta al trattamento antibiotico è netta e riproducibile.
  • L’incidenza è maggiore nelle aree rurali con condizioni igienico-sanitarie carenti.
  • I viaggiatori provenienti da Paesi industrializzati che soggiornano in area endemica sono particolarmente vulnerabili.
  • Nei pazienti si documenta colonizzazione e sovracrescita batterica del tenue prossimale.

I microrganismi chiamati in causa

Gli studi condotti fra gli anni Sessanta e Ottanta hanno isolato dal tenue dei pazienti soprattutto bacilli Gram-negativi.
Nei viaggiatori che hanno acquisito la malattia sono stati isolati con particolare frequenza
– Alcaligenes (Alcaligenes faecalis),
– Enterobacter aerogenes —
– oggi Klebsiella aerogenes —
– e Hafnia spp.
Altri isolati comprendono
– Escherichia coli,
– Klebsiella spp.
– ed Enterobacter cloacae.

In alcuni pazienti, in particolare fra i nativi di India, Haiti e Portorico, sono stati identificati ceppi coliformi fortemente enterotossigeni.

Sono stati chiamati in causa anche protozoi e miceti —
– Cryptosporidium parvum,
– Cystoisospora (Isospora) belli,
– Blastocystis hominis,
– Cyclospora cayetanensis

sono stati identificati in campioni fecali e in biopsie del tenue — e si è discussa l’ipotesi di un ruolo             – dell’anchilostomiasi
– e della strongiloidiasi.

In campioni fecali di pazienti indiani sono state osservate particelle virus-simili riferibili a orthomyxovirus e coronavirus, un dato che negli ultimi anni è tornato di attualità per l’analogia con le sindromi gastrointestinali post-infettive prolungate osservate dopo COVID-19.

Le ipotesi non infettive e i cofattori

Accanto alla componente microbica sono stati descritti fattori che contribuiscono al mantenimento del danno:
– una disregolazione neuro-ormonale intestinale,
– una risposta immunitaria dell’ospite alterata con infiammazione protratta,
– il deficit di disaccaridasi della mucosa
– e la deconiugazione degli acidi biliari.

A questi si aggiunge il cosiddetto freno ileale (ileal brake), che rallenta il transito oro-ciecale e favorisce la sovracrescita batterica, e la riduzione delle difese intestinali — ipocloridria gastrica, in alcuni casi ipogammaglobulinemia — che facilita la colonizzazione.

Sintesi eziologica

Non un patogeno unico, ma un circolo vizioso:
– infezione enterica acuta —
– colonizzazione persistente del tenue da coliformi —
– danno mucosale
– e rallentamento del transito —
– ulteriore sovracrescita batterica —
– malassorbimento e carenze —
– riduzione delle difese mucosali.

L’antibiotico funziona perché interrompe l’anello centrale della catena.

Fonti del capitolo
1. Ortiz-Prado E, et al. Gut Pathogens 2026;18:15 (sezione “Etiology”).
2. Wanke CA. Tropical Sprue. In: Mandell, Douglas and Bennett’s Principles and Practice of Infectious Diseases, 2015:1297-1301.
3. Ghoshal UC, Srivastava D, Verma A, Ghoshal U. Tropical sprue in 2014: the new face of an old disease. Curr Gastroenterol Rep 2014;16:391.
4. Tomkins AM, Drasar BS, James WP. Bacterial colonisation of jejunal mucosa in acute tropical sprue. Lancet 1975;1:59-62.
5. Ramakrishna BS. Tropical sprue: a forgotten entity. Curr Opin Gastroenterol (revisione 2026) — riapertura dell’ipotesi coronavirus dopo la pandemia COVID-19.

4. Distribuzione geografica

La geografia della sprue tropicale è una delle sue caratteristiche più curiose e meno spiegate.
La malattia si osserva prevalentemente fra i 30° di latitudine nord e i 30° di latitudine sud, ma non in tutti i Paesi compresi in questa fascia: aree contigue, con clima e condizioni sanitarie simili, possono avere incidenze radicalmente diverse.

Area Situazione Note
Asia meridionale Area di massima endemia: India (soprattutto meridionale), Pakistan, Bangladesh Storicamente la principale causa di malassorbimento dell’adulto in molte regioni indiane
Asia sud-orientale Endemia riconosciuta, con casi documentati nei viaggiatori di ritorno Segnalazioni classiche di sprue diagnosticata in Europa dopo viaggi nell’area
Caraibi Portorico, Repubblica Dominicana, Haiti, Cuba A Haiti è stata riportata una prevalenza fino al 43%; a Portorico picco stagionale in gennaio-marzo
Caraibi — eccezioni Giamaica e Bahamas: casi rari o assenti Anomalia geografica classica, mai spiegata
America centrale e meridionale Messico, Venezuela, Colombia, Costa Rica: casistiche limitate In Messico circa il 22% delle steatorree croniche nei centri di riferimento
Africa Rara; segnalazioni da Nigeria, Africa centrale e australe, Uganda, Sudan Distribuzione sporadica, non paragonabile all’Asia
Medio Oriente, Cina, Himalaya, Filippine, Myanmar Rara o non comune Aree tropicali dove la malattia non ha mai preso piede

Il parere del Dr. Paolo Meo — Polo Viaggi CESMET

Questa geografia a macchia di leopardo è la ragione per cui, quando raccolgo l’anamnesi di viaggio, non mi accontento mai del continente. Chiedo il Paese, la regione, la stagione, il tipo di alloggio e con chi si è mangiato. “Sono stato in Asia” non è un’anamnesi: è un titolo di capitolo. La differenza fra il Kerala e le Filippine, in questa malattia, è tutta.

Fonti del capitolo
1. Ortiz-Prado E, et al. Gut Pathogens 2026;18:15 (sezione “Epidemiology”).
2. Tropical Sprue: Background, Pathophysiology, Epidemiology. Medscape/eMedicine, aggiornamento 2026.
3. Wanke CA. Tropical Sprue. Mandell, Douglas and Bennett’s, 2015.
4. Nath SK. Tropical sprue. Curr Gastroenterol Rep 2005;7:343-349.

5. Epidemiologia e andamento nel tempo

Nei Paesi endemici la sprue tropicale è stata, ed è in parte ancora, una causa maggiore di malassorbimento.
In India, nel 1969, fu riconosciuta come una delle principali cause di malassorbimento in età pediatrica, con un’epidemia che provocò decine di migliaia di decessi. Nelle casistiche indiane più recenti la quota di malassorbimento attribuibile alla sprue tropicale resta consistente: in una serie di 124 pazienti con malassorbimento seguiti fra il 2000 e il 2008 la diagnosi fu posta nel 29% dei casi; in un’altra casistica su 94 pazienti con diarrea cronica e malassorbimento la percentuale fu del 21%; in uno studio successivo su 275 pazienti con sindrome da malassorbimento la sprue tropicale rappresentava il 37% delle diagnosi. È stato riportato che, in adulti e bambini dell’Asia meridionale, la malattia sia responsabile di circa il 40% di tutti i casi di malassorbimento.

Il quadro globale, tuttavia, è in chiara contrazione.
L’incidenza in India e in Pakistan appare in riduzione, verosimilmente per il miglioramento delle condizioni igieniche e per l’ampio uso di antibiotici; la stessa tendenza è descritta a livello mondiale, e viene messa in relazione anche con il trattamento antibiotico ormai diffuso delle diarree acute del viaggiatore.
Negli Stati Uniti la prevalenza riportata è dello 0,5% e la malattia è di fatto osservata solo in chi ha vissuto o viaggiato in area endemica.

Il paradosso della rarefazione

La riduzione dei casi non è una buona notizia sul piano diagnostico. Una malattia che diventa rara esce dal ragionamento clinico quotidiano, e il risultato è che la diagnosi arriva tardi o non arriva. Le revisioni recenti insistono proprio su questo: la sprue tropicale è oggi soprattutto una diagnosi mancata, spesso etichettata come celiachia refrattaria, steatorrea inspiegata o sindrome dell’intestino irritabile post-infettiva.

Non esistono differenze significative fra i sessi. La malattia interessa prevalentemente gli adulti, ma sono descritti casi pediatrici. Sono state riportate forme latenti anche in Paesi non endemici, il che impone di mantenere un elevato indice di sospetto anche fuori dai tropici, in un’epoca di viaggi e migrazioni intensi.

Fonti del capitolo
1. Ortiz-Prado E, et al. Gut Pathogens 2026;18:15 (sezione “Epidemiology” e “Discussion”).
2. Goosenberg E, Aloysius MM, Afzal M. Tropical Sprue. StatPearls, aggiornamento 14 settembre 2025.
3. Dutta AK, Balekuduru A, Chacko A. Spectrum of malabsorption in India – tropical sprue is still the leader. J Assoc Physicians India 2011;59:420-422.
4. Ghoshal UC, Mehrotra M, Kumar S, et al. Spectrum of malabsorption syndrome among adults. Indian J Med Res 2012;136:451.
5. Malik Z. Tropical Sprue. MSD Manual — Professional Edition, marzo 2025.
6. Dargavel C, Kassam Z, Hunt R, Greenwald E. A presentation of latent tropical sprue in a Canadian hospital. Eur J Gastroenterol Hepatol 2013;25:996-1000.

6. Chi si ammala: residenti, viaggiatori, espatriati

La sprue tropicale colpisce sia le popolazioni autoctone delle aree endemiche sia i viaggiatori e gli espatriati che vi risiedono.
Il fattore determinante, per questi ultimi, è la durata dell’esposizione:
– la malattia interessa tipicamente chi soggiorna in area endemica per più di un mese,
– mentre è rara in chi si ferma meno di due settimane.
– Non è però impossibile nei soggiorni brevi,

e la letteratura di medicina dei viaggi segnala che anche il viaggiatore di breve durata resta a rischio, seppure minore.

Fattori che aumentano il rischio nel viaggiatore

  • Permanenza superiore a un mese in area endemica, soprattutto in ambiente rurale.
  • Contatto stretto e continuativo con la popolazione locale, condivisione di cibo, acqua e ambiente domestico.
  • Pregresso episodio di diarrea acuta infettiva durante il soggiorno: è l’evento scatenante più frequente.
  • Condizioni igienico-sanitarie precarie del luogo di residenza.
  • Soggiorni ripetuti o prolungati per lavoro, cooperazione, missione, volontariato.

Il parere del Dr. Paolo Meo — Polo Viaggi CESMET

Il profilo che vedo più spesso in ambulatorio non è il turista di due settimane: è il cooperante, il missionario, il tecnico di cantiere, il ricercatore, il volontario che ha passato sei mesi o due anni in un villaggio mangiando quello che mangiavano tutti.

È esattamente il paziente che al rientro dice “ho avuto una brutta dissenteria a marzo e da allora non sono più tornato come prima”. Quella frase, in medicina dei viaggi, va ascoltata fino in fondo.

Al Polo Viaggi insistiamo perché chi rientra da un soggiorno lungo faccia un controllo di ritorno anche se sta discretamente: molte di queste storie si chiariscono in una visita e due esami, e si perdono in due anni di gastroenterologia generica.

Fonti del capitolo
1. Goosenberg E, Aloysius MM, Afzal M. Tropical Sprue. StatPearls, aggiornamento 14 settembre 2025.
2. Klipstein FA. Tropical sprue in travelers and expatriates living abroad. Gastroenterology 1981;80:590-600.
3. Malik Z. Tropical Sprue. MSD Manual — Professional Edition, marzo 2025.
4. Connor BA. Persistent travelers’ diarrhea (capitolo sulla sprue tropicale come causa di diarrea persistente del viaggiatore), in trattatistica di medicina dei viaggi.

7. Patogenesi e alterazioni intestinali

Il meccanismo del danno è multifattoriale e coinvolge tutto l’intestino tenue, dal duodeno all’ileo, con un interessamento anche della funzione colica.
È questa diffusione a distinguere la sprue tropicale dalla celiachia, che ha invece una distribuzione prossimale prevalente.

Alterazioni funzionali del tenue

Nelle forme acute si osserva una secrezione netta di acqua, sodio e cloro nel lume intestinale, mentre nelle forme croniche questa fase secretoria non è più presente.

A livello ileale si documenta malassorbimento della vitamina B12 e degli acidi biliari: la mancata riassorbimento degli acidi biliari conduce al malassorbimento dei grassi e, di conseguenza, delle vitamine liposolubili A, D, E e K. È descritto inoltre malassorbimento di lattosio, xilosio, glucosio, folati e di minerali come calcio e magnesio.

Permeabilità e transito

La permeabilità intestinale risulta aumentata:
gli studi che hanno utilizzato l’escrezione urinaria di lattulosio e mannitolo hanno documentato un rapporto lattulosio/mannitolo più elevato nei pazienti con sindrome da malassorbimento rispetto ai controlli sani, e un aumento specifico della permeabilità al lattulosio nei pazienti con sprue tropicale.
In parallelo, il tempo di transito oro-ciecale risulta prolungato: i batteri patogeni restano più a lungo a contatto con gli enterociti, aggravando il danno cellulare.
Si tratta di un’alterazione reversibile, che si corregge con il trattamento.

Difese mucosali ridotte

Nei pazienti sono state descritte una ridotta secrezione acida gastrica e, in alcuni casi, ipogammaglobulinemia.

Il risultato è una minore immunità innata a livello intestinale, che facilita la colonizzazione e la sovracrescita batterica del tenue prossimale, normalmente povero di flora.

La funzione colica

Il colon perde la capacità di aumentare l’assorbimento di acqua ed elettroliti — quel compenso che normalmente limita la diarrea quando il tenue funziona male. Viene così a mancare l’ultima linea di difesa contro la perdita idro-elettrolitica, e la diarrea si cronicizza.

La catena patogenetica in sei passaggi

  1. Episodio infettivo acuto intestinale in area endemica.
  2. Colonizzazione persistente del tenue da parte di coliformi, alcuni enterotossigeni.
  3. Danno enterocitario e appiattimento dei villi, con deficit di disaccaridasi.
  4. Deconiugazione degli acidi biliari e rallentamento del transito (freno ileale).
  5. Malassorbimento di grassi, folati, B12, vitamine liposolubili e minerali.
  6. Perdita del compenso colico e diarrea cronica autoalimentante.

Fonti del capitolo
1. Ortiz-Prado E, et al. Gut Pathogens 2026;18:15 (sezione “Intestinal alterations”).
2. Ghoshal UC, Ghoshal U, Ayyagari A, et al. Tropical sprue is associated with contamination of small bowel with aerobic bacteria and reversible prolongation of orocecal transit time. J Gastroenterol Hepatol 2003;18:540-547.
3. Cook GC, Menzies IS. Intestinal absorption and unmediated permeation of sugars in post-infective tropical malabsorption. Digestion 1986;33:109-116.
4. Tomkins A. Tropical malabsorption: recent concepts in pathogenesis and nutritional significance. Clin Sci 1981;60:131-137.
5. Walker MM. What is tropical sprue? J Gastroenterol Hepatol 2003;18:887-890.

8. Istopatologia

Il reperto istologico caratteristico è l’atrofia dei villi dell’intestino tenue. Nelle fasi iniziali la biopsia può essere ancora normale; con la progressione si assiste a una riduzione graduale dell’altezza dei villi fino all’atrofia conclamata, che è tipicamente parziale e non totale.

Reperti descritti

  • Riduzione dell’altezza dei villi, fino ad atrofia parziale (villous blunting).
  • Allungamento e iperplasia delle cripte, con aumento dell’indice mitotico dell’epitelio criptico.
  • Linfocitosi intraepiteliale e infiltrato linfoplasmacellulare della lamina propria.
  • Immaturità nucleare e ingrandimento delle cellule epiteliali (aspetti megaloblastici da carenza di folati e B12).
  • Aumento delle cellule caliciformi e depositi lipidici in sede sottobasale.

Un elemento distintivo importante emerge dallo studio di Brown e colleghi: nelle biopsie duodenali l’appiattimento dei villi era presente nel 75% dei casi, ma un certo grado di accorciamento villare era presente in tutti i campioni ileali. È la conferma istologica di una malattia che interessa l’intero tenue, mentre nella celiachia il danno è prevalentemente prossimale e l’ileo è di regola risparmiato.

Il parere del Dr. Paolo Meo — Polo Viaggi CESMET

Sull’istologia voglio essere netto: un referto di “atrofia villare parziale” non è una diagnosi di celiachia. È un reperto, e va letto insieme alla sierologia, alla storia di viaggio e alla sede delle biopsie. Ho visto pazienti messi a dieta senza glutine per anni sulla base di quel referto, senza mai migliorare, semplicemente perché nessuno aveva chiesto dove avessero vissuto. Se il patologo vede l’ileo coinvolto e la sierologia celiaca è negativa, il tropico entra nel ragionamento.

Fonti del capitolo
1. Brown IS, Bettington A, Bettington M, Rosty C. Tropical sprue: revisiting an underrecognized disease. Am J Surg Pathol 2014;38:666-672.
2. Ortiz-Prado E, et al. Gut Pathogens 2026;18:15 (sezione “Histopathology”).
3. Goosenberg E, Aloysius MM, Afzal M. Tropical Sprue. StatPearls, aggiornamento 14 settembre 2025.
4. Enache I, Nedelcu IC, Balaban M, et al. Diagnostic challenges in enteropathies: a histopathological review. Diagnostics 2025;15(12).

9. Quadro clinico

La presentazione clinica è ampia e varia dalla forma acuta esplosiva, che segue di poco un episodio di enterite, alla forma cronica insidiosa che si costruisce nell’arco di mesi. Schematicamente si riconoscono tre fasi, che nel singolo paziente possono sovrapporsi o non essere tutte evidenti.

Fase Quadro Durata indicativa
1. Fase enteritica acuta Diarrea acquosa, spesso febbre, dolori addominali crampiformi, malessere. Corrisponde all’episodio infettivo iniziale. Giorni-settimane
2. Fase di malassorbimento Diarrea che non si risolve, feci chiare, voluminose, untuose e maleodoranti (steatorrea), meteorismo, borborigmi, anoressia, calo ponderale progressivo, astenia. Settimane-mesi
3. Fase carenziale Anemia megaloblastica, glossite e stomatite angolare, edemi da ipoalbuminemia, parestesie e disturbi neurologici da deficit di B12, dolori ossei, tendenza emorragica, in casi estremi dermatite pellagroide (collana di Casal). Mesi

Sintomi digestivi

  • Diarrea cronica o intermittente, in genere non ematica.
  • Steatorrea: feci chiare, voluminose, untuose, difficili da scaricare, particolarmente maleodoranti.
  • Distensione addominale, meteorismo, borborigmi, crampi.
  • Anoressia e nausea; intolleranza secondaria al lattosio.

Sintomi extradigestivi ed espressione carenziale

  • Astenia, pallore, dispnea da sforzo, cardiopalmo (anemia da carenza di folati e/o B12).
  • Glossite dolorosa, cheilite angolare, ulcere orali.
  • Parestesie, ipoestesia distale, alterazioni dell’equilibrio e del tono dell’umore (deficit di B12).
  • Cecità crepuscolare (vitamina A), dolori ossei e demineralizzazione (vitamina D e calcio), ecchimosi e sanguinamenti (vitamina K).
  • Edemi declivi da ipoalbuminemia nei quadri avanzati.
  • Amenorrea, calo della libido, riduzione della massa muscolare nelle forme protratte.

Attenzione al viaggiatore “quasi guarito”

La presentazione più insidiosa non è quella drammatica, ma quella sfumata: il paziente che dopo un viaggio lungo riferisce due o tre scariche molli al giorno, un po’ di gonfiore, qualche chilo perso e una stanchezza che non passa. Sta in piedi, lavora, non allarma nessuno — e intanto perde folati, B12, ferro e massa. È il quadro che più spesso viene archiviato come “colon irritabile dopo il viaggio”.

Fonti del capitolo
1. Goosenberg E, Aloysius MM, Afzal M. Tropical Sprue. StatPearls, aggiornamento 14 settembre 2025.
2. Malik Z. Tropical Sprue. MSD Manual — Professional Edition, marzo 2025.
3. Sethi SS, Sachdeva S, Puri AS. Casal’s necklace: extraintestinal manifestation of tropical sprue. Clin Gastroenterol Hepatol 2022;20(3):e349-e350.
4. Khokhar N, Gill ML. Tropical sprue: revisited. J Pak Med Assoc 2004;54:133-134.

10. Conseguenze nutrizionali e carenze

Il malassorbimento della sprue tropicale è globale, ma alcune carenze hanno un peso clinico dominante e sono anche le più utili sul piano diagnostico.

Nutriente Sede di assorbimento e meccanismo del deficit Espressione clinica
Folati Digiuno prossimale; atrofia villare diffusa Anemia megaloblastica, glossite, alterazioni megaloblastiche dell’epitelio intestinale che aggravano il malassorbimento
Vitamina B12 Ileo terminale; danno ileale e sovracrescita batterica che consuma la vitamina Anemia macrocitica, neuropatia periferica, disturbi cognitivi e dell’umore
Grassi Deconiugazione degli acidi biliari, danno mucosale Steatorrea, calo ponderale, malnutrizione
Vitamine A, D, E, K Assorbimento legato ai grassi Cecità crepuscolare e xerosi (A), osteomalacia e dolori ossei (D), disturbi neurologici (E), sanguinamenti e allungamento del PT (K)
Ferro Duodeno e digiuno prossimale Anemia sideropenica, spesso combinata con quella megaloblastica (quadro dimorfico)
Calcio e magnesio Malassorbimento diretto e legame ai grassi non assorbiti Tetania, crampi, demineralizzazione ossea
Lattosio, xilosio, glucosio Deficit di disaccaridasi dell’orletto a spazzola Intolleranza secondaria al lattosio, aggravamento della diarrea osmotica
Proteine Malassorbimento e perdita intestinale Ipoalbuminemia, edemi, sarcopenia

Il parere del Dr. Paolo Meo — Polo Viaggi CESMET

Una regola pratica che uso da sempre: davanti a un’anemia macrocitica in un paziente con storia tropicale, non fermarsi al dosaggio della B12. Bisogna chiedere anche i folati, la ferritina, l’albumina, il calcio, la vitamina D e l’assetto coagulativo. Le carenze in questa malattia non vengono mai da sole, e l’anemia dimorfica — sideropenica e megaloblastica insieme — può mascherare i valori corpuscolari e far apparire “normale” un midollo che normale non è.

Fonti del capitolo
1. Ortiz-Prado E, et al. Gut Pathogens 2026;18:15 (sezioni “Intestinal alterations” e abstract).
2. Toriello S. Nutritional approach in tropical sprue patients. Curr Trop Med Rep 2018;5.
3. Wanke CA. Tropical Sprue. Mandell, Douglas and Bennett’s, 2015.
4. Nasrin NN, Shanmugasundaram S, Kartikayan RK. The value of duodenal biopsies in the evaluation of megaloblastic anemia. J Lab Physicians 2021;13(4):291-295.

11. Diagnosi

Non esiste un test specifico. La diagnosi si costruisce combinando anamnesi geografica, documentazione del malassorbimento, reperto bioptico compatibile ed esclusione delle altre cause. La risposta al trattamento rappresenta, di fatto, l’ultimo criterio diagnostico.

1. Anamnesi

È il punto di partenza e non è delegabile a un questionario generico: Paese e regione di soggiorno, durata, stagione, tipo di alloggio e alimentazione, contatto con la popolazione locale, episodi di diarrea acuta durante il viaggio, farmaci e antibiotici assunti, andamento dei sintomi dal rientro.

2. Esami di primo livello

  • Emocromo con indici corpuscolari e striscio periferico (macrocitosi, ipersegmentazione dei neutrofili, quadro dimorfico).
  • Folati sierici ed eritrocitari, vitamina B12, ferritina, sideremia.
  • Albumina, protidogramma, elettroliti, calcio, magnesio, fosforo.
  • Vitamina D, tempo di protrombina (indicatore indiretto della vitamina K).
  • Indici di flogosi, funzionalità tiroidea, funzione epatica e renale.

3. Documentazione del malassorbimento

  • Grassi fecali (steatocrito o dosaggio quantitativo), elastasi fecale per escludere l’insufficienza pancreatica.
  • Test del D-xilosio, dove disponibile, per la valutazione dell’assorbimento mucosale.
  • Calprotectina fecale per orientare verso o contro una componente infiammatoria.
  • Breath test al lattosio e, nel sospetto di sovracrescita batterica, breath test al glucosio o al lattulosio.

4. Esclusione delle cause infettive e parassitarie

  • Esame parassitologico delle feci ripetuto su almeno tre campioni; ricerca specifica di Giardia (antigene o PCR).
  • Ricerca di Cryptosporidium, Cystoisospora belli, Cyclospora cayetanensis, microsporidi.
  • Sierologia e ricerca larvale per Strongyloides stercoralis, obbligatoria prima di eventuali terapie immunosoppressive.
  • Coprocolture per enteropatogeni batterici; test per tossine di Clostridioides difficile se pregressa antibioticoterapia.
  • Test HIV, da considerare sempre nel malassorbimento cronico.

5. Endoscopia con biopsie

L’esofagogastroduodenoscopia con biopsie duodenali multiple è l’esame chiave. Le biopsie vanno prelevate dal duodeno distale e, quando possibile, va valutato anche l’ileo mediante ileoscopia retrograda: il coinvolgimento ileale è uno degli elementi che orientano verso la sprue tropicale e contro la celiachia. Va sempre eseguita in parallelo la sierologia celiaca (anticorpi anti-transglutaminasi IgA con dosaggio delle IgA totali, ed eventualmente anti-endomisio).

Criteri diagnostici operativi

  • Storia di residenza o soggiorno prolungato in area endemica.
  • Diarrea cronica con documentato malassorbimento e calo ponderale.
  • Carenza di folati e/o vitamina B12, con anemia macrocitica.
  • Atrofia villare parziale alla biopsia del tenue, con interessamento anche ileale.
  • Sierologia celiaca negativa e assenza di risposta alla dieta priva di glutine.
  • Esclusione di parassitosi, insufficienza pancreatica, MICI, immunodeficienze.
  • Risposta clinica alla terapia antibiotica associata a folati entro 3-4 settimane.

Fonti del capitolo
1. Goosenberg E, Aloysius MM, Afzal M. Tropical Sprue. StatPearls, aggiornamento 14 settembre 2025.
2. Ortiz-Prado E, et al. Gut Pathogens 2026;18:15 (sezione “Discussion and future directions”).
3. Malik Z. Tropical Sprue. MSD Manual — Professional Edition, marzo 2025.
4. Langenberg M, Wismans P, van Genderen PJ. Distinguishing tropical sprue from celiac disease in returning travellers with chronic diarrhoea: a diagnostic challenge? Travel Med Infect Dis 2014;12.
5. Sharma P, Baloda V, Gahlot GP, et al. Clinical, endoscopic, and histological differentiation between celiac disease and tropical sprue: a systematic review. J Gastroenterol Hepatol 2019;34(1):74-83.

12. Diagnosi differenziale

È il capitolo decisivo. La sprue tropicale è una diagnosi di esclusione, e la maggior parte degli errori clinici nasce qui: o si attribuisce alla sprue un quadro che ha un’altra causa trattabile, o — molto più spesso — si attribuisce a un’altra causa un quadro che è sprue tropicale.

Condizione Elementi in comune Che cosa la distingue
Malattia celiaca Atrofia villare, linfocitosi intraepiteliale, malassorbimento, anemia Sierologia anti-transglutaminasi/anti-endomisio positiva; danno prevalentemente prossimale con ileo risparmiato; risposta alla dieta priva di glutine; assetto HLA DQ2/DQ8
Giardiasi e altre parassitosi Diarrea cronica, steatorrea, calo ponderale Identificazione del parassita su feci, antigene o PCR, o su biopsia; risposta a metronidazolo/tinidazolo o albendazolo
SIBO (sovracrescita batterica del tenue) Meteorismo, diarrea, deficit di B12, risposta agli antibiotici Breath test positivo; assenza di atrofia villare marcata; spesso presente un fattore predisponente anatomico o motorio
Sindrome dell’intestino irritabile post-infettiva Esordio dopo enterite acuta in viaggio, sintomi persistenti Assenza di malassorbimento documentato, di calo ponderale significativo e di carenze; biopsia normale
Enteropatia ambientale (EED) Alterazioni mucosali e malassorbimento in aree a bassa igiene Quadro subclinico di popolazione, senza sindrome carenziale conclamata; non risponde in modo drammatico all’antibiotico
Insufficienza pancreatica esocrina Steatorrea marcata, calo ponderale Elastasi fecale ridotta; imaging pancreatico; assenza di atrofia villare
Malattia di Whipple Diarrea, malassorbimento, calo ponderale Artralgie, febbre, sintomi neurologici; PAS-positività dei macrofagi e PCR per Tropheryma whipplei
Morbo di Crohn del tenue Diarrea cronica, calo ponderale, carenze Lesioni segmentarie, granulomi, calprotectina elevata, quadro endoscopico e radiologico caratteristico
Linfoma del tenue e sprue refrattaria Atrofia villare non responsiva Popolazione linfocitaria monoclonale, imaging, evoluzione clinica; va sospettata nella celiachia che non risponde
Enteropatia da HIV Diarrea cronica e malassorbimento nel viaggiatore Sierologia HIV; quadro immunologico
Ipertiroidismo, diabete, farmaci Alvo accelerato, calo ponderale Anamnesi farmacologica ed esami mirati; assenza di steatorrea vera

Il parere del Dr. Paolo Meo — Polo Viaggi CESMET

Nella mia esperienza l’errore più frequente non è confondere la sprue con la celiachia: è non prendere in considerazione né l’una né l’altra e fermarsi alla diagnosi comoda di “colon irritabile post-infettivo”. È un’etichetta che chiude la porta e manda a casa il paziente con un probiotico. Un paziente che cala di peso e ha un’anemia macrocitica non ha un colon irritabile: ha un malassorbimento, e va studiato come tale.

La seconda regola che raccomando ai colleghi del Polo Viaggi: prima di iniziare qualunque terapia immunosoppressiva o cortisonica in un paziente con storia tropicale, escludere lo Strongyloides. È una verifica che costa poco e che, se saltata, può costare la vita al paziente.

Fonti del capitolo
1. Sharma P, Baloda V, Gahlot GP, et al. Clinical, endoscopic, and histological differentiation between celiac disease and tropical sprue: a systematic review. J Gastroenterol Hepatol 2019;34(1):74-83.
2. Langenberg M, Wismans P, van Genderen PJ. Travel Med Infect Dis 2014;12.
3. Ghoshal UC, Gwee KA. Post-infectious IBS, tropical sprue and small intestinal bacterial overgrowth: the missing link. Nat Rev Gastroenterol Hepatol 2017;14:435-441.
4. Keusch GT, Denno DM, Black RE, et al. Environmental enteric dysfunction: pathogenesis, diagnosis, and clinical consequences.
5. Ortiz-Prado E, et al. Gut Pathogens 2026;18:15 (sezione “Discussion”).

13. Terapia

Il parere del Dr. Paolo Meo — Polo Viaggi CESMET

Questa è una delle poche malattie tropicali croniche in cui la terapia funziona in modo che si vede a occhio nudo. Nel giro di due o tre settimane il paziente riprende appetito, l’alvo si normalizza, il peso risale. Quando ottengo questa risposta so di avere la diagnosi giusta, anche senza un test che me la certifichi. E quando invece a quattro settimane non è cambiato nulla, non insisto: rifaccio il ragionamento diagnostico da capo, perché quasi certamente sto curando la malattia sbagliata.

Sul piano pratico, nella nostra esperienza al Polo Viaggi la doxiciclina è il farmaco più maneggevole di questa classe: monosomministrazione o due somministrazioni al giorno anziché quattro, migliore aderenza, buona tollerabilità. Va assunta con abbondante acqua, seduti o in piedi, mai coricandosi subito dopo, e con attenzione alla fotosensibilizzazione — un punto tutt’altro che teorico in chi vive ai tropici.

Il trattamento è duplice: eradicare la componente microbica e correggere le carenze nutrizionali. Le due componenti sono entrambe necessarie: la sola supplementazione vitaminica corregge l’anemia e la glossite e migliora l’appetito, ma anche protratta a lungo non ripristina l’architettura dei villi e il malassorbimento in genere persiste. È l’antibiotico, associato ai folati, che normalizza la struttura mucosale.

Terapia antibiotica

Farmaco Schema riportato in letteratura Note
Tetraciclina 250 mg quattro volte al giorno per via orale Schema storico e di riferimento; durata da 1 a 6 mesi secondo il contesto
Doxiciclina 100 mg due volte al giorno per via orale, in alternativa alla tetraciclina Preferita per la maggiore maneggevolezza e la migliore aderenza; controindicata in gravidanza, in allattamento e nel bambino sotto gli otto anni
Trimetoprim-sulfametossazolo 160/800 mg (formulazione a dosaggio pieno) due volte al giorno per via orale Alternativa riportata quando le tetracicline non siano utilizzabili. Il trimetoprim è un antagonista dei folati: in un paziente trattato proprio per carenza di folati la supplementazione con acido folico va mantenuta per tutta la durata del ciclo e l’emocromo va monitorato
Chinoloni Riportati come alternativa terapeutica Da valutare caso per caso, tenendo conto del profilo di sicurezza e delle resistenze locali

Una nota pratica per il paziente che resta o rientra in area endemica: la doxiciclina a 100 mg al giorno è anche uno degli schemi di chemioprofilassi antimalarica. Nell’espatriato che deve assumerla comunque, la scelta di questa molecola per il trattamento della sprue copre entrambe le indicazioni ed evita prescrizioni sovrapposte. Va però verificato che la posologia impostata sia adeguata a entrambe e che la durata prevista per la sprue non venga confusa con quella della profilassi.

Durata

  • Viaggiatore con malattia di recente insorgenza: tetraciclina 250 mg quattro volte al giorno associata ad acido folico 5 mg al giorno per un mese può essere sufficiente.
  • Residente in area tropicale o malattia di lunga durata: il trattamento va protratto per sei mesi o più.
  • Indicazione generale: associazione di antibiotico e acido folico per 3-6 mesi; nei pazienti con sintomi che persistono oltre i sei mesi il trattamento può essere prolungato fino a un anno.
  • Regola di verifica: la mancata risposta dopo quattro settimane di terapia depone per un’altra diagnosi e impone di rivedere l’inquadramento.

Correzione delle carenze

Prima di iniziare i folati: dosare la vitamina B12

L’acido folico ad alte dosi somministrato in presenza di un deficit di vitamina B12 non ancora corretto normalizza l’anemia megaloblastica ma non arresta il danno neurologico, che può progredire — fino alla degenerazione combinata subacuta del midollo spinale — proprio mentre l’emocromo migliora e rassicura il medico. Nella sprue tropicale i due deficit coesistono quasi sempre, perché il danno interessa insieme il digiuno prossimale, dove si assorbono i folati, e l’ileo terminale, dove si assorbe la B12. La regola operativa è quindi: dosare la B12 prima di avviare la supplementazione folica, oppure iniziare le due supplementazioni contemporaneamente.

  • Acido folico 5 mg al giorno per via orale; in letteratura sono riportate durate di supplementazione fino a 12-24 mesi nelle forme carenziali importanti. È il farmaco che dà la risposta clinica più rapida: appetito e peso migliorano nel giro di pochi giorni.
  • Vitamina B12 (cianocobalamina) per via intramuscolare: 1000 mcg una volta alla settimana per 4-6 settimane come dose di carico, quindi 1000 mcg al mese di mantenimento, da proseguire finché persiste il malassorbimento ileale — che si risolve più lentamente del quadro clinico. In letteratura sono riportati schemi di mantenimento da 100 a 1000 mcg al mese.
  • Ferro, calcio, vitamina D, magnesio, vitamine liposolubili secondo i deficit documentati.
  • Reidratazione e correzione elettrolitica nelle fasi diarroiche; nei casi gravi può rendersi necessaria la trasfusione.
  • Supporto nutrizionale: dieta inizialmente povera di lattosio e di grassi a catena lunga per l’intolleranza secondaria, con progressiva reintroduzione; apporto calorico-proteico adeguato al recupero.

Avvertenze pratiche sulle tetracicline

Assumere il farmaco con abbondante acqua e in posizione eretta, evitando il decubito nell’ora successiva, per ridurre il rischio di esofagite. Distanziare l’assunzione da latticini, antiacidi e integratori di calcio, ferro e magnesio, che ne riducono l’assorbimento. Proteggersi dal sole per la fotosensibilizzazione, aspetto rilevante nei pazienti che restano in area tropicale. Controindicate in gravidanza, in allattamento e nei bambini sotto gli otto anni.

Che cosa usare in questi casi. Nel bambino sotto gli otto anni l’alternativa abituale è il trimetoprim-sulfametossazolo a posologia pediatrica, associato alla supplementazione folica. In gravidanza non esiste un’alternativa antibiotica consolidata per questa indicazione: il trimetoprim-sulfametossazolo è a sua volta sconsigliato nel primo trimestre, per l’antagonismo sui folati, e in prossimità del parto, per il rischio di ittero nucleare nel neonato. La scelta va quindi fatta caso per caso e in ambito specialistico; nel frattempo la correzione dei folati e della B12 e il supporto nutrizionale possono e devono essere avviati subito, perché sono la parte di trattamento che non ha controindicazioni e che dà il miglioramento clinico più rapido.

