Virus RNA a singolo filamento, famiglia Hantaviridae, genere Orthohantavirus
Serbatoio
Roditori selvatici (principalmente topi e ratti di varie specie)
Trasmissione
Via aerosol da escrezioni di roditori infetti (feci, urina, saliva)
Distribuzione
Mondiale, con varianti geografiche specifiche per continente
Incubazione
7–42 giorni (media 2–4 settimane)
Letalità
1–15% (HFRS); fino al 35–50% (HPS/HPS-like da Andes virus)
Vaccino disponibile
No (non disponibile al di fuori della Corea del Sud e della Cina)
Notifica
Malattia a notifica obbligatoria in Italia e in molti Paesi
1. Introduzione e Descrizione della Malattia
L’hantavirosi è una zoonosi virale acuta causata da virus appartenenti alla famiglia Hantaviridae. Gli hantavirus infettano i roditori selvatici senza causare loro malattia apparente, ma possono trasmettere infezioni gravi all’uomo attraverso il contatto con le loro escrezioni.
Nell’uomo l’infezione può determinare due principali sindromi cliniche: – la Febbre Emorragica con Sindrome Renale (HFRS, Hemorrhagic Fever with Renal Syndrome) – la Sindrome Cardio-Polmonare da Hantavirus (HPS/HCPS, Hantavirus Cardiopulmonary Syndrome).
La famiglia Hantaviridae comprende numerose specie virali, ciascuna associata a uno specifico serbatoio animale roditore. I principali hantavirus di interesse medico comprendono:
Hantaan virus (HTNV) – Asia orientale; causa la forma più grave di HFRS
Seoul virus (SEOV) – distribuzione mondiale attraverso il ratto domestico (Rattus norvegicus)
Puumala virus (PUUV) – Europa settentrionale e centrale; causa la Nephropathia epidemica, forma lieve di HFRS
Dobrava virus (DOBV) – Balcani ed Europa orientale; associate a forme gravi di HFRS
Sin Nombre virus (SNV) – Nord America; causa principale di HPS nelle Americhe settentrionali
Andes virus (ANDV) – America Latina (Argentina, Cile); l’UNICO hantavirus con comprovata trasmissione interumana
Bayou, Black Creek Canal, Choclo, Laguna Negra – altri hantavirus americani, variamente distribuiti
⚠ ATTENZIONE: L’Andes virus (ANDV), identificato principalmente in Argentina e Cile, è l’unico hantavirus noto per cui è stata documentata una trasmissione da persona a persona, sebbene rimanga rara. Questo dato è di primaria importanza epidemiologica come dimostrato dall’episodio della nave MV Hondius (maggio 2026).
2. Agente Eziologico e Biologia del Virus
2.1 Caratteristiche Virologiche
Gli hantavirus sono virus a RNA a singolo filamento, con genoma tripartito (segmenti L, M e S) di polarità negativa. Appartengono all’ordine Bunyavirales, famiglia Hantaviridae.Il virione ha forma sferic
a o ovoidale, con un diametro di 80–120 nanometri, ed è dotato di un involucro lipidico che lo rende sensibile ai comuni disinfettanti (etanolo, ipoclorito di sodio, calore).
I segmenti genomici codificano per: la nucleoproteina N (segmento S), le glicoproteine di superficie Gn e Gc (segmento M) e la RNA-polimerasi RNA-dipendente (segmento L). Le glicoproteine di superficie mediano il legame ai recettori cellulari (integrine beta-3) e sono i principali bersagli della risposta immunitaria anticorpale.
2.2 Stabilità Ambientale
Gli hantavirus sono relativamente fragili nell’ambiente esterno. Perdono infettività in pochi giorni a temperatura ambiente, ma possono sopravvivere per periodi più lunghi in condizioni fredde, umide e al riparo dalla luce solare diretta. Nelle escrezioni essiccate di roditori, il virus può rimanere infettante per diverse ore in ambienti chiusi e polverosi, condizione particolarmente rilevante per il rischio di trasmissione per inalazione.
3. Trasmissione e Modalità di Contagio
3.1 Serbatoio Animale e Vettori
Ogni hantavirus è strettamente associato a una o poche specie di roditori serbatoio specifici, nei quali causa un’infezione asintomatica persistente con eliminazione continuativa del virus nelle feci, nell’urina e nella saliva. I principali roditori serbatoio includono:
RODITORE
RUOLO E DISTRIBUZIONE
Apodemus agrarius
Topo campagnolo striato – serbatoio del virus Hantaan e Dobrava in Europa
Myodes glareolus
Arvicola rossastra – serbatoio del virus Puumala in Europa
Rattus norvegicus
Ratto norvegico – serbatoio del Seoul virus, distribuzione mondiale
Peromyscus maniculatus
Topo cervo – principale serbatoio del Sin Nombre virus (Nord America)
Oligoryzomys longicaudatus
Topo di riso dalla lunga coda – serbatoio dell’Andes virus (Argentina, Cile)
3.2 Vie di Trasmissione all’Uomo
La trasmissione all’uomo avviene principalmente attraverso le seguenti modalità:
Via aerosol (principale): inalazione di particelle aerosolizzate di feci, urina o saliva essiccate di roditori infetti. È la via di trasmissione più comune e pericolosa.
Contatto diretto: contatto cutaneo-mucoso con materiali contaminati da escrezioni di roditori, specialmente in presenza di lesioni cutanee.
Morsicatura di roditori infetti: rara ma documentata.
Trasmissione interumana (Andes virus soltanto): documentata in focolai in Argentina e Cile. Avviene attraverso contatti stretti con casi infetti, probabilmente tramite secrezioni respiratorie. NON è documentata per altri hantavirus.
NOTA EPIDEMIOLOGICA RILEVANTE
Le attività ad alto rischio comprendono:
pulizia di ambienti rurali o abbandonati infestati da roditori,
lavori agricoli (raccolta, trebbiatura),
attività forestali
o di campeggio in zone endemiche,
manutenzione di baite, capanne o depositi.
Il rischio aumenta significativamente in ambienti chiusi e poco ventilati con presenza di roditori.
3.3 La Trasmissione in Ambienti Confinati (Navi, Edifici)
L’episodio della nave MV Hondius (aprile-maggio 2026) ha riportato all’attenzione la possibilità di focolai in ambienti confinati.
In questo contesto, le ipotesi più accreditate sono:
– la presenza di roditori infestanti a bordo con contaminazione di spazi comuni o di stoccaggio alimenti,
– oppure l’introduzione del virus da parte di un passeggero già infetto da Andes virus (con eventuale trasmissione interumana).
Gli spazi chiusi e la scarsa aerazione amplificano il rischio di inalazione di aerosol infetti.
4. Distribuzione Geografica
Gli hantavirus hanno una distribuzione geografica mondiale, strettamente dipendente dalla distribuzione dei roditori serbatoio. Le principali aree endemiche sono:
AREA GEOGRAFICA
VIRUS E SINDROME PREVALENTE
Europa settentrionale e centrale
Nephropathia epidemica (Puumala virus) in Scandinavia, Russia, Germania, Francia, Paesi Baltici, Polonia
Europa orientale e Balcani
HFRS grave da Dobrava virus in Serbia, Croazia, Slovenia, Grecia, Russia
Asia orientale
Forme gravi da Hantaan virus in Cina, Corea del Sud, Russia orientale; Seul virus in tutto il continente
Nord America
HPS da Sin Nombre virus principalmente negli stati rurali degli USA (sud-ovest), Canada
America Latina
HPS/HCPS da Andes virus in Argentina e Cile; altri hantavirus in Brasile, Panama, Bolivia, Paraguay, Uruguay
Africa, Australia
Segnalazioni sporadiche, epidemiologia meno definita; Seoul virus documentato in roditori
In Italia sono stati segnalati casi sporadici di infezione da Puumala virus (forma europea lieve), principalmente nel nord-est del Paese e nelle aree pre-alpine. La sorveglianza epidemiologica è attiva ma i casi rimangono numericamente limitati.
5. Periodo di Incubazione
Il periodo di incubazione degli hantavirus varia da 7 a 42 giorni, con una media di 2–4 settimane dall’esposizione.Tale variabilità dipende dalla carica virale inalata, dalla via di esposizione e dal tipo di virus. Per l’Andes virus, trasmesso anche per via interumana, il periodo di incubazione documentato nei casi secondari è di 18–23 giorni.
6. Sintomi e Manifestazioni Cliniche
La presentazione clinica dipende dal tipo di hantavirus e può manifestarsi come due distinte sindromi principali.
6.1 Febbre Emorragica con Sindrome Renale (HFRS)
Tipica degli hantavirus del Vecchio Mondo (Hantaan, Seoul, Puumala, Dobrava). L’HFRS si sviluppa in cinque fasi cliniche sequenziali:
Fase febbrile (3–7 giorni):esordio brusco con febbre elevata (39–41°C), brividi, cefalea intensa, mialgie, dolore lombare, rossore facciale e petecchie. Può comparire disturbo visivo da edema oculare.
Fase ipotensiva (ore-2 giorni):ipotensione arteriosa fino allo shock, con trombocitopenia e proteinuria franca.
Fase oligurica (3–7 giorni):oliguria/anuria marcata, iperazotemia, ipertensione, possibili emorragie interne.
Fase diuretica (giorni-settimane):poliuria intensa, rischio di squilibri idroelettrolitici.
Fase convalescenziale (settimane-mesi): lenta ripresa della funzione renale; nella maggioranza dei casi la guarigione è completa.
Forme cliniche per gravità: La Nephropathia epidemica (Puumala virus) è generalmente lieve con bassa mortalità (<1%). Le forme da Hantaan e Dobrava virussono più gravi, con mortalità del 5–15%.
6.2 Sindrome Cardio-Polmonare da Hantavirus (HCPS/HPS)
Tipica degli hantavirus del Nuovo Mondo (Sin Nombre, Andes, altri). Si manifesta con:
Fase prodromica (3–5 giorni): febbre, mialgie intense, cefalea, tosse secca, nausea e vomito. Clinicamente aspecifica.
Fase cardio-polmonare (ore-giorni): rapida evoluzione verso edema polmonare non cardiogeno, grave insufficienza respiratoria, shock cardiogeno. La progressione può essere fulminante nelle prime 24–48 ore.
Fase diuretica e convalescenziale: nei sopravvissuti, rapido miglioramento respiratorio e recupero.
⚠ ATTENZIONE: L’HPS/HCPS da Sin Nombre virus ha una mortalità del 35–50%.
La sindrome può evolvere in ore verso l’insufficienza respiratoria acuta richiedente ventilazione meccanica. La diagnosi precoce è determinante per la sopravvivenza.
6.3 Sintomi Comuni a Entrambe le Forme
Indipendentemente dal tipo di sindrome, i sintomi di allarme che richiedono immediata valutazione medica comprendono:
febbre alta ad esordio brusco,
cefalea intensa,
mialgie severe,
dolore addominale o lombare,
dispnea anche lieve,
oliguria,
trombocitopenia.
In caso di recente esposizione a roditori o ambienti potenzialmente infestati, anche in soggetti tornati da zone endemiche, l’hantavirosi deve essere sempre inclusa nella diagnosi differenziale.
7. Diagnosi
7.1 Diagnosi Clinico-Epidemiologica
Il sospetto diagnostico si basa sull’associazione tra quadro clinico compatibile e storia di esposizione a roditori o ambienti a rischio. Elementi fondamentali:
– anamnesi di lavori in ambienti rurali, campeggio, pulizia di spazi infestati,
– viaggio in aree endemiche nelle settimane precedenti.
7.2 Diagnosi di Laboratorio
METODO
INDICAZIONE E NOTE
Sierologia (ELISA/IFA)
Rilevazione di IgM e IgG anti-hantavirus. Prima scelta diagnostica. Le IgM compaiono precocemente (entro 1–7 giorni dall’esordio sintomatico)
Western Blot
Conferma sierologica in casi dubbi
RT-PCR
Rilevazione diretta dell’RNA virale nel sangue; utile nelle fasi precoci prima della sieroconversione
Immunoistochimica
Su tessuto autoptico; diagnosi retrospettiva in deceduti
In Italia la diagnosi sierologica degli hantavirus è disponibile presso laboratori di riferimento regionali e l’Istituto Superiore di Sanità (ISS). Il medico che sospetti un caso deve contattare il laboratorio di riferimento per le modalità di invio del campione e la corretta esecuzione del test.
8. Diagnosi Differenziale
Le manifestazioni iniziali degli hantavirus sono aspecifiche e sovrapponiamo a quelle di numerose altre condizioni. Le principali patologie da considerare in diagnosi differenziale comprendono:
Influenza e sindromi influenzali
Leptospirosi (anch’essa zoonosi da roditori con coinvolgimento renale)
Rickettsiosi e altre malattie da vettori artropodi
Sepsi batterica con insufficienza multiorgano
Polmonite batterica o da Legionella
Syndrome da distress respiratorio acuto (ARDS) di altra eziologia
Malaria (nei viaggiatori di ritorno da zone endemiche)
Febbre tifoide
Dengue e altre arboviriosi emorragiche
Insufficienza renale acuta di altra causa
9. Terapia
9.1 Terapia Antivirale
Non esistono antivirali approvati specificamente per l’HPS da Sin Nombre virus o Andes virus. La ribavirina non è indicata per via orale nella fase grave.
La ribavirina per via endovenosa è l’unico antivirale con evidenze di efficacia nella HFRS, soprattutto se somministrata precocemente (entro i primi 4 giorni dall’esordio).
L’efficacia nella HPS/HCPS è meno documentata.
9.2 Terapia di Supporto
La gestione è prevalentemente di supporto intensivo e rappresenta il pilastro del trattamento, in particolare per l’HCPS:
Ventilazione meccanica: frequentemente necessaria nell’HPS per il rapido sviluppo di ARDS
Ossigenazione extracorporea a membrana (ECMO): utilizzata con successo in casi gravi di HCPS
Gestione emodinamica: monitoraggio stretto della pressione arteriosa, terapia dello shock con liquidi e vasopressori
Dialisi/emodialisi: in caso di insufficienza renale grave nella HFRS
Correzione degli squilibri idroelettrolitici: fondamentale nelle fasi oligurica e diuretica
Trasfusioni e prodotti ematici: in caso di trombocitopenia grave o emorragie
⚠ ATTENZIONE: NON esiste un vaccino disponibile in Europa o nelle Americhe. In Corea del Sud e in Cina sono disponibili vaccini per uso locale contro Hantaan e Seoul virus, non autorizzati altrove. La profilassi si basa esclusivamente sulla prevenzione dell’esposizione.
10. Prevenzione e Misure di Protezione
10.1 Misure Generali di Prevenzione
In assenza di un vaccino, la prevenzione si basa sul controllo dei roditori e sulla riduzione dell’esposizione alle loro escrezioni:
Controllo dei roditori: rimozione di fonti di cibo e siti di nidificazione; utilizzo di rodenticide e trappole in edifici rurali e depositi
Arieggiamento degli ambienti: prima di pulire aree potenzialmente infestate da roditori, aerare per almeno 30 minuti
Uso di DPI (Dispositivi di Protezione Individuale): mascherine FFP2/FFP3, guanti monouso, tuta protettiva in caso di pulizia di ambienti contaminati
Disinfezione: umidificazione delle superfici con soluzione di ipoclorito di sodio (candeggina al 10%) prima della pulizia, per evitare l’aerosolizzazione del virus
Protezione degli alimenti: conservare in contenitori ermetici inaccessibili ai roditori
Campeggio sicuro: non dormire direttamente sul terreno in aree boschive; usare tende con chiusure; evitare di toccare roditori
10.2 Misure di Controllo in Caso di Focolaio
In caso di focolai umani,e in particolare in presenza di Andes virus (con possibile trasmissione interumana), le misure di controllo comprendono:
Isolamento dei casi in ambiente ospedaliero con precauzioni da droplet e da contatto
Identificazione e sorveglianza dei contatti stretti
Indagine epidemiologica per identificare la fonte comune di esposizione
Notifica obbligatoria alle autorità sanitarie competenti
10.3 Misure Specifiche per i Viaggiatori Internazionali
Chi si reca in aree endemiche per hantavirus (America del Sud, zone rurali del Nord America, Europa orientale, Asia orientale) deve:
Informarsi sul rischio specifico per la destinazione
Evitare il contatto con roditori e le loro tane
Non raccogliere o maneggiare roditori morti
Usare DPI adeguati se il lavoro prevede esposizione a polvere in ambienti rurali
Consultare un medico specialista in medicina dei viaggi prima della partenza
11. Prognosi e Complicanze
La prognosi varia significativamente in base al tipo di hantavirus, alla tempestività della diagnosi e alle cure ricevute. – La Nephropathia epidemica (Puumala) ha una mortalità inferiore all’1% e una guarigione quasi sempre completa.
– Le forme gravi da Hantaan/Dobrava hanno mortalità del 5–15%.
– L’HPS da Sin Nombre virus presenta mortalità del 35–50%, con i decessi concentrati nelle prime 24–72 ore dalla comparsa della fase cardio-polmonare.
Le complicanze a lungo termine più frequentemente documentate comprendono: – insufficienza renale cronica (nella HFRS grave), – ipertensione arteriosa, – affaticamento cronico – sequele neuropsicologiche.
Nella maggioranza dei casi di malattia lieve-moderata la guarigione è completa senza sequele permanenti.
12. Aspetti di Interesse per il Medico del Viaggiatore
L’hantavirosi è una zoonosi di crescente rilevanza per la medicina dei viaggi per diverse ragioni:
l’aumento dei viaggi in aree naturali remote,
il crescente interesse per il turismo avventuristico e di esplorazione,
la possibilità di focolai in ambienti confinati come navi e strutture ricettive in aree endemiche.
Il caso MV Hondius (2026) ha dimostrato come l’infezione possa manifestarsi in contesti inattesi, anche su imbarcazioni.
Il medico del viaggiatore deve considerare l’hantavirosi nella diagnosi differenziale di qualsiasi sindrome febbrile acuta con coinvolgimento renale o respiratorio in chi ha recentemente visitato aree rurali, boscose o endemiche. La malattia non risponde ai comuni antibiotici e può essere fatale se non riconosciuta e trattata tempestivamente.
13. Bibliografia Internazionale
Articoli e Studi Clinici
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Hjelle B, Torres-Pérez F. Hantaviruses in the Americas and their role as emerging pathogens. Viruses, 2010; 2(12): 2559–2586.
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Fonti Istituzionali e Linee Guida
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Istituto Superiore di Sanità (ISS). EpiCentro – Il portale dell’epidemiologia per la sanità pubblica. Roma: ISS; aggiornato periodicamente. Disponibile su: www.epicentro.iss.it
Pan American Health Organization (PAHO). Hantavirus in the Americas. Guidelines for diagnosis, treatment, prevention and control. Washington DC: PAHO/WHO; 2013.
Scheda redatta da:
Dott. Paolo Meo Infettivologo e Medico Tropicalista Direttore CESMET – CLINICA DEL VIAGGIATORE Roma www.clinicadelviaggiatore.com
in riferimento all’episodio MV Hondius (aprile-maggio 2026) e alle fonti scientifiche disponibili.
HANTAVIRUS SULLA MV HONDIUS: AGGIORNAMENTO 8 MAGGIO 2026
La domanda è “ perché questo virus NON è il nuovo COVID e perché non lo sarà mai”
A cura del Dott. Paolo Meo — Infettivologo e Medico Tropicalista, Direttore del POLO VIAGGI CESMET – ARTEMISIA LAB, Roma
Aggiornato all’8 maggio 2026 www.clinicadelviaggiatore.com
Mentre scrivo questo aggiornamento, la MV Hondius ha raggiunto le Isole Canarie. Le autorità sanitarie spagnole hanno completato le operazioni di sbarco controllato dei passeggeri secondo protocolli di biosicurezza di livello elevato. Il bilancio definitivo, al momento, parla di tre vittime accertate e di almeno tre pazienti che hanno richiesto cure intensive.
L’indagine epidemiologica dell’OMS è ancora in corso, ma alcuni dati fondamentali stanno emergendo con maggiore chiarezza.
Desidero raccontare come si è conclusa — almeno per ora — questa vicenda, e ancora più tentare di rispondere alla domanda che in molti mi stanno rivolgendo in questi giorni: «Dottore, è un nuovo COVID?»
La risposta definitiva è NO. E spiegherò perché, con dati scientifici e con parole che tutti possano capire.
L’aggiornamento: cosa è successo dopo il 6 maggio
Nelle ultime 48 ore la situazione a bordo della MV Hondius si è gradualmente stabilizzata. Non sono stati registrati nuovi decessi dopo i tre già comunicati. I pazienti ricoverati in condizioni critiche sono stati trasferiti in strutture ospedaliere specializzate alle Canarie, dove stanno ricevendo cure intensive adeguate.
L’OMS ha confermato che il ceppo virale identificato è riconducibile all’hantavirus andino, il ceppo sudamericano endemico nelle regioni patagonica e andina dell’Argentina e del Cile. Le analisi genomiche sul materiale biologico prelevato dai pazienti sono in fase di completamento nei laboratori di riferimento internazionale.
La domanda essenziale, “se vi sia stata trasmissione interumana a bordo”, rimane al momento senza una risposta definitiva. Le autorità sanitarie stanno ricostruendo i movimenti e i contatti di tutti i passeggeri prima e durante l’imbarco in Argentina. I risultati di questa indagine epidemiologica saranno determinanti, ma ci vorrà tempo.
Hantavirus vs COVID-19: le differenze fondamentali
Negli ultimi anni abbiamo imparato a nostra spese che i virus non rispettano le frontiere. Ma l’accostamento tra HANTAVIRUS e SARS-CoV-2 è scientificamente scorretto, e alimentarlo sarebbe un disservizio alla comprensione pubblica della salute.
Ecco le differenze essenziali:
LA VIA DI TRASMISSIONE
Questa è la differenza più importante, e da sola basta a escludere lo scenario pandemico.
COVID-19 si trasmette per via aerea e droplet: bastava stare nella stessa stanza di un infetto, respirare la stessa aria, toccare una superficie e poi portarsi le mani al viso. Un virus pensato — biologicamente — per diffondersi in modo esplosivo tra gli esseri umani.
HANTAVIRUS si trasmette principalmente attraverso il contatto con roditori infetti o con le loro deiezioni. La via è ambientale, non interumana. Per infettarsi bisogna avere un contatto diretto con il serbatoio animale del virus.
L’unico ceppo che ha mostrato una limitata capacità di trasmissione da persona a persona è l’HANTAVIRUS ANDINO — ma si tratta di una trasmissione rara, documentata soprattutto in contesti di stretto contatto familiare prolungato, non di una diffusione aerea efficiente.
In termini pratici: l’HANTAVIRUS non si prende passeggiando per strada, prendendo l’autobus o stando in un ufficio con una persona infetta. Il COVID sì.
IL NUMERO RIPRODUTTIVO DI BASE (R₀)
Il R₀ è il numero medio di persone che una singola persona infetta riesce a contagiare in una popolazione suscettibile.
COVID-19 (variante originale): R₀ stimato tra 2,5 e 3. Per le varianti Omicron, si è arrivati a valori tra 8 e 15. Un singolo positivo poteva infettare decine di persone.
HANTAVIRUS ANDINO (trasmissione interumana): R₀ stimato tra 0,9 e 1,2 nei focolai documentati. Un valore attorno a 1 significa che ogni infetto contagia mediamente un’altra persona — il che non produce un’esplosione epidemica ma un lento e limitato propagarsi, tendente all’auto-estinzione senza misure di contenimento eccessive.
Un virus con R₀ inferiore a 1 si estingue da solo. Con R₀ tra 1 e 2, può generare focolai localizzati ma non pandemie globali.
LA FACILITÀ DI ESPOSIZIONE
COVID-19: era sufficiente frequentare qualsiasi ambiente urbano normale — un negozio, un ospedale, una scuola — per essere esposti.
HANTAVIRUS: richiede una esposizione specifica a roditori selvatici o ai loro habitat naturali. Il turista che visita una città argentina non è a rischio. Il trekker che dorme in una capanna di montagna in Patagonia, o che ispeziona un magazzino rurale, lo è potenzialmente. Si tratta di una nicchia di rischio ben definita e geograficamente circoscritta.
L’IMMUNITÀ DI POPOLAZIONE E IL SERBATOIO
Il COVID-19 si è diffuso su scala mondiale anche perché l’intera popolazione umana era immunologicamente vergine — nessuno aveva anticorpi contro quel ceppo. L’HANTAVIRUS circola nei roditori selvatici da millenni. L’essere umano è un ospite accidentale, non il serbatoio principale. Il virus non ha “bisogno” di diffondersi tra gli uomini per sopravvivere — vive benissimo nei roditori. Questo è un fattore biologico fondamentale che limita drasticamente il suo potenziale pandemico.
LA MORTALITÀ E LA GESTIONE CLINICA
Qui l’HANTAVIRUS mostra il suo lato peggiore: è vero che la mortalità dell’HPS (Sindrome Polmonare da Hantavirus) è elevata — tra il 30% e il 40% nei casi gravi. Ma si tratta di una malattia che colpisce un numero limitato di persone all’anno a livello mondiale, in contesti geografici e ambientali specifici. Il COVID ha mostrato una mortalità percentuale inferiore, ma su una scala di diffusione globale di miliardi di infetti, con un impatto sistemico sui sistemi sanitari mondiali che l’HANTAVIRUS non ha mai avuto e non potrà mai avere.