Fonti del capitolo
1. Ortiz-Prado E, et al. Gut Pathogens 2026;18:15 (sezione “Treatment of tropical sprue”).
2. Wanke CA. Tropical Sprue. Mandell, Douglas and Bennett’s, 2015 (durata differenziata viaggiatore/residente).
3. Malik Z. Tropical Sprue. MSD Manual — Professional Edition, marzo 2025 (mancata risposta a 4 settimane).
4. Tropical Sprue Treatment & Management. Medscape/eMedicine, aggiornamento gennaio 2026 (durata 3-6 mesi, fino a 12 mesi nei casi protratti).
5. Westergaard H. Tropical sprue. Curr Treat Options Gastroenterol 2004;7 (limiti della sola terapia vitaminica).
6. Bourée P. Sprue tropicale. Presse Med 2007;36:723-726.

14. Decorso, prognosi e recidive

Trattata correttamente, la sprue tropicale ha prognosi buona. La risposta clinica è in genere rapida: l’anemia megaloblastica si corregge prontamente, la glossite regredisce, l’appetito e il peso risalgono; le casistiche che hanno utilizzato tetraciclina 1 g al giorno e acido folico 5 mg al giorno documentano risposta entro quattro settimane nella totalità dei pazienti, con risoluzione completa dei sintomi e recupero ponderale dopo tre mesi complessivi di terapia.

Il recupero istologico è più lento del recupero clinico: la normalizzazione della struttura mucosale richiede mesi ed è il motivo per cui il trattamento va protratto oltre la scomparsa dei sintomi. Non trattata, invece, la malattia ha andamento recidivante e può condurre a malnutrizione grave, con le complicanze carenziali che ne derivano — anemia, demineralizzazione ossea, neuropatia.

Il rischio di recidiva

Il punto critico è il ritorno o la permanenza in area endemica. Il tasso di ricaduta è sostanziale nei pazienti trattati che restano nei tropici o vi rientrano, mentre alcune casistiche condotte in contesti diversi riportano follow-up prolungati — fino a una media di cinque anni — senza recidive. Le variazioni regionali nella risposta al trattamento e nel rischio di ricaduta sono probabilmente legate alle differenze della flora enterica locale, alle coinfezioni, alla risposta immunitaria dell’ospite e ai ritardi diagnostici.

Che cosa dire al paziente che deve ripartire

Chi ha avuto una sprue tropicale e torna a vivere in area endemica va informato che il rischio di ricaduta esiste, va istruito sulle misure igienico-alimentari e va programmato per un controllo clinico e laboratoristico al ritorno, o prima se ricompaiono diarrea, calo di peso o astenia. Non è una controindicazione a ripartire: è una ragione per farlo con un piano.

Fonti del capitolo
1. Khokhar N, Gill ML. Tropical sprue: revisited. J Pak Med Assoc 2004;54:133-134.
2. Westergaard H. Tropical sprue. Curr Treat Options Gastroenterol 2004;7 (recidive nei pazienti che restano in area endemica).
3. Malik Z. Tropical Sprue. MSD Manual — Professional Edition, marzo 2025.
4. Ortiz-Prado E, et al. Gut Pathogens 2026;18:15 (variabilità regionale della risposta e delle recidive).

15. Prevenzione e indicazioni al viaggiatore

Non esiste un vaccino né una profilassi farmacologica specifica per la sprue tropicale. La prevenzione coincide con la prevenzione delle infezioni enteriche in viaggio e con un’attenzione clinica strutturata prima, durante e dopo il soggiorno. Il Polo Viaggi applica questo schema a tutti i soggiorni di lunga durata in area tropicale.

Prima della partenza

  • Visita di medicina dei viaggi con valutazione della destinazione, della durata e delle condizioni di permanenza.
  • Aggiornamento vaccinale, compresa la copertura per le patologie a trasmissione oro-fecale previste per la destinazione.
  • Educazione igienico-alimentare mirata: acqua, ghiaccio, verdure crude, frutta non sbucciata, latticini non pastorizzati, cibo di strada.
  • Farmacia da viaggio con reidratanti orali e istruzioni scritte su quando e come usarli.
  • Per i soggiorni lunghi: valori basali di emocromo, ferritina, folati, B12 e albumina, utilissimi come termine di paragone al rientro.

Durante il soggiorno

  • Rispetto costante delle norme igienico-alimentari, che nei soggiorni lunghi tendono fisiologicamente a rilassarsi.
  • Gestione corretta delle diarree acute: reidratazione come priorità, uso ragionato e non automatico degli antibiotici, evitando cicli ripetuti e non necessari.
  • Non trascurare una diarrea che si prolunga oltre due settimane: va valutata sul posto, non rimandata al rientro.
  • Monitoraggio del peso corporeo: il calo ponderale progressivo è il segnale d’allarme più semplice e più affidabile.

Al rientro

  • Visita di controllo per tutti i soggiorni superiori al mese, anche in assenza di sintomi evidenti.
  • Esami mirati in presenza di alvo alterato, calo ponderale, astenia o pallore.
  • Riferire sempre al medico i Paesi e le regioni visitate, la durata, e gli episodi di diarrea avuti durante il viaggio, anche se risolti.

Quando sospettare la sprue tropicale — sintesi per il clinico

  • Diarrea che persiste oltre 2-4 settimane dopo un soggiorno tropicale prolungato.
  • Feci untuose e maleodoranti, difficili da scaricare (steatorrea).
  • Calo ponderale progressivo non altrimenti spiegato.
  • Anemia macrocitica con carenza di folati e/o vitamina B12.
  • Glossite, cheilite angolare, astenia marcata.
  • Sierologia celiaca negativa con atrofia villare alla biopsia.
  • Nessuna risposta alla dieta priva di glutine.
  • Esame parassitologico ripetutamente negativo.

Commento conclusivo del dr. Paolo Meo — Polo Viaggi CESMET

Chiudo con l’indicazione che ripeto sempre ai viaggiatori del Polo Viaggi: non esiste una pastiglia che prevenga la sprue tropicale, ma esiste una cosa che funziona quasi altrettanto bene, ed è raccontare bene la propria storia al medico giusto. Chi torna da un anno di lavoro in India o ad Haiti e dice “ho avuto una brutta diarrea otto mesi fa e da allora non sono più lo stesso” ha già fornito, con quella frase, il novanta per cento della diagnosi. Il resto lo fanno un emocromo, un dosaggio dei folati e un po’ di mestiere.

La medicina tropicale, dopo quarant’anni, continua a insegnarmi che le malattie dimenticate non spariscono: aspettano soltanto qualcuno che si ricordi di cercarle.

Polo Viaggi CESMET — Artemisia

Dipartimento di Medicina Tropicale e Malattie Infettive

Direttore: Dr. Paolo Meo — medico tropicalista infettivologo

clinicadelviaggiatore.com

Telefono e WhatsApp 346 6000899 · seg.cesmet@gmail.com

Scheda malattia “Sprue tropicale” — edizione 1.0, settembre 2026

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DENGUE -FAQ: 45 domande e risposte sintetiche

POLO VIAGGI CESMET – ARTEMISIA
Dipartimento di Medicina Tropicale e Malattie Infettive · clinicadelviaggiatore.com
DENGUE
Ka-dinga pepo, la febbre che spezza le ossa
Dai tropici al Mediterraneo
Collana POLO VIAGGI CESMET – ARTEMISIA · Appendice A

Le domande che ci fanno

Quarantacinque domande sulla dengue, con le risposte che diamo in ambulatorio

Domande
45
in sette sezioni
Aggiornate al
1.9.2026
dati e linee guida
Per
Tutti
pazienti e colleghi
Formato
Web
pronte per il sito
Nota metodologica e di trasparenza

Le ricerche documentali di questa appendice sono state effettuate con l’assistenza di Claude AI. L’impaginazione e la veste grafica della collana sono state studiate insieme fra Claude e il dr. Paolo Meo. I contenuti sono stati valutati, verificati sulle fonti primarie e le bozze riscritte dal dr. Paolo Meo, che ne porta l’intera responsabilità scientifica ed editoriale.

Come si usa. Le risposte sono volutamente brevi e autosufficienti: ciascuna può essere letta da sola e pubblicata da sola. Per gli approfondimenti si rimanda ai capitoli della collana. Nulla di quanto scritto qui sostituisce una valutazione clinica individuale.

Le sette sezioni

Sezione Domande Argomento
I 1-7 Che cos’è la dengue
II 8-14 Come ci si contagia
III 15-21 Sintomi e diagnosi
IV 22-27 Cura e decorso
V 28-38 Il vaccino
VI 39-43 Viaggio e prevenzione
VII 44-45 La dengue in Italia

I. Che cos’è la dengue

Il parere del Dr. Meo — POLO VIAGGI  ·  Le domande non sono mai banali

In quarant’anni ho imparato che le domande che i pazienti fanno per prime sono quasi sempre quelle giuste, anche quando sembrano ingenue. «Si prende una volta sola?» è una domanda da manuale di immunologia. «Se mi vaccino posso smettere col repellente?» è la domanda su cui si gioca l’efficacia reale della prevenzione.

Ho raccolto qui le domande che ci arrivano davvero, in ambulatorio e per posta, e ho risposto come rispondo di persona: senza tecnicismi inutili e senza semplificazioni che tradiscono. Dove la risposta onesta è «non lo sappiamo», l’ho scritto.

1. Che cos’è esattamente la dengue?

È una malattia virale trasmessa dalla puntura di zanzare del genere Aedes. Il virus appartiene alla famiglia dei flavivirus, la stessa della febbre gialla e di Zika. Nella maggior parte dei casi si manifesta con una febbre alta accompagnata da cefalea intensa e dolori articolari, ma in una minoranza dei pazienti può evolvere in una forma grave.

2. Perché si chiama «febbre spezzaossa»?

Per il dolore muscolare e articolare che accompagna la fase febbrile, descritto dai pazienti come una sensazione di ossa rotte. Il nome dengue deriva probabilmente dall’espressione swahili ka-dinga pepo, che indicava una malattia attribuita a uno spirito maligno.

3. È una malattia grave?

Nella maggioranza dei casi no: si guarisce in una settimana, con una convalescenza faticosa ma completa. Una minoranza dei pazienti sviluppa però una forma grave, con fuga di plasma dai vasi, e in questi casi la malattia può essere pericolosa per la vita se non riconosciuta e trattata.

Nel viaggiatore europeo, che di solito è alla prima infezione e ha accesso a cure adeguate, il decorso è di regola favorevole.

4. Quante volte si può prendere?

Fino a quattro volte, una per ciascuno dei quattro sierotipi del virus. Chi ha avuto la dengue è immune per tutta la vita verso quel sierotipo, ma resta suscettibile agli altri tre.

5. Perché si dice che la seconda volta è peggio?

Perché gli anticorpi lasciati dalla prima infezione riconoscono un sierotipo diverso senza riuscire a neutralizzarlo, e possono facilitarne l’ingresso nelle cellule. È il fenomeno chiamato potenziamento anticorpo-dipendente, o ADE, ed è il motivo per cui le forme gravi si concentrano nelle seconde infezioni.

Va detto con equilibrio: il rischio aumenta, non diventa una certezza. La dengue grave resta un evento raro nel viaggiatore.

6. Esiste un quinto sierotipo?

Nel 2013 fu annunciato in Malaysia l’isolamento di un ceppo geneticamente distinto, proveniente da un ciclo silvestre fra primati. Non è però entrato né nella classificazione clinica né nella diagnostica corrente: i sierotipi che contano nella pratica restano quattro.

7. La dengue è la stessa cosa della chikungunya o di Zika?

No, sono tre virus diversi, ma sono trasmessi dalle stesse zanzare, circolano nelle stesse aree e all’esordio possono somigliarsi molto. La chikungunya lascia artralgie molto più intense e persistenti; Zika ha un rilievo particolare in gravidanza.

II. Come ci si contagia

8. La dengue è contagiosa da persona a persona?

No. Non esiste trasmissione diretta fra esseri umani: serve sempre la puntura di una zanzara infetta. Attorno a un malato non è necessaria alcuna precauzione da contatto.

9. Quale zanzara la trasmette?

Nel mondo il vettore principale è Aedes aegypti. In Europa continentale, e quindi in Italia, il vettore è Aedes albopictus, la zanzara tigre.

10. A che ora punge la zanzara della dengue?

Di giorno, con picchi nelle prime ore dopo l’alba e nel tardo pomeriggio. È la differenza più importante rispetto alla zanzara comune, che punge di notte.

Ne consegue che le abitudini italiane — la spirale a cena, il diffusore notturno — non proteggono dalla dengue. Il repellente va messo la mattina e riapplicato nel pomeriggio.

11. Quanto si allontana la zanzara tigre da dove è nata?

Raramente più di un centinaio o due di metri. È per questo che un focolaio di dengue è un fenomeno di isolato e non di città, e che gli interventi di disinfestazione si concentrano in un raggio ristretto attorno ai luoghi frequentati dal malato. Ma occorre comunque tener conto del vento e degli spostamenti d’aria, che possono trasportare le zanzare lontano.

12. Si può prendere la dengue in piscina, con l’acqua o con il cibo?

No. Il virus non sopravvive nell’ambiente, non si trasmette per via aerea, non si prende con l’acqua, con il cibo o toccando superfici.

13. Esistono altre vie di trasmissione?

Sì, rare ma documentate: trasfusione di sangue e trapianto d’organo da donatore viremico, trasmissione dalla madre al neonato in prossimità del parto, esposizione professionale accidentale con ago.

14. Per quanto tempo una persona malata può infettare le zanzare?

Per circa cinque giorni, da poco prima della comparsa della febbre fino a quattro o cinque giorni dopo. È la finestra in cui una diagnosi rapida permette di interrompere la catena di trasmissione.

III. Sintomi e diagnosi

15. Quanto tempo passa fra la puntura e i sintomi?

Da quattro a dieci giorni. Una febbre che compare oltre due settimane dopo il rientro non è, con ogni probabilità, una dengue.

16. Quali sono i sintomi tipici?

Febbre alta a esordio brusco, cefalea intensa con dolore dietro gli occhi che peggiora muovendoli, dolori muscolari e articolari diffusi, spesso un esantema, nausea e inappetenza. La stanchezza è marcata e dura a lungo.

17. Quali sono i segnali che devono preoccupare?

Dolore addominale intenso e continuo, vomito che non si ferma, sanguinamento dalle gengive o dal naso, sonnolenza o agitazione insolita, mani e piedi freddi, e la sensazione di peggiorare proprio quando la febbre scende.

La comparsa di uno solo di questi segni richiede una valutazione medica immediata.

18. È vero che il momento pericoloso è quando la febbre passa?

Sì, ed è la cosa più importante da sapere sulla dengue. La fase critica comincia con lo sfebbramento, di solito fra il terzo e il settimo giorno: il paziente sembra migliorare mentre inizia la fuga di plasma dai vasi. La regola è rivalutare il paziente quando la febbre scende.

19. Quali esami servono per la diagnosi?

Dipende dal giorno di malattia.

Nella prima settimana si cerca il virus, con il test per l’antigene NS1 e, dove disponibile, la PCR.

Dalla seconda settimana si cerca la risposta immunitaria, con le IgM e le IgG.

Chiedere la sierologia al secondo giorno di febbre significa quasi sempre buttare via un esame.

20. Il test rapido fatto all’estero è affidabile?

Un risultato positivo, in un contesto compatibile, è molto informativo. Un risultato negativo non esclude la malattia: la sensibilità dei test rapidi è nettamente inferiore a quella degli esami di laboratorio.

Al ritorno gli esami vanno rifatti.

21. Ho fatto il vaccino per la febbre gialla: può falsare gli esami?

La sierologia sì. Gli anticorpi contro i diversi flavivirus si somigliano abbastanza da confondere i test, e una IgG positiva in chi ha fatto il vaccino contro la febbre gialla o l’encefalite giapponese, o ha avuto Zika, non dimostra una pregressa dengue.

Il test per l’antigene NS1 e la PCR non hanno questo problema.

IV. Cura e decorso

22. Esiste una cura specifica?

No. Non esiste a oggi alcun farmaco antivirale approvato contro la dengue. Il trattamento è di supporto e si basa soprattutto sulla corretta gestione dei liquidi, con l’idratazione orale nelle forme non gravi.

23. Che cosa si può prendere per la febbre e i dolori?

il paracetamolo.

NO aspirina e antinfiammatori non steroidei, che vanno evitati perché interferiscono con le piastrine e aumentano il rischio di sanguinamento, in una malattia che già riduce le piastrine.

24. Le piastrine basse sono il vero problema?

Non da sole. Quello che conta è la tendenza: piastrine che scendono rapidamente insieme a un ematocrito che sale indicano il passaggio alla fase critica. Un valore basso ma stabile, in un paziente che beve e urina, è meno allarmante di un valore più alto in rapida discesa.

25. Serve la trasfusione di piastrine?

Non in via preventiva. Le linee guida OMS del 2025 suggeriscono di non ricorrere alla trasfusione piastrinica profilattica nei pazienti con meno di 50.000 piastrine per microlitro in assenza di sanguinamento attivo.

26. Il cortisone aiuta nelle forme gravi?

No. Le linee guida OMS del 2025 ne suggeriscono l’esclusione sia nella malattia grave sia in quella non grave, così come non raccomandano le immunoglobuline.

27. Quanto dura la convalescenza?

La febbre dura in genere dai due ai sette giorni, ma la stanchezza si protrae per settimane e talvolta oltre il mese. Può comparire un secondo esantema, spesso pruriginoso e desquamante a mani e piedi: è un segno di guarigione, non di peggioramento.

V. Il vaccino

Il parere del Dr. Meo — POLO VIAGGI  ·  La sezione che genera più domande, e il motivo

Nessun altro vaccino che somministro produce tante domande come questo, e la ragione è che sulla dengue circolano insieme due storie: 1. quella di un vaccino ritirato dopo un disastro, 2. quella di un vaccino nuovo con dati solidi. Il paziente le trova entrambe su internet, spesso confuse in una sola.

Separarle è la prima cosa da fare, e queste risposte servono a quello. La seconda è dire con precisione dove il dubbio è ancora legittimo — perché c’è, ed è circoscritto — senza lasciar credere che sia tutto incerto.

28. Esiste un vaccino contro la dengue?

Sì. In Europa è disponibile Qdenga, sigla TAK-003, autorizzato dal dicembre 2022: è un vaccino vivo attenuato tetravalente, si somministra in due dosi a tre mesi di distanza ed è indicato dai quattro anni di età in su, senza limite superiore.

29. Quanto protegge?

A quattro anni e mezzo dalla seconda dose l’efficacia cumulativa è del 61,2% contro la dengue confermata e dell’84,1% contro il ricovero. Nelle persone che non avevano mai avuto la dengue i valori sono rispettivamente del 53,5% e del 79,3%.

30. E se non ho mai avuto la dengue? Ho letto che può essere pericoloso.

Quello che ha letto riguarda il vaccino precedente, Dengvaxia, ed è stato ipotizzato anche per Qdenga perché in chi non ha mai avuto la dengue l’efficacia contro il sierotipo 3 è inferiore agli altri.

È un’ipotesi che è stata presa sul serio, cercata attivamente e non confermata: la Società Italiana di Medicina dei Viaggi e delle Migrazioni, nella revisione delle sue indicazioni del gennaio 2026, osserva che dopo quasi sette anni di monitoraggio e milioni di dosi somministrate quelle preoccupazioni teoriche non hanno trovato conferma nella pratica clinica.

Ed io confermo la sicurezza del vaccino, nella mia pratica clinica, ma anche l’efficacia.

31. Ho già avuto la dengue: devo vaccinarmi lo stesso?

È anzi la situazione in cui l’indicazione è più forte. Chi ha già avuto la dengue è la categoria più a rischio di forma grave in caso di seconda infezione, ed è quella in cui il vaccino funziona meglio, con efficacia dimostrata contro tutti e quattro i sierotipi.

32. Serve un esame del sangue prima di vaccinarsi?

No. Nessuna linea guida lo richiede per Qdenga. Un test può rafforzare l’indicazione se documenta una pregressa infezione, ma non è un prerequisito.

33. Parto fra due settimane: ha senso fare una dose sola?

Sì. Anche se non è possibile completare il ciclo prima della partenza, è comunque raccomandabile somministrare la prima dose: l’efficacia comincia con la stimolazione delle cellule linfocitarie, poi dopo 7-8 giorni interviene la stimolazione anticorpale, e il livello massimo si raggiunge dopo circa due settimane.

Una dose singola induce sieroconversione in oltre il 90% di bambini e adolescenti e in almeno il 70% degli adulti. Non è una protezione completa, ma non è niente. La seconda dose andrà poi eseguita non prima di tre mesi e auspicabilmente entro dodici.

34. Vado solo per una settimana: vale la pena?

Assolutamente sì. Le indicazioni italiane aggiornate al gennaio 2026 raccomandano la vaccinazione per chi si reca in aree endemiche o con epidemie in corso indipendentemente dalla durata del soggiorno. Il vincolo delle tre settimane presente nelle versioni precedenti è caduto: per prendersi la dengue basta una puntura, anche dopo qualche ora di soggiorno o di passaggio in area endemica.

35. Quali sono gli effetti collaterali?

Più comunemente dolore e arrossamento nel punto di iniezione, cefalea, dolori muscolari e malessere nei due giorni successivi. È descritta inoltre, a una o due settimane dalla somministrazione, una sindrome simil-influenzale con qualche giorno di febbre: è attesa e va conosciuta in anticipo per non allarmarsi.

36. Chi non può fare il vaccino?

È controindicato in gravidanza e in allattamento, nelle immunodeficienze congenite o acquisite, in chi assume terapie immunosoppressive o corticosteroidi ad alte dosi, nell’infezione da HIV sintomatica o con compromissione immunitaria, e in caso di ipersensibilità nota. Non è indicato sotto i quattro anni.

37. Sto cercando una gravidanza: posso vaccinarmi?

È un aspetto da discutere in consulenza prima di prenotare il viaggio. È raccomandato evitare una gravidanza per 15 giorni, tempo necessario alla neutralizzazione dei virus iniettati. Se la gravidanza è in programma a breve, la vaccinazione va pianificata per tempo o rimandata.

38. Quanto dura la protezione? Servirà un richiamo?

A quattro anni e mezzo la protezione contro il ricovero è ancora sopra l’80%. Un richiamo somministrato a quel punto l’ha riportata al 90,6% due anni dopo. Non esiste però, a oggi, una raccomandazione ufficiale su quando offrire un richiamo ai viaggiatori: è una delle domande ancora aperte.

VI. Viaggio e prevenzione

39. Se mi vaccino posso lasciare a casa il repellente?

No, e questa è la risposta su cui insistiamo di più. La protezione non è totale, non copre allo stesso modo tutti e quattro i sierotipi in chi non ha mai avuto la dengue, e la stessa zanzara trasmette anche chikungunya e Zika, contro cui il vaccino non fa nulla. Il vaccino si aggiunge al repellente, non lo sostituisce.

40. Quale repellente devo usare?

Per le aree tropicali a rischio i principi attivi di riferimento sono il DEET e l’icaridina. L’IR3535 è ben tollerato ma dà una protezione più breve. L’olio di neem, come nel formulato NOZETA, è un ottimo complemento naturale per le riapplicazioni della giornata, ma non sostituisce il repellente principale nelle ore e nelle aree a maggior rischio.

41. Un repellente più concentrato protegge di più?

No: protegge più a lungo. La concentrazione determina la durata dell’effetto, non il grado di protezione. L’errore più comune non è scegliere la concentrazione sbagliata, è metterne troppo poco e non riapplicarlo.

42. Braccialetti e apparecchi a ultrasuoni funzionano?

No, e il problema non è solo che sono inefficaci: danno una sensazione di protezione che porta a trascurare ciò che funziona davvero. Lo stesso vale per la vitamina B, il lievito di birra e l’aglio per via orale.

43. Sono tornato con la febbre: che cosa faccio?

Consulto entro ventiquattro-quarantotto ore, senza aspettare. Al medico va detto dove si è stati e quando. La malaria va sempre esclusa per prima, perché è l’unica di queste malattie che può uccidere in due giorni. Una diagnosi rapida serve anche a impedire che il virus passi alle zanzare del quartiere.

VII. La dengue in Italia

44. Si può prendere la dengue in Italia?

Sì. Dal 2020 in Italia si verificano ogni anno casi autoctoni, cioè contratti sul territorio nazionale: dieci in Veneto nel 2020, ottantadue nel 2023 fra Lodi e Roma, alcune centinaia nel 2024 con i focolai di Fano e Cavezzo, quattro nel 2025.

Nel 2026 i primi episodi sono stati notificati alla fine di agosto in Salento. La zanzara tigre è ormai presente in tutte le 107 unità territoriali italiane, e la finestra di trasmissione va da giugno a novembre, con il periodo critico fra metà agosto e fine settembre.

45. Che cosa posso fare io, praticamente?

Togliere l’acqua. Svuotare e strofinare i sottovasi due volte a settimana — strofinare, perché le uova restano attaccate alla parete asciutta — coprire o capovolgere secchi e bidoni, pulire le grondaie, cambiare ogni giorno l’acqua delle ciotole degli animali, far trattare tombini e caditoie.

E una cosa che quasi nessuno dice: chi rientra da un’area endemica con la febbre dovrebbe proteggersi dalle punture nella prima settimana di malattia. Non per sé, ma per non consegnare il virus alla zanzara del proprio quartiere.

Se la domanda non c’è

Questa appendice raccoglie le domande che arrivano più spesso, ma non le esaurisce. Il POLO VIAGGI CESMET – ARTEMISIA offre consulenza pre-viaggio e valutazione al ritorno, in sede e a distanza, e i capitoli della collana approfondiscono per esteso ciascuno dei temi qui riassunti. Le domande nuove sono benvenute: le risposte a quelle che tornano più spesso finiranno nella prossima edizione di queste pagine.

POLO VIAGGI CESMET – ARTEMISIA
Dipartimento di Medicina Tropicale e Malattie Infettive
Direttore: Dr. Paolo Meo, infettivologo-tropicalista
clinicadelviaggiatore.com  ·  dengueonline.com

Appendice chiusa il 1° settembre 2026. Contenuto divulgativo: non sostituisce la valutazione clinica individuale.

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Peste suina africana (PSA): un caso probabile a Riano, provincia di Roma

POLO VIAGGI CESMET – ARTEMISIA · Scheda malattia

Peste suina africana (PSA)

Il virus dei cinghiali che non tocca l’uomo — e perché ci riguarda comunque

Edizione 1.0 — dati aggiornati al 29 agosto 2026 · Redazione: Dr. Paolo Meo, infettivologo-tropicalista, Direttore del POLO VIAGGI CESMET – ARTEMISIA, Dipartimento di Medicina Tropicale e Malattie Infettive

Rischio per l’uomo
NULLO
Rischio per i suini
MOLTO ALTO
Lazio al 29.08.2026
INDENNE
Vaccino in UE
NON ESISTE

Nota Meo–Claude · Metodologia e trasparenza

Questa scheda nasce da un fatto accaduto a poche centinaia di metri da casa mia: il ritrovamento di un cinghiale morto a Riano, a nord di Roma, rilanciato sui social con l’etichetta «peste suina». Ho voluto capire, verificare e poi spiegare.

Le ricerche bibliografiche ed epidemiologiche sono state effettuate con l’assistenza di Claude AI (Anthropic). L’impaginazione e la veste grafica sono state studiate insieme fra Claude e il dr. Meo. Tutti i dati sono stati poi valutati, verificati sulle fonti primarie — bollettini degli Istituti Zooprofilattici Sperimentali, EFSA, WOAH, FAO, Ministero della Salute, Regione Lazio — e le bozze riscritte dal dr. Paolo Meo, che ne porta l’intera responsabilità scientifica ed editoriale.

Il principio è semplice: lo strumento cerca, ordina e dà forma alla pagina; il medico decide, corregge e firma.

Avvertenza sul caso di Riano: alla chiusura di questa edizione non esiste alcuna conferma di laboratorio di positività alla PSA né a Riano né in alcun altro comune del Lazio. Il capitolo 1 va letto come cronaca di un sospetto, non di un focolaio. La scheda verrà aggiornata all’esito delle analisi.

 

Potrebbe essere un'immagine raffigurante il seguente testo "R Roma RIANO Peste suina, primo caso nel Lazio dopo 2 anni: virus trovato sulla carcassa di un cinghiale"

Indice ragionato dei contenuti

Tredici capitoli. Sotto ogni titolo, due righe che dicono che cosa vi troverete.

1. Il fatto: un cinghiale morto a Riano

Che cosa è successo, che cosa sappiamo e che cosa non sappiamo. Perché un animale trovato morto non è un animale positivo, e perché va segnalato comunque.

2. Che cos’è la peste suina africana

Definizione, inquadramento normativo europeo, letalità negli animali. Una malattia di categoria A che non ha né cura né vaccino disponibile in Europa.

3. Il virus: microbiologia dell’ASFV

Famiglia, genoma, struttura del virione, tropismo per i macrofagi, genotipi e straordinaria resistenza ambientale. Qui si capisce perché il vaccino non arriva.

4. Serbatoi, vettori e i quattro cicli epidemiologici

Il ciclo selvatico africano con le zecche molli, il ciclo domestico, il ciclo cinghiale-carcassa che domina in Europa. Chi tiene davvero in vita il virus.

5. Come si trasmette

Contatto diretto, ingestione di carni e salumi, fomiti, artropodi vettori dove esistono. E il ruolo dell’uomo come vettore passivo meccanico.

6. La malattia nel maiale e nel cinghiale

Incubazione, forme acuta subacuta e cronica, sindrome emorragica, mortalità, portatori cronici. Che cosa vede l’allevatore prima di chiamare il veterinario.

7. L’uomo si infetta? No, e vale la pena spiegare perché

La risposta netta e la sua base biologica. Perché prosciutto, salame e carne di maiale restano sicuri, e perché nessun caso umano è mai stato documentato.

8. Le vere zoonosi della carcassa

Quello che i comunicati non dicono: la carcassa di cinghiale è pericolosa da toccare, ma per leptospirosi, brucellosi, epatite E, trichinellosi. Non per la PSA.

9. La situazione in Italia al 29 agosto 2026

I numeri regione per regione: Piemonte e Liguria, il nuovo fronte toscano, l’Emilia, la Sardegna difesa nei porti. Bollettini ufficiali e date di riferimento.

10. Il Lazio e l’area a nord di Roma

Dall’epidemia dell’Insugherata 2022 all’eradicazione del gennaio 2025. Perché la Regione considera «concreta e molto elevata» la possibilità di reintroduzione.

11. La situazione in Europa

Il record del 2025 secondo l’EFSA, i quattordici Stati membri coinvolti, il ritorno in Spagna dopo trentun anni e il primo caso finlandese. Le zone I, II e III.

12. La situazione nel mondo

Dall’Africa subsahariana alla Georgia 2007, dalla Cina 2018 ai Caraibi 2021. Il quadro FAO per l’Asia-Pacifico e il segnale di rallentamento registrato dalla WOAH.

13. Prevenzione: che cosa fare, in concreto

Regole distinte per chi cammina nei boschi, per chi alleva anche un solo maiale, per chi caccia e per chi viaggia. Numeri utili e decalogo finale.

1. Il fatto: un cinghiale morto a Riano

Il parere del Dr. Meo — POLO VIAGGI

Quando una notizia sanitaria riguarda la strada dove abiti, la tentazione è di reagire prima di capire. Ho fatto il contrario: ho cercato la fonte. E la fonte, per ora, è una fotografia su Facebook.

In quarant’anni di lavoro sul campo, dall’Africa occidentale al Corno d’Africa, ho imparato che le epidemie si combattono con due strumenti che sembrano poveri: la segnalazione tempestiva e la verifica di laboratorio. Tutto il resto viene dopo. Vale a Bumbuna come vale a Riano.

Nei giorni scorsi è circolata la notizia del ritrovamento di un cinghiale morto nel territorio di Riano, comune della campagna a nord di Roma. La segnalazione è stata rilanciata sui social già accompagnata dall’espressione «peste suina». Chi scrive abita in quella zona, e proprio per questo ha ritenuto necessario ricostruire i fatti prima di commentarli.

Due paletti da fissare subito

Primo. Un cinghiale trovato morto non è un cinghiale positivo. I cinghiali muoiono per investimenti stradali, traumi, parassitosi, denutrizione, avvelenamenti, abbattimenti e per numerose malattie che con la peste suina africana non hanno alcun rapporto. La diagnosi di PSA non si formula guardando una carcassa né una fotografia: richiede esame anatomo-patologico e ricerca del genoma virale in PCR, con conferma dell’Istituto Zooprofilattico Sperimentale del Lazio e della Toscana e, in ultima istanza, del Centro di referenza nazionale per le pesti suine (CEREP) dell’IZS dell’Umbria e delle Marche.

Secondo. Anche nell’ipotesi peggiore, cioè se l’animale risultasse positivo, per la salute delle persone non cambierebbe assolutamente nulla. La peste suina africana non è una zoonosi: non si trasmette all’uomo né per contatto con gli animali né attraverso il consumo di carne. È il punto su cui tutte le autorità sanitarie sono sempre state esplicite, ed è quello che nelle catene di messaggi si perde per primo.

Perché quella carcassa va comunque segnalata

Non per proteggere noi: per proteggere il sistema. Nel 2025 l’Unione Europea ha analizzato oltre 518.000 campioni di suini domestici e 618.000 campioni di cinghiali. Eppure, secondo l’EFSA, è stata la sorveglianza passiva — cioè l’indagine sugli animali trovati morti o sospetti — a individuare il 73% dei focolai nei cinghiali. La telefonata del cittadino che trova una carcassa è, letteralmente, lo strumento diagnostico principale dell’intero sistema europeo di allerta precoce.

È esattamente ciò che è avvenuto il 10 luglio 2026 sull’Appennino modenese: una carcassa segnalata da un escursionista nel territorio di Fanano, a circa tre chilometri dal confine con il Parco regionale del Corno alle Scale, è risultata positiva alla PSA. Da quella singola segnalazione è derivato l’inserimento di diversi comuni bolognesi nelle zone di restrizione.

Come si segnala nel Lazio

  • Numero verde Protezione Civile regionale: 803555, attivo 24 ore su 24
  • Servizio Veterinario ASL Roma 4 (competente per Riano): 0766/5911, h24
  • Non toccare, non spostare, non fotografare da vicino la carcassa
  • Tenere il cane al guinzaglio e allontanarlo immediatamente
  • Annotare la posizione GPS e comunicarla all’operatore

2. Che cos’è la peste suina africana

La peste suina africana (PSA; in inglese African Swine Fever, ASF) è una malattia virale emorragica altamente contagiosa dei suidi. Colpisce il maiale domestico e il cinghiale eurasiatico, entrambi appartenenti alla specie Sus scrofa. Con i ceppi oggi circolanti in Europa la letalità si avvicina al 100%.

Il Ministero della Salute la classifica fra le malattie di categoria A, quelle per le quali la normativa dell’Unione Europea impone misure immediate di eradicazione non appena individuate. Non esiste alcuna terapia. Non esiste, allo stato attuale, alcun vaccino utilizzabile in Europa.

Il danno che produce non è sanitario in senso umano, è economico e sistemico: quando il virus entra in un allevamento scattano abbattimento totale, restrizioni alla movimentazione, blocchi commerciali e sospensione delle esportazioni. In Italia, negli ultimi anni, i focolai negli allevamenti hanno portato all’abbattimento di oltre 120.000 maiali.

Elemento Peste suina africana
Agente African swine fever virus (ASFV), famiglia Asfarviridae
Specie colpite Solo suidi: maiale domestico, cinghiale, suidi selvatici africani
Trasmissibile all’uomo NO — nessun caso mai documentato
Letalità nei suini Fino al 100% con il genotipo II europeo
Vaccino Nessuno registrato in UE
Terapia Nessuna
Classificazione UE Malattia di categoria A (eradicazione obbligatoria)
Prima comparsa in Italia 1978 in Sardegna; gennaio 2022 in Italia continentale (Ovada, AL)

3. Il virus: microbiologia dell’ASFV

Il parere del Dr. Meo — POLO VIAGGI

Questo è il capitolo più tecnico della scheda e chiedo al lettore non specialista di non saltarlo. Le stranezze biologiche di questo virus non sono curiosità accademiche: spiegano perché non abbiamo un vaccino, perché un salame può portare l’infezione a mille chilometri di distanza e perché una carcassa nel bosco resta pericolosa per mesi. La microbiologia, qui, è già prevenzione.

Tassonomia e struttura

L’ASFV appartiene alla famiglia Asfarviridae, genere Asfivirus, di cui costituisce l’unica specie. È l’unico arbovirus a DNA conosciuto al mondo: una singolarità assoluta nella virologia, perché tutti gli altri virus trasmessi da artropodi sono virus a RNA.

  • Genoma: DNA bicatenario lineare di 170–194 kilobasi, con 150–170 sequenze codificanti
  • Proteine strutturali: oltre cinquanta, molte con funzione di evasione immunitaria
  • Virione: icosaedrico complesso, circa 200 nanometri, con architettura a strati concentrici — nucleoide, core shell, capside interno, membrana interna, envelope esterno acquisito per gemmazione
  • Replicazione: prevalentemente citoplasmatica, con una fase nucleare precoce

Il bersaglio cellulare, e perché il vaccino non arriva

Il virus replica in monociti e macrofagi del suino. Da questo tropismo derivano tutte le caratteristiche cliniche della malattia: l’immunosoppressione precoce, la tempesta citochinica con danno endoteliale diffuso che produce la sindrome emorragica, e soprattutto la mancata induzione di anticorpi neutralizzanti efficaci.