Allora perché questa vicenda ci preoccupa?
Me lo sono chiesto anch’io e la risposta onesta è: ci preoccupa per due motivi legittimi.
Il primo è umano: tre persone sono morte. Tre famiglie sono state distrutte. Questa è una tragedia, indipendentemente da qualsiasi considerazione epidemiologica.
Il secondo è scientifico: un focolaio di HANTAVIRUS su una nave da crociera, con possibile trasmissione interumana, è un evento raro e da studiare con attenzione. Non perché possa diventare una pandemia, ma perché ogni episodio del genere ci insegna qualcosa sul comportamento di un virus che ancora non conosciamo completamente.
Il messaggio per i viaggiatori
Se state pianificando un viaggio in Argentina, Cile, Bolivia o in altre zone endemiche, non dovete rinunciare al vostro viaggio. Dovete farlo in modo consapevole.
Evitate il contatto con roditori selvatici e i loro habitat
In ambienti rurali chiusi e polverosi, usate protezione respiratoria
Dopo il rientro, qualsiasi febbre associata a dolori muscolari e difficoltà respiratorie nei 6 settimane successive va riferita al medico con il dettaglio della destinazione visitata
Prima di partire, consultate un centro specializzato in medicina dei viaggi
L’HANTAVIRUS quindi non è il nuovo COVID. Ma è un virus reale, con una mortalità reale, che colpisce chi non è preparato. E la preparazione, in medicina dei viaggi, si chiama prevenzione informata.
Dott. Paolo MeoInfettivologo e Medico Tropicalista — Esperto in Malattie Infettive e TropicaliDirettore POLO VIAGGI CESMET – Artemisia Lab, RomaConsulenze: www.clinicadelviaggiatore.com
HANTAVIRUS SULLA MV HONDIUS: TRE MORTI IN MEZZO ALL’ATLANTICO. COSA STA SUCCEDENDO E COSA DOBBIAMO SAPERE
A cura del Dott. Paolo Meo — Infettivologo e Medico Tropicalista, Direttore del POLO VIAGGI CESMET – Artemisia Lab, Roma
Pubblicato il 6 maggio 2026 | www.clinicadelviaggiatore.com
Negli ultimi giorni una notizia ha attraversato le redazioni di mezzo mondo e ha iniziato a fare ciò che le notizie sanitarie fanno spesso: generare allarme. Una nave da crociera, la MV Hondius, si trova in navigazione nell’Oceano Atlantico con tre passeggeri morti e altri tre in condizioni gravi, tutti colpiti da una sospetta infezione da hantavirus. Come medico tropicalista con oltre quarant’anni di esperienza sul campo, sento il dovere di raccontare questa vicenda con la chiarezza che merita — senza allarmismi, ma senza minimizzare.
La vicenda, dall’inizio
La MV Hondius è una nave da spedizione partita dall’Argentina, diretta verso le Isole Canarie attraverso l’Oceano Atlantico. Durante la navigazione, alcuni passeggeri hanno iniziato ad accusare sintomi che, in un primo momento, potevano sembrare comuni: febbre, dolori muscolari, stanchezza intensa. Ma le condizioni di alcuni di loro si sono deteriorate con una rapidità che ha subito allarmato il personale medico di bordo.
Uno dei pazienti più gravi è stato evacuato d’urgenza e ricoverato a Johannesburg, dove i test di laboratorio hanno confermato la diagnosi: hantavirus. Nel frattempo, tre persone sono decedute. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha avviato un’indagine epidemiologica urgente. La nave sta ora dirigendosi verso le Canarie, dove le autorità sanitarie spagnole si stanno preparando ad accoglierla con protocolli di massima sicurezza.
È una vicenda seria. Ma per comprenderla davvero, occorre prima capire di cosa stiamo parlando.
Che cos’è l’Hantavirus?
L’Hantavirus è un virus a RNA appartenente alla famiglia Hantaviridae. Non è un virus nuovo: è conosciuto dalla medicina tropicale e infettivologica da decenni, anche se rimane pressoché sconosciuto al grande pubblico, almeno in Europa.
Esistono diversi ceppi di Hantavirus, distribuiti in diverse parti del mondo. Quello che ci preoccupa in questo caso è il cosiddetto Hantavirus andino, endemico nelle regioni andine e patagonica dell’Argentina e del Cile. È una variante particolarmente rilevante per un motivo che vedremo tra poco: a differenza di quasi tutti gli altri ceppi, l’Hantavirus andino ha dimostrato, in alcuni casi documentati, la capacità di trasmettersi da persona a persona.
Come si trasmette?
Il meccanismo di trasmissione principale dell’Hantavirus è il contatto diretto o indiretto con i roditori selvatici — ratti, topi di campagna, arvicole — che sono il serbatoio naturale del virus. L’infezione nell’uomo avviene tipicamente attraverso:
Inalazione di aerosol contenenti urine, feci o saliva di roditori infetti (la via più comune).
Contatto diretto con roditori o con superfici contaminate dalle loro deiezioni.
Morsi di roditori infetti (via meno frequente).
Non si trasmette toccando corrimani, attraverso l’acqua potabile o mangiando al ristorante. Si prende dalla terra, dagli ambienti rurali e naturali — capanne, fienili, zone di campagna, foreste — dove il contatto tra uomo e roditori selvatici è più probabile.
Ecco perché la provenienza argentina della MV Hondius è un dato clinicamente rilevante. Molti dei passeggeri avevano verosimilmente visitato le grandi aree naturali dell’Argentina — la Patagonia, le Ande, le zone rurali del Sud America — prima di imbarcarsi. È in quell’ambiente che il virus può essere stato acquisito, senza che nessuno se ne accorgesse, perché il periodo di incubazione dell’Hantavirus andino è di 1-6 settimane. Tempo più che sufficiente per salire a bordo di una nave e attraversare l’Atlantico.
Quali sono i sintomi e come evolve la malattia?
La forma clinica più grave causata dall’Hantavirus andino è la Sindrome Polmonare da Hantavirus (HPS — Hantavirus Pulmonary Syndrome). L’evoluzione tipica si articola in due fasi:
Fase prodromica (3-5 giorni): Febbre alta (38-40°C), dolori muscolari intensi, cefalea, brividi, nausea. Una presentazione clinica che può facilmente essere confusa con un’influenza severa o con una malattia febbrile tropicale.
Fase cardio-polmonare: Con una rapidità che può sorprendere anche chi la conosce, il quadro peggiora bruscamente. I polmoni si riempiono di liquido (edema polmonare acuto), la funzione respiratoria crolla, la pressione arteriosa scende. Il paziente ha bisogno di ossigeno, poi di ventilazione meccanica, poi di terapia intensiva. La mortalità in questa fase può raggiungere il 35-40%, anche in centri ospedalieri ben attrezzati.
Capite bene che a bordo di una nave da crociera — per quanto ben equipaggiata — gestire tre o più casi gravi simultanei di HPS è qualcosa che va al di là delle possibilità di qualsiasi infermeria di bordo.
Esiste una terapia?
Questo è uno dei punti che i miei pazienti mi chiedono sempre per primi, e la risposta è quella che mi piace meno dare: non esiste un antivirale specifico approvato per l’Hantavirus.
La terapia è fondamentalmente di supporto: ossigenoterapia ad alto flusso, ventilazione meccanica non invasiva o invasiva, gestione dell’equilibrio idro-elettrolitico, supporto emodinamico. In alcuni centri viene utilizzata la ribavirina per via endovenosa, ma le evidenze cliniche sulla sua efficacia rimangono controverse.
Quello che fa davvero la differenza è la tempestività del ricovero in terapia intensiva. Ogni ora conta. E su una nave in mezzo all’Atlantico, ogni ora costa cara.
Un caso di trasmissione interumana?
È la domanda che l’OMS e i virologi di tutto il mondo si stanno ponendo in queste ore. Se i tre casi gravi a bordo della MV Hondius fossero tutti riconducibili a esposizioni indipendenti avvenute in Argentina prima dell’imbarco, si tratterebbe di un cluster sfortunato ma non di un focolaio attivo. Se invece il virus si stesse trasmettendo da persona a persona a bordo, lo scenario cambierebbe radicalmente.
La risposta arriverà dalle indagini epidemiologiche in corso e, soprattutto, dalla sequenza genomica del ceppo virale identificato. Per ora, la prudenza è d’obbligo.
Cosa deve sapere chi viaggia in Sud America
Come medico tropicalista e direttore del POLO VIAGGI CESMET-Artemisia, vorrei concludere con un messaggio diretto a chi pianifica un viaggio in Argentina, Cile, Bolivia o in altre zone endemiche per l’hantavirus :
Evitate il contatto con roditori selvatici e con ambienti dove la loro presenza è probabile: rifugi di montagna, capanne rurali, granai, zone boscose non frequentate. Se vi trovate in luoghi chiusi e polverosi in zone endemiche, usate una mascherina FFP2. La via respiratoria è la principale via di contagio. Non raccogliete roditori morti e non maneggiate materiali che potrebbero essere contaminati da deiezioni. Dopo il rientro, se nelle 6 settimane successive al viaggio accusate febbre alta, dolori muscolari intensi e difficoltà respiratorie, riferite immediatamente al medico la vostra destinazione di viaggio. Il dettaglio geografico è fondamentale per una diagnosi tempestiva. Prima di partire, rivolgetevi a un centro specializzato in medicina dei viaggi per una consulenza personalizzata sul rischio infettivo della destinazione.
La MV Hondius si avvicina alle Canarie. I passeggeri sopravvissuti portano con sé un’esperienza che nessuno aveva messo in valigia. Tre persone non torneranno a casa. È il momento di usare questa tragedia non per alimentare la paura, ma per costruire conoscenza. Perché la conoscenza, in medicina dei viaggi, salva le vite.
Dott. Paolo Meo — Infettivologo e Medico Tropicalista Direttore POLO VIAGGI CESMET – Artemisia Lab, Roma Per consulenze: www.clinicadelviaggiatore.com
La malaria, conosciuta anche come paludismo, è una malattia infettiva acuta causata da parassiti del genere “Plasmodium”. Questi parassiti sono protozoi che si sviluppano e riproducono nel corpo umano (serbatoio del parassita) e possono causare sintomi gravi. Ci sono in natura cinque principali tipi di “Plasmodium” che possono infettare gli esseri umani:
emazie parassitate da plasmodi
. Le specie principali sono:
P. falciparum – la forma più grave e letale, predominante in Africa subsahariana
P. vivax – diffuso in Asia, America Latina e alcune aree del Pacifico
P. ovale – prevalente in Africa occidentale, con due sottospecie (curtisi e wallikeri)
P. malariae – presente in aree tropicali e subtropicali
P. knowlesi – zoonosi emergente nel Sud-Est asiatico (Borneo, Malaysia), con potenziale letale se non trattata tempestivamente, originariamente un parassita delle scimmie che ha la capacità di infettare anche gli esseri umani. Provoca la malaria nei macachi ma può anche contagiare gli esseri umani, sia naturalmente che artificialmente.
Il serbatoio primario del parassita è l’uomo infettato in maniera cronica.
Come si Trasmette la Malaria
La malaria si trasmette esclusivamente attraverso la puntura di zanzare femmine infette del genere *Anopheles*. È importante notare che queste zanzare non sono presenti in Italia e nella maggior parte dell’Europa, ma si possono trovare in alcune aree del bacino del Mediterraneo, come Grecia, Turchia, Egitto, Tunisia, Algeria e in alcune zone del Marocco. Le mutazioni del clima stanno creando situazioni che potrebbero favorire il riaccendersi di focolai di presenza di zanzara Anopheles anche sul territorio italiano.
La malaria è una delle malattie parassitarie più diffuse nel mondo, con una presenza significativa in Africa, America Centrale e del Sud, Asia e alcune zone dell’Oceania.
Ciclo di Vita del Parassita
Una volta nel corpo umano, i parassiti della malaria si moltiplicano nel fegato e, dopo un periodo di incubazione variabile, infettano i globuli rossi.
Sintomi della Malaria
I sintomi della malaria possono essere molto diversi e presentarsi contemporanenamente o singolarmente. I più comuni includono:
– Febbre alta (che può anche frequentemente non presentarsi)
– Mal di testa e sensazione di confusione, in particolare dolore nucale e sensazione di ovattamento;
– Tensione nei muscoli del collo;
– Brividi e sudorazione;
– Nausea, vomito e diarrea
I sintomi possono manifestarsi in modo grave o essere molto lievi e alternati.
Rischi e Complicazioni
Se non trattata con i farmaci appropriati, come l’Eurartesim®,farmaco a base di artemisinina e lumefantrina, la malaria può causare gravi danni agli organi e persino essere fatale. Una forma particolarmente grave è la malaria cerebrale, che può portare a complicazioni come la necrosi cerebrale a causa della formazione di microtrombi nel sistema microvascolare.
Resistenza ai Farmaci
Negli ultimi anni, i parassiti della malaria hanno sviluppato resistenza ai farmaci antimalarici, inclusa l’Artemisina, che è uno dei trattamenti più efficaci disponibili.
Prevenzione e Controllo
Il controllo della malaria si basa su metodi preventivi e curativi, tra cui:
– **Trattamenti farmacologici**: l’uso di terapie a base di artemisina in combinazione con altri farmaci.
– **Zanzariere trattate**: l’uso di zanzariere impregnate di insetticidi, come il DEET.
– **Repellenti per insetti**: l’applicazione di insetticidi e repellenti, con prodotti a base di neem consigliati per il controllo delle zanzare.
-l’utilizzo di insetticidi e repellenti per il controllo delle zanzare. (consigliati prodotti a base di neem).
In sintesi, la malaria è una malattia seria che richiede attenzione e misure preventive per proteggere la salute pubblica.
Agente infettivo e ciclo vitale
Il Plasmodium è un parassita, monocellulare, protozoo del genere Plasmodium (Regno Protista, Phylum Apicomplexa, Classe Sporozoea, Ordine Eucoccidiida). Cinque sono i tipi principali del parassita malarico: Pl. falciparum è il tipo con il più alto tasso di mortalità fra i soggetti infestati; Pl. Vivax; Pl. Malariae; Pl. ovalis; Pl. knowlesi , che è l’agente eziologico di malaria nelle scimmie, è diffuso nel sud-est asiatico. Provoca la malaria nei macachi ma può anche contagiare gli esseri umani. Il serbatoio del parassita è l’uomo infettato in maniera acuta o cronica.
Ci sono cinque specie principali di Plasmodio che possono infettare l’uomo: P. falciparum: è endemico in Africa tropicale, minore prevalenza in Asia ed America Latina. E’ il plasmodio con il più alto tasso di mortalità; P. vivax: è il più diffuso, si ritrova ovunque nelle zone tropicali; in Africa è presente a focolai nel territorio, a macchia di leopardo; è invece endemico in America Latina ed in Asia; è presente anche in alcune zone temperate e persiste anche in aree ristrette del bacino del mediterraneo, dove la zanzara Anopheles è ancora presente. P. ovale: è presente e si èdiffusa principalmente nell’ Africa occidentale tra i due tropici. P. malariae: è ubiquitario, a bassa prevalenza, ma con una distribuzione non uniforme sul territorio.
La diagnosi di specie è importante perché la malaria da P. falciparum è potenzialmente la più aggressiva, lesiva e se non curata mortale.
La riproduzione della zanzara vettrice avviene a temperature non inferiori ai 18°C. Se la temperature scende non deve rimanere per periodi prolungati di tempo. Anche la sopravvivenza dell’insetto è legato alla temperatura. La trasmissione del parassita avviene attraverso la puntura della zanzara. E’ facilitata durante tutto il periodo dell’anno nelle aree in cui la temperatura è costantemente sopra i 24° C. Nei territori con temperature più basse la trasmissione tende a seguire ritmi stagionali. La zanzara vive dalle tre a sei settimane, raramente supera i due mesi di vita, e si sposta nel raggio di 1 o 2 chilometri. Venti e condizioni ambientali particolari possono portare le zanzare anche a distanze di decine di chilometri. La malaria da Plasmodium vivax ha un tempo di incubazione più lungo. Può durare anche alcuni mesi. Si presenta clinicamente come la malaria da P. falciparum con attacchi febbrili irregolari, seguiti da sudorazioni profuse e defervescenza. Si può evidenziare aumento del volume della milza (splenomegalia) raramente lesioni o rottura splenica. Dopo qualche attacco la sintomatologia si esaurisce, ma può avere un andamento recidivante per la persistenza di forme intraepatiche “cosidette dormienti” chiamate “ipnozoiti”. In questi casi e con questo tipo di malaria può manifestarsi la cosidetta “febbre terzana benigna”.
Se si assiste ad una coinfezione di due tipi di Plasmodio si manifesta una sintomatologia determinata dal ritmo di crescita del parassita sfasato, e si può manifestare una doppia forma terzana, con febbre continua e sintomi che si manifestano senza periodicità. La terapia con clorochina è ancora efficace, cura l’attacco malarico acuto ma non previene le ricadute e la cronicizzazione della malattia. Nei paesi africani del Golfo di Guinea dove la popolazione è priva di “antigene eritrocitario duffy”, il P. vivax è assente ed è sostituito da Plasmodium ovalis. Il quadro clinico è sostanzialmente sovrapponibile a quello di P. vivax. Plasmodium malariae si manifesta con una forma meno aggressiva e più lieve. Il plasmodio può persistere per anni negli eritrociti con parassitemia bassissima e nelle recrudescenze la febbre si presenta con picchi ogni ¾ giorni. Forma quartana. Nella fascia pediatrica il Pl. malariae, ma anche gli altri tipi di malaria, a causa di infezioni ripetute possono causate patologie renali a livello glomerulare con infiammazioni membrano-proliferative, con proliferazione dell’endotelio glomerulare e del mesangio. Il danno di tipo infiammatorio è causato dal deposito di immunocomplessi a livello del mesangio del glomerulo renale. Il danno renale si manifesta con proteinuria importante, edema fino alla presenza di ascite nell’addome (sindrome nefrosica)
Il danno renale risulta essere permanente. La prognosi è sfavorevole e i pazienti progrediscono verso l’insufficienza renale cronica.
Ciclo vitale:
Il ciclo vitale del parassita avviene tra due ospiti: (1) zanzara Anopheles e (2) uomo.
La “zanzara femmina” del tipo Anopheles è l’insetto “vettore” a cui si deve la trasmissione della malattia. La zanzara succhia il sangue da un individuo e, se questo è infetto, si infetta a sua volta. Una volta infetta la zanzara punge nuovamente un altro individuo per nutrirsi del suo sangue ed inocula lo sporozoita, ossia la forma del plasmodio maturato all’interno del suo intestino, nel torrente circolatorio della persona.
Gli “sporozoiti” infestanti, dal torrente circolatorio, passando nella microcircolazione dell’acino epatico, vengono sequestrati dalle cellule del fegato. Entro un’ora dall’inoculazione si ritrovano tutti all’interno degli epatociti.
All’interno delle cellule epatiche cominciano un fenomeno di maturazione e di moltiplicazione, trasformandosi in una formazione multicellulare, ancora unita insieme detta “schizonte”.
Gli epatociti, infettati da questa formazione multicellulare parassitaria, che arriva a riempire l’intera cellula, vengono lesionati e si rompono, rilasciando nel torrente circolatorio, formazioni unicellulari “parassitarie” denominate “merozoiti”. Il passaggio avviene attraverso il sistema capillare intraepatico. Può avvenire che per il P. vivax ed P. ovalis, oltre agli schizonti intra epatociti, si possono presentare forme parassitarie unicellulari che rimangono allo stadio dormiente. Queste forme si chiamano ‘ipnozoiti’, e sono la causa delle recidive della malattia invadendo il circolo sanguigno dopo mesi o anche anni più tardi.[A] Recidiva:
per recidiva si intende una riaccensione della malattia causata dalla persistenza di merozoiti nel fegato (ipnozoiti) che ricominciano un nuovo ciclo eso-eritrocitario, 5-6 mesi dopo l’infezione.
È tipica delle infezioni da P. vivax e P. ovale nelle quali non sono state trattate le forme intraepatiche.
Dopo l’iniziale moltiplicazione nel fegato della durata media di 7/8 giorni, chiamata fase eso-eritrocita o schizogonica, il merozoita, suddivisosi in singole cellule, all’interno del torrente circolatorio, entra nei globuli rossi, dove si ciba dell’eme ferroso, e comincia una moltiplicazione asessuata all’interno di queste cellule, detta “schizogonia eritrocitaria”.
Le forme parassitarie intraeritrocitarie, denominate “trofozoiti”, crescono e maturano, cibandosi di ferro, e in 2 o 3 giorni diventano “schizonti”. Queste formazioni cellulari parassitarie determinano la rottura del globulo rosso e si dividono nel torrente circolatorio in una moltitudine di “merozoiti”.[B] Fase invasiva:
corrisponde alla rottura dello schizonte e alla liberazione dei merozoiti che vanno a invadere altri eritrociti. Questo evento si manifesta con febbre intermittente, brivido scuotente, sudorazione, cefalea, artro-mialgie, talvolta riattivazioni di herpes labiale, prostrazione, dolore negli ipocondri, sindromi gastroenteriche (diarrea, vomito, dolore addominale). Nei bimbi si possono avere convulsioni febbrili.
I merozoiti, i parassiti malarici dispersi nel sangue, colonizzano altri globuli rossi. Queste cellule parassitarie intracellulari si cibano ancora di eme ferroso nelle cellule ematiche e crescendo maturano in trofozoiti. E così si riattiva un nuovo ciclo di maturazione. Questo meccanismo i globuli rossi e di maturazione e moltiplicazione intracellulare, è la causa dell’aumento dei parassiti nel sangue e delle gravi anemie emolitiche provocate dalla malattia.[C] Fase tardiva:
quando i cicli vitali dei diversi ceppi presenti nel torrente circolatorio si sono sincronizzati, compare la” febbre terzana” (tipico attacco malarico): brivido scuotente seguito da rialzo termico che si risolve dopo qualche ora con sudorazione profusa e uno stato di vaga euforia, e si “ripete ogni 48 ore”. La splenomegalia di solito compare dopo giorni o settimane; all’inizio è più comune l’epatomegalia. Pallore muco-cutaneo, ittero, urine ipercromiche (fortemente colorate) sono segni prognostici sfavorevoli. Nella maggioranza dei casi non trattati la malaria si risolve spontaneamente dopo 2 settimane; raramente dura più di un anno (mai più di 2 anni).
Alcuni parassiti si differenziano nel torrente circolatorio e prendono la strada dello stadio sessuato, i gametociti.
I gametociti, ovvero le forme parassitarie sessuate, maschio, il microgametocita;femmina il macrogametocita; vengono ingeriti dalla zanzara femmina durante la puntura, ed infettano l’insetto.
C) La moltiplicazione del parassita nella zanzara è conosciuta come ciclo dello sporogonio.
I gametociti, attraverso i tubuli delle ghiandole salivari della zanzara finiscono nello stomaco della zanzara dove avviene la fecondazione del macrogametocita, la femmina, da parte del microgametocita, il maschio. L’unine tra macro e micro gametocita genera lo ‘zigote’.
A questo punto lo zigote diventa mobile, si allunga e invade la parete intestinale della zanzara dove si differenzia in “oociste”;
L’oociste cresce e si sviluppa nella parete dell’intestino dove si divide in migliaia di sporozoiti. A questo punto gli sporozoiti migrano fino alle ghiandole salivari della zanzara. L’insetto, pungendo un individuo, inocula il parassita facendo ricominciare il ciclo.
[D] Recrudescenza:
è la ricaduta e quindi la riaccensione della malattia, dopo una fase di quiescenza. E’ causata dalla persistenza in circolo di forme intra-eritrocitarie (nei globuli rossi). È tipica delle infezioni da P. falciparum trattate in modo inadeguato (per qualità e/o durata del trattamento e per posologia) e può avere una latenza da qualche giorno a qualche settimana. Si può avere anche nelle infezioni da P. malariae con una latenza anche di molti anni.
L’infezione da P. falciparum è detta febbre terzana maligna, quella da P. vivax e da P. ovale è detta febbre terzana benigna e quella da P. malariae è detta febbre quartana in base all’occorrenza di febbre intermittente. Quelle di febbre “terzana” e “quartana” sono definizioni fuorvianti, perché solo una minima parte dei casi di malaria si presenta con febbre intermittente, ogni 48 ore (terzana, ogni terzo giorno) od ogni 72 ore (quartana, ogni quarto giorno). La febbre terzana si osservava in Europa nelle zone endemiche per il P. vivax (terzana benigna) e negli immigrati: le navi infatti facevano viaggi di 1-2 settimane, e quando arrivavano in Europa, seguendo la storia naturale dell’infezione da P. falciparum, da intermittente irregolare la febbre si faceva terzana, se il malato non era morto nel frattempo o se non era stato trattato. La febbre terzana si osserva anche nei casi in cui si sia stati infettati da un unico ceppo di P. falciparum, evento non comune nelle aree endemiche, dove si è infettati più volte in sequenza e i cicli dei vari ceppi si sovrappongono con attacchi febbrili ad andamento irregolare.