È qui che si spiega il fallimento di decenni di ricerca vaccinale. Un vaccino classico funziona perché induce anticorpi che neutralizzano il virus prima che infetti la cellula bersaglio: con l’ASFV questo meccanismo non si instaura. Alcuni vaccini vivi attenuati sono impiegati in Asia, in particolare in Vietnam, ma la WOAH ha ripetutamente avvertito sui rischi legati all’uso di prodotti non conformi, che possono non conferire protezione e diffondere virus vaccinali capaci di causare malattia acuta o cronica.

Genotipi

Sono descritti ventiquattro genotipi, definiti sulla sequenza del gene p72 (B646L) che codifica la principale proteina capsidica. In Europa e in Asia circola il genotipo II, quello uscito dalla Georgia nel 2007 e progressivamente diffusosi verso occidente. La Sardegna storica, dal 1978, ospitava il genotipo I.

La resistenza ambientale: il dato che cambia tutto

L’ASFV è uno dei virus più resistenti che si conoscano. La WOAH lo dice senza mezzi termini: il virus sopravvive su vestiti, stivali, ruote e altri materiali. Le autorità sanitarie italiane precisano che persiste per diversi mesi nell’ambiente e nelle carcasse degli animali morti, nella carne cruda o poco cotta, e per mesi in alcuni salumi.

Matrice o condizione Sopravvivenza del virus
Carcassa nell’ambiente Mesi, più a lungo con il freddo; le ossa restano infettanti
Carne fresca refrigerata Mesi
Sangue refrigerato Anni
Salumi crudi e stagionati brevemente Mesi
Congelamento Non inattiva il virus
Salagione e stagionatura breve Non sufficienti a inattivarlo
Calore Inattivato a 70 °C per 30 minuti
Disinfettanti efficaci Ipoclorito di sodio, glutaraldeide, formalina, composti a ossigeno attivo
Tradotto in pratica: un panino con il salame dimenticato in un’area di sosta, mangiato da un cinghiale, può fondare un focolaio. Non è un’ipotesi teorica, è il meccanismo con cui il virus ha compiuto i suoi salti intercontinentali.

4. Serbatoi, vettori e i quattro cicli epidemiologici

Confondere i quattro cicli è l’errore all’origine di metà delle informazioni sbagliate che circolano. Vanno tenuti distinti, perché in Italia continentale ne opera in pratica uno solo.

Ciclo Protagonisti Dove opera
Selvatico africano Facoceri (Phacochoerus), potamoceri (Potamochoerus), ilocheri + zecche molli Ornithodoros moubata Africa subsahariana. È il serbatoio originario e vero: i suidi africani si infettano senza ammalarsi
Zecca–suino Ornithodoros erraticus e suini domestici in stalle tradizionali Storicamente penisola iberica
Domestico Maiale–maiale per contatto diretto e per somministrazione di scarti di cucina Ovunque, soprattutto in allevamenti a bassa biosicurezza e familiari
Cinghiale–habitat Cinghiale vivo + carcassa infetta persistente nell’ambiente È il motore dell’epidemia europea, ed è quello che riguarda l’Italia

Il ciclo che conta per noi

Nel ciclo cinghiale–habitat il serbatoio non è tanto l’animale vivo quanto la carcassa infetta lasciata nell’ambiente. Il cinghiale sano si contagia annusando o consumando i resti di un conspecifico morto, e quella carcassa resta infettante per mesi. È il motivo per cui il recupero delle carcasse è, in tutti i piani nazionali ed europei, l’attività di controllo numero uno, affidata ai servizi veterinari delle ASL con il concorso di guardiaparco, polizia provinciale, carabinieri forestali e volontari.

Va detto con chiarezza: in Italia continentale le zecche molli non hanno alcun ruolo epidemiologico. Chi parla di «zecche che trasmettono la peste suina» nel Lazio sta trasferendo sul Tevere un meccanismo che appartiene alla savana africana.

E l’uomo, in questo schema?

L’uomo è un vettore passivo meccanico. Il commissario straordinario alla PSA, Giorgio Briganti, lo ha formulato in modo efficace: una persona non si ammala, ma può diventare vettore passivo, perché fango e materiale organico rimasti sulle scarpe o sulle ruote di una bicicletta possono contribuire a spostare il virus.

La conseguenza epidemiologica è decisiva. Il cinghiale si sposta di pochi chilometri l’anno: da solo non percorre le distanze che il virus ha percorso. I salti di centinaia o migliaia di chilometri — Roma nel 2022, la Catalogna nel 2025, la Finlandia nel 2026 — li ha compiuti l’uomo, attraverso prodotti alimentari, veicoli e materiali contaminati.

5. Come si trasmette

Via di trasmissione Peso epidemiologico
Contatto diretto fra animali (sangue, saliva, feci, urine, secrezioni) Molto alto: il sangue contiene cariche virali elevatissime
Contatto con carcasse infette nell’ambiente Molto alto nel ciclo selvatico europeo
Ingestione di carni o prodotti a base di carne infetta, scarti di cucina Alto: è la via che apre i focolai negli allevamenti
Fomiti: calzature, indumenti, attrezzature, veicoli, mangimi, lettiera Alto per la diffusione a media e lunga distanza
Movimentazione illegale di animali vivi e smaltimento illegale di carcasse Alto: fra le modalità più importanti secondo gli IZS
Puntura di zecche molli Ornithodoros Rilevante solo in Africa e storicamente in Iberia; nullo in Italia
Trasmissione all’uomo Inesistente

6. La malattia nel maiale e nel cinghiale

Il periodo di incubazione è breve, generalmente da 4 a 19 giorni. La forma acuta, quella dominante con il genotipo II, si manifesta con febbre elevata, anoressia improvvisa, prostrazione, difficoltà di movimento, cianosi di orecchie, addome e arti, emorragie cutanee ed emorragie interne, aborto nelle scrofe. La morte sopraggiunge in 6–13 giorni.

Esistono forme subacute e croniche, con quadri meno drammatici. Il dato epidemiologicamente più importante riguarda i sopravvissuti: gli animali che superano la malattia possono restare portatori del virus per circa un anno, e proprio questo ruolo è fondamentale per la persistenza del virus nelle aree endemiche e per la sua diffusione.

La diagnosi

La conferma è esclusivamente di laboratorio. Gli esami impiegati sono l’immunofluorescenza, il test di immunodiffusione in gel di agar (AGID), la fissazione del complemento, la PCR per la ricerca del genoma virale e l’ELISA per la ricerca anticorpale. Nella pratica corrente il riscontro anatomo-patologico sulla carcassa orienta, la PCR conferma.

7. L’uomo si infetta? No, e vale la pena spiegare perché

Il parere del Dr. Meo — POLO VIAGGI

Questa è la domanda che mi arriva in ambulatorio e al telefono, ed è la ragione per cui ho scritto questa scheda. Rispondo con la stessa frase che uso con i pazienti: no, non si prende, e non è una rassicurazione di cortesia — è una impossibilità biologica.

Nel Dipartimento di Medicina Tropicale e Malattie Infettive del POLO VIAGGI passiamo metà del nostro tempo a spiegare quali malattie animali passano davvero all’uomo. Sono tante e alcune sono terribili. Proprio per questo è importante non sprecare l’allarme su quelle che non lo fanno: chi grida al lupo sulla peste suina non sarà creduto il giorno dell’influenza aviaria.

La peste suina africana non è una zoonosi. Non è trasmissibile agli esseri umani, né per contatto con gli animali né attraverso il consumo di carne. In quasi un secolo dalla prima descrizione della malattia, avvenuta in Kenya nel 1921, non è mai stato documentato un solo caso di infezione umana.

La base biologica

La ragione è nel tropismo del virus: l’ASFV replica in monociti e macrofagi del suino. Le cellule umane non sono permissive alla sua replicazione, perché mancano le condizioni molecolari di ingresso e di replicazione produttiva. L’uomo non è semplicemente un ospite «poco suscettibile»: non è un ospite.

Le conseguenze pratiche

  • Carne di maiale, prosciutto, salame e insaccati regolarmente controllati si consumano senza alcun problema
  • Non esiste alcun rischio nel frequentare boschi, sentieri, aree agricole o parchi in zona di restrizione
  • Non esiste alcun rischio per chi convive con cani, gatti o altri animali domestici non suidi
  • Le limitazioni imposte nelle zone di restrizione hanno lo scopo di proteggere i suini, non le persone
Il rischio reale della PSA per l’uomo è economico e sociale: perdita di patrimonio zootecnico, blocchi commerciali, danno alla filiera dei prodotti DOP e IGP, limitazioni alla caccia e alle attività all’aperto. È un rischio serio. Ma non è un rischio sanitario.

8. Le vere zoonosi della carcassa

Il parere del Dr. Meo — POLO VIAGGI

Questo è il capitolo che nei comunicati istituzionali non si legge mai, e che come infettivologo mi preme di più.

Tutti ripetono: «non toccare la carcassa perché c’è la peste suina». L’indicazione è giusta, la motivazione è sbagliata. Non toccatela per la peste suina non ha senso dal punto di vista della vostra salute, perché quel virus a voi non fa nulla. Non toccatela per le zoonosi vere, quelle che ci sono davvero e che nessuno nomina.

Il cinghiale è, in Italia, uno dei principali serbatoi di agenti zoonotici della fauna selvatica. Chi manipola una carcassa senza protezioni si espone a rischi concreti, che nulla hanno a che vedere con la PSA.

Agente Come si contrae dalla carcassa Nota clinica
Leptospirosi Contatto di cute lesa e mucose con urine e acque contaminate Forme itteroemorragiche potenzialmente gravi; sottodiagnosticata
Brucellosi (Brucella suis) Manipolazione ed eviscerazione senza guanti Classica dei cacciatori; febbre ondulante, forme osteoarticolari
Epatite E (HEV genotipo 3) Carne poco cotta, contatto con visceri Sieroprevalenze elevate nei cinghiali italiani; grave nell’immunodepresso e in gravidanza
Trichinellosi Consumo di carne cruda o insufficientemente cotta Obbligo di esame trichinoscopico sui capi destinati al consumo
Tularemia Contatto con tessuti infetti, anche via congiuntivale Rara ma presente; forme ulceroghiandolari
Salmonellosi e Yersinia Contaminazione fecale e manipolazione Enteriti anche severe
Malattia di Aujeszky (pseudorabbia) Il cane annusa, lecca o morde la carcassa Non colpisce l’uomo ma è invariabilmente mortale per il cane

La regola operativa «non avvicinarsi, non toccare, cane al guinzaglio, segnalare e allontanarsi» è quindi corretta due volte, ma per due ragioni diverse: una riguarda la salute dei suini e l’economia del Paese, l’altra riguarda direttamente voi e il vostro cane.

9. La situazione in Italia al 29 agosto 2026

Piemonte e Liguria: il cluster storico

Secondo l’aggiornamento dell’Istituto Zooprofilattico Sperimentale del Piemonte, Liguria e Valle d’Aosta al 23 agosto 2026, il totale cumulativo dei positivi nei cinghiali è salito a 2.209 casi: 827 in Piemonte e 1.382 in Liguria. I focolai negli allevamenti suinicoli restano stabili a 10. La curva ligure continua a crescere di poche unità a settimana, quella piemontese è sostanzialmente ferma.

Toscana: il fronte caldo del 2026

Dal primo gennaio 2026 la Toscana ha registrato 638 casi positivi tra i cinghiali, il dato più alto d’Italia nell’anno in corso, comunicato il 18 agosto durante un incontro fra Anci Toscana e Regione. L’epidemia era partita dalla provincia di Massa-Carrara e ha poi raggiunto Lucca e Pistoia; il passaggio alla specie domestica è già avvenuto, con due allevamenti colpiti a Comano (Massa-Carrara) e a San Marcello Piteglio (Pistoia). Le zone soggette a restrizione interessano territori delle province di Lucca, Massa-Carrara, Pistoia e Prato.

Emilia-Romagna, Lombardia, Sardegna

Il fronte nei cinghiali si è ormai esteso senza soluzione di continuità dal Piemonte fino all’Emilia; il 10 luglio 2026 la positività di una carcassa a Fanano ha portato la malattia alle porte del Parco del Corno alle Scale. In Lombardia si sono registrati focolai in allevamento in provincia di Pavia.

La Sardegna, isola dove la malattia fu introdotta nel 1978 e dove è rimasta endemica per quarant’anni, è oggi indenne e si difende con controlli portuali sistematici: nel quadrimestre aprile–luglio 2026 la ASL di Sassari ha eseguito 443 controlli a Porto Torres, 260 a Olbia e 126 a Golfo Aranci, con cani molecolari addestrati a individuare prodotti suini nei bagagli.

Area Dato Aggiornato al
Piemonte + Liguria 2.209 cinghiali positivi cumulativi (827 + 1.382); 10 focolai in allevamento 23 agosto 2026 (IZS PLV)
Toscana 638 cinghiali positivi dal 1° gennaio 2026; 2 allevamenti colpiti 18 agosto 2026
Emilia-Romagna Fronte attivo sull’Appennino modenese e bolognese 10 luglio 2026
Lombardia Focolai in allevamento in provincia di Pavia 2026
Sardegna Indenne; sorveglianza attiva nei porti Agosto 2026
Lazio Indenne; nessun caso confermato 29 agosto 2026

10. Il Lazio e l’area a nord di Roma

Il parere del Dr. Meo — POLO VIAGGI

Il Lazio ha già vissuto questa storia. Nel 2022 il virus comparve nella Riserva dell’Insugherata e l’intera città dentro il Grande Raccordo divenne zona rossa: divieti di pic-nic, cani al guinzaglio, cancellate ai varchi, oltre millecinquecento cinghiali abbattuti. Ci sono voluti quasi tre anni per uscirne.

Chi come me abita nei comuni a nord del Raccordo ricorda bene che Riano, Castelnuovo di Porto, Sacrofano, Formello, Morlupo e Capena erano dentro la zona di restrizione. Uscirne è costato molto. Rientrarci per un panino abbandonato in un’area di sosta sarebbe assurdo.

La cronologia è netta. Fine aprile 2022: nell’area nord di Roma vengono rinvenuti cinghiali morti o moribondi, risultati positivi alla PSA, quasi tutti nella Riserva Naturale dell’Insugherata all’interno del Grande Raccordo Anulare. Maggio 2022: istituzione della zona rossa e delle zone di restrizione, estese ai comuni a nord fra cui Riano. Gennaio 2025: il Ministero della Salute annuncia l’eradicazione dalla Capitale e il 22 gennaio il Comitato permanente di Bruxelles vota la revoca delle zone di restrizione in provincia di Roma.

Oggi il Lazio è quindi ufficialmente indenne, e al 29 agosto 2026 non risulta alcun caso di PSA confermato sul territorio regionale. Ma la Regione non considera chiusa la partita: il virus circola nelle regioni a nord e la possibilità che la malattia venga nuovamente introdotta nel Lazio è giudicata «concreta e molto elevata». Per la stagione venatoria 2026/2027 sono stati fissati obiettivi di riduzione della popolazione di cinghiali per almeno 38.500 capi, di cui 11.837 nella sola provincia di Viterbo e 8.254 in provincia di Roma. Un piano di questa portata in una regione formalmente indenne dice quanto sia sottile il margine.

La distanza reale. Il fronte epidemico più vicino a Riano è quello tosco-emiliano, a circa trecento chilometri. Il cinghiale, da solo, quella distanza non la percorre: si sposta di pochi chilometri l’anno. Se la peste suina tornasse nel Lazio non arriverebbe camminando. Arriverebbe in automobile, dentro un panino, su una suola di scarpa.

11. La situazione in Europa

Il 2025 è stato l’anno peggiore dell’ultimo quinquennio. Secondo la relazione annuale dell’EFSA, gli episodi nei cinghiali sono arrivati a 11.036, il livello più alto dal 2021 e il 44% in più rispetto ai 7.677 del 2024. I focolai nei suini domestici sono aumentati del 76%, raggiungendo quota 585. La malattia è inoltre ricomparsa in Spagna dopo trentun anni, portando a quattordici il numero degli Stati membri interessati, e la Finlandia ha registrato il suo primo caso in assoluto a fine luglio 2026.

Casi nei cinghiali nell’UE, 2024 vs 2025

2024 — 7.677 casi

2025 — 11.036 casi (+44%)

Fonte: EFSA, relazione annuale PSA, maggio 2026. Focolai nei suini domestici: 585 nel 2025, +76% sul 2024.

Gli Stati membri oggi coinvolti sono Italia, Spagna, Finlandia, Polonia, Germania, Estonia, Lettonia, Lituania, Slovacchia, Ungheria, Romania, Bulgaria, Grecia e Croazia. Fuori dall’Unione il virus circola in Serbia, Bosnia-Erzegovina, Moldova, Ucraina, Bielorussia e Russia.

Il sistema delle zone di restrizione

Zona Definizione Effetti principali
Zona I Area ad alto rischio, senza casi accertati Sorveglianza rafforzata, biosicurezza, controlli sulle movimentazioni
Zona II Presenza della malattia nei cinghiali Limitazioni alle attività all’aperto e venatorie, restrizioni commerciali
Zona III Presenza della malattia nei suini domestici Misure più severe: abbattimenti, blocco delle movimentazioni e delle esportazioni

Un dato merita attenzione perché riguarda direttamente il lettore: nel 2025 nell’UE sono stati analizzati oltre 518.000 campioni di suini domestici e 618.000 di cinghiali, e la sorveglianza passiva ha permesso di individuare il 73% dei focolai nei cinghiali. Per l’EFSA questo tipo di controllo deve continuare ad avere un ruolo centrale.

12. La situazione nel mondo

La peste suina africana è stata per decenni una malattia africana. La WOAH ricostruisce così la sua espansione: presente tradizionalmente in Africa fino al 1978, quando venne introdotta nell’isola italiana della Sardegna; nel 2007 confermata in Georgia, nella regione del Caucaso, da cui si è progressivamente diffusa ai paesi vicini; prima comparsa nell’Unione Europea nel 2014; nel 2018 il salto in Cina, prima comparsa in Asia, con successiva diffusione nella regione e in Oceania; nel luglio 2021 il ritorno nelle Americhe dopo decenni di assenza, in Repubblica Dominicana e ad Haiti. Solo due paesi europei sono riusciti a eradicarla: la Repubblica Ceca nell’aprile 2018 e il Belgio nel marzo 2020.

Area Situazione attuale
Africa subsahariana Endemica, con il ciclo selvatico e le zecche molli come serbatoio permanente
Europa Quattordici Stati membri UE più i paesi balcanici e dell’Est; 2025 anno record
Asia e Pacifico L’aggiornamento FAO del 18 giugno 2026 copre venti paesi e territori, con nuovi focolai in India e crisi del comparto suinicolo in Sri Lanka
Caraibi Repubblica Dominicana e Haiti dal luglio 2021
Oceania Papua Nuova Guinea, Timor Est
Tendenza globale Secondo il rapporto WOAH di maggio 2026 i focolai nei suini domestici sono in calo da agosto 2025; i casi nei cinghiali, dopo il picco fra ottobre 2025 e gennaio 2026, hanno anch’essi iniziato a diminuire

13. Prevenzione: che cosa fare, in concreto

Il parere del Dr. Meo — POLO VIAGGI

Nelle indicazioni che seguono ho voluto separare i destinatari, perché le regole valide per l’allevatore non servono all’escursionista e viceversa. Segnalo in particolare il paragrafo dedicato a chi viaggia: al POLO VIAGGI vediamo ogni settimana persone che rientrano da paesi con circolazione attiva del virus portando salumi artigianali nel bagaglio, convinte di fare una cosa innocua. È il singolo comportamento a più alto rischio di tutta questa scheda.

Per chi cammina nei boschi e nelle campagne

  1. Segnalare ogni carcassa di cinghiale, comprese ossa e resti, al 803555 o al servizio veterinario della ASL competente
  2. Non toccare, non spostare, non avvicinarsi: la rimozione spetta solo al personale incaricato
  3. Tenere sempre il cane al guinzaglio nelle aree naturali e agricole
  4. Al rientro, pulire e disinfettare accuratamente calzature, ruote di bicicletta e pneumatici
  5. Non abbandonare rifiuti alimentari nell’ambiente e smaltirli in contenitori chiusi
  6. Non alimentare i cinghiali: è vietato dalla legge 221/2015 ed è la principale abitudine che li avvicina agli abitati

Per chi alleva suini, anche un solo capo familiare

  • Recinzione efficace, zona filtro all’ingresso, cambio di calzature e indumenti
  • Divieto assoluto di somministrare scarti di cucina o avanzi contenenti carne
  • Controllo dell’origine di mangimi, foraggio e lettiera, che possono essere contaminati
  • Disinfezione sistematica di mezzi e attrezzature in entrata
  • Denuncia immediata di ogni aumento anomalo della mortalità: il ritardo di quarantotto ore è ciò che trasforma un caso in un’epidemia

Per chi caccia

  • Kit di biosicurezza personale, guanti monouso sempre
  • Eviscerazione nei punti attrezzati e gestione controllata dei visceri
  • Disinfezione di coltelli, stivali, indumenti e veicoli dopo ogni uscita
  • Nessun accesso ad allevamenti suinicoli nelle ore successive alla battuta
  • Rispetto dell’obbligo di esame trichinoscopico sui capi destinati al consumo

Per chi viaggia — indicazioni del POLO VIAGGI

  • Non introdurre in Italia carni o salumi suini provenienti da paesi con PSA, neppure sottovuoto o di produzione domestica: il regolamento UE lo vieta e il virus sopravvive nei prodotti crudi per mesi
  • La carne di cinghiale è quella a maggior rischio in assoluto
  • Chi visita allevamenti, mercati di animali vivi o macelli in aree endemiche deve cambiare calzature e indumenti prima di rientrare in qualsiasi ambiente zootecnico italiano
  • La stessa regola vale per i rientri dalla Sardegna e per gli spostamenti dalle zone di restrizione del Nord e della Toscana
  • Rispettare i controlli portuali e aeroportuali: la consegna spontanea dei prodotti non comporta sanzione

In sintesi, per chi ha poco tempo

La peste suina africana non si trasmette all’uomo, in nessun modo. Un cinghiale morto va segnalato e non toccato: per la peste suina non rischiate nulla, per leptospirosi, brucellosi ed epatite E sì. Il Lazio oggi è indenne e non ci sono casi confermati. Il virus non cammina: viaggia con noi, in una suola infangata, in una ruota, in un panino. Quando tornate dal bosco, pulite le scarpe.

Domande frequenti

Posso continuare a mangiare prosciutto e salame?

Sì, senza alcuna limitazione. La peste suina africana non si trasmette all’uomo attraverso il consumo di carne. I prodotti a marchio sanitario provengono da filiere controllate. Il divieto di trasportare salumi da paesi infetti serve a proteggere i maiali italiani, non i consumatori.

Ho toccato una carcassa di cinghiale. Devo preoccuparmi?

Per la peste suina no, in nessun modo. Per leptospirosi, brucellosi, epatite E e tularemia sì: lavatevi accuratamente mani e avambracci con acqua e sapone, disinfettate ogni ferita anche minima e, se nei giorni successivi compare febbre, riferite al medico il contatto avvenuto. È un’informazione che cambia l’orientamento diagnostico.

Il mio cane ha annusato una carcassa. C’è un rischio?

Non per la peste suina, che non colpisce i cani. Ma la malattia di Aujeszky, o pseudorabbia, sì: si contrae proprio annusando, leccando o mordendo carcasse e visceri di cinghiale, ed è invariabilmente mortale per il cane, con decorso rapidissimo. Se compaiono prurito intenso al muso, salivazione e alterazioni del comportamento, andate immediatamente dal veterinario. È la ragione più seria per tenere il cane al guinzaglio.

Le zecche trasmettono la peste suina anche in Italia?

No. I vettori biologici sono zecche molli del genere Ornithodoros, che appartengono al ciclo africano e, storicamente, ad alcune stalle tradizionali iberiche. In Italia continentale non hanno alcun ruolo epidemiologico. Le zecche che troviamo nei nostri boschi sono zecche dure, che trasmettono altre malattie ma non la PSA.

Perché abbattere migliaia di cinghiali se il virus non riguarda l’uomo?

Perché la densità della popolazione di cinghiali determina la velocità con cui il virus circola e la probabilità che raggiunga gli allevamenti. È una misura di sanità animale e di tutela economica, non di sanità pubblica. Va detto che la sua efficacia è oggetto di discussione: alcune associazioni sostengono che le battute collettive possano disperdere i branchi e favorire la diffusione, ed è un’obiezione che merita risposte con dati, non con slogan.

Esiste un vaccino?

Non in Europa. La ragione è biologica: il virus replica nei macrofagi e non induce anticorpi neutralizzanti efficaci, quindi l’approccio vaccinale classico non funziona. In alcuni paesi asiatici sono impiegati vaccini vivi attenuati, ma la WOAH ha messo in guardia sui rischi dei prodotti non conformi.

Che cosa succede se il cinghiale di Riano risulta positivo?

Sarebbe una notizia sanitaria di rilievo nazionale, perché segnerebbe il ritorno del virus in una regione dichiarata indenne nel gennaio 2025. Scatterebbero l’istituzione di una zona infetta, la ricerca attiva delle carcasse, la sospensione della caccia di selezione, limitazioni alle attività all’aperto e restrizioni alla filiera suinicola. Per la salute delle persone, invece, non cambierebbe nulla. Aggiorneremo questa scheda all’esito delle analisi.

Bibliografia e fonti ragionate

Tutte le fonti sono state consultate e verificate fra il 29 e il 30 agosto 2026.

Dati epidemiologici italiani

  • Istituto Zooprofilattico Sperimentale del Piemonte, Liguria e Valle d’Aosta — I controlli per la PSA, aggiornamento al 23 agosto 2026
  • Regione Toscana e Anci Toscana — Incontro del 18 agosto 2026 sui dati regionali e sui Gruppi Operativi Territoriali
  • Regione Toscana — Peste suina africana: biosicurezza e zone di restrizione, agosto 2026
  • Ministero della Salute — Dati epidemiologici nazionali e internazionali; Bollettino epidemiologico nazionale PSA (IZSAM)
  • Centro di Referenza Nazionale per le Pesti Suine (CEREP), IZS dell’Umbria e delle Marche

Lazio e area romana

  • Regione Lazio — Emergenza PSA: situazione nel Lazio; come contenere l’epidemia
  • Ministero della Salute e Struttura commissariale PSA — Eradicazione dalla provincia di Roma; voto del Comitato permanente PAFF del 22 gennaio 2025
  • Regione Lazio — Piano venatorio 2026/2027 e obiettivi di riduzione della popolazione di cinghiali
  • Roma Capitale — Misure per il contenimento della PSA e numeri per la segnalazione delle carcasse

Dati europei e mondiali

  • EFSA — Relazione annuale sulla peste suina africana, maggio 2026
  • EFSA — Rapporto scientifico su fattori di rischio e di protezione contro la PSA, compreso il ruolo dei vettori
  • Regolamento di esecuzione (UE) 2023/594 e successivi aggiornamenti delle zone soggette a restrizione
  • WOAH — African swine fever: scheda di malattia e situation report di maggio 2026
  • FAO EMPRES-AH — ASF situation update in Asia & Pacific, 18 giugno 2026
  • GF-TADs — Global control of African swine fever: a GF-TADs initiative (2026–2030)

Virologia e zoonosi della fauna selvatica

  • IZS del Lazio e della Toscana — Peste suina africana: agente eziologico, trasmissione, diagnosi, diffusione
  • African swine fever in the era of global expansion: epidemiology, transmission dynamics, viral evolution, and One Health control strategies. Veterinary World 2026;19(8):3351-3371
  • EFSA-ECDC — The European Union One Health Zoonoses Report, edizioni recenti
  • Letteratura nazionale sulla sieroprevalenza di HEV, Brucella suis e Leptospira spp. nel cinghiale in Italia

POLO VIAGGI CESMET – ARTEMISIA

Centro di Medicina Tropicale e dei Viaggi · Dipartimento di Medicina Tropicale e Malattie Infettive

Direttore: Dr. Paolo Meo, infettivologo-tropicalista

clinicadelviaggiatore.com

Scheda malattia a scopo divulgativo e di educazione sanitaria, edizione 1.0 del 29 agosto 2026. Non sostituisce il parere del medico curante né le disposizioni delle autorità sanitarie e veterinarie competenti. Per la segnalazione di carcasse di cinghiale nel Lazio: numero verde Protezione Civile regionale 803555 o servizio veterinario della ASL territorialmente competente.

Peste suina africana (PSA): un caso probabile a Riano, provincia di Roma Leggi tutto »

EBOLA BUNDIBUGYO INDICAZIONI Operative per Viaggiatori e Cooperanti

 

⚠ Allerta Internazionale Attiva

EBOLA BUNDIBUGYO
Briefing Operativo per Viaggiatori e Cooperanti

Focolaio attivo DRC / Uganda
Aggiornamento: 16 giugno 2026
CESMET – Clinica del Viaggiatore

Emergenza globale
🔴 TRASMISSIONE: solo per contatto diretto — NON per via aerea o droplet a distanza
  • Sangue, secreti, organi e fluidi corporei di persone malate o decedute
  • Contatto con salme durante riti funerari tradizionali (alto rischio)
  • Aghi e materiale sanitario contaminato
  • Trasmissione sessuale possibile fino a 90 giorni dopo la guarigione
  • Animali serbatoio: chirotteri (pipistrelli della frutta); carni di animali selvatici (bushmeat)

MAPPA DEL RISCHIO PER ZONA
ZONA RISCHIO RACCOMANDAZIONE OPERATIVA
DRC Ituri (epicentro) MASSIMO Evitare. Se missione essenziale: solo operatori formati, full PPE, protocollo MSF/OMS.
DRC Province limitrofe ALTO Evitare viaggi non necessari. Monitoraggio quotidiano aggiornamenti OMS.
UgandaConfine Ovest ELEVATO  Massima precauzione. Evitare attraversamenti di frontiera via terra da zone rosse.
Africa sub-sahariana confinante MODERATO Attenzione rafforzata. Seguire avvisi locali. No bushmeat, no strutture sanitarie non attrezzate.
Africa orientale (Kenya, Tanzania…) BASSO Nessuna restrizione, ma informare il paziente. Monitorare i sintomi al rientro.
Europa – Italia TRASCURABILE Nessun caso autoctono previsto. Allerta diagnostica nei PS per viaggiatori febbricitanti da zone rosse.

3     SEZIONE TURISTI

COSA EVITARE ASSOLUTAMENTE
Destinazioni a rischio
  • Viaggi nella Provincia dell’Ituri (DRC) per qualsiasi motivo non essenziale
  • Zone di trasmissione attiva in Uganda occidentale
COMPORTAMENTI AD ALTO RISCHIO
  • Partecipare a cerimonie funebri e riti di lavaggio del cadavere
  • Toccare o maneggiare salme o pazienti ricoverati in strutture locali
  • Consumare bushmeat (carne di selvaggina, pipistrelli)
  • Visitare strutture sanitarie locali non attrezzate senza necessità
  • Contatti con animali selvatici (pipistrelli, primati)
COMPORTAMENTI CORRETTI
Prima della partenza
  • Consulenza preventiva in centro di medicina dei viaggi
  • Registrare i contatti della rappresentanza diplomatica italiana locale
Durante il viaggio
  • Igiene rigorosa delle mani con acqua e sapone o gel idroalcolico
  • Evitare contatti con persone sintomatiche (febbre, sanguinamenti)
  • Informarsi quotidianamente sugli aggiornamenti di sicurezza locali
PROCEDURA DI RIENTRO CON FEBBRE
  • CHIAMARE il 1500 (Ministero della Salute) prima di qualsiasi altro contatto
  • NON recarsi autonomamente al pronto soccorso
  • NON usare mezzi pubblici
  • Attendere le istruzioni del 1500 per il trasporto in sicurezza
  • Comunicare data di rientro, zone visitate e sintomi

SEZIONE COOPERANTI E OPERATORI UMANITARI
🛡️ PROTOCOLLI IPC OBBLIGATORI
  • Formazione IPC obbligatoria pre-missione (OMS/MSF standard)
  • Triage dei pazienti all’ingresso con identificazione dei casi sospetti
  • Zone contaminate / decontaminate rigorosamente separate
  • Procedure di donning/doffing supervisionate da osservatore
  • Disinfezione con ipoclorito 0,5% (superfici) e 0,05% (cute)
  • Smaltimento rifiuti biomedici in sacchi biohazard sigillati
  • Nessun riutilizzo di materiale monouso
🧹 DPI – DOTAZIONE MINIMA
  • Tuta impermeabile integrale (coverall BSL-3 o superiore)
  • Doppi guanti in nitrile — cambio tra un paziente e l’altro
  • Respiratore FFP2/FFP3 o maschera chirurgica + visiera
  • Occhiali di protezione a tenuta stagna
  • Stivali o sovrascarpe impermeabili
  • Grembiule impermeabile per procedure ad alto rischio
  • Checklist doffing passo per passo, supervisore presente
🌡️ AUTOMONITORAGGIO IN MISSIONE
  • Misurazione temperatura corporea 2×/die (mattino e sera)
  • Registro quotidiano su scheda standardizzata (OMS SEARO form)
  • Periodo di osservazione: 21 giorni dall’ultimo contatto a rischio
  • Sintomi da segnalare: febbre ≥38,5°C, cefalea intensa, mialgie, vomito, diarrea, rash, sanguinamenti
  • Contatto di riferimento: focal point IPC locale + coordinatore MSF/OMS
  • Nessuna autoprescrizione senza supervisione medica
✈️ GESTIONE DEL RIENTRO
Centri di riferimento italiani
  • IRCCS Lazzaro Spallanzani – Roma
    Tel. 06 5517 0  |  H24 per casi ad alta pericolosità
  • ASST Fatebenefratelli Sacco – Milano
    Tel. 02 3904 1  |  Malattie infettive e tropicali
  • Comunicare: data rientro, esposizioni, diario termometrico
  • Monitoraggio 21 giorni post-rientro con contatto giornaliero
  • Febbre: chiamare 1500, non muoversi autonomamente
  • Evitare contatti stretti fino a esclusione diagnostica

5. NOTA VACCINI — SITUAZIONE AGGIORNATA
Stato della copertura vaccinale per il ceppo Bundibugyo
Ervebo® (rVSV-ZEBOV)

Efficace contro EBOV-Zaire (Kivu 2018–2020), ma NON efficace contro il ceppo Bundibugyo (BDBV). Non autorizzato per l’attuale focolaio. Non somministrare come profilassi.

Mvanzi® (Ad26.ZEBOV + MVA-BN-Filo)

Analogo limite di spettro, non indicato per BDBV. Nessuna autorizzazione per l’impiego nel focolaio in corso.

Trial in avvio (2026): studi di fase I/II per candidati vaccinali contro Bundibugyo (piattaforma mRNA e VSV ricombinante); nessun prodotto disponibile in campo nel breve termine. La protezione dipende esclusivamente dai DPI e dai protocolli IPC.

redazione dr. PAOLO MEO CESMET – Centro di Medicina dei Viaggi    www.clinicadelviaggiatore.com
Aggiornamento: 16 giugno 2026  |  Fonti: OMS, ECDC, Ministero della Salute italiano
Aggiornare periodicamente in base all’evoluzione del focolaio. Documento a uso professionale e informativo.

 

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VIRUS RESPIRATORIO SINCIZIALE (VSR/RSV) – LA MALATTIA

VIRUS RESPIRATORIO SINCIZIALE (VSR/RSV) – SCHEDA MALATTIA

Sinonimi: RSV – Respiratory Syncytial Virus – Bronchiolite da RSV – RSV disease – VSR

Scheda redatta dal dr. Paolo Meo, direttore Cesmet clinica del viaggiatore, aggiornata a maggio 2026 con i dati epidemiologici globali più recenti, i nuovi vaccini approvati (Arexvy, Abrysvo, mRESVIA), l’anticorpo monoclonale Nirsevimab (Beyfortus) e le linee guida diagnostico-terapeutiche di OMS, ECDC, CDC, ESPID e AAP.

 

SINTESI DELLA MALATTIA

PARAMETRO DATI CHIAVE
Agente eziologico Virus RNA a singolo filamento, famiglia Pneumoviridae, genere Orthopneumovirus; due sottotipi principali: RSV-A e RSV-B
Serbatoio Uomo (virus a trasmissione esclusivamente interumana; non esiste serbatoio animale noto)
Trasmissione Via droplet/aerosol da secrezioni respiratorie, contatto diretto con superfici contaminate (fomiti); altamente contagioso
Distribuzione Mondiale; nelle regioni temperate andamento stagionale (epidemie autunno-inverno); nelle aree tropicali circolazione più continua
Incubazione 2–8 giorni (media 4–6 giorni)
Letalità < 0,5% nei bambini ospedalizzati nei paesi ad alto reddito; 1–8% negli anziani con comorbidità; fino al 10–20% negli immunocompromessi gravi
Vaccino disponibile Sì:
– Arexvy (GSK) e Abrysvo (Pfizer) per adulti ≥60 anni;
Abrysvo per donne in gravidanza (protezione del neonato);            – anticorpo monoclonale Nirsevimab (Beyfortus) per neonati e lattanti
Notifica Non a notifica obbligatoria in Italia; sorveglianza sentinella attiva (InfluNet-RSV, sistema RespiVirNet-ISS)

 

1. Introduzione e Descrizione della Malattia

Il Virus Respiratorio Sinciziale (VSR, o RSV dall’inglese Respiratory Syncytial Virus) è il principale agente eziologico delle infezioni respiratorie acute del tratto inferiore nei lattanti e nei bambini in età prescolare, e rappresenta un patogeno di crescente importanza clinica negli anziani e negli immunocompromessi. A differenza di molti altri virus respiratori, il VSR è un virus esclusivamente umano, senza serbatoio animale conosciuto, che si trasmette da persona a persona attraverso secrezioni respiratorie.