La malaria non sempre si presenta con le tipiche febbri cliniche ma nel corredo dei sintomi malarici sono quasi costanti la cefalea nucale, i brividi, e l’alternanza del caldo e del freddo, con un malessere ingravescente. Le infezioni da P. falciparum non trattate o trattate in modo inadeguato possono provocare insufficienza renale, edema polmonare, ipertensione endocranica con coma e giungere all’exitus. La morte è provocata dall’impilamento delle cellule parassitate nel microcircolo di diversi organi vitali, in particolare nella circolazione cerebrale (malaria cerebrale), danneggiandoli. Nelle aree endemiche, i ripetuti contagi, a cui una persona è soggetta, sviluppano un livello elevato di anticorpi, che permette una resistenza alle infezioni. Nella maggior parte dei casi di infezione questi soggetti sono asintomatici pur portando nelle proprie cellule il parassita (portatori sani dell’infezione). I soggetti non immuni, in zona endemica, possono ammalare molto più facilmente di un soggetto considerato immune, e possono avere forme di malattie più gravi.Un esempio molto interessante è quello dell’evoluzione dell’antigene eritrocitario Duffy, il recettore attraverso il quale i merozoiti di P. vivax penetrano il globulo rosso. Gli eritrociti che non hanno questo antigene (Duffy negativi) sono refrattari all’infezione da parte di quel plasmodio. In Africa occidentale, una mutazione che elimina l’antigene dalla superficie degli eritrociti ma che non ha altre conseguenze cliniche ha raggiunto (probabilmente in varie migliaia di anni) la frequenza del 100% e quindi la maggior parte degli abitanti dell’Africa centrale e occidentale non viene infettata da questa specie di plasmodio.
Già dai primi anni ’50, a conclusione della Campagna quinquennale di Lotta Antimalarica, l’Italia era di fatto un paese libero da malaria ma, poiché alcuni sporadici casi di malaria da Plasmodium vivax continuarono fino al 1962, l’OMS ha ufficializzato questo risultato solo nel 1970. Da allora, in considerazione delle potenziali condizioni di reintroduzione della malaria in Italia, è stato attivato un sistema di sorveglianza.
Trasmissione e incubazione
Trasmissione:
avviene mediante puntura di zanzare femmine infette del genere Anopheles, le quali, succhiando il sangue infetto ed iniettando sangue infetto, trasferiscono l’infezione da uomo a uomo. Il maschio della zanzara non punge. Una volta iniettato in un uomo sano, il parassita comincia a moltiplicarsi esponenzialmente nel fegato e quindi, dopo 7 – 10 giorni, mediamente, si moltiplica nei globuli rossi. Le zanzare si infettano ingerendo il parassita, attraverso il pasto ematico infetto. Una volta dentro l’insetto, il parassita comincia un altro ciclo vitale: la fase riproduttiva che precede la trasmissione ad un altro individuo sano.
Incubazione:
si differenzia tra i diversi tipi di plasmodio. Il periodo di incubazione è mediamente di 7-14 giorni per l’infezione da P. falciparum, 8-14 per P. vivax e P. ovale, e di 7-30 giorni per P. malariae. Per alcuni ceppi di P. vivax l’incubazione si può protrarre per 8-10 mesi ed oltre; tale periodo può essere ancora più lungo per P. ovale.
Porta d’ingresso: è la cute, mediante la puntura della zanzara.
Distribuzione geografica
EPIDEMIOLOGIA GLOBALE (aggiornamento 2026)
Situazione globale
Secondo le stime OMS (World Malaria Report 2025), nel 2024 si sono registrati circa 263 milioni di casi e 597.000 morti, con un lieve peggioramento rispetto agli anni precedenti dovuto a:
Resistenze ai farmaci
Cambiamenti climatici che ampliano le aree di trasmissione
Interruzioni nei servizi sanitari post-COVID-19
Instabilità politica in alcune regioni endemiche
Africa subsahariana
Concentra oltre il 94% dei casi globali e il 95% delle morti
P. falciparum rimane dominante
Paesi più colpiti: Nigeria, Repubblica Democratica del Congo, Uganda, Mozambico, Niger
Progressi osservati in Rwanda, Zimbabwe e alcune aree del Sahel grazie a programmi di distribuzione di zanzariere e IRS (Indoor Residual Spraying)
Preoccupazione crescente per resistenza all’artemisinina in Africa orientale (Uganda, Rwanda, Eritrea, Tanzania) — precedentemente segnalata solo in Asia
Asia
P. vivax predomina in India, Pakistan, Afghanistan
P. falciparum in Myanmar, Papua Nuova Guinea, Indonesia
Myanmar e Mekong: epicentro della resistenza multipla (P. falciparum resistente ad artemisinina + partner drugs)
India: riduzione significativa dei casi grazie al programma nazionale; obiettivo eliminazione entro 2030
Sri Lanka e Maldive: certificati OMS come paesi liberi da malaria
P. knowlesi: casi in aumento in Malaysia (Sabah, Sarawak), Filippine, Indonesia
America Latina
Venezuela: forte recrudescenza con oltre 450.000 casi/anno; crisi sociosanitaria principale causa
Brasile (Amazzonia): ancora elevata trasmissione, prevalentemente P. vivax
Colombia, Peru, Bolivia: P. vivax e P. falciparum coesistono
ti e Hispaniola: unica isola caraibica con trasmissione attiva
Argentina, Paraguay, Ecuador: fasi avanzate di pre-eliminazione
Medio Oriente
Yemen: grave situazione umanitaria con malaria in espansione
Arabia Saudita (zone di confine yemenita): casi sporadici
Iran: prossimo alla pre-eliminazione
Oceania
Papua Nuova Guinea: onere elevato, P. falciparum e P. vivax
Vanuatu, Isole Salomone: programmi attivi di controllo
Australia: solo casi importati
Europa
Solo casi importati; episodi sporadici di trasmissione locale da Anopheles autoctoni in Grecia (storica) e sporadicamente in Italia meridionale
Attenzione crescente per il potenziale impatto del cambiamento climatico sull’espansione di Anopheles in Europa meridionale
Sintomi e segni
Sintomi:
inizialmente i sintomi della malaria si presentano talvolta con caratteristica simil influenzale tra gli 8 ed i 30 giorni dopo l’infezione.
Fase invasiva:
corrisponde alla rottura dello schizonte e alla liberazione dei merozoiti che vanno a invadere altri eritrociti. Si manifesta con febbre intermittente, brivido scuotente, sudorazione, cefalea, artro-mialgie, talvolta riattivazioni di herpes labiale, prostrazione, dolore negli ipocondri, sindromi gastroenteriche (diarrea, vomito, dolore addominale). Nei bimbi si possono avere convulsioni febbrili.
Fase tardiva:
quando i cicli vitali dei vari ceppi presenti si sono sincronizzati, compare la febbre terzana (tipico attacco malarico): brivido scuotente seguito da rialzo termico che si risolve dopo qualche ora con sudorazione profusa e uno stato di vaga euforia, e si ripete ogni 48 ore. La splenomegalia di solito compare dopo giorni o settimane; all’inizio è più comune l’epatomegalia. Pallore muco-cutaneo, ittero, urine ipercromiche (fortemente colorate) sono segni prognostici sfavorevoli. Nella maggioranza dei casi non trattati la malaria si risolve spontaneamente dopo 2 settimane; raramente dura più di un anno (mai più di 2 anni).
Recrudescenza:
è la ricaduta causata dalla persistenza in circolo di forme intra-eritrocitarie (nei globuli rossi). È tipica delle infezioni da P. falciparum trattate in modo inadeguato (per qualità e/o durata del trattamento e per posologia) e può avere una latenza da qualche giorno a qualche settimana. Si può avere anche nelle infezioni da P. malariae con una latenza anche di molti anni.
Recidiva:
per recidiva si intende una ricaduta causata dalla persistenza di merozoiti nel fegato (ipnozoiti) che ricominciano un nuovo ciclo eso-eritrocitario, 5-6 mesi dopo l’infezione.
È tipica delle infezioni da P. vivax e P. ovale nelle quali non sono state trattate le forme intraepatiche.
L’infezione da P. falciparum è detta febbre terzana maligna, quella da P. vivax e da P. ovale è detta febbre terzana benigna e quella da P. malariae è detta febbre quartana in base all’occorrenza di febbre intermittente. Quelle di febbre “terzana” e “quartana” sono definizioni fuorvianti, perché solo una minima parte dei casi di malaria si presenta con febbre intermittente, ogni 48 ore (terzana, ogni terzo giorno) od ogni 72 ore (quartana, ogni quarto giorno). La febbre terzana si osservava in Europa nelle zone endemiche per il P. vivax (terzana benigna) e negli immigrati: le navi infatti facevano viaggi di 1-2 settimane, e quando arrivavano in Europa, seguendo la storia naturale dell’infezione da P. falciparum, da intermittente irregolare la febbre si faceva terzana, se il malato non era morto nel frattempo o se non era stato trattato. La febbre terzana si osserva anche nei casi in cui si sia stati infettati da un unico ceppo di P. falciparum, evento non comune nelle aree endemiche, dove si è infettati più volte in sequenza e i cicli dei vari ceppi si sovrappongono con attacchi febbrili ad andamento irregolare.
La malaria non sempre si presenta con le tipiche febbri cliniche ma nel corredo dei sintomi malarici sono quasi costanti la cefalea nucale, i brividi, e l’alternanza del caldo e del freddo, con un malessere ingravescente. Le infezioni da P. falciparum non trattate o trattate in modo inadeguato possono provocare insufficienza renale, edema polmonare, ipertensione endocranica con coma e giungere all’exitus. La morte è provocata dall’impilamento delle cellule parassitate nel microcircolo di diversi organi vitali, in particolare nella circolazione cerebrale (malaria cerebrale), danneggiandoli. Nelle aree endemiche, i ripetuti contagi, a cui una persona è soggetta, sviluppano un livello elevato di anticorpi, che permette una resistenza alle infezioni. Nella maggior parte dei casi di infezione questi soggetti sono asintomatici pur portando nelle proprie cellule il parassita (portatori sani dell’infezione). I soggetti non immuni, in zona endemica, possono ammalare molto più facilmente di un soggetto considerato immune, e possono avere forme di malattie più gravi.
Mutazioni dell’emoglobina (S,C, beta e alfa-talassemie), degli enzimi glucosio-6-fostato deidrogensi e piruvato-chinasi, proteggono dalle forme gravi di malaria provocate da P.falciparum in portatori eterozigoti e, nel caso dell’emoglobina C, soprattutto in omozigosi. Le particolari proprietà delle catene dell’emoglobina e le condizioni di stress ossidativo provocate dell’infezione stessa, possono provocare l’emolisi degli eritrociti ostacolando la maturazione dei trofozoiti. Nonostante queste mutazioni siano dannose (quasi sempre letali in omozigosi), grazie alla protezione conferita nei confronti della malaria si trovano ad alte frequenze in popolazioni che vivono in zone endemiche (o ex endemiche) per malaria (bacino del mediterraneo, Africa sub-sahariana, sud-est asiatico). Tranne per l’emoglobina C,in queste popolazioni la frequenza delle mutazioni di resistenza è comunque destinata ad arrivare ad un valore di equilibrio (intorno al 15-20%) che rispecchia lo svantaggio dovuto alla letalità della mutazione ed il vantaggio rispetto alla malaria. Nelle zone non malariche, queste mutazioni generalmente sono molto rare o assenti poiché la loro letalità non è controbilanciata da effetti positivi.
Malaria in gravidanza
Maggiore rischio di forme gravi
Complicanze: anemia materna, parto prematuro, basso peso alla nascita, mortalità materna e neonatale
P. falciparum sequestra nella placenta (placentar malaria)
Malaria nei bambini
Principale causa di mortalità nei bambini < 5 anni in Africa
Rischio elevato di anemia grave, malaria cerebrale, ipoglicemia
Diagnosi e trattamento
DIAGNOSI
Attualmente la pratica diagnostica si basa su due approcci: quello clinico che identifica i sintomi della malattia, e quello volto a isolare e riconoscere l’agente causale, utilizzando test immunocromatografici o, molto più comunemente, con osservazioni al microscopio.
Il quadro clinico può presentarsi fortemente atipico in persone sottoposte a chemioprofilassi antimalarica a dosaggi inadeguati o con farmaci non più efficaci per fenomeni di resistenza, o che siano parzialmente immuni dopo lunghe permanenze in aree endemiche, nonché nella prima infanzia.
Microscopia ottica (gold standard)
Striscio sottile: identificazione della specie e quantificazione della parassitemia
Goccia spessa: maggiore sensibilità per infezioni a bassa parassitemia
Richiede personale esperto
Per porre diagnosi di malaria deve essere preparato uno striscio di sangue prelevato dalla puntura di un dito. Lo striscio è fissato con metanolo prima della colorazione; la goccia spessa è colorata senza essere fissata. Nelle infezioni da P. falciparum, la densità del parassita dovrebbe essere stimata contando la percentuale di emazie infettate, non il numero dei parassiti.
Rapid Diagnostic Tests (RDT)
Basati su rilevazione di antigeni parassitari (HRP2 per P. falciparum, pLDH per altre specie)
Uso diffuso in aree con risorse limitate
Problema emergente: delezioni del gene hrp2/hrp3 in P. falciparum (Africa, Asia, Sud America) → falsi negativi degli RDT HRP2-based
Nuovi RDT pan-Plasmodium in sviluppo
PCR (Polymerase Chain Reaction)
Alta sensibilità e specificità
Differenzia le specie anche nelle coinfezioni
Fondamentale per conferma in casi con RDT negativi ma sospetto clinico elevato
Real-time PCR e PCR digitale droplet (ddPCR) per monitoraggio resistenze
LAMP (Loop-mediated isothermal amplification)
Test molecolare rapido, non richiede termociclatore
Crescente utilizzo in contesti a risorse limitate
Diagnosi di resistenza
Genotipizzazione molecolare per mutazioni K13 (P. falciparum), Kelch13, plasmepsina II/III
Fenotipizzazione in vitro (RSA – Ring-stage Survival Assay)
TRATTAMENTO
I plasmodi sono diventati fortemente resistenti a quasi tutti i farmaci che sono stati prodotti per combatterli, così come a numerosi insetticidi utilizzati per disinfestare le zone malariche. La resistenza alla clorochina, l’antimalarico meno costoso e più diffuso, è ormai comune in tutta l’Africa sudorientale. In queste stesse zone si è ormai affermata una forma di resistenza anche ad un altro farmaco, alternativo alla clorochina e altrettanto economico, la sulfadossina-pirimetamina. Molti Paesi sono così costretti a utilizzare nuove combinazioni di farmaci molto più costosi. Una rapida risposta all’insorgenza, con trattamento farmacologico con i farmaci più recentemente sviluppati e dati in combinazione, in alternativa alle monoterapie tradizionali, può ridurre significativamente il numero di morti. L’uso esteso e poco controllato di terapie a base di chinolina e di antifolati ha contribuito ad aumentare lo sviluppo delle resistenze. Nell’ultima decade, un nuovo gruppo di antimalarici, diversi composti combinati dell’artemisinina (ATCs), stanno dando ottimi risultati terapeutici anche nell’arco di una settimana, con riduzione della presenza di plasmodio e quindi della sua capacità di trasmissione e miglioramento dei sintomi della malaria.
TERAPIA
Principi generali
Il trattamento deve essere iniziato rapidamente dopo diagnosi confermata
Identificare la specie infettante e la provenienza geografica (per orientare la probabilità di resistenza)
Valutare gravità clinica: malaria non complicata vs malaria grave/complicata
Considerare sempre gravidanza, età, coinfezioni, controindicazioni
Trattamento malaria non complicata da P. falciparum
Terapie di combinazione a base di artemisinina (ACT) — prima linea OMS
ACT
Schema
Note
Artemether/lumefantrina (Coartem®, Riamet®)
3 giorni
Prima linea in molti paesi africani
Artesunate/amodiaquina
3 giorni
Africa occidentale
Artesunate/meflochina
3 giorni
Asia Sud-Est
Artesunate/sulfadossina-pirimetamina
3 giorni
Alcune aree Africa/Asia
Diidroartemisinina/piperachina (Eurartesim®)
3 giorni
Ottima efficacia, in crescita
Artesunate/pyronaridina (Pyramax®)
3 giorni
Approvato EMA; in espansione
Trattamento malaria grave
Artesunato EV/IM — GOLD STANDARD
Dose: 2.4 mg/kg EV a 0, 12, 24 ore, poi ogni 24 ore
Superiore alla chinina EV in RCT (studio AQUAMAT, SEAQUAMAT)
Approvato EMA, FDA, disponibile in Italia (uso ospedaliero)
Dopo stabilizzazione clinica → completare con ACT orale (3 giorni)
Chinina EV — alternativa quando artesunato non disponibile
Usata in associazione con doxiciclina o clindamicina
Senza trattamento degli ipnozoiti → recidive fino a 3–5 anni
Resistenza all’artemisinina — situazione 2026
Storia e diffusione
La resistenza parziale all’artemisinina (P. falciparum) è mediata principalmente da mutazioni nel gene Kelch13 (K13), in particolare la variante C580Y, che compromette l’efficienza dell’artemisinina sugli stadi anulari del parassita.
Situazione geografica attuale (2026)
Asia Sud-Est (Grande Mekong):
Resistenza parziale all’artemisinina consolidata in Cambogia, Laos, Myanmar, Vietnam, Tailandia
Fallimento terapeutico della triplice terapia: resistenza combinata anche alle partner drugs (meflochina, piperaquina, lumefantrina)
Cambogia: resistenza a DHA/Piperaquina >50% in alcune aree; artesunate/meflochina ancora efficace
TRAT (Triple Artemisinin-based Combination Therapy): in sperimentazione come risposta alla multi-resistenza → artesunate + meflochina + piperaquina (fase III in corso)
Africa (NUOVO — emergenza prioritaria 2026):
Mutazioni K13 validate (C580Y, R539T, M476I) rilevate in Uganda, Rwanda, Eritrea, Tanzania, Horn of Africa
Efficacia ACT ancora superiore a 90% nella maggior parte dei paesi africani, ma trend in deterioramento in Uganda orientale
OMS ha dichiarato emergenza di sanità pubblica per la diffusione della resistenza in Africa nel 2024
Sorveglianza molecolare intensificata tramite rete ICEMR e WHO-SEARO/AFRO
South America:
Bassa-moderata efficacia delle ACT in alcune aree dell’Amazzonia venezuelana/brasiliana
Mutazioni K13 identificate ma di minore rilevanza clinica rispetto all’Asia al 2026
Nuovi farmaci antimalarici (2025–2026)
Ganaplacide (KAF156) — Novartis
Nuovo meccanismo d’azione: inibizione della proteina PfCARL e della plasmodesinina
Attivo contro ceppi resistenti alle ACT
Fase II completata con buona efficacia; fase III in corso
Non ancora approvato
Cabamiquina (MMV533)
Inibitore della PI4K (P. falciparum phosphatidylinositol 4-kinase)
Attivo su tutti gli stadi del ciclo di vita
Fase IIb completata; promettente in combinazione
Fosmidomicina
Inibitore della via del metileritritolo fosfato (MEP pathway)
Usata in combinazione con clindamicina
Fase II con risultati moderati; ricerca in corso
Ferroquina (SSR97193)
Derivato della clorochina con gruppo ferrocenico → attivo su ceppi cloro-resistenti
In combinazione con artesunato; studi di fase III
SJ733 (UCT943) e altri inibitori PfATP4
Classe degli “spiroindoloni” (cipargamin: già approvato in via sperimentale)
Rapidamente attivi, potenzialmente monoattivi
Fase II
Anticorpi monoclonali terapeutici
In fase precoce di sviluppo come trattamento della malaria grave
TRAT (Triple ACT)
Artesunate + Amodiaquina + Piperaquina: studio WANECAM2 (2023) ha mostrato superiorità rispetto alle ACT standard in Africa occidentale
Considerata la prossima linea di trattamento di fronte all’avanzare delle resistenze
Prevenzione e vaccinazione
Controllo e prevenzione
i fattori che possono favorire lo sviluppo di un’epidemia sono sia naturali, come una variazione climatica o un’inondazione, che antropici, come una guerra o lo sviluppo di opere agricole, di dighe, di miniere o l’incapacità di esercitare un controllo sulla zanzara, il vettore del plasmodio. Grandi movimenti migratori interni a un continente favoriscono ancor più l’esposizione di popolazione vulnerabile al parassita. La combinazione di fattori meteorologici, socioeconomici ed epidemiologici, sia a livello locale che globale, può permettere una previsione del rischio di epidemie, soprattutto se dovute a fattori antropici. Lo studio accurato dei fenomeni epidemici del passato e la costruzione di una rete di monitoraggio e di un database per registrare l’occorrenza e la prevalenza della malaria nelle diverse zone diventano quindi importanti strumenti di prevenzione.
-La protezione dalla puntura degli insetti è la prima precauzione da prendere per prevenire la malaria.
Questo si può attuare mediante una serie di abitudini comportamentali (alla sera e al mattino indossare indumenti ampi che giungano a coprire polsi e caviglie; in certe zone adottare l’impiego di zanzariere che avvolgono il letto durante la notte, meglio se impregnate di insetticida) o mediante l’uso di presidi chimici (repellenti ad uso cutaneo ad esempio a base di DEET, uso di spirali zanzarifughe al piretro, uso di altri piretroidi di sintesi e mediante fornelletti elettrici) o, meglio ancora, a base di sostanze naturali.
La profilassi farmacologica è un mezzo importante per evitare il rischio di contrarre la malaria; il parassita, inoculato dall’insetto vettore, viene ucciso dal farmaco prima di poter esercitare i suoi nefasti effetti sul malcapitato individuo.
Perché possa essere prescritta la profilassi farmacologica più idonea per ogni singolo viaggiatore, è consigliato rivolgersi ad un Centro specializzato in malattie Tropicali o comunque ad un medico esperto nelle stesse. La profilassi farmacologica è strettamente individuale e può variare non solo da persona a persona, ma anche a seconda del Paese visitato, dalla durata della permanenza del viaggiatore nello stesso, nonché dal periodo dell’anno in cui viene effettuato il soggiorno.
Protezione meccanica
la prima difesa da attivare per evitare il rischio malarico consiste nell’evitare le punture delle zanzare. La zanzara femmina di Anopheles, vettore del parassita malarico, usa stimoli termici ed olfattori, ma anche visivi, per localizzare l’ospite da pungere per realizzare il suo pasto a base di sangue. In particolare viene attratta da concentrazioni di anidride carbonica. I colori scuri attirano l’insetto in questione che usa pungere al tramonto e durante le prime ore della notte. Alcuni profumi o fragranze naturali possono attirare le zanzare ed indurle alla puntura. – All’interno di abitazioni: ·la protezione delle finestre con retine trattate con insetticidi e l’utilizzo di zanzariere impregnate con insetticidi sopra i letti può conferire una buona protezione; l’impiego di aria condizionata diminuisce notevolmente il rischio di punture di insetti.
In ambiente esterno
Utilizzare abiti che coprano bene, preferibilmente camicie con maniche lunghe e pantaloni lunghi, in particolare dal tramonto alla sera; consigliabile passare repellenti o insetticidi sui vestiti per diminuire ulteriormente il rischio di puntura.
I repellenti sono sostanze chimiche che allontanano l’insetto:
La maggior parte dei repellenti contiene DEET (N,N-diethyl-methyl-toluomide) sostanza molto attiva in uso da oltre 40 anni. Altri repellenti sintetici sono attivi per circa 3-4 ore e vanno applicati periodicamente (ogni 3 ore circa) durante esposizione a rischio malaria. ·I repellenti non devono essere inalati o ingeriti e sono pericolosi su pelli irritate o sugli occhi. Vanno usati con prudenza nei bambini e mai applicati sulle loro mani perché facili strumenti di contaminazione degli occhi e della bocca. L’acqua può facilmente togliere dalla pelle i diversi tipi di repellenti.
Il repellente va applicato su tutta la parte del corpo scoperta: è provato che le zanzare possano pungere a meno di un centimetro da una zona coperta.
Si sconsiglia l’uso di repellenti chimici
:nei bambini inferiori ad un anno di età;
ai residenti per lunghi periodi (tossicità da accumulo);
alle donne in gravidanza.
E’ invece raccomandato l’uso di repellenti a base di sostanze naturali non nocive quali , ad esempio, il NoZeta Neem
Gli insetticidi
Sono sostanze chimiche che attaccano il sistema nervoso dell’insetto e lo uccidono.
Insetticidi sintetici a base di piretroidi (permetrina, deltametrina ed altre).
Insetticidi naturali a base di piretro (ottenuti dai fiori Crisantenum cineraricefolium).
Il piretro agisce sia come insetticida che come repellente.
Permetrina e deltametrina contenuti in molti insetticidi sono prodotti considerati poco tossici per i soggetti adulti e quindi possono essere utilizzati negli ambienti chiusi anche in presenza di bambini piccoli al di sotto dei due anni di età. Per loro adottare sostanze naturali
L’utilizzo degli insetticidi sui vestiti e sulle zanzariere mantiene la loro efficacia per circa 2-3 mesi . Per gli adulti non è considerato tossico.