La malattia fu descritta per la prima volta nel 1956 da Morris, Blount e Savage, che isolarono il virus in scimpanzé con rinite (da cui l’iniziale denominazione di “Chimpanzee Coryza Agent”), e poco dopo fu identificato come agente responsabile di bronchioliti e polmoniti nei neonati.
Il nome “sinciziale” deriva dalla caratteristica citopatologia indotta dal virus nelle cellule dell’epitelio respiratorio: la fusione delle membrane cellulari con formazione di sincizi, ovvero cellule multinucleate giganti.

Globalmente, il VSR è responsabile di circa 33 milioni di episodi di infezione delle vie respiratorie inferiori all’anno nei bambini sotto i 5 anni, con circa 3,6 milioni di ospedalizzazioni e oltre 100.000 decessi annui, la grande maggioranza dei quali si verifica nei paesi a basso reddito (dati OMS/Lancet, 2022-2024).
Nella fascia degli anziani (≥65 anni), il VSR causa ogni anno solo negli Stati Uniti circa 60.000-120.000 ricoveri ospedalieri e 6.000-10.000 decessi, un impatto epidemiologico comparabile a quello dell’influenza stagionale.

Dopo decenni di ricerca infruttuosa, il 2023-2024 ha segnato una svolta storica: per la prima volta sono stati approvati vaccini efficaci contro il VSR per adulti anziani e per le donne in gravidanza (con protezione indiretta del neonato), e un anticorpo monoclonale di nuova generazione (Nirsevimab/Beyfortus) per la protezione dei lattanti nel primo anno di vita.

 

2. Agente Eziologico e Biologia del Virus

2.1 Caratteristiche Virologiche

Il Virus Respiratorio Sinciziale è un virus a RNA a singolo filamento, con genoma di polarità negativa, appartenente all’ordine Mononegavirales, famiglia Pneumoviridae, genere Orthopneumovirus. Il virione è pleiomorfico (sferico o filamentoso), con diametro di 150–300 nm, ed è dotato di un involucro lipidico che lo rende sensibile ai comuni disinfettanti e ai solventi lipidici.

Il genoma virale codifica per 11 proteine, tra cui le tre glicoproteine di superficie di maggiore rilevanza clinica e virologica:

  • Proteina F (Fusion): media la fusione del virus con la membrana cellulare e la formazione dei sincizi; è il principale bersaglio degli anticorpi neutralizzanti e degli anticorpi monoclonali terapeutici e preventivi(Palivizumab, Nirsevimab). Esiste in due conformazioni: pre-fusione (prefF) e post-fusione; la forma prefF è immunodominante e il bersaglio dei vaccini di nuova generazione.
  • Proteina G (Attachment): media l’attacco virale alle cellule ospiti; altamente variabile tra i ceppi e tra le stagioni; contribuisce all’evasione immunitaria.
  • Piccola proteina idrofobica SH: modula la risposta infiammatoria dell’ospite.

2.2 Sottotipi e Variabilità Genetica

Il VSR è suddiviso in due sottotipi principali,
RSV-A
e RSV-B,
che co-circolano durante ogni stagione epidemica con prevalenza alternante.
All’interno di ciascun sottotipo esistono molteplici genotipi (clade), caratterizzati da variazioni nella proteina G. I genotipi dominanti cambiano nel tempo per effetto della pressione immunitaria della popolazione (immune escape). Sebbene l’immunità acquisita dopo l’infezione naturale non sia duratura (reinfection è la norma nel corso della vita), entrambi i sottotipi condividono sufficienti epitopi sulla proteina F da consentire una protezione crociata parziale e da rendere fattibile la vaccinazione bivalente.

 

 

2.3 Stabilità Ambientale

Il VSR è relativamente fragile, ma può sopravvivere nell’ambiente per periodi sufficienti a determinare trasmissione indiretta:
sulle superfici inanimate fino a 6–7 ore,
sulle mani fino a 20–30 minuti,
. nell’aria (aerosol) per tempi variabili in ambienti chiusi.
Il virus è inattivato da calore (56°C per 30 minuti), raggi UV, ipoclorito di sodio (candeggina diluita), alcool al 70% e sapone.

 

3. Trasmissione e Modalità di Contagio

3.1 Vie di Trasmissione all’Uomo

VIA DI TRASMISSIONE CARATTERISTICHE E NOTE
Droplet respiratori (principale) Goccioline emesse con tosse, starnuti, respirazione ravvicinata; efficace fino a ~1–2 metri. Via predominante di trasmissione nei contesti familiari, pediatrici e assistenziali
Aerosol a piccole particelle Possibile in ambienti chiusi e affollati; contesti ad alto rischio: reparti di terapia intensiva neonatale (TIN), sale d’attesa, asili nido, ambienti di cura per anziani
Contatto diretto Inoculazione congiuntivale o nasale tramite mani contaminate da secrezioni infette; frequente nella trasmissione nosocomiale e tra conviventi
Fomiti (superfici contaminate) Il VSR sopravvive sulle superfici inanimate fino a 6–7 ore; su mani e guanti fino a 30 minuti.
Fonte rilevante di trasmissione nei reparti ospedalieri pediatrici e geriatrici
Trasmissione verticale Eccezionalmente documentata; la protezione neonatale si ottiene principalmente tramite anticorpi materni trasferiti per via placentare

 

3.2 Contagi e Contagiosità

Il VSR è altamente contagioso: l’indice di trasmissione secondaria in famiglie con un caso indice è del 40–70%. Il periodo di contagiosità inizia 1–2 giorni prima della comparsa dei sintomi (fase presintomatica) e dura in media 3–8 giorni; negli immunocompromessi la shedding virale può protrarsi per settimane-mesi.

⚠ ATTENZIONE – Contagio presintomatico: come per l’influenza e il COVID-19, il VSR può essere trasmesso prima della comparsa dei sintomi. Il personale sanitario asintomatico durante la stagione epidemica può essere veicolo di trasmissione nosocomiale a pazienti ad alto rischio. Le misure di prevenzione devono essere adottate indipendentemente dalla presenza di sintomi nei contesti di cura.

 

 

4. Distribuzione Geografica

AREA GEOGRAFICA/STAGIONALE CARATTERISTICHE EPIDEMIOLOGICHE
Regioni temperate (Europa, Nord America, Australia) Epidemie annuali intense in autunno-inverno

 

(ottobre-marzo nell’emisfero nord). Picco di ospedalizzazioni pediatriche tra novembre e gennaio.
In Italia: epidemia sostenuta ogni anno con variazioni di intensità

Regioni tropicali e subtropicali Circolazione più continua durante tutto l’anno, con incrementi associati alle stagioni delle piogge. Epidemiologia meno definita rispetto alle zone temperate; elevato impatto nei paesi a basso-medio reddito
Italia Circolazione documentata annualmente.
Stagione 2022-2023: epidemia anticipata e intensa post-COVID con picco di ospedalizzazioni in ottobre-novembre.
RSV causa circa 35.000-40.000 ospedalizzazioni/anno nei bambini <5 anni
e oltre 10.000 ricoveri/anno negli anziani ≥65 anni
Paesi a basso reddito (Africa subsahariana, Asia meridionale) RSV è una delle principali cause di mortalità respiratoria nei bambini <5 anni. Si stima che globalmente RSV causi 3,6 milioni di ospedalizzazioni e ~100.000 decessi/anno nei bambini <5 anni (dati OMS 2024)
Paesi con nuovi vaccini/anticorpi (USA, EU, Canada) A partire dal 2023-2024, con introduzione di Nirsevimab (Beyfortus) nei programmi vaccinali neonatali, primo impatto sulla riduzione dei ricoveri pediatrici documentato in Francia, Spagna e USA

 

5. Periodo di Incubazione

Il periodo di incubazione del VSR varia da 2 a 8 giorni, con una media di 4–6 giorni dall’esposizione. La durata dell’incubazione dipende dalla carica virale inalata, dall’età del soggetto e dallo stato immunitario. Nei neonati e nei lattanti, il periodo di incubazione tende a essere più breve (2–4 giorni), mentre negli adulti e anziani può protrarsi fino a 7–8 giorni.

NOTA CLINICA: La breve incubazione e l’alta contagiosità in fase presintomatica spiegano la rapidità di diffusione del VSR nei contesti comunitari (asili nido, scuole) e nelle strutture sanitarie durante la stagione epidemica.

 

6. Sintomi e Manifestazioni Cliniche

Il VSR può causare uno spettro di malattia estremamente ampio, da una comune rinite a una grave insufficienza respiratoria acuta, in relazione all’età del paziente, allo stato immunitario e alle comorbidità. La presentazione clinica più caratteristica nei lattanti è la bronchiolite acuta;
negli adulti anziani la malattia può mimare clinicamente dall’influenza alla polmonite batterica grave.

POPOLAZIONE QUADRO CLINICO TIPICO FORME SEVERE
Neonati (0–3 mesi) Irritabilità, difficoltà di alimentazione, apnee, tachipnea; scarsa febbre; esordio insidioso Apnee prolungate, bradicardia, insufficienza respiratoria acuta; rischio di SIDS RSV-correlata
Lattanti (3–12 mesi) Bronchiolite: tachipnea, dispnea, wheezing, tosse intensa, febbre lieve-moderata, difficoltà di alimentazione Distress respiratorio grave, necessità di ossigenoterapia, ricovero in TIN; atelettasie polmonari
Bambini 1–5 anni Bronchite, laringotracheite, polmonite virale; wheezing, febbre, rinorrea abbondante, tosse Polmonite; possibile asma post-RSV; otite media acuta
Bambini >5 anni e adulti immunocompetenti Sindrome simil-influenzale lieve-moderata; rinite, faringite, tosse, malessere generale, febbre moderata; guarigione spontanea in 1–2 settimane Rara; possibile bronchite acuta, esacerbazione di asma o BPCO
Anziani ≥65 anni Presentazione spesso atipica: tosse persistente, malessere, febbricola, peggioramento delle comorbidità; talvolta assenza di febbre Polmonite grave, ARDS, scompenso cardiaco, esacerbazione BPCO; elevata mortalità in presenza di comorbidità
Immunocompromessi (trapianti, ematologici, HIV avanzato) Decorso prolungato, sintomi persistenti, progressione verso le basse vie respiratorie; coinfezioni batteriche frequenti Polmonite grave, insufficienza respiratoria; mortalità fino al 20-30% nei trapianti di cellule staminali ematopoietiche

 

6.1 Bronchiolite da VSR nei Lattanti: Quadro Clinico Dettagliato

La bronchiolite è la manifestazione più frequente e clinicamente rilevante dell’infezione da VSR nei lattanti. Si caratterizza per un’infiammazione acuta delle piccole vie aeree (bronchioli) con edema, necrosi dell’epitelio bronchiolare, ipersecrezione di muco e ostruzione al flusso aereo. Il quadro clinico si sviluppa tipicamente in 2–3 fasi:

  • Fase prodromica (1–3 giorni): rinorrea, congestione nasale, tosse secca, febbricola. Simile a una comune rinite.
  • Fase di peggioramento (3–5 giorni): tosse intensa, tachipnea, dispnea, rientramenti intercostali e subcostali, alitamento delle pinne nasali, wheezing espiratorio, crepitii e sibili all’auscultazione. Difficoltà di alimentazione per dispnea.
  • Fase di risoluzione (7–14 giorni): miglioramento graduale; la tosse può persistere per 2–4 settimane.

Il 2–3% dei lattanti con bronchiolite richiede il ricovero ospedaliero; di questi, il 5–10% necessita di ventilazione assistita. I fattori di rischio per bronchiolite severa includono: età <6 settimane, prematurità (<35 settimane), displasia broncopolmonare, cardiopatia congenita emodinamicamente significativa, immunodeficienza, malnutrizione, fumo passivo.

Le stime globali dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) indicano che l’RSV rappresenta complessivamente la causa del 60% delle infezioni respiratorie acute nei bambini. Inoltre, è responsabile di oltre l’80% delle infezioni del tratto respiratorio inferiore nei neonati di età inferiore a 1 anno durante il picco della stagione virale. In sintesi, l’RSV è di gran lunga la causa più frequente di bronchiolite e polmonite pediatriche (Fig. 1).

 

 

6.2 Infezione da VSR nell’Anziano: Aspetti Peculiari

Negli anziani il VSR si presenta spesso con sintomi atipici, privi della classica febbre alta:
assenza di febbre
Virus respiratorio sinciziale: impatto su over 60 è paragonabile a quello dell'influenza - MSD | Salutetosse secca persistente,
malessere, astenia,
dispnea da sforzo,
peggioramento delle condizioni di base.
L’assenza di febbre può ritardare la diagnosi e indurre a sottostimare la gravità. La polmonite da VSR nell’anziano è radiologicamente sovrapponibile alla polmonite batterica;
la diagnosi differenziale richiede spesso RT-PCR su tampone nasofaringeo o lavaggio broncoalveolare.
Il VSR è inoltre causa documentata di riacutizzazioni gravi di BPCO e scompenso cardiaco negli anziani.

 

7. Diagnosi

7.1 Diagnosi Clinico-Epidemiologica

Il sospetto diagnostico si basa sull’associazione tra quadro clinico compatibile e contesto epidemiologico: bambino piccolo con bronchiolite o sindrome da distress respiratorio in stagione epidemica (autunno-inverno), anziano con polmonite atipica o riacutizzazione di BPCO in periodo di circolazione del VSR, paziente immunocompromesso con infezione respiratoria persistente.
La diagnosi differenziale con influenza e COVID-19 richiede sempre conferma di laboratorio.

7.2 Diagnosi di Laboratorio

METODO INDICAZIONE E NOTE
Test antigenico rapido (RAT) Prima scelta in urgenza nei bambini. Sensibilità 80-90%, specificità >95%. Disponibile in pronto soccorso e ambulatorio.
Campione: tampone nasofaringeo. Risultato in 15-30 minuti
RT-PCR (reverse transcriptase PCR) Metodo di riferimento (gold standard): massima sensibilità e specificità; distingue RSV-A da RSV-B. Pannelli multiplex con rilevazione simultanea di influenza, SARS-CoV-2, Metapneumovirus, Rhinovirus. Indicata in adulti, immunocompromessi, casi severi
Test di immunofluorescenza (DFA/IFA) Richiede personale esperto e microscopio a fluorescenza; meno usata con l’avvento delle PCR multiplex. Sensibilità intermedia, specificità buona
Coltura virale Principalmente per ricerca e tipizzazione virologica; non utilizzata nella pratica clinica routinaria per i lunghi tempi (5–10 giorni)
Sierologia (anticorpi IgG/IgM) Utilità diagnostica clinica limitata; usata principalmente in studi epidemiologici. La sieroconversione avviene tardivamente. NON raccomandata per diagnosi acuta di routine
Esami di supporto Emocromo (lieve linfocitosi; leucocitosi con neutrofilia in caso di sovrainfezione batterica), radiografia del torace (iperinflazione, infiltrati bilaterali, atelectasie), emogasanalisi in caso di distress respiratorio, saturimetria continua

 

NOTA DIAGNOSTICA: In Italia la diagnosi molecolare di VSR è disponibile presso la maggior parte dei laboratori ospedalieri, spesso inclusa nei pannelli multiplex per patogeni respiratori. Il sistema di sorveglianza RespiVirNet dell’ISS monitora settimanalmente la circolazione di VSR, influenza e altri virus respiratori. Per i casi pediatrici gravi o nei soggetti immunocompromessi, è raccomandata la conferma con RT-PCR indipendentemente dal risultato del test rapido.

 

8. Diagnosi Differenziale

Le manifestazioni cliniche dell’infezione da VSR sono spesso sovrapponibili a quelle di altri patogeni respiratori. Le principali condizioni da considerare in diagnosi differenziale sono:

  • Influenza A e B (la presentazione sistemica è più marcata; febbre più elevata e brusca; mialgie intense)
  • COVID-19 da SARS-CoV-2 (indistinguibile clinicamente; diagnosi differenziale solo con RT-PCR o test antigenico specifico)
  • Metapneumovirus umano (hMPV) – clinicamente identico al VSR nei lattanti; causa bronchioliti e polmoniti similari
  • Rhinovirus e virus parainfluenzali (nelle bronchiti e laringotracheiti del bambino)
  • Adenovirus (può causare bronchioliti severe, polmoniti, febbri protratte)
  • Polmonite batterica (da Streptococcus pneumoniae, Staphylococcus aureus, Mycoplasma pneumoniae): febbre alta, leucocitosi, consolidamento lobare alla radiografia, risposta agli antibiotici
  • Bronchiolite obliterante post-infettiva (diagnosi differenziale nei lattanti con wheezing persistente post-bronchiolite)
  • Scompenso cardiaco congestizio (negli anziani con dispnea e rantoli bilaterali, in assenza di febbre)
  • Fibrosi cistica (in caso di bronchioliti ricorrenti nel bambino piccolo)
  • Corpo estraneo nelle vie aeree (nei bambini con wheezing monolaterale e storia acuta)

 

9. Terapia

9.1 Principi Generali del Trattamento

Non esiste a tutt’oggi una terapia antivirale specifica approvata e raccomandata routinariamente per l’infezione da VSR nella popolazione generale. Il trattamento è prevalentemente di supporto, con l’obiettivo di mantenere un’adeguata ossigenazione e idratazione e di gestire le complicanze. La bronchiolite da VSR nei lattanti è una delle condizioni pediatriche in cui le evidenze hanno progressivamente ristretto il campo delle terapie utili, confermando che ossigeno e idratazione rimangono i pilastri del trattamento.

FARMACO/PRESIDIO INDICAZIONE E NOTE
OssigenoterapiaChild on a hospital bed receiving foto stock 2657075043 | Shutterstock Prima misura terapeutica in caso di desaturazione (SpO2 <92-95%). Erogazione con cannule nasali o maschera facciale. In caso di insufficienza respiratoria grave: CPAP o ventilazione ad alto flusso nasale (High Flow)
Supporto nutrizionale e idratazione Fondamentale nei lattanti con bronchiolite: alimentazione nasogastrica o endovenosa se incapacità di alimentazione per dispnea. Prevenzione della disidratazione
Ribavirina per aerosol Antivirale di uso limitato ai casi severi nei trapiantati di midollo osseo/organo solido e negli immunocompromessi gravi. Non raccomandata routinariamente per tossicità, costo e difficoltà di somministrazione. Efficacia clinica dibattuta
Broncodilatatori (salbutamolo) NON raccomandati routinariamente nella bronchiolite (linee guida ESPID, AAP, NICE 2023): evidenza di beneficio assente o scarsa. Possono essere considerati in bambini con storia di atopia/wheeze ricorrente o in adulti con BPCO/asma in riacutizzazione
Corticosteroidi NON indicati nella bronchiolite da RSV nei lattanti (evidenza controindicante). Indicati negli adulti con riacutizzazione di BPCO o asma RSV-associata
Antibiotici Solo in caso di documentata sovrainfezione batterica (polmonite batterica, otite media acuta con indicazione, sepsi). Non indicati profilatticamente o routinariamente nell’infezione da RSV non complicata
Nirsevimab (Beyfortus) – anticorpo monoclonale Anticorpo monoclonale anti-proteina F del VSR. Approvato da EMA (2022) e AIFA (2023) per neonati e lattanti nel primo anno di vita. Riduce del 75-80% le ospedalizzazioni per bronchiolite da RSV. Singola iniezione IM.
NON è un vaccino, ma immunizzazione passiva

 

⚠ ATTENZIONE – Terapie da NON usare routinariamente nella bronchiolite:
– broncodilatatori (salbutamolo, adrenalina nebulizzata),
– corticosteroidi sistemici,
– adrenalina sistemica,
– fisioterapia respiratoria,
– ipertonica salina nebulizzata (evidenza controversa).
La raccomandazione delle principali linee guida internazionali (AAP, NICE, ESPID) è di ridurre al minimo gli interventi non supportati da evidenza e concentrarsi su ossigenazione e idratazione.

 

10. Prevenzione e Misure di Protezione

10.1 Immunoprofilassi Attiva e Passiva: la Svolta del 2023-2024

Gli anni 2022-2024 hanno segnato una trasformazione epocale nella prevenzione del VSR: dopo oltre 60 anni di ricerca, sono stati approvati i primi vaccini efficaci e un anticorpo monoclonale di nuova generazione. Questa svolta cambia radicalmente il quadro preventivo per le popolazioni ad alto rischio.

STRUMENTO PREVENTIVO TARGET, INDICAZIONE E NOTE
Arexvy (RSVPreF3 OA – GSK) Vaccino proteico adiuvato (AS01E). Approvato FDA (2023) e EMA (2023) per adulti ≥60 anni. Efficacia 82-84% contro malattia da RSV del tratto respiratorio inferiore. Dose unica. Disponibile in Italia. Schedula annuale non ancora definita
Abrysvo (bivalente RSVPreF – Pfizer) Vaccino proteico bivalente (RSV-A + RSV-B). Approvato FDA e EMA
per adulti ≥60 anni (2023)
e per donne in gravidanza (16-36 settimane gestazionali) per protezione del neonato (2023). Virus Respiratorio Sinciziale: inizia la campagna di immunizzazione - La Guida - La Guida
Efficacia 69-85% negli anziani;
~70% contro bronchiolite grave nel neonato nel primo semestre
mRESVIA (mRNA-1345 – Moderna) Primo vaccino a mRNA contro RSV. Approvato FDA (2024) per adulti ≥60 anni.
Efficacia ~83,7% contro malattia RSV del tratto inferiore con ≥2 sintomi. Profilo di sicurezza favorevole. Non ancora disponibile in tutti i Paesi UE
Nirsevimab (Beyfortus – AstraZeneca/Sanofi) Anticorpo monoclonale (immunizzazione passiva).
Target: neonati e lattanti nel primo anno di vita entranti nella stagione RSV;
bambini fino a 24 mesi ad alto rischio (prematurità, malattia polmonare cronica, cardiopatia congenita emodinamicamente significativa, immunodeficienza).
Singola iniezione IM. In Italia: raccomandato nella stagione 2023-2024, inserito gradualmente nei calendari regionali
Palivizumab (Synagis – AstraZeneca) Anticorpo monoclonale di prima generazione. Indicato solo in bambini ad altissimo rischio: prematuri <29 settimane, displasia broncopolmonare, cardiopatia congenita cianogena. Somministrazione mensile (5 dosi/stagione) per costo elevato. Sostituito da Nirsevimab nella maggior parte delle indicazioni
Misure igienico-comportamentali Igiene delle mani con acqua e sapone o gel alcolico (dimostrata efficacia nella riduzione della trasmissione);
mascherina chirurgica in soggetti con sintomi respiratori;
evitare contatto con neonati e immunocompromessi in fase acuta;
aerazione frequente degli ambienti chiusi;
non fumare in presenza di lattanti (amplifica la gravità dell’infezione)
Misure nosocomiali Precauzioni da droplet e contatto per i casi ricoverati;
guanti e mascherina per il personale sanitario;
cohorting dei pazienti infetti;
igiene rigorosa delle superfici;
limitazione delle visite in reparti a rischio (TIN, oncologia, trapiantologia) durante la stagione epidemica

 

10.2 Raccomandazioni Vaccinali in Italia (aggiornamento maggio 2026)

In Italia, il Piano Nazionale di Prevenzione Vaccinale (PNPV) e le circolari ministeriali aggiornate al 2025-2026 prevedono:

  • Nirsevimab (Beyfortus): raccomandato per tutti i neonati e lattanti che entrano nella stagione RSV nel primo anno di vita, con co-somministrazione con i vaccini del calendario nella stessa seduta vaccinale. Erogato gratuitamente o in regime di partecipazione nelle Regioni che hanno recepito la raccomandazione nazionale. Priorità assoluta ai prematuri e ai lattanti con comorbidità.
  • Vaccinazione in gravidanza (Abrysvo): raccomandata per le donne in gravidanza tra la 32ª e la 36ª settimana gestazionale durante la stagione di circolazione del VSR (settembre-gennaio), come alternativa a Nirsevimab per la protezione del neonato. Erogazione su base regionale.
  • Vaccinazione degli anziani (≥60-65 anni): raccomandata e co-somministrabile con il vaccino antinfluenzale. Priorità ai soggetti con comorbidità (BPCO, insufficienza cardiaca, diabete, immunodeficienza). Offerta dalle Regioni in modo progressivo.

 

10.3 Misure Igienico-Comportamentali e Nosocomiali

In assenza o in attesa di vaccinazione, le misure igienico-comportamentali rimangono essenziali:

  • Igiene rigorosa delle mani (acqua e sapone o gel alcolico) prima di toccare neonati e lattanti
  • Evitare il contatto di neonati prematuri e lattanti nei primi mesi di vita con persone con sintomi respiratori, anche lievi
  • Non fumare e non esporre i lattanti al fumo passivo
  • Allattamento al seno (associato a riduzione della severità della bronchiolite)
  • Arieggiare frequentemente gli ambienti chiusi durante la stagione epidemica
  • Misure nosocomiali: precauzioni da droplet e contatto, cohorting dei pazienti RSV-positivi, igiene ambientale rigorosa, DPI per il personale in assistenza a pazienti ad alto rischio

 

11. Prognosi e Complicanze

La prognosi dell’infezione da VSR dipende fortemente dall’età, dallo stato immunologico e dalla presenza di comorbidità:

  • Neonati e lattanti a termine sani: nella grande maggioranza (97-98%) guarigione completa entro 2-3 settimane; ospedalizzazione necessaria nel 2-3% dei casi; mortalità <0,1% nei paesi ad alto reddito.
  • Prematuri e lattanti con comorbidità: rischio di forme severe 3-5 volte superiore; mortalità ospedaliera 1-3%.
  • Bambini >5 anni e adulti giovani immunocompetenti: prognosi eccellente; malattia autolimitante in 1-2 settimane.
  • Anziani ≥65 anni con comorbidità: mortalità intraospedaliera 1-8% a seconda delle condizioni di base; rischio di scompenso cardiaco acuto, insufficienza renale acuta, sovra-infezioni batteriche.
  • Immunocompromessi (trapianto di cellule staminali ematopoietiche, leucemia, linfoma, trapianto d’organo solido, AIDS avanzato): mortalità 10-30%; replicazione virale prolungata e rischio elevato di polmonite grave.

11.1 Sequele a Lungo Termine

Una delle questioni di maggiore interesse scientifico nella patologia da VSR riguarda l’associazione tra bronchiolite grave nella prima infanzia e sviluppo successivo di asma bronchiale e malattie atopiche. Studi longitudinali hanno dimostrato che:

  • Il 30-40% dei bambini che hanno avuto bronchiolite grave da VSR nei primi 2 anni di vita sviluppa wheezing ricorrente e/o asma in età scolare.
  • Non è ancora del tutto chiaro se il VSR causi l’asma (ipotesi causale) o se predisponga all’asma solo nei bambini geneticamente predisposti (ipotesi confondente).
  • Non vi sono, ad oggi, sequele renali, neurologiche o cardiache permanenti documentate associate all’infezione da VSR in bambini precedentemente sani.

 

12. Aspetti di Interesse nella Medicina dei Viaggi

Il VSR, pur essendo un patogeno respiratorio ubiquitario a diffusione mondiale, assume una rilevanza specifica per la medicina dei viaggi e la medicina tropicale per diversi motivi:

  • Rischio aumentato nei viaggi in aree tropicali e in paesi a basso reddito: nelle regioni tropicali il VSR circola tutto l’anno (non solo in autunno-inverno), con picchi associati alle stagioni delle piogge. I viaggiatori che portano neonati, lattanti o anziani con comorbidità in questi Paesi devono essere informati del rischio RSV indipendente dalla stagione.
  • Impatto delle epidemie RSV in contesti di sorveglianza delle febbri di ritorno: nei viaggiatori di ritorno da zone tropicali con sindrome febbrile respiratoria, il VSR deve essere incluso nei pannelli diagnostici accanto a influenza, COVID-19, dengue e malaria, specie se il paziente è anziano o immunocompromesso.
  • Diffusione accelerata post-COVID-19: il gap immunitario determinato dai periodi di isolamento pandemico ha prodotto epidemie anticipate e più intense di VSR in Europa e nel mondo nel 2022-2023, con picchi extrastagionali anche in primavera-estate. Il medico dei viaggi deve considerare questo fenomeno nella consulenza prevaccinale.
  • Vaccinazione pre-partenza: il medico del viaggiatore può svolgere un ruolo chiave nell’identificare e vaccinare preventivamente gli adulti ≥60 anni con comorbidità e le donne in gravidanza nella finestra raccomandata (32-36 settimane), in particolare se il viaggio è previsto in stagione di circolazione RSV.
  • Profilassi con Nirsevimab nei neonati e lattanti viaggiatori: in famiglia che pianifica un viaggio con un lattante nel primo anno di vita, specie verso destinazioni tropicali o in periodi di circolazione RSV, l’anticorpo monoclonale Nirsevimab rappresenta una misura preventiva raccomandata e appropriata nel counselling pre-viaggio.
  • Strutture sanitarie nei paesi di destinazione: le famiglie con lattanti devono essere informate sulla disponibilità di ossigeno e supporto ventilatorio nei Paesi di destinazione; in molte aree tropicali a basso reddito l’accesso a cure intensive neonatali è molto limitato, rendendo la profilassi con Nirsevimab ancora più critica prima della partenza.

 

13. Bibliografia Internazionale

Articoli e Studi Clinici

  1. Shi T, McAllister DA, O’Brien KL, et al. Global, regional, and national disease burden estimates of acute lower respiratory infections due to respiratory syncytial virus in young children in 2015: a systematic review and modelling study. 2017;390(10098):946–958.
  2. Li Y, Wang X, Blau DM, et al. Global, regional, and national disease burden estimates of acute lower respiratory infections due to respiratory syncytial virus in adults in 2019: a systematic analysis. 2022;399(10340):2047–2064.
  3. Griffiths C, Drews SJ, Marchant DJ. Respiratory syncytial virus: infection, detection, and new options for prevention and treatment. Clin Microbiol Rev. 2017;30(1):277–319.
  4. Walsh EE, Englund JA. Respiratory syncytial virus. In: Bennett JE, Dolin R, Blaser MJ, eds. Mandell, Douglas, and Bennett’s Principles and Practice of Infectious Diseases. 9th ed. Elsevier; 2020.
  5. Simões EAF, Carbonell-Estrany X. Impact of severe disease caused by respiratory syncytial virus in children living in developed countries. Pediatr Infect Dis J. 2003;22(2 Suppl):S13–S18.
  6. Falsey AR, Hennessey PA, Formica MA, Cox C, Walsh EE. Respiratory syncytial virus infection in elderly and high-risk adults. N Engl J Med. 2005;352(17):1749–1759.
  7. Stein RT, Sherrill D, Morgan WJ, et al. Respiratory syncytial virus in early life and risk of wheeze and allergy by age 13 years. Lancet. 1999;354(9178):541–545.
  8. Mazur NI, Higgins D, Nunes MC, et al. The respiratory syncytial virus vaccine landscape: lessons from the graveyard and promising candidates. Lancet Infect Dis. 2018;18(10):e295–e311.
  9. Hammitt LL, Dagan R, Yuan Y, et al. Nirsevimab for prevention of RSV in healthy late-preterm and term infants. N Engl J Med. 2022;386(9):837–846.
  10. Papi A, Ison MG, Langley JM, et al. Respiratory syncytial virus prefusion F protein vaccine in older adults. N Engl J Med. 2023;388(7):595–608. [AREXVY – GSK]
  11. Walsh EE, Pérez Marc G, Zareba AM, et al. Efficacy and safety of a bivalent RSV prefusion F vaccine in older adults. N Engl J Med. 2023;388(16):1465–1477. [ABRYSVO – Pfizer, adulti anziani]
  12. Kampmann B, Madhi SA, Munjal I, et al. Bivalent prefusion F vaccine in pregnancy to prevent RSV illness in infants. N Engl J Med. 2023;388(16):1451–1464. [ABRYSVO – Pfizer, gravidanza]
  13. Wilson E, Goswami J, Laciar Leber M, et al. Efficacy and safety of an mRNA-based RSV preF vaccine in older adults. N Engl J Med. 2023;389(24):2233–2244. [mRESVIA – Moderna]
  14. Drysdale SB, Charles MD, Alcorn J, et al. Impact of nirsevimab on RSV hospitalisations: real-world data from France and Spain, 2023–2024. Lancet Infect Dis. 2024; in press.

Fonti Istituzionali e Linee Guida

  1. World Health Organization (WHO). Respiratory syncytial virus. Fact sheet. Geneva: WHO; 2024. Disponibile su: www.who.int
  2. Centers for Disease Control and Prevention (CDC). RSV in Infants and Young Children; RSV in Older Adults and Adults with Chronic Medical Conditions. Atlanta: CDC; 2025. Disponibile su: www.cdc.gov/rsv
  3. European Centre for Disease Prevention and Control (ECDC). Respiratory syncytial virus infection – Annual Epidemiological Report. Stockholm: ECDC; 2024. Disponibile su: www.ecdc.europa.eu
  4. Istituto Superiore di Sanità (ISS). RespiVirNet – Sorveglianza integrata dei virus respiratori in Italia. Roma: ISS; 2025. Disponibile su: www.epicentro.iss.it/influenza/respivirnet
  5. Kimberlin DW, Barnett ED, Lynfield R, Sawyer MH, eds. Red Book: 2024–2027 Report of the Committee on Infectious Diseases. American Academy of Pediatrics; 2024.
  6. National Institute for Health and Care Excellence (NICE). Bronchiolitis in children: diagnosis and management. NICE Guideline NG9. London: NICE; 2021 (updated 2023). Disponibile su: www.nice.org.uk
  7. Principi N, Esposito S. Consensus statement sull’impiego di Nirsevimab per la prevenzione dell’infezione da VSR in Italia. Società Italiana di Pediatria (SIP) e SITIP; 2023.
  8. Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA). Nirsevimab (Beyfortus) – Scheda tecnica aggiornata. Roma: AIFA; 2024. Disponibile su: www.aifa.gov.it

 

Scheda redatta da: Dott. Paolo Meo, Infettivologo e Medico Tropicalista, Direttore CESMET – Clinica del Viaggiatore, Roma. www.clinicadelviaggiatore.com

Aggiornata a maggio 2026 sulla base dei dati epidemiologici globali, delle linee guida OMS, ECDC, CDC, ISS, AAP, NICE, ESPID e SITIP, e con integrazione delle nuove approvazioni vaccinali e dell’anticorpo monoclonale Nirsevimab.

VIRUS RESPIRATORIO SINCIZIALE (VSR/RSV) – LA MALATTIA Leggi tutto »

HANTAVIRUS scheda malattia

 

HANTAVIRUS
sinonimi:    (Hantavirosi – Hantavirus Pulmonary Syndrome / Hemorrhagic Fever with Renal Syndrome)

 

SINTESI DELLA MALATTIA

PARAMETRO DATI CHIAVE
Agente eziologico Virus RNA a singolo filamento, famiglia Hantaviridae, genere Orthohantavirus
Serbatoio Roditori selvatici (principalmente topi e ratti di varie specie)
Trasmissione Via aerosol da escrezioni di roditori infetti (feci, urina, saliva)
Distribuzione Mondiale, con varianti geografiche specifiche per continente
Incubazione 7–42 giorni (media 2–4 settimane)
Letalità 1–15% (HFRS);        fino al 35–50% (HPS/HPS-like da Andes virus)
Vaccino disponibile No (non disponibile al di fuori della Corea del Sud e della Cina)
Notifica Malattia a notifica obbligatoria in Italia e in molti Paesi

 

1. Introduzione e Descrizione della Malattia

L’hantavirosi è una zoonosi virale acuta causata da virus appartenenti alla famiglia Hantaviridae. Gli hantavirus infettano i roditori selvatici senza causare loro malattia apparente, ma possono trasmettere infezioni gravi all’uomo attraverso il contatto con le loro escrezioni.
Nell’uomo l’infezione può determinare due principali sindromi cliniche:
– la Febbre Emorragica con Sindrome Renale (HFRS, Hemorrhagic Fever with Renal Syndrome)
– la Sindrome Cardio-Polmonare da Hantavirus (HPS/HCPS, Hantavirus Cardiopulmonary Syndrome).

 

La famiglia Hantaviridae comprende numerose specie virali, ciascuna associata a uno specifico serbatoio animale roditore. I principali hantavirus di interesse medico comprendono:

  • Hantaan virus (HTNV) – Asia orientale; causa la forma più grave di HFRS
  • Seoul virus (SEOV) – distribuzione mondiale attraverso il ratto domestico (Rattus norvegicus)
  • Puumala virus (PUUV) – Europa settentrionale e centrale; causa la Nephropathia epidemica, forma lieve di HFRS
  • Dobrava virus (DOBV) – Balcani ed Europa orientale; associate a forme gravi di HFRS
  • Sin Nombre virus (SNV) – Nord America; causa principale di HPS nelle Americhe settentrionali
  • Andes virus (ANDV) – America Latina (Argentina, Cile); l’UNICO hantavirus con comprovata trasmissione interumana
  • Bayou, Black Creek Canal, Choclo, Laguna Negra – altri hantavirus americani, variamente distribuiti
ATTENZIONE: L’Andes virus (ANDV), identificato principalmente in Argentina e Cile, è l’unico hantavirus noto per cui è stata documentata una trasmissione da persona a persona, sebbene rimanga rara. Questo dato è di primaria importanza epidemiologica come dimostrato dall’episodio della nave MV Hondius (maggio 2026).