Malaria e gravidanza
Le donne che risiedono in aree endemiche possiedono, nella maggior parte dei casi, una semi-immunità; questa può calare temporaneamente durante la gravidanza (con conseguenza anche drammatiche, soprattutto nelle primigravide) e si attenua col tempo negli individui che abbandonano le zone endemiche (scompare dopo 2 anni di distanza). Il rischio di morte da malaria della donna aumenta in gravidanza, il rischio di aborto e di parto di feto morto o aumenta l’incidenza di morte neonatale. Non andare in zone malariche a meno che non sia assolutamente necessario. L’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) consiglia alle donne in gravidanza di non andare in vacanza in aree in cui ci sia trasmissione di P. falciparum clorochino-resistente.
Consigli in gravidanza:
essere molto diligenti nell’uso di misure di protezione contro le punture di zanzare;
utilizzare per profilassi la clorochina e il proguanil;
nelle aree con clorochino-resistenza del P. falciparum si deve usare l’associazione clorochina-proguanil nel primo trimestre di gravidanza; la meflochina può essere utilizzata solamente dal 4° mese di gravidanza in avanti;
non usare la Doxiciclina per profilassi;
cercare immediatamente assistenza medica se si sospetta la malaria e fare l’autotrattamento di emergenza (famaco di scelta è il chinino) solo se non è possibile trovare immediatamente un medico. Si deve ricorrere ad un medico comunque dopo l’autotrattamento.
La malaria e i bambini
I bambini sono considerati soggetti a rischio malaria poiché possono sviluppare forme perniciose che conducono all’exitus in tempi brevi.
Nelle aree endemiche i bimbi sono protetti per i primi 6 mesi dall’immunità passiva materna, data dagli anticorpi ereditati dalla madre, poi si ha una progressiva acquisizione di una “semi-immunità”, per successive esposizioni alle infezioni del plasmodio. Si hanno ricorrenti attacchi di malaria, dall’età di pochi mesi fino a 5-10 anni, prima di raggiungere uno stato di semi-immunità. Molti bimbi soffrono di ritardo di crescita e altri muoiono. Se i bimbi sopravvivono, mantengono la semi-immunità per continue reinfezioni, per tutta la vita, finché risiedono in area endemica. Questa viene considerata tale perché durante la vita si hanno ugualmente ricorrenti episodi di parassitemia, di breve durata e bassa carica, per lo più asintomatici o paucisintomatici (con pochi sintomi).
Non portare i neonati ed i bambini piccoli in aree malariche a meno che non sia assolutamente necessario;
proteggere i bambini dalle punture di zanzare; sono disponibili zanzariere per culle e lettini: tenere i bambini piccoli sotto la protezione di zanzariere nel periodo che va dall’alba al tramonto;
dare la profilassi antimalarica ai bambini ancora allattati al seno e a quelli che sono allattati al biberon poiché essi non sono protetti dalla profilassi che la madre ha eventualmente fatto prima;
la clorochina ed il proguanil possono essere somministrati con sicurezza ai neonati ed ai bambini piccoli. Per la somministrazione i farmaci possono essere indorati con marmellata, banane ed altri cibi;
non dare sulfadossina-pirimetamina o sulfalene-pirimetamina a neonati sotto i tre mesi d’età;
non dare doxiciclina per chemioprofilassi ai bambini sotto gli 8 anni d’età;
tenere tutti i farmaci antimalarici al di fuori della portata dei bambini rinchiusi in contenitori che non possono essere aperti dai bambini stessi. La clorochina è particolarmente tossica per i bambini se si eccede la dose raccomandata;
consultare immediatamente un medico se un bambino sviluppa una malattia febbrile. I sintomi di malaria nei bambini possono non essere tipici cosicché la malaria deve essere sempre sospettata. Nei bambini di età inferiore ai tre mesi la malaria deve essere sospettata perfino in caso di malattia non febbrile;
la febbre in un bambino di ritorno da un viaggio in area malarica dovrebbe essere considerata sintomo di malaria almeno che non sia provato il contrario;
in caso di autotrattamento il chinino può essere somministrato senza limiti di peso o di età. La meflochina può essere utilizzata al di sopra dei 15 Kg di peso.
L’OSM sconsiglia di portare in vacanza neonati e bambini piccoli in aree malariche, in particolare dove vi sia trasmissione di P. falciparum clorochino-resistente.
VACCINAZIONE CONTRO LA MALARIA PEDIATRICA
VACCINI ANTI-MALARICI (aggiornamento 2026) Ancora non esiste il vaccino antimalarico per la popolazione adulta
RTS,S/AS01E (Mosquirix™) — GSK
Meccanismo: vaccino proteico subunitario basato sulla proteina circumsporozoitica (CSP) di P. falciparum, adiuvato con AS01E. Induce risposta immunitaria umorale e cellulare contro lo stadio epatico.
In fase di introduzione nei programmi vaccinali di almeno 12 paesi africani al 2026
Produzione: Serum Institute of India prevede produzione di 100–200 milioni di dosi/anno — elemento cruciale per la scalabilità
Vaccini in fase avanzata di sviluppo (pipeline 2026)
Vaccino
Stadio
Target
Note
PfSPZ (Sanaria)
Fase III
Sporozoiti attenuati irradiati
Alta efficacia in adulti (fino a 80%), logistica complessa (azoto liquido)
BNT111 (BioNTech)
Fase I/II
mRNA – CSP
Prima piattaforma mRNA anti-malarica
ChAd63/MVA ME-TRAP
Fase II
Stadio epatico, trappola+
Vettore virale, Oxford
Vaccino trasmissione-bloccante (TBV)
Fase II
Gametociti/zanzara
Riduce trasmissione nella comunità
Considerazioni pratiche per il viaggiatore
RTS,S e R21 non sono attualmente indicati né disponibili per i viaggiatori adulti non residenti in zone endemiche
Ricerca in corso per estendere l’uso a adulti e viaggiatori
Bibliografia sul vaccino antimalarico
WHO. World Malaria Report 2024. Geneva: World Health Organization; 2024.
Datoo MS, et al. Efficacy and immunogenicity of R21/Matrix-M vaccine against clinical malaria after 2 years’ follow-up in children in Burkina Faso: interim results of a phase 1/2b randomised controlled trial. Lancet Infect Dis. 2022;22(12):1728–1736.
Datoo MS, et al. Efficacy of a low-dose candidate malaria vaccine, R21 in adjuvant Matrix-M, with seasonal administration to children in Burkina Faso: a randomised controlled trial. Lancet. 2021;397(10287):1809–1818.
WHO. Malaria vaccine: WHO position paper — March 2022. Wkly Epidemiol Rec. 2022;97(9):57–76.
Olotu A, et al. Seven-Year Efficacy of RTS,S/AS01 Malaria Vaccine among Young African Children. N Engl J Med. 2016;374:2519–2529.
Minassian AM, et al. Reduced blood-stage malaria growth and immune correlates in humans following RTS,S/AS01 vaccination. JCI Insight. 2021;6(9).
Nunes-Cabaço H, et al. Five-year follow-up of PfSPZ Vaccine against Plasmodium falciparum. NPJ Vaccines. 2022;7:44.
GAVI. Malaria vaccine supply and introduction. 2024. Disponibile su: www.gavi.org
PATH Malaria Vaccine Initiative. R21/Matrix-M program updates 2024. www.path.or
Notizie e bibliografia vaccino antimalarico
Notizie Dalle esperienze vissute nelle diverse aree tropicali una valutazione ed un parere personale sulla approvazione del nuovo vaccino per la malaria, (clicca per leggere l’articolo) Bibliografia
Dagli studiosi ed esperti dell’Organizzazione Mondiale della Sanità
MEDICINA TRADIZIONALE E CURA DELLA MALARIA NEI DIVERSI CONTINENTI
Premessa
La medicina tradizionale ha avuto — e continua ad avere — un ruolo fondamentale nella gestione della malaria nelle comunità rurali di tutto il mondo. In molte regioni endemiche, la prima risposta alla febbre malarica avviene ancora attraverso rimedi erboristici e pratiche tradizionali, spesso prima dell’accesso alle strutture sanitarie. L’OMS (WHO Traditional Medicine Strategy 2019–2025) riconosce l’importanza di integrare le medicine tradizionali nei sistemi sanitari, garantendone sicurezza ed efficacia.
Africa
Africa Occidentale e Centrale
Artemisia annua (Qing Hao): reintrodotta anche in Africa attraverso programmi ONG; foglie consumate in infuso; controversa per dosaggio inconsistente; l’OMS sconsiglia l’uso di A. annua non estratta come alternativa alle ACT
Cryptolepis sanguinolenta (Ghana, Nigeria): alcaloide criptolepsina con provata attività antimalarica in vitro e in vivo; alcuni studi clinici fase II mostrano efficacia paragonabile alla clorochina per malaria non complicata
Neem (Azadirachta indica): foglie in decotto, largamente usate in Africa occidentale; attività antiparassitaria dimostrata in studi di laboratorio
Moringa oleifera: foglie e semi usati come antipiretico
Carica papaya (foglie): estratti usati per febbre malarica e trombocitopenia; studi preliminari su aumento delle piastrine
Riti di purificazione spirituale, uso di amuleti e intervento degli guaritori tradizionali (féticheurs, marabout): ancora diffusi come componente rituale-religiosa del trattamento
Africa Orientale
Warburgia ugandensis: corteccia usata in Uganda e Kenya come antipiretico/antimalarico
Vernonia amygdalina (“foglia amara”): largamente usata in Kenya, Tanzania, Uganda; estratti etanolici mostrano attività anti-Plasmodium in studi preclinici
Ocimum suave: infuso di foglie; uso tradizionale come antipiretico
Artemisia annua: la fonte originale dell’artemisinina, usata nella medicina cinese tradizionale (MTC) da 2.000 anni come “Qing Hao”; la ricercatrice Tu Youyou isolò l’artemisinina da questa pianta nel 1972 (Premio Nobel 2015)
Andrographis paniculata (India, Tailandia): “re dei rimedi amari”; andrografolide con proprietà antiprotozoali documentate
Swertia chirata: amaro hepatoprotettivo, tradizionalmente usato per febbre malarica
Pratiche: digiuno, somministrazione di erbe amare, purificazione secondo i principi tridosha
Cina — Medicina Tradizionale Cinese (MTC)
Changshan (Dichroa febrifuga): febrifugina, alcaloide antiplasmoidale; usato per 2000 anni; ancora studiato per attività su P. falciparum resistente
Qing Hao (Artemisia annua): come sopra, fonte dell’artemisinina moderna
Agopuntura e cupping: usati come supporto sintomatologico
America Latina
Quina (Corteccia di China, Cinchona spp.): il contributo più importante della fitoterapia tradizionale alla farmacologia moderna; i Quechua peruviani usavano la corteccia essiccata contro la febbre; i gesuiti la portarono in Europa nel XVII secolo; la chinina fu isolata nel 1820 da Pelletier e Caventou
Artemisia absinthium e A. annua: utilizzate in diverse comunità amazzoniche come antimalarico empirico
Uncaria tomentosa (Uncaria, “Garra del gatto”): Amazzonia peruviana; immunomodulatore, studi preclinici su Plasmodium
Petiveria alliacea: Bolivia, Brasile; radici con attività antipiretica tradizionale
Bidens pilosa: Brasile; estratti mostrano attività antiprotozoale in modelli murini
Curanderos e Chamanes: figure centrali nella medicina tradizionale amazzonica; integrano cerimonie spirituali con uso di piante medicinali nel trattamento della febbre malarica
Oceania
Papua Nuova Guinea
Piper methysticum (Kava): uso cerimoniale e medicinale
Carica papaya e Morinda citrifolia (Noni): usi tradizionali antipiretico/antimalarici
Pratiche di guarigione tribali con piante locali non ancora completamente catalogate
Integrazione OMS e prospettive di ricerca
L’OMS ha avviato programmi di:
Farmacopea delle piante medicinali africane: raccolta e standardizzazione dei rimedi tradizionali
Programma AFRO-TM: ricerca sull’integrazione delle medicine tradizionali per la malaria
Posizione OMS su Artemisia: sconsiglia l’uso di foglie non estratte per il rischio di dosi subterapeutiche e sviluppo di resistenza; supporta invece la ricerca su nuovi estratti standardizzati
Il caso paradigmatico: l’artemisinina — oggi farmaco standard — deriva direttamente dalla medicina tradizionale cinese. Questo modello di “bioprospecting” rimane un punto di riferimento per la ricerca futura.
Dove e quanto si è diffusa la febbre emorragica da Virus Dengue?
La “Febbre da virus Dengue” negli ultimi decenni si è diffusa a macchia d’olio e si è imposta come emergenza di sanità pubblica nella maggior parte dei paesi tropicali. In Africa si è diffusa in modo particolare negli ultimi venti anni, in Asia ed in particolare in America Centrale e Meridionale è una malattia endemica con epidemie diffuse. (OMS 2021 CLICCA)
Il “vettore primario” per questa malattia è una zanzara, la Aedes, che è diffusa nella maggior parte dei paesi equatoriali e tropicali, e si sviluppa in particolare nelle zone urbane dove gli abitanti sono molto suscettibili all’infezione. Il processo di urbanizzazione selvaggia degli ultimi trenta anni ha lasciato, in molti paesi depressi, la popolazione con sistemi fognari a cielo aperto, con discariche inserite nel tessuto urbano, con sistemi per la raccolta delle acque non controllati e con dispersioni di acqua in altissime percentuali. Acquitrini e paludi all’interno e nelle periferie delle città costituiscono un polmone per la presenza delle zanzare. Tutto questo ha consentito la formazione di ambienti favorevoli all’insediamento ed alla crescita del vettore, velocizzando in questo modo la diffusione dell’infezione.
Come si manifesta la febbre emorragica da virus Dengue?
La “febbre da virus dengue” può manifestarsi in diversi modi. Da una “infezione asintomatica” ad una “malattia lieve” fino a “forme gravi e mortali” . Studi epidemiologici in diversi continenti stimano che una su quattro infezioni manifestino sintomi. Oltre il 70% delle persone punte da zanzare con il virus si infetta in modo asintomatico. Un 30/35 % delle persone infettate manifesta la malattia e i sintomi si manifestano in modo acuto da lievi a moderati e generalmente aspecifici.
Quanti sono i tipi del virus della Dengue
I 4 TIPI DELLA DENGUE
Quattro sono i tipi di virus della Dengue. Ogni tipo induce una immunità specifica verso il proprio ceppo, di lunga durata, ma che non copre gli altri tipi. Quindi le persone possono essere infettate dal virus della dengue fino a quattro volte.
Le forme gravi e talvolta mortali di malattia incorrono in circa 1 paziente su 20.La seconda infezione da DENV è un fattore di rischio per la dengue grave.
La febbre da virus dengue è classificata in (1) dengue o (2) dengue grave;
(1) DENGUE è definita, in una persona febbrile che ha viaggiato o vive in un’area endemica, da una combinazione di 2 o più dei seguenti segni o sintomi. Tra i sintomi: la nausea, il vomito, eruzioni cutanee, dolori, un test del laccio emostatico positivo, la leucopenia. Tra i segni: dolore o dolorabilità addominale, il vomito persistente, l’accumulo di liquidi, il sanguinamento della mucosa, la letargia, l’irrequietezza e epato e splenomegalia.
(2) DENGUE GRAVE è definita con uno qualsiasi dei seguenti sintomi: una grave perdita di sangue che porta a shock, l’accumulo di liquidi con distress respiratorio; un grave sanguinamento; una grave insufficienza epatica con transaminasi ad oltre ≥1.000 UI/L, alterazione della coscienza, una insufficienza cardiaca.
Questa classificazione sostituisce la precedente in uso dal 1975 al 2009 classificate come (1) febbre da dengue; (2) febbre emorragica dengue (DHF);
(3) sindrome da shock dengue – la forma più grave di DHF.
Come viene classificato l’agente infettivo della Dengue e quale è il suo ciclo vitale?
CARATTERISTICHE DEL VIRUS DELLA DENGUE Il virus della “febbre da Dengue” appartiene alla famiglia dei Flaviviridae ed ha quattro principali sierotipi simili tra loro: DEN-1, DEN-2, DEN-3, and DEN-4. Questi sierotipi del virus hanno un genoma ad RNA.
Quali altri virus oltre quelli della DENGUE fanno parte della famiglia dei “FLAVIVIRUS” ?
Fanno parte della “famiglia dei Flavivirus” altri virus causa di febbri emorragiche presenti prevalentemente in aree tropicali quali: la febbre gialla; l’encefalite di Saint-Louis (america del nord); l’encefalite giapponese; West Nile virus; .
Tutte queste malattie sono trasmesse da artropodi, soprattutto da diversi tipi zanzare e da zecche degli animali, e questi virus causa di queste malattie sono anche denominati Arbovirus ossia “arthropod borne virus” – virus trasmesso da artropodi.
I Flavivirus sono virus con genoma ad RNA a singolo filamento positivo appartenenti alla famigliaFlaviviridae. La struttura di questi virus è formata da alcune molecole proteiche più esterne che formano il “pericapside”; molecole proteiche più interne che formano il ”capside”; ed una sola molecola ad RNA, con un senso di lettura 3′ – 5′.
I “VIRIONI” della DENGUE sono di forma sferica, dotati di un “PERICAPSIDE” della dimensione di 50 nm. Questo ricopre un “NUCLEOCAPSIDE” della dimensione di 30 nm di diametro. [A] “capside virale”: composto da tre proteine strutturali: (1) proteine di rivestimento esterno (E); (2) proteine del capside (C); (3) proteine di membrana interna (M); Le glicoproteineE, envelope esterno, svolgono un ruolo centrale nella biologia delle infezioni. Costituiscono il legame del virus con la superficie cellulare e favoriscono la penetrazione nella cellula bersaglio. Questa proteina esterna (E) è il “bersaglio” della risposta immunitaria dell’organismo ospite. La proteina E è costituita da 500 aminoacidi con tre “domini antigenici”.
Le 90 glicoproteine dimeriche (E) sono coinvolte nell’attacco e nella penetrazione nella cellula. Sono disposte parallelamente alla superficie del virione, formando una struttura “a spina di pesce” a simmetria icosaedrica. Questa struttura è stata sudiata nel VIRUS della DENGUE tipo 2, nell’ WNVirus nel virus dell’encefalite trasmessa da zecche. La conferma di questa struttura è arrivata dalle immagini ottenute con la microscopia crioelettronica.
La proteina interna del capside ( C ) è una proteina strutturale ed ha la funzione di assemblare insieme le parti del virione.
I virioni del virus DENGUE si assemblano nel citoplasma cellulare, via via che vengono prodotte le proteine dai ribosomi delle cellule ospiti e, migrando verso la periferia della cellula, vengono liberati all’esterno per un processo di “gemmazione” della membrana cellulare.
Il genoma del virus della Dengue contiene 11.000 paia di basi e la sua funzione è quella di passare l’informazione per codificare (realizzare) 3 proteine strutturali esterne e 7 proteine non strutturali ma funzionali per la replicazione virale: (a) tre proteine che costituiscono la struttura esterna del virus, il virione, ossia il “cappotto / corpo del virus”,
Le proteine sono denominate(C; prM; E); (B) sette diverse proteine che vengono prodotte e rilasciate nella cellula ospite (umana) e consentono la replicazione e la moltiplicazione dei virus (figli) (NS1, NS2a, NS2b, NS3, NS4a, NS4b, NS5)
I cinque sierotipi della famiglia della DENGUE
Il virus DENGUE esiste in cinque diversi sierotipi, denominati DENV-1, DENV-2, DENV-3, DENV-4 e DENV-5.
Ognuno dei diversi tipi di virus dengue può causare la malattia febbrile con sintomi acuti, causati da una risposta infiammatoria dell’organismo, spesso abnorme ed anche pericolosa per l’organismo stesso.
Come avviene la trasmissione della DENGUE?
Il “virus della febbre da virus dengue” è caratterizzato da due trasmissioni con differenti caratteristiche: [A] La “trasmissione / diffusione silvestre”, ossia in ambiente rupestre, di savana e di foresta, utilizzando vettori, in questo caso zanzare denominate AEDES, che succhiano sangue di “primati”, in questo caso di scimmie. Si ritrovano nelle foreste del Sud-est asiatico, dell’Africa e della America Latina. Nelle aree rurali delle aree tropicali la trasmissione avviene solitamente tramite puntura da parte di Aedes aegypti e altri tipi tra i quali Aedes albopictus denominata anche zanzara tigre dalle caratteristiche zampe a strisce di tigre. “Aedes albopictus” è la zanzara che si è anche diffusa in Europa, ed in particolare nel bacino del mediterraneo. [B] La “trasmissione cittadina” avviene tramite Aedes aegypti. Il ciclo vitale del vettore nelle aree urbane è caratterizzato da trasmissione “interumana”. L’ospite è l’uomo, che viene punto dalla zanzara, che trasmette il virus ad un altro individuo. La crescita incontrollata delle città, con ambienti favorevoli alla riproduzione delle zanzare, nelle aree endemiche per la dengue ha portato a un aumento esponenziale delle epidemie e della quantità di virus circolante. I cambiamenti climatici, con l’innalzamento delle temperature e dell’umidità, e il diffondersi di aree acquitrinose, hanno permesso la diffusione anche in zone originariamente risparmiate, in particolare nelle aree rivierasche dei paesi mediterranei, ma sempre più anche nelle aree interne e continentali. Queste condizioni hanno permesso ormai la diffusione di Aedes in molte zone d’Europa, con l’insorgenza di piccoli focolai, anche autoctoni di febbre da Flavivirus, ed in particolare casi di Dengue. e potrebbe, in futuro, rappresentare una minaccia per l’Europa.
L’infezione di un sierotipo causa una malattia simile agli altri, ma conferisce una immunità specifica per il sierotipo, a vita, ma non protegge dall’attacco degli altri sierotipi, che possono indurre una malattia simile, e indurranno un ulteriore immunità specifica solo per il sierotipo in questione. Per questo meccanismo di protezione immunitaria sierospecifica, ci si può infettare di DENGUE solamente 4 volte. Ma le reinfezioni possono essere pericolose per reazione immune ed infiammatoria abnorme.
E’ noto che la forma severa, pericolosa e particolarmente acuta, dovuta ad una risposta immune abnorme avviene in caso di infezione secondaria in individui che prima hanno avuto infezione da DENV-1 e che in seguito vengono infettati da DENV-2 o DENV-3. Una altra reazione particolarmente grave può avvenire in persone infettate prima da DENV-3 e poi reinfettate con DENV-2.
Le zanzare trasmettono con la loro puntura il virus agli esseri umani dopo che hanno punto una persona infetta, infettandosi. La trasmissione non è quindi diretta uomo – uomo, ma sempre attraverso la puntura di un vettore.
Il virus entra nel circolo, depositato dalla zanzara, che lo inocula nel microcircolo del sottocutaneo. Circola per 2-7 giorni ed è in questo periodo che un’altra zanzara, pungendo l’uomo infetto, può prelevarlo e trasmetterlo ad altri soggetti. Il “virione con genoma a RNA” entra nel microcircolo viene assorbito e va a legarsi alle membrane delle cellule endoteliali dell’ospite stesso. Sebbene il recettore al quale si legano dia luogo ad endocitosi, il virione comunque rimane momentaneamente bloccato nella cellula ospite all’interno di una vescicola.
Le membrane della cellula ospite sono associate a glicoproteine che contengono una regione che media la fusione fra la membrana cellulare e l’involucro esterno del virione. Questa fusione avviene in ambiente acido. Una volta avvenuta la fusione il virus perde il rivestimento esterno e comincia la traduzione del suo genoma. Si ha quindi la produzione di proteine virali fra il reticolo endoplasmatico e l’apparato del Golgi dove eventualmente le membrane cominciano a riavvolgere il genoma virale dando luogo alla moltiplicazione virale. I virioni si accumulano quindi nelle cellule dell’ospite. Lo step finale del ciclo vitale si ha con la fusione delle vescicole contenenti i virioni con le membrane delle cellule plasmatiche. A questo punto le particelle sono rilasciate e libere di infettare altre cellule.
Come avviene la trasmissione della malattia e quali sono le caratteristiche dell’incubazione?
I Flavivirus in genere, ed il virus della Dengue in particolare, vengono trasmessi attraverso la puntura di diversi tipi di zanzare. Il vettore principale per la Dengue è la zanzara del genere Aedesaegypti.Anche A. albopictus, che si è diffusa in Europa negli ultimi decenni, può trasmettere il virus. Questo tipo di zanzara si nutre di sangue umano prevalentemente di giorno, ma questa non è una regola fissa. Troviamo zanzare del genere Aedes attive anche durante il crepuscolo e la notte. Aedes, durante il pasto, punge individui, alcuni dei quali possono essere infetti del virus in questione. La zanzara, quindi, si infetta, e può rimanere infetta tutta la vita, diventando la causa di molteplici infezioni. Ogni esemplare vive dalle 2 alle 4 settimane, pungendo ed ovideponendo numerose volte. La zanzara può infettare un individuo per ogni puntura. E’ oramai accertato che le zanzare femmine possono trasmettere l’infezione alle generazioni successive. Difatti può passare il genoma virale alle larve amplificando il numero di zanzare adulte infette.
L’uomo diventa quindi l’ospite con cui infettarsi o da infettare. L’uomo funge quindi da ospite amplificatore della diffusione del virus. Anche alcuni tipi di scimmie possono essere infettate dalla puntura della zanzara Aedes e a sua volta infettare scimmie e uomini.