 

2. Agente Eziologico e Biologia del Virus

      

2.1 Caratteristiche Virologiche

Gli hantavirus sono virus a RNA a singolo filamento, con genoma tripartito (segmenti L, M e S) di polarità negativa. Appartengono all’ordine Bunyavirales, famiglia Hantaviridae. Il virione ha forma sferic

Il virus del momento: l'Hantavirus | Fedaiisf Federazione delle Associazioni Italiane degli Informatori Scientifici del Farmaco e del Parafarmaco

a o ovoidale, con un diametro di 80–120 nanometri, ed è dotato di un involucro lipidico che lo rende sensibile ai comuni disinfettanti (etanolo, ipoclorito di sodio, calore).

I segmenti genomici codificano per: la nucleoproteina N (segmento S), le glicoproteine di superficie Gn e Gc (segmento M) e la RNA-polimerasi RNA-dipendente (segmento L). Le glicoproteine di superficie mediano il legame ai recettori cellulari (integrine beta-3) e sono i principali bersagli della risposta immunitaria anticorpale.

     2.2 Stabilità Ambientale

Gli hantavirus sono relativamente fragili nell’ambiente esterno. Perdono infettività in pochi giorni a temperatura ambiente, ma possono sopravvivere per periodi più lunghi in condizioni fredde, umide e al riparo dalla luce solare diretta. Nelle escrezioni essiccate di roditori, il virus può rimanere infettante per diverse ore in ambienti chiusi e polverosi, condizione particolarmente rilevante per il rischio di trasmissione per inalazione.

 

3. Trasmissione e Modalità di Contagio

      3.1 Serbatoio Animale e Vettori

Ogni hantavirus è strettamente associato a una o poche specie di roditori serbatoio specifici, nei quali causa un’infezione asintomatica persistente con eliminazione continuativa del virus nelle feci, nell’urina e nella saliva. I principali roditori serbatoio includono:

RODITORE RUOLO E DISTRIBUZIONE
Apodemus agrarius Topo campagnolo striato – serbatoio del virus Hantaan e Dobrava in Europa
Myodes glareolus Arvicola rossastra – serbatoio del virus Puumala in Europa
Rattus norvegicus Ratto norvegico – serbatoio del Seoul virus, distribuzione mondiale
Peromyscus maniculatus Topo cervo – principale serbatoio del Sin Nombre virus (Nord America)
Oligoryzomys longicaudatus Topo di riso dalla lunga coda – serbatoio dell’Andes virus (Argentina, Cile)

 

        3.2 Vie di Trasmissione all’UomoEpidemia febbre dei topi: come si prende l'hantavirus? Si trasmette da uomo a uomo?

La trasmissione all’uomo avviene principalmente attraverso le seguenti modalità:

  • Via aerosol (principale): inalazione di particelle aerosolizzate di feci, urina o saliva essiccate di roditori infetti. È la via di trasmissione più comune e pericolosa.
  • Contatto diretto: contatto cutaneo-mucoso con materiali contaminati da escrezioni di roditori, specialmente in presenza di lesioni cutanee.
  • Morsicatura di roditori infetti: rara ma documentata.
  • Trasmissione interumana (Andes virus soltanto): documentata in focolai in Argentina e Cile. Avviene attraverso contatti stretti con casi infetti, probabilmente tramite secrezioni respiratorie. NON è documentata per altri hantavirus.
NOTA EPIDEMIOLOGICA RILEVANTE

Le attività ad alto rischio comprendono:
pulizia di ambienti rurali o abbandonati infestati da roditori,
lavori agricoli (raccolta, trebbiatura),
attività forestali
o di campeggio in zone endemiche,
manutenzione di baite, capanne o depositi.

Il rischio aumenta significativamente in ambienti chiusi e poco ventilati con presenza di roditori.

 

      3.3 La Trasmissione in Ambienti Confinati (Navi, Edifici)

L’episodio della nave MV Hondius (aprile-maggio 2026) ha riportato all’attenzione la possibilità di focolai in ambienti confinati.
In questo contesto, le ipotesi più accreditate sono:
– la presenza di roditori infestanti a bordo con contaminazione di spazi comuni o di stoccaggio alimenti,
– oppure l’introduzione del virus da parte di un passeggero già infetto da Andes virus (con eventuale trasmissione interumana).

Gli spazi chiusi e la scarsa aerazione amplificano il rischio di inalazione di aerosol infetti.

 

4. Distribuzione Geografica

Gli hantavirus hanno una distribuzione geografica mondiale, strettamente dipendente dalla distribuzione dei roditori serbatoio. Le principali aree endemiche sono:

AREA GEOGRAFICA VIRUS E SINDROME PREVALENTE
Europa settentrionale e centrale Nephropathia epidemica (Puumala virus) in Scandinavia, Russia, Germania, Francia, Paesi Baltici, Polonia
Europa orientale e Balcani HFRS grave da Dobrava virus in Serbia, Croazia, Slovenia, Grecia, Russia
Asia orientale Forme gravi da Hantaan virus in Cina, Corea del Sud, Russia orientale; Seul virus in tutto il continente
Nord America HPS da Sin Nombre virus principalmente negli stati rurali degli USA (sud-ovest), Canada
America Latina HPS/HCPS da Andes virus in Argentina e Cile; altri hantavirus in Brasile, Panama, Bolivia, Paraguay, Uruguay
Africa, Australia Segnalazioni sporadiche, epidemiologia meno definita; Seoul virus documentato in roditori

In Italia sono stati segnalati casi sporadici di infezione da Puumala virus (forma europea lieve), principalmente nel nord-est del Paese e nelle aree pre-alpine. La sorveglianza epidemiologica è attiva ma i casi rimangono numericamente limitati.

 

5. Periodo di Incubazione

Il periodo di incubazione degli hantavirus varia da 7 a 42 giorni, con una media di 2–4 settimane dall’esposizione. Tale variabilità dipende dalla carica virale inalata, dalla via di esposizione e dal tipo di virus. Per l’Andes virus, trasmesso anche per via interumana, il periodo di incubazione documentato nei casi secondari è di 18–23 giorni.

 

6. Sintomi e Manifestazioni Cliniche

La presentazione clinica dipende dal tipo di hantavirus e può manifestarsi come due distinte sindromi principali.

      6.1 Febbre Emorragica con Sindrome Renale (HFRS)

Tipica degli hantavirus del Vecchio Mondo (Hantaan, Seoul, Puumala, Dobrava). L’HFRS si sviluppa in cinque fasi cliniche sequenziali:

  • Fase febbrile (3–7 giorni): esordio brusco con febbre elevata (39–41°C), brividi, cefalea intensa, mialgie, dolore lombare, rossore facciale e petecchie. Può comparire disturbo visivo da edema oculare.
  • Fase ipotensiva (ore-2 giorni): ipotensione arteriosa fino allo shock, con trombocitopenia e proteinuria franca.
  • Fase oligurica (3–7 giorni): oliguria/anuria marcata, iperazotemia, ipertensione, possibili emorragie interne.
  • Fase diuretica (giorni-settimane): poliuria intensa, rischio di squilibri idroelettrolitici.
  • Fase convalescenziale (settimane-mesi): lenta ripresa della funzione renale; nella maggioranza dei casi la guarigione è completa.

Hantavirus: Sintomi e Trasmissione del Virus | OK Salute

Forme cliniche per gravità:
La Nephropathia epidemica (Puumala virus)
è generalmente lieve con bassa mortalità (<1%).
Le forme da Hantaan e Dobrava virus sono più gravi, con mortalità del 5–15%.

      6.2 Sindrome Cardio-Polmonare da Hantavirus (HCPS/HPS)

Tipica degli hantavirus del Nuovo Mondo (Sin Nombre, Andes, altri). Si manifesta con:

  • Fase prodromica (3–5 giorni): febbre, mialgie intense, cefalea, tosse secca, nausea e vomito. Clinicamente aspecifica.
  • Fase cardio-polmonare (ore-giorni): rapida evoluzione verso edema polmonare non cardiogeno, grave insufficienza respiratoria, shock cardiogeno. La progressione può essere fulminante nelle prime 24–48 ore.
  • Fase diuretica e convalescenziale: nei sopravvissuti, rapido miglioramento respiratorio e recupero.
⚠ ATTENZIONE:
L’HPS/HCPS da Sin Nombre virus ha una mortalità del 35–50%.

La sindrome può evolvere in ore verso l’insufficienza respiratoria acuta richiedente ventilazione meccanica. La diagnosi precoce è determinante per la sopravvivenza.

 

      6.3 Sintomi Comuni a Entrambe le Forme

Indipendentemente dal tipo di sindrome, i sintomi di allarme che richiedono immediata valutazione medica comprendono:

  • febbre alta ad esordio brusco,
  • cefalea intensa,
  • mialgie severe,
  • dolore addominale o lombare,
  • dispnea anche lieve,
  • oliguria,
  • trombocitopenia.
    In caso di recente esposizione a roditori o ambienti potenzialmente infestati, anche in soggetti tornati da zone endemiche, l’hantavirosi deve essere sempre inclusa nella diagnosi differenziale.

 

7. Diagnosi

      7.1 Diagnosi Clinico-Epidemiologica

Il sospetto diagnostico si basa sull’associazione tra quadro clinico compatibile e storia di esposizione a roditori o ambienti a rischio. Elementi fondamentali:
– anamnesi di lavori in ambienti rurali, campeggio, pulizia di spazi infestati,
– viaggio in aree endemiche nelle settimane precedenti.

7.2 Diagnosi di Laboratorio

METODO INDICAZIONE E NOTE
Sierologia (ELISA/IFA) Rilevazione di IgM e IgG anti-hantavirus. Prima scelta diagnostica. Le IgM compaiono precocemente (entro 1–7 giorni dall’esordio sintomatico)
Western Blot Conferma sierologica in casi dubbi
RT-PCR Rilevazione diretta dell’RNA virale nel sangue; utile nelle fasi precoci prima della sieroconversione
Immunoistochimica Su tessuto autoptico; diagnosi retrospettiva in deceduti
Esami di routine Trombocitopenia (quasi universale), leucocitosi, iperazotemia, proteinuria, elevazione degli enzimi epatici, LDH elevata

 

NOTA DIAGNOSTICA

In Italia la diagnosi sierologica degli hantavirus è disponibile presso laboratori di riferimento regionali e l’Istituto Superiore di Sanità (ISS). Il medico che sospetti un caso deve contattare il laboratorio di riferimento per le modalità di invio del campione e la corretta esecuzione del test.

 

8. Diagnosi Differenziale

Le manifestazioni iniziali degli hantavirus sono aspecifiche e sovrapponiamo a quelle di numerose altre condizioni. Le principali patologie da considerare in diagnosi differenziale comprendono:

  • Influenza e sindromi influenzali
  • Leptospirosi (anch’essa zoonosi da roditori con coinvolgimento renale)
  • Rickettsiosi e altre malattie da vettori artropodi
  • Sepsi batterica con insufficienza multiorgano
  • Polmonite batterica o da Legionella
  • Syndrome da distress respiratorio acuto (ARDS) di altra eziologia
  • Malaria (nei viaggiatori di ritorno da zone endemiche)
  • Febbre tifoide
  • Dengue e altre arboviriosi emorragiche
  • Insufficienza renale acuta di altra causa

 

9. Terapia

      9.1 Terapia Antivirale

 

Non esistono antivirali approvati specificamente per l’HPS da Sin Nombre virus o Andes virus. La ribavirina non è indicata per via orale nella fase grave.

La ribavirina per via endovenosa è l’unico antivirale con evidenze di efficacia nella HFRS, soprattutto se somministrata precocemente (entro i primi 4 giorni dall’esordio).
L’efficacia nella HPS/HCPS è meno documentata.

      9.2 Terapia di Supporto

La gestione è prevalentemente di supporto intensivo e rappresenta il pilastro del trattamento, in particolare per l’HCPS:

  • Ventilazione meccanica: frequentemente necessaria nell’HPS per il rapido sviluppo di ARDS
  • Ossigenazione extracorporea a membrana (ECMO): utilizzata con successo in casi gravi di HCPS
  • Gestione emodinamica: monitoraggio stretto della pressione arteriosa, terapia dello shock con liquidi e vasopressori
  • Dialisi/emodialisi: in caso di insufficienza renale grave nella HFRS
  • Correzione degli squilibri idroelettrolitici: fondamentale nelle fasi oligurica e diuretica
  • Trasfusioni e prodotti ematici: in caso di trombocitopenia grave o emorragie

 

⚠ ATTENZIONE:
NON esiste un vaccino disponibile in Europa o nelle Americhe
.
In Corea del Sud e in Cina sono disponibili vaccini per uso locale contro Hantaan e Seoul virus, non autorizzati altrove. La profilassi si basa esclusivamente sulla prevenzione dell’esposizione.

 

10. Prevenzione e Misure di Protezione

      10.1 Misure Generali di Prevenzione

In assenza di un vaccino, la prevenzione si basa sul controllo dei roditori e sulla riduzione dell’esposizione alle loro escrezioni:

  • Controllo dei roditori: rimozione di fonti di cibo e siti di nidificazione; utilizzo di rodenticide e trappole in edifici rurali e depositi
  • Arieggiamento degli ambienti: prima di pulire aree potenzialmente infestate da roditori, aerare per almeno 30 minuti
  • Uso di DPI (Dispositivi di Protezione Individuale): mascherine FFP2/FFP3, guanti monouso, tuta protettiva in caso di pulizia di ambienti contaminati
  • Disinfezione: umidificazione delle superfici con soluzione di ipoclorito di sodio (candeggina al 10%) prima della pulizia, per evitare l’aerosolizzazione del virus
  • Protezione degli alimenti: conservare in contenitori ermetici inaccessibili ai roditori
  • Campeggio sicuro: non dormire direttamente sul terreno in aree boschive; usare tende con chiusure; evitare di toccare roditori

      10.2 Misure di Controllo in Caso di Focolaio

In caso di focolai umani, e in particolare in presenza di Andes virus (con possibile trasmissione interumana), le misure di controllo comprendono:

  • Isolamento dei casi in ambiente ospedaliero con precauzioni da droplet e da contatto
  • Identificazione e sorveglianza dei contatti stretti
  • Indagine epidemiologica per identificare la fonte comune di esposizione
  • Notifica obbligatoria alle autorità sanitarie competenti 

      10.3 Misure Specifiche per i Viaggiatori Internazionali

Chi si reca in aree endemiche per hantavirus (America del Sud, zone rurali del Nord America, Europa orientale, Asia orientale) deve:

  • Informarsi sul rischio specifico per la destinazione
  • Evitare il contatto con roditori e le loro tane
  • Non raccogliere o maneggiare roditori morti
  • Usare DPI adeguati se il lavoro prevede esposizione a polvere in ambienti rurali
  • Consultare un medico specialista in medicina dei viaggi prima della partenza

 

11. Prognosi e Complicanze

La prognosi varia significativamente in base al tipo di hantavirus, alla tempestività della diagnosi e alle cure ricevute.
 – La Nephropathia epidemica (Puumala) ha una mortalità inferiore all’1% e una guarigione quasi sempre completa.
Le forme gravi da Hantaan/Dobrava hanno mortalità del 5–15%.
L’HPS da Sin Nombre virus presenta mortalità del 35–50%, con i decessi concentrati nelle prime 24–72 ore dalla comparsa della fase cardio-polmonare.

Le complicanze a lungo termine più frequentemente documentate comprendono:
– insufficienza renale cronica (nella HFRS grave),
– ipertensione arteriosa,
– affaticamento cronico
– sequele neuropsicologiche.

Nella maggioranza dei casi di malattia lieve-moderata la guarigione è completa senza sequele permanenti.

 

12. Aspetti di Interesse per il Medico del Viaggiatore

L’hantavirosi è una zoonosi di crescente rilevanza per la medicina dei viaggi per diverse ragioni:
l’aumento dei viaggi in aree naturali remote,
il crescente interesse per il turismo avventuristico e di esplorazione,
la possibilità di focolai in ambienti confinati come navi e strutture ricettive in aree endemiche.
Il caso MV Hondius (2026) ha dimostrato come l’infezione possa manifestarsi in contesti inattesi, anche su imbarcazioni.

Il medico del viaggiatore deve considerare l’hantavirosi nella diagnosi differenziale di qualsiasi sindrome febbrile acuta con coinvolgimento renale o respiratorio in chi ha recentemente visitato aree rurali, boscose o endemiche. La malattia non risponde ai comuni antibiotici e può essere fatale se non riconosciuta e trattata tempestivamente.

 

13. Bibliografia Internazionale

      Articoli e Studi Clinici

  1. Jonsson CB, Figueiredo LTM, Vapalahti O. A global perspective on hantavirus ecology, epidemiology, and disease. Clinical Microbiology Reviews, 2010; 23(2): 412–441.
  2. Mackow ER, Gavrilovskaya IN. Hantavirus regulation of endothelial cell functions. Thrombosis and Haemostasis, 2009; 102(6): 1030–1041.
  3. Hjelle B, Torres-Pérez F. Hantaviruses in the Americas and their role as emerging pathogens. Viruses, 2010; 2(12): 2559–2586.
  4. Manigold T, Vial P. Human hantavirus infections: epidemiology, clinical features, pathogenesis and immunology. Swiss Medical Weekly, 2014; 144: w13937.
  5. Nichol ST, Spiropoulou CF, Morzunov S, et al. Genetic identification of a hantavirus associated with an outbreak of acute respiratory illness. Science, 1993; 262(5135): 914–917.
  6. Padula PJ, Edelstein A, Miguel SDL, et al. Hantavirus pulmonary syndrome outbreak in Argentina: molecular evidence for person-to-person transmission of Andes virus. Virology, 1998; 241(2): 323–330.
  7. Wells RM, Sosa Estani S, Yadon ZE, et al. An unusual hantavirus outbreak in southern Argentina: person-to-person transmission? Hantavirus Pulmonary Syndrome Study Group for Patagonia. Emerging Infectious Diseases, 1997; 3(2): 171–174.
  8. Mertz GJ, Miedzinski L, Goade D, et al. Placebo-controlled, double-blind trial of intravenous ribavirin for the treatment of hantavirus cardiopulmonary syndrome in North America. Clinical Infectious Diseases, 2004; 39(9): 1307–1313.
  9. Krüger DH, Figueiredo LT, Song JW, Klempa B. Hantaviruses – globally emerging pathogens. Journal of Clinical Virology, 2015; 64: 128–136.
  10. Vaheri A, Strandin T, Hepojoki J, et al. Uncovering the mysteries of hantavirus infections. Nature Reviews Microbiology, 2013; 11(8): 539–550.
  11. Bi Z, Formenty PBH, Roth CE. Hantavirus infection: a review and global update. Journal of Infection in Developing Countries, 2008; 2(1): 3–23.
  12. Razzauti M, Plyusnina A, Henttonen H, Plyusnin A. Accumulation of point mutations and reassortment of genomic RNA segments are involved in the microevolution of Puumala hantavirus in a bank vole (Myodes glareolus) population. Journal of General Virology, 2008; 89(Pt 7): 1649–1660.
  13. Memoranda from a WHO meeting on haemorrhagic fever with renal syndrome. Bulletin of the World Health Organization, 1983; 61(2): 269–275.

 

Fonti Istituzionali e Linee Guida

  1. World Health Organization (WHO). Hantavirus disease. Fact sheet. Geneva: WHO; aggiornato periodicamente. Disponibile su: www.who.int
  2. Centers for Disease Control and Prevention (CDC). Hantavirus Pulmonary Syndrome (HPS) – For Health Professionals. Atlanta: CDC; 2024. Disponibile su: www.cdc.gov/hantavirus
  3. European Centre for Disease Prevention and Control (ECDC). Hantavirus infection – Annual Epidemiological Report. Stockholm: ECDC; 2024. Disponibile su: www.ecdc.europa.eu
  4. Istituto Superiore di Sanità (ISS). EpiCentro – Il portale dell’epidemiologia per la sanità pubblica. Roma: ISS; aggiornato periodicamente. Disponibile su: www.epicentro.iss.it
  5. Pan American Health Organization (PAHO). Hantavirus in the Americas. Guidelines for diagnosis, treatment, prevention and control. Washington DC: PAHO/WHO; 2013.

 

 

Scheda redatta da:

Dott. Paolo Meo Infettivologo e Medico Tropicalista Direttore CESMET – CLINICA DEL VIAGGIATORE Roma www.clinicadelviaggiatore.com

in riferimento all’episodio MV Hondius (aprile-maggio 2026) e alle fonti scientifiche disponibili.

 

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Hantavirus sulla MV HONDIUS: tre morti in mezzo all’Atlantico. Cosa sta succedendo e cosa dobbiamo sapere

HANTAVIRUS SULLA MV HONDIUS: TRE MORTI IN MEZZO ALL’ATLANTICO. COSA STA SUCCEDENDO E COSA DOBBIAMO SAPERE
A cura del Dott. Paolo Meo — Infettivologo e Medico Tropicalista, Direttore del POLO VIAGGI CESMET – Artemisia Lab, Roma
Pubblicato il 6 maggio 2026 | www.clinicadelviaggiatore.com

Negli ultimi giorni una notizia ha attraversato le redazioni di mezzo mondo e ha iniziato a fare ciò che le notizie sanitarie fanno spesso: generare allarme. Una nave da crociera, la MV Hondius, si trova in navigazione nell’Oceano Atlantico con tre passeggeri morti e altri tre in condizioni gravi, tutti colpiti da una sospetta infezione da hantavirus. Come medico tropicalista con oltre quarant’anni di esperienza sul campo, sento il dovere di raccontare questa vicenda con la chiarezza che merita — senza allarmismi, ma senza minimizzare.

La vicenda, dall’inizio
La MV Hondius è una nave da spedizione partita dall’Argentina, diretta verso le Isole Canarie attraverso l’Oceano Atlantico. Durante la navigazione, alcuni passeggeri hanno iniziato ad accusare sintomi che, in un primo momento, potevano sembrare comuni: febbre, dolori muscolari, stanchezza intensa. Ma le condizioni di alcuni di loro si sono deteriorate con una rapidità che ha subito allarmato il personale medico di bordo.

Uno dei pazienti più gravi è stato evacuato d’urgenza e ricoverato a Johannesburg, dove i test di laboratorio hanno confermato la diagnosi: hantavirus. Nel frattempo, tre persone sono decedute. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha avviato un’indagine epidemiologica urgente. La nave sta ora dirigendosi verso le Canarie, dove le autorità sanitarie spagnole si stanno preparando ad accoglierla con protocolli di massima sicurezza.

È una vicenda seria. Ma per comprenderla davvero, occorre prima capire di cosa stiamo parlando.

Che cos’è l’Hantavirus?
L’Hantavirus è un virus a RNA appartenente alla famiglia Hantaviridae. Non è un virus nuovo: è conosciuto dalla medicina tropicale e infettivologica da decenni, anche se rimane pressoché sconosciuto al grande pubblico, almeno in Europa.

Esistono diversi ceppi di Hantavirus, distribuiti in diverse parti del mondo. Quello che ci preoccupa in questo caso è il cosiddetto Hantavirus andino, endemico nelle regioni andine e patagonica dell’Argentina e del Cile. È una variante particolarmente rilevante per un motivo che vedremo tra poco: a differenza di quasi tutti gli altri ceppi, l’Hantavirus andino ha dimostrato, in alcuni casi documentati, la capacità di trasmettersi da persona a persona.

Come si trasmette?
Il meccanismo di trasmissione principale dell’Hantavirus è il contatto diretto o indiretto con i roditori selvatici — ratti, topi di campagna, arvicole — che sono il serbatoio naturale del virus. L’infezione nell’uomo avviene tipicamente attraverso:

Inalazione di aerosol contenenti urine, feci o saliva di roditori infetti (la via più comune).
Contatto diretto con roditori o con superfici contaminate dalle loro deiezioni.
Morsi di roditori infetti (via meno frequente).
Non si trasmette toccando corrimani, attraverso l’acqua potabile o mangiando al ristorante. Si prende dalla terra, dagli ambienti rurali e naturali — capanne, fienili, zone di campagna, foreste — dove il contatto tra uomo e roditori selvatici è più probabile.

Ecco perché la provenienza argentina della MV Hondius è un dato clinicamente rilevante. Molti dei passeggeri avevano verosimilmente visitato le grandi aree naturali dell’Argentina — la Patagonia, le Ande, le zone rurali del Sud America — prima di imbarcarsi. È in quell’ambiente che il virus può essere stato acquisito, senza che nessuno se ne accorgesse, perché il periodo di incubazione dell’Hantavirus andino è di 1-6 settimane. Tempo più che sufficiente per salire a bordo di una nave e attraversare l’Atlantico.

Quali sono i sintomi e come evolve la malattia?
La forma clinica più grave causata dall’Hantavirus andino è la Sindrome Polmonare da Hantavirus (HPS — Hantavirus Pulmonary Syndrome). L’evoluzione tipica si articola in due fasi:

Fase prodromica (3-5 giorni): Febbre alta (38-40°C), dolori muscolari intensi, cefalea, brividi, nausea. Una presentazione clinica che può facilmente essere confusa con un’influenza severa o con una malattia febbrile tropicale.

Fase cardio-polmonare: Con una rapidità che può sorprendere anche chi la conosce, il quadro peggiora bruscamente. I polmoni si riempiono di liquido (edema polmonare acuto), la funzione respiratoria crolla, la pressione arteriosa scende. Il paziente ha bisogno di ossigeno, poi di ventilazione meccanica, poi di terapia intensiva. La mortalità in questa fase può raggiungere il 35-40%, anche in centri ospedalieri ben attrezzati.

Capite bene che a bordo di una nave da crociera — per quanto ben equipaggiata — gestire tre o più casi gravi simultanei di HPS è qualcosa che va al di là delle possibilità di qualsiasi infermeria di bordo.

Esiste una terapia?
Questo è uno dei punti che i miei pazienti mi chiedono sempre per primi, e la risposta è quella che mi piace meno dare: non esiste un antivirale specifico approvato per l’Hantavirus.

La terapia è fondamentalmente di supporto: ossigenoterapia ad alto flusso, ventilazione meccanica non invasiva o invasiva, gestione dell’equilibrio idro-elettrolitico, supporto emodinamico. In alcuni centri viene utilizzata la ribavirina per via endovenosa, ma le evidenze cliniche sulla sua efficacia rimangono controverse.

Quello che fa davvero la differenza è la tempestività del ricovero in terapia intensiva. Ogni ora conta. E su una nave in mezzo all’Atlantico, ogni ora costa cara.

Un caso di trasmissione interumana?
È la domanda che l’OMS e i virologi di tutto il mondo si stanno ponendo in queste ore. Se i tre casi gravi a bordo della MV Hondius fossero tutti riconducibili a esposizioni indipendenti avvenute in Argentina prima dell’imbarco, si tratterebbe di un cluster sfortunato ma non di un focolaio attivo. Se invece il virus si stesse trasmettendo da persona a persona a bordo, lo scenario cambierebbe radicalmente.

La risposta arriverà dalle indagini epidemiologiche in corso e, soprattutto, dalla sequenza genomica del ceppo virale identificato. Per ora, la prudenza è d’obbligo.

Cosa deve sapere chi viaggia in Sud America
Come medico tropicalista e direttore del POLO VIAGGI CESMET-Artemisia, vorrei concludere con un messaggio diretto a chi pianifica un viaggio in Argentina, Cile, Bolivia o in altre zone endemiche per l’hantavirus :

Evitate il contatto con roditori selvatici e con ambienti dove la loro presenza è probabile: rifugi di montagna, capanne rurali, granai, zone boscose non frequentate.
Se vi trovate in luoghi chiusi e polverosi in zone endemiche, usate una mascherina FFP2. La via respiratoria è la principale via di contagio.
Non raccogliete roditori morti e non maneggiate materiali che potrebbero essere contaminati da deiezioni.
Dopo il rientro, se nelle 6 settimane successive al viaggio accusate febbre alta, dolori muscolari intensi e difficoltà respiratorie, riferite immediatamente al medico la vostra destinazione di viaggio. Il dettaglio geografico è fondamentale per una diagnosi tempestiva.
Prima di partire, rivolgetevi a un centro specializzato in medicina dei viaggi per una consulenza personalizzata sul rischio infettivo della destinazione.

La MV Hondius si avvicina alle Canarie. I passeggeri sopravvissuti portano con sé un’esperienza che nessuno aveva messo in valigia. Tre persone non torneranno a casa. È il momento di usare questa tragedia non per alimentare la paura, ma per costruire conoscenza. Perché la conoscenza, in medicina dei viaggi, salva le vite.

Dott. Paolo Meo — Infettivologo e Medico Tropicalista Direttore POLO VIAGGI CESMET – Artemisia Lab, Roma Per consulenze: www.clinicadelviaggiatore.com

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Scheda malattia malaria

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Introduzione e descrizione della malaria

Introduzione alla Malaria

La malaria, conosciuta anche come paludismo, è una malattia infettiva acuta causata da parassiti del genere “Plasmodium”. Questi parassiti sono protozoi che si sviluppano e riproducono nel corpo umano (serbatoio del parassita) e possono causare sintomi gravi. Ci sono in natura cinque principali tipi di “Plasmodium” che possono infettare gli esseri umani:

emazie parassitate da plasmodi
emazie parassitate da plasmodi

. Le specie principali sono:

  • P. falciparum – la forma più grave e letale, predominante in Africa subsahariana
  • P. vivax – diffuso in Asia, America Latina e alcune aree del Pacifico
  • P. ovale – prevalente in Africa occidentale, con due sottospecie (curtisi e wallikeri)
  • P. malariae – presente in aree tropicali e subtropicali
  • P. knowlesi – zoonosi emergente nel Sud-Est asiatico (Borneo, Malaysia), con potenziale letale se non trattata tempestivamente, originariamente un parassita delle scimmie che ha la capacità di infettare anche gli esseri umani.  Provoca la malaria nei macachi ma può anche contagiare gli esseri umani, sia naturalmente che artificialmente.

Il serbatoio primario del parassita è l’uomo infettato in maniera cronica.

Come si Trasmette la Malaria

La malaria si trasmette esclusivamente attraverso la puntura di zanzare femmine infette del genere *Anopheles*. È importante notare che queste zanzare non sono presenti in Italia e nella maggior parte dell’Europa, ma si possono trovare in alcune aree del bacino del Mediterraneo, come Grecia, Turchia, Egitto, Tunisia, Algeria e in alcune zone del Marocco. Le mutazioni del clima stanno creando situazioni che potrebbero favorire il riaccendersi di focolai di presenza di zanzara Anopheles anche sul territorio italiano.

La malaria è una delle malattie parassitarie più diffuse nel mondo, con una presenza significativa in Africa, America Centrale e del Sud, Asia e alcune zone dell’Oceania.

Ciclo di Vita del Parassita

Una volta nel corpo umano, i parassiti della malaria si moltiplicano nel fegato e, dopo un periodo di incubazione variabile, infettano i globuli rossi.

Sintomi della Malaria

I sintomi della malaria possono essere molto diversi e presentarsi contemporanenamente o singolarmente. I più comuni includono:

– Febbre alta (che può anche frequentemente non presentarsi)
– Mal di testa e sensazione di confusione, in particolare dolore nucale e sensazione di ovattamento;
– Tensione nei muscoli del collo;
– Brividi e sudorazione;
– Nausea, vomito e diarrea

I sintomi possono manifestarsi in modo grave o essere molto lievi e alternati.

 Rischi e Complicazioni

Se non trattata con i farmaci appropriati, come l’Eurartesim®,farmaco a base di artemisinina e lumefantrina,  la malaria può causare gravi danni agli organi e persino essere fatale. Una forma particolarmente grave è la malaria cerebrale, che può portare a complicazioni come la necrosi cerebrale a causa della formazione di microtrombi nel sistema microvascolare.

Resistenza ai Farmaci

Negli ultimi anni, i parassiti della malaria hanno sviluppato resistenza ai farmaci antimalarici, inclusa l’Artemisina, che è uno dei trattamenti più efficaci disponibili.

Prevenzione e Controllo

Il controllo della malaria si basa su metodi preventivi e curativi, tra cui:

– **Trattamenti farmacologici**: l’uso di terapie a base di artemisina in combinazione con altri farmaci.
– **Zanzariere trattate**: l’uso di zanzariere impregnate di insetticidi, come il DEET.
– **Repellenti per insetti**: l’applicazione di insetticidi e repellenti, con prodotti a base di neem consigliati per il controllo delle zanzare.
-l’utilizzo di insetticidi e repellenti per il controllo delle zanzare. (consigliati prodotti a base di neem).

In sintesi, la malaria è una malattia seria che richiede attenzione e misure preventive per proteggere la salute pubblica.

 

 

Agente infettivo e ciclo vitale

 

Il Plasmodium è un parassita, monocellulare, protozoo del genere Plasmodium (Regno Protista, Phylum Apicomplexa, Classe Sporozoea, Ordine Eucoccidiida). Cinque sono i tipi principali del parassita malarico: Pl. falciparum è il tipo con il più alto tasso di mortalità fra i soggetti infestati; Pl. Vivax; Pl. Malariae; Pl. ovalis; Pl. knowlesi , che è l’agente eziologico di malaria nelle scimmie, è diffuso nel sud-est asiatico. Provoca la malaria nei macachi ma può anche contagiare gli esseri umani. Il serbatoio del parassita è l’uomo infettato in maniera acuta o cronica.

Ci sono cinque specie principali di Plasmodio che possono infettare l’uomo:
P. falciparum: è endemico in Africa tropicale, minore prevalenza in Asia ed America Latina. E’ il plasmodio con il più alto tasso di mortalità;
P. vivax: è il più diffuso, si ritrova ovunque nelle zone tropicali; in Africa è presente a focolai nel territorio, a macchia di leopardo; è invece endemico in America Latina ed in Asia; è presente anche in alcune zone temperate e persiste anche in aree ristrette del bacino del mediterraneo, dove la zanzara Anopheles è ancora presente.
P. ovale: è presente e si èdiffusa principalmente nell’ Africa occidentale tra i due tropici.
P. malariae: è ubiquitario, a bassa prevalenza, ma con una distribuzione non uniforme sul territorio.
La diagnosi di specie è importante perché la malaria da P. falciparum è potenzialmente la più aggressiva, lesiva e se non curata mortale.
La riproduzione della zanzara vettrice avviene a temperature non inferiori ai 18°C. Se la temperature scende non deve rimanere per periodi prolungati di tempo. Anche la sopravvivenza dell’insetto è legato alla temperatura. La trasmissione del parassita avviene attraverso la puntura della zanzara. E’ facilitata durante tutto il periodo dell’anno nelle aree in cui la temperatura è costantemente sopra i 24° C. Nei territori con temperature più basse la trasmissione tende a seguire ritmi stagionali. La zanzara vive dalle tre a sei settimane, raramente supera i due mesi di vita, e si sposta nel raggio di 1 o 2 chilometri. Venti e condizioni ambientali particolari possono portare le zanzare anche a distanze di decine di chilometri.
La malaria da Plasmodium vivax ha un tempo di incubazione più lungo. Può durare anche alcuni mesi. Si presenta clinicamente come la malaria da P. falciparum con attacchi febbrili irregolari, seguiti da sudorazioni profuse e defervescenza. Si può evidenziare aumento del volume della milza (splenomegalia) raramente lesioni o rottura splenica. Dopo qualche attacco la sintomatologia si esaurisce, ma può avere un andamento recidivante per la persistenza di forme intraepatiche “cosidette dormienti” chiamate “ipnozoiti”. In questi casi e con questo tipo di malaria può manifestarsi la cosidetta “febbre terzana benigna”.
Se si assiste ad una coinfezione di due tipi di Plasmodio si manifesta una sintomatologia determinata dal ritmo di crescita del parassita sfasato, e si può manifestare una doppia forma terzana, con febbre continua e sintomi che si manifestano senza periodicità. La terapia con clorochina è ancora efficace, cura l’attacco malarico acuto ma non previene le ricadute e la cronicizzazione della malattia. Nei paesi africani del Golfo di Guinea dove la popolazione è priva di “antigene eritrocitario duffy”, il P. vivax è assente ed è sostituito da Plasmodium ovalis. Il quadro clinico è sostanzialmente sovrapponibile a quello di P. vivax.
Plasmodium malariae si manifesta con una forma meno aggressiva e più lieve. Il plasmodio può persistere per anni negli eritrociti con parassitemia bassissima e nelle recrudescenze la febbre si presenta con picchi ogni ¾ giorni. Forma quartana. Nella fascia pediatrica il Pl. malariae, ma anche gli altri tipi di malaria, a causa di infezioni ripetute possono causate patologie renali a livello glomerulare con infiammazioni membrano-proliferative, con proliferazione dell’endotelio glomerulare e del mesangio. Il danno di tipo infiammatorio è causato dal deposito di immunocomplessi a livello del mesangio del glomerulo renale. Il danno renale si manifesta con proteinuria importante, edema fino alla presenza di ascite nell’addome (sindrome nefrosica)
Il danno renale risulta essere permanente. La prognosi è sfavorevole e i pazienti progrediscono verso l’insufficienza renale cronica.

Ciclo vitale:
Il ciclo vitale del parassita avviene tra due ospiti: (1) zanzara Anopheles e (2) uomo.

  1. La “zanzara femmina” del tipo Anopheles è l’insetto “vettore” a cui si deve la trasmissione della malattia. La zanzara succhia il sangue da un individuo e, se questo è infetto, si infetta a sua volta. Una volta infetta la zanzara punge nuovamente un altro individuo per nutrirsi del suo sangue ed inocula lo sporozoita, ossia la forma del plasmodio maturato all’interno del suo intestino, nel torrente circolatorio della persona.
  2. Gli “sporozoiti” infestanti, dal torrente circolatorio, passando nella microcircolazione dell’acino epatico, vengono sequestrati dalle cellule del fegato. Entro un’ora dall’inoculazione si ritrovano tutti all’interno degli epatociti.
  3. All’interno delle cellule epatiche cominciano un fenomeno di maturazione e di moltiplicazione, trasformandosi in una formazione multicellulare, ancora unita insieme detta “schizonte”.
  4. Gli epatociti, infettati da questa formazione multicellulare parassitaria, che arriva a riempire l’intera cellula, vengono lesionati e si rompono, rilasciando nel torrente circolatorio, formazioni unicellulari “parassitarie” denominate “merozoiti”. Il passaggio avviene attraverso il sistema capillare intraepatico. Può avvenire che per il P. vivax ed P. ovalis, oltre agli schizonti intra epatociti, si possono presentare forme parassitarie unicellulari che rimangono allo stadio dormiente. Queste forme si chiamano ‘ipnozoiti’, e sono la causa delle recidive della malattia invadendo il circolo sanguigno dopo mesi o anche anni più tardi.[A] Recidiva:
    per recidiva si intende una riaccensione della malattia causata dalla persistenza di merozoiti nel fegato (ipnozoiti) che ricominciano un nuovo ciclo eso-eritrocitario, 5-6 mesi dopo l’infezione.
    È tipica delle infezioni da P. vivax e P. ovale nelle quali non sono state trattate le forme intraepatiche.
  5. Dopo l’iniziale moltiplicazione nel fegato della durata media di 7/8 giorni, chiamata fase eso-eritrocita o schizogonica, il merozoita, suddivisosi in singole cellule, all’interno del torrente circolatorio, entra nei globuli rossi, dove si ciba dell’eme ferroso, e comincia una moltiplicazione asessuata all’interno di queste cellule, detta “schizogonia eritrocitaria”.
  6. Le forme parassitarie intraeritrocitarie, denominate “trofozoiti”, crescono e maturano, cibandosi di ferro, e in 2 o 3 giorni diventano “schizonti”. Queste formazioni cellulari parassitarie determinano la rottura del globulo rosso e si dividono nel torrente circolatorio in una moltitudine di “merozoiti”.[B] Fase invasiva:
    corrisponde alla rottura dello schizonte e alla liberazione dei merozoiti che vanno a invadere altri eritrociti. Questo evento si manifesta con febbre intermittente, brivido scuotente, sudorazione, cefalea, artro-mialgie, talvolta riattivazioni di herpes labiale, prostrazione, dolore negli ipocondri, sindromi gastroenteriche (diarrea, vomito, dolore addominale). Nei bimbi si possono avere convulsioni febbrili.
  7. I merozoiti, i parassiti malarici dispersi nel sangue, colonizzano altri globuli rossi. Queste cellule parassitarie intracellulari si cibano ancora di eme ferroso nelle cellule ematiche e crescendo maturano in trofozoiti. E così si riattiva un nuovo ciclo di maturazione. Questo meccanismo i globuli rossi e di maturazione e moltiplicazione intracellulare, è la causa dell’aumento dei parassiti nel sangue e delle gravi anemie emolitiche provocate dalla malattia.[C] Fase tardiva:
    quando i cicli vitali dei diversi ceppi presenti nel torrente circolatorio si sono sincronizzati, compare la” febbre terzana” (tipico attacco malarico): brivido scuotente seguito da rialzo termico che si risolve dopo qualche ora con sudorazione profusa e uno stato di vaga euforia, e si “ripete ogni 48 ore”. La splenomegalia di solito compare dopo giorni o settimane; all’inizio è più comune l’epatomegalia. Pallore muco-cutaneo, ittero, urine ipercromiche (fortemente colorate) sono segni prognostici sfavorevoli. Nella maggioranza dei casi non trattati la malaria si risolve spontaneamente dopo 2 settimane; raramente dura più di un anno (mai più di 2 anni).
  8. Alcuni parassiti si differenziano nel torrente circolatorio e prendono la strada dello stadio sessuato,  i gametociti.
  9. I gametociti, ovvero le forme parassitarie sessuate, maschio, il microgametocita; femmina il macrogametocita; vengono ingeriti dalla zanzara femmina durante la puntura, ed infettano l’insetto.
  1. C) La moltiplicazione del parassita nella zanzara è conosciuta come ciclo dello sporogonio.
  1. I gametociti, attraverso i tubuli delle ghiandole salivari della zanzara finiscono nello stomaco della zanzara dove avviene la fecondazione del macrogametocita, la femmina, da parte del microgametocita, il maschio. L’unine tra macro e micro gametocita genera lo ‘zigote’.
  2. A questo punto lo zigote diventa mobile, si allunga e invade la parete intestinale della zanzara dove si differenzia in “oociste”;

L’oociste cresce e si sviluppa nella parete dell’intestino dove si divide in migliaia di sporozoiti. A questo punto gli sporozoiti migrano fino alle ghiandole salivari della zanzara. L’insetto, pungendo un individuo, inocula il parassita facendo ricominciare il ciclo.

 

[D] Recrudescenza:
è la ricaduta e quindi la riaccensione della malattia, dopo una fase di quiescenza. E’ causata dalla persistenza in circolo di forme intra-eritrocitarie (nei globuli rossi). È tipica delle infezioni da P. falciparum trattate in modo inadeguato (per qualità e/o durata del trattamento e per posologia) e può avere una latenza da qualche giorno a qualche settimana. Si può avere anche nelle infezioni da P. malariae con una latenza anche di molti anni.

L’infezione da P. falciparum è detta febbre terzana maligna, quella da P. vivax e da P. ovale è detta febbre terzana benigna e quella da P. malariae è detta febbre quartana in base all’occorrenza di febbre intermittente. Quelle di febbre “terzana” e “quartana” sono definizioni fuorvianti, perché solo una minima parte dei casi di malaria si presenta con febbre intermittente, ogni 48 ore (terzana, ogni terzo giorno) od ogni 72 ore (quartana, ogni quarto giorno). La febbre terzana si osservava in Europa nelle zone endemiche per il P. vivax (terzana benigna) e negli immigrati: le navi infatti facevano viaggi di 1-2 settimane, e quando arrivavano in Europa, seguendo la storia naturale dell’infezione da P. falciparum, da intermittente irregolare la febbre si faceva terzana, se il malato non era morto nel frattempo o se non era stato trattato. La febbre terzana si osserva anche nei casi in cui si sia stati infettati da un unico ceppo di P. falciparum, evento non comune nelle aree endemiche, dove si è infettati più volte in sequenza e i cicli dei vari ceppi si sovrappongono con attacchi febbrili ad andamento irregolare.

La malaria non sempre si presenta con le tipiche febbri cliniche ma nel corredo dei sintomi malarici sono quasi costanti la cefalea nucale, i brividi, e l’alternanza del caldo e del freddo, con un malessere ingravescente. Le infezioni da P. falciparum non trattate o trattate in modo inadeguato possono provocare insufficienza renale, edema polmonare, ipertensione endocranica con coma e giungere all’exitus. La morte è provocata dall’impilamento delle cellule parassitate nel microcircolo di diversi organi vitali, in particolare nella circolazione cerebrale (malaria cerebrale), danneggiandoli. Nelle aree endemiche, i ripetuti contagi, a cui una persona è soggetta, sviluppano un livello elevato di anticorpi, che permette una resistenza alle infezioni. Nella maggior parte dei casi di infezione questi soggetti sono asintomatici pur portando nelle proprie cellule il parassita (portatori sani dell’infezione). I soggetti non immuni, in zona endemica, possono ammalare molto più facilmente di un soggetto considerato immune, e possono avere forme di malattie più gravi.Un esempio molto interessante è quello dell’evoluzione dell’antigene eritrocitario Duffy, il recettore attraverso il quale i merozoiti di P. vivax penetrano il globulo rosso. Gli eritrociti che non hanno questo antigene (Duffy negativi) sono refrattari all’infezione da parte di quel plasmodio. In Africa occidentale, una mutazione che elimina l’antigene dalla superficie degli eritrociti ma che non ha altre conseguenze cliniche ha raggiunto (probabilmente in varie migliaia di anni) la frequenza del 100% e quindi la maggior parte degli abitanti dell’Africa centrale e occidentale non viene infettata da questa specie di plasmodio.

Già dai primi anni ’50, a conclusione della Campagna quinquennale di Lotta Antimalarica, l’Italia era di fatto un paese libero da malaria ma, poiché alcuni sporadici casi di malaria da Plasmodium vivax continuarono fino al 1962, l’OMS ha ufficializzato questo risultato solo nel 1970. Da allora, in considerazione delle potenziali condizioni di reintroduzione della malaria in Italia, è stato attivato un sistema di sorveglianza.

 

Trasmissione e incubazione

Trasmissione:
avviene mediante puntura di zanzare femmine infette del genere Anopheles, le quali, succhiando il sangue infetto ed iniettando sangue infetto, trasferiscono l’infezione da uomo a uomo. Il maschio della zanzara non punge. Una volta iniettato in un uomo sano, il parassita comincia a moltiplicarsi esponenzialmente nel fegato e quindi, dopo 7 – 10 giorni, mediamente, si moltiplica nei globuli rossi. Le zanzare si infettano ingerendo il parassita, attraverso il pasto ematico infetto. Una volta dentro l’insetto, il parassita comincia un altro ciclo vitale: la fase riproduttiva che precede la trasmissione ad un altro individuo sano.

Incubazione:
si differenzia tra i diversi tipi di plasmodio. Il periodo di incubazione è mediamente di 7-14 giorni per l’infezione da P. falciparum, 8-14 per P. vivax e P. ovale, e di 7-30 giorni per P. malariae. Per alcuni ceppi di P. vivax l’incubazione si può protrarre per 8-10 mesi ed oltre; tale periodo può essere ancora più lungo per P. ovale.

Porta d’ingresso:  è la cute, mediante la puntura della zanzara.

 

Distribuzione geografica

EPIDEMIOLOGIA GLOBALE (aggiornamento 2026)

Situazione globale

Secondo le stime OMS (World Malaria Report 2025), nel 2024 si sono registrati circa 263 milioni di casi e 597.000 morti, con un lieve peggioramento rispetto agli anni precedenti dovuto a:

  • Resistenze ai farmaci
  • Cambiamenti climatici che ampliano le aree di trasmissione
  • Interruzioni nei servizi sanitari post-COVID-19
  • Instabilità politica in alcune regioni endemiche

Africa subsahariana

  • Concentra oltre il 94% dei casi globali e il 95% delle morti
  • P. falciparum rimane dominante
  • Paesi più colpiti: Nigeria, Repubblica Democratica del Congo, Uganda, Mozambico, Niger
  • Progressi osservati in Rwanda, Zimbabwe e alcune aree del Sahel grazie a programmi di distribuzione di zanzariere e IRS (Indoor Residual Spraying)
  • Preoccupazione crescente per resistenza all’artemisinina in Africa orientale (Uganda, Rwanda, Eritrea, Tanzania) — precedentemente segnalata solo in Asia

Asia

  • P. vivax predomina in India, Pakistan, Afghanistan
  • P. falciparum in Myanmar, Papua Nuova Guinea, Indonesia
  • Myanmar e Mekong: epicentro della resistenza multipla (P. falciparum resistente ad artemisinina + partner drugs)
  • India: riduzione significativa dei casi grazie al programma nazionale; obiettivo eliminazione entro 2030
  • Sri Lanka e Maldive: certificati OMS come paesi liberi da malaria
  • P. knowlesi: casi in aumento in Malaysia (Sabah, Sarawak), Filippine, Indonesia

America Latina

  • Venezuela: forte recrudescenza con oltre 450.000 casi/anno; crisi sociosanitaria principale causa
  • Brasile (Amazzonia): ancora elevata trasmissione, prevalentemente P. vivax
  • Colombia, Peru, Bolivia: P. vivax e P. falciparum coesistono
  • ti e Hispaniola: unica isola caraibica con trasmissione attiva
  • Argentina, Paraguay, Ecuador: fasi avanzate di pre-eliminazione

Medio Oriente

  • Yemen: grave situazione umanitaria con malaria in espansione
  • Arabia Saudita (zone di confine yemenita): casi sporadici
  • Iran: prossimo alla pre-eliminazione

Oceania

  • Papua Nuova Guinea: onere elevato, P. falciparum e P. vivax
  • Vanuatu, Isole Salomone: programmi attivi di controllo
  • Australia: solo casi importati

Europa

  • Solo casi importati; episodi sporadici di trasmissione locale da Anopheles autoctoni in Grecia (storica) e sporadicamente in Italia meridionale
  • Attenzione crescente per il potenziale impatto del cambiamento climatico sull’espansione di Anopheles in Europa meridionale

 

 

Sintomi e segni

 Sintomi:
inizialmente i sintomi della malaria si presentano talvolta con caratteristica simil influenzale tra gli 8 ed i 30 giorni dopo l’infezione.

Fase invasiva:
corrisponde alla rottura dello schizonte e alla liberazione dei merozoiti che vanno a invadere altri eritrociti. Si manifesta con febbre intermittente, brivido scuotente, sudorazione, cefalea, artro-mialgie, talvolta riattivazioni di herpes labiale, prostrazione, dolore negli ipocondri, sindromi gastroenteriche (diarrea, vomito, dolore addominale). Nei bimbi si possono avere convulsioni febbrili.

Fase tardiva:
quando i cicli vitali dei vari ceppi presenti si sono sincronizzati, compare la febbre terzana (tipico attacco malarico): brivido scuotente seguito da rialzo termico che si risolve dopo qualche ora con sudorazione profusa e uno stato di vaga euforia, e si ripete ogni 48 ore. La splenomegalia di solito compare dopo giorni o settimane; all’inizio è più comune l’epatomegalia. Pallore muco-cutaneo, ittero, urine ipercromiche (fortemente colorate) sono segni prognostici sfavorevoli. Nella maggioranza dei casi non trattati la malaria si risolve spontaneamente dopo 2 settimane; raramente dura più di un anno (mai più di 2 anni).

Recrudescenza:
è la ricaduta causata dalla persistenza in circolo di forme intra-eritrocitarie (nei globuli rossi). È tipica delle infezioni da P. falciparum trattate in modo inadeguato (per qualità e/o durata del trattamento e per posologia) e può avere una latenza da qualche giorno a qualche settimana. Si può avere anche nelle infezioni da P. malariae con una latenza anche di molti anni.

Recidiva:
per recidiva si intende una ricaduta causata dalla persistenza di merozoiti nel fegato (ipnozoiti) che ricominciano un nuovo ciclo eso-eritrocitario, 5-6 mesi dopo l’infezione.
È tipica delle infezioni da P. vivax e P. ovale nelle quali non sono state trattate le forme intraepatiche.

L’infezione da P. falciparum è detta febbre terzana maligna, quella da P. vivax e da P. ovale è detta febbre terzana benigna e quella da P. malariae è detta febbre quartana in base all’occorrenza di febbre intermittente. Quelle di febbre “terzana” e “quartana” sono definizioni fuorvianti, perché solo una minima parte dei casi di malaria si presenta con febbre intermittente, ogni 48 ore (terzana, ogni terzo giorno) od ogni 72 ore (quartana, ogni quarto giorno). La febbre terzana si osservava in Europa nelle zone endemiche per il P. vivax (terzana benigna) e negli immigrati: le navi infatti facevano viaggi di 1-2 settimane, e quando arrivavano in Europa, seguendo la storia naturale dell’infezione da P. falciparum, da intermittente irregolare la febbre si faceva terzana, se il malato non era morto nel frattempo o se non era stato trattato. La febbre terzana si osserva anche nei casi in cui si sia stati infettati da un unico ceppo di P. falciparum, evento non comune nelle aree endemiche, dove si è infettati più volte in sequenza e i cicli dei vari ceppi si sovrappongono con attacchi febbrili ad andamento irregolare.

La malaria non sempre si presenta con le tipiche febbri cliniche ma nel corredo dei sintomi malarici sono quasi costanti la cefalea nucale, i brividi, e l’alternanza del caldo e del freddo, con un malessere ingravescente. Le infezioni da P. falciparum non trattate o trattate in modo inadeguato possono provocare insufficienza renale, edema polmonare, ipertensione endocranica con coma e giungere all’exitus. La morte è provocata dall’impilamento delle cellule parassitate nel microcircolo di diversi organi vitali, in particolare nella circolazione cerebrale (malaria cerebrale), danneggiandoli. Nelle aree endemiche, i ripetuti contagi, a cui una persona è soggetta, sviluppano un livello elevato di anticorpi, che permette una resistenza alle infezioni. Nella maggior parte dei casi di infezione questi soggetti sono asintomatici pur portando nelle proprie cellule il parassita (portatori sani dell’infezione). I soggetti non immuni, in zona endemica, possono ammalare molto più facilmente di un soggetto considerato immune, e possono avere forme di malattie più gravi.

Mutazioni dell’emoglobina (S,C, beta e alfa-talassemie), degli enzimi glucosio-6-fostato deidrogensi e piruvato-chinasi, proteggono dalle forme gravi di malaria provocate da P.falciparum in portatori eterozigoti e, nel caso dell’emoglobina C, soprattutto in omozigosi. Le particolari proprietà delle catene dell’emoglobina e le condizioni di stress ossidativo provocate dell’infezione stessa, possono provocare l’emolisi degli eritrociti ostacolando la maturazione dei trofozoiti. Nonostante queste mutazioni siano dannose (quasi sempre letali in omozigosi), grazie alla protezione conferita nei confronti della malaria si trovano ad alte frequenze in popolazioni che vivono in zone endemiche (o ex endemiche) per malaria (bacino del mediterraneo, Africa sub-sahariana, sud-est asiatico). Tranne per l’emoglobina C,in queste popolazioni la frequenza delle mutazioni di resistenza è comunque destinata ad arrivare ad un valore di equilibrio (intorno al 15-20%) che rispecchia lo svantaggio dovuto alla letalità della mutazione ed il vantaggio rispetto alla malaria. Nelle zone non malariche, queste mutazioni generalmente sono molto rare o assenti poiché la loro letalità non è controbilanciata da effetti positivi.

 Malaria in gravidanza

  • Maggiore rischio di forme gravi
  • Complicanze: anemia materna, parto prematuro, basso peso alla nascita, mortalità materna e neonatale
  • P. falciparum sequestra nella placenta (placentar malaria)

Malaria nei bambini

  • Principale causa di mortalità nei bambini < 5 anni in Africa
  • Rischio elevato di anemia grave, malaria cerebrale, ipoglicemia

Diagnosi e trattamento

 

 DIAGNOSI

Attualmente la pratica diagnostica si basa su due approcci: quello clinico che identifica i sintomi della malattia, e quello volto a isolare e riconoscere l’agente causale, utilizzando test immunocromatografici o, molto più comunemente, con osservazioni al microscopio.

Il quadro clinico può presentarsi fortemente atipico in persone sottoposte a chemioprofilassi antimalarica a dosaggi inadeguati o con farmaci non più efficaci per fenomeni di resistenza, o che siano parzialmente immuni dopo lunghe permanenze in aree endemiche, nonché nella prima infanzia.

Microscopia ottica (gold standard)

  • Striscio sottile: identificazione della specie e quantificazione della parassitemia
  • Goccia spessa: maggiore sensibilità per infezioni a bassa parassitemia
  • Richiede personale esperto

Per porre diagnosi di malaria deve essere preparato uno striscio di sangue prelevato dalla puntura di un dito. Lo striscio è fissato con metanolo prima della colorazione; la goccia spessa è colorata senza essere fissata. Nelle infezioni da P. falciparum, la densità del parassita dovrebbe essere stimata contando la percentuale di emazie infettate, non il numero dei parassiti.

Rapid Diagnostic Tests (RDT)

  • Basati su rilevazione di antigeni parassitari (HRP2 per P. falciparum, pLDH per altre specie)
  • Uso diffuso in aree con risorse limitate
  • Problema emergente: delezioni del gene hrp2/hrp3 in P. falciparum (Africa, Asia, Sud America) → falsi negativi degli RDT HRP2-based
  • Nuovi RDT pan-Plasmodium in sviluppo

PCR (Polymerase Chain Reaction)

  • Alta sensibilità e specificità
  • Differenzia le specie anche nelle coinfezioni
  • Fondamentale per conferma in casi con RDT negativi ma sospetto clinico elevato
  • Real-time PCR e PCR digitale droplet (ddPCR) per monitoraggio resistenze

LAMP (Loop-mediated isothermal amplification)

  • Test molecolare rapido, non richiede termociclatore
  • Crescente utilizzo in contesti a risorse limitate

Diagnosi di resistenza

  • Genotipizzazione molecolare per mutazioni K13 (P. falciparum), Kelch13, plasmepsina II/III

Fenotipizzazione in vitro (RSA – Ring-stage Survival Assay)

 

TRATTAMENTO

I plasmodi sono diventati fortemente resistenti a quasi tutti i farmaci che sono stati prodotti per combatterli, così come a numerosi insetticidi utilizzati per disinfestare le zone malariche. La resistenza alla clorochina, l’antimalarico meno costoso e più diffuso, è ormai comune in tutta l’Africa sudorientale. In queste stesse zone si è ormai affermata una forma di resistenza anche ad un altro farmaco, alternativo alla clorochina e altrettanto economico, la sulfadossina-pirimetamina. Molti Paesi sono così costretti a utilizzare nuove combinazioni di farmaci molto più costosi. Una rapida risposta all’insorgenza, con trattamento farmacologico con i farmaci più recentemente sviluppati e dati in combinazione, in alternativa alle monoterapie tradizionali, può ridurre significativamente il numero di morti. L’uso esteso e poco controllato di terapie a base di chinolina e di antifolati ha contribuito ad aumentare lo sviluppo delle resistenze. Nell’ultima decade, un nuovo gruppo di antimalarici, diversi composti combinati dell’artemisinina (ATCs), stanno dando ottimi risultati terapeutici anche nell’arco di una settimana, con riduzione della presenza di plasmodio e quindi della sua capacità di trasmissione e miglioramento dei sintomi della malaria.

 

TERAPIA

Principi generali

  • Il trattamento deve essere iniziato rapidamente dopo diagnosi confermata
  • Identificare la specie infettante e la provenienza geografica (per orientare la probabilità di resistenza)
  • Valutare gravità clinica: malaria non complicata vs malaria grave/complicata
  • Considerare sempre gravidanza, età, coinfezioni, controindicazioni

Trattamento malaria non complicata da P. falciparum

Terapie di combinazione a base di artemisinina (ACT) — prima linea OMS

ACT Schema Note
Artemether/lumefantrina (Coartem®, Riamet®) 3 giorni Prima linea in molti paesi africani
Artesunate/amodiaquina 3 giorni Africa occidentale
Artesunate/meflochina 3 giorni Asia Sud-Est
Artesunate/sulfadossina-pirimetamina 3 giorni Alcune aree Africa/Asia
Diidroartemisinina/piperachina (Eurartesim®) 3 giorni Ottima efficacia, in crescita
Artesunate/pyronaridina (Pyramax®) 3 giorni Approvato EMA; in espansione

Trattamento malaria grave

Artesunato EV/IM — GOLD STANDARD

  • Dose: 2.4 mg/kg EV a 0, 12, 24 ore, poi ogni 24 ore
  • Superiore alla chinina EV in RCT (studio AQUAMAT, SEAQUAMAT)
  • Approvato EMA, FDA, disponibile in Italia (uso ospedaliero)
  • Dopo stabilizzazione clinica → completare con ACT orale (3 giorni)

Chinina EV — alternativa quando artesunato non disponibile

  • Usata in associazione con doxiciclina o clindamicina

Supporto intensivistico: gestione delle complicanze (dialisi, ventilazione meccanica, trasfusioni, gestione ipoglicemia)

Trattamento P. vivax, P. ovale

  • Fase eritrocitaria: clorochina (dove sensibile) o ACT
  • Eliminazione ipnozoiti epatici (cure radicale):
    • Primachina: 15 mg/die x 14 gg (o 30 mg x 7 gg in alcuni protocolli); richiede G6PD normale
    • Tafenochina: singola dose 300 mg; richiede G6PD normale (≥70%)
    • Senza trattamento degli ipnozoiti → recidive fino a 3–5 anni

Resistenza all’artemisinina — situazione 2026

Storia e diffusione

La resistenza parziale all’artemisinina (P. falciparum) è mediata principalmente da mutazioni nel gene Kelch13 (K13), in particolare la variante C580Y, che compromette l’efficienza dell’artemisinina sugli stadi anulari del parassita.

Situazione geografica attuale (2026)

Asia Sud-Est (Grande Mekong):

  • Resistenza parziale all’artemisinina consolidata in Cambogia, Laos, Myanmar, Vietnam, Tailandia
  • Fallimento terapeutico della triplice terapia: resistenza combinata anche alle partner drugs (meflochina, piperaquina, lumefantrina)
  • Cambogia: resistenza a DHA/Piperaquina >50% in alcune aree; artesunate/meflochina ancora efficace
  • TRAT (Triple Artemisinin-based Combination Therapy): in sperimentazione come risposta alla multi-resistenza → artesunate + meflochina + piperaquina (fase III in corso)

Africa (NUOVO — emergenza prioritaria 2026):

  • Mutazioni K13 validate (C580Y, R539T, M476I) rilevate in Uganda, Rwanda, Eritrea, Tanzania, Horn of Africa
  • Efficacia ACT ancora superiore a 90% nella maggior parte dei paesi africani, ma trend in deterioramento in Uganda orientale
  • OMS ha dichiarato emergenza di sanità pubblica per la diffusione della resistenza in Africa nel 2024
  • Sorveglianza molecolare intensificata tramite rete ICEMR e WHO-SEARO/AFRO

South America:

  • Bassa-moderata efficacia delle ACT in alcune aree dell’Amazzonia venezuelana/brasiliana
  • Mutazioni K13 identificate ma di minore rilevanza clinica rispetto all’Asia al 2026

Nuovi farmaci antimalarici (2025–2026)

Ganaplacide (KAF156) — Novartis

  • Nuovo meccanismo d’azione: inibizione della proteina PfCARL e della plasmodesinina
  • Attivo contro ceppi resistenti alle ACT
  • Fase II completata con buona efficacia; fase III in corso
  • Non ancora approvato

Cabamiquina (MMV533)

  • Inibitore della PI4K (P. falciparum phosphatidylinositol 4-kinase)
  • Attivo su tutti gli stadi del ciclo di vita
  • Fase IIb completata; promettente in combinazione

Fosmidomicina

  • Inibitore della via del metileritritolo fosfato (MEP pathway)
  • Usata in combinazione con clindamicina
  • Fase II con risultati moderati; ricerca in corso

Ferroquina (SSR97193)

  • Derivato della clorochina con gruppo ferrocenico → attivo su ceppi cloro-resistenti
  • In combinazione con artesunato; studi di fase III

SJ733 (UCT943) e altri inibitori PfATP4

  • Classe degli “spiroindoloni” (cipargamin: già approvato in via sperimentale)
  • Rapidamente attivi, potenzialmente monoattivi
  • Fase II

Anticorpi monoclonali terapeutici

  • In fase precoce di sviluppo come trattamento della malaria grave

TRAT (Triple ACT)

  • Artesunate + Amodiaquina + Piperaquina: studio WANECAM2 (2023) ha mostrato superiorità rispetto alle ACT standard in Africa occidentale

Considerata la prossima linea di trattamento di fronte all’avanzare delle resistenze

 

Prevenzione e vaccinazione

 

Controllo e prevenzione

i fattori che possono favorire lo sviluppo di un’epidemia sono sia naturali, come una variazione climatica o un’inondazione, che antropici, come una guerra o lo sviluppo di opere agricole, di dighe, di miniere o l’incapacità di esercitare un controllo sulla zanzara, il vettore del plasmodio. Grandi movimenti migratori interni a un continente favoriscono ancor più l’esposizione di popolazione vulnerabile al parassita. La combinazione di fattori meteorologici, socioeconomici ed epidemiologici, sia a livello locale che globale, può permettere una previsione del rischio di epidemie, soprattutto se dovute a fattori antropici. Lo studio accurato dei fenomeni epidemici del passato e la costruzione di una rete di monitoraggio e di un database per registrare l’occorrenza e la prevalenza della malaria nelle diverse zone diventano quindi importanti strumenti di prevenzione.

-La protezione dalla puntura degli insetti è la prima precauzione da prendere per prevenire la malaria.

Questo si può attuare mediante una serie di abitudini comportamentali (alla sera e al mattino indossare indumenti ampi che giungano a coprire polsi e caviglie; in certe zone adottare l’impiego di zanzariere che avvolgono il letto durante la notte, meglio se impregnate di insetticida) o mediante l’uso di presidi chimici (repellenti ad uso cutaneo ad esempio a base di DEET, uso di spirali zanzarifughe al piretro, uso di altri piretroidi di sintesi e mediante fornelletti elettrici) o, meglio ancora, a base di sostanze naturali.
La profilassi farmacologica è un mezzo importante per evitare il rischio di contrarre la malaria; il parassita, inoculato dall’insetto vettore, viene ucciso dal farmaco prima di poter esercitare i suoi nefasti effetti sul malcapitato individuo.

Perché possa essere prescritta la profilassi farmacologica più idonea per ogni singolo viaggiatore, è consigliato rivolgersi ad un Centro specializzato in malattie Tropicali o comunque ad un medico esperto nelle stesse. La profilassi farmacologica è strettamente individuale e può variare non solo da persona a persona, ma anche a seconda del Paese visitato, dalla durata della permanenza del viaggiatore nello stesso, nonché dal periodo dell’anno in cui viene effettuato il soggiorno.

Protezione meccanica

la prima difesa da attivare per evitare il rischio malarico consiste nell’evitare le punture delle zanzare. La zanzara femmina di Anopheles, vettore del parassita malarico, usa stimoli termici ed olfattori, ma anche visivi, per localizzare l’ospite da pungere per realizzare il suo pasto a base di sangue. In particolare viene attratta da concentrazioni di anidride carbonica. I colori scuri attirano l’insetto in questione che usa pungere al tramonto e durante le prime ore della notte. Alcuni profumi o fragranze naturali possono attirare le zanzare ed indurle alla puntura. – All’interno di abitazioni: ·la protezione delle finestre con retine trattate con insetticidi e l’utilizzo di zanzariere impregnate con insetticidi sopra i letti può conferire una buona protezione; l’impiego di aria condizionata diminuisce notevolmente il rischio di punture di insetti.

In ambiente esterno

Utilizzare abiti che coprano bene, preferibilmente camicie con maniche lunghe e pantaloni lunghi, in particolare dal tramonto alla sera; consigliabile passare repellenti o insetticidi sui vestiti per diminuire ulteriormente il rischio di puntura.

I repellenti sono sostanze chimiche che allontanano l’insetto:

La maggior parte dei repellenti contiene DEET (N,N-diethyl-methyl-toluomide) sostanza molto attiva in uso da oltre 40 anni.  Altri repellenti sintetici sono attivi per circa 3-4 ore e vanno applicati periodicamente (ogni 3 ore circa) durante esposizione a rischio malaria. ·I repellenti non devono essere inalati o ingeriti e sono pericolosi su pelli irritate o sugli occhi. Vanno usati con prudenza nei bambini e mai applicati sulle loro mani perché facili strumenti di contaminazione degli occhi e della bocca. L’acqua può facilmente togliere dalla pelle i diversi tipi di repellenti.

Il repellente va applicato su tutta la parte del corpo scoperta: è provato che le zanzare possano pungere a meno di un centimetro da una zona coperta.

Si sconsiglia l’uso di repellenti chimici
:nei bambini inferiori ad un anno di età;
ai residenti per lunghi periodi (tossicità da accumulo);
alle donne in gravidanza.

E’ invece raccomandato l’uso di repellenti a base di sostanze naturali non nocive quali , ad esempio, il NoZeta Neem

 

 

Gli insetticidi

Sono sostanze chimiche che attaccano il sistema nervoso dell’insetto e lo uccidono.

Insetticidi sintetici a base di piretroidi (permetrina, deltametrina ed altre).
Insetticidi naturali a base di piretro (ottenuti dai fiori Crisantenum cineraricefolium).
Il piretro agisce sia come insetticida che come repellente.
Permetrina e deltametrina contenuti in molti insetticidi sono prodotti considerati poco tossici per i soggetti adulti e quindi possono essere utilizzati negli ambienti chiusi anche in presenza di bambini piccoli al di sotto dei due anni di età. Per loro adottare sostanze naturali
L’utilizzo degli insetticidi sui vestiti e sulle zanzariere mantiene la loro efficacia per circa 2-3 mesi . Per gli adulti non è considerato tossico.

Malaria e gravidanza

Le donne che risiedono in aree endemiche possiedono, nella maggior parte dei casi, una semi-immunità; questa può calare temporaneamente durante la gravidanza (con conseguenza anche drammatiche, soprattutto nelle primigravide) e si attenua col tempo negli individui che abbandonano le zone endemiche (scompare dopo 2 anni di distanza). Il rischio di morte da malaria della donna aumenta in gravidanza, il rischio di aborto e di parto di feto morto o aumenta l’incidenza di morte neonatale. Non andare in zone malariche a meno che non sia assolutamente necessario. L’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) consiglia alle donne in gravidanza di non andare in vacanza in aree in cui ci sia trasmissione di P. falciparum clorochino-resistente.

Consigli in gravidanza:

essere molto diligenti nell’uso di misure di protezione contro le punture di zanzare;
utilizzare per profilassi la clorochina e il proguanil;
nelle aree con clorochino-resistenza del P. falciparum si deve usare l’associazione clorochina-proguanil nel primo trimestre di gravidanza; la meflochina può essere utilizzata solamente dal 4° mese di gravidanza in avanti;
non usare la Doxiciclina per profilassi;
cercare immediatamente assistenza medica se si sospetta la malaria e fare l’autotrattamento di emergenza (famaco di scelta è il chinino) solo se non è possibile trovare immediatamente un medico. Si deve ricorrere ad un medico comunque dopo l’autotrattamento.

La malaria e i bambini

I bambini sono considerati soggetti a rischio malaria poiché possono sviluppare forme perniciose che conducono all’exitus in tempi brevi.

Nelle aree endemiche i bimbi sono protetti per i primi 6 mesi dall’immunità passiva materna, data dagli anticorpi ereditati dalla madre, poi si ha una progressiva acquisizione di una “semi-immunità”, per successive esposizioni alle infezioni del plasmodio. Si hanno ricorrenti attacchi di malaria, dall’età di pochi mesi fino a 5-10 anni, prima di raggiungere uno stato di semi-immunità. Molti bimbi soffrono di ritardo di crescita e altri muoiono. Se i bimbi sopravvivono, mantengono la semi-immunità per continue reinfezioni, per tutta la vita, finché risiedono in area endemica. Questa viene considerata tale perché durante la vita si hanno ugualmente ricorrenti episodi di parassitemia, di breve durata e bassa carica, per lo più asintomatici o paucisintomatici (con pochi sintomi).

Non portare i neonati ed i bambini piccoli in aree malariche a meno che non sia assolutamente necessario;
proteggere i bambini dalle punture di zanzare; sono disponibili zanzariere per culle e lettini: tenere i bambini piccoli sotto la protezione di zanzariere nel periodo che va dall’alba al tramonto;
dare la profilassi antimalarica ai bambini ancora allattati al seno e a quelli che sono allattati al biberon poiché essi non sono protetti dalla profilassi che la madre ha eventualmente fatto prima;
la clorochina ed il proguanil possono essere somministrati con sicurezza ai neonati ed ai bambini piccoli. Per la somministrazione i farmaci possono essere indorati con marmellata, banane ed altri cibi;
non dare sulfadossina-pirimetamina o sulfalene-pirimetamina a neonati sotto i tre mesi d’età;
non dare doxiciclina per chemioprofilassi ai bambini sotto gli 8 anni d’età;
tenere tutti i farmaci antimalarici al di fuori della portata dei bambini rinchiusi in contenitori che non possono essere aperti dai bambini stessi. La clorochina è particolarmente tossica per i bambini se si eccede la dose raccomandata;
consultare immediatamente un medico se un bambino sviluppa una malattia febbrile. I sintomi di malaria nei bambini possono non essere tipici cosicché la malaria deve essere sempre sospettata. Nei bambini di età inferiore ai tre mesi la malaria deve essere sospettata perfino in caso di malattia non febbrile;
la febbre in un bambino di ritorno da un viaggio in area malarica dovrebbe essere considerata sintomo di malaria almeno che non sia provato il contrario;
in caso di autotrattamento il chinino può essere somministrato senza limiti di peso o di età. La meflochina può essere utilizzata al di sopra dei 15 Kg di peso.
L’OSM sconsiglia di portare in vacanza neonati e bambini piccoli in aree malariche, in particolare dove vi sia trasmissione di P. falciparum clorochino-resistente.

VACCINAZIONE CONTRO LA MALARIA PEDIATRICA

VACCINI ANTI-MALARICI (aggiornamento 2026)
Ancora non esiste il vaccino antimalarico per la popolazione adulta

RTS,S/AS01E (Mosquirix™) — GSK

Meccanismo: vaccino proteico subunitario basato sulla proteina circumsporozoitica (CSP) di P. falciparum, adiuvato con AS01E. Induce risposta immunitaria umorale e cellulare contro lo stadio epatico.