La zanzara del genere Aedes è uno dei pochi vettori che utilizza non solamente le raccolte di acqua per la crescita delle larve, ma anche un ambiente umido e questa caratteristica moltiplica in modo esponenziale la crescita e la diffusione di questo tipo di zanzare.
Porta di ingresso del virus e attività nelle cellule interne del sistema istio – linfocitario
La porta di ingresso dei Flavivirus, ed in particolare dei virus della Dengue è la CUTE. Il virus penetra insieme alla saliva dell’insetto. Nel sottocute e nel derma circostante all’inoculo i leucociti accorsi per difendere l’organismo da un nemico esterno, vengono attaccati. Il virus aderisce alla loro parete e penetra al loro interno, riproducendosi velocemente. In particolare il virus dengue aderisce allele cellule di Langerhans, cellule dendritiche, dalla forma a stella, che sono abbondanti nella cute, sotto cute e derma ed anche in alcune mucose. Hanno la funzione di attivare ed amplificare il sistema difensivo chiamando altri tipi di globuli bianchi con i loro segnali chimici. I Flavivirus (Dengue) entrano in questi tipi di globuli bianche attraverso il processo di endocitosi mediato dal contatto e interazione tra proteine virali e proteine specifiche presenti nella membrana cellullare. Queste proteine sono la lectina DC-SIGN, la CLEC5A ed il complesso proteico che forma il recettore per il mannosio. Questa interazione tra proteine virali e proteine della cellula di Langerhans o di altri GB quali monociti e macrofagi, consente l’entrata nella cellula stessa. Il virus comincia a replicare all’interno della cellula all’interno di microvescicole adese al sistema reticolo endoplasmatico. Qui il genoma virale ad RNA viene copiato attraverso l’attivazione dei ribosomi, e comincia la produzione delle che verranno assemblate nell’apparato di Golgi cellulare dove avviene la maturazione e la costituzione dei nuovi virioni che escono dalla cellula mediante il processo di esocitosi. Questi leucociti infetti si spostano verso i linfonodi più vicini.
Le membrane della cellula ospite sono associate a glicoproteine che contengono una regione che media la fusione fra la membrana cellulare e l’involucro esterno del virione. Questa fusione avviene in ambiente acido. Una volta avvenuta la fusione il virus perde il rivestimento esterno e comincia la traduzione del suo genoma. Si ha quindi la produzione di proteine virali fra il reticolo endoplasmatico e l’apparato del Golgi dove eventualmente le membrane cominciano a riavvolgere il genoma virale dando luogo alla moltiplicazione virale. I virioni si accumulano quindi nelle cellule dell’ospite. Lo step finale del ciclo vitale si ha con la fusione delle vescicole contenenti i virioni con le membrane delle cellule plasmatiche. A questo punto le particelle sono rilasciate e libere di infettare altre cellule.
I leucociti infetti producono interferone e altri fattori e molecole scatenanti diversi processi che inducono aumento della temperatura (febbre), dolore, brividi e sudorazione ed altri sintomi simil-influenzali.
Il sistema immunitario produce tra le diverse molecole gli interferoni molecole particolarmente attive nella difesa da infezioni virali. I sierotipi di dengue virus hanno la capacità di diminuire o neutralizzare l’efficacia dell’interferone. Sempre gli interferoni attivano i linfociti T contro i virus, ed anche i linfociti B che inducono la produzione di anticorpi contro gli antigeni virali. Alcuni tipi di virus Dengue riescono ad eludere questi meccanismi di attacco delle cellule difensive. I virus vengono trasportati lontano dai lisosomi del fagocita, evitano la distruzione e continuano a replicare.
Infezioni particolarmente gravi e con elevata presenza di virus coinvolgono anche il fegato il midollo osseo, causando lesione delle cellule del parenchima ma anche dell’endotelio dei vasi capillari. La replicazione del virus nelle cellule del midollo osseo altera i processi di emopoiesi. A causa di una alterazione del processo di maturazione delle cellule ematiche, diminuiscono in quantità e funzionalità le piastrine, causando piastrinopenia, più o meno accentuata, responsabile delle emorragie tipiche della dengue.
Sempre per effetto di alcuni meccanismi che esitano in lesioni cellulari da parte dei virus, in particolare a livello dell’endotelio vascolare, con aumento della permeabilità vascolare, passato il rapido periodo febbrile tipico dei primi giorni, si può verificare un versamento pleurico (accumulo di liquidi nel torace) o la presenza di ascite nell’addome. L’esito è una diminuzione dei liquidi intravascolari con ipovolemia e scarsa perfusione degli organi vitali.
Le manifestazioni di Dengue Grave, con shock o febbre emorragica si presentano in meno del 5% dei pazienti ed in particolare in coloro che sono infettati una seconda volta da un diverso sierotipo del dengue virus.
Incubazione
L’incubazione della malattia varia da 2 a 15 giorni con un esordio che generalmente è improvviso, acuto o iperacuto.
Distribuzione geografica
Agg. Del maggio 2023
Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità la “Febbre da virus Dengue” causa oltre 100 milioni di casi ogni anno in tutto il mondo. La Dengue è diffusa in tutto il Sud – Est Asiatico, nell’Asia sud – Occidentale, in Oceania ed in Estremo Oriente. E ‘presente anche nel continente africano. Si stima che oltre il 50% della popolazione mondiale sia a rischio di questa malattia.
Attualmente oltre 4 miliardi di persone vivono in 125 Paesi a rischio Dengue.
La diffusione della dengue continua ad aumentare ed in molte regioni tropicali nel post pandemia del Covid-19 ha avuto un aumento anche del 500/700%. Numeri impressionanti, anche per l’incuria a cui è stato abbandonato l’ambiente dove si riproducono gli insetti. L’Europa ed in particolare i paesi del bacino del mediterraneo, a causa dei cambiamenti climatici, per aumento di calore, umidità e piogge, ma anche per l’aumento di spostamento di merci e persone sono diventati paesi a rischio Dengue, dove già si presentano sporadici focolai autoctoni della malattia.
Quasi la metà della popolazione mondiale, circa 4 miliardi di persone, vive in aree a rischio dengue, e i numeri sono in aumento. La “febbre virale da Dengue” è diventata una delle principali cause di malattia nelle aree a rischio . Nell’Unione Europea la febbre dengue si verifica in modo sporadico, soprattutto nell’Europa continentale dove non esistono le condizioni per una diffusione della malattia con casi autoctoni. I paesi che si affacciano sul bacino del Mediterraneo, per le loro caratteristiche climatiche, sono diventati sede di focolai che si sviluppano indipendentemente dall’importazione dei casi dal tropico.
DISTRIBUZIONE AEDES IN EUROPA
I casi in Europa derivano da viaggiatori che tornano dopo essersi infettati dal tropico. Dal 1999, il Network europeo per la sorveglianza delle malattie infettive da importazione (TropNetEurop) ha riportato oltre 2000 casi di dengue fra i viaggiatori europei. Nella maggior parte dei casi, le infezioni sono state contratte, nell’ordine, in India, in Thailandia, in Indonesia, in Messico e in Brasile. Secondo il documento dell’Ecdc “Dengue Ferver: Short epidemiological update, 2009”, tra gennaio e giugno 2009 sono stati riportati nelle Americhe un totale di 480.909 casi di dengue, compresi 7.547 casi di febbre emorragica da dengue, con 189 decessi; il 91% di questi casi è stato segnalato in Argentina, Bolivia, Brasile e Colombia.
La dengue è emersa come un problema globale a partire dagli anni ’60. La malattia è comune in molte destinazioni turistiche popolari nei Caraibi (incluso Puerto Rico), nell’America centrale e meridionale, nel sud-est asiatico e nelle isole del Pacifico. Negli Stati Uniti, casi locali e una limitata diffusione della dengue si verificano periodicamente in alcuni stati con climi caldi e umidi e zanzare Aedes.
Chiunque viva o viaggi in un’area a rischio dengue è a rischio di infezione.
Quali sono i sintomi ed i segni della malattia?
Fase febbrile acuta iniziale
La “febbre da Dengue” si presenta con una sintomatologia acuta, generalmente violenta, dalle caratteristiche simil-influenzali. La malattia nei bambini si può manifestare con caratteristiche simili ad una influenza forte con presenza di roseole e reazioni cutanee. Gli adolescenti e gli adulti, rispetto ai bambini, presentano sintomi più leggeri con febbre più contenuta. La malattia si manifesta con sintomi caratteristici quali rialzo di temperatura elevato, mal di testa, dolore agli occhi, dolore anche importante alle articolazioni e ai muscoli. Talvolta manifestazioni eritematose esantematiche cutanee.
Febbre emorragica da Dengue DHF
La persona che si infetta con un sierotipo, per la prima volta, si immunizza verso questo sierotipo e difficilmente ammala una seconda volta. Ma se la stessa persona contrae una infezione con un sierotipo differente, è elevata la possibilità di una manifestazione di “febbre emorragica da Dengue (DHF)”. Questa forma morbosa, causata dall’infezione di un secondo tipo di dengue, differente dal primo, può portare manifestazioni particolarmente acute e talvolta fatali.
La DHF è caratterizzata da febbre acuta ed elevata; dolori generalizzati particolarmente violenti; manifestazioni cutanee caratterizzate da fenomeni emorragici petecchie, ecchimosi, porpora, epistassi, sanguinamento delle gengive, ematuria o risultato positivo del test del laccio emostatico.
Tra gli altri sintomi è frequente l’ingrossamento del fegato e della milza (epato-splenomegalia); collasso del sistema circolatorio.
Caratteristica della malattia la presenza di una febbre in rapida crescita; brividi squassanti e talvolta sudorazione; eritema facciale è l’inizio degli episodi anche di piccole emorragie puntiformi, dovute al crollo delle piastrine. La febbre con picchi fino a 41°C può durare generalmente dai 2 ai 5 giorni. Spesso, soprattutto nei bambini piccoli è accompagnata da convulsioni squassanti.
Senza un adeguato trattamento sintomatico, per il controllo dello stato di shock, il collasso cardio – circolatorio, la diminuzione drastica di piastrine, il paziente può morire in 12-24 ore.
Il tasso di letalità della “febbre emorragica da dengue” a una incidenza talvolta superiore al 30%;
I decessi sono prevalenti nei neonati < 1 anno.
Quali sono i segnali di avvertimento di aggravamento verso una DHF ?
Sono da considerare “segnali premonitori” di un peggioramento della febbre da dengue verso una forma grave o da DHF, quei sintomi che si manifestano al termine della fase febbrile (tardiva), durante il periodo della defervescenza della febbre (verso il 5° giorno di sintomi). Il manifestarsi di vomito persistente, dolore addominale importante, spesso crampiforme, edema diffuso per accumulo di liquidi; sanguinamento delle mucose e una ingravescente difficoltà respiratoria. Tutti questi sintomi in fase tardiva accompagnati talvolta da letargia o irrequietezza, tendenza all shock, ingrossamento rapido del fegato con dolenzia in ipocondrio destro e segni di emoconcentrazione, ossia aumento dell’ematocrito costituiscono elementi di aggravamento e segnali di avvertimento di evoluzione verso gravi forme da DHF.
Fase critica
La fase critica della dengue inizia durante la defervescenza della febbre con una durata tra le 24-48 ore.
I pazienti al termine della fase febbrile manifestano un miglioramento clinico, ma diversi soggetti, circa il 30%, a causa del un marcato aumento della permeabilità vascolare, a causa di una notevole perdita di plasma, entro poche ore, sviluppare una dengue grave, in evoluzione verso la dengue emorragica.
I pazienti con aumento della permeabilità vascolare, e perdita di plasma nelle cavità organiche possono presentare versamenti pleurici, ascite, ipoproteinemia e emoconcentrazione.
I pazienti, superata la fase iniziale sembrano manifestare un buono stato di salute, ma compaiono i primi segni di shock. Con l’ipotensione da perdita dei liquidi dal distretto vascolare, l’alta pressione diminuisce rapidamente e può comparire shock irreversibile e morte improvvisa.
Un altro evento grave e talvolta mortale Ia comparsa di gravi manifestazioni emorragiche, tra cui sangue nelle feci (ematemesi), feci sanguinolente o menorragia. Peggioramenti dello stato generale possono includere epatite, miocardite, pancreatite ed encefalite da virus Dengue.
Fase di convalescenza
La convalescenza inizia con la diminuzione della permeabilità capillare e vascolare. I liquidi intracavitari iniziano ad essere riassorbiti. Diminuisce l’edema sottocutanea, i versamenti pleurici e addominali.
Durante la fase di convalescenza si stabilizza lo stato cardio circolatorio, anche se si manifesta spesso una bradicardia reattiva. L’ematocrito del paziente, cresciuto in modo grave in precedenza, si stabilizza e diminuisce per effetto della diluizione del siero dovuta al riassorbimento dei liquidi. I leucociti aumentano nuovamente e le piastrine riequilibrano.
L’eruzione cutanea può desquamare ed essere particolarmente pruriginosa.
Come si effettua la diagnosi della Dengue e quale è il trattamento ?
La prima diagnosi o sospetto diagnostico è sempre clinico. I sintomi possono essere confusi con quelli del tifo esantematico da zecche (Rickettsie); della febbre da zecche del Colorado, della febbre gialla e con altre febbri emorragiche.
Il sospetto clinico per malattia da Dengue virus va considerato in tutti coloro che denunciano sintomi clinicamente compatibili e che vivono o hanno viaggiato nelle 2 settimane prima dell’esordio dei sintomi in aree endemiche per la malattia.
In chi presenta in modo acuto febbre, mal di testa, dolori muscolari e talvolta eruzioni cutanee al rientro da paesi endemici dell’area tropicale e subtropicale, va posto il sospetto diagnostico e prescritti esami per confermare la diagnosi.
Quali sono i “Test diagnostici” da fare per una corretta diagnosi di Dengue
Test RT-PCR per DENGUE VIRUS o test di amplificazione degli acidi nucleici (NAAT)
Anche per Dengue virus, come per molti altri virus, il test PCR o di “amplificazione degli acidi nucleici” risulta essere il “gold standard per la diagnosi di laboratorio”.
Il siero su cui eseguire la PCR deve essere raccolto nell’individuo dal momento dell’insorgenza dei sintomi fino al 7° giorno dopo l’esordio della malattia.
La conferma della presenza del virus può essere effettuata da un singolo campione di siero rilevando:
Le “sequenze genomiche virali” con la metodica RT-PCR
L’ ”antigene virale della proteina 1 (NS1) non strutturale della capsula esterna del virus con test immunologico.
La positività del test eseguito con le due metodiche è la conferma di laboratorio della malattia da dengue nei pazienti con una storia clinica o di viaggi effettuati in aree endemiche. La positività è presente nei primi 7 giorni di malattia ma può perdurare, soprattutto per la NS1, fino a due settimane.
Test sierologici
I test sierologici (o da studio del siero) identificano la presenza di
anticorpi del tipo M (IgM) che sono presenti nella prima fase della malattia, dopo 4 / 5 giorni dalla comparsa dei sintomi.
Anticorpi del tipo G (IgG), presenti nelle fasi di convalescenza dalla seconda settimana in avanti, non utile per la diagnosi della fase acuta della malattia in quanto rimangono rilevabili per tutta la vita dopo un’infezione da virus dengue.
Quindi in caso di sintomi sospetti e provenienza da zone endemiche il paziente deve essere sottoposto a test molecolare o antigenico (RT-PCR o NS1) e a test sierologico per la ricerca degli anticorpi (IgM).
Tuttavia, per il fenomeno della reattività crociata con altri flavivirus come Zika, l’interpretazione dei risultati e l’identificazione del virus, causa della malattia, può essere difficile.
La positività delle IgM in un campione di siero dimostra e conferma una recente infezione da virus della dengue per le persone che si sono infettate in luoghi in cui altri flavivirus potenzialmente cross-reattivi (come Zika, West Nile, febbre gialla e virus dell’encefalite giapponese) non sono presenti.
Flavivirus cross-reattivi
Nelle persone provenienti o residenti in aree dove sono presenti diversi flavivirus come Zika, West Nile, febbre gialla e virus dell’encefalite giapponese è probabile che i risultati siano falsificati per il fenomeno della cross-reattività. Per questo motivo devono essere eseguiti test diagnostici sia molecolari che sierologici per la dengue per identificare il virus, causa della malattia.
E’ possibile che persone vaccinate contro altri flavivirus (come la febbre gialla o l’encefalite giapponese) possono produrre anticorpi contro il flavivirus con reattività crociata, dando risultati falsi positivi ai test diagnostici, in particolare alla presenza di IgG.
Disponibilità di test di dengue
Presso il Cesmet Clinica del viaggiatore sono disponibili i test diagnostici per la dengue (molecolari e sierologici). Per informazioni scrivi cliccando qui e lasciando i dati richiesti. Oppure telefona al numero +390639030481
* Il test del liquido cerebrospinale è raccomandato nei pazienti sospetti con manifestazioni cliniche del sistema nervoso centrale come encefalopatia e meningite asettica.
Fase acuta: Iniziale 1-7 giorni dopo l’esordio dei sintomi
La fase acuta della malattia da virus dengue si sviluppa nei primi 1-7 giorni dopo l’esordio dei sintomi.
Durante questo periodo, il virus della dengue è presente nel sangue o nei fluidi derivati dal sangue come siero o plasma. L’RNA virale della dengue può essere rilevato con test molecolari. La proteina non strutturale NS1 è una proteina del virus della dengue che può essere rilevata con i test immunocromatografici e in immunofluorescenza.
Un risultato negativo di un test molecolare o NS1 non è definitivo nella diagnosi del virus. Per i pazienti sintomatici durante i primi 1-7 giorni di malattia, qualsiasi campione di siero deve essere testato mediante un test RT-PCR o NS1 e un test degli anticorpi IgM. L’esecuzione di test per anticorpi molecolari e IgM (o anticorpi NS1 e IgM) può rilevare più casi rispetto all’esecuzione di un solo test durante questo periodo di tempo e di solito consente la diagnosi con un singolo campione.
Fase di convalescenza: >7 giorni dopo l’esordio dei sintomi
Il periodo oltre i 7 giorni dopo l’insorgenza dei sintomi è indicato come la fase di convalescenza della dengue. I pazienti con risultati negativi del test PCR o NS1 e test anticorpali IgM negativi dai primi 7 giorni di malattia devono sottoporsi a un test convalescente per il test degli anticorpi IgM.
Durante la fase di convalescenza, gli anticorpi IgM sono solitamente presenti e possono essere rilevati in modo affidabile da un test degli anticorpi IgM. Gli anticorpi IgM contro il virus della dengue possono rimanere rilevabili per 3 mesi o più dopo l’infezione.
I pazienti che hanno anticorpi IgM contro il virus della dengue rilevati nel loro campione di siero con un test per gli anticorpi IgM e che: 1) hanno un risultato NAAT o NS1 negativo nel campione della fase acuta, o 2) senza un campione della fase acuta, sono classificati come aventi un presunta, recente infezione da virus dengue.
Test per differenziare la dengue da altri flavivirus
Considerazioni speciali:
Reattività incrociata: La reattività crociata è una limitazione dei test sierologici per la dengue. I test sierologici per rilevare gli anticorpi contro altri flavivirus come l’encefalite giapponese, l’encefalite di St. Louis, il Nilo occidentale, la febbre gialla e i virus Zika possono reagire in modo incrociato con i virus dengue. Questa limitazione deve essere considerata per i pazienti che vivono o hanno viaggiato in aree in cui co-circolano altri flavivirus. Pertanto, un paziente con altre infezioni da flavivirus recenti o pregresse può essere positivo quando testato per rilevare gli anticorpi IgM contro il virus della dengue. Per determinare con maggiore precisione la causa dell’infezione nei pazienti IgM positivi, i campioni IgM positivi possono essere testati per anticorpi neutralizzanti specifici mediante test di neutralizzazione della riduzione della placca (PRNT) (contro i quattro sierotipi del virus dengue e altri flavivirus; tuttavia,
Aree con flavivirus in co-circolazione: per le persone che vivono o viaggiano in un’area con dengue, Zika e altri flavivirus endemici o in circolazione contemporaneamente, i medici dovranno ordinare test appropriati per differenziare al meglio il virus dengue da altri flavivirus e possono consultare lo stato o laboratori di sanità pubblica locale o CDC per l’orientamento.
Donne in gravidanza: se la paziente è incinta e sintomatica e vive o ha viaggiato in un’area a rischio di Zika, testare Zika utilizzando NAAT oltre alla dengue.
Interpretazione dei risultati dei test
Se un test NAAT o NS1 è positivo per la dengue, viene confermata una diagnosi di dengue in corso.
Se il risultato NAAT è negativo e il test per gli anticorpi IgM è positivo, la diagnosi di laboratorio è presunta infezione da virus della dengue.
TRATTAMENTO
Non c’è un trattamento specifico per la febbre da Dengue. Solo una terapia sintomatica e una sorveglianza medica attenta può risolvere i problemi e salvare la vita a molti pazienti.
La terapia della “febbre da dengue”:
Sintomatica, ovvero attraverso l’utilizzo di farmaci che agiscono sui sintomi prevalenti, e non prevede farmaci eziologici ossia causali (antivirali).
Il riposo assoluto a letto è essenziale nella fase febbrile per evitare aggravamenti nella fase di defervescenza dai sintomi. Vengono utilizzati antipiretici ed antidolorifici. Importante la somministrazione di liquidi in via infusiva per prevenire i problemi di ipovolemia e shock ed il reintegro degli elettroliti persi. In caso di persistenza febbrile e comunque per evitare l’insorgenza di infezioni batteriche secondarie, in particolare nelle aree di accumulo dei liquidi, può essere opportuno l’utilizzo di antibiotici ad ampio spettro.
In caso di crollo della concentrazione di piastrine, si discute da sempre sulla efficacia dei concentrati piastrinici. Anche l’utilizzo di terapia cortisonica che per alcuni può aiutare la ripresa della parte corpuscolata mancante non trova conferme nella pratica clinica. .
Il superamento della malattia, dopo la prima fase febbrile di 5 giorni, avviene generalmente in due settimane.
La sorveglianza medica è essenziale per identificare prematuramente i segni che possono indirizzare alla diagnosi di DHF.
Non esistono farmaci antivirali specifici per la cura del virus della dengue.
La terapia di supporto prevede l’utilizzo di farmaci antifebbrili, quale il paracetamolo e antidolorifici, scelti tra i FANS privi di proprietà anticoagulanti. Assolutamente da evitare l’aspirina (acido acetilsalicilico) e tutti i farmaci contenenti acetilati a causa delle loro proprietà anticoagulanti
I pazienti infettati dal virus, febbrili nella fase acuta, dovrebbero adottare criteri preventivi per evitare le punture di zanzare Aedes, che con questo pasto ematico si infettano ed amplificano ad altri individui, l’infezione.
La Febbre da virus Dengue durante la gravidanza
I dati della bibliografia tengono conto degli esiti sanitari della dengue in gravidanza e degli effetti dell’infezione materna sul feto nei mesi di gestazioni.
E’ possibile il verificarsi di una infezione perinatale e l’infezione trasmessa dalle zanzare alla mamma “peripartum” può aumentare la probabilità di “infezione sintomatica” nel neonato.
Dei casi di “trasmissione perinatale” descritti in letteratura internazionale “tutti hanno sviluppato trombocitopenia”. La maggior parte dei neonati aveva evidenziato “ascite o versamenti pleurici” e la febbre è stata una costante. Quasi il 40% dei piccoli manifestava emorragia e 1 su 4 aveva ipotensione.
I neonati con infezione perinatale in genere si ammalano durante la prima settimana di vita.
Il passaggio placentare di “IgG materne contro il virus della dengue” (da una precedente infezione materna) può aumentare il rischio di “dengue grave tra i bambini infettati a 6-12 mesi di età”, quando l’effetto protettivo di questi anticorpi diminuisce.
Prevenzione e vaccinazione
PREVENZIONE
Prevenzione della febbre da virus della Dengue. Un modo efficace, ad oggi, per controllare la Dengue e la DHF è la lotta al vettore, ed in particolare combattere la presenza della zanzara Aedes nell’ambiente cittadino e silvestre.
Questo controllo avviene attraverso l’utilizzo di insetticidi chimici ambientali; e ancora ripulendo gli ambienti dove il vettore vive e si moltiplica sensibilizzando anche la popolazione che vive nei territori coinvolti. Attenzione particolare va posta alle raccolte di acqua, in particolare nelle gomme di automobili, bottiglie, lattine e altri oggetti luogo di ristagno di acqua, rendendo l’ambiente favorevole alla deposizione e schiusa delle uova di zanzara. Le larve sono trattate mediante l’utilizzo di insetticidi.
Ci sono state nel recente passato molte campagne in questo senso che hanno sensibilizzato la popolazione a ripulire l’ambiente circostante e le proprie case da gomme di automobili, bottiglie, lattine e altri oggetti nei quali l’acqua può ristagnare formando un habitat adatto per la zanzara. Le larve derivate dalla schiusa delle uova deposte dalle femmine di Aedes sono trattate mediante l’utilizzo di insetticidi. Dato che le zanzare sono più attive nelle prime ore del mattino, è particolarmente importante utilizzare le protezioni in questa parte della giornata.
UTILIZZO DI REPELLENTI CONTRO LE ZANZARE AD USO PERSONALE.
AEDES AL PASTO EMATICO
Zanzare: come e di cosa si cibano Le zanzare Aedes non si nutrono solo di sangue. Le femmine lo utilizzano, pungendo i mammiferi, quando hanno bisogno di energie per produrre le uova. Altre forme di nutrimento sono il nettare e la linfa che trovano nelle piante. Dopo la puntura compare un prurito molto fastidioso che è causato dalla saliva che la zanzara inietta nella pelle per evitare che il sangue coaguli e che la microscopica ferita cicatrizzi impedendole di succhiare la sua piccola dose di sangue.
Un prodotto considerato tra i “migliori REPELLENTI” naturali. Multiuso, sicuro, efficace, estratto dal frutto dell’albero di NEEM, utilizzabile anche sui neonati, nei bambini e in coloro che desiderano evitare prodotti chimici, ha mostrato grande efficacia come repellente dalle punture degli insetti in generale, ed in modo particolare nei confronti delle punture delle zanzare. Questo prodotto è efficace anche nei confronti delle zecche.
Nella formulazione per i viaggiatori questo olio, con l’aggiunta di “essenze” quali Corymbia citrodora, che ne potenzia l’efficacia e che ne migliora la fragranza e l’odore, possiede un utilizzo “multiplo”, nei confronti di parassiti e microbi, ed anche nelle ustioni.
DEET dietiltoluamide: lo spray DEET costituisce un metodo efficace per tenere le zanzare lontane applicando un repellente sulla pelle e anche sui vestiti. La dietiltoluamide (DEET), è una sostanza chimica sviluppata dall’esercito statunitense durante la Seconda guerra mondiale e derivata dall’agricoltura, usata per tenere lontani i parassiti. Non va confusa con il DDT. La DEET ha il problema che viene assorbita dalla pelle causando alla lunga problemi cutanei. Quindi in elevate concentrazioni non è raccomandata per i bambini (e in particolare non va mai usata sui bambini minori di due anni), e con pelli delicate. Consigliamo i repellenti Naturali a base di NEEM con aggiunta di essenze orientali.
ICARIDINA: L’icaridina (anche chiamata KBR 3023 o picaridina) è un prodotto sintetico sviluppato negli anni Ottanta e commercializzato dalle stesse aziende che vendono gli spray DEET. Alle giuste concentrazioni è efficace quanto la DEET, ma siccome rimane quasi completamente sulla pelle senza essere assorbita è più indicata anche per i bambini tra i due e i dodici anni.
VACCINAZIONE
Il primo vaccino per la dengue è stato realizzato già da diversi anni per i residenti nelle aree di rischio DENGUE e per i viaggiatori, tra i9 ed i 45 anni anni, che già avevano avuto la malattia in modo dimostrabile, attraverso la presenza di anticorpi IgG, ancora presenti: DENGVAXIA è il primo vaccino in commercio da diversi anni e approvato da FDA (americano) ed EMA (Europea). Utilizzato per la protezione delle popolazioni che vivono in paesi considerati ad alto rischio Dengue di età compresa tra i 9 ed i 45 anni di età.
Dal Dicembre 2022 in Europa Ema, ed in seguito dal febbraio 2023 in Italia è stato approvato il nuovo vaccino QDENGA della azienda TAKEDA. Questo nuovo vaccino è destinato alla popolazione, dai 4 anni in avanti sia che non ha avuto la malattia, sia da proteggere dagli aggravamenti nelle infezioni secondarie. PER INFORMAZIONI SUL NUOVO VACCINO QDENGA CLICCA QUI
– TAK-003: vaccino ancora in via di studio, ma in dirittura d’arrivo. Attualmente in Fase 3.
Notizie e bibliografia
Stato della ricerca
zanzara geneticamente modificata
Si sta cercando di ottenere una zanzara del genere Aedes modificata, in grado di essere resistente all’infezione virale in questione. Gli scienziati dell’Università della California di Irvine e i colleghi britannici di Oxford hanno messo a punto un nuovo ceppo di zanzare, in cui le femmine non possono volare, finendo così con il morire rapidamente allo stato selvatico. I maschi del ceppo possono volare, ma non mordono, dunque non trasmettono le malattie.
Quando le zanzare geneticamente modificate di sesso maschile si accoppiano con le femmine selvatiche e trasmettono i loro geni, le femmine della prossima generazione non saranno in grado di volare. Gli scienziati stimano che, se rilasciata la nuova razza potrebbe reprimere la popolazione della zanzara in sei – nove mesi. Inoltre, questo approccio potrebbe essere adattato anche per altre specie di zanzare, come Anopheles ossia quelle che propagano malattie come la malaria e “Culex“ Encefalite Giapponese.
Anche l’Italia farà parte del progetto di sperimentazione durante il prossimo inverno. Si stanno facendo degli studi sulla patogenesi nell’infezione da Dengue dell’ospite, facendo degli studi anche sulla storia dell’individuo e la delineazione dei caratteri dei gruppi più ad alto rischio. Ancora si stanno facendo ricerche sulle dinamiche di trasmissione e sulla genetica delle popolazioni colpite.
Febbre da West Nile virus Aggiornamento al luglio 2025
Descrizione
Agente infettivo
Ciclo vitale
Distribuzione
Porta di ingresso
Trasmissione
Incubazione
Sintomi
Controllo e prevenzione
Trattamento
Diagnosi
Descrizione
Introduzione al Virus West Nile (WNV) Cenni Storici e Diffusione Globale Il Virus West Nile (WNV) fu isolato per la prima volta nel 1937, casualmente, da una donna con febbre elevata, dolori, problemi oftalmici avanzati, nel distretto del West Nile in Uganda. questa arbovirosi rappresenta oramai in tutto il mondo un reale problema di salute pubblica, coinvolgendo animali ed umani. Dalla presenza in alcune aree forestali ugandesi e della fasciatropicale e del Medio Oriente, è diventato causa di epidemie in equini e nell’uomo in tutto il mondo. Dagli anni ’90, WNV ha diffuso senza precedenti con una patologia neuro-invasiva nell’uomo e negli equidi (cavalli e muli) in Europa. In Romania nel 1996 un importante focolaio e successivamente a New York nel 1999 con un gravissimo focolaio. In seguito si è diffuso in tutto il continente americano e poi nell’emisfero nord. Fin dal 1950 in Egitto e dal 1951 in Israele si è diffuso nel bacino del mediterraneo, con i primi i primi casi in Europa meridionale nel 1962 in Francia. Da allora il virus è comparso anche in Italia, in particolare nelle campagne Toscane, coinvolgendo soprattutto cavalli degli allevamenti locali. Questa diffusione costante, soprattutto nelle regioni temperate del Nord America e dell’Europa, legata alla migrazione degli uccelli selvatici da passo, ha caratterizzato il WNV come un patogeno emergente e riemergente, la cui trasmissione è strettamente legata a fattori ecologici, climatici e umani.
Agente infettivo
Il Virus: Classificazione e Lignaggi Genetici
West Nile Virus è un virus a RNA a singolo filamento positivo, del genere dei Flavivirus. È un arbovirus collegato e appartenente alla famiglie a cui afferisce anche l’encefalite giapponese ed altri importanti virus neurotropi.
Il suo genoma codifica per una “poliproteina”, proteina multipla, che viene successivamente suddivisa e scissa in tre proteine strutturali: (1) il capside (C); (2) la pre-membrana (prM); (3) l’involucro (E); insieme a queste 3 proteine principali vengono prodotte sette proteine non strutturali (NS1, NS2A, NS2B, NS3, NS4A, NS4B, NS5). La proteina di involucro (E) è quella “chiave” che media l’attacco del virus al recettore delle cellule ospiti. Questa proteina di attacco è il principale bersaglio degli anticorpi neutralizzanti. E’ questa la proteina chiave su cui si stanno studianodo i nuovo vaccini.
L’analisi filogenetica ha consentito la classificazione del WNV in almeno otto lignaggi genetici. Tuttavia, dal punto di vista epidemiologico e clinico, i lignaggi 1 (L1) e 2 (L2) sono considerati i puù importanti ma anche i più aggressivi per l’uomo e gli animali.
Il lignaggio 1 ha causato i grandi focolai epidemici in Europa, nel Mediterraneo ma anche nelle Americhe.
Il lignaggio 2, da sempre diffuso in Africa sub-sahariana è considerato meno virulento, ed è comparso in Europa nel 2004 in Ungheria diffondendo poi in Grecia, Italia e altri paesi dell’Europa centrale e orientale, con un potenziale patogeno paragonabile a quello del lignaggio 1.
Attualmente i due lignaggi circolano contemporaneamente e caratterizzano un aspetto cruciale dell’attuale epidemiologia del WNV in Europa.
Ciclo vitale
Il Ciclo di Trasmissione: Vettori, Serbatoi e Ospiti Accidentali
Il WNV sopravvive, si moltiplica e diffonde in natura attraverso un ciclo che coinvolge zanzare e uccelli. Gli uccelli, in particolare quelli appartenenti all’ordine dei Passeriformi (corvidi e passeri), sono ospiti serbatoio e amplificano il virus al loro interno tanto da sviluppare una elevata viremia sufficiente ad infettare le zanzare che pungono per cibarsi del loro sangue. In questo modo, da un uccello e l’altro, con punture infette ricche di virus si perpetua il ciclo vitale e la moltiplicazione.
I vettori del WNV sono le zanzare del genere Culex. La specie Culex pipiens è diffusa in Europa e in Italia. Queste zanzare si nutrono con sangue di uccelli pungono occasionalmente anche i mammiferi, fungendo da “vettori ponte” e causando la trasmissione del virus a ospiti accidentali e afondo cieco, cioè non capaci di trasmettere ulteriormente il virus.
Difatti l’uomo e i cavalli ed asini sono considerati ospiti non “trasmettitori”. Difatti sviluppano una malattia, talvolta in forma grave, ma la loro viremia è troppo bassa da poter infettare una zanzara che punge l’uomo o gli equini, rendendoli praticamente incapaci di trasmettere il virus e di contribuire al suo ciclo naturale. Con questa caratteristica è possibile realizzare un controllo epidemiologico adeguato e strategie di interruzione della catena di trasmissione della malattia. Alcune recenti ricerche hanno evidenziato che in determinate circostanze, per fortuna rare, la trasmissione del virus da mammifero a zanzara può avvenire Ciò può avere implicazioni significative per la valutazione del rischio di diffusione della malattia.
Altre vie di infezione alternative nell’uomo, piuttosto rare includono le “trasfusioni di sangue” e di “emocomponenti”, i “trapianti di organi solidi” e di “cellule staminali emopoietiche”.
Il virus può essere trasmesso anche “verticalmente” dalla madre al feto durante la gravidanza e, in via teorica” attraverso l’allattamento al seno.
Queste vie alternative sono di molto importanti per seguire lo sviluppo di una epidemia ed ancora per impostare regole di contenimento della epidemia stessa.
Nell’uomo, dopo la puntura dell’insetto vettore, il virus si replica nelle cellule di Langerhans del derma, che migrano verso la rete linfatica e, quindi, verso il torrente circolatorio. Questa fase corrisponde alla prima viremia, durante la quale il virus si diffonde in tutti gli organi del sistema linfatico. Successivamente avviene una seconda gittata viremica che corrisponde alla seconda viremia. Il virus può essere isolato nel sangue dopo 1-2 giorni dalla puntura dell’insetto vettore fino a poco più di una settimana. La comparsa nel siero di anticorpi di tipo IgM coincide con il termine della viremia. La viremia da West Nile Virus è a basso titolo nell’uomo ed è assente al momento della comparsa dei sintomi.
. In questo gruppo sono compresi anche i virus responsabili dell’Encefalite di St. Louis, Encefalite della Valle del Murray, il virus Usutu, Kunjin, Kokobera, Stratford e Alfuy.
Porta di ingresso
La Cute, tramite puntura della zanzara vettore durante il pasto ematico.
Trasmissione
Il virus West Nile è trasmesso sia negli animali che all’uomo tramite la puntura di zanzare infette. Altri mezzi di infezione documentati, anche se molto più rari, sono trapianti di organi, trasfusioni di sangue e la trasmissione madre-feto in gravidanza. Il virus infetta diversi mammiferi, soprattutto equini, ma in alcuni casi anche cani, gatti, conigli e altri. E’ importante sottolineare che il virus non si trasmette da persona a persona, né da cavallo a persona attraverso la puntura di una zanzara infetta a causa dei bassi livelli di viremia.
Incubazione
Il periodo di incubazione dal momento della puntura della zanzara infetta varia fra 2 e 14 giorni, ma può essere anche di 21 giorni nei soggetti con deficit a carico del sistema immunitario.
Distribuzione
Epidemiologia del Virus West Nile
Scenario Globale ed Europeo (Aggiornamento Agosto 2025)
Il Virus West Nile si è ormai diffuso nella maggior parte dei continenti ed in moltissimi paesi in tutto il mondo. In Africa, Medio Oriente, Asia, Nord America e in molti paesi del bacino del Mediterraneo ed anche dell’Europa continentale. In Europa le epidemie hanno un andamento stagionale, con la loro presenza evidente tra i mesi di giugno e di novembre, in coincidenza con i le condizioni del clima sempre più favorevoli. Caldo tropicale, umidità elevata,
L’Epidemia Italiana del 2025: Un’Analisi Approfondita
Dati Nazionali e Confronto con le Stagioni Precedenti (agosto 2025)
Il primo caso autoctono in Italia che ha aperto la stagione di trasmissione di WNV si è manifestato in Piemonte con un caso umano segnalato molto precocemente ossia il 20 marzo.
La situazione di WNV è rimasta silente durante i mesi di aprile -giugno per poi manifestarsi in tutta la sua gravità nel luglio 2025, dopo un giugno torrido, umido e favorevole alla crescita delle zanzare, in particolare della CULEX.
La circolazione di WN in Europa e Meccanismi di “Overwintering”
La presenza annuale, oramai da quasi un decennio di casi umani e animali in paesi del Mediterraneo come l’Italia e la Grecia e nelle coste del Nord Africa conferma che WNV non è più presente sporadicamente ed importato dai paesi esotici, ma si è oramai stabilmente insediato ed è diventato endemico in molte regioni d’Europa. Quindi ci si chiede: come sopravvive il virus durante i mesi invernali, con temperature rigide; e possono le temperature introno allo zero interrompere l’attività delle zanzare?
Questo processo è chiamato “overwintering” ossia svernamento, superamento del periodo invernale; e questo diventa un fattore cruciale e determinante per comprendere la persistenza del virus nell’ambiente e prevedere l’inizio e l’intensità delle stagioni in cui i focolai epidemici ridiventeranno attivi.
I meccanismi proposti sono principalmente due:
(1) la persistenza nell’ambiente del virus, all’interno delle zanzare adulte che entrano in uno stato di dormienza invernale, la diapausa. Questo avviene in luoghi protetti come cantine, grotte, e ambienti umidi e riscaldati.
(2) la reintroduzione annuale del virus WN da parte degli “uccelli migratori” che rientrano dopo aver svernato in Africa.
Sono stati eseguiti in Nord America ed in Europa studi che hanno confermato che WNV può svernare nelle popolazioni di zanzare, consentendo una ripresa rapida della trasmissione al ripristino delle condizioni meteo favorevoli. D’altra parte altri studi in Francia non hanno confermato la presenza del virus nelle zanzare in pausa suggerendo che in quella specifica regione la reintroduzione tramite gli uccelli migratori rimanere il fattore predominante di reinfestazione.
A questa situazione ecologica si aggiunge la presenza evolutiva e geografica di vari lignaggi del virus a livello continentale. Storicamente, il lignaggio 1 del WNV è stato predominante in Europa occidentale, mentre il lignaggio 2 era presente e diffondeva nell’Europa orientale e all’Africa. Negli ultimi due decenni, si è assistito ad una espansione del lignaggio 2 verso l’ovest europeo, causando importanti epidemie in Grecia, Romania e Italia. Un evento epidemiologico di grande rilevanza si è verificato nel 2024, con la segnalazione del primo caso umano autoctono di malattia neuro-invasiva da WNV lignaggio 2 in Spagna.
Gli studi hanno evidenziato che i ceppi virali erano correlati a quelli circolanti in Europa centrale, e non a ceppi precedentemente isolati in Spagna. Questo caratterizza un salto geografico di questo tipo di virus verso ovest. Tutto questo evidenzia un panorama epidemiologico europeo in piena evoluzione.
Sintomi
La maggior parte delle persone infette non mostra alcun sintomo. Fra i casi sintomatici, circa il 20% dei soggetti sviluppa una malattia sistemica febbrile chiamata comunemente febbre di West Nile (WNF) caratterizzata dalla comparsa di febbre, cefalea, nausea, vomito, linfoadenopatia, possibili eruzioni cutanee. Generalmente questa fase acuta si risolve in una settimana o poco più, e possono variare molto a seconda dell’età della persona. Nei bambini è più frequente una febbre leggera, nei giovani la sintomatologia è caratterizzata da febbre mediamente alta, arrossamento degli occhi, mal di testa e dolori muscolari. Negli anziani e nelle persone debilitate, invece, la sintomatologia può essere più grave.
I sintomi più gravi si presentano in media in meno dell’1% delle persone infette (1 persona su 150), manifestandosi come una malattia neuro-invasiva (encefalite, meningo-encefalite, paralisi flaccida), con possibile decorso fatale. Il rischio di contrarre la forma neurologica della malattia aumenta all’aumentare dell’età ed è particolarmente elevato nei soggetti di età superiore ai 60 anni. Viceversa, in uno studio di sorveglianza effettutato negli Stati Uniti tra il 1998 e il 2008, è emerso che le paralisi flaccide acute sono state segnalate in percentuale maggiore in soggetti di età inferiore ai 60 anni. La letalità delle forme neuro-invasive si aggira intorno al 9% nei soggetti anziani e meno dell’1% nei bambini.
Diagnosi
La diagnosi nell’uomo viene prevalentemente effettuata attraverso test di laboratorio (Elisa o Immunofluorescenza) effettuati su siero e, dove indicato, su fluido cerebrospinale, per la ricerca di anticorpi del tipo IgM. Questi anticorpi possono persistere per periodi anche molto lunghi nei soggetti malati (fino a un anno), pertanto la positività a questi test può indicare anche un’infezione pregressa. La siero-conversione o l’aumento di 4 volte del titolo anticorpale può essere utilizzata per diagnosticare un’infezione recente. I campioni raccolti entro 8 giorni dall’insorgenza dei sintomi potrebbero risultare negativi, pertanto è consigliabile ripetere a distanza di tempo il test di laboratorio prima di escludere la malattia. In alternativa la diagnosi può anche essere effettuata attraverso Pcr o coltura virale su campioni di siero e fluido cerebrospinale entro 7 giorni dall’inizio della sintomatologia acuta, tenendo conto che la viremia è relativamente di breve durata e di basso titolo.
Controllo e prevenzione
Non esiste un vaccino per la febbre West Nile. Attualmente sono allo studio dei vaccini, ma per il momento la prevenzione consiste soprattutto nel ridurre l’esposizione alle punture di zanzare.
Pertanto è consigliabile proteggersi dalle punture ed evitare che le zanzare possano riprodursi facilmente:
· usando repellenti e indossando pantaloni lunghi e camicie a maniche lunghe quando si è all’aperto, soprattutto all’alba e al tramonto
· usando delle zanzariere alle finestre
· svuotando di frequente i vasi di fiori o altri contenitori (per esempio i secchi) con acqua stagnante
· cambiando spesso l’acqua nelle ciotole per gli animali.
Il controllo nei confronti della WND si basa essenzialmente sulla sorveglianza degli uccelli stanziali di specie sinantropiche, degli equidi e dell’avifauna selvatica di specie migratorie.
Trattamento
Non esiste una terapia specifica per la febbre West Nile, il trattamento è solo sintomatico. Nella maggior parte dei casi, i sintomi scompaiono da soli dopo qualche giorno o possono protrarsi per qualche settimana. Nei casi più gravi è invece necessario il ricovero in ospedale, dove i trattamenti somministrati comprendono fluidi intravenosi e respirazione assistita. Vi sono recentissime segnalazioni in letteratura che suggeriscono, su modelli animali, la possibile efficacia del trattamento con immunoglobuline specifiche anti WNV.
1. Sintesi del Rapporto sulla Situazione dell’Mpox in Sierra Leone (Maggio 2025)
mpox nei bambini
2300 casi di MPOX del ceppo virale “clade 2b” e oltre 15 morti il bilancio della grave epidemia, nel mese di maggio 2025, in Sierra Leone che sta affrontando una delle più gravi epidemie di Mpox (precedentemente vaiolo delle scimmie), in Africa, con un aumento esponenziale dei casi confermati. La capitale, Freetown, è l’epicentro della epidemia, mettendo a dura prova le fragili infrastrutture sanitarie. L’Ospedale Militare 34 di Freetown, cruciale nella risposta, opera al massimo della sua capacità (26 letti dedicati a MPOX).
Le sfide principali includono:
– una critica carenza di posti letto per l’isolamento (stimati solo 60 a livello nazionale contro oltre 2000 casi attivi),
– finanziamenti inadeguati
– difficoltà nel tracciamento dei contatti.
Le autorità hanno avviato una campagna di vaccinazione nazionale a marzo 2025 e introdotto nuove misure di sanità pubblica a inizio maggio 2025. Tuttavia, la rapida escalation suggerisce una possibile sottovalutazione iniziale della trasmissibilità del ceppo virale clade 2b. La dichiarazione di emergenza sanitaria pubblica a gennaio 2025 non ha arginato l’impennata, indicando ritardi o insufficienza nelle misure attuative. Riguardo alla notizia di oltre 200 casi in aumento presso l’ospedale militare di Freetown, si chiarisce che la sua capacità di ricovero per Mpox è di 26 posti letto, tutti occupati; la cifra di 200 potrebbe riferirsi al volume cumulativo di pazienti gestiti o alla situazione generale di Freetown.
Situazione Epidemiologica (al 20 Maggio 2025)
L’epidemia ha visto un’accelerazione drammatica nel 2025. Al 12 maggio, si contavano 2.045 casiconfermati dall’inizio dell’anno, con 1.586 casi attivi e 11 decessi. I casi sono aumentati nell’ultima settimana. Il primo decesso è stato registrato il 10 marzo (59 casi totali). Solo l’11 maggio sono stati segnalati 165 nuovi casi.
A inizio maggio, la Sierra Leone registrava circa 100 nuovi casi al giorno, rappresentando oltre il 50% dei casi africani in una settimana.
reparto ospedale militare Free Town isolamento
Il ceppo responsabile è il clade 2b.
La Western Area Urban (Freetown) è l’epicentro con 1.326 casi (67% del totale nazionale),
seguita dalla Western Area Rural con 414 casi, indicando una diffusione anche fuori dalle aree urbane dense.
La maggior parte dei pazienti (68%) è di sesso maschile, con età più colpita tra i 30 e i 35 anni.
Il 7% dei pazienti Mpox è anche HIV-positivo, un gruppo ad alto rischio.
Focus sull’Ospedale Militare 34 di Freetown
L’Ospedale Militare 34 (34 Military Hospital) a Freetown è un centro primario per diagnosi e trattamento, grazie alla sua esperienza pregressa con Ebola e Febbre di Lassa e a infrastrutture specializzate.
Tuttavia, dispone di soli 26 posti letto dedicati all’Mpox, costantemente a pieno regime. Questa limitata capacità, a fronte degli oltre 1.300 casi a Freetown, rende impossibile gestire una frazione significativa dei casi che necessiterebbero ricovero, costringendo al trasferimento verso altri centri. La notizia di “più di 200 casi in aumento” presso l’ospedale non è compatibile con la sua capacità di ricovero. È più probabile che si riferisca al numero cumulativo di pazienti diagnosticati/gestiti, al flusso di persone che si presentano per sospetta infezione, o a una generalizzazione della grave situazione a Freetown. L’ospedale è certamente in prima linea, affrontando un carico di lavoro crescente in termini di valutazione, diagnosi e indirizzamento.
Risposta di Sanità Pubblica e Interventi Il 19 marzo 2025 è stata lanciata una campagna nazionale di vaccinazione, con 61.300 dosi iniziali (da Gavi e Irlanda), priorità a operatori sanitari, contatti stretti comunità hotspot. A inizio maggio, quasi 24.000 persone erano state vaccinate (circa 60% operatori sanitari). Nonostante ciò, l’epidemia è cresciuta, suggerendo che ritmo e copertura vaccinale potrebbero essere stati insufficienti, data la rapida diffusione e le sfide logistiche. Si è registrata alta accettazione del vaccino tra il personale sanitario.
Il 5 maggio 2025, sono state introdotte nuove norme di sicurezza pubblica: igiene, sorveglianza e segnalazione (chiamando il 117), tracciamento contatti, isolamento domiciliare per sintomatici, distanziamento fisico, limitazione contatti e misure specifiche per luoghi pubblici.
Sono previste sanzioni per inosservanza. L’efficacia dipende dall’adesione comunitaria, potenzialmente compromessa da stanchezza da restrizioni e fattori socio-economici.