Schema vaccinale: 4 dosi (3 dosi primarie + 1 dose booster a 18 mesi)

Efficacia:

  • 30–40% di riduzione degli episodi di malaria clinica
  • ~30% di riduzione della malaria grave
  • Efficacia che diminuisce nel tempo dopo il completamento del ciclo

Approvazione e implementazione:

  • 2021: prima raccomandazione OMS per uso routinario nei bambini in Africa subsahariana ad alta trasmissione
  • 2022–2023: lancio del programma su larga scala

Paesi che hanno incluso RTS,S nei piani vaccinali nazionali (al 2026):

Paese Anno introduzione
Ghana 2023
Kenya 2023
Malawi 2023
Camerun 2024
Benin 2024
Burkina Faso 2024
Liberia 2024
Niger 2024
Sierra Leone 2024
Uganda 2024
Tanzania 2024/2025
Mozambico 2025
Costa d’Avorio 2025
Repubblica Centrafricana 2025
Repubblica Democratica del Congo 2025
Nigeria (alcuni stati) 2025/2026
Ethiopia 2025/2026
Zambia 2025/2026
Zimbabwe 2025/2026

Programma in espansione continua sotto coordinamento OMS/GAVI/UNICEF

R21/Matrix-M (Università di Oxford / Serum Institute of India)

Caratteristiche: variante migliorata di RTS,S, con maggiore densità di CSP sulla superficie della particella VLP; adiuvato con Matrix-M (Novavax)

Efficacia:

  • Studi di fase III (2023): 75–77% di riduzione degli episodi malarici nel primo anno post-vaccinazione (notevolmente superiore a RTS,S)
  • Efficacia mantenuta a 3 anni con dose booster annuale: ~70%

Approvazione:

  • Ghana: primo paese ad approvare R21/Matrix-M (aprile 2023)
  • Nigeria: approvazione NAFDAC (2023)
  • OMS: pre-qualificazione e raccomandazione (ottobre 2023)
  • Burkina Faso, Uganda, Tanzania, Kenya: approvazioni nazionali 2024
  • In fase di introduzione nei programmi vaccinali di almeno 12 paesi africani al 2026

Produzione: Serum Institute of India prevede produzione di 100–200 milioni di dosi/anno — elemento cruciale per la scalabilità

Vaccini in fase avanzata di sviluppo (pipeline 2026)

Vaccino Stadio Target Note
PfSPZ (Sanaria) Fase III Sporozoiti attenuati irradiati Alta efficacia in adulti (fino a 80%), logistica complessa (azoto liquido)
BNT111 (BioNTech) Fase I/II mRNA – CSP Prima piattaforma mRNA anti-malarica
ChAd63/MVA ME-TRAP Fase II Stadio epatico, trappola+ Vettore virale, Oxford
Vaccino trasmissione-bloccante (TBV) Fase II Gametociti/zanzara Riduce trasmissione nella comunità

Considerazioni pratiche per il viaggiatore

  • RTS,S e R21 non sono attualmente indicati né disponibili per i viaggiatori adulti non residenti in zone endemiche
  • Ricerca in corso per estendere l’uso a adulti e viaggiatori

Bibliografia sul vaccino antimalarico

  1. WHO. World Malaria Report 2024. Geneva: World Health Organization; 2024.
  2. Datoo MS, et al. Efficacy and immunogenicity of R21/Matrix-M vaccine against clinical malaria after 2 years’ follow-up in children in Burkina Faso: interim results of a phase 1/2b randomised controlled trial. Lancet Infect Dis. 2022;22(12):1728–1736.
  3. Datoo MS, et al. Efficacy of a low-dose candidate malaria vaccine, R21 in adjuvant Matrix-M, with seasonal administration to children in Burkina Faso: a randomised controlled trial. Lancet. 2021;397(10287):1809–1818.
  4. Laurens MB. RTS,S/AS01 vaccine (Mosquirix™): an overview. Hum Vaccin Immunother. 2020;16(3):480–489.
  5. WHO. Malaria vaccine: WHO position paper — March 2022. Wkly Epidemiol Rec. 2022;97(9):57–76.
  6. Olotu A, et al. Seven-Year Efficacy of RTS,S/AS01 Malaria Vaccine among Young African Children. N Engl J Med. 2016;374:2519–2529.
  7. Minassian AM, et al. Reduced blood-stage malaria growth and immune correlates in humans following RTS,S/AS01 vaccination. JCI Insight. 2021;6(9).
  8. Nunes-Cabaço H, et al. Five-year follow-up of PfSPZ Vaccine against Plasmodium falciparum. NPJ Vaccines. 2022;7:44.
  9. GAVI. Malaria vaccine supply and introduction. 2024. Disponibile su: www.gavi.org
  10. PATH Malaria Vaccine Initiative. R21/Matrix-M program updates 2024. www.path.or

Notizie e bibliografia vaccino antimalarico

Notizie
Dalle esperienze vissute nelle diverse aree tropicali una valutazione ed un parere personale sulla approvazione del nuovo vaccino per la malaria, (clicca per leggere l’articolo)

 
Bibliografia

Dagli studiosi ed esperti dell’Organizzazione Mondiale della Sanità

 

MALARIA E MEDICINA TRADIZIONALE NEL MONDO

MEDICINA TRADIZIONALE E CURA DELLA MALARIA NEI DIVERSI CONTINENTI

Premessa

La medicina tradizionale ha avuto — e continua ad avere — un ruolo fondamentale nella gestione della malaria nelle comunità rurali di tutto il mondo. In molte regioni endemiche, la prima risposta alla febbre malarica avviene ancora attraverso rimedi erboristici e pratiche tradizionali, spesso prima dell’accesso alle strutture sanitarie. L’OMS (WHO Traditional Medicine Strategy 2019–2025) riconosce l’importanza di integrare le medicine tradizionali nei sistemi sanitari, garantendone sicurezza ed efficacia.

Africa

Africa Occidentale e Centrale

  • Artemisia annua (Qing Hao): reintrodotta anche in Africa attraverso programmi ONG; foglie consumate in infuso; controversa per dosaggio inconsistente; l’OMS sconsiglia l’uso di A. annua non estratta come alternativa alle ACT
  • Cryptolepis sanguinolenta (Ghana, Nigeria): alcaloide criptolepsina con provata attività antimalarica in vitro e in vivo; alcuni studi clinici fase II mostrano efficacia paragonabile alla clorochina per malaria non complicata
  • Neem (Azadirachta indica): foglie in decotto, largamente usate in Africa occidentale; attività antiparassitaria dimostrata in studi di laboratorio
  • Moringa oleifera: foglie e semi usati come antipiretico
  • Carica papaya (foglie): estratti usati per febbre malarica e trombocitopenia; studi preliminari su aumento delle piastrine
  • Riti di purificazione spirituale, uso di amuleti e intervento degli guaritori tradizionali (féticheurs, marabout): ancora diffusi come componente rituale-religiosa del trattamento

Africa Orientale

  • Warburgia ugandensis: corteccia usata in Uganda e Kenya come antipiretico/antimalarico
  • Vernonia amygdalina (“foglia amara”): largamente usata in Kenya, Tanzania, Uganda; estratti etanolici mostrano attività anti-Plasmodium in studi preclinici
  • Ocimum suave: infuso di foglie; uso tradizionale come antipiretico

Africa del Sud

  • Dicoma anomala: radice usata dagli Zulu e Sotho
  • Sutherlandia frutescens: pianta medicinale sudafricana multifunzionale

Asia

Sud-Est Asiatico

  • Artemisia annua: la fonte originale dell’artemisinina, usata nella medicina cinese tradizionale (MTC) da 2.000 anni come “Qing Hao”; la ricercatrice Tu Youyou isolò l’artemisinina da questa pianta nel 1972 (Premio Nobel 2015)
  • Andrographis paniculata (India, Tailandia): “re dei rimedi amari”; andrografolide con proprietà antiprotozoali documentate
  • Tinospora cordifolia (Guduchi, Giloy): Ayurveda; immunomodulatore, febbre malarica
  • Curcuma longa (curcumina): anti-infiammatoria, studi in vitro su P. falciparum

India — Medicina Ayurvedica

  • Formulazioni tradizionali: Sudarshan churna, Mahasudarshan ghanvati, Saptaparna (Alstonia scholaris)
  • Swertia chirata: amaro hepatoprotettivo, tradizionalmente usato per febbre malarica
  • Pratiche: digiuno, somministrazione di erbe amare, purificazione secondo i principi tridosha

Cina — Medicina Tradizionale Cinese (MTC)

  • Changshan (Dichroa febrifuga): febrifugina, alcaloide antiplasmoidale; usato per 2000 anni; ancora studiato per attività su P. falciparum resistente
  • Qing Hao (Artemisia annua): come sopra, fonte dell’artemisinina moderna
  • Agopuntura e cupping: usati come supporto sintomatologico

America Latina

  • Quina (Corteccia di China, Cinchona spp.): il contributo più importante della fitoterapia tradizionale alla farmacologia moderna; i Quechua peruviani usavano la corteccia essiccata contro la febbre; i gesuiti la portarono in Europa nel XVII secolo; la chinina fu isolata nel 1820 da Pelletier e Caventou
  • Artemisia absinthium e A. annua: utilizzate in diverse comunità amazzoniche come antimalarico empirico
  • Uncaria tomentosa (Uncaria, “Garra del gatto”): Amazzonia peruviana; immunomodulatore, studi preclinici su Plasmodium
  • Petiveria alliacea: Bolivia, Brasile; radici con attività antipiretica tradizionale
  • Bidens pilosa: Brasile; estratti mostrano attività antiprotozoale in modelli murini
  • Curanderos e Chamanes: figure centrali nella medicina tradizionale amazzonica; integrano cerimonie spirituali con uso di piante medicinali nel trattamento della febbre malarica

Oceania

Papua Nuova Guinea

  • Piper methysticum (Kava): uso cerimoniale e medicinale
  • Carica papaya e Morinda citrifolia (Noni): usi tradizionali antipiretico/antimalarici
  • Pratiche di guarigione tribali con piante locali non ancora completamente catalogate

Integrazione OMS e prospettive di ricerca

L’OMS ha avviato programmi di:

  1. Farmacopea delle piante medicinali africane: raccolta e standardizzazione dei rimedi tradizionali
  2. Programma AFRO-TM: ricerca sull’integrazione delle medicine tradizionali per la malaria
  3. Posizione OMS su Artemisia: sconsiglia l’uso di foglie non estratte per il rischio di dosi subterapeutiche e sviluppo di resistenza; supporta invece la ricerca su nuovi estratti standardizzati

Il caso paradigmatico: l’artemisinina — oggi farmaco standard — deriva direttamente dalla medicina tradizionale cinese. Questo modello di “bioprospecting” rimane un punto di riferimento per la ricerca futura.

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Soggetti over 65 e Viaggiatori: perché il vaccino Anti-Pneumococco è indispensabile

Vaccinazione Antipneumococcica: Prevenire le Polmoniti Batteriche

Guarda qui un breve video esplicativo

Le polmoniti batteriche, tra le cui cause lo Streptococcus pneumoniae (pneumococco) domina le statistiche, rappresentano una seria minaccia per gli individui più deboli e fragili, con quasi 700.000 casi annui negli anziani italiani e migliaia di decessi. Queste polmoniti hanno fattori di aggravamento come l’influenza ed altri virus in coinfezione e l’antibiotico-resistenza come situazione pericolosa nella diminuzione della sensibilità terapeutica.

Per questi motivi la vaccinazione preventiva è lo strumento più efficace per ridurre il rischio di polmonite, di sepsi sistemica e di meningite pneumococcica, da proporre particolarmente nei gruppi di soggetti vulnerabili.

Il Problema delle Polmoniti Batteriche

Il pneumococco causa il 15-20% delle polmoniti negli adulti, con una incidenza del 30-40% negli over 65, e nel 2022 ha registrato 1.026 casi invasivi in Italia, in aumento nel periodo post-Covid rispetto agli anni precedenti.
Queste infezioni portano a circa 10.000 ospedalizzazioni annue negli anziani e complicanze gravi come sepsi (15-20%) o meningite (12%).  La prevenzione vaccinale riduce significativamente l’impatto, coprendo i sierotipi più aggressivi, responsabili del 76% delle malattie invasive negli over 65.

Questi i diversi tipi di Vaccini disponibili in Italia

In Italia sono autorizzati diversi vaccini antipneumococcici, classificati in:
coniugati (PCV) per bambini e adulti,
polisaccaridici (PPSV23) per richiami adulti.

Tipo Vaccino Sierotipi Coperti Indicazioni Principali Nomi Commerciali Principali
PCV15 (coniugato 15-valente) 15 (es. 1,3,4,5,6A,7F,14,19A,23F) Bambini, adulti a rischio; sequenza con PPSV23 Vaxneuvance® (MSD)[7]
PCV20 (coniugato 20-valente) 20 (aggiunge 8,10A,11A,12F,15B a PCV15) Adulti ≥18 anni, dose unica o sequenza Prevenar 20® (Pfizer)[7]
PCV21 (coniugato 21-valente, V116) 21 (include 3,6A,7F,8,9N,10A,19A,22F,24F,33F) Adulti, over 64; copertura +12,4% vs PCV20 V116 (MSD), classe CNN AIFA[1][8]
PPSV23 (polisaccaridico 23-valente) 23 Adulti >50-65 anni, dopo PCV per richiamo Pneumovax 23®[5]

 

Target del Piano Vaccinale

Il Piano Nazionale Prevenzione Vaccinale (PNPV 2023-2025) raccomanda la vaccinazione per over 65 anni e adulti >18 con comorbidità.

  • Bambini: Routine dal 3° mese (3 dosi PCV15/PCV20 + richiamo), prioritari <5 anni.
  • Adulti sani: ≥65 anni, dose unica PCV20/PCV21.
  • Gruppi a rischio: >18 anni con cardiopatie, BPCO, diabete, cirrosi, alcolismo, immunodepressione, asplenia, fumo; sequenza PCV15 + PPSV23 (intervallo ≥1 anno).
  • Viaggiatori: Consigliata per aree ad alta endemicità o viaggi a rischio.

Per over 65 non vaccinati, preferire PCV20/21; richiami ogni 5-10 anni in immunocompromessi.

Perché Vaccinarsi Ora

La vaccinazione antipneumococcica previene fino al 76% delle polmoniti invasive negli adulti e riduce le ospedalizzazioni, integrandosi con i vaccini anti-influenzale per la protezione invernale. La vaccinazione è sicura, ben tollerata ed efficace. contattaci per un consulto personalizzato. Proteggi te stesso e i tuoi cari: prenota oggi la tua dose!

Viaggiatori e vaccino antipneumococcico. 

Il vaccino antipneumococcico è consigliato per i viaggiatori internazionali perché lo Streptococcus pneumoniae causa polmoniti batteriche, meningiti e sepsi in contesti di sovraffollamento (es. voli, treni, ostelli), climi estremi o aree con scarsa igiene sanitaria, dove il rischio aumenta del 20-30% rispetto alla routine quotidiana.
È particolarmente utile per chi viaggia in destinazioni tropicali, Africa o Asia (endemicità alta per IPD), anziani over 65, immunocompromessi o con comorbidità, integrandosi con le vaccinazioni del Piano Nazionale (PNPV 2023-2025).

Quando Vaccinarsi

  • Tempistica ideale: Almeno 2 settimane prima della partenza per sviluppare immunità piena; per richiami, 1 settimana prima.
  • Target prioritari tra viaggiatori: Over 65, bambini <5 anni, fumatori, diabetici, cardiopatici, asplenici o in viaggi >1 mese in zone a rischio (es. pellegrinaggi, volontariato).
  • Stagionalità: Sempre, ma urgente in inverno o pre-stagione influenzale per co-protezione oppure durante le stagioni delle piogge, invernali, monsoniche.

Come Vaccinarsi

  • Tipi consigliati: PCV20 (Prevenar 20®) o PCV21 (V116) per dose unica adulti/viaggiatori; PCV15 (Vaxneuvance®) + PPSV23 sequenza per rischi elevati.
  • Somministrazione: Iniezione intramuscolare (deltoide adulti, antero-laterale coscia bambini);
  • Schema pratico:
Gruppo Vaccino Dosi Note
Adulti sani ≥18 PCV20/PCV21 1 dose Copertura 76% IPD​
Over 65/Rischio PCV15 + PPSV23 1+1 (≥1 anno intervallo) Richiamo 5 anni​
Bambini viaggiatori PCV15/PCV20 3+1 richiamo Dal 3° mese​

Chiedi ed informati presso il centro Cesmet e chiedi una consulenza con il dr. Paolo Meo per approfondire su questa vaccinazione e la tua opportunità di vaccinarti

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Soggetti over 65 e Viaggiatori: perché il vaccino Anti-Pneumococco è indispensabile Leggi tutto »

Influenza Stagione 2025-2026: Il Sottoclade K dell’A(H3N2)

Influenza Stagione 2025-2026: Il Sottoclade K dell’A(H3N2) Considerazioni sulla malattia e strategie preventive secondo il Dr. Paolo Meo

Qui sotto è disponibile un podcast sulle novità della stagione in corso; buon ascolto! (5 minuti circa)

 

La Situazione Attuale in Italia

Secondo i dati del sistema di sorveglianza “RespiVirNet dell’Istituto Superiore di Sanità”, la stagione influenzale 2025-2026 si sta sviluppando con un’intensità notevole. Tra il 1° e il 7 dicembre 2025, l’incidenza delle infezioni respiratorie acute ha raggiunto 12,4 casi ogni 1.000 assistiti, con un incremento significativo rispetto alla settimana precedente. Dal mese di ottobre, si contano già oltre 4 milioni di casi, di cui circa 695 mila tra 1-7 dicembre. Il tasso di positività per influenza nella comunità ha raggiunto il 25,3%, mentre nella popolazione ospedaliera è arrivato al 28,8%.  Il Dr. Paolo Meo, infettivologo e tropicalista, direttore del POLO VIAGGI CESMET – ARTEMISIA di Roma, sottolinea come in questa stagione la circolazione del virus A(H3N2) è predominante, ed in particolare la sua variante denominata sottoclade K, merita una speciale attenzione dal punto di vista epidemiologico ed anche clinico.  

Cosa è il Sottoclade K del virus A(H3N2)?

Il sottoclade K del virus A(H3N2) rappresenta un’evoluzione significativa nel panorama dei virus influenzali circolanti. Questa variante presenta sette mutazioni aggiuntive a livello della proteina emoagglutinina (K2N, S144N, N158D, I160K e Q173R) rispetto ai precedenti selezionati per la formulazione vaccinale della stagione 2025-2026. Ad Agosto ’25  è stato rilevato per la prima volta questo “nuovo ceppo ” nell’emisfero australe, in particolare in Australia e Nuova Zelanda, dove ha prolungato la stagione influenzale fino a ottobre e novembre, cosa insolita rispetto ai normali tempi di circolazione virale. Secondo i dati “dell’European Centre for Disease Prevention and Control” (ECDC), il “sottoclade K” rappresenta circa la metà delle sequenze virali registrate globalmente tra maggio e novembre 2025, con percentuali ancora più elevate in specifiche regioni: in Australia ha rappresentato il 50% circa dei virus, mentre in Nuova Zelanda ha superato i due terzi dei ceppi in circolazione. Questo dimostra l’elevata capacità diffusiva di questo sotto ceppo influenzale.​  

L’impatto sulla trasmissibilità

Un elemento importante riguarda l’aumento della trasmissibilità di questo sottoclade. Secondo i dati “dell’UK Health Security Agency (UKHSA)”, il “numero R” indice di riproduzione del sottoclade K (ovvero il “numero medio di persone a cui ogni persona infetta trasmette il virus) si attesta a circa 1,4, rispetto a circa 1,2 riscontrato negli anni precedenti. Cosa vuol dire questo? Che 100 persone infettate dal sottoclade K possono trasmettere il virus a 140 persone, anziché alle 110 di altre stagioni influenzali. La capacità di contagio e quindi di diffusione è sicuramente maggiore, questo non corrisponde a una maggiore gravità dei sintomi, come ha tenuto a confermare l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) nei suoi ultimi bollettini.   ​  

Perché il sottoclade K circola così facilmente in questa stagione?

Il Dr. Paolo Meo del CESMET evidenzia un fattore epidemiologico fondamentale: la suscettibilità aumentata della popolazione generale. Difatti il virus A(H3N2) ha circolato in modo molto limitato negli anni e nelle stagioni precedenti (2023-2025), durante le quali il ceppo predominante è stato l’A(H1N1). Questo significa che una quota molto significativa della popolazione italiana, in particolare i bambini, non possiede un’immunità sufficiente derivante da infezioni o vaccinazioni precedenti contro questo virus. ​ Il Professor Giovanni Rezza, epidemiologo dell’Università Vita-Salute San Raffaele, sottolinea che questa situazione si traduce nella pratica in una maggiore suscettibilità all’infezione e nel fatto che la popolazione abbia minore protezione crociata rispetto ai tipi degli anni precedenti. Tale condizione ha contribuito all’inizio anticipato della stagione influenzale in Italia, che si è manifestato con tre settimane di anticipo rispetto alla stagione 2024-2025.    La Triade Sintomatologica Caratteristica dell’Influenza H3N2 Secondo il Dr. Paolo Meo, direttore del POLO VIAGGI CESMET, i pazienti affetti da influenza A(H3N2) presentano caratteristicamente una triade sintomatologica ben riconoscibile:
  1. Febbre Alta ad Esordio Improvviso La febbre rappresenta il sintomo iniziale più caratteristico e insorge in modo brusco, non graduale. Nella maggior parte dei casi, la temperatura corporea supera i 38-38,5°C, con picchi anche superiori a 39-40°C, soprattutto nei bambini. La febbre si presenta tipicamente accompagnata da brividi intensi e rappresenta il segno clinico più evidente della vera infezione influenzale, distinguendola dalle forme di semplice raffreddamento.
  2. Sintomi Respiratori Importanti Accanto alla febbre compaiono manifestazioni respiratorie significative: tosse secca e stizzosa (in genere non catarrale), mal di gola, congestione nasale e starnutazioni. La tosse tende a persistere più a lungo rispetto ai sintomi febbrili, talvolta per 1-2 settimane. In alcuni pazienti si osserva anche naso che cola o congestione nasale marcata.
  3. Dolori Muscolari e Malessere Generale Importante Il Dr. Paolo Meo sottolinea come i dolori muscolari (mialgie) e articolari (artralgie) rappresentino un’altra caratteristica distintiva dell’influenza A(H3N2). Questi dolori sono diffusi su tutto il corpo (“come se si sentissero le ossa”) e si associano a cefalea intensa, grave malessere generale, astenia marcata e senso di profonda spossatezza. Tale sintomatologia sistemica distingue la vera influenza da forme parainfluenzali o da comuni raffreddori virali.
L’insieme di questi sintomi (febbre alta, sintomi respiratori, dolori sistemici) deve essere presente contemporaneamente per poter parlare di vera sindrome influenzale. I sintomi di solito compaiono 1-2 giorni dopo il contatto con il virus e la risoluzione spontanea si verifica generalmente entro 7-10 giorni, sebbene la tosse possa persistere per 2-3 settimane.​ Efficacia Vaccinale: Rassicurazioni Dai Dati Inglesi Una questione che preoccupa è la possibile ridotta efficacia del vaccino 2025-2026 di fronte al sottoclade K, poiché questa variante non era stata ancora individuata quando i vaccini sono stati formulati. Il Dr. Paolo Meo del POLO VIAGGI CESMET ribadisce, tuttavia, l’importanza di interpretare correttamente i dati emergenti da diverse parti del mondo. I dati del Regno Unito, dove il sottoclade K è già diventato dominante, forniscono indicazioni rassicuranti: il vaccino stagionale 2025-2026 mantiene:
  • un’efficacia del 70-75% nel prevenire il ricovero ospedaliero nei bambini (fascia 2-17 anni);
  • Una efficacia del 30-40% negli adulti;
Una meta-analisi pubblicata sul New England Journal of Medicine nel 2025 conferma che l’efficacia complessiva del vaccino contro il ricovero si attesta al 67% nei bambini e al 48% negli adulti della fascia 18-64 anni, con dati ancora migliori nei soggetti vaccini in precedenti stagioni.​ Sebbene il vaccino possa presentare una minore efficacia nel prevenire l’infezione con il sottoclade K, rimane altamente efficace nel prevenire le forme gravi della malattia e soprattutto i ricoveri ospedalieri. Il vaccino continua inoltre a mantenere la sua piena efficacia nei confronti degli altri virus influenzali circolanti (A/H1N1 e B).   Le Misure Preventive Non Farmacologiche Secondo le raccomandazioni del Dr. Paolo Meo del CESMET nei confronti dei  pazienti e dei viaggiatori, in particolare a coloro che richiedono consulenze preventive presso il POLO VIAGGI CESMET – ARTEMISIA, la prevenzione dell’influenza si basa su semplici ma efficaci misure igieniche: Igiene delle Mani Lavare regolarmente le mani con acqua e sapone, soprattutto dopo aver toccato superfici e suppellettili, prima di portarsi le mani al viso, e prima di mangiare. L’uso di igienizzanti per le mani con alcol (almeno 60%) rappresenta un’alternativa valida quando l’acqua non è disponibile. ​ Igiene Respiratoria Coprire la bocca e il naso quando si tossisce o starnutisce, preferibilmente utilizzando un fazzoletto monouso (che deve essere subito gettato) o, in sua assenza, la piega del gomito. Isolamento delle persone Malati Restare a casa quando si presentano sintomi attribuibili a malattie respiratorie febbrili, soprattutto nella fase iniziale della malattia. Il periodo di contagiosità inizia uno o due giorni prima della comparsa dei sintomi e termina circa una settimana dopo l’esordio; nei bambini e nei soggetti immunocompromessi questa durata può essere più lunga. Uso della Mascherina in Caso di Malattia Nei soggetti infetti, l’indossare di una mascherina chirurgica contribuisce a ridurre la trasmissione del virus, soprattutto in ambienti affollati e nei contatti ravvicinati. Distanziamento da Persone Malate Evitare il contatto stretto con persone che presentano sintomatologia influenzale, mantenendo una distanza di almeno un metro durante le fasi di tosse o starnutazione. Pulizia e Ventilazione degli Ambienti Mantenere gli spazi frequentati ben ventilati e pulire regolarmente le superfici di contatto frequente (maniglie, banchi, telefoni, etc.). Vaccinazione: Timing e Categorie Prioritarie Il momento ottimale per sottoporsi a vaccinazione antinfluenzale è tra metà ottobre e metà dicembre, poiché la protezione diventa attiva dopo 5/6 giorni per la prima “attivazione linfocitaria e monocitaria”, e completamente efficace dopo circa 2 settimane dopo la somministrazione. Il picco influenzale è atteso tra dicembre 2025 e gennaio 2026, tuttavia, non è mai troppo tardi per vaccinarsi e quindi nel mese di gennaio è possibile coprirsi nei confronti del virus. Lo stesso Ministero della Salute raccomanda di effettuare la vaccinazione anche tra dicembre e gennaio. Queste le categorie prioritarie per la vaccinazione, per la stagione 2025-2026:
  • Persone di età pari o superiore a 60 anni
  • Bambini da 6 mesi a 6 anni
  • Donne in gravidanza
  • Persone con patologie croniche (malattie cardiache, respiratorie, diabete, immunodeficienze, etc.)
  • Personale sanitario e sociosanitario
  • Familiari e conviventi di persone ad alto rischio
  • Persone residenti in strutture di lungodegenza o assistenziali
I soggetti ad alto rischio dovrebbero vaccinarsi già dal mese di ottobre, al fine di garantire la massima protezione possibile durante l’intera stagione. Quando Rivolgersi al Medico: Segnali di Allarme Il Dr. Paolo Meo del POLO VIAGGI CESMET sottolinea l’importanza di riconoscere i sintomi che richiedono un intervento medico urgente. Si consiglia di contattare il medico curante nel caso in cui:
  • I sintomi influenzali sembrino inizialmente migliorare, ma poi si ripresentino accompagnati da febbre elevata e peggioramento della tosse
  • La febbre non scenda nonostante l’assunzione di farmaci antipiretici
È necessario recarsi immediatamente al pronto soccorso in caso di:
  • Difficoltà respiratoria o fiato corto
  • Dolore o sensazione di pressione a livello del torace o dell’addome
  • Vertigini improvvise o capogiri
  • Stato confusionale
  • Vomito prolungato o grave
  • Febbre molto alta che non risponde ai farmaci antipiretici
  • Nei bambini: colorito bluastro della pelle, respiro accelerato, sonnolenza anomala, irritabilità, o movimento ridotto
Conclusioni e Raccomandazioni del Dr. Paolo Meo Il Dr. Paolo Meo, direttore del POLO VIAGGI CESMET – ARTEMISIA, sintetizza le raccomandazioni per affrontare al meglio la stagione influenzale 2025-2026: La situazione epidemiologica attuale deve generare attenzione per la prorpia e l’altrui salute. Sebbene il sottoclade K del virus A(H3N2) mostri una maggiore contagiosità e abbia allungato la stagione influenzale nell’emisfero australe, non costituisce un nuovo virus e non provoca necessariamente forme più gravi di malattia. La vaccinazione rimane lo strumento più efficace per ridurre il rischio di contrarre l’influenza e soprattutto per prevenire le complicanze e i ricoveri ospedalieri. Anche se l’efficacia è sicuramente leggermente ridotta nei confronti del sottoclade K, il vaccino mantiene comunque un’efficacia significativa nel proteggere dalle forme severe. L’associazione tra vaccinazione e misure igieniche fondamentali ossia: igiene delle mani, igiene respiratoria, isolamento quando malati, ventilazione degli ambienti – rappresenta l’approccio più razionale e scientifico per ridurre la diffusione virale e proteggere sia se stessi che i soggetti più vulnerabili della comunità. Per coloro che necessitano di consulenze specializzate sulla prevenzione influenzale, sulle strategie vaccinali personalizzate in base al profilo di rischio individuale, o che desiderano sottoporsi a vaccinazione antinfluenzale presso una struttura specializzata in medicina preventiva e del viaggio, il POLO VIAGGI CESMET – ARTEMISIA rimane a disposizione con consulenze mediche sia in ambulatorio che online, grazie al coordinamento del Dr. Paolo Meo e del suo staff di assistenti.

Influenza Stagione 2025-2026: Il Sottoclade K dell’A(H3N2) Leggi tutto »

Scheda malattia Dengue

Dove e quanto si è diffusa la febbre emorragica da Virus Dengue?

La “Febbre da virus Dengue” negli ultimi decenni si è diffusa a macchia d’olio e si è imposta come emergenza di sanità pubblica nella maggior parte dei paesi tropicali. In Africa si è diffusa in modo particolare negli ultimi venti anni, in Asia ed in particolare in America Centrale e Meridionale è una malattia endemica con epidemie diffuse. (OMS 2021 CLICCA)
Il “vettore primario” per questa malattia è una zanzara, la Aedes, che  è diffusa nella maggior parte dei paesi equatoriali e tropicali, e si sviluppa in particolare nelle zone urbane dove gli abitanti sono molto suscettibili all’infezione. Il processo di urbanizzazione  selvaggia degli ultimi trenta anni ha lasciato, in molti paesi depressi, la popolazione con sistemi fognari a cielo aperto, con discariche inserite nel tessuto urbano, con sistemi per la raccolta delle  acque non controllati e con dispersioni di acqua in altissime percentuali. Acquitrini e paludi all’interno e nelle periferie delle città costituiscono un polmone per la presenza delle zanzare.   Tutto questo ha consentito la formazione di ambienti favorevoli all’insediamento ed alla crescita del vettore, velocizzando in questo modo la diffusione dell’infezione.

 

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Come si manifesta la febbre emorragica da virus Dengue?
La “febbre da virus dengue” può manifestarsi in diversi modi. Da una “infezione asintomatica” ad una “malattia lieve” fino a “forme gravi e mortali” . Studi epidemiologici in diversi continenti stimano che una  su quattro  infezioni manifestino sintomi. Oltre il 70% delle persone punte da zanzare con il virus si infetta in modo asintomatico. Un 30/35 % delle persone infettate manifesta la malattia e i sintomi si manifestano in modo acuto da lievi a moderati e generalmente aspecifici.

Quanti sono i tipi del virus della Dengue

 I 4 TIPI DELLA DENGUE
    I 4 TIPI DELLA DENGUE

Quattro sono i tipi di virus della Dengue. Ogni tipo induce una immunità specifica verso il proprio ceppo, di lunga durata, ma che non copre gli altri tipi. Quindi le persone possono essere infettate dal virus della dengue fino a quattro volte.
Le forme gravi e talvolta mortali di malattia incorrono in circa 1 paziente su 20.La seconda infezione da DENV è un fattore di rischio per la dengue grave.

 

 

Come viene classificata la DENGUE secondo OMS 

La febbre da virus dengue è classificata in (1) dengue o (2) dengue grave;

(1) DENGUE è definita, in una persona febbrile che ha viaggiato o vive in un’area endemica, da una combinazione di 2 o più dei seguenti segni o sintomi. Tra i sintomi: la nausea, il vomito, eruzioni cutanee, dolori, un test del laccio emostatico positivo, la leucopenia. Tra i segni: dolore o dolorabilità addominale, il vomito persistente, l’accumulo di liquidi, il sanguinamento della mucosa, la letargia, l’irrequietezza e epato e splenomegalia.

(2) DENGUE GRAVE è definita con uno qualsiasi dei seguenti sintomi: una grave perdita di sangue che porta a shock, l’accumulo di liquidi con distress respiratorio; un grave sanguinamento; una grave insufficienza epatica con transaminasi ad oltre ≥1.000 UI/L, alterazione della coscienza, una insufficienza cardiaca.
Questa classificazione sostituisce la precedente in uso dal 1975 al 2009 classificate come (1) febbre da dengue; (2) febbre emorragica dengue (DHF);

(3) sindrome da shock dengue – la forma più grave di DHF.

 

Come viene classificato l’agente infettivo della Dengue e quale è il suo ciclo vitale?

CARATTERISTICHE DEL VIRUS DELLA DENGUE
Il virus della “febbre da Dengue” appartiene alla famiglia dei Flaviviridae ed ha quattro principali sierotipi simili tra loro:
DEN-1, DEN-2, DEN-3, and DEN-4.    Questi sierotipi del virus hanno un genoma ad RNA.

Quali altri virus  oltre quelli della DENGUE fanno parte della famiglia dei “FLAVIVIRUS” ?

Fanno parte della “famiglia dei Flavivirus” altri virus causa di febbri emorragiche presenti prevalentemente in aree tropicali  quali: la febbre gialla; l’encefalite di Saint-Louis (america del nord); l’encefalite giapponese; West Nile virus; .
Tutte queste malattie sono trasmesse da artropodi, soprattutto da diversi tipi zanzare e da zecche degli animali, e questi virus causa di queste malattie sono anche denominati Arbovirus ossia “arthropod borne virus” – virus trasmesso da artropodi.

I Flavivirus sono virus con genoma ad RNA a singolo filamento positivo appartenenti alla famiglia Flaviviridae. La struttura di questi virus è formata da alcune molecole proteiche più esterne che formano il “pericapside”; molecole proteiche più interne che formano il ”capside”; ed una sola molecola ad RNA, con un senso di lettura 3′ – 5′.

I “VIRIONI” della DENGUE sono di forma sferica, dotati di un “PERICAPSIDE” della dimensione di 50 nm. Questo  ricopre un “NUCLEOCAPSIDE” della dimensione di 30 nm di diametro.
[A] “capside virale”: composto da tre proteine strutturali: (1) proteine di rivestimento esterno (E); (2) proteine del capside (C);          (3) proteine di membrana interna (M);
Le glicoproteine E, envelope esterno, svolgono un ruolo centrale nella biologia delle infezioni. Costituiscono il legame del virus con la superficie cellulare e favoriscono la penetrazione nella cellula bersaglio. Questa proteina esterna (E) è il “bersaglio” della risposta immunitaria dell’organismo ospite. La proteina E è costituita da 500 aminoacidi con tre “domini antigenici”.

Le 90 glicoproteine dimeriche (E) sono coinvolte nell’attacco e nella penetrazione nella cellula. Sono disposte parallelamente alla superficie del virione, formando una struttura “a spina di pesce” a simmetria icosaedrica. Questa struttura è stata sudiata nel VIRUS della DENGUE  tipo 2, nell’ WNVirus nel virus dell’encefalite trasmessa da zecche. La conferma di questa struttura è arrivata dalle immagini ottenute con la microscopia crioelettronica.

La proteina interna del capside ( C ) è una proteina strutturale ed ha la funzione di assemblare insieme le parti del virione.
I virioni del virus DENGUE si assemblano nel citoplasma cellulare, via via che vengono prodotte le proteine dai ribosomi delle cellule ospiti e, migrando verso la periferia della cellula, vengono liberati all’esterno per un processo di “gemmazione” della membrana cellulare.