La capacità nazionale di trattamento e isolamento è gravemente inadeguata: a inizio maggio, solo 60 posti letto dedicati a livello nazionale, costringendo la maggioranza degli infetti a cure domiciliari, con rischio di trasmissione intra-domestica. Nonostante l’apertura di nuovi centri (quattro a Freetown a febbraio, più quelli di Jui e della polizia), la capacità resta insufficiente.
Sfide Sistemiche e Necessità
La carenza di risorse finanziarie è un ostacolo primario, con budget sottofinanziati già da agosto 2024 e prospettive di tagli ai fondi internazionali. Questa sottofinanziazione si traduce in carenze materiali, come i posti letto.
Debolezze operative includono un basso rapporto di tracciamento dei contatti nonostante una buona
copertura diagnostica, e la necessità di migliorare la capacità dei laboratori. L‘isolamento inadeguato per cure domiciliari forzate alimenta la diffusione.
La crisi si inserisce in un contesto regionale di recrudescenza del virus. L’Africa CDC monitora la situazione, avvertendo che l’intensa trasmissione in Sierra Leone potrebbe minacciare la sanità regionale. L’OMS classifica l’Mpox come emergenza di sanità pubblica di interesse internazionale (PHEIC) e fornisce supporto.
Partner come UNICEF e Gavi contribuiscono con vaccini. Tuttavia, la sostenibilità a lungo termine dipende dal rafforzamento dei sistemi sanitari nazionali.
Conclusioni e Raccomandazioni Preliminari L’epidemia di Mpox in Sierra Leone a maggio 2025 è un’emergenza grave, con trasmissione rapida. L’Ospedale Militare 34 opera al limite dei suoi 26 posti letto per Mpox.
La risposta è insufficiente a causa di sfide sistemiche: cronica insufficienza di finanziamenti, carenza di posti letto per isolamento e debolezze nel tracciamento.
Le raccomandazioni includono: 2. Incremento urgente dei finanziamenti. 3. Espansione rapida della capacità di isolamento e trattamento. 4. Rafforzamento immediato della sorveglianza e del tracciamento dei contatti. 5. Accelerazione e ampliamento della campagna vaccinale. 6. Potenziamento del coinvolgimento comunitario e della comunicazione del rischio. 7. Supporto psicosociale per pazienti e operatori. 8. Investimenti a lungo termine nel sistema sanitario nazionale. È cruciale una comunicazione accurata per evitare panico e supportare la risposta.
2. Breve Spiegazione della Malattia Mpox
L’Mpox, precedentemente nota come vaiolo delle scimmie, è un’infezione virale. Si trasmette principalmente attraverso lo – stretto contatto con una persona infetta,
– i suoi fluidi corporei,
– le lesioni,
– o con materiali contaminati (come lenzuola).
I sintomi tipici includono – febbre, – mal di testa, – dolori muscolari, – mal di schiena, – linfonodi ingrossati, – brividi e spossatezza,
seguiti o accompagnati da un’eruzione cutanea che può presentarsi come vescicole o lesioni piene di pus.
L’Mpox è endemica in alcune regioni dell’Africa centrale e occidentale, dove si verificano regolarmente focolai, in particolare nella Repubblica Democratica del Congo (RDC).
Recentemente, la comparsa e la rapida diffusione di un nuovo ceppo virale nella RDC (il clade Ib) ha destato preoccupazione per la sua apparente maggiore trasmissibilità.
Ricerche dati e redazione dr. Paolo Meo
foto gentilmente concesse dall’ ing. Claudio Belcastro direttamente dall’ Ospedale militare di Freetown
La “larva migrans”
è una patologia parassitaria, causata da diversi tipi di “nematodi” che, seppur raramente grave, può causare sintomi fastidiosi e compromettere significativamente la qualità della vita dei pazienti colpiti. La forma cutanea, la più comune e facilmente riconoscibile, è causata principalmente da anchilostomi, ossia vermi che penetrano nella pelle umana e vi permangono senza completare il loro ciclo vitale. La diagnosi, prevalentemente clinica, si basa sul riconoscimento delle caratteristiche lesioni serpiginose, che partono sempre da una lesione pomfoide, ed è caratteristica di storie di esposizione a terreni o sabbia, potenzialmente contaminati, in aree considerate endemiche. Il camminare a piedi nudi sul terreno o sulla sabbia espone, generalmente il piede al rischio di penetrazione delle larve del parassita. L’albendazolo e l’ivermectina costituiscono il gold standard della terapia, ed offrono elevati tassi di guarigione, rendendo la prognosi generalmente favorevole. La prevenzione rimane l’approccio più efficace, particolarmente per i viaggiatori diretti verso aree tropicali e subtropicali. L’adozione di semplici misure precauzionali, ossia evitare di camminare a piedi nudi in terreni sabbiosi, potenzialmente contaminati, ed anche evitare il contatto con cani o gatti senza controllo parassitario. Con queste accortezze si riduce significativamente il rischio di infestazione.
La crescente diffusione della larva migrans in aree precedentemente non colpite, in relazione ai cambiamenti climatici, con maggiore umidità e soprattutto pioggia e diffusione delle micro larve, induce ad adottare comportamenti di attenzione. E’ importante una continua sorveglianza epidemiologica e un’adeguata informazione della popolazione sui rischi associati a questa patologia sempre più diffusa.
La malattia denominata “larva migrans” rappresenta una condizione parassitaria determinata da diverse specie di parassiti. Colpisce la pelle e, in alcune varianti, gli organi interni. Le forme più comuni di questa infestazione sono
– la “larva migrans cutanea”, causata principalmente da “anchilostomi tipici di animali,
– la “larva migrans viscerale”, risultante dalla migrazione delle larve attraverso gli organi interni.
Definizione e tipologie di Larva Migrans
La “larva migrans” comprende diverse manifestazioni cliniche, classificate in base alla localizzazione dell’infestazione nel corpo umano. Larva Migrans Cutanea
La larva migrans cutanea (LMC), nota anche come “dermatite serpiginosa” o “eruzione strisciante”, è una malattia dermatologica causata dalla penetrazione transcutanea delle larve di un verme uncinato, l’anchilostoma, che vive come parassita “commensale” nell’intestino di diverse specie animali, principalmente cani e gatti. Questa forma rappresenta la manifestazione più comune della patologia ed è caratterizzata da “lesioni cutanee serpiginose” facilmente riconoscibili.
I parassiti principalmente responsabili sono l’*Ancylostoma caninum*, parassita tipico del cane con distribuzione cosmopolita; l’*Ancylostoma braziliense*, diffuso nelle aree tropicali e subtropicali, capace di infestare sia cani che gatti. Questi parassiti, non trovando nell’uomo un ambiente idoneo al loro sviluppo completo, rimangono confinati negli strati superficiali della cute, dove causano i caratteristici segni clinici.
Altre forme di Larva Migrans
Oltre alla forma cutanea, esistono altre varianti di questa infestazione parassitaria: “Larva migrans viscerale”: si verifica quando gli esseri umani ingeriscono inavvertitamente “uova embrionate” delle specie *Toxocara canis* o *Toxocara cati*, con conseguente migrazione delle larve attraverso vari organi interni. “Larva migrans oculare”: in questa forma, le larve invadono il tessuto oculare, causando potenziali danni alla vista. “Larva migrans neurale”: caratterizzata dalla migrazione dei parassiti verso il sistema nervoso centrale, provocando sintomi neurologici. “La larva currens”, invece, è una forma particolare causata dallo *Strongyloides stercoralis*, che si manifesta con lesioni serpiginose orticarioidi a rapida progressione, iniziando tipicamente in prossimità della cute perianale.
Meccanismi di trasmissione e infestazione
Il ciclo di trasmissione della larva migrans cutanea inizia con l’eliminazione delle uova del parassita attraverso le feci degli animali infestati. Ciclo biologico e modalità di contagio
Gli animali infestati dall’anchilostoma espellono con i loro escrementi le microscopiche uova del parassita, dalle quali nascono poi le larve. Queste si sviluppano particolarmente in condizioni di caldo (temperature di 20-30°C) e nei terreni umidi. Le larve sono ottime “nuotatrici” e si propagano tra le gocce di pioggia, sulle foglie o sulla vegetazione, fino a entrare in contatto con un organismo ospite. L’uomo viene contagiato attraverso il contatto diretto con il terreno contaminato dalle feci degli animali. Le larve penetrano nella pelle e, non trovando un ambiente adatto al loro completo sviluppo nell’ospite umano, rimangono confinate nel tessuto sottocutaneo. A differenza di quanto avviene negli animali, nell’uomo le larve non raggiungono il circolo sanguigno, ma parassitano esclusivamente la cute.
Fattori di rischio e aree geografiche
La malattia è particolarmente diffusa in quelle zone in cui si verificano violazioni delle norme igieniche di base e condizioni di stretta coabitazione tra uomo e animali domestici. Alle nostre latitudini si osserva principalmente in soggetti che hanno soggiornato in aree a più alto rischio.
L’ambiente ideale per la trasmissione all’uomo è rappresentato dalle spiagge caldo-umide tropicali, dove la sabbia contaminata offre condizioni ottimali per lo sviluppo delle larve. L’infestazione è tipica dei Caraibi,meno frequente in Turchia e Grecia, e ancora più rara in Adriatico e Costa Azzurra.
La larva migrans cutanea rappresenta una delle più frequenti malattie dermatologiche tra i viaggiatori di ritorno dai paesi tropicali.
L’emergenza di questa condizione in regioni precedentemente immuni sia dovuta ai cambiamenti climatici.
Manifestazioni cliniche e diagnosi
La larva migrans cutanea si manifesta con segni clinici caratteristici che ne facilitano la diagnosi.
Sintomi e segni clinici principali
Le larve scavano nell’epidermide, provocando lesioni che hanno l’aspetto di sottili linee rosse filiformi dall’andamento tortuoso (da cui il nome di “dermatite serpiginosa”). Le lesioni si localizzano sotto la cute delle zone poste a contatto diretto con il terreno contaminato: mani, piedi, glutei e schiena. Il cammino delle larve provoca forte prurito e dolore, particolarmente intenso durante la notte. Possono inoltre manifestarsi piccole escrescenze e vescicole. Il grattamento di queste lesioni può portare a infezioni batteriche secondarie della pelle.
In alcuni casi, la larva migrans cutanea può essere complicata da una reazione polmonare autolimitante, definita sindrome di Löffler, caratterizzata da infiltrati polmonari a chiazze ed eosinofilia periferica.
Approccio diagnostico
La diagnosi di larva migrans cutanea si basa essenzialmente sull’anamnesi e sull’aspetto clinico caratteristico delle lesioni. Gli elementi chiave per la diagnosi includono: – Storia recente di viaggi in aree endemiche tropicali o subtropicali – Esposizione della pelle a sabbia o terreno potenzialmente contaminati – Presenza delle caratteristiche lesioni serpiginose – Intenso prurito associato alle lesioni
Gli esami ematochimici possono evidenziare un lieve incremento degli eosinofili nel sangue, come riportato in un caso clinico di una bambina di 4 anni con larva migrans cutanea che presentava 830 eosinofili/mmc.
Trattamenti farmacologici e loro efficacia
Sebbene la larva migrans cutanea sia una condizione autolimitante, l’intenso prurito e il rischio di infezioni secondarie rendono necessario un trattamento specifico.
Opzioni terapeutiche principali
I farmaci antielmintici rappresentano il cardine della terapia, con diverse opzioni disponibili: 1. “Albendazolo”:rappresenta uno dei trattamenti di prima scelta. La posologia raccomandata è di 400 mg al giorno per via orale per 3 giorni consecutivi. Questo regime terapeutico ha dimostrato tassi di guarigione variabili tra il 46% e il 100%. 2. “Ivermectina”: può essere somministrata come dose singola di 12 mg, eventualmente ripetuta il giorno successivo. Gli studi hanno evidenziato tassi di efficacia molto elevati, compresi tra l’81% e il 100%. 3. “Terapie topiche”:alcuni esperti raccomandano il trattamento topico con ivermectina, tiabendazolo (in sospensione al 10% o crema al 15%) o metronidazolo crema, tutti utilizzati quattro volte al giorno.
Recentemente, nel febbraio 2025, l’Agenzia Europea dei Medicinali (EMA) ha adottato un parere favorevole all’uso di ivermectina-albendazolo in associazioneper il trattamento di infezioni causate da diverse tipologie di vermi parassiti, incluse quelle provocate da anchilostomi.
Confronto tra i diversi approcci terapeutici
Secondo gli studi disponibili, l’ivermectina orale sembra offrire i tassi di guarigione più elevati, raggiungendo fino al 100% di efficacia in dose singola. L’albendazolo, seppur altamente efficace, mostra una maggiore variabilità nei risultati terapeutici (46-100%). I trattamenti topici presentano limitazioni, specialmente in caso di lesioni multiple e di follicolite da anchilostoma, e richiedono applicazioni tre volte al giorno per almeno 15 giorni. La crioterapia (congelamento del fronte avanzante della traccia cutanea) raramente risulta efficace.
Nel caso degli altri tipi di larva migrans, come la forma viscerale, possono essere necessari dosaggi o durate di trattamento differenti. Per la larva migrans viscerale, ad esempio, il dosaggio raccomandato è di 400 mg di albendazolo due volte al giorno per 5 giorni.
Prevenzione e misure profilattiche
La prevenzione della larva migrans risulta fondamentale, specialmente per i viaggiatori diretti verso aree endemiche. Misure preventive individuali
Per ridurre il rischio di infestazione, è consigliabile: – Evitare il contatto diretto della pelle con terreno potenzialmente contaminato; – Non camminare a piedi nudi sulle spiagge a rischio; – Utilizzare teli da spiaggia o sdraio anziché sdraiarsi direttamente sulla sabbia; – Praticare una corretta igiene personale durante i soggiorni in aree endemiche
Controllo degli animali domestici
Per prevenire la contaminazione ambientale da parte di cani e gatti, è importante: – Sottoporre regolarmente gli animali domestici a trattamenti antielmintici; – Nelle aree in cui il rischio è rappresentato principalmente da *Toxocara* spp., per i cani e i gatti che vivono all’aperto si raccomanda la sverminazione almeno quattro volte l’anno; – Rimuovere prontamente le feci degli animali domestici dalle aree pubbliche e private;
Queste misure, insieme a una maggiore consapevolezza dei rischi associati alle aree endemiche, possono ridurre significativamente l’incidenza della larva migrans nelle popolazioni a rischio.
INSETTI E ARTROPODI VELENOSI
CARATTERISTICHE, EFFETTI E TRATTAMENTO DELLE PUNTURE
Gli artropodirappresentano il phylum più numeroso del regno animale. Sono un gruppo di invertebrati che comprende circa il 5/6% delle specie finora classificate. Ne fanno parte insetti, zecche, ragni, acari.La maggior parte degli artropodi vive tranquillamente, cibandosi di succhi vegetali e piante o predando altri piccoli animali. Alcuni di questi organismi sono però capaci di inoculare veleni potenzialmente pericolosi per la salute dell’uomo.
GLI ARTROPODI
Desidero fornirvi notizie sulle principali specie di insetti e altri artropodi velenosi, con particolare attenzione a quelli presenti in Italia ed Europa, esaminando sinteticamente le loro caratteristiche morfologiche e comportamentali. Seguirà la descrizione gli effetti dei loro veleni sull’organismo umano e i protocolli terapeutici più efficaci per il trattamento delle punture e delle reazioni sistemiche associate.
CLASSIFICAZIONE DEGLI ARTROPODI VELENOSI
IMENOTTERI
Gli imenotteri costituiscono uno degli ordini di insetti più rilevanti dal punto di vista sanitario per la capacità di provocare reazioni anche gravi mediante l’inoculazione di veleno.
Tra le specie più significative troviamo:
Api (Apis mellifera)
Le api mellifere sono insetti sociali di dimensioni medio-piccole (10-15 mm), caratterizzate da un corpo peloso a strisce gialle e nere. Vivono in colonie organizzate e sono diffuse in tutta Europa. Il loro apparato pungente è costituito da un aculeo uncinato che rima
APE
ne conficcato nella cute della vittima insieme al sacco velenifero, causando la morte dell’insetto dopo la puntura. Le api pungono principalmente in primavera ed estate e lo fanno una sola volta, a differenza di altri imenotteri.
Il veleno dell’ape contiene una complessa miscela di sostanze bioattive, tra cui istamina, fosfolipasi, ialuronidasi e chinine, che possiedono azione emolitica, neurotossica e ipersensibilizzante, ed accelerano la reazione infiammatoria. La puntura provoca dolore immediato, arrossamento ed edema locale che generalmente regrediscono in poche ore, ma in soggetti sensibilizzati può scatenare reazioni allergiche anche severe fino ad arrivare allo shock allergico.
Vespe e Calabroni
Le vespe (Vespula spp., Polistes spp.) sono imenotteri di dimensioni variabili (12-25 mm) con caratteristica colorazione a bande gialle e nere. A differenza delle api, possiedono un pungiglione liscio che consente punture multiple senza perdere l’apparato velenifero. Le punture di vespa sono più frequenti in primavera, ma anche in estate.
I calabroni (Vespa crabro) sono i più grandi imenotteri europei, raggiungendo i 3-3,5 cm di lunghezza. Anch’essi dotati di pungiglione liscio, tendono a pungere principalmente a fine estate. Il loro veleno contiene componenti simili a quello delle vespe ma in concentrazioni maggiori, potendo causare reazioni più intense e raramente anche mortali.
Formiche
In Europa, le formiche del genere Formica possono provocare punture dolorose, mentre in altre regioni del mondo, come l’America, le formiche di fuoco (Solenopsis invicta) rappresentano un rischio sanitario più significativo. Il veleno delle formiche contiene alcaloidi ed enzimi capaci di provocare reazioni locali infiammatorie significative ed anche dolorose.
Aracnidi Gli aracnidi velenosi comprendono principalmente ragni e scorpioni:
Ragni
In Italia, le specie di ragni potenzialmente pericolose includono: • Malmignatta o vedova nera mediterranea (Latrodectus tredecimguttatus) • Ragno violino (Loxosceles rufescens)
Entrambe queste specie possono provocare sintomi locali e generali e sistemici rilevanti attraverso l’inoculazione di neurotossine o citotossine.
Scorpioni Gli scorpioni presenti in Europa e in Italia raramente causano avvelenamenti gravi, a differenza di quelli presenti in altre regioni del mondo. Il loro veleno può causare disturbi gravi e a volte mortali, specialmente nei bambini.
Distribuzione geografica in Italia e in Europa
Imenotteri Le api (Apis mellifera) sono diffuse in tutta Europa, con varianti subspecifiche come l’ape ligustica (tipica dell’Italia centrale). Le vespe più comuni in Italia includono la Vespula germanica, la Vespula vulgaris e diverse specie di Polistes. Il calabrone europeo (Vespa crabro)è presente in tutto il continente, mentre più recentemente si è diffuso anche il calabrone asiatico (Vespa velutina).
Aracnidi
In Italia, la malmignattaè presente principalmente nelle regioni centro-meridionali e nelle isole, mentre il ragno violino è diffuso in tutto il territorio nazionale, specialmente nelle aree urbane.
Gli scorpioni presenti in Italia (Euscorpius spp.) sono generalmente poco pericolosi per l’uomo.
Composizione dei veleni e meccanismi d’azione
Veleno degli imenotteri Il veleno degli insetti imenotteri (api, vespe, calabroni) contiene una complessa miscela di sostanze biologicamente attive, tra cui: • Istamina (responsabile della reazione infiammatoria locale) • Fosfolipasi (enzima che danneggia le membrane cellulari) • Ialuronidasi (facilita la diffusione del veleno nei tessuti) • Chinine e altre sostanze vasoattive • Peptidi con proprietà neurotossiche
Queste componenti conferiscono al veleno proprietà infiammatorie, emolitiche, neurotossiche e fortemente ipersensibilizzanti. Il meccanismo d’azione principale consiste nell’attivazione di una risposta infiammatoria locale, che nei soggetti sensibilizzati può scatenare una reazione allergica sistemica mediata da IgE.
Effetti sull’organismo umano e rischi associati
Reazioni locali
Le reazioni locali rappresentano la risposta più comune alle punture di artropodi velenosi e si manifestano con:
• Dolore immediato e intenso
• Eritema e gonfiore nella zona interessata
• Prurito
• Formazione di edema locale
Questi fenomeni tendono generalmente a regredire rapidamente, nell’arco di poche ore o giorni.
Reazioni sistemiche
Le reazioni sistemiche possono manifestarsi con diversi gradi di severità e sono classificate secondo scale standardizzate come quella di Mueller o di Ring.
I sintomi possono comparire da pochi minuti fino a un’ora dopo la puntura, sebbene occasionalmente possano manifestarsi anche a distanza di ore o giorni. Il decesso causato dalla puntura di imenotteri può verificarsi in due circostanze principali:
1. Punture multiple da parte di un gran numero di insetti (decine o centinaia)
2. Reazione anafilattica scatenata dal veleno di un singolo insetto in soggetti sensibilizzati
Fattori di rischio
Diversi fattori influenzano la probabilità di sviluppare reazioni severe: • Storia di precedenti reazioni sistemiche • Età avanzata • Comorbidità (patologie cardiovascolari, asma, mastocitosi) • Assunzione di farmaci (beta-bloccanti, ACE-inibitori) • Frequenza di esposizione e tipo di insetto
È interessante notare che in alcuni pazienti con anamnesi di reazione anafilattica, sia il dosaggio delle IgE specifiche che i test cutanei possono risultare negativi. Questo fenomeno è particolarmente frequente nei pazienti affetti da mastocitosi, nei quali è ipotizzabile un meccanismo tossico di rilascio aspecifico dei mediatori dai mastociti.
Prevenzione delle punture di insetti velenosi
Le misure preventive includono: 1. Evitare abbigliamento con colori vivaci e profumi intensi in ambienti a rischio 2. Indossare abiti a maniche lunghe e pantaloni lunghi in ambienti naturali 3. Utilizzo di repellenti specifici 4. Prestare attenzione durante attività all’aperto, specialmente durante i periodi di maggiore attività degli insetti 5. Evitare di disturbare nidi e alveari
Per i soggetti allergici al veleno di imenotteri, la prevenzione più efficace è rappresentata dall’immunoterapia specifica, che può modificare la risposta immunitaria e prevenire reazioni anafilattiche in caso di nuove punture.
Una breve sintesi del trattamento delle punture di insetti velenosi
Primo soccorso
In caso di puntura di imenottero (api, vespe, calabroni), le misure di primo intervento includono:
1. Rimozione del pungiglione (se presente, come nel caso delle api) senza spremere il sacco velenifero, preferibilmente raschiando con una carta di credito o un oggetto simile 2. Lavaggio dell’area con acqua e sapone 3. Applicazione di ghiaccio per ridurre il dolore e limitare l’assorbimento del veleno 4. Disinfezione locale della zona colpita 5. Intervento farmacologico idoneo (clicca qui per gli interventi terapeutici)
Per le punture di api, vespe, calabroni e altri artropodi velenosi è disponibile anche un dispositivo di stimolazione elettrica denominato Ecosave, che emette scariche ad elevato voltaggio e basso amperaggio. Questo strumento, se applicato rapidamente, può contribuire a ridurre i sintomi locali come dolore, bruciore, arrossamento e gonfiore, così come le conseguenze del veleno introdotto sotto cute.
La procedura prevede l’applicazione di un elettrodo sulla puntura e, facendo perno su di essa, l’erogazione in senso circolare di 3-7 scariche o più, secondo necessità. Prima dell’utilizzo è necessario asportare eventuali pungiglioni, aculei o spine rimasti conficcati nella cute.
Trattamento farmacologico delle reazioni locali CLICCA QUI
Il trattamento delle reazioni locali si basa su: • Antistaminici per via orale per ridurre il prurito • Corticosteroidi topici per ridurre l’infiammazione • Analgesici (paracetamolo, FANS) per il controllo del dolore
Gestione delle reazioni allergiche severe e dello shock anafilattico
In caso di reazione allergica severa o shock anafilattico, il trattamento deve essere immediato e comprende:
1. Somministrazione di adrenalina (epinefrina) intramuscolare, farmaco di prima scelta che può essere salvavita 2. Ossigenoterapia 3. Fluidoterapia endovenosa per contrastare l’ipotensione 4. Antistaminici (anti-H1) per via parenterale 5. Corticosteroidiper via endovenosa (metilprednisolone)
6. Beta-agonisti per via inalatoria in caso di broncospasmo
I pazienti con storia di reazioni anafilattiche dovrebbero essere dotati di un autoiniettore di adrenalina da utilizzare tempestivamente in caso di nuova puntura, in attesa di soccorsi medici.
Conclusioni
Le punture di insetti e artropodi velenosi rappresentano un problema sanitario rilevante, specialmente per i soggetti allergici nei quali anche una singola puntura può determinare reazioni potenzialmente letali. La conoscenza delle specie più pericolose, il riconoscimento tempestivo delle reazioni sistemiche e l’applicazione rapida delle appropriate misure terapeutiche sono fondamentali per la gestione efficace di questi eventi. Per i soggetti con storia di reazioni allergiche, l’immunoterapia specifica rappresenta attualmente l’unico trattamento in grado di modificare la storia naturale della malattia, riducendo significativamente il rischio di reazioni anafilattiche in caso di nuove punture. dr. Paolo Meo direttore POLO VIAGGI la clinica del viaggiatore
La Tubercolosi è una emergenza globale che riguarda non solo i paesi a scarso livello igienico ma anche i paesi avanzati tra cui Europa e USA. Anche l’Italia è presa dal fenomeno. ( 09 marzo 2025) La tubercolosi (TB) continua a rappresentare una delle più gravi emergenze sanitarie a livello mondiale, ben lontana dall’essere un ricordo dell’era vittoriana. Negli ultimi anni, la malattia ha ripreso vigore anche in paesi sviluppati, con focolai significativi che rappresentano un campanello d’allarme per i sistemi sanitari nazionali e globali.
Il ritorno della tubercolosi nei paesi sviluppati
Uno dei più vasti focolai di tubercolosi nella storia degli Stati Uniti si è recentemente verificato in Kansas, dove nell’ultimo anno sono state diagnosticate 67 persone affette da TB. Questo incremento si inserisce in un trend di crescita continua dei casi negli Stati Uniti dall’inizio della pandemia di COVID-19. La tubercolosi, lungi dall’essere un problema del passato, è tornata a essere la principale causa di morte al mondo per un singolo agente infettivo, dopo tre anni in cui questo triste primato era detenuto dal COVID-19.
Nel Regno Unito, i tassi di TB sono diminuiti costantemente tra il 2011 e il 2020, ma questa tendenza positiva si è invertita dall’emergere del COVID. Nel 2023, si è registrato un aumento del 13% del numero di persone ammalatesi di TB in Inghilterra rispetto all’anno precedente, mettendo a rischio lo status di “bassa incidenza di TB” del paese.
La situazione italiana: dati e tendenze
Anche l’Italia è interessata dal fenomeno, sebbene con numeri più contenuti rispetto ad altri paesi. Nel 2023 sono stati registrati 2.600 nuovi casi diagnosticati di tubercolosi, corrispondenti a un tasso di 4,4 casi per 100.000 abitanti. Questo dato, pur rappresentando un calo del 33% rispetto al 2015, è ancora lontano dall’obiettivo di ridurre l’incidenza del 50% entro il 2025. Nel 2022, i casi notificati erano stati 2.700, con un’incidenza pari a 4,6 ogni 100.000 abitanti.
Dal 2020, l’Italia ha registrato meno di 3.000 casi all’anno, con 2.480 casi notificati nel 2021. Nonostante questi numeri possano apparire relativamente bassi, gli esperti avvertono che dal 2025 la tubercolosi potrebbe diventare la principale causa di decesso per singolo agente infettivo.
Chi sono i soggetti più a rischio in Italia
In Italia, i casi di tubercolosi riguardano principalmente due categorie di persone. Da un lato, i migranti che spesso sono entrati in contatto con il micobatterio anni prima nel loro Paese di origine e che poi si ammalano dopo l’arrivo in Italia, anche a causa delle condizioni di stress e dell’abbassamento delle difese immunitarie legati al viaggio e alla nuova condizione. Dall’altro lato, ci sono pazienti anziani nati in Italia che hanno contratto il batterio in gioventù, quando la TB era una malattia più frequente, e che sviluppano la malattia in età avanzata, quando il fisico è più fragile.
La tubercolosi è infatti tornata a costituire un’emergenza soprattutto presso le popolazioni vulnerabili, tra cui soggetti migranti, pazienti immunodepressi, e persone che vivono in contesti di convivenza stretta come rifugi per senzatetto e carceri.
Diagnosi della tubercolosi: i test più utilizzati
La diagnosi precoce della tubercolosi è fondamentale per prevenire problemi di salute a lungo termine e ridurre la trasmissione dell’infezione. Due sono i principali test utilizzati per la diagnosi: il Test di Mantoux e il Quantiferon.
Il Test di Mantoux
Il Test di Mantoux, test in vivo, noto anche come test cutaneo alla tubercolina (TST), è un metodo di screening tradizionale per verificare la presenza di infezione, anche latente, da parte del Micobatterio della Tubercolosi. Viene eseguito mediante un’iniezione intradermica di una soluzione contenente derivati proteici purificati della tubercolina nella parte interna dell’avambraccio. Viene studiata la reazione delle cellule linfocitarie e di altre famiglie di globuli bianchi a livello intradermico. (da qui test in vivo)
Se il test è positivo, si sviluppa un rigonfiamento cutaneo duro con un diametro che supera un valore soglia (5, 10 o 15 mm in base alla classe di rischio del paziente) nelle successive 48-72 ore. La misurazione di questa reazione cutanea aiuta a quantificare la risposta immunitaria del paziente, offrendo informazioni importanti sulla storia dell’esposizione al Mycobacterium tuberculosis.
È importante notare che la positività al test per un paziente con infezione in corso si verifica solo dopo 8 settimane dal contagio (periodo finestra), quindi in casi di sospetto contagio, anche in presenza di test negativo, è necessario ripeterlo dopo 8-10 settimane.
Il Test Quantiferon
Il Quantiferon è un test di laboratorio (test in vitro) che può affiancare, non sostituire, la reazione intradermica della Mantoux. Viene utilizzato per diagnosticare sia la tubercolosi polmonare attiva e l’infezione da micobatteri non tubercolari, sia per individuare un’infezione latente di tipo tubercolare.
A differenza del test Mantoux, il Quantiferon misura la quantità di interferone gamma prodotta dai linfociti T e dai monociti prelevati e messi a contatto con gli antigeni specifici del Mycobacterium tuberculosis (ESAT-6 e CFP-10). Il risultato viene espresso in termini di positivo/negativo: la positività si riscontra in caso di soggetti con un’infezione tubercolare in atto o latente, mentre i soggetti vaccinati risultano negativi.Un vantaggio significativo del Quantiferon è che non produce reazioni crociate in soggetti vaccinati con BCG, riducendo così i falsi positivi rispetto al test Mantoux.
Le sfide della prevenzione e del trattamento
Per contrastare efficacemente la diffusione della tubercolosi, è essenziale avviare programmi di sorveglianza che includano anche i casi di infezione latente. Attualmente, in Italia non esiste un registro centralizzato che raccolga le notifiche provenienti dalle strutture locali e dal Ministero della Sanità, il che rende più difficile il monitoraggio e la prevenzione di eventuali aumenti della malattia.
Inoltre, il trattamento della tubercolosi richiede terapie lunghe, di almeno sei mesi, che in alcuni casi possono essere anche più prolungate. Sebbene a livello globale il tasso di successo del trattamento per la tubercolosi sensibile ai farmaci rimanga elevato (88%), la gestione dei casi resistenti ai farmaci rappresenta una sfida crescente.
Un problema globale che richiede soluzioni condivise
La tubercolosi è un’infezione aerea che non rispetta i confini nazionali. Con l’aumento dei movimenti di massa, anche a causa del cambiamento climatico e dei conflitti, il principio secondo cui “la TB ovunque è TB ovunque” è oggi più valido che mai.
Per porre fine alla tubercolosi, sia negli Stati Uniti, nel Regno Unito, in Italia o a livello globale, è fondamentale ricordare e applicare il vecchio adagio medico: curare la persona, non la malattia. Questo implica non solo migliorare i metodi diagnostici e terapeutici, ma anche affrontare le condizioni socioeconomiche che favoriscono la diffusione della TB, come la povertà, il sovraffollamento e la malnutrizione, l’ambiente dove si vive. Aria e sole rimangono due paletti fondamentali per il controllo della persona..
L’obiettivo di eliminare la tubercolosi entro il 2035 appare ancora lontano, ma con un impegno coordinato a livello globale, nazionale e locale, è possibile fare significativi passi avanti nella lotta contro questa antica ma persistente minaccia.
L’influenza aviaria sta attualmente destando preoccupazione a livello globale a causa della sua crescente diffusione e del rischio di trasmissione tra diverse specie animali, incluso l’uomo.
La situazione dell’influenza aviaria è in rapida evoluzione e richiede un monitoraggio costante. Mentre gli esperti lavorano per contenere la diffusione del virus e studiarne le possibili mutazioni, è fondamentale mantenere alta l’attenzione e adottare misure preventive, soprattutto nelle aree ad alta densità di allevamenti avicoli. Il virus prima presente solo negli uccelli selvatici si è diffuso negli allevamenti di polli e quindi in mammiferi selvatici ed ora in particolare nei bovini.
La collaborazione internazionale e la sorveglianza continua saranno cruciali per prevenire una potenziale pandemia di origine aviaria nell’uomo.
Cerchiamo di capire meglio cosa sta succedendo.
Cos’è l’influenza aviaria? (secondo WHO) L’influenza aviaria, nota anche come “influenza degli uccelli”, è una malattia causata da virus influenzali di tipo A che colpiscono principalmente i volatili. Il ceppo più noto e preoccupante è l’H5N1, identificato per la prima volta in Scozia nel 1959.
Diffusione geografica
Il virus dell’influenza aviaria, in particolare il ceppo H5N1 ad alta patogenicità (HPAI), si è diffuso notevolmente a livello globale:
– Inizialmente concentrato in Asia, il virus si è progressivamente espanso in Europa, Africa e America.
– Uno studio dell’Università della California ha identificato la provincia cinese del Guangdong come origine di diversi ceppi virali, tracciando i percorsi di diffusione regionale e internazionale.
L’influenza aviaria si sta diffondendo rapidamente in diverse parti del mondo, colpendo non solo gli uccelli selvatici e il pollame, ma anche i bovini da latte in diversi stati degli USA. Questa ampia diffusione aumenta le possibilità di esposizione umana al virus.
Ampliamento della gamma di ospiti
Negli ultimi anni, il virus ha mostrato una preoccupante capacità di infettare nuove specie: – Oltre 50 specie diverse di mammiferi sono state trovate infette dai virus HPAI. – Nel 2024, si è verificata per la prima volta la trasmissione del virus H5N1 dai volatili ai bovini, con focolai segnalati in diversi stati degli USA.
La diffusione tra gli animali
Negli ultimi mesi,si è osservato un aumento significativo dei casi di influenza aviaria: – Tra gli uccelli selvatici: In Italia e in Europa si registra una crescente circolazione del virus H5N1 nell’avifauna. – Negli allevamenti avicoli:Il virus si sta diffondendo anche nel pollame domestico, con numerosi focolai segnalati in diversi paesi. – Nei mammiferi: Sono stati rilevati casi di trasmissione ad altre specie animali, come bovini e visoni.
Il salto di specie
Il “salto di specie” si verifica quando un virus riesce a superare la barriera biologica tra diverse specie animali. Nel caso dell’influenza aviaria, questo fenomeno è particolarmente preoccupante perché: 1. Aumenta il rischio di mutazioni: Ogni volta che il virus infetta una nuova specie, può subire modifiche genetiche che potrebbero renderlo più adatto alla trasmissione tra mammiferi, incluso l’uomo.
2. Amplia la diffusione:La capacità di infettare diverse specie animali aumenta le possibilità di propagazione del virus.
3. Complica il controllo: Diventa più difficile contenere l’epidemia quando coinvolge molteplici specie animali.
Questi salti aumentano le opportunità per il virus di mutare e potenzialmente adattarsi meglio alla trasmissione tra esseri umani.
La trasmissione all’uomo
Sebbene rara, la trasmissione del virus aviario all’uomo è possibile, soprattutto in caso di contatto stretto con animali infetti Recentemente: – Sono stati segnalati 61 casi umani confermati di influenza aviaria in sette stati degli USA, di cui 34 in California. – In Louisiana, è stato registrato il primo caso grave di influenza aviaria nell’uomo negli Stati Uniti.
È importante sottolineare che finora non sono stati rilevati casi di trasmissione da uomo a uomo del virus H5N1[10].
Lo stato di emergenza in California
Il governatore della California, Gavin Newsom, ha dichiarato lo stato di emergenza per l’influenza aviaria il 18 dicembre 2024. Questa decisione è stata presa per diverse ragioni: 1. Rapida diffusione: Il virus è stato rilevato in 645 aziende lattiero-casearie della California, con metà dei casi emersi solo nell’ultimo mese. 2. Rischio per l’industria lattiero-casearia: L’epidemia sta colpendo duramente i bovini da latte, mettendo a rischio un settore economico importante. 3. Necessità di risorse: Lo stato di emergenza permette di mobilitare rapidamente personale e risorse per contenere l’epidemia. 4. Prevenzione: Sebbene il rischio per la salute pubblica rimanga basso, le autorità vogliono agire preventivamente per evitare una possibile escalation.
L’influenza aviaria è considerata un rischio significativo per l’umanità per diverse ragioni:
Potenziale pandemico Il virus dell’influenza aviaria H5N1 ha dimostrato una notevole capacità di evolversi e adattarsi a nuovi ospiti, inclusi i mammiferi. Questo potenziale evolutivo aumenta il rischio che il virus possa acquisire la capacità di trasmettersi efficacemente da persona a persona, portando potenzialmente a una pandemia.
Elevata patogenicità L’H5N1 è noto per la sua elevata patogenicità negli esseri umani. Nei casi di infezione umana registrati finora, il tasso di letalità è stato estremamente alto, circa il 50%[2]. Sebbene le infezioni nell’uomo siano ancora rare, questa elevata virulenza è motivo di grande preoccupazione.
Mutazioni preoccupanti Recenti studi hanno evidenziato che una singola mutazione genetica potrebbe essere sufficiente per migliorare significativamente la capacità del virus di legarsi ai recettori delle cellule umane. Inoltre, sono state osservate rare mutazioni genetiche in casi umani gravi, come quello recentemente segnalato in Louisiana.
Emergenza di nuove varianti Sono emerse nuove varianti del virus con caratteristiche preoccupanti: – La variante Fujian è diventata il ceppo predominante in gran parte dell’Asia. – Alcuni ceppi hanno mostrato una leggera riduzione della suscettibilità all’oseltamivir, un farmaco antivirale comunemente usato.
Rischio di riassortimento genetico Gli esperti sono particolarmente preoccupati per la possibilità che il virus H5N1 possa infettare i maiali, che possono essere ospiti sia di virus aviari che umani. Questo scenario potrebbe portare a un riassortimento genetico, creando potenzialmente una nuova variante del virus più adatta alla trasmissione umana.
Preparazione e sorveglianza Sebbene il rischio attuale per la popolazione generale rimanga basso, le autorità sanitarie stanno prendendo sul serio la minaccia. La dichiarazione dello stato di emergenza in California per l’epidemia nei bovini da latte e l’intensificazione della sorveglianza virologica sono esempi di misure preventive fondamentali per evitare ulteriori diffusioni nell’uomo.
Mentre non c’è ancora evidenza di una trasmissione sostenuta da persona a persona, la combinazione di questi fattori rende l’influenza aviaria una minaccia potenziale che richiede un monitoraggio costante e una preparazione proattiva da parte della comunità scientifica e delle autorità sanitarie globali.
https://www.epicentro.iss.it/focus/flu_aviaria/mondo
https://www.efsa.europa.eu/it/topics/topic/avian-influenza
https://www.vet33.it/cronaca/2372/influenza-aviaria-stati-uniti-mutazioni-nel-primo-caso-umano-grave.html
dr. Paolo Meo
direttore Cesmet Clinica del Viaggiatore
infettivologo tropicalista
I dati attuali sul rapporto vaccinazione anti covid e infiammazioni del miocardi e del pericardio mostrano che i vaccini anti-COVID-19 non hanno causato un aumento significativo del rischio di eventi cardiovascolari avversi rispetto alle statistiche sulle diverse popolazioni studiate. In particolare presentiamo alcuni lavori a supporto di queste affermazioni:
1) Uno studio pubblicato sulla rivista “Vaccines”
e coordinato da Lamberto Manzoli dell’Università di Bologna ha studiato la popolazione della provincia di Pescara per 18 mesi. I risultati mostrano l’assenza di un aumento di frequenza di patologie cardiovascolari tra i vaccinati covid rispetto ai non vaccinati. (aumento del rischio di eventi avversi come infarti, ictus, arresti cardiaci, miocarditi, pericarditi e trombosi venose profonde). Conclude il prof. Manzoli nel suo lavoro che “ i risultati che abbiamo ottenuto mostrano in modo netto che tra i vaccinati non c’è stato un aumento di rischio di malattie cardiache gravi. Vi sono stati casi isolati di alterazioni cardio circolatorie, ma il profilo di sicurezza dei vaccini utilizzati durante la pandemia è stato confermato: sarà ora importante continuare il follow-up su un periodo più lungo”.
2) L’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) nel suo rapporto 2021
ha registrato un numero molto basso di casi di miocardite (2,7 casi per milione di dosi) e pericardite (4,1 casi per milione di dosi) post-vaccinazione.
Sono stati registrati 256 casi di miocarditi post-vaccino (2,7 casi per milione di dosi di vaccino) e 443 casi di pericardite post-vaccino (4,1 casi per milione di dosi di vaccino). In generale, si sono osservate soprattutto nei giovani maschi e entro 1-3 settimane dalla somministrazione.L’andamento clinico sembra essere più lieve e ha mostrato dei tempi di risoluzione più brevi rispetto alle miocarditi da virus SARS-CoV2, ossia da infezione.
3) Uno studio britannico pubblicato sulla rivista Circulation
effettuato su quasi 43 milioni di persone ha confermato che il rischio di miocardite dopo la vaccinazione è raro e generalmente inferiore a quello associato all’infezione da COVID-19.
Le domande sono: “Di quanto aumenta la probabilità di una miocardite dopo il vaccino per Covid-19?” oppure “ di quanto aumenta la probabilità di malattia o screzio cardiaco dopo l’infezione?
Questa è una delle questioni più studiate e dibattute da quando questa condizione infiammatoria del cuore è stata inclusa fra i possibili effetti collaterali della vaccinazione contro il virus Sars-CoV-2.
La conclusione di tutti questi studi sul “rischio di miocardite e pericarditi da vaccino” conferma che: • resta basso il rischio di malattia cardiaca nei soggetti vaccinati; • è più alto nei giovani maschi rispetto al resto della popolazione; • è di parecchio inferiore a quello di miocardite da Covid-19, anche dopo terze dosi e dosi booster;
Queste considerazioni non escludono comunque che casi di infiammazione o lesioni anche gravi del miocardio o pericardio post vaccinali si possano manifestare, soprattutto in soggetti con patologia organica pregressa, ma sono rare e molto inferiori rispetto alla malattia del Covid. Questo ci porta a considerare che una attenta valutazione anamnestica, dello stato di salute della persona, prima della somministrazione del vaccino, e la condizione per evitare eventi avversi che non possono essere esclusi.
I ricercatori, afferenti a varie università britanniche e coordinati dall’Università di Oxford, hanno fatto le valutazioni studiando e confrontando i dati di persone di età maggiore a 13 anni vaccinate per Covid-19 fra il dicembre 2020 e il dicembre 2021, andando a considerare e confrontare i casi di miocardite post vaccinali o in seguito all’infezione da Sars-CoV-2. Si tratta di un bacino decisamente ampio. Lo studio è stato eseguito su di un campione di 42.842.345 individui che hanno ricevuto almeno una dose di vaccino, di cui 21.242.629 hanno avuto 3 dosi e 5.934.153 hanno avuto l’infezione, prima o dopo la vaccinazione. Fra loro, i ricercatori sono andati a cercare chi aveva avuto episodi di miocardite nei 28 giorni dopo gli eventi che si volevano valutare: “vaccinazione e il test positivo per Covid-19”.
Martina Patone, primo autore e ricercatrice in statistica presso l’Università di Oxford, ha commentato: «Abbiamo analizzato un’ampia mole di dati, l’intera popolazione vaccinata in Inghilterra durante il primo anno di pandemia quando i primi vaccini sono diventati disponibili. Abbiamo rilevato che il rischio di miocarditi dopo la vaccinazione Covid è ridotto rispetto a quello dopo l’infezione».
« è importante sapere che la miocardite è rara, e resta raro il rischio di svilupparla dopo la vaccinazione covid-19» «Questi rischi dovrebbero essere bilanciati con i benefici della vaccinazione nel prevenire le infezioni severe da Covid-19. Altrettanto fondamentale è capire chi è a rischio aumentato di miocardite e quali vaccini sono associati ad un rischio più elevato».
E questo è il nocciolo della questione. Uno screening clinico attento dei vaccinandi e della loro situazione cardiocircolatoria recente è fondamentale per eliminare rischi, anche gravi di insorgenza di malattie cardiocircolatorie anche gravi nel post vaccinazione.
Infezione da SARS-CoV-2 e malattie cardiovascolari L’infezione da COVID-19, sintomatica, sembra invece aumentare significativamente il rischio di complicanze cardiovascolari:
1) Secondo uno studio pubblicato su Cardiovascular Research da un team dell’Università di Hong Kong i pazienti con infezione da COVID-19, asintomatici o sintomatici, hanno mostrato una probabilità 4 volte maggiore di sviluppare eventi cardiovascolari maggiori nella fase acuta dell’infezione e un rischio del 40% più elevato nella fase post-acuta, rispetto alle persone che non hanno contratto l’infezione. I cardiopatici risultano avere, con l’infezione Covid un rischio più elevato di 81 volte di morire nelle prime tre settimane dall’infezione e il rischio resta cinque volte più alto fino a 18 mesi dopo.
2) Uno studio su 50 milioni di persone in Inghilterra ha rivelato che l’incidenza di trombosi arteriose, come infarti e ictus, è stata fino al 10% inferiore nelle 13-24 settimane successive alla prima dose di vaccino anti-COVID, e fino al 27% inferiore dopo la seconda dose rispetto ai non vaccinati. Questi dati confermano l’efficacia protettiva del vaccino ed anche la sua minore induzione di effetti collaterali
La malattia del COVID-19 può avere effetti cardiovascolari a lungo termine:
– secondo i dati della SIIA, la società italiana ipertensione arteriosa,il “Long COVID” e il “Chronic COVID” possono includere sintomi come astenia, dispnea e intolleranza ortostatica, da correlare a disfunzioni del sistema cardiovascolare. Il virus SARS CoV2 può causare danni diretti al sistema nervoso autonomo o innescare meccanismi autoimmuni che influenzano la funzione cardiovascolare e le cellule endoteliali della circolazione capillare.
In pratica da tutti questi studi si può affermare che mentre i vaccini anti-COVID-19 hanno dimostrato un profilo di sicurezza cardiovascolare generalmente buono, l‘infezione da SARS-CoV-2 rappresenta un rischio significativo per lo sviluppo di complicanze cardiovascolari sia acute che croniche.
Questi dati sottolineano l’importanza della prevenzione dell’infezione e della vaccinazione, specialmente per i soggetti a rischio cardiovascolare elevato.
Le Miocarditi e le pericarditi dopo la vaccinazione anti Covid sono le complicanze cardiovascolari più frequentemente riportate, soprattutto dopo i vaccini a mRNA. L’incidenza complessiva di miocardite è intorno all’1,62%. Il rischio è più elevato nei giovani maschi, in particolare nella fascia 18-25 anni, 1-7 giorni dopo la seconda dose. La maggior parte dei casi si è risolta con la dimissione ospedaliera.
È stato osservato un lieve aumento del rischio di trombocitopenia trombotica immuno-indotta da vaccino (VITT), soprattutto con i vaccini a vettore adenovirale come AstraZeneca. Il rischio di VITT è comunque molto inferiore rispetto al rischio di trombosi associato all’infezione da COVID-19.
Sono stati riportati alcuni casi di extrasistoli e fibrillazione atriale, soprattutto negli anziani.
È stato osservato un lieve aumento del rischio di TIA, principalmente negli anziani.
(Vedi l’articolo: Eur Heart J Suppl. 2023 Feb 14;25(Suppl A):A42–A49. doi: 10.1093/eurheartjsupp/suac123 The impact of COVID-19 and COVID vaccination on cardiovascular outcomes
Queste quindi le considerazioni importanti da fare sulla base di tutti questi studi: – Gli eventi avversi cardiovascolari gravi dopo la vaccinazione sono molto rari. – Il rischio di complicanze cardiovascolari è significativamente più alto con l’infezione da COVID-19 rispetto alla vaccinazione. – La vaccinazione completa riduce sostanzialmente il rischio di eventi cardiovascolari gravi associati al COVID-19. – I benefici della vaccinazione nel prevenire le complicanze cardiovascolari del COVID-19 superano ampiamente i potenziali rischi.
In conclusione, sebbene esistano rari rischi cardiovascolari associati ai vaccini anti-COVID-19, questi sono generalmente lievi e transitori. Il profilo rischio-beneficio della vaccinazione rimane nettamente favorevole, soprattutto considerando la significativa protezione offerta contro le complicanze cardiovascolari dell’infezione da COVID-19.
Sulla base degli studi disponibili, esistono effettivamente alcuni gruppi di popolazione che presentano un rischio maggiore di complicanze cardiovascolari dopo la vaccinazione anti-COVID-19:
– Giovani maschi: Il gruppo più a rischio è rappresentato dai giovani di sesso maschile, in particolare nella fascia d’età 16-24 anni. In questo gruppo, il rischio di miocardite è risultato più elevato dopo la seconda dose di vaccino, soprattutto con i vaccini a mRNA (Pfizer e Moderna).
– Il rischio di miocardite e pericardite è più alto nei primi 14 giorni dopo la vaccinazione, in particolare dopo la seconda dose.