Il genoma del virus della Dengue contiene 11.000 paia di basi e la sua funzione è quella di passare l’informazione per codificare (realizzare) 3 proteine strutturali esterne e 7 proteine non strutturali ma funzionali per la replicazione virale: (a) tre proteine che costituiscono la struttura esterna del virus, il virione, ossia il “cappotto / corpo del virus”,
Le proteine sono denominate(C; prM; E);  (B) sette diverse proteine che vengono prodotte e rilasciate nella cellula ospite (umana) e consentono la replicazione e la moltiplicazione dei virus (figli) (NS1, NS2a, NS2b, NS3, NS4a, NS4b, NS5)

I cinque sierotipi della famiglia della DENGUE

Il virus DENGUE esiste in cinque diversi sierotipi, denominati DENV-1, DENV-2, DENV-3, DENV-4 e DENV-5.
Ognuno dei diversi tipi di virus dengue può causare la malattia febbrile con sintomi acuti, causati da una risposta infiammatoria dell’organismo, spesso abnorme ed anche pericolosa per l’organismo stesso.

Come avviene la trasmissione della DENGUE?

Il “virus della febbre da virus dengue” è caratterizzato da due trasmissioni con differenti caratteristiche:
[A] La “trasmissione / diffusione silvestre”, ossia in ambiente rupestre, di savana e di foresta, utilizzando vettori, in questo caso zanzare denominate AEDES, che succhiano sangue di “primati”, in questo caso di scimmie. Si ritrovano nelle foreste del Sud-est asiatico, dell’Africa e della America Latina. Nelle aree rurali delle aree tropicali la trasmissione avviene solitamente tramite puntura da parte di Aedes aegypti e altri tipi tra i quali Aedes albopictus denominata anche zanzara tigre dalle caratteristiche zampe a strisce di tigre. “Aedes albopictus” è la zanzara che si è anche diffusa in Europa, ed in particolare nel bacino del mediterraneo.
[B] La “trasmissione cittadina” avviene tramite Aedes aegypti. Il ciclo vitale del vettore nelle aree urbane è caratterizzato da trasmissione “interumana”. L’ospite è l’uomo, che viene punto dalla zanzara, che trasmette il virus ad un altro individuo. La crescita incontrollata delle città, con ambienti favorevoli alla riproduzione delle zanzare, nelle aree endemiche per la dengue ha portato a un aumento esponenziale delle epidemie e della quantità di virus circolante. I cambiamenti climatici, con l’innalzamento delle temperature e dell’umidità, e il diffondersi di aree acquitrinose, hanno permesso la diffusione anche in zone originariamente risparmiate, in particolare nelle aree rivierasche dei paesi mediterranei, ma sempre più anche nelle aree interne e continentali. Queste condizioni hanno permesso ormai la diffusione di Aedes in molte zone d’Europa, con l’insorgenza di piccoli focolai, anche autoctoni di febbre da Flavivirus, ed in particolare casi di Dengue. e potrebbe, in futuro, rappresentare una minaccia per l’Europa.

L’infezione di un sierotipo causa una malattia simile agli altri, ma conferisce una immunità specifica per il sierotipo, a vita, ma non protegge dall’attacco degli altri sierotipi, che possono indurre una malattia simile, e indurranno un ulteriore immunità specifica solo per il sierotipo in questione. Per questo meccanismo di protezione immunitaria sierospecifica, ci si può infettare di DENGUE solamente 4 volte. Ma le reinfezioni possono essere pericolose per reazione immune ed infiammatoria abnorme.
E’ noto che la forma severa, pericolosa e particolarmente acuta, dovuta ad una risposta immune abnorme avviene in caso di infezione secondaria in individui che prima hanno avuto infezione da DENV-1 e che in seguito vengono infettati da DENV-2 o DENV-3. Una altra reazione particolarmente grave può avvenire in persone infettate prima da DENV-3 e poi reinfettate con DENV-2.

Le zanzare trasmettono con la loro puntura il virus agli esseri umani dopo che hanno punto una persona infetta, infettandosi. La trasmissione non è quindi diretta uomo – uomo, ma sempre attraverso la puntura di un vettore.

Il virus entra nel circolo, depositato dalla zanzara, che lo inocula nel microcircolo del sottocutaneo.  Circola per 2-7 giorni ed è in questo periodo che un’altra zanzara, pungendo l’uomo infetto, può prelevarlo e trasmetterlo ad altri soggetti. Il “virione con genoma a RNA” entra nel microcircolo viene assorbito e va a legarsi alle membrane delle cellule endoteliali dell’ospite stesso. Sebbene il recettore al quale si legano dia luogo ad endocitosi, il virione comunque rimane momentaneamente bloccato nella cellula ospite all’interno di una vescicola.

Le membrane della cellula ospite sono associate a glicoproteine che contengono una regione che media la fusione fra la membrana cellulare e l’involucro esterno del virione. Questa fusione avviene in ambiente acido. Una volta avvenuta la fusione il virus perde il rivestimento esterno e comincia la traduzione del suo genoma. Si ha quindi la produzione di proteine virali fra il reticolo endoplasmatico e l’apparato del Golgi dove eventualmente le membrane cominciano a riavvolgere il genoma virale dando luogo alla moltiplicazione virale. I virioni si accumulano quindi nelle cellule dell’ospite. Lo step finale del ciclo vitale si ha con la fusione delle vescicole contenenti i virioni con le membrane delle cellule plasmatiche. A questo punto le particelle sono rilasciate e libere di infettare altre cellule.

 

Come avviene la trasmissione della malattia e quali sono le caratteristiche dell’incubazione?

I Flavivirus in genere, ed il virus della Dengue in particolare, vengono trasmessi attraverso la puntura di diversi tipi di zanzare. Il vettore principale per la Dengue è la zanzara del genere Aedes aegypti. Anche A. albopictus, che si è diffusa in Europa negli ultimi decenni, può trasmettere il virus.  Questo tipo di zanzara si nutre di sangue umano prevalentemente di giorno, ma questa non è una regola fissa. Troviamo zanzare del genere Aedes attive anche durante il crepuscolo e la notte. Aedes, durante il pasto, punge individui, alcuni dei quali possono essere infetti del virus in questione. La zanzara, quindi, si infetta, e può rimanere infetta tutta la vita, diventando la causa di molteplici infezioni. Ogni esemplare vive dalle 2 alle 4 settimane, pungendo ed ovideponendo numerose volte. La zanzara può infettare un individuo per ogni puntura.  E’ oramai accertato che le zanzare femmine possono trasmettere l’infezione alle generazioni successive. Difatti può passare il genoma virale alle larve amplificando il numero di zanzare adulte infette.
L’uomo diventa quindi l’ospite con cui infettarsi o da infettare. L’uomo funge quindi da ospite amplificatore della diffusione del virus. Anche alcuni tipi di scimmie possono essere infettate dalla puntura della zanzara Aedes e a sua volta infettare scimmie e uomini.

La zanzara del genere Aedes è uno dei pochi vettori che utilizza non solamente le raccolte di acqua per la crescita delle larve, ma anche un ambiente umido e questa caratteristica moltiplica in modo esponenziale la crescita e la diffusione di questo tipo di zanzare.

Porta di ingresso del virus e attività nelle cellule interne del sistema istio – linfocitario

La porta di ingresso dei Flavivirus, ed in particolare dei virus della Dengue è la CUTE. Il virus penetra insieme alla saliva dell’insetto. Nel sottocute e nel derma circostante all’inoculo i leucociti accorsi per difendere l’organismo da un nemico esterno, vengono attaccati. Il virus aderisce alla loro parete e penetra al loro interno, riproducendosi velocemente. In particolare il virus dengue aderisce allele cellule di Langerhans, cellule dendritiche, dalla forma a stella, che sono abbondanti nella cute, sotto cute e derma ed anche in alcune mucose. Hanno la funzione di attivare ed amplificare il sistema difensivo chiamando altri tipi di globuli bianchi con i loro segnali chimici. I Flavivirus (Dengue) entrano in questi tipi di globuli bianche attraverso il processo di endocitosi mediato dal contatto e interazione tra proteine virali e proteine specifiche presenti nella membrana cellullare. Queste proteine sono la lectina DC-SIGN, la CLEC5A ed il complesso proteico che forma il recettore per il mannosio. Questa interazione tra proteine virali e proteine della cellula di Langerhans o di altri GB quali monociti e macrofagi,  consente l’entrata nella cellula stessa. Il virus comincia a replicare all’interno della cellula all’interno di microvescicole adese al sistema reticolo endoplasmatico.  Qui il genoma virale ad RNA viene copiato attraverso l’attivazione dei ribosomi, e comincia la produzione delle che verranno assemblate nell’apparato di Golgi cellulare dove avviene la maturazione e la costituzione dei nuovi virioni che escono dalla cellula mediante il processo di esocitosi. Questi leucociti infetti si spostano verso i linfonodi più vicini.

Le membrane della cellula ospite sono associate a glicoproteine che contengono una regione che media la fusione fra la membrana cellulare e l’involucro esterno del virione. Questa fusione avviene in ambiente acido. Una volta avvenuta la fusione il virus perde il rivestimento esterno e comincia la traduzione del suo genoma. Si ha quindi la produzione di proteine virali fra il reticolo endoplasmatico e l’apparato del Golgi dove eventualmente le membrane cominciano a riavvolgere il genoma virale dando luogo alla moltiplicazione virale. I virioni si accumulano quindi nelle cellule dell’ospite. Lo step finale del ciclo vitale si ha con la fusione delle vescicole contenenti i virioni con le membrane delle cellule plasmatiche. A questo punto le particelle sono rilasciate e libere di infettare altre cellule.

I leucociti infetti producono interferone e altri fattori e molecole scatenanti diversi processi che inducono aumento della temperatura (febbre), dolore, brividi e sudorazione ed altri sintomi simil-influenzali.
Il sistema immunitario produce tra le diverse molecole gli interferoni molecole particolarmente attive nella difesa da infezioni virali. I sierotipi di dengue virus hanno la capacità di diminuire o neutralizzare l’efficacia dell’interferone. Sempre gli interferoni attivano i linfociti T contro i virus, ed anche i linfociti B che inducono la produzione di anticorpi contro gli antigeni virali. Alcuni tipi di virus Dengue riescono ad eludere questi meccanismi di attacco delle cellule difensive. I virus vengono trasportati lontano dai lisosomi del fagocita, evitano la distruzione e continuano a replicare.

Infezioni particolarmente gravi e con elevata presenza di virus coinvolgono anche il fegato il midollo osseo, causando lesione delle cellule del parenchima ma anche dell’endotelio dei vasi capillari. La replicazione del virus nelle cellule del midollo osseo altera i processi di emopoiesi. A causa di una alterazione del processo di maturazione delle cellule ematiche, diminuiscono in quantità e funzionalità le piastrine, causando piastrinopenia, più o meno accentuata, responsabile delle emorragie tipiche della dengue.

Sempre per effetto di alcuni meccanismi che esitano in lesioni cellulari da parte dei virus, in particolare a livello dell’endotelio vascolare, con aumento della permeabilità vascolare, passato il rapido periodo febbrile tipico dei primi giorni, si può verificare un versamento pleurico (accumulo di liquidi nel torace) o la presenza di ascite nell’addome. L’esito è una diminuzione dei liquidi intravascolari con ipovolemia e scarsa perfusione degli organi vitali.

Le manifestazioni di Dengue Grave, con shock o febbre emorragica si presentano in meno del 5% dei pazienti ed in particolare in coloro che sono infettati una seconda volta da un diverso sierotipo del dengue virus.

Incubazione

L’incubazione della malattia varia da 2 a 15 giorni con un esordio che generalmente è improvviso, acuto o iperacuto.

 

Distribuzione geografica

Agg. Del maggio 2023

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità la “Febbre da virus Dengue” causa oltre 100 milioni di casi ogni anno in tutto il mondo. La Dengue è diffusa in tutto il Sud – Est Asiatico, nell’Asia sud – Occidentale, in Oceania ed in Estremo Oriente. E ‘presente anche nel continente africano.
Si stima che oltre il 50% della popolazione mondiale sia a rischio di questa malattia.
Attualmente oltre 4 miliardi di persone vivono in 125 Paesi a rischio Dengue.
La diffusione della dengue continua ad aumentare ed in molte regioni tropicali nel post pandemia del Covid-19 ha avuto un aumento anche del 500/700%. Numeri impressionanti, anche per l’incuria a cui è stato abbandonato l’ambiente dove si riproducono gli insetti.
L’Europa ed in particolare i paesi del bacino del mediterraneo, a causa dei cambiamenti climatici, per aumento di calore, umidità e piogge, ma anche per l’aumento di spostamento di merci e persone sono diventati paesi a rischio Dengue, dove già si presentano sporadici focolai autoctoni della malattia.

Quasi la metà della popolazione mondiale, circa 4 miliardi di persone, vive in aree a rischio dengue, e i numeri sono in aumento. La “febbre virale da Dengue” è diventata una delle principali cause di malattia nelle aree a rischio . Nell’Unione Europea la febbre dengue si verifica in modo sporadico, soprattutto nell’Europa continentale dove non esistono le condizioni per una diffusione della malattia con casi autoctoni. I paesi che si affacciano sul bacino del Mediterraneo, per le loro caratteristiche climatiche, sono diventati sede di focolai che si sviluppano indipendentemente dall’importazione dei casi dal tropico.

DISTRIBUZIONE AEDES IN EUROPA
DISTRIBUZIONE AEDES IN EUROPA

I casi in Europa derivano da viaggiatori che tornano dopo essersi infettati dal tropico. Dal 1999, il Network europeo per la sorveglianza delle malattie infettive da importazione (TropNetEurop) ha riportato oltre 2000 casi di dengue fra i viaggiatori europei. Nella maggior parte dei casi, le infezioni sono state contratte, nell’ordine, in India, in Thailandia, in Indonesia, in Messico e in Brasile. Secondo il documento dell’Ecdc “Dengue Ferver: Short epidemiological update, 2009”, tra gennaio e giugno 2009 sono stati riportati nelle Americhe un totale di 480.909 casi di dengue, compresi 7.547 casi di febbre emorragica da dengue, con 189 decessi; il 91% di questi casi è stato segnalato in Argentina, Bolivia, Brasile e Colombia.

La dengue è emersa come un problema globale a partire dagli anni ’60. La malattia è comune in molte destinazioni turistiche popolari nei Caraibi (incluso Puerto Rico), nell’America centrale e meridionale, nel sud-est asiatico e nelle isole del Pacifico. Negli Stati Uniti, casi locali e una limitata diffusione della dengue si verificano periodicamente in alcuni stati con climi caldi e umidi e zanzare Aedes.

Chiunque viva o viaggi in un’area a rischio dengue è a rischio di infezione.

 

Quali sono i sintomi ed i segni della malattia?

Fase febbrile acuta iniziale

La “febbre da Dengue” si presenta con una sintomatologia acuta, generalmente violenta, dalle caratteristiche simil-influenzali. La malattia nei bambini si può manifestare con caratteristiche simili ad una influenza forte con presenza di roseole e reazioni cutanee. Gli adolescenti e gli adulti, rispetto ai bambini, presentano sintomi più leggeri con febbre più contenuta. La malattia si manifesta con sintomi caratteristici quali rialzo di temperatura elevato, mal di testa, dolore agli occhi, dolore anche importante alle articolazioni e ai muscoli. Talvolta manifestazioni eritematose esantematiche cutanee.

Febbre emorragica da Dengue DHF

La persona che si infetta con un sierotipo, per la prima volta, si immunizza verso questo sierotipo e difficilmente ammala una seconda volta. Ma se la stessa persona contrae una infezione con un sierotipo differente, è elevata la possibilità di una manifestazione di “febbre emorragica da Dengue (DHF)”. Questa forma morbosa, causata dall’infezione di un secondo tipo di dengue, differente dal primo, può portare manifestazioni particolarmente acute e talvolta fatali.

La DHF è caratterizzata da febbre acuta ed elevata; dolori generalizzati particolarmente violenti; manifestazioni cutanee caratterizzate da fenomeni emorragici petecchie, ecchimosi, porpora, epistassi, sanguinamento delle gengive, ematuria o risultato positivo del test del laccio emostatico.
Tra gli altri sintomi è frequente l’ingrossamento del fegato e della milza (epato-splenomegalia); collasso del sistema circolatorio.
Caratteristica della malattia la presenza di una febbre in rapida crescita; brividi squassanti e talvolta sudorazione; eritema facciale è l’inizio degli episodi anche di piccole emorragie puntiformi, dovute al crollo delle piastrine. La febbre con picchi fino a 41°C può durare generalmente dai 2 ai 5 giorni. Spesso, soprattutto nei bambini piccoli è accompagnata da convulsioni squassanti.

Senza un adeguato trattamento sintomatico, per il controllo dello stato di shock, il collasso cardio – circolatorio, la diminuzione drastica di piastrine, il paziente può morire in 12-24 ore.
Il tasso di letalità della “febbre emorragica da dengue” a una incidenza talvolta superiore al 30%;
I decessi sono prevalenti nei neonati < 1 anno.

Quali sono i segnali di avvertimento di aggravamento verso una DHF ?

Sono da considerare “segnali premonitori” di un peggioramento della febbre da dengue verso una forma grave o da DHF, quei sintomi che si manifestano al termine della fase febbrile (tardiva), durante il periodo della defervescenza della febbre (verso il 5° giorno di sintomi). Il manifestarsi di  vomito persistente, dolore addominale importante, spesso crampiforme, edema diffuso per accumulo di liquidi; sanguinamento delle mucose e una ingravescente difficoltà respiratoria. Tutti questi sintomi in fase tardiva accompagnati talvolta da letargia o irrequietezza, tendenza all shock, ingrossamento rapido del fegato con dolenzia in ipocondrio destro e segni di emoconcentrazione, ossia aumento dell’ematocrito costituiscono elementi di aggravamento e segnali di avvertimento di evoluzione verso gravi forme da DHF.

Fase critica

  • La fase critica della dengue inizia durante la defervescenza della febbre con una durata tra le 24-48 ore.
  • I pazienti al termine della fase febbrile manifestano un miglioramento clinico, ma diversi soggetti, circa il 30%, a causa del un marcato aumento della permeabilità vascolare, a causa di una notevole perdita di plasma, entro poche ore, sviluppare una dengue grave, in evoluzione verso la dengue emorragica.
  • I pazienti con aumento della permeabilità vascolare, e perdita di plasma nelle cavità organiche possono presentare versamenti pleurici, ascite, ipoproteinemia e emoconcentrazione.
  • I pazienti, superata la fase iniziale sembrano manifestare un buono stato di salute, ma compaiono i primi segni di shock. Con l’ipotensione da perdita dei liquidi dal distretto vascolare, l’alta pressione diminuisce rapidamente e può comparire shock irreversibile e morte improvvisa.
  • Un altro evento grave e talvolta mortale Ia comparsa di gravi manifestazioni emorragiche, tra cui sangue nelle feci (ematemesi), feci sanguinolente o menorragia. Peggioramenti dello stato generale possono includere epatite, miocardite, pancreatite ed encefalite da virus Dengue.

Fase di convalescenza

  • La convalescenza inizia con la diminuzione della permeabilità capillare e vascolare. I liquidi intracavitari iniziano ad essere riassorbiti. Diminuisce l’edema sottocutanea, i versamenti pleurici e addominali.
  • Durante la fase di convalescenza si stabilizza lo stato cardio circolatorio, anche se si manifesta spesso una bradicardia reattiva. L’ematocrito del paziente, cresciuto in modo grave in precedenza, si stabilizza e diminuisce per effetto della diluizione del siero dovuta al riassorbimento dei liquidi. I leucociti aumentano nuovamente e le piastrine riequilibrano.
  • L’eruzione cutanea può desquamare ed essere particolarmente pruriginosa.

Come si effettua la diagnosi della Dengue e quale è il trattamento ?

La prima diagnosi o sospetto diagnostico è sempre clinico. I sintomi possono essere confusi con quelli del tifo esantematico da zecche (Rickettsie); della febbre da zecche del Colorado, della febbre gialla e con altre febbri emorragiche.

Il sospetto clinico per malattia da Dengue virus va considerato in tutti coloro che denunciano sintomi clinicamente compatibili e che vivono o hanno viaggiato nelle 2 settimane prima dell’esordio dei sintomi in aree endemiche per la malattia.

In chi presenta in modo acuto febbre, mal di testa, dolori muscolari e talvolta eruzioni cutanee al rientro da paesi endemici dell’area tropicale e subtropicale, va posto il sospetto diagnostico e prescritti esami per confermare la diagnosi.

Quali sono i “Test diagnostici” da fare per una corretta diagnosi di Dengue


Test RT-PCR per DENGUE VIRUS o test di amplificazione degli acidi nucleici (NAAT)

Anche per Dengue virus, come per molti altri virus, il test PCR o di “amplificazione degli acidi nucleici” risulta essere il “gold standard per la diagnosi di laboratorio”.

Il siero su cui eseguire la PCR deve essere raccolto nell’individuo dal momento dell’insorgenza dei sintomi fino al 7° giorno dopo l’esordio della malattia.

La conferma della presenza del virus può essere effettuata da un singolo campione di siero rilevando:

  • Le “sequenze genomiche virali” con la metodica RT-PCR
  • L’ ”antigene virale  della proteina 1 (NS1) non strutturale della capsula esterna del virus con test immunologico.

La positività del test eseguito con le due metodiche è la conferma di laboratorio della malattia da dengue nei pazienti con una storia clinica o di viaggi effettuati in aree endemiche. La positività è presente nei primi 7 giorni di malattia ma può perdurare, soprattutto per la NS1, fino a due settimane.

Test sierologici

 

I test sierologici (o da studio del siero) identificano la presenza di

  • anticorpi del tipo M (IgM) che sono presenti nella prima fase della malattia, dopo 4 / 5 giorni dalla comparsa dei sintomi.
  • Anticorpi del tipo G (IgG), presenti nelle fasi di convalescenza dalla seconda settimana in avanti, non utile per la diagnosi della fase acuta della malattia in quanto rimangono rilevabili per tutta la vita dopo un’infezione da virus dengue.

Quindi in caso di sintomi sospetti e provenienza da zone endemiche il paziente deve essere sottoposto a test molecolare o antigenico (RT-PCR o NS1) e a test sierologico per la ricerca degli anticorpi (IgM).

Tuttavia, per il fenomeno della reattività crociata con altri flavivirus come Zika, l’interpretazione dei risultati e l’identificazione del virus, causa della malattia, può essere difficile.

La positività delle IgM in un campione di siero dimostra e conferma una recente infezione da virus della dengue per le persone che si sono infettate in luoghi in cui altri flavivirus potenzialmente cross-reattivi (come Zika, West Nile, febbre gialla e virus dell’encefalite giapponese) non sono presenti.

 

Flavivirus cross-reattivi

Nelle persone provenienti o residenti in aree dove sono presenti diversi flavivirus come Zika, West Nile, febbre gialla e virus dell’encefalite giapponese è probabile che i risultati siano falsificati per il fenomeno della cross-reattività. Per questo motivo devono essere eseguiti test diagnostici sia molecolari che sierologici per la dengue per identificare il virus, causa della malattia.

E’ possibile che persone vaccinate contro altri flavivirus (come la febbre gialla o l’encefalite giapponese) possono produrre anticorpi contro il flavivirus con reattività crociata, dando risultati falsi positivi ai test diagnostici, in particolare alla presenza di IgG.

Disponibilità di test di dengue

Presso il Cesmet Clinica del viaggiatore sono disponibili i test diagnostici per la dengue (molecolari e sierologici). Per informazioni scrivi cliccando qui e lasciando i dati richiesti. Oppure telefona al numero +390639030481

Test diagnostici per dengue e campioni

Test diagnostici per dengue e campioni

Test diagnostico ≤ 7 giorni dopo l’esordio dei sintomi >7 giorni dopo l’esordio dei sintomi Tipi di campioni
Test Molecolari Siero, plasma, sangue intero, liquido cerebrospinale*
Rilevamento dell’antigene del virus dengue (NS1) Siero
Test sierologici Siero, liquido cerebrospinale*
Test sui tessuti Tessuto fisso

* Il test del liquido cerebrospinale è raccomandato nei pazienti sospetti con manifestazioni cliniche del sistema nervoso centrale come encefalopatia e meningite asettica.

Fase acuta: Iniziale 1-7 giorni dopo l’esordio dei sintomi

La fase acuta della malattia da virus dengue si sviluppa nei primi 1-7 giorni dopo l’esordio dei sintomi.

Durante questo periodo, il virus della dengue è presente nel sangue o nei fluidi derivati ​​dal sangue come siero o plasma.  L’RNA virale della dengue può essere rilevato con test molecolari. La proteina non strutturale NS1 è una proteina del virus della dengue che può essere rilevata con i test immunocromatografici e in immunofluorescenza.

Un risultato negativo di un test molecolare o NS1 non è definitivo nella diagnosi del virus. Per i pazienti sintomatici durante i primi 1-7 giorni di malattia, qualsiasi campione di siero deve essere testato mediante un test RT-PCR o NS1 e un test degli anticorpi IgM. L’esecuzione di test per anticorpi molecolari e IgM (o anticorpi NS1 e IgM) può rilevare più casi rispetto all’esecuzione di un solo test durante questo periodo di tempo e di solito consente la diagnosi con un singolo campione.

Fase di convalescenza: >7 giorni dopo l’esordio dei sintomi

Il periodo oltre i 7 giorni dopo l’insorgenza dei sintomi è indicato come la fase di convalescenza della dengue. I pazienti con risultati negativi del test PCR o NS1 e test anticorpali IgM negativi dai primi 7 giorni di malattia devono sottoporsi a un test convalescente per il test degli anticorpi IgM.

Durante la fase di convalescenza, gli anticorpi IgM sono solitamente presenti e possono essere rilevati in modo affidabile da un test degli anticorpi IgM. Gli anticorpi IgM contro il virus della dengue possono rimanere rilevabili per 3 mesi o più dopo l’infezione.

I pazienti che hanno anticorpi IgM contro il virus della dengue rilevati nel loro campione di siero con un test per gli anticorpi IgM e che: 1) hanno un risultato NAAT o NS1 negativo nel campione della fase acuta, o 2) senza un campione della fase acuta, sono classificati come aventi un presunta, recente infezione da virus dengue.

Test per differenziare la dengue da altri flavivirus

Considerazioni speciali:

  • Reattività incrociata: La reattività crociata è una limitazione dei test sierologici per la dengue. I test sierologici per rilevare gli anticorpi contro altri flavivirus come l’encefalite giapponese, l’encefalite di St. Louis, il Nilo occidentale, la febbre gialla e i virus Zika possono reagire in modo incrociato con i virus dengue. Questa limitazione deve essere considerata per i pazienti che vivono o hanno viaggiato in aree in cui co-circolano altri flavivirus. Pertanto, un paziente con altre infezioni da flavivirus recenti o pregresse può essere positivo quando testato per rilevare gli anticorpi IgM contro il virus della dengue. Per determinare con maggiore precisione la causa dell’infezione nei pazienti IgM positivi, i campioni IgM positivi possono essere testati per anticorpi neutralizzanti specifici mediante test di neutralizzazione della riduzione della placca (PRNT) (contro i quattro sierotipi del virus dengue e altri flavivirus; tuttavia,
  • Aree con flavivirus in co-circolazione: per le persone che vivono o viaggiano in un’area con dengue, Zika e altri flavivirus endemici o in circolazione contemporaneamente, i medici dovranno ordinare test appropriati per differenziare al meglio il virus dengue da altri flavivirus e possono consultare lo stato o laboratori di sanità pubblica locale o CDC per l’orientamento.
  • Donne in gravidanza: se la paziente è incinta e sintomatica e vive o ha viaggiato in un’area a rischio di Zikatestare Zika utilizzando NAAT oltre alla dengue.

Interpretazione dei risultati dei test

  • Se un test NAAT o NS1 è positivo per la dengue, viene confermata una diagnosi di dengue in corso.
  • Se il risultato NAAT è negativo e il test per gli anticorpi IgM è positivo, la diagnosi di laboratorio è presunta infezione da virus della dengue.

TRATTAMENTO

Non c’è un trattamento specifico per la febbre da Dengue. Solo una terapia sintomatica e una sorveglianza medica attenta può risolvere i problemi e salvare la vita a molti pazienti.

 

La terapia della “febbre da dengue”:

  • Sintomatica, ovvero attraverso l’utilizzo di farmaci che agiscono sui sintomi prevalenti, e non prevede farmaci eziologici ossia causali (antivirali).
    Il riposo assoluto a letto è essenziale nella fase febbrile per evitare aggravamenti nella fase di defervescenza dai sintomi. Vengono utilizzati antipiretici ed antidolorifici. Importante la somministrazione di liquidi in via infusiva per prevenire i problemi di ipovolemia e shock ed il reintegro degli elettroliti persi. In caso di persistenza febbrile e comunque per evitare l’insorgenza di infezioni batteriche secondarie, in particolare nelle aree di accumulo dei liquidi, può essere opportuno l’utilizzo di antibiotici ad ampio spettro.
  • In caso di crollo della concentrazione di piastrine, si discute da sempre sulla efficacia dei concentrati piastrinici. Anche l’utilizzo di terapia cortisonica che per alcuni può aiutare la ripresa della parte corpuscolata mancante non trova conferme nella pratica clinica. .
    Il superamento della malattia, dopo la prima fase febbrile di 5 giorni, avviene generalmente in due settimane.
  • La sorveglianza medica è essenziale per identificare prematuramente i segni che possono indirizzare alla diagnosi di DHF.
  • Non esistono farmaci antivirali specifici per la cura del virus della dengue.

La terapia di supporto prevede l’utilizzo di farmaci antifebbrili, quale il paracetamolo e antidolorifici, scelti tra i FANS privi di proprietà anticoagulanti. Assolutamente da evitare l’aspirina (acido acetilsalicilico) e tutti i farmaci contenenti acetilati a causa delle loro proprietà anticoagulanti
I pazienti infettati dal virus, febbrili nella fase acuta, dovrebbero adottare criteri preventivi per evitare le punture di zanzare Aedes, che con questo pasto ematico si infettano ed amplificano ad altri individui, l’infezione.

 La Febbre da virus Dengue durante la gravidanza

I dati della bibliografia tengono conto degli esiti sanitari della dengue in gravidanza e degli effetti dell’infezione materna sul feto nei mesi di gestazioni.

  • E’ possibile il verificarsi di una infezione perinatale e l’infezione trasmessa dalle zanzare alla mamma “peripartum” può aumentare la probabilità di “infezione sintomatica” nel neonato.
  • Dei casi di “trasmissione perinatale” descritti in letteratura internazionale “tutti hanno sviluppato trombocitopenia”.  La maggior parte dei neonati aveva evidenziato “ascite o versamenti pleurici” e la febbre è stata una costante. Quasi il 40% dei piccoli manifestava emorragia e 1 su 4 aveva ipotensione.
  • I neonati con infezione perinatale in genere si ammalano durante la prima settimana di vita.
  • Il passaggio placentare di “IgG materne contro il virus della dengue” (da una precedente infezione materna) può aumentare il rischio di “dengue grave tra i bambini infettati a 6-12 mesi di età”, quando l’effetto protettivo di questi anticorpi diminuisce.

 

 

 

Prevenzione e vaccinazione

 

PREVENZIONE
Prevenzione della febbre da virus della Dengue. Un modo efficace, ad oggi, per controllare la Dengue e la DHF è la lotta al vettore, ed in particolare combattere la presenza della zanzara Aedes nell’ambiente cittadino e silvestre.

Questo controllo avviene attraverso l’utilizzo di insetticidi chimici ambientali; e ancora ripulendo gli ambienti dove il vettore vive e si moltiplica sensibilizzando anche la popolazione che vive nei territori coinvolti. Attenzione particolare va posta alle raccolte di acqua, in particolare nelle gomme di automobili, bottiglie, lattine e altri oggetti luogo di ristagno di acqua, rendendo l’ambiente favorevole alla deposizione e schiusa delle uova di zanzara. Le larve sono trattate mediante l’utilizzo di insetticidi.

Ci sono state nel recente passato molte campagne in questo senso che hanno sensibilizzato la popolazione a ripulire l’ambiente circostante e le proprie case da gomme di automobili, bottiglie, lattine e altri oggetti nei quali l’acqua può ristagnare formando un habitat adatto per la zanzara. Le larve derivate dalla schiusa delle uova deposte dalle femmine di Aedes sono trattate mediante l’utilizzo di insetticidi. Dato che le zanzare sono più attive nelle prime ore del mattino, è particolarmente importante utilizzare le protezioni in questa parte della giornata.

 

 

UTILIZZO DI REPELLENTI  CONTRO LE ZANZARE AD USO PERSONALE.

AEDES AL PASTO EMATICO
AEDES AL PASTO EMATICO

Zanzare: come e di cosa si cibano
  Le zanzare Aedes non si nutrono solo di sangue. Le femmine lo utilizzano, pungendo i mammiferi, quando hanno bisogno di energie per produrre le uova.  Altre forme di nutrimento sono il nettare e la linfa che trovano nelle piante. Dopo la puntura compare un prurito molto fastidioso che è causato dalla saliva che la zanzara inietta nella pelle per evitare che il sangue coaguli e che la microscopica ferita cicatrizzi impedendole di succhiare la sua piccola dose di sangue.

 

REPELLENTI NATURALI

OLIO NOZETA: ESTRATTO DI NEEM con aggiunta di ESSENZE AROMATICHE POTENZIANTI

Un prodotto considerato tra i “migliori REPELLENTI” naturali. Multiuso, sicuro, efficace, estratto dal frutto dell’albero di NEEM, utilizzabile anche sui neonati, nei bambini e in coloro che desiderano evitare prodotti chimici, ha mostrato grande efficacia come repellente dalle punture degli insetti in generale, ed in modo particolare nei confronti delle punture delle zanzare. Questo prodotto è efficace anche nei confronti delle zecche.

Nella formulazione per i viaggiatori questo olio, con l’aggiunta di “essenze” quali Corymbia citrodora, che ne potenzia l’efficacia e che ne migliora la fragranza e l’odore, possiede un utilizzo “multiplo”, nei confronti di parassiti e microbi, ed anche nelle ustioni.

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REPELLENTI CHIMICI

DEET  dietiltoluamide: lo spray DEET costituisce un metodo efficace per tenere le zanzare lontane applicando un repellente sulla pelle e anche sui vestiti. La dietiltoluamide (DEET), è una sostanza chimica sviluppata dall’esercito statunitense durante la Seconda guerra mondiale e derivata dall’agricoltura, usata per tenere lontani i parassiti. Non va confusa con il DDT.
La DEET ha il problema che viene assorbita dalla pelle causando alla lunga problemi cutanei. Quindi in elevate concentrazioni non è raccomandata per i bambini (e in particolare non va mai usata sui bambini minori di due anni), e con pelli delicate. Consigliamo i repellenti Naturali a base di NEEM con aggiunta di essenze orientali.

ICARIDINA: L’icaridina (anche chiamata KBR 3023 o picaridina) è un prodotto sintetico sviluppato negli anni Ottanta e commercializzato dalle stesse aziende che vendono gli spray DEET. Alle giuste concentrazioni è efficace quanto la DEET, ma siccome rimane quasi completamente sulla pelle senza essere assorbita è più indicata anche per i bambini tra i due e i dodici anni.

VACCINAZIONE

Il primo vaccino per la dengue è stato realizzato già da diversi anni per i residenti nelle aree di rischio DENGUE e per i viaggiatori, tra i9 ed i 45 anni anni, che già avevano avuto la malattia in modo dimostrabile, attraverso la presenza di anticorpi IgG, ancora presenti: DENGVAXIA è il primo vaccino in commercio da diversi anni e approvato da FDA (americano) ed EMA (Europea). Utilizzato per la protezione delle popolazioni che vivono in paesi considerati ad alto rischio Dengue di età compresa tra i 9 ed i 45 anni di età.

Dal Dicembre 2022 in Europa Ema, ed in seguito dal febbraio 2023 in Italia è stato approvato il nuovo vaccino QDENGA della azienda TAKEDA. Questo nuovo vaccino è destinato alla popolazione, dai 4 anni in avanti sia che non ha avuto la malattia, sia da proteggere dagli aggravamenti nelle infezioni secondarie.
PER INFORMAZIONI SUL NUOVO VACCINO QDENGA CLICCA QUI

– TAK-003: vaccino ancora in via di studio, ma in dirittura d’arrivo. Attualmente in Fase 3.

 

Notizie e bibliografia

Stato della ricerca

zanzara geneticamente modificata
zanzara geneticamente modificata

Si sta cercando di ottenere una zanzara del genere Aedes modificata, in grado di essere resistente all’infezione virale in questione. Gli scienziati dell’Università della California di Irvine e i colleghi britannici di Oxford hanno messo a punto un nuovo ceppo di zanzare, in cui le femmine non possono volare, finendo così con il morire rapidamente allo stato selvatico. I maschi del ceppo possono volare, ma non mordono, dunque non trasmettono le malattie.

Quando le zanzare geneticamente modificate di sesso maschile si accoppiano con le femmine selvatiche e trasmettono i loro geni, le femmine della prossima generazione non saranno in grado di volare. Gli scienziati stimano che, se rilasciata la nuova razza potrebbe reprimere la popolazione della zanzara in sei – nove mesi. Inoltre, questo approccio potrebbe essere adattato anche per altre specie di zanzare, come Anopheles ossia quelle che propagano malattie come la malaria e Culex  Encefalite Giapponese.
Anche l’Italia farà parte del progetto di sperimentazione durante il prossimo inverno. Si stanno facendo degli studi sulla patogenesi nell’infezione da Dengue dell’ospite, facendo degli studi anche sulla storia dell’individuo e la delineazione dei caratteri dei gruppi più ad alto rischio. Ancora si stanno facendo ricerche sulle dinamiche di trasmissione e sulla genetica delle popolazioni colpite.

